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Articoli filtrati per data: Thursday, 11 Febbraio 2021

Car* tutt*,

quando leggerete questa lettera saranno ormai cinque i miei mesi di detenzione, avevo scritto l’ultima lettera prima della fine del 2020, a ridosso delle festività, che nonostante tutto anche qui sono passata abbastanza bene. Nel frattempo, si sono succeduti svariati eventi, tra cui l’iniziativa che io, Stefania, Emanuela e Fabiola (ora siamo in sezione insieme, evviva!!) abbiamo portato avanti nei giorni scorsi: lo sciopero della fame.

Se ne è parlato parecchio e voi tutti ci avete sostenute fin dal primo giorno, quindi non sto a ripetere le motivazioni sottostanti la nostra scelta. Intanto vi ringrazio, siete stat* fondamentali. Terminato lo sciopero, ognuna con i suoi tempi, abbiamo recuperato le energie. Io ho patito un po’, ma ora sono in formissima.

Devo dirvi che, nonostante la breve durata dello sciopero, sono state tante le fatiche per portarlo avanti. A differenza di quello che si può credere, la fame è l’ultimo dei problemi, la sensazione passa già al termine del secondo giorno! Ciò che cresce in maniera esponenziale è l’affaticamento fisico, i dolori, la difficoltà a dormire e negli ultimi giorni una grande fatica a concentrarsi e a non muoversi come un bradipo. Penso a tutte le persone che hanno portato avanti una simile scelta, fino alle più tristi ed irreversibili conseguenze. Che forza d’animo incredibile. E che dolore.

Per fortuna questa nostra forma di protesta non è stata vana, anzi i risultati si sono dimostrati da subito concreti e tutte noi stiamo finalmente godendo dei nostri pieni diritti per quanto riguarda i contatti con i nostri familiari. Una piccola goccia, lo so, in questo girone infernale, ma proprio per questo molto importante. E poi, diciamolo, agire una protesta, seppur pacifica, all’interno di un carcere come questo (altri non so, ma posso immaginare) non è cosa semplice per molti motivi intuibili. Siamo rimaste salde, complici, lucide (a turno) e anche un po’ coraggiose. Detto questo, apriamo un nuovo capitolo. Il titolo lo lascio trovare a voi.

Mentre sui giornali la Direttrice del carcere, di fatto, riconosceva le nostre ragioni lavorando rapidamente per ripristinare i diritti negati, parallelamente e più precisamente in data 22/01/2021, richiedeva al mio magistrato di sorveglianza l’emissione di un provvedimento restrittivo, tipico dell’alta sorveglianza, di cui all’articolo 18 ter O.P. (chi ha voglia lo cerchi) ossia la richiesta di controllo (e selezione) della mia corrispondenza epistolare e telegrafica, la cosiddetta “censura”. Non vi sembra un comportamento un po’ scorretto?

Da ciò che deduco dal dispositivo che mi è stato notificato un paio di giorni fa dalla “matricola” del carcere e che, essendo io “No Tav” e poiché ricevo mezzo posta lettere, riviste, cartoline e materiale vario, il carcere (o meglio la direttrice) ritiene che tale materiale possa essere utilizzato all’interno del reparto detentivo per volantinaggio, finalizzato a sostenere la mia iniziativa politica, minando così l’ordine e la sicurezza interna dell’Istituto. Non ho ovviamente accesso alla richiesta e posso solo dedurre le motivazioni argomentanti che sintetizzo in: sciopero della fame, una storia ridicola su delle cartoline (fatta e disfatta tutta da loro) ed infine la solidarietà ricevuta del movimento No TAV (ebbene si)!

Sappiate che il mio Magistrato ha respinto la richiesta di “censura”, ribadendo una serie di principi costituzionali e inerenti l’ordinamento penitenziario che evidentemente qui sono stati per un momento dimenticati. Non credo che anche per questo si possa incolpare il covid, o sbaglio?

Quindi per ora nessuna restrizione aggiuntiva alle molteplici che ho avuto il piacere di sperimentare in questi cinque mesi. La mia è stata e resta una carcerazione “speciale”, ma dopo questo tentativo, dal chiaro intento punitivo da parte della direzione carceraria, mi chiedo se sia finita qui oppure siano vere le voci che circolano circa un mio futuro trasferimento. Vedremo.

Intanto io continuo le mie attività ed ho ripreso a studiare dopo qualche settimana di pausa. Dopo un piccolo infortunio sul campo da gioco (non ridete!!) ho ripreso a giocare a pallavolo. Qui in sezione tutto procede serenamente e il tempo passa. Non preoccupatevi dunque! Qualsiasi altro “dispetto” dovessi subire, sono ben in grado di sopportarlo!

Seguo ovviamente con attenzione tutto quello che accade fuori di qui, le tarantelle governative, l’evoluzione della pandemia con le sue infauste e interminabili conseguenze e, soprattutto, le iniziative in Valle. Tra momenti di lotta, i Mulini Resistenti e il più giovane presidio permanente di San Didero, state tenendo alta la nostra bandiera.

In questi tempi difficili, una luce continua a brillare ed è quella No TAV!

Siete saldi e in alto i cuori!

Un abbraccio,

Dana

da notav.info

 

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In queste concitate ore di preparazione del governo tecnico di Mario Draghi si torna a parlare di ecologia e grandi opere.

In Val Susa la storia delle decisioni tecniche è una grande storia. Ci hanno detto che era una scelta tecnica quella di fare un secondo tunnel tra Torino e Lione ma poi i dati di traffico su cui si basava questa decisione sono stati sconfessati dagli stessi promotori dell’operasono stati sconfessati dagli stessi promotori dell’opera.  Ci hanno detto che era tecnica la decisione di far passare il tunnel di base a Venaus ma dopo che i costruttori sono dovuti scappare con la coda tra le gambe cacciati dai valsusini hanno ammesso che la variante era “sovradimensionata” e “troppo impattante”. Ci hanno detto che la nuova mega stazione di Susa era perfettamente tecnica, poi dopo le proteste anch’essa è diventata “megagalattica”. Insomma, “decisione tecnica” significa “circolate, qui non c’è niente da vedere”. E invece noi abbiamo sempre voluto vedere, studiare e farci un’idea con la nostra testa.

Disboscamenti, distruzioni di pascoli e vigne: il TAV devasterà completamente una buona porzione della Val di Susa. I promotori dell’opera hanno annunciato l’abbattimento di migliaia di alberi per far passare il Treno del Progresso. Mentre scriviamo, l’habitat naturale della xerinthya polixena, una rarissima farfalla alpina che vive solo in Val Clarea, viene mangiato dalle ruspe. Il cantiere emetterà, come hanno già annunciato i nuovi saltimbanchi della “green” economy, 10 milioni di tonnellate di CO2 portando decine di migliaia di camion su e giù per la Val Susa in mezzo ai centri abitati. Cosa servirebbe per recuperare queste emissioni mostruose, che spargeranno polveri sottili fino a Torino mettendo in pericolo la salute, in particolare dei bambini, per decenni? Per recuperare le emissioni del cantiere, dopo 20 anni di esalazione con conseguente aumento del 10% di malattie respiratorie e cardiocircolatorie annunciato dai promotori, ci sarebbe bisogno di un aumento del traffico su rotaia da 3 a 24 milioni di tonnellate e un aumento del traffico totale Italia-Francia del 30%. Uno scenario semplicemente impossibile come ha anche chiarito recentemente la corte dei conti UE. Ma d’altronde nonostante il grottesco cerone verde che i signori del TAV provano goffamente a mettersi da qualche anno, che l’obiettivo sia costruire per costruire piuttosto che spostare le merci dalla gomma al ferro pensiamo sia chiaro a tutti. Basti pensare che una linea AV tra Torino e Lione c’è già. Il tunnel esistente è stato rinnovato a più riprese tra il 2003 e il 2011 con un cospicuo investimento per renderlo compatibile con sagome limite GB1. Ci potrebbe passare, da oggi, il 90% dei camion che impestano la Val Susa eppure il tunnel è usato al solo 30% delle sue capacità.

Insomma, fermare il TAV è il minimo sindacale dell’ecologia. Il compitino da prima elementare per qualsiasi politica veramente “verde”. Ma la questione TAV dimostra anche che la “transizione ecologica” è una questione molto politica e poco tecnica. La difesa dell’ambiente non è un’abbuffata confindustriale: ci sono industriali da scontentare, lobby d’interessi che remano contro, colate di cemento da fermare. È una questione che richiede coraggio e idee chiare, quelle che sembrano siano sempre mancate ai vari partiti che si professavano notav fino all’arrivo in parlamento ma che non hanno mai fatto della salvezza del Val Susa una questione dirimente che potesse rimettere in dubbio la loro permanenza sull’agognata poltrona.

Allora ci chiediamo: a cosa serve un ministero della transizione ecologica se non si riesce nemmeno a fermare il TAV?

da notav.info

 

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Pensavamo che questa storia fosse finita. Sono passati più di 3 anni dall'inizio di questa vicenda ed oggi ci troviamo a doverne affrontare un altro inquietante capitolo.

La Violenza di genere ha tante facce e si ripropone in continuazione nelle nostre vite. La possiamo rintracciare anche in quella della polizia e dei tribunali, perché è un aspetto strutturale del mondo in cui viviamo. Ma a questo non abbiamo intenzione di rassegnarci.Siamo tutte Maya e non accettiamo questa violenza, la ribaltiamo!


#iostoconmaya #setoccanounatoccanotutte

Da Io sto con Maya

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Le Hpg (Unità di difesa del popolo), l’ala militare del Partito dei lavoratori del Kurdistan, hanno fatto sapere che ieri, mercoledì 10 febbraio 2021, l’esercito turco ha lanciato una pesante offensiva, via terra e via mare, contro postazioni della guerriglia rivoluzionaria e contro villaggi del Kurdistan iracheno. La Turchia attacca costantemente il Pkk in quell’area ma questo attacco massiccio, con pesanti bombardamenti e un tentativo di avanzata sul terreno, arriva alcune settimane dopo un incontro tra Ankara, governo iracheno di Baghdad e governo curdo della destra nazionalista della regione autonoma del Kurdistan iracheno, nel quale la Turchia chiedeva via libera di fatto per invadere parte del territorio dell’Iraq.

La guerriglia del Pkk sta rispondendo al fuoco e la resistenza sul campo continua. Oggi, giovedì 11 febbraio 2021, in un comunicato di aggiornamento, le Hpg hanno dichiarato che “i feroci combattimenti nella zona di Siyanê continuano. Un gran numero di membri delle forze di occupazione sono stati colpiti dalle nostre forze”.

Il presidente islamista turco Erdogan – oltre ad attaccare il Pkk che considera una forza terroristica e una minaccia per le idee rivoluzionarie che propone anche per la Turchia – vuole continuare l’opera di accerchiamento dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est, della quale occupa già militarmente alcuni territori e ne attacca continuamente altri servendosi di milizie jihadiste di ideologia salafita sue alleate. Ankara trova un appoggio a tale progetto nelle altre forze dell’area, come il governo di Baghdad e quello di Erbil, a loro volta ostili nei confronti delle idee socialiste-democratiche del Pkk e del modello comunistico di società, fondato sulla democrazia diretta dei consigli e l’autogestione di comuni e cooperative, proposto dalla rivoluzione confederale del Rojava.

Ne abbiamo parlato con Jacopo, compagno torinese che ha conosciuto in prima persona quei territori e la rivoluzione confederale della Siria del nord-est, dov’è stato volontario internazionale nell’ambito della società civile. 

Da Radio Onda d'Urto

 

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Il passaggio dal ripiegamento alla rottura dell’assedio mediatico e militare-poliziesco che subiscono tutti i movimenti nel mondo è un momento decisivo per l’immediato futuro. Raúl Zibechi lo sottolinea, a proposito del viaggio che porterà in Europa in estate un notevole numero di persone dal Messico: le zapatiste e gli zapatisti, rappresentati del Consiglio indigeno di Governo e del Fronte dei Popoli in Difesa dell’Acqua e della Terra degli Stati di Morelos, Puebla e Tlaxcala.

Di Raul Zibechi

Una coraggiosa, impegnativa e straordinaria sfida, anche (ma naturalmente non solo) alle attuali limitazioni della libertà di movimento, per rafforzare e moltiplicare le resistenze in ogni luogo che richiede rispetto e ascolto reciproci. Abbiamo un gran bisogno di nuove forme di resistenza e ribellione capaci di fermare quella che in Chiapas chiamano Quarta guerra mondiale, che è anche la conquista di territori per spopolarli e distruggerli, per ricostruirli secondo le esigenze dell’accumulazione di capitale. Le zone in conflitto coincidono, in America Latina ma anche in Europa, con le zone dove ci sono molti beni comuni da estrarre, il che ci fornisce una mappa precisa di questa guerra in corso.

 

Centinaia di gruppi in tutta Europa stanno concordando di organizzare l’accoglienza per un tour dei membri dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, del Congresso Nazionale Indigeno – Consiglio Indigeno di Governo (CNI-CIG) e del Fronte dei Popoli in Difesa dell’Acqua e della Terra di Morelos, Puebla e Tlaxcala, nella seconda metà di quest’anno.

Sono migliaia i militanti e gli attivisti dei più diversi settori e identità che si stanno unendo a sostegno dell’iniziativa lanciata mesi fa dal neo-zapatismo messicano. Nel primo di sei comunicati, nell’ottobre 2020, gli zapatisti sottolineano che, nonostante la repressione e i crimini del sistema, “è di nuovo tempo che i cuori danzino, e che la loro musica e i loro passi non siano quelli del lamento e della rassegnazione”.

Il passaggio dal ripiegamento alla rottura dell’assedio mediatico e militare-poliziesco che subiscono tutti i movimenti nel mondo è un momento decisivo per l’immediato futuro. Tutti i dati di cui disponiamo indicano che l’1% dei più ricchi del pianeta sta cercando di sfruttare la pandemia per imporre una sconfitta di grandi proporzioni a chi sta sotto.


Come ha sottolineato il filosofo italiano Giorgio Agamben, l’epidemia offre il pretesto per imporre la sospensione delle garanzie costituzionali attraverso gli stati di eccezione, dal momento che l’argomento del terrorismo appare logoro e non è più credibile. Il distanziamento sociale completa le misure con le quali si intende soffocare ogni resistenza da parte di chi è colpito dal modello, di coloro che sobran (che sono di troppo, ndt) nel linguaggio zapatista.

Nella sua analisi su quella che considera la Quarta Guerra Mondiale del capitale contro i popoli, l’EZLN insiste nel «non confondere la resistenza con l’opposizione politica», che si oppone solo a un governo ma non al sistema (vedi “Le sette tessere ribelli rompicapo mondiale ”, giugno 1997).

In quel lavoro, il compianto subcomandante Marcos sottolinea che il neoliberismo mira a “sbarazzarsi di tutti coloro che non hanno posto nella sua nuova divisione del mondo”. Non siamo di fronte a una guerra tra Stati, ma piuttosto alla conquista di territori per spopolarli e distruggerli, per ricostruirli secondo le esigenze dell’accumulazione di capitale.

Nella sua analisi, Marcos conclude che “le guerre del XXI secolo saranno contro coloro che vorranno essere diversi” (“Quali sono le caratteristiche della quarta guerra mondiale?”, 20 novembre 1999). Tutte le differenze sono comprese: di colore della pelle, genere e opzione sessuale, nazione e nazionalità e di tutti coloro che vogliono semplicemente rimanere diversi o hanno bisogno di esserlo per non scomparire come popoli.                

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Alcuni di essi sono nemici del capitale semplicemente per il fatto di vivere sopra riserve di acqua, petrolio o uranio. Il capitale ha bisogno di mandarli via per continuare a convertire i beni naturali in merce. Stiamo affrontando una guerra mondiale di espropriazione. Le zone in conflitto coincidono, in America Latina ma anche in Europa, con le zone dove ci sono molti beni comuni da estrarre, il che ci fornisce una mappa precisa di questa guerra in corso.

Abbiamo un’analisi abbastanza adeguata di ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi. Ciò che ci manca sono nuove forme di resistenza capaci di frenare la nuova guerra mondiale, poiché i vecchi modi di fare politica hanno mostrato i loro limiti, se non il loro fallimento.

Dopo il governo di Syriza in Grecia e i governi progressisti in America Latina, sembra imperativo cercare nuove strade per continuare a tenere alta la bandiera della trasformazione mondiale e gli obiettivi delle rivoluzioni sociali. Proseguire lungo il percorso istituzionale non sembra la scelta più opportuna in quest’ora decisiva per l’umanità.

Il tour zapatista si inscrive in una direzione differente, cerca l’incontro tra chi in basso sta a sinistra. Si tratta di un momento di incontro per conoscerci, accettare i nostri diversi modi e forme di camminare e cambiare il mondo. Per rafforzare e moltiplicare le resistenze in ogni luogo.

Gli zapatisti e le zapatiste non credono necessario formare apparati gerarchici con leader permanenti e grandi strutture, ciò che finisce per riprodurre il mondo che si intende combattere e trasformare. Immagino che questo possa essere un punto di disaccordo nelle nostre fila, tra quelli di noi che rifiutano il capitalismo, il patriarcato e il colonialismo. Può quindi essere un buon momento per riflettere, fare il punto e illuminare nuovi passi.

La grande sfida per quelli di noi che puntano su questo percorso non istituzionale consiste nello stabilizzare e creare spazi di incontro permanenti, cosa che raramente abbiamo raggiunto. Rimanere organizzati e attivi nel tempo, metterci in relazione in modo orizzontale tra organizzazioni e persone, è una grande sfida che richiede ascolto e rispetto reciproci.

Forse i sette principi dell’EZLN e del CNI possono servire da riferimento in questo processo di costruzioni collettive: servire e non servirsi, costruire e non distruggere, rappresentare e non soppiantare, convincere e non vincere, obbedire e non comandare, stare in basso e non stare sopra, proporre e non imporre.

Non è una semplice ricetta per il lavoro collettivo, ma sono possibili modi per rispettare le differenze e, anche con esse, continuare a condividere spazi e camminare spalla a spalla. Non sarà facile. Una nuova cultura politica non nasce per magia, dalla notte al giorno, né dal semplice sforzo di alcune persone. Richiede molto tempo, un lavoro sugli ego individuali e collettivi in modo che essi non siano di ostacolo, richiede cioè di andare controcorrente rispetto alla cultura individualistica proposta dal capitalismo.

Questo testo è un invito a coinvolgersi nel tour zapatista, ma soprattutto a condividere lo spazio-tempo con persone con le quali non la pensiamo esattamente allo stesso modo, che non coincidono con noi, o non ci piacciono per i motivi più diversi. Imparare a convivere con persone diverse non è una passeggiata in montagna in un giorno di primavera. È un impegno arduo di resistenza, essenziale per sopravvivere a un sistema che ha messo in un angolo quelli di noi che sono di troppo.

Fonte: Naiz

Traduzione: Antonio Lupo

 

I SEI COMUNICATI CHE ANNUNCIANO

IL VIAGGIO NEI CINQUE CONTINENTI

Una montagna in alto mare. Sesta parte

Lo sguardo e la distanza dalla porta. Quinta parte

Memoria di ciò che sarà. Quarta parte

La missione. Terza parte

Il bar. Seconda parte

Una dichiarazione per la vita. Prima parte

Da Comune.info

 

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Abbiamo tradotto questo interessante articolo sulle forme di attivismo sindacale all'interno dei magazzini di Amazon negli States di In These Times a firma Michelle Chen e Molly Crabapple. Questo articolo fa parte di una serie sui lavoratori di Amazon prodotta da In These Times in collaborazione con l'Economic Hardship Reporting Project.

Ispirato da suo padre e suo nonno, Sean Carlisle si sta organizzando per ottenere misure di sicurezza più forti per i suoi compagni di lavoro.

Per Sean Carlisle (uno pseudonimo), uno studente laureato di 32 anni e originario dell'Inland Empire della California, gli ultimi tre anni nel suo centro di distribuzione locale Amazon sono stati una forma di educazione. Come studente di pianificazione urbana, studia come gli ambienti costruiti modellano il comportamento di una comunità. In qualità di picker, confeziona oggetti a ritmo vertiginoso tra pile di scorte e nastri trasportatori serpeggianti mentre pratica delicatamente strategie per aumentare la coscienza politica dei suoi colleghi.

L'infrastruttura logistica di Amazon è progettata per far funzionare gli esseri umani con un'efficienza simile a quella di una macchina, ma Sean sta cercando di rendere il posto di lavoro un po 'più umano, sostenendo una maggiore protezione dei lavoratori e responsabilità aziendale nella sua comunità.

Quando ha iniziato in Amazon per la prima volta, Sean ha apprezzato quella che chiama una "fase di luna di miele". Gli piaceva che i lavoratori fossero promossi prontamente a posizioni manageriali, specialmente le persone con un'istruzione universitaria come lui. “Hanno tutte queste cose che aiutano i loro dipendenti ad avanzare. Hanno questi programmi scolastici", dice, riferendosi ai programmi di formazione professionale di Amazon. Ma circa otto mesi dopo, si rese conto che "c'erano alcune cose in corso qui che potevano essere migliorate. [Ho pensato] 'Non so se questa azienda mi piace tanto quanto prima.' "

"Il catalizzatore è stato vedere [così tante] persone farsi male", continua. Dice che i lavoratori gli avrebbero detto: "'Mi sono fatto male e mi hanno fatto la terapia fisica, e mi sono fatto ancora più male perché non mi hanno valutato bene e ora ho questo problema'". Era intorno alle vacanze stagionali durante il suo secondo anno "quando le cose hanno registrato un calo significativo in termini di sicurezza, e c'era più attenzione sulla produttività". Dice che a volte i lavoratori colpivano accidentalmente gli scaffali mentre percorrevano con i carrelli elevatori i corridoi del centro, causando il ribaltamento dei veicoli.

"I problemi di sicurezza hanno continuato a peggiorare e io ei miei colleghi abbiamo detto: 'Ehi, [la direzione deve] fare qualcosa al riguardo" ", ricorda.

Sean ritiene che la velocità con cui i lavoratori devono elaborare gli ordini - a volte centinaia di articoli all'ora - li porti a tagliare gli angoli o ignorare i problemi con le loro attrezzature. Dice che un sottoprodotto della pressione incessante per imballare più articoli più velocemente è un alto turnover tra coloro che "non sono riusciti a tenere il passo". Bruciare le nuove assunzioni crea un calo costante della forza lavoro, poiché i lavoratori temporanei entrano ed escono durante l'alta stagione.

I dati ufficiali di Amazon sugli infortuni sul lavoro suggeriscono che molti dei suoi centri logistici hanno tariffe che superano di gran lunga il magazzino medio. Tuttavia, la società afferma che queste statistiche sono principalmente una testimonianza dei suoi meticolosi rapporti piuttosto che un riflesso dei suoi scadenti standard di sicurezza. "Ci assicuriamo di supportare le persone che lavorano nei nostri siti grazie a professionisti qualificati e certificati di pronto soccorso 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e forniamo benefici per la salute leader del settore sin dal primo giorno", ha detto un portavoce in una e-mail.

Amazon afferma inoltre di aver speso "oltre 1 miliardo di dollari [in] nuovi investimenti in misure di sicurezza operativa" che includono tecnologia di protezione, procedure di sanificazione e programmi di formazione e istruzione per i lavoratori. L'azienda sostiene di “apprendere e migliorare continuamente i nostri programmi per prevenire incidenti futuri." Sean sostiene che alcuni manager hanno semplicemente omesso di prendere sul serio i rischi sul posto di lavoro. Ha ricordato la sua sorpresa quando un manager gli disse: "Se le persone non si sentissero al sicuro, non andrebbero a lavorare".

"Non è così che funziona, amico", riflette. "Le persone vanno a lavorare perché hanno bisogno di uno stipendio, non perché si sentono al sicuro."

Mentre lavorava come picker, il lavoro accademico di Sean lo ha portato a una campagna contro la prevista costruzione di un enorme impianto di carico per l'aeroporto internazionale di San Bernardino. Vari gruppi comunitari, tra cui Teamsters local 1932 e attivisti ambientali, hanno formato la Coalizione delle Comunità aeroportuali di San Bernardino per opporsi al progetto, che avvertono approfondirà lo sfruttamento economico e ambientale della regione da parte di società come Amazon, il più grande datore di lavoro privato dell'area. Nonostante una sfida legale presentata dai principali gruppi della coalizione all'inizio di quest'anno, la costruzione della struttura sta andando avanti e Sean ha ora spostato la sua attenzione per aiutare a proteggere i suoi colleghi dalla pandemia.

Un vantaggio pratico che Sean e gli altri organizzatori mirano a garantire ai lavoratori a breve termine è il congedo retribuito in modo che le persone colpite dalla pandemia possano rimanere a casa senza sacrificare i salari. L'azienda inizialmente ha fornito un congedo illimitato non retribuito per i lavoratori che si sono autoisolati a causa di problemi di salute legati al COVID-19, ma ha concluso la politica a maggio. Ora Sean sta incoraggiando i colleghi a chiedere benefici ai sensi di una nuova legge statale per i lavoratori dell'industria alimentare che prevede fino a due settimane di ferie retribuite per i lavoratori a cui è stato consigliato da un professionista medico di isolarsi o di non lavorare.

Amazon inizialmente ha sostenuto di essere esentata dal mandato. Ma come ha riferito Vice a luglio, gruppi della comunità e attivisti sindacali, insieme all'ufficio del commissario statale per il lavoro, hanno fatto pressioni sull'azienda affinché si conformasse sulla base del fatto che i suoi magazzini fungono da principali distributori di cibo al dettaglio. A giugno, circa due mesi dopo l'emanazione dell'ordine, Amazon ha finalmente accettato di seguire la legge.

Con un poster che descrive la nuova politica statale sui congedi retribuiti ora in mostra nella sala relax, Sean dice che sta consigliando ai suoi colleghi di approfittare di quella che chiama una "scappatoia" legale che consente ai dipendenti di Amazon di prendersi del tempo libero al di fuori del riparto più restrittivo dell'azienda. I lavoratori qualificati sono riusciti a usare la legge "solo per prendersi una pausa, o rivalutare la loro situazione".

Sean afferma che, nonostante la sua difesa a favore dei dipendenti di Amazon, ha evitato il tipo di ritorsione da parte del management che altri attivisti lavoratori hanno segnalato.

Allo stesso tempo, riconosce: "Non sto nemmeno cercando di [provocarli] direttamente". Quando si tratta di impegnarsi con i suoi colleghi su questioni di giustizia sul posto di lavoro, dice: "Di solito, ho una conversazione che si svolge un po' tipo,' Amico, qualcuno nella mia famiglia è appena morto, e non posso prendermi una pausa dal lavoro". "E io sono tipo," Oh, dovresti controllare la legge che è stata approvata di recente e penso che tu possa avere del tempo libero per questo ".

Sean sta costruendo un luogo di lavoro più sicuro all'interno del leviatano dell'e-commerce di Amazon, una conversazione alla volta. Figlio di un operaio siderurgico e nipote di un teamster, il suo senso della missione è influenzato dalle storie di famiglia che ha sentito da bambino su scioperi e picchetti.

Amazon, che è riuscita a tenere a bada i sindacati per anni, somiglia poco alle negoziazioni sindacali delle generazioni passate. Ma i magazzinieri e gli autisti di oggi di Amazon sono altrettanto fondamentali per l'economia della California quanto lo erano gli scaricatori, i camionisti e i lavoratori del ferro un secolo fa. "Vedo Amazon come qualcosa che probabilmente è qui per restare e probabilmente plasmerà il nostro futuro e la nostra comprensione del capitalismo e dei consumi americani", dice.

Sebbene le lotte militanti in officina di ieri siano svanite da tempo dal panorama industriale californiano, le sfide che il movimento operaio deve affrontare rimangono sostanzialmente le stesse. Quando i lavoratori si organizzano, dice Sean, possono “ritenere l'azienda responsabile e darle forma per essere l'azienda che è. Senza i lavoratori, l'azienda non sarebbe quella che è."

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