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Articoli filtrati per data: Monday, 01 Febbraio 2021

A un mese di distanza dall'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso, pubblichiamo un'intervista fatta a un compagno del Michigan nella quale si analizza quell'evento sia in prospettiva genealogica, collegandolo alla crisi del 2008, sia sulle prospettive della coalizione trumpiana e dei movimenti antagonisti. Nell'intervista si descrive il 6 gennaio come il progressivo accumulo di una coalizione eterogenea emersa dalle pulsioni scatenate dal 2008 e in reazione alle rivolte black dal 2014 al 2019, così come dagli attacchi a vari parlamenti statali negli USA nei mesi scorsi contro le misure anti-Covid. L'intervista riporta l'immagine di un campo di tensione che attraversa in modo radicale la società statunitense, che prelude nei prossimi tempi a nuovi conflitti in seguito alle profonde contraddizioni che l'amministrazione Biden non potrà modificare.

 

 

Mi chiamo Alejo Stark, sono un PdD student all’Università del Michigan, sono stato partecipe di movimenti e lotte fino da quando ero giovane, dal 2008 quando ero uno studente senza documenti e lottavo contro le deportazioni, faccio parte di organizzazioni abolizioniste in Michigan (in particolare nelle lotte per l’abolizione della polizia e delle galere) – nello specifico nella Rust Belt Abolition Radio, nata nel 2016 con l’intento di interconnettere nel lotte nelle carceri con quelle in strada (https://rustbeltradio.org), e nel Michigan Abolition and Prisoner Solidarity (https://michiganabolition.org), nato sull’onda dello sciopero delle prigioni, che fu un evento potente e storico nella storia delle lotte carcerarie negli Stati Uniti – avevamo costruito questa organizzazione per sostenere i prigionieri ribelli in Michigan e oltre.

Sto ancora cercando di comprendere di preciso cosa sia successo il 6 gennaio, in molti in realtà stiamo cercando di farlo (inclusa l’FBI ed apparati repressivi dello Stato eheh). Come poter caratterizzare quegli eventi, come inquadrare l’assalto alla capitale. La cosa va inquadrata anche in termini di genealogia, ma in prima battuta direi che può essere considerata una sconfitta. Anche se va ricordato che Marx diceva che anche una sconfitta può essere considerata come la vittoria più capace di mobilitare. Può essere sicuramente considerata una sconfitta per ora ma è un evento che rimarrà come una sorgente di radicalizzazione per il futuro, come un’ispirazione per molti elementi di questo movimento.

 

Lo snodo del 2008

Vorrei parlare più specificamente del 2008, di che cos’è il 2008, per arrivare al 6 gennaio. Se vogliamo tracciare una genealogica che risuona con il 2008 credo che dobbiamo considerarlo nei suoi molteplici aspetti. Come segno, come nome, è in qualche modo l’indicatore di una crisi economica. E lo dico perché ci sono alcune analisi sul 6 gennaio (penso ad esempio a quelle di Mike Davis e Warren Montag) in cui, penso soprattutto alla seconda, veniamo messi in guardia rispetto a una lettura “economicista” del 6 gennaio. E siccome credo sia importante tracciare una genealogia dal 2008, lo vorrei fare proponendo una critica del dogmatismo economicista, di un’analisi economicista. Ma il punto è: che tipo di economia? Di che tipo di economia stiamo parlando?

Io penso che il 2008 non abbia indicato solo l’economia dei flussi, dei processi di produzione, della creazione e distribuzione di valore come all’interno del paradigma classico dell’economia politica. Ovviamente c’è anche tutto questo. Ma c’è anche il fatto che c’è un’economia dei flussi che va anche nella direzione di un’economia dei desideri. C’è un tipo di paure, speranze, ansie suscitate dal 2008 che sono ancora qui con noi. Questa è un tipo di economia libidinale diciamo. Quindi per inquadrare il problema rispetto al 2008 credo che possiamo darne una lettura economica solo se consideriamo come queste due economie lavorino in modo congiunto.

Il 2008 ha creato sospensioni, intensificazioni blocchi, rotture, ridirezionamenti, nei flussi di queste due economie in due modi diversi: il primo è in senso economico (come un tasso di disoccupazione del 10% che è straordinario per gli Stati Uniti, numeri sui quali siamo tornati nel corso del 2020), con dati di de-classamento sociale ad esempio legati alla perdita della casa, con anche elementi della piccola borghesia bianca che hanno perso la loro casa, il tutto a vantaggio delle banche. Questo ha creato molto risentimento anti-establishment che è stato articolato dal Tea Party. Ci sono stati moltissimi senza casa, con al contempo il fatto che le banche fallite venivano invece salvate, che ha suscitato lo spirito del Tea Party, che ha definito della rabbia che si è incanalata lì.

Questo è un aspetto del 2008, ma c’è anche un altro punto che è l’elezione di Obama. A parte le critiche da sinistra che possiamo fare a Obama - come ho detto io nel 2008 ero senza documenti, e nelle lotte di allora chiamavamo Obama ‘Deporter in Chief’ (Capo delle Deportazioni), e io sono stato oppositore sin dal primo giorno – Obama ha aumentato e ampliato la politica di Bush sulle deportazioni. Ma a parte questo Obama è stato comunque il primo presidente nero degli Stati Uniti, e a livello di psicologia collettiva (forse a livello inconscio, o molto consapevole in alcuni casi), questo ha prodotto molte resistenze, molte, che proseguono. Questo intendo quando parlo del combinarsi di due tipi di economie, di due flussi cruciali.

Quindi da un lato la crisi finanziaria, la crisi abitativa la disoccupazione, e il fatto dei salvataggi delle banche, delle compagnie assicurative, e il grosso risentimento che ciò ha provocato; ma al contempo un grosso risentimento ha attraversato l’economia libidinale della bianchezza, le paure e le ansie che attraversano il corpo sociale che viene razzializzato, e che si sono polarizzate su Obama, il presidente nero. Ovviamente tutto ciò non è in assoluto nuovo, ma il 2008 ha condensato delle contraddizioni di lungo periodo.

Quindi quello che voglio dire è che se cerchiamo di tracciare una genealogia di Capitol Hill, o meglio una genealogia della coalizione trumpiana, dobbiamo partire da questa comprensione del 2008 e delle sue economie, dell’accavallarsi e intensificarsi di questi flussi. Qui insomma si situa un discorso che comprende il capitalismo razzializzato e la dimensione economicista.

 

L'eterogenea coalizione trumpiana

C’è un modo molto lineare col quale possiamo collegare il 2008 all’evento del 6 gennaio, e del modo in cui la coalizione trumpiana è stata in grado di mobilitarli e farli confluire in quella giornata (ma anche vederli crollare in quella giornata).

Dobbiamo capire che è una coalizione molto eterogenea. Ogni coalizione ha tante differenti parti, tanti frammenti. A volte c’è questa idea della coalizione come una dimensione omogenea, in cui tutti vanno d’accordo, ma dobbiamo allontanarci da questa visione, ci sono elementi molto diversi.

E penso che questo ci riporti alla serie di fratture che vedevamo nel partito repubblicano nel 2007. C’è una reazione contro gli elementi neo-con, i cosiddetti ‘globalisti’ dell’amministrazione Bush, che hanno promosso le guerre in Afghanistan e Iraq spendendo soldi “in altri paesi” – tutto questo è stato distillato dal Tea Party, che detestava Obama ma anche Bush, Cheney e quella componente. Tutto questo è stato rappresentato da Sarah Pallin, candidata come vice-presidente nel 2012, esponente del Tea Party, che criticava apertamente Bush nei comizi. Trump ha raccolto questi elementi e li ha articolati in una modalità populista se vogliamo chiamarla così. Trump ha articolato nel 6 gennaio da un lato le milizie, o i gruppi ispirati dalle milizie come i 3percenters. Se guardiamo a come si raccontano, sono nati in reazione ad Obama, pensando che stesse costruendo uno stato totalitario-socialista e che gli voleva togliere le armi.

Sono i patrioti del primo e del secondo emendamento, del diritto alle armi. Ma ci sono molti altri gruppi così. Gruppi che sono cresciuti anche in seguito ai riot del 2014, del 2015, del 2016, le proteste di Black Lives Matter che si sono susseguite durante gli anni di Obama. Grandi rivolte con distruzione di proprietà e attacchi alla polizia. Le milizie sono cresciute in risposta a questi processi “per difendere la società americana”. C’è una convergenza di queste due cose: una reazione ad Obama ma anche una reazione alle rivolte.

Le prime file del 6 gennaio, le persone che indossano le divise delle milizie e riescono passo dopo passo ad entrare al Campidoglio, sono persone addestrate, hanno tattiche specifiche, alcuni di loro prima erano poliziotti – un numero che ho letto di recente sul New York Times: il 25% dei membri delle milizie sono ex-poliziotti. Altri sono veterani delle guerre di Obama e Bush – e Trump è riuscito a mobilitarli con il discorso su queste e sul fatto che volessero togliergli le armi.

L’altro elemento è l’Alt Right, la cui genesi va sempre ricondotta al 2008, e che ha avuto una relazione tensiva con la coalizione di Trump. Per esempio Richard Spencer, il suprematista bianco, ha rotto con Trump nel 2018 in occasione della marcia “Unite the Right” su Charlottesville, in cui alcuni membri antifa e di BLM sono stati uccisi da un suprematista bianco che si è lanciato in macchina contro di loro. Lì c’era stata una rottura tra questi e altri gruppi, in cui i primi chiamavano gli altri “Alt Light” (gioco di parole tra right, destra, e light, leggero, NdT). Ma appunto c’è della tensione anche lì, una coalizione in cui non tutti sono suprematisti bianchi o non esplicitamente. Poi c’è ovviamente anche il Tea Party.

 

Dal Tea Party a Trump

C’è una persona, Dustin Stockton, cofondatore del Tea Party che ha lavorato con Steven Bannon (che ha supportato Sarah Pallin oltre che Trump come candidata del partito repubblicano) - che ha lavorato per Wall Street, avendo dunque la nomea di uno che sa come lavora l’establishment, e che ha l’idea che la civilizzazione occidentale e i valori cristiani e della famiglia si stanno dissolvendo, una posizione reazionaria che appunto promuoveva Pallin come una persona che sa parlare col popolo, che è anti-establishment, una outsider. Ovviamente Pallin corre nel 2012 con McCain ma perde e Obama viene rieletto. Ma qui c’è un legame che connette il tutto con Steve Bannon e con Breitbart. E delle volte si sovrappongo anche delle sorte di linee anticapitaliste, è difficile definire confini netti. Ci sono molte frazioni.

Stockton ha scritto un libro, “A Community Organizer. A Tea Party Story” che racconta una storia di disoccupazione nella sua comunità, di svalutazione delle case, gente che perde la casa, e qui racconta di come è diventato attivista e co-fondatore del Tea Party. E lo fa riprendendo una sorta di manuale dell’attivismo scritto dalla sinistra radicale. Lui è un organizzatore della manifestazione del 5 gennaio, prima dell’attacco a Capitol Hill. C’è dunque una linea molto chiara. Quindi: lui è un organizzatore della manifestazione del 5 gennaio. Ho passato tre ore a seguire tutti gli interventi, ed è stato a suo modo affascinante vedere come cercavano di costruire l’idea di una coalizione multirazziale.

Che mette assieme… C’è una persona, che viene introdotta da Stokton, che lavora per le forze armate aeree, che racconta che è immigrato illegalmente dal Messico, che dice che è preoccupato per il sogno americano, e che Trump sta lottando per il sogno americano. Ci sono due pastori neri che sostengono che Biden sta per distruggere tutto, che ci sta chiudendo, che non ci consente di andare in Chiesa. Quest’idea del fatto che si voglia impedire di andare in Chiesa è chiaramente aumentata col Covid e con le misure restrittive conseguenti.

Ci sono queste preghiere di massa… ci sono molti elementi diverse, questi interventi di pastori neri, di messicani, a un certo punto interviene un cinese raccontando di quanto sia terribile il partito comunista cinese. Si gioca quindi su questo ampio spettro di ansie che non è solo razziale, ma che rimanda a una lunga storia di sentimenti anti-comunisti, a lunghe tradizioni superstiziose sulla scienza e sulle autorità… a un certo punto un ragazzo interviene dicendo che il Covid è un fake, poi c’è la gente di QAnon. Come si vede è una coalizione molto eterogenea, e questo è quello che si vede alla manifestazione del 5 gennaio, prima dell’assalto del giorno dopo.

Stockton lo dice molto chiaramente: Trump è la chiara evoluzione del Tea Party, è il suo candidato naturale, è anti-establishment, contro le oligarchie, contro grandi multinazionali come Google e Facebook, quindi anche qui c’è una linea molto chiara che caratterizza e attraversa l’intera storia. Il che non vuol dire che non ci siano anche altri elementi che si sovrappongono, le persone religiose, le forme cospirazioniste a là QAnon con le sue idee sull’agente segreto Q e le sue rivelazioni…

Paure e superstizioni hanno passioni molto reali, sono articolate nel 6 gennaio (ci tolgono le armi, le chiese, saremo sfrattati per sempre…). In questo il 6 gennaio è una conseguenza del 2008, ma è importante capire che questa è una storia che si è ripetuta più volte. Ad esempio qui in Michigan hanno assaltato e preso il parlamento locale durante la scorsa estate protestando contro le misure sul Covid. Quindi è una tattica specifica usata altre volte sui parlamenti in tutti gli Stati Uniti. Quindi quello che è successo nella giornata di gennaio è stato un accumulo di esperienze che si erano già sperimentate altrove. Quindi è un qualcosa che non rimanda chiaramente solo al 2008, ma proprio a un accumulo organizzativo degli ultimi anni. Ecco questo può essere un modo per tracciare una genealogia dal 2008 a oggi in termini molto generali.

 

Il 6 gennaio e la polizia

La composizione di classe di questo movimento è molto ampia, e molto bianca (ma comunque continuano a voler dare questa impressione – non tutti, non l’alt right – di essere multirazziali. Trump in alcune zone del paese ha preso molti voti dai latinos. Ma comunque sono in grande maggioranza bianchi, e per lo più lavoratori – lontano dall’idea del bianco disoccupato. È difficile proporre un’analisi sociologica precisa comunque. Ad ogni modo molti di loro sono ad esempio poliziotti, e qui i poliziotti sono molto ben pagati, ex membri del congresso che si filmavano mentre entravano nel congresso…

Certo è chiaro che l’essere bianchi tendenzialmente allontana dalla violenza della polizia, ma bisogna comunque considerare che nell’assalto al congresso un poliziotto è stato ucciso e uno gravemente ferito, che una manifestante è morta per uno sparo in faccia della polizia. Quindi certamente altre manifestazioni non sarebbero riuscite a entrare a Capitol Hill, ma sarebbe naif pensare che non ci siano tensioni e frizioni anche all’interno del mondo della polizia, tra corpi governativi – e sulle “responsabilità” specifiche è ancora difficile capire perché tutti stanno cercando di salvarsi il culo al momento.

Ma di nuovo, sarebbe naif pensare che la polizia stia compattamente da una parte o da un’altra. Ovviamente la polizia è l’avanguardia della razzializzazione e mantiene l’ordine del capitalismo razziale, ci sono appunto però tensioni e divisioni lì dentro e in tutti i corpi come la Guardia nazionale ecc. Credo sia stato un momento per misurare la forza di questi gruppi e il tipo di supporto che hanno all’interno della polizia. E il dato è che comunque si è visto che questo supporto non è inesistente, non è zero, lo sapevamo, ma si è visto nel confronto in modo chiaro. Ma abbiamo anche visto la capacità e la forza dei gruppi organizzati dell’assalto.

Qui c’è un elemento di radicalizzazione. Loro adesso si sentono valorosi, hanno un evento, un qualcosa sul quale possono reclutare persone, hanno dei morti, elementi molto forti per costruire una nuova coalizione. Se guardiamo i loro media, la sconfitta è riconosciuta, dicono che Trump ha tradito, c’è un chiaro senso di tradimento rispetto alla dissociazione dalle violenze fatta da Trump. Quindi torniamo a Stockton, organizzatore del Tea Party, poi organizza la marcia per Trump, prima era stato con Braitbart, e sul suo blog scrive che è il momento di un terzo partito, che coi Repubblicani è finita. Quindi c’è un cambiamento, un passaggio, che sembra verso un nuovo partito, sembra ne abbiano le capacità organizzative. E questo va considerato se guardiamo per esempio a Sanders e Trump come reazioni in ritardo al 2008, la destra è sicuramente molto più avanti rispetto alla possibilità di costruire organizzazione politica di massa. È una tendenza da considerare.

 

Movimenti antagonisti nel contesto

L’Amministrazione di Biden inoltre probabilmente approfondirà un piano repressivo, vuole approvare una legge antiterrorismo contro “l’estremismo”, e sappiamo che quando lo fanno attaccano in primis gli anarchici, BLM, e i “movimenti radicali di sinistra”. Ad esempio lo scorso anno Facebook ha chiuso il profilo di It’s Going Down, una delle principali risorse per l’azione di antifascisti, anarchici, autonomi, abolizionisti, e ora il profilo non c’è più. Anche questo andrà considerato. Nelle scorse settimane gruppi di compagn a Portland e Seattle sono scesi in strada dicendo che Biden non è la soluzione. Ma dobbiamo chiederci quanto tempo passerà prima che un nuovo Trump possa incarnare e articolare questi momenti, e cosa dobbiamo fare noi nel frattempo.

L’abolizione è emersa come nome la scorsa estate, ed è stato straordinario che si sia caratterizzata così a scala nazionale. Per me l’abolizionismo è il tema più radicale della politica statunitense contemporanea. L’abolizione della polizia, l’abolizione delle carceri, è l’unico movimento che sta davvero impattando seriamente cosa significa l’eredità della schiavitù e del suprematismo bianco, e il miglior antidoto che abbiamo al fascismo in questo momento. In modo molto pragmatico. Una compagna l’altro giorno mi diceva: tutta questa gente viene dalla polizia e dall’esercito, riuscire a mettere in questione la polizia toglie anche la possibilità per questa gente, ai fascisti, di addestrarsi, di organizzarsi, in modo diretto. Penso che l’abolizionismo sia il nome che può articolare tutti questi elementi e le formazioni anarchiche, autonome, antifasciste, e anche Black Lives Matter.

Credo che tutte queste lotte vadano comunque assunte nella loro autonomia, nei loro obiettivi autonomi, non come reazioni al 2008 o quantomeno non solo a quello, c’è una relazione ma le genealogie sono diverse. Va invece rimarcato che le milizie sono una reazione, una risposta, alle rivolte, anche alle insurrezioni abolizioniste. C’è un continuo gioco, una dinamica, in questo. Io credo che noi oggi siamo in una buona posizione. Quando il nemico vuole prendere i tuoi slogan, i tuoi concetti, i tuoi programmi, vuol dire che si gioca su un terreno avanzato, una buona posizione e una interposizione. Penso che l’abolizionismo abbia rotto questo senso comune facendolo esplodere in molti modi. È un buon momento, ma dobbiamo chiederci se riusciremo ad essere ancora in questa posizione nei prossimi messi, ma non credo che queste contraddizioni verranno superate, si dissolveranno con Biden. Lui proverà a chiamare all’unità, ma credo che non sia una cosa sostenibile.

Per concludere, c’è un grosso discorso sulla Rust Belt e la working class bianca di queste zone e il suo comportamento politico. Tra chi parla di adesione a Trump, ma va considerato che qui anche Sanders ha vinto, ha battuto Clinton nel 2012, ma nel 2020 ha perso le primarie qui. Cos’è successo? Non ho risposte sociologiche, ed è difficile davvero mappare con categorie sociologiche questa dimensione di working class, così come la sua adesione a Trump. Come dicevo, la sua coalizione è molto eterogenea. È un campo molto instabile e in mutamento, alcuni degli elettori di Trump sono attratti dal discorso sul secondo emendamento, altri da altre tematiche, alcuni di loro hanno votato pure per Obama. Non credo che guardare ai numeri del voto in modo fisso ci aiuti a elaborare una spiegazione. È difficile. Penso che dovremmo trovare i modi per elaborare un’analisi in grado di mettersi in connessione con tutte quelle persone che pensano che il capitalismo non funziona. Dobbiamo trovare i modi per relazionarci con questi soggetti qui nella Rust Belt. Dobbiamo riuscire a relazionarci su questioni come la perdita della casa, la disoccupazione, anche se è innegabile che perdurino resistenze rispetto a movimenti come Black Lives Matter e quelli di cui parlavo prima. Qui c’è sicuramente una sfida, un qualcosa da costruire, come articolare sentimenti anti-establishment con una lotta anticapitalista. C’è questa idea libertaria del “la mia arma, la mia terra”, che è profondamente radicata nell’America. Non è facile pensare questa articolazione.

 

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Sebbene sia ancora presto per giudicare, sembra già che quando si tratta di politica riguardante il Medio Oriente e l’Iran, l’amministrazione Biden, proprio come l’amministrazione Trump prima, prenderà ordini dal governo israeliano.

 

Miko Peled – 28 gennaio 2021

Foto di copertina: Il vicepresidente Joe Biden e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, non colto nella foto, rilasciano dichiarazioni congiunte nell’ufficio del primo ministro a Gerusalemme, 9 marzo 2016. Debbie Hill | Pool tramite AP

Ora che il Partito Democratico è al potere in America e controlla sia il ramo esecutivo che quello legislativo del governo, farebbe bene ad ascoltare ciò che i giovani hanno da dire sull’agenda democratica riguardo a Israele e Palestina. Durante una tavola rotonda che ho ospitato prima delle elezioni, che può essere trovata sul “Miko Peled Podcast” o su Mikopeled.com, un gruppo composto da giovani elettori americani di diversa estrazione sociale ed etnia hanno discusso di ciò che pensano della piattaforma democratica riguardo a questa questione di vitale importanza.

Le voci dei giovani

Questi giovani elettori sono pienamente consapevoli che quando entrano a far parte della forza lavoro e iniziano a  pagare le tasse, quasi 4 miliardi di dollari delle loro tasse guadagnate con tanta fatica finiscono ogni anno in Israele. Questi giovani elettori hanno parlato del fatto che il Partito Democratico appoggia Israele al 110%, che i loro precedenti risalenti all’era Obama-Biden sono a dir poco preoccupanti, e che l’Amministrazione Obama-Biden ha dato a Israele il più grande pacchetto di aiuti nella storia degli aiuti esteri.

Uno dei partecipanti ha evidenziato il fatto che Kamala Harris ha dichiarato sostegno incondizionato a Israele indipendentemente dalle sue azioni, ignorando completamente le violazioni dei diritti umani di Israele. Il relatore ha aggiunto che questa è la dimostrazione che la Harris è senza spina dorsale, perché si asserve alla lobby israeliana. Un altro partecipante ha affermato che il Partito Democratico ha aiutato e favorito i crimini di guerra commessi da Israele e che la sua politica, o meglio la mancanza di un chiaro atteggiamento politico nei confronti della questione palestinese, è imperdonabile.

Più voce alle attiviste donne

Altre voci che l’amministrazione Biden potrebbe voler ascoltare sono le attiviste che lavorano e vivono in quella che viene chiamata Palestina del 1948, in altre parole, tra i palestinesi che detengono la cittadinanza israeliana. Un altro gruppo che ho ospitato, che può essere ascoltato anch’esso sul “Miko Peled Podcast” e su Mikopeled.com, era composto da attiviste palestinesi che risiedono e lavorano nella stessa Palestina. I loro commenti sul trattamento che Israele riserva ai palestinesi che detengono la cittadinanza israeliana erano i seguenti: “siamo cittadini di seconda classe per legge”. Riferendosi alla legge sullo Stato-Nazione israeliano che ha elevato lo status degli israeliani e dei loro diritti nella Palestina occupata.

“La nostra lingua è stata ridotta dall’essere da una delle lingue ufficiali di questo paese a un’altra lingua parlata”, sempre riferendosi alla legge dello Stato-Nazione che ha declassato lo status della lingua araba. Poi hanno aggiunto una dichiarazione che forse è stata la più dolorosa di tutte, che “i cittadini palestinesi sono visti e trattati come una minaccia demografica”. C’è da chiedersi , per un paese che nel ventunesimo secolo considera i propri cittadini di religione diversa e di un contesto diverso una minaccia demografica, cosa ciò significhi.

“Dobbiamo affrontare la discriminazione in tutti gli aspetti della vita”, ha detto una delle attiviste, e ha continuato, “anche riguardo i bilanci e  le risorse destinate ai comuni palestinesi considerando, come se non bastasse, che all’interno di Israele i più poveri tra i più poveri sono palestinesi”. “In effetti”, ha continuato, “il 65% dei cittadini palestinesi di Israele vive al di sotto della soglia di povertà”.

Ci sono, in particolare nella regione di Naqab, città storiche che precedono la creazione dello stato di Israele e che Israele rifiuta di riconoscere. Queste città sono note come “città non riconosciute” e all’interno di queste città risiedono oltre 100.000 cittadini palestinesi di Israele. “Le città non riconosciute non hanno accesso ad acqua, elettricità, strutture scolastiche, strade o strutture mediche”.

Nella regione del Naqab Israele ha adottato politiche in base alle quali solo i coloni israeliani possono dedicarsi all’agricoltura. Infatti, Israele fornisce incentivi agli israeliani per stabilirsi nella regione e dedicarsi al lavoro agricolo. Alla comunità beduina palestinese, invece, che è tradizionalmente una comunità contadina, è vietato dedicarsi alla coltivazione della terra. Tradizionalmente questa comunità allevava bestiame e sa come utilizzare le risorse di questa regione prevalentemente desertica per coltivare i raccolti. Tuttavia, Israele le impone di rimanere nelle proprie città e sobborghi preda della povertà e non le è permesso di dedicarsi all’agricoltura, tranne come manodopera a basso costo per i coloni israeliani. Dobbiamo ricordare che anche la comunità beduina palestinese del Naqab è cittadina dello stato di Israele.

Biden lo sa?

Il problema è che le voci degli attivisti a livello popolare raramente raggiungono le sale del potere. Il Segretario di Stato Anthony Blinken saprà mai quello che dicono i palestinesi? Le persone nell’amministrazione Biden presteranno mai attenzione alle voci dei giovani americani che sono coinvolti nell’attivismo e si preoccupano delle questioni relative ai diritti umani? Cosa servirà perché le persone si rendano conto che il sostegno al sionismo è altrettanto negativo, o forse addirittura peggiore, del sostegno ai suprematisti razziali come i Proud Boys?

Il segretario di Stato Blinken afferma di credere che Gerusalemme sia la capitale di Israele e che l’ambasciata americana dovrebbe rimanere lì. Si rende conto, tuttavia, che i fanatici religiosi di destra che sono oggi in posizioni di potere e che probabilmente acquisiranno ancora più potere nelle prossime elezioni pianificano di distruggere sempre di più la storica Gerusalemme palestinese al fine di assecondare la loro ossessione per la propria mitologia?

Ci si deve chiedere cosa diranno il Segretario di Stato Blinken e il Presidente Biden quando si renderanno conto di aver permesso ai fanatici sionisti religiosi di estrema destra di distruggere la gloriosa storia araba, musulmana e cristiana di Gerusalemme? Il riconoscimento da parte di Donald Trump di Gerusalemme come capitale di Israele ha dato un enorme impulso agli elementi più radicali e violenti all’interno dello stato di Israele e la distruzione di questi due monumenti iconici fa parte dei loro piani.

Come leader della destra radicale, Naftali Bennett si avvicina sempre di più ad ambire la carica di primo ministro a Tel Aviv, i fanatici religiosi della destra radicale si avvicinano sempre di più alla distruzione della Cupola della Roccia e della moschea di Al-Aqsa, due monumenti che hanno incoronato Gerusalemme per oltre 1000 anni. C’è da chiedersi quanto tempo ci vorrà prima che un politico americano si renda conto che il sionismo è tossico e che ha avvelenato la Palestina con razzismo, violenza e odio per quasi 100 anni.

Anche se i politici americani scelgono di negare che Israele sia uno stato razzista e scelgono di respingere l’appello palestinese a imporre boicottaggi, disinvestire e imporre sanzioni allo stato di Israele, le gravissime violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani continuano. Inoltre, lo stato di Israele attua politiche anti-palestinesi sempre  più violente e oppressive in tutto il paese. I gruppi estremisti sionisti terrorizzano le campagne, i militari e la polizia si impegnano nella distruzione delle case e delle comunità e nella persecuzione dei palestinesi ovunque.

Sebbene sia ancora presto per giudicare, sembra già che quando si tratta di politica  riguardante il Medio Oriente e l’Iran, l’amministrazione Biden, proprio come l’amministrazione Trump prima, prenderà ordini dal governo israeliano.

Miko Peled è un autore e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme.  È l’autore di “The General’s Son. Journey of an Israeli in Palestine” e “Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five”.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

 

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Sabato sera, una trentina di No Tav si sono ritrovati al Presidio Permanente dei Mulini e si sono avvicinati alle recinzioni del cantiere di Chiomonte riuscendo, quasi indisturbati, a tagliare e strappare circa 15 metri di concertina.

Non sono mancati i consueti cori che, insieme alle bandiere con il treno crociato, hanno accompagnato i No Tav in questa serata di lotta.

 Immancabile la solita reazione delle forze dell’ordine che hanno cercato di dissuadere, inutilmente, la determinazione degli attivisti con il lancio di lacrimogeni.

Avanti No Tav!

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A proposito dell’articolo scritto da Lucía Sepúlveda Ruiz “Smascherando gli ‘Indipendenti non neutrali’” (1), nel quale mostra i legami imprenditoriali delle figure più conosciute di questo gruppo, che cerca di portare una lista per la prossima elezione di convenzionali costituenti, diventa importante riflettere sul ruolo che negli ultimi 30 anni hanno giocato le grandi ONG in Cile.

Mi sembra che la critica proposta dalla Sepúlveda, quando denuncia il finanziamento che hanno ricevuto grandi ONG, come lo sono Casa di Cristo, America Solidale e TECHO, da parte di grandi imprese, non sono casi isolati, ma parte di un processo molto più profondo, di convergenza tra distinti attori provenienti dalle élite e dal mondo privato.

Propongo questo, giacché l’irruzione dell’ “oennegismo” in Cile, dal decennio dei 90 in poi, è stato completamente funzionale alle politiche neoliberali promosse negli ultimi decenni dalla classe politica. Da lì il fatto che la cosiddetta auge del Terzo Settore, non sia altra cosa che la privatizzazione delle domande della società, dove organizzazioni come la Banca Mondiale e la Banca Interamericana di Sviluppo, sono state in tutti questi anni le loro principali promotrici.

Sebbene il caso della Fondazione Teleton, sia forse il bambino simbolo dell’abbandono dello stato, attraverso una solidarietà di mercato, diffusa dalla concentrazione dei grandi media e sostenuta dai grandi gruppi economici del paese, la sua espansione è andata aumentando grazie alla cosiddetta RSI (Responsabilità Sociale Imprenditoriale).

Una Responsabilità Sociale Imprenditoriale che è stata usata da grandi imprese attraverso queste ONG, per promuovere il consumo, ridurre imposte e pulire la propria immagine, mentre queste organizzazioni della società civile si sono dedicate a creare e implementare programmi sociali a detrimento di un settore pubblico, particolarmente municipale, che si trova completamente definanziato.

È così come la RSI è stata lo strumento perfetto, insieme alle AFP (Amministratrici di Fondi Pensione), per sostenere una crescita economica basata sulla vendita di risorse naturali, senza misurare i suoi impatti sociali e ambientali. Questo giacché le AFP investono il denaro di tutte e tutti i cileni in queste medesime imprese estrattive, che dopo cercano di ridurre le imposte attraverso donazioni a grandi ONG, fatto che fa parte strutturale del modello.

La crociata di sradicamento della povertà, promossa da queste medesime ONG finanziate da grandi imprese minerarie come Barrick, Anglo American, Collahuasi, Minera Los Pelambres, dove figure come Benito Baranda e Felipe Berríos sono diventate tanto conosciute pubblicamente, non è stato altro che una “focopolítica” (a differenza dello stato del benessere di sinistra, lo stato liberal-residuale pensa a diritti e politiche focalizzati sui settori insolventi, ndt) minimalista e completamente sconnessa dalle comunità e dai territori (2).

Da lì il fatto che cercare di mettere fine alla povertà a spese dell’approfondimento di una società di consumo bancarizzata e piena di conflitti socioambientali non solo non è sostenibile, ma non è desiderabile per le grandi maggioranze che si sono sollevate dall’ottobre dell’anno 2019.

Per questo la critica ai partiti politici tradizionali, finanziati anche da grandi gruppi economici, non può essere confusa con un’idea depoliticizzata della democrazia, che vede quanto è indipendente dai partiti come qualcosa di buono in sé stesso, giacché non lo fa meno neoliberale.

A sua volta, bisogna anche differenziare queste grandi ONG, piene di conflitti d’interesse, da molte altre organizzazioni piccole e critiche di governi ed imprese, che hanno dato un forte contributo al paese. I casi della Fondazione Sole e l’Osservatorio Latinoamericano dei Conflitti Ambientali (OLCA), tra molte altre, non solo sono state critiche con la classe politica imperante, ma anche dei grandi gruppi economici esistenti.

Per tutto quanto detto precedentemente, e come ha prospettato bene il Movimento per l’Acqua e i Territori (MAT), la prossima elezione di convenzionali costituenti nei vari distretti sia un’opportunità storica per scegliere dei candidati indipendenti, non solo dai partiti politici tradizionali, ma anche dal potere imprenditoriale, clericale, mediatico e di tutti coloro che hanno cercato di portare il paese su un cammino senza ritorno, dove l’affare di pochi ha finito con il sequestrare la democrazia del paese.

 

Andrés Kogan Valderrama

 

 

(1) Articolo disponible in https://oplas.org/sitio/2021/01/04/lucia-sepulveda-ruiz-desenmascarando-a-los-independientes-no-neutrales-en-chile/

(2) Vedere libro “Colonialidad, minimalismo y focopolitica: El caso de la ONG TECHO en Argentina, Córdoba”. Disponibile in https://oplas.org/sitio/wp-content/uploads/2020/10/Colonialidad-Minimalismo-y-Focopolitica.-El-caso-de-la-ONG-Techo-en-Cordoba-Argentina.pdf

*Andrés Kogan Valderrama. Sociologo nel Municipio di Lo Prado. Diplomato in Educazione per lo Sviluppo Sostenibile. Master in Comunicazione e Cultura Contemporanea. Dottorando in Studi Sociali dell’America Latina. Membro del Comitato Scientifico della Rivista Iberoamérica Social. Membro del Movimento per il Buon Vivere Globale https://buenvivir.global/. Direttore dell’Osservatorio Plurinazionale delle Acque www.oplas.orgwww.oplas.org.

14/01/2021

Rebelión

Da Comitato Carlos Fonseca

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Manifestazioni in tutta la Francia questo sabato, la maggior parte contro la legge sulla sicurezza globale e in particolare l’articolo che vieta di pubblicare immagini di poliziotti in azione, e più in generale contro la deriva autoritaria dello Stato francese, ma anche su altri temi, come il lavoro e il sostegno alle categorie maggiormente colpite dalla crisi.

A Place de la République, a Parigi, già dal mattino iniziative e presidi, come quello del sindacato dei giornalisti, tra i più critici e battaglieri nel confronti del provvedimento definito un vero e proprio tentativo del governo di mettere un bavaglio a stampa e cittadini.

Sempre nella Capitale, ma anche in molte altre città come Lione, Lille, Nantes, Strasburgo, alle istanze di collettivi, sindacati e partiti che denunciano la repressione e il razzismo istituzionale, si sono unite quelle dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo della cultura e della musica contro le chiusure di cinema, teatri, musei e sale concerti.

Migliaia gli uomini schierati dal Ministero dell’Interno in tutto il Paese per la giornata; a Parigi decine i mezzi blindati e gli idranti della Polizia.

La corrispondenza dalla manifestazione pomeridiana a Parigi con Cesare Piccolo, giornalista e nostro collaboratore Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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E’ ormai evidente che la distruzione della sanità pubblica per favorire il profitto privato si è rivelata una catastrofe sociale.


Ammalati conici e gravi non curati, colpevoli ritardi che hanno reso le cure inutili, liste d’attesa per accedere ad analisi, visite, terapie con accessi rinviati di mesi se non di anni, costringendo moltissimi malati a pagarle o rinunciare alla cura quando non si può pagare.
Un sistema d’appalti che impoverisce e ricatta i lavoratori con stipendi da fame e assunzioni precarie. Anche i dipendenti di ospedali ed AUSL sono sottoposti a turni eccessivi e bassi stipendi.
Non è questa la sanità che vogliamo!
Occorre un mobilitazione nazionale che costringa chi ci governa a ripensare completamente questo modello di sanità. Abbiamo capito che tagliare posti letto, chiudere ospedali, trasformare la cura da assistenza alla persona in fabbrica che fa profitti per i soliti pochi non è la soluzione ma il male. Sappiamo che la lotta paga. Se riusciremo ad unire le richieste dei malati con quelle dei lavoratori della sanità sicuramente li costringeremo ad ascoltarci.
Per una mobilitazione nazionale.
No alla sanità privata: la sanità deve essere pubblica!
No alle liste d’attesa: cure subito!
- orario + salario, basta appalti: assunzioni dirette!
+ Ospedali - spese militari

Collettivo Autonomo Ravennate

Sabato 6 febbraio ore 10 – 12
via Fiume Montone abbandonato (Farmacia c.)

Sabato 13 febbraio ore 10 – 12
via A. Missiroli (ingresso ospedale)

 

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