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Articoli filtrati per data: Sunday, 26 Dicembre 2021

Per trattare di territorio come costruzione sociale al tempo del Covid è necessario ripartire dalla comunità, ancorché sradicata dalla prossimità fisica. La dimensione sociale della comunità non può essere demandata esclusivamente ad esperti e prefetti. La parola ‘cura’, in un’accezione non esclusivamente sanitaria, sollecita un lavoro che parte dai sentimenti, dalle antropologie, che opera sulle mille incertezze che caratterizzano la nostra società ricca di mezzi e povera di fini collettivi. La cura come percorso e occasione di ripensare al nostro essere comunità di destino, partendo dai territori del margine densi di pratiche ed esperienze tra sostenibilità ambientale ed inclusione sociale da portare al centro per città più abitabili. A tal fine è necessario che l’innovazione sociale provi a uscire dall’allure tecnologica o dal ritualismo delle tecnicalità progettuali orientate all’innovazione dei mezzi, promuovendo invece l’innovazione dei fini sociali e di produzione di senso collettivo. Occorre considerare le pratiche di innovazione sociale non solo come buone notizie, ma come un intelletto collettivo di nuovi corpi intermedi, ovvero, filamenti di nuova istituzionalità. Non c’è green economy senza green society, un intelletto collettivo radicato nei territori per tessere e ritessere coesione sociale. In termini di governance parrebbe logico tessere le colonne regionali per dialogare con il frontone statuale che tutto tiene e coordina per andare poi in Europa e nel mondo che verrà… dato lo stato del dibattito, un’utopia.

di Aldo Bonomi* da Malanova.info

L’articolo è tratto da Scienze del territorio. Rivista di Studi Territorialisti, numero speciale “Abitare il territorio al tempo del Covid”, 2020 Firenze University Press, pp. 118-125. 

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Che fine ha fatto il territorio come costruzione sociale ai tempi, non certo conclusi, del  Covid-19. In altre parole, dove si colloca e quale torsione di senso ha assunto la parola territorio in tempi di ‘geografi a del contagio’, di verticalizzazione da stato di emergenza, di centralizzazione delle responsabilità sanitarie e di ordine pubblico sul potere statale,  di comunicazione unilaterale top-down, con tanto di rumore di fondo digitale, e di gestione delle emergenze economiche via decreti? E ancora, qual è il posto del territorio  nella traslazione senza ritorno di parte delle nostre vite sul digitale e, in prospettiva,  come oggetto/soggetto delle politiche che discendono dai Recovery Funds europei?  Il territorio sarà in qualche modo protagonista nel mondo post-Covid al di là dei momentanei effetti redistributivi della popolazione ‘dalle metropoli alle campagne’?

Messe così le risposte sembrerebbero semplici, il territorio e le sue diversità, almeno sino ad ora, sono stati appiattite e sussunte nella logica di un rapporto verticale tra Stato e cittadini, tra Rete e utenti, con poco o niente in mezzo. I territori erano il vuoto delle città nel lockdown, erano le comunità locali attraversate dall’imperativo dell’immunità da distanziamento, erano le sirene delle ambulanze a rompere il silenzio, erano luoghi di turbolenze tra salute e lavoro. 

Microcosmi territoriali e comunità di ‘cura’ non solo sanitaria

Seguendo il filo dei miei “microcosmi”[1], a partire da marzo cerco di contribuire ad andare oltre l’appiattimento, ripartendo dalla parola comunità sussunta nel circuito comunicativo del regime di emergenza e accostata alla parola nazione, sradicata dall’accezione di prossimità fisica, alimentando quella che forse era ed è un’inevitabile retorica nazionale necessaria alla semplificazione dei messaggi dall’alto. Invitavo allora a non dimenticare che comunità non è un termine da usare con leggerezza buonistica, che presa in questa accezione un po’ pelosa non aiuta all’orientamento nel labirinto delle paure (BONOMI, MAJORINO 2018), ma doveva essere declinata come comunità di cura in un’accezione larga, basata su meccanismi di riconoscimento soggettivo e auto-riconoscimento collettivo. La comunità di cura non era ‘solo’ eroica filiera sanitaria ma questione sociale che chiamava in causa la necessità di mettersi in mezzo tra rancore e immunità. Cosa che non poteva e non può essere demandata esclusivamente ad esperti e prefetti, ma doveva e deve mettere in gioco una società di mezzo radicata sul territorio capace di orientare lo spaesamento e le paure indotte dalla fine di un certo mondo e non la fine del mondo, per riprendere la distinzione di Ernesto De Martino (2019) nel suo ragionare di “apocalisse culturale”. Per questo ho sempre parlato di ‘cura’ in un’accezione non esclusivamente sanitaria ma in senso più articolato, come lavoro che parte dai sentimenti, dalle antropologie, che opera sulle mille incertezze che caratterizzano la nostra società ricca di mezzi e povera di fini collettivi, cercando di ragionare, per quanto possibile, con un piede fuori dal contesto emergenziale. La cura come percorso e occasione di ripensare al nostro essere comunità di destino in una società in continua accelerazione, in cui il territorio rimane il contesto nel quale questo travaglio va in scena. Senza mettere in mezzo la comunità di cura, in tempi di traslazione in community virtuali, non è infatti possibile rimarginare lo iato tra intelletto, la nuda vita, e la vita nuda del corpo in tempi biopolitici in cui i medici fanno politica e i politici fanno i medici. Abbiamo così rapidamente preso coscienza che il flusso Covid-19 genera una lacerazione estrema: da una parte comprime e riduce i segni di socialità (immunitas), dall’altra induce e porta a riscoprire senso e significato dell’essere in comune (communitas, ESPOSITO 1997). Partendo dalla “voglia di comunità”, mai così forte nei mesi in cui non ci si poteva tenere per mano ed abbiamo riscoperto la comunità di cura, è diventato urgente interrogarsi sulla “comunità che viene” (BONOMI ET AL. 2015). Come ‘comunità di cura larga’, attenta ed orientata alla cura della natura, in grado di cambiare le economie verso modelli di comunità operose, temperando le tre paure che stanno in una: la comunità della paura alimentata dalla crisi ecologica, dalla crisi pandemica e da quella di natura economica. Tutto ciò partendo dalle tante solitudini che alimentano le comunità, che rimandano al ricostruire le forme di convivenza partendo dalla prossimità del fare comunità riscoprendo che il far politica, nella sua forma antropologica ‘significa dire al tuo prossimo che non è solo’, riscoprendosi così tutti in una comunità di destino esistenziale.

Che rimanda al lavoro sociale da operatori di comunità per tessere e ritessere coesione sociale soprattutto in tempi in cui, a fronte del venire avanti della comunità della paura come involuzione del rancore, non mancano gli ‘imprenditori politici delle paure’, soprattutto quando di paure ce n’è in abbondanza. Questo mi pare il senso del ritrovarsi oggi a cercare di dare senso e significato al destino esistenziale del “nessuno si salva da solo”. Partendo dal territorio, dai territori del margine che definiamo marginali ma sono densi di pratiche ed esperienze di intreccio ‘antisolitudine’ tra sostenibilità ambientale ed inclusione sociale. Da portare al centro per le città più abitabili dove abbiamo riscoperto la dimensione del quartiere, da dove ripartire nella fragilità di quella geografia delle megalopoli e delle ‘città-Stato’ che hanno evidenziato come nella metamorfosi che attraversiamo il pieno, il ritrovarsi soli nella moltitudine, produce disagio ed angoscia. In questo occorre continuare a riflettere partendo dalle opportunità della nostra geografia contaminata da una coscienza di luogo che intreccia piccoli comuni, l’Italia borghigiana e quella delle cento città, le città distretto e le aree metropolitane in divenire partendo dal margine che si fa centro, non viceversa. Più si va giù nelle terre basse delle città distretto delle nostre imprese e si entra con l’eterotopia della green economy dentro i cancelli delle fabbriche la comunità larga si fa più stretta ed interrogante le forme del come e del cosa produrre e le forme dei lavori. Si fa ricerca e si raccontano i territori delle piattaforme produttive in una transizione difficile verso geo comunità sostenibili animate da imprese e forme dei lavori in metamorfosi verso un nuovo tempo economico e sociale. Passaggio non secondario verso l’Italia che verrà, che interroga rappresentanze e parti sociali, anche loro attori non secondari nel rompere la solitudine da individualismo proprietario o da innovazione solitaria da startup e da partita IVA al lavoro senza comunità larga di appartenenza.

Fra comunità e community, quale innovazione sociale capace di benessere collettivo?

L’empatia è stata interrotta da Covid-19 e dalla distanza sociale. Noi l’abbiamo sostituita con la simultaneità dei webinar, facendo community dove non ci sono gli invisibili raggiunti nelle loro solitudini causate da differenze sociali e territoriali solo se c’è un welfare di comunità. A questo alludo quando, scrivendo di comunità larga, racconto di un’innovazione sociale necessaria per cambiare le forme di rappresentanza degli interessi professioni e della politica.
Mi ha confortato leggere nella “Media Ecology Newsletter” di Luca De Biase, la riflessione “Tra pubblico e privato, la comunità”. Perché “la vera dimensione nella quale viviamo non è quella dello Stato o quella del mercato. Noi viviamo la comunità”. Affermazioni che rimandano a interrogarsi su quale Stato, quale mercato per quale comunità di destino esistenziale, se vogliamo andare oltre le solitudini del Noi da individualismo proprietario e da monadi da tastiera. Molto dipenderà dalla capacità dell’innovazione sociale di alimentare coesione. Senza giri di parole, o l’innovazione sociale riesce a ‘contaminare’ le articolazioni della società e dell’economia, diventando parte di una nuova società di mezzo, esito delle alleanze tra pratiche innovative e istituzioni storiche (quindi nuova politica in grado di incrociare le grandi questioni collettive), altrimenti rischiano di rimanere forme di storytelling di una fase nascente di buone pratiche creative condannate alla piccola scala.

Perché questo non accada, la prima condizione è che l’innovazione sociale provi a uscire dall’allure tecnologica o dal ritualismo delle tecnicalità progettuali orientate all’innovazione dei mezzi, promuovendo invece l’innovazione dei fini sociali e di produzione di senso collettivo. Sempre più da ricostruire nella società della potenza dei mezzi di fronte all’incertezza dei fini. Da qui l’urgenza di una ‘nuova grammatica del pubblico e del privato’ condivisa tra soggetti privati, sociali, pubblica amministrazione e imprese, che possa costituire la base per l’affermarsi di un nuovo linguaggio. Fatto di politiche, pratiche sociali e progettualità imprenditoriali orientate ad affrontare, attraverso modalità nuove ed economicamente autonome, questioni e problemi che le politiche tradizionali non hanno risolto, dagli invisibili per il welfare state, sino alle forme dei lavori apolidi solo per citare due polarità iperattuali. Per farne un linguaggio occorre considerare le pratiche di innovazione sociale non solo come buone notizie, ma come un intelletto collettivo di nuovi corpi intermedi, ovvero, filamenti di nuova istituzionalità che nascono dai fianchi della metamorfosi/crisi del sistema di rappresentanza e intermediazione degli interessi e delle passioni eredità del secolo breve novecentesco. Già costituiscono nel loro proliferare sui tre temi chiave del welfare, della crisi ecologica e della digitalizzazione, tracce di azione collettiva e/o di imprenditorialità individuale o collettiva come reazione alle spinte di disintermediazione che hanno caratterizzato il salto di secolo.
Le accelerazioni indotte dal Covid-19 hanno reso più espliciti i nodi fondamentali della nostra epoca. Dalle retoriche sulla globalizzazione siamo passati ad interrogarci sul ‘new normal’. La nuova normalità scavata dal virus ha posto in luce faglie già attive nel nostro sistema e ne ha prodotte di nuove. Allo stesso tempo, il fronteggiamento del Covid ha prodotto tracce di una maggiore propensione degli attori ad inquadrare i rischi collettivi all’interno di una cornice di interdipendenza. Ecologia e digitalizzazione rappresentano i due assi di trasformazione principali che permeano le speranze di questa nuova fase della metamorfosi. Come spesso accade vengono assunte dall’alto per postulare una nuovo orizzonte di normalità, intrinsecamente migliore della precedente. Tuttavia, se la società territorializzata non ha il giusto spazio di protagonismo nel determinare la trasformazione ecologica e digitale, più che soglie di dialogo essa genera forze di reazione che alimentano potenti tensioni nella faglia. Non c’è green economy senza green society, dialettica che vale anche tra smart city e social-city, tra umano e digitale, tra prossimità e simultaneità.

La green economy non basta: una possibile rigenerazione Umanista

Questo discorso vale a maggior ragione oggi, in rapporto alla faglia madre del rapporto tra natura, cultura e tecnologia, che rimanda alla crisi dell’Antropocene, al rapido venire avanti del Tecnocene e alla necessità di mettere in mezzo un Umanesimo radicato nelle comunità e nella società. Tre sono le dimensioni di una possibile rigenerazione umanista.

1 Umanesimo digitale: si tratta di capire se l’economia del dato sarà al servizio dell’uomo, a partire dai suoi bisogni riproduttivi di base (salute, alimentazione, abitazione) secondo criteri di prossimità e cura, di libertà e responsabilità diffuse, oppure se sarà al servizio dell’uomo come macchina biologica, terminale dei consumi e puro dispositivo desiderante.

2 Umanesimo industriale: si tratta di capire se l’economia produttiva fatta di impresa e lavoro riuscirà a coniugare l’essere congiuntamente motore di modernizzazione e modello di civilizzazione (essere macchina di profitto e istituzione), così come accadde nel Rinascimento in cui “l’uomo è misura di tutte le cose” oppure se l’industrializzazione procederà secondo logiche puramente estrattive di valorizzazione economica, anche con riferimenti ai territori.

3 Umanesimo sociale: si tratta di capire se la società avrà un ruolo autonomo e propulsivo rispetto all’economia e alla politica o se ne sarà alternativamente considerata un semplice aggregato di consumatori o un un semplice aggregato di elettori. Le articolazioni sociali organizzate, i corpi intermedi e le funzioni pubbliche di base (sanità e istruzione) sono asset fondamentali di una società umanistica.

Come si declina questa faglia epocale nelle faglie territoriali? E come fare soglia? Il Covid accelera il processo di riconversione ecologica come incorporazione del limite nelle filiere produttive e nelle economie locali ridefinendo il rapporto tra metropoli smart city, aree dei margini ad alta dotazione di risorse ambientali e città medie-smart land di commutazione di saperi e competenze. Tre dimensioni tenute assieme nello spazio di rappresentazione di piattaforme a geometria variabile in cui si ridefinisce il rapporto tra Italia ed Europa, Nord e Sud del Paese, Sud e Mediterraneo, macroregioni agganciate al processo di riconfigurazione della globalizzazione nel medio raggio europeo.

Qui la faglia tra avanguardie territoriali e imprenditoriali e corpaccione in lenta riconversione impatta sulla filiera istituzionale Europa-Stato-Regioni. La riconversione induce riposizionamento delle rappresentanze sociali, interroga sul ruolo delle multiutilies, sul sistema del credito e dei saperi. Le faglie territoriali diventano così campo di una possibile rigenerazione del ruolo delle politiche pubbliche come statualità diffusa che accompagna ed innerva con scuola, università, medicina di territorio, infrastrutture dolci le piattaforme territoriali, le città sino ai piccoli comuni. La possibile rigenerazione umanistica dei territori è questione di Antropocene ma anche questione di ruolo della comunità di cura nella ridefinizione del welfare, come campo di esercizio di un’economia sociale territorializzata, responsabilizzante per le collettività locali, per i tecnici e per gli amministratori locali, in rapporto con la comunità operosa dell’impresa in transizione. Se la faglia dell’Antropocene aveva già prodotto un pur lento e contraddittorio percorso di riconversione ecologica, che speriamo possa avere impulso dalle risorse europee, la faglia del Tecnocene è invece venuta avanti con tutta la sua forza tellurica proprio in corrispondenza dell’emergenza pandemica. La massiccia e rapida dislocazione di tanta parte della vita produttiva e riproduttiva sul digitale si è tradotta in una generale remotizzazione dei rapporti sociali tale da aprire numerose faglie che si muovono da questioni macro della governance dei big data, al rapporto tra chi raccoglie/produce dati e chi li trasforma in beni e servizi di valore, al rapporto tra modelli di sviluppo e riproduzione sociale. L’imporsi del capitalismo delle piattaforme digitali impatta anche sui territori, ridefinendo il rapporto densità/dispersione urbana con effetti rilevanti sulle politiche urbane, sul governo delle città, di ridefinizione delle politiche dell’abitare e dei servizi di riproduzione sociale, quindi sui mercati real estate, sulle reti di mobilità, etc. Questo effetto rimanda all’impatto della digitalizzazione sulle forme dei lavori, sullo statuto del lavoro digitale, sulla determinazione del valore del lavoro a distanza e il rapporto tra lavori di front office e di back office. Da qui l’aprirsi di altre faglie sociali. La digitalizzazione pone nuove questioni di ridefinizione del welfare, al centro della quale sta una diversa concezione del rapporto tra tecnostrutture e dimensione umana. La complessità del combinato disposto tra Antropocene e Tecnocene richiede un grande investimento in capacità di governo, che non si riduce al dibattito più o meno Stato, ma è anche questione di mettere in mezzo un intelletto collettivo radicato nei territori per tessere e ritessere coesione sociale.

Il problema del margine è al centro: per una eterotopia (utopica) della rappresentanza

Il salto d’epoca nell’Antropocene ha rovesciato il paradigma: il problema non è il vuoto, ma il pieno; non è il margine, ma il centro il problema. Non è solo questione che riguarda il paese e ciò che resta della comunità, ma rimanda alla città e alla società che viene avanti. Non è solo questione di paesologia o di urbanisti riconvertiti o di ministero per le aree interne. A maggior ragione nell’arcipelago fatto di migliaia di piccoli comuni, di cento città e di aree metropolitane non ancora megalopoli che ci rimanda la geografia del nostro Paese. Partendo dal margine occorre mettersi in mezzo ai grandi interrogativi epocali che interrogano le forme di convivenza. Alzando lo sguardo, come ci invita a fare l’antropologa Tarpino, dalla sociologia delle macerie dei paesi abbandonati che sono una risorsa del vuoto (TARPINO 2016). Ma anche guardando al pieno abbassando lo sguardo verso le terre basse delle città infinite dell’urbano regionale delle villette a schiera, fabbrichetta dopo fabbrichetta, capannone dopo capannone, perché non ci sarà smart city senza smart land. Pare se ne siano accorti anche laggiù, quelli dell’Economia, di essere «terre fragili» se sto all’ultimo libro di Antonio Calabrò (2020). Che parte dalla parola da noi sempre evocata, «comunità», con tanto di riflessione sulla fragilità della «grande Milano» per arrivare a interrogarsi sull’umanesimo di impresa. Giustamente discutiamo e guardiamo alla tenuta delle ossature verticali della società: alla sanità e al vaccino, alla scuola nelle fibrillazioni della ripartenza. Poi alle macchine verticali del pubblico impiego e dei grandi gruppi come Eni e alle grandi banche con i loro annunci di quanto si remotizzeranno nel lavoro e infine al tessuto manifatturiero delle medie imprese in riposizionamento nella geografia del produrre per competere. Abbiamo cultura per il dialogo e anche per negoziare nella verticalità. Ne abbiamo meno per seguire non tanto il capitalismo molecolare riconosciuto nei distretti, selezionato e incluso nelle filiere, ma il suo frammentarsi in un “volgo disperso” nel disagio molecolare della moltitudine indistinta dello sfarinamento del terziario di servizio che circonda, alimenta e sorregge la verticalità. Era già diventato questione sociale con forme di luddismo dei territori del margine rispetto al centro sull’antico asse città/campagna evocato dai gilet gialli. E una nebulosa-pulviscolo del disagio di ristoratori, baristi, parrucchieri, commercianti, lavoratori dello spettacolo, precari del lavorare comunicando, gestori di discoteche in difesa del ‘distretto del piacere’, proprietari a cottimo con i camioncini della logistica, addetti alle pulizie in false e vere cooperative e i tanti sommersi nell’economia informale… Già ai tempi del lockdown era apparsa una moltitudine di invisibili non catalogabili nel codice inclusivo del welfare state. Ma oggi l’invisibilità sociale, riguarda il corpaccione della società leggibile più che con le statistiche, attraversando la nebbia che si estende dalle periferie della città, intravedendo le tante serrande abbassate delle attività. Non sarà un caso se il sindaco della Milano attraente e affluente ha posto il tema del come rigenerare la città e la sua composizione sociale in metamorfosi. Questa nebbia non avvolge solo lo sguardo del “flâneur metropolitano”, è semmai il prodotto di un vasto processo sociale generato da una spinta verticale alla modernizzazione che fa grande fatica a tradursi in civilizzazione diffusa, determinando disallineamento tra le traiettorie accelerate del progresso tecno-scientifico e delle relative tecnostrutture funzionali che io colloco nella dimensione dei flussi, e la lenta metabolizzazione politica, sociale e antropologica radicata nei luoghi. Lo iato tra verticalità e orizzontalità non riguarda solo i grandi centri, ma caratterizza l’urbano regionale delle nostre città medie, delle città distretto sino ai piccoli comuni.

La nebbia che copre le nostre piattaforme produttive segnala la crisi ecologica a cui si aggiunge la metamorfosi del capitalismo molecolare a rischio di farsi disagio molecolare. Da qui il senso del ripensare green economy e green society. Tematiche da lunghe derive della storia come ci insegna Aldo Schiavone nel suo saggio sul senso della nozione di “progresso” nella nostra epoca (SCHIAVONE 2020). Molto dipenderà da quanto questo sussulto, anche di ingenti risorse, si farà flusso dall’alto o processo dal basso nell’eterno ritorno del verticale verso l’orizzontale nella dialettica tutta politica tra potere e microfisica dei poteri. Solo partendo dai territori dove oggi, nella nebbia delle classi, si intravede il volgo disperso che un tempo veniva avanti “dai campi e dalle officine” sarà possibile rendere visibili gli invisibili. Questione che rimanda alla progettazione del futuro in mediazione operosa tra logiche ministeriali e/o territoriali e al ricostruire dentro la composizione sociale in mutamento, tessiture sociali e rappresentanze adeguate al salto d’epoca. Suadenti futurologi a proposito di digitale ci dicono sia per il lavoro e il commercio e anche per il tessere e ritessere legame sociale che, come nel lockdown che ha accelerato i tempi, basterà potenziare la rete. Anche qui credo sia necessaria una mediazione operosa tra “società automatica” e umanesimo digitale, tra quanto la banda sarà stretta o larga socialmente tra padroni degli algoritmi e microfisica dei poteri. Non credo che ci aspetti una semplice e comoda disintermediazione che rende tutto e tutti visibili. Anzi, per temperare il disagio molecolare mai come oggi occorre ricostruire rappresentanza per una nuova intermediazione intorno alla quale si ristrutturano i dispositivi di visibilità e invisibilità sociale. Come abbiamo visto, il salto d’epoca necessita di mediazioni operose sia per il come e cosa produrre che sul come comunicare legame sociale. Fa tornare attuale ciò che sembrava inattuale: quei corpi sociali che erano deputati a rappresentare le passioni e gli interessi delle persone. Certo, occorre andare oltre la sola difesa corporativa di quelli dentro le mura o nelle filiere verticali e riscoprire l’orizzontalità di una moltitudine di nuovi invisibili che sono aumentati sia per quantità che varietà sociale. Solo rappresentando e dialogando sarà possibile far diventare ambiente e digitale le parole chiave del “progresso” che tutti auspichiamo.
Per cercar di capire il “non ancora” (BONOMI ET AL. 2015), mi son messo a rileggere Becattini e De Rita. Due antropologi del capitalismo di territorio: dal sommerso ai capannoni ai distretti alle filiere e alle piattaforme che vorremmo far rivolare nel mondo per competere. Rileggere il ‘com’era’ serve a capire il ‘come sarà’. Aiuta a disegnare mappe più da antropologi dello spirito del capitalismo che da economisti in questi tempi di vita nuda le cui regole sono scritte dalla cura dei corpi che producono merci e servizi, ma anche contagio. Becattini (2015) a proposito di corpi e distretti, titolava: «Intimo è bello, ovvero verso la coralità produttiva dei luoghi», sostenendo che non è questione di piccolo è bello, ma di intimità dei nessi produttivi. De Rita (2017) scrive che occorre andare: “rasoterra e dappertutto” per capire il “localismo poliarchico” del nostro tessuto produttivo. Intimo e dappertutto sono parole negate in tempi di distanziamento sociale. Sono pratiche che negano il riprodurre nelle imprese dell’Italia fatta a mano (RAMPELLO 2019) la trasmissione dei saperi contestuali “bocca-orecchio” in tempi di “giusta distanza”. Ci aiuteranno i saperi formali incorporati nelle stampanti 3D (MICELLI 2011) in industrie 4.0 nello smart working della rete che fa community dei saperi. Dovremmo imparare dal sociale e dal volontariato e inserire nelle imprese digital angel che si mettono in mezzo tra analogico e digitale. Qui siamo e qui ci tocca saltare. Per spalmare e tessere nuovi saperi, nuove forme dei lavori nei tanti localismi poliarchici delle fabbriche a cielo aperto della pedemontana lombarda e veneta, della via Emilia che chiedono di ripartire ma sono i territori più segnati dalla geografia del male. È il quarto capitalismo dell’asse Treviso-Bologna-Milano che ha espresso il nuovo presidente di Confindustria ed è il territorio dove, più che altrove, è messa alla prova quella che Calabrò (2019) ha definito «l’impresa riformista».

Qui chiamata alla sfida di un umanesimo industriale in grado di incorporare per ripartire innovazione sia nella tecnica sia nella tutela dei corpi. Perché in tempi di pandemia non è più solo un immettere la giusta distanza nella catena del valore dentro la fabbrica, ma anche il ridisegnare la ragnatela del valore. Sarà una eterotopia, ma ridisegnare la ripartenza significa anche avere un’idea del come sarà la fabbrica diffusa delle piattaforme territoriali in rapporto alla conoscenza globale in rete a base urbana della logistica e dei servizi che la innervano e avere un’idea, che è mancata, del rapporto con la medicina di territorio nel nostro capitalismo di territorio. La ripartenza può essere un dramma se lo faremo solo con la testa rivolta al “come eravamo”, se non volgiamo lo sguardo al ‘come sarà’. Certo un’eterotopia, ma se non ora quando? Già la crisi climatica aveva battuto un colpo, Covid-19 ha suonato la campana. E la campana suona anche per le parti sociali, le rappresentanze delle imprese e dei lavoratori. Ho preso da un’intervista a Papa Francesco l’immagine di Enea che si prende sulle spalle Anchise per andare nel “non ancora”, immaginando le rappresentanze che si caricano sulle spalle il vecchio modello di sviluppo per andare oltre. Vale per il quarto capitalismo delle medie imprese se vogliamo che ce ne sia un quinto; per il sindacato con sulle spalle il lavoro che si è fatto moltitudine dei lavori; per le filiere agroalimentari con gli invisibili migranti diventati visibili e necessari… Anche qui non bastano né le relazioni industriali né gli enti bilaterali del “come eravamo”, occorre un’eterotopia della rappresentanza, perché nessuno si salva da solo. Se sollevo lo sguardo dal territorio e guardo nel cielo della politica vi ritrovo, anche per la ripartenza, il dilemma della governance: quello che rimanda alla piramide statale o al tempio greco, tante colonne con un frontone che tutto tiene. Visto dai territori dai localismi poliarchici parrebbe logico partire dalle piattaforme, tessere le colonne regionali per dialogare con il frontone statuale che tutto tiene e coordina per andare poi in Europa e nel mondo che verrà… Più che un’eterotopia mi pare, dato lo stato del dibattito, un’utopia. Anche queste servono di questi tempi.

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*Aldo BONOMI, sociologo, ha fondato e dirige l’istituto di ricerca AASTER e la rivista Communitas; su temi quali le dinamiche sociali, antropologiche ed economiche dello sviluppo territoriale ha scritto per il Corriere della sera e Il Sole 24 ore e pubblicato numerosi volumi, tra cui (con F. Della Puppa e R. Masiero) La società circolare. Fordismo, capitalismo molecolare, sharing economy (Roma 2016).

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Note

[1] Titolo della rubrica che l’autore tiene sull’edizione domenicale de Il Sole 24 ore.

Riferimenti bibliografici

BECATTINI G. (2015). La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale, Donzelli, Roma.

BONOMI A., MAJORINO P. (2018,) Nel labirinto delle paure, Bollati Boringhieri, Torino.

BONOMI A., REVELLI M., MAGNAGHI A. (2015), Il vento di Adriano. La comunità concreta di Olivetti tra non più e non ancora, DeriveApprodi, Roma.

CALABRÒ A. (2019), L’impresa riformista. Lavoro, innovazione, benessere, inclusione, Università Bocconi Editore, Milano.

CALABRÒ A. (2020) Oltre la fragilità. Le scelte per costruire la nuova trama delle relazioni economiche e sociali, Università Bocconi Editore, Milano. 

DE MARTINO E. (2019), La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino.

DE RITA G. (2017), Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana, Mondadori, Milano.

ESPOSITO R. (1997), Communitas. Origine e destino della comunità, Einaudi, Torino.

MICELLI S. (2011), Futuro artigiano, Marsilio, Venezia.

RAMPELLO D. (2019), L’Italia fatta a mano. I beni culturali viventi. Dialogo con Antonio Carnevale, Skira, Milano.

SCHIAVONE A. (2020), Progresso, Il Mulino, Bologna.

TARPINO A. (2016), Il paesaggio fragile. L’Italia vista dai margini, Einaudi, Torino.

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Un grande corteo si è snodato ieri per le strade di Jesi, provincia di Ancona.

Oltre duemila persone hanno partecipato alla manifestazione chiamata dagli operai, e poi promossa dai sindacati confederali insieme all’amministrazione Comunale, per protestare contro l’annuncio della multinazionale statunitense Caterpillar di volere chiudere al più presto lo stabilimento locale lasciando a casa i 270 dipendenti.

Irremovibile finora l’ad Chatain che non ha finora lasciato intravedere spiragli nella trattativa avviata per scongiurare la chiusura della fabbrica nonostante goda di ottima salute non avendo sofferto cali di fatturato o dei volumi di lavoro, malgrado la crisi economica causa pandemia. Le ragioni della chiusura, infatti, sono meramente economiche. L’obiettivo della multinazionale è di risparmiare sui costi di produzione dei pistoni per macchinari.

Per raccontare l’iniziativa e la vertenza, l’intervista con Mario Di Vito corrispondente dalle Marche per Il Manifesto che questa mattina firma proprio un articolo sulla vertenza Ascolta o scarica

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