ssssssfff
Articoli filtrati per data: Friday, 24 Dicembre 2021

Pubblichiamo di Raffaele Sciortino un paragrafo sull’attuale situazione interna statunitense tratto da un lavoro di prossima pubblicazione sullo scontro Usa/Cina. È il seguito dell’articolo “Dopo Trump?” sulle elezioni presidenziali di un anno fa (https://www.infoaut.org/global-crisis/dopo-trump).

Biden eredita un paese oltremodo polarizzato e sfiduciato, nonché ancora sotto la minaccia di una pandemia tutt’altro che superata sia per l’insufficienza del solo rimedio vaccinale a ovviare a una condizione a dir poco precaria della salute della popolazione proletaria1 sia per la persistente opposizione ad esso di parte della base elettorale trumpista. Al contempo, uscita non certo fortissima dal voto per il Congresso, l’amministrazione democratica deve fronteggiare una dura offensiva politica di altri centri di potere, come la Corte Suprema e singoli Stati a maggioranza repubblicana, su temi sensibilissimi quali il diritto all’aborto o le politiche sull’immigrazione.

Ma è sul fronte delle misure economiche, all’uscita dal primo anno di pandemia, che Biden deve intervenire urgentemente e in modo massiccio. Per non rimanere indietro rispetto agli interventi di Trump - quasi quattro trilioni di dollari nel solo 2020 tra helicopter money (denaro a pioggia) per tutti i contribuenti, finanziamenti a fondo perduto, crediti di imposta, detrazioni fiscali e garanzie sui prestiti alle imprese anche medio-piccole, varie indennità di disoccupazione insieme a una moratoria dei pignoramenti e degli sfratti per i ceti medio-bassi, senza contare il quasi raddoppio del bilancio della Federal Reserve al fine di mantenere liquidi i circuiti finanziari. Ma anche per cogliere il momento e tentare di rinsaldare con un piano di riforme il tessuto connettivo di una società che rischia di frantumarsi e balcanizzarsi. Di un possibile, nuovo New Deal si parla negli Stati Uniti per lo meno dalla presidenza Obama, a ridosso della crisi del 2008. Non ne è uscito niente di sostanziale, e qui sta certamente una delle ragioni di fondo dell’ascesa del trumpismo. È la volta buona con Biden? Non è così sicuro.

Dopo un primo intervento di urgenza per 1,9 trilioni di dollari in sussidi a singoli e famiglie, la nuova presidenza lancia Build Back Better. Con circa quattro trilioni previsti - molto più, dunque, del Recovery Plan dell’Unione Europea - questo piano delinea i contorni di una politica neo-keynesiana che tenga insieme sostegno alle famiglie della working class e investimenti nella cadente infrastrutturazione logistica e fisica dei territori, svolta energetica green e ammodernamento tecnologico nell’industria e nel patrimonio edilizio. Il finanziamento pubblico in deficit dovrebbe accompagnarsi, nelle intenzioni, a un maggiore coinvolgimento di capitali privati e a una rimodulazione un minimo meno regressiva del peso fiscale sui redditi alti e utili societari (compresa una tassa globale minima sui profitti delle multinazionali). L’idea è di coniugare una politica dei redditi che stoppi il declino del “ceto medio” con una politica industriale che inverta la parabola della deindustrializzazione e del crollo dei posti di lavoro “buoni”. Un trumpismo, insomma, in salsa democratica, dove il focus principale del confronto con la Cina viene spostato dalle contromisure commerciali - che comunque permangono - alla capacità interna di reazione e ripresa del tessuto industriale interno supportato da interventi statali.

Nel passaggio al Congresso il piano risulta però ridimensionato di un quarto del suo peso iniziale. Pesa non solo l’opposizione repubblicana a qualunque aumento della tassazione. Pesano anche le critiche e le manovre lobbistiche di parte democratica moderata per interventi ritenuti eccessivi (sei volte il pacchetto di aiuti Obama nel 2009) e potenzialmente forieri, con misure di stimolo tre volte maggiori del calo produttivo dovuto al covid, del surriscaldamento inflazionistico di un’economia che dal 2021 è in pieno rimbalzo “post”-pandemico. Il piano così ridimensionato viene diviso con accordo bipartisan in due disegni di legge. Uno sulle infrastrutture, fisiche energetiche e digitali, per 1,3 trilioni di dollari (ma l’intenzione di Biden è di ampliarlo al settore dei trasporti marittimi e dei porti, cruciale per le catene di fornitura degli Stati Uniti, al fine di ovviare a uno squilibrio in termini con la Cina difficilmente sostenibile a fronte delle rinnovate ambizioni nell’Indo-Pacifico). E uno sull’espansione della rete di sicurezza sociale di 1,9 trilioni, (con interventi su salari minimi, ma solo federali, assistenza alle famiglie, istruzione pubblica con college gratuiti per meno abbienti, asili nido, crediti fiscali per figli a carico) che il Senato avrebbe dovuto approvare a fine ’21. Qui il primo grosso inciampo della presidenza: un senatore democratico dell’ala moderata ha rifiutato il proprio voto a misure “assistenziali” che la sua base elettorale sente evidentemente come troppo sbilanciate a favore dei ceti bassi in un momento in cui si tratterebbe di disincentivare invece ogni remora ad accettare qualunque job a qualunque condizione (v. sotto). Dato lo scarto minimo di voti tra i due partiti al Senato, è l’intero piano Biden che rischia così di venire affossato.

grafraf1

Al di là delle cifre e di difficili interventi riparatori, dati anzi per scontati i veti incrociati nel pantano politico di Washington contro ogni ulteriore riforma seria, il punto è un altro. Da un lato, le misure di stimolo statali sono ancora poca cosa rispetto a un vero piano keynesiano di investimenti pubblici in grado di intervenire in maniera quantitativamente e qualitativamente adeguata sul piano strutturale dell’economia statunitense. Dall’altro, manca per questo una omogenea spinta sociale dal basso, che sappia riappianare il divario tra composizioni sociali (e territoriali) oramai molto differenziate come quello, per restare solo alla popolazione bianca, tra grandi città sulle coste e interno, tessuti urbani legati ai flussi globali e periferie sub- e periurbane lasciate indietro dalla globalizzazione, lavori a medio-alto contenuto cognitivo e operatori dei servizi dequalificati quando non popolazione “superflua”. Una “grande divergenza” interna i cui effetti si fanno sentire dalla partecipazione al voto all’aspettativa di vita, dai livelli di scolarità alle generali condizioni di vita e di salute e altro ancora. In sintesi, a queste condizioni, nessun nuovo New Deal è all’orizzonte, anche senza tener conto dell’assoluta riottosità (e incoscienza) delle élite a concedere qualcosa di sostanziale ai “miserabili” giù in basso, per un verso, e della collocazione internazionale degli Stati Uniti, geoeconomica e geopolitica, per altro verso, che concede oggi margini di azione toto corde differenti rispetto alla grande fase ricostruttiva del secondo dopoguerra.

Nel frattempo, anche se leggermente in calo grazie alla ripresa economica2, il deficit di bilancio oscilla sui massimi storici di sempre, mentre il deficit commerciale con la Cina è tornato a crescere in negativo3, il che rende all’interno oltremodo difficile, al di là delle ragioni propriamente geopolitiche, provare a rimodulare la tattica commerciale trumpiana nei confronti di Pechino al fine di impostare un approccio strategico complessivo.

grafraf2

Ma è soprattutto sul versante dell’inflazione che l’amministrazione Biden rischia grosso: la popolazione vede aumentare velocemente i prezzi dei beni di consumo, in primis il carburante, la popolarità del presidente ne scapita, i repubblicani al Congresso possono più facilmente boicottare i pacchetti di spesa e Trump provare a tornare in sella. Mentre, se il trend inflattivo sarà confermato, la Federal Reserve sarà probabilmente costretta nel ’22 a stringere i cordoni della borsa se non ad aumentare più del previsto i tassi mettendo così a rischio borse e ripresa economica. Un bel busillis.

Le crescenti difficoltà sono segnalate non a caso dal voto del novembre ’21 che ha fatto suonare più di un campanello d’allarme per Biden: sconfitta in Virginia ad opera del candidato repubblicano trumpista (qui alle presidenziali dell’anno precedente Biden aveva vinto con oltre dieci punti di scarto) e testa a testa non scontato coi repubblicani in New Jersey. Le elezioni di medio termine di fine 2022 - in un clima di disillusione, crescenti preoccupazioni economiche e persistente pandemia, terreno di mobilitazione no vax del trumpismo più acceso (assai più ampio dei corrispettivi europei) - potrebbero così vedere una sconfitta dei democratici e la risicata maggioranza al Congresso messa in discussione. Biden ne uscirebbe più che azzoppato, peggio che Obama nel 2010.

Avvisaglie di un secondo tempo?

La fase politica che si è aperta in Occidente con la crisi globale, vecchia oramai di un decennio, è il precipitato dell’intreccio di due processi non contingenti: la costituzione del capitale come comunità materiale dell’umanità, che vede tutta la sua riproduzione assorbita, direttamente o indirettamente, dal valore che accresce se stesso; la fine del movimento operaio come soggetto anche solo riformistico, di cui i “nuovi” movimenti sociali e la politica delle identità post-’68 si sono rivelati essere fragili surrogati. Oggi allorché la globalizzazione ascendente si è chiusa, le re-azioni sociali ripartono da un piano di soggettività assai povero e inevitabilmente con forme e contenuti interclassisti, dal confuso e spurio scontento “popolare” all’illusoria rivalsa verso le promesse non mantenute dal sistema fino a richieste di protezione, dove difficilmente emerge la vaga aspirazione a criteri di organizzazione della vita sociale svincolati dai meccanismi del mercato. Che è ancora assunto, dalla massa profonda, come piattaforma naturale suscettibile di democratizzazione, intesa però sempre meno in senso neoliberista e più propensa a un rinnovato interventismo statale. In questo quadro il neopopulismo è dunque emerso “spontaneamente” dal terreno delle contraddizioni sociali, reazione alla globalizzazione vissuta e percepita come causa di impoverimento e marginalizzazione da una massa crescente a cavallo tra proletariato e ceti medi.

A questa dinamica complessiva gli Stati Uniti hanno dato, con l’ascesa del trumpismo, non solo il contributo più pesante, ma una particolare torsione e accelerazione. Per una serie di ragioni: la collocazione egemonica semi-imperiale che nel mentre permette il drenaggio di valore dal resto del mondo espone immediatamente il fronte interno agli alti e bassi della globalizzazione; una situazione sociale via via deterioratasi nei decenni anche per settori di middle class bianca con ricadute senza pari rispetto agli stessi standard occidentali; la presenza da lunga data di una tradizione politica e sociale avversa al grande capitale in nome del libero mercato e dell’individualismo proprietario. Di qui la crescente contrapposizione tra aree urbane egemonizzate politicamente e culturalmente dall’élite finanziaria e dai professionals liberali e l’hinterland di un’America profonda già devastata dalla deindustrializzazione, paradossalmente dipendente da sussidi federali, ossessionata dal tema delle tasse che fa premio su quello dello sfruttamento salariale, con linee di classe confuse tra proletariato, piccola imprenditoria, lavoro autonomo4. Scenario particolarmente adatto a quella nuova guerra di classe di cui ha recentemente scritto Michael Lind: non una lotta globale ma un “insieme di battaglie in particolari nazioni occidentali tra superclassi locali e classe operaie locali”, le prime ancorate agli hub dei flussi globali finanziari e produttivi, le seconde disperse nell’entroterra a più bassa densità in un magma interclassista privo oramai di punti di riferimento e rappresentanze politiche. Di tutto ciò “il populismo è un sintomo di un corpo politico malato, non una cura”5.

Ora, a partire dagli sviluppi degli ultimi due anni che hanno visto gli States scossi da crisi a ripetizione - dalla pandemia con i problemi e i conflitti che ha sollevato alla mobilitazione inter-razziale per l’omicidio di George Floyd, dallo scontro all’ultimo voto per la presidenza all’assalto a Capitol Hill, alla contrapposizione sulle misure sanitarie - si può cautamente affermare che quanto va chiudendosi è oggi il primo tempo del neopopulismo. Che è come imploso su stesso, frantumandosi lungo linee contrapposte, ma affatto scomparso a misura che le sue radici sono profonde. L’ambivalenza delle spinte sovraniste, cittadiniste e classiste accenna a ridislocare le confuse istanze comunitarie su nuovi terreni, con nuove forme di cui nel pieno della crisi pandemica abbiamo visto qualche avvisaglia. L’elemento cruciale in prospettiva, al di là degli sviluppi immediati, è senza dubbio l’incipiente divaricazione trasversale ai settori - proletariato, “garantito” o precario, ceti medi disagiati e a rischio impoverimento, piccola borghesia disperata e arrabbiata - che precedentemente confusi insieme hanno cercato una via d’uscita nell’opposizione alla globalizzazione e all’élite finanziaria e politica neoliberale6. Questa non può più essere l’unica discriminante a misura che - covid docet - i problemi diventano visibilmente sempre meno gestibili dentro i recinti nazionali né una soluzione sufficiente a misura che il “popolo” si è mostrato così poco unito. Una parte, quella più convintamente trumpista, ha agitato in piena pandemia il vessillo delle “libertà” rigorosamente individuali contro ogni tipo di limitazione a suggello in ultima istanza della sacra attività di (micro)impresa, si è guardata bene dal mescolarsi con la mobilitazione anti-razzista, riducendo infine la rivendicazione sovranista ai singoli corpi che si oppongono, a torto o a ragione, alle vaccinazioni (rovesciamento paradossale della politica dell’identità della sinistra radical). Su questo versante le spinte populiste sono transitoriamente rifluite nell’alveo di un anti-elitismo ben noto alla cultura politica nordamericana, seppur con un potenziale di massa senza precedenti pronto a venire di nuovo fuori. L’altra parte, più omogeneamente proletaria, in particolare nei settori più esposti al rischio sanitario, è invece andata a “vedere” le promesse keynesiane della nuova amministrazione aderendo di massima alle misure anti-covid e alla campagna di immunizzazione come passaggio obbligato per un ritorno alla “normalità”. Come abbiamo visto, è una spinta con ogni probabilità transitoria in quanto esposta a sicura disillusione stante l’impossibilità strutturale di rieditare coalizioni e politiche newdealistiche di effettivo spessore e durata. Ma l’aspetto più interessante è che, intanto, questa spinta ha costretto Biden ad andare un minimo oltre quella che sulla carta doveva essere una presidenza ultramoderata. E, soprattutto, è su questo secondo versante che a partire dall’autunno ’21 si è palesata una ripresa di conflittualità sui posti di lavoro che, già emersa prevalentemente nei settori dell’istruzione pubblica e della sanità privata tra il ’18 e il ’19 - dopo un calo di decenni accentuatosi dopo la Grande Recessione del 2008 - la pandemia aveva poi interrotto. È quanto va sotto il nome di striketober.

Striketober

Il numero di scioperi scattati in ottobre, ma in generale in tutto il 2021, è infatti molto più alto rispetto agli anni precedenti. Si va dai metalmeccanici della United Auto Workers (UAW) della fabbrica John Deere e della Volvo autocarri, che hanno rifiutato con un voto massiccio offerte salariali inadeguate, ai membri del CWA (Communications Workers) di Frontier Communications in California; dalle decine di migliaia di lavoratori della sanità del conglomerato Kaiser agli operai dei quattro stabilimenti alimentari della Kellogg’s; dalla minaccia di sciopero dei membri di IATSE, il sindacato dei lavoratori delle produzioni cinematografiche e televisive, a settori dalla conflittualità tradizionalmente bassa come il commercio al dettaglio, l’intrattenimento, la ristorazione (con la sindacalizzazione per la prima volta di un negozio della catena Starbucks) e in generale i servizi del terziario non qualificato, dove evidentemente milioni di lavoratori sottopagati, a rischio contagio e per lo più privi di adeguata assistenza sanitaria, hanno scoperto con la pandemia di essere “essenziali”. E, ancora, minatori del carbone in Alabama, infermiere a Buffalo, operai delle acciaierie in Virginia, e tutta una proliferazione di lotte meno visibili, spesso in luoghi di lavoro medio-piccoli ma diffusi sull’intero territorio nazionale. Da ultimo, la protesta No Trucks in Colorado degli autotrasportatori a seguito di una scandalosa sentenza giudiziaria ai danni di un camionista. In più, oltre a scioperi di solidarietà organizzati da alcune sedi sindacali territoriali, i conflitti sembrano ottenere l’approvazione di buona parte della popolazione, non più così avversa o comunque distante dall’idea, già in caduta libera, di una qualche utilità dei sindacati (negli Stati Uniti solo un lavoratore su dieci risulta ad oggi sindacalizzato).

truck drivers boycott colorado

Non è qui il caso di fare una lista comunque incompleta dei conflitti in corso o appena chiusi con qualche successo. Né di farsi film luce su una ripresa in grande della lotta di classe. Per ora è sufficiente registrare come dietro striketober ci sia fondamentalmente una spinta dal basso, assai più che dall’interno dei residui sindacati esistenti, con cui i lavoratori cercano un riconoscimento in termini di salari e condizioni di lavoro nonché una giusta rivalsa dopo esser stati esposti al rischio pandemico e acquisita la consapevolezza di aver tenuto su il funzionamento delle attività essenziali per il paese. Proprio questa esperienza, inoltre, ha reso evidente soprattutto ai lavoratori meno qualificati e peggio pagati il proprio potenziale contrattuale, tanto più nella fase di rimbalzo dell’economia caratterizzata da una crescente domanda di lavoro. E in effetti gli aumenti salariali finora mediamente strappati sono i maggiori dagli inizi anni Duemila, in alcuni casi dagli anni Novanta, anche se è tutto da vedere quanto riusciranno a tenere il passo con l’aumento dei prezzi dovuto all’inflazione. In più, ha sicuramente contato l’arroganza delle imprese che hanno continuato a chiedere come d’abitudine contrattazioni al ribasso, in particolare - come è successo nelle trattative con Kellogg’s, Kaiser, JohnDeere, ecc. - esigendo l’avallo sindacale a sistemi di trattamento salariale e normativo peggiorativi per i neoassunti e divisivi per tutte le maestranze, che questa volta nella maggior parte dei casi si sono decisamente opposte.

Ma forse c’è qualcosa di più. Come ha scritto financo Paul Krugman: “quello che sembra succedere è che la pandemia ha portato molti lavoratori statunitensi a ripensare le loro vite e a chiedersi se val la pena continuare a fare gli schifosi lavori di prima“7. È un nuovo clima, un’attitudine maturata dal di dentro della cesura pandemica, che pone sotto una luce differente il significato del lavoro per la vita. Ciò sembra confermato anche da un fenomeno apparentemente di segno opposto all’emergente conflittualità operaia. È da mesi che si registra un ingente flusso di fuoriuscite volontarie dal mercato del lavoro (Mckinsey ne calcola diciannove milioni nel 20218) proprio mentre i posti vacanti sono saliti a quasi dieci milioni. Non si tratta solo di professional in cerca di migliori remunerazioni o che, realizzata l’insensatezza dello stress lavorativo, hanno optato per il pensionamento anticipato all’insegna di “let’s do things while we still can”, né tanto di licenziamenti dissimulati, che pure ci sono. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori con bassa retribuzione, orari impossibili, alto rischio di contagio - nei settori del commercio, dell’intrattenimento, della ristorazione, ma anche nella sanità e nell’insegnamento - a mollare il lavor(ett)o o a non essere disponibili a riprenderlo dopo esser stati licenziati in pandemia. Uno “sciopero generale silenzioso”, come è stato definito, che sfrutta come leva per ottenere condizioni migliori da un lato i sussidi erogati con larghezza da Trump e, per ora, confermati da Biden, dall’altro un favorevole mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, a condizioni favorevoli, si è sempre “scioperato con i piedi” lasciando il lavoro insoddisfacente per trovarne uno migliore magari in un altro stato. Questa volta lo si molla per una pausa di riflessione più lunga, diciamo così. Anche qui è inutile cercare quello che non c’è, un rifiuto del lavoro salariato tout court. Certo, però, la Great Resignation (grande ondata di dimissioni, nb) in corso è un altro dei numerosi sintomi della grande insoddisfazione della classe lavoratrice statunitense. Ben venga. Il che permette altre due osservazioni al volo (e senza pretesa di esaurire con qualche battuta temi assai complessi). La prima: l’insieme di questi segnali indica nella direzione se non opposta, comunque un po’ diversa rispetto a quella cappa di controllo totalitario che il micidiale dispositivo covid/vaccini avrebbe dovuto calare - nel remake neo-anarchico e marxista-complottista Matrix 3 - sull’insieme della popolazione. La seconda: l’ingente richiesta di forza-lavoro da parte delle imprese sulla base di una organizzazione del lavoro sostanzialmente ancora improntata alla massima intensificazione dell’attività erogata getta qualche dubbio sul presunto Gran Reset robotico-digitale che, segreto motore della crisi pandemica sempre secondo le ricostruzioni suddette, avrebbe dovuto distruggere milioni di posti di lavoro. Il nodo della ristrutturazione tecnologica è cruciale ma va collocato nell’intreccio tra sorti della globalizzazione, necessità di una grande svalorizzazione9, scontro Usa/Cina. E una decisa lotta di classe, ovviamente, senza di cui non si può dare alcuna spinta profonda all’innovazione capitalistica (il neopopulismo, comunque connotato, non rappresenta già questo passaggio dispiegato ma un suo confuso sintomo mentre le dinamiche di classe in Cina sono un fattore fondamentale dell’ascesa capitalistica di questo paese). Un nodo, dunque, assai intricato che non è certo un unico fattore del tipo pandemia a poter magicamente sciogliere, tanto meno dall’alto di un qualche fantomatico piano del capitale.

Fine del primo tempo del neopopulismo vuol dunque dire - come mostrano crisi pandemica e striketober - che le contraddizioni interne al suo precario blocco interclassista non possono più essere tacitate. Anche negli States le ambivalenze populiste sono dunque costrette a sciogliersi, non perché nel breve-medio periodo possa essere superato l’interclassismo democratico-plebeo reattivo proprio di questa fase storica - ma perché la “comunità” fin qui data tende a rompersi per ricostituirsi, eventualmente, a un altro livello in forme e combinazioni più dirompenti. Ne può emergere una prima dislocazione più classista delle classi lavoratrici con il consolidarsi dei timidi segnali di ripresa della lotta di classe. Contemporaneamente, non possono che proseguire le spinte verso un’ulteriore passivizzazione sociale e/o verso una guerra di tutti contro tutti (come in parte emerso a seguito della pandemia). Così come potrebbe riuscire, per linee interne come per l’azione della classe dominante, un compattamento della comunità social-nazionale contro i nemici esterni, in primis naturalmente la Cina. Il crescente caos interno - se non addirittura i rischi di una guerra civile a venire - ne verrebbe almeno transitoriamente sanato. Ma perché lo sia veramente è indispensabile che emerga, tra gli altri fattori in campo, una nuova, consistente Grand Strategy dell’imperialismo statunitense in grado di bloccare e invertire l’ascesa cinese e costruire un coeso fronte interno. Come per il versante economico, così su quello geopolitico siamo rimandati alla domanda di fondo della nuova fase: a quali condizioni ciò è possibile (se è possibile)?

1 V. l’impressionante quadro sanitario e sociale tracciato da A. Case e A. Deaton in Deaths of Despair and the Future of Capitalism, 2020.

 

2 https://www.zerohedge.com/economics/us-trade-deficit-shrinks-first-time-july.

3 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lanno-di-biden-13-grafici-32268#g3.

4 P.A. Neel, Hinterland. America’s New Landscape of Class and Conflict, 2018.

5 M. Lind, La nuova lotta di classe, 2020 (ed. orig. 2020), p.35 e 108: analisi onesta, dall’interno del campo democratico di matrice roosveltiana. Testimonia dell’embrionale presa d’atto, nel mondo anglosassone di sinistra, delle ragioni profonde, oltre gli stereotipi del politically correct, del populismo anche Hochuli, Hoare, Cunliffe, The End of the End of the History, 2021.

6 V. il mio Crisi pandemica e passaggi di fase: https://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/18721-raffaele-sciortino-crisi-pandemica-e-passaggi-di-fase.html.

7 https://www.ips-journal.eu/work-and-digitalisation/the-revolt-of-the-american-worker-5500/.

8 https://www.mckinsey.com/business-functions/people-and-organizational-performance/our-insights/great-attrition-or-great-attraction-the-choice-is-yours?cid=app.

9 V. B. Astarian, R. Ferro, Accouchement difficile: https://www.hicsalta-communisation.com/accueil/accouchement-difficile-episode-3-peut-on-mettre-une-crise-au-congelateur.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Condividiamo il racconto della carovana migrante partita ad ottobre dal Chiapas e arrivata pochi giorni fa a Città del Messico, che ci aggiorna sulla gestione dei governi messicano e statunitense dei processi migratori.

Dopo aver percorso più di mille km, la “carovana migrante” partita da Tapachula il 23 ottobre, in Chiapas, arriva finalmente a Città del Messico. È il 12 dicembre, giorno della Vergine di Guadalupe secondo la tradizione cattolica. L'intenzione delle persone migranti, in gran parte famiglie di origine centroamericana, è quindi quella di giungere fino alla Basilica di Guadalupe durante la notte stessa, in modo da ringraziare la Vergine per essere arrivate vive e in buone condizioni, nonostante le infinite avversità affrontate nel tragitto. Dopo cinquanta giorni di cammino sotto il sole cocente e la pioggia battente, sfidando posti di blocco e operazioni di contenimento da parte delle autorità federali, Istituto Nazionale di Migrazione (INM) e Guardia Nazionale (GN), le persone migranti vengono ricevute con manganellate e lacrimogeni dalla polizia di Città del Messico in assetto antisommossa.

Sono trascorsi solo tre giorni da quando un camion che trasportava 159 persone migranti stipate nel rimorchio, per lo più guatemalteche originarie del Dipartimento del Quiché, si é ribaltato in una curva sull'autostrada Chiapa de Corzo-Tuxtla Gutiérrez, in Chiapas: 55 persone sono morte e 104 sono sopravvissute, riportando lesioni multiple e gravi. Di fronte allo sgomento di una parte della comunità nazionale e all'attenzione dei media internazionali, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador esprime il suo dolore per quanto accaduto e rivolge un fraterno abbraccio ai parenti di coloro che hanno perso la vita nell'incidente, assicurando: “questo è l’aspetto principale, è molto doloroso quando si verificano questi casi”. Ma "questi casi" sono accaduti e continueranno a verificarsi, replicano le organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani, proprio a seguito della militarizzazione della politica migratoria messicana, che ha costretto le persone migranti a percorrere rotte sempre più pericolose e controllate da trafficanti di esseri umani che agiscono in collusione con le autorità corrotte.

Entrambi gli eventi derivano infatti da un graduale processo di esternalizzazione dei controlli di frontiera, dal sud statunitense al sud del Messico e ai paesi dell'America Centrale, sotto la pressione del governo degli Stati Uniti e con l'obiettivo principale di scoraggiare le domande di asilo nel paese di destinazione; similmente a quanto è accaduto in Europa, con il subappalto della gestione dei confini a diversi paesi dell'Africa, del Medio Oriente e dell'Europa dell’Est, come Turchia, Libia, Niger e Bielorussia. Il governo repressivo delle migrazioni agiste contemporaneamente in diverse aree del mondo.

L'inizio di questo processo risale alle iniziative di sorveglianza della frontiera e di contenimento dell'immigrazione che gli Stati Uniti hanno messo in atto a partire dagli anni Ottanta e Novanta del Novecento. La nuova dottrina di Sicurezza Nazionale si é diffusa in Messico a partire dagli anni Duemila, attraverso una serie di misure legislative e programmi per l’implementazione di aiuti economici, assistenza tecnica in attività d'intelligence, presenza militare e di polizia: il Plan Sur (2001), la Legge sulla Sicurezza Nazionale (2005), l’accordo che ha riconosciuto l’Istituto Nazionale di Migrazione come istanza di Sicurezza Nazionale (2005), l’Iniziativa Merida (2008), il Programma Nazionale di Sicurezza Pubblica (2014-2018), il Programma Frontera Sur (2014). Inoltre, a partire dal 2019, il governo messicano si è impegnato nella riduzione dell’immigrazione irregolare disponendo 21 mila agenti della Guardia Nazionale a difesa delle frontiere nord e sud, con l’intenzione di scongiurare la minaccia del presidente Donald Trump d’imporre dazi doganali del 25% sulle importazioni messicane nel caso in cui non venisse contenuto l’ingresso irregolare di persone migranti. Questo lungo processo di chiusura e indurimento della politica migratoria messicana si é definitivamente consolidato grazie alle misure di controllo sanitario e le limitazioni imposte al traffico terrestre considerato non essenziale, attraverso la frontiera sud e nord, in linea con le misure internazionali per il contenimento della diffusione del Covid- 19.

L'imponente dispiegamento di militari della Guardia Nazionale, che intervengono in coordinamento con gli agenti di Migrazione, ha fatto sì che il Messico non costituisca più un paese di transito per le persone migranti, ma sia divenuto bensì un muro di contenzione, un paese di attesa forzata e di deportazione. La città di Tapachula, che costituisce la principale porta d'accesso da cui intraprendere la rotta costiera che dal confine con il Guatemala conduce al nord del Paese, attualmente assume le sembianze di una città carceraria. Conformemente si restringe la possibilità di procedere in grandi gruppi, così come di ricorrere a strumenti istituzionali di regolarizzazione, i flussi migratori si spostano dalla costa verso rotte più interne e pericolose.

carmigra 2

La carovana partita il 23 ottobre da Tapachula è riuscita ad avanzare verso Città del Messico dopo una serie di tentativi di carovane precedenti, violentemente represse e dissolte nei limiti dello stato del Chiapas da parte di agenti dell’INM e GN. Tra la fine di agosto e l'inizio di settembre, migliaia di persone haitiane hanno cercato di fuggire dalla paralisi di Tapachula, dove erano rimaste forzosamente bloccate per mesi. Qui hanno vissuto nell’interminabile attesa di ottenere un appuntamento presso la Commissione Messicana in Aiuto a Rifugiati (COMAR) o di ricevere un permesso di soggiorno per motivi umanitari dall'INM, in totale assenza di informazione. Hanno sofferto quotidinamente gli effetti di un razzismo sistemico, affrontato il rischio di cadere vittima delle frequenti retate degli agenti di Migrazione e quindi di essere deportati, hanno disperato per la difficoltà di trovare un lavoro formale e dover pagare affitti elevati seppur in condizioni di sovraffollamento.

Le operazioni messe in piedi per repimere e dissolvere queste carovane haitiane sono state di una durezza straordinaria, con cariche estremamente violente, rastrellamenti a tappeto tra piantagioni di banane e irruzioni senza mandato nelle case della popolazione locale, abbondante uso di strategia a tecnologia militare. Sono emerse numerose testimonianze a carico di agenti dell’INM che hanno strappato o sequestrato risoluzioni positive di rifugio e permessi umanitari vigenti, nella più totale e smascherata violazione del diritto nazionale oltreché internazionale. Contemporaneamente i media filo governativi hanno sostenuto la campagna presidenziale di criminalizzazione delle stesse persone migranti, delle organizzazioni coinvolte nel monitoraggio del rispetto dei diritti umani e dei giornalisti impegnati sul campo in reportage di denuncia. Questi ultimi infatti hanno potuto documentare l'uso di droni e accerchiamenti massivi di agenti dellla GN dotati di armi lunghe, minori separati con la forza dai genitori come strategia di dissuasione a procedere, deportazione e detenzione di persone rifugiate e dotate di regolare permesso di soggiorno, abbandono forzato delle persone migranti in aree remote e selvagge della frontiera sud o direttamente in Guatemala.

Attualmente Tapachula continua ad essere una prigione a cielo aperto, dove il fallimento umano di una politica di contenimento forzato è stato semplicemente occultato tramite lo spostamento della popolazione migrante dal centro storico verso la periferia della città. Ancora oggi circa 3 mila persone haitiane, tra cui molte famiglie con minori, si trovavano abbandonate tra cumuli d’immondizia sul piazzale dello Stadio Olimpico, senza informazioni né accesso ai servizi basici, come acqua potabile, cibo e cure mediche. Altre centinaia di persone dormono poco distante sul ciglio di una strada a lunga percorrenza, che occupano frequentemente come forma di protesta per l'interminabile attesa degli autobus gestiti dall'INM, che arrivano sporadicamente per trasferirle in diversi stati del paese. In alcuni casi autisti e popolazione locale tentano autonomamente di sgomberare la strada dai picchetti, ma i migranti hanno imparato a difendersi a tutti i costi. Inoltre non esiste comunicazione ufficiale della destinazione di questi viaggi e, solo grazie alle testimonianze dirette delle stesse persone migranti e di alcune organizzazioni della società civile, emerge un panorama di totale abbandono delle persone nelle strade di diverse città o presso installazioni periferiche, nella più completa incertezza e mancanza di attenzione da parte delle istituzioni responsabili, come nel caso del Centro sportivo Xonaca a Puebla.

La militarizzazione di Tapachula ha reso praticamente impossibile intraprendere la via costiera del Chiapas, cui si accede attraversando il fiume Suchiate. Per proseguire sul percorso che dal confine con il Guatemala porta al centro e al nord del Messico esistono altre due alternative principali, più interne e insicure, controllate da cartelli e gruppi criminali organizzati nel traffico di esseri umani in connivenza con funzionari corrotti. Il secondo cammino è quello della foresta, che dal passo di frontiera del Ceibo attraversa Tenosique e Palenque. Il terzo è il cosiddetto corridoio centrale, a cui è possibile acceder tramite vari passi che conducono alla zona montagnosa tra Comitán de Domínguez e San Cristóbal de las Casas. Dalle case di sicurezza dove vengono rinchiusi i migranti lungo queste rotte, il viaggio prosegue verso diversi punti del confine settentrionale.
È proprio lungo la rotta centrale che, il 9 dicembre, si è ribaltato il camion a rimorchio, lasciando sulla strada un centinaio di feriti e 55 storie di vita spezzate, famiglie, amici e comunità colpite duramente e per sempre. Secondo Rubén Figueroa, membro del Movimiento Migrante Mesoamericano, "il prezzo pagato per ogni posto in un camion oscilla intorno ai 5 mila dollari, il camion che si è ribaltato trasportava circa 160 persone migranti, il che equivale a circa 800 mila dollari di profitti per il cartello che traffica esseri umani". Il traffico di persone migranti stipate nei camion è una realtà molto diffusa in Chiapas, insieme agli autobus e alle carovane di auto che quotidianamente lasciano il sud del paese in direzione della frontiera con gli Stati Uniti.

carmigra 3

Al di là delle complesse stime sui profitti milionari dei cartelli, è evidente che la militarizzazione delle frontiere e la dissoluzione violenta delle carovane migranti, che assicurano una certa protezione alle persone che avanzano collettivamente, ampliano i margini di azione delle reti di traffico e tratta, in collusione con le autorità di diversi livelli di governo. In concreto le politiche migratorie applicate nel corridoio Centro America-Messico-Stati Uniti privilegiano le azioni di contenimento delle migrazioni piuttosto che combattere le organizzazioni che commettono crimini contro le persone migranti. Emerge quindi una contraddizione fondamentale tra, da un lato, il discorso in difesa dei diritti umani enunciato dal presidente messicano di fronte alla comunità nazionale e nei fori internazionali, dall’altro lato, il dispositivo di sicurezza nazionale che assicura l'attrazione di risorse da parte del governo statunitense e alimenta il mercato di vari tipi di trafficanti e funzionari conniventi.

Finalmente le 55 persone migranti guatemalteche hanno ricevuto un vero abbraccio in un commosso e sincero addio. Nel pomeriggio del 14 dicembre, l'instancabile carovana, arrivata due giorni prima a Città del Messico, si è nuovamente incamminata dal Rifugio del Pellegrino, decisa ad occupare le strade della capitale per portare la propria voce fin sotto agli uffici dell'INM e denunciare pubblicamente l'assassinio di persone migranti in cerca di un vita migliore. Più di 300 persone degne, capaci di infrangere la contenzione di Tapachula camminando per 50 giorni come una sola famiglia, hanno marciato per le strade del lussuoso quartiere di Polanco, per gridare la loro rabbia e dare l’addio ai compagni e alle compagne migranti tra danze, canti, cori, preghiere, fiori e candele, promettendo con orgoglio e determinazione che la loro lotta per la libertà continuerà.

Anna Mary Garrapa - Città del Messico, 18/12/2021

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il 23 dicembre la cabina di regia del governo Draghi ha emesso le nuove misure di contrasto alla quarta ondata del Covid-19.

Senza entrare nel dettaglio delle prescrizioni, la durata del Green pass a sei mesi (dal 1° febbraio), e richiamo terza dose a quattro mesi sono le iniziative più rilevanti.

La rincorsa all’ennesima onda virale si poggia sulle ormai consuete basi: responsabilizzazione degli individui che dovrebbe, e non può, sopperire le deficienze organizzative collettive.

L’assioma vaccini = normalità si sta rivelando fallace, un fallimento annunciato e le responsabilità sono chiaramente della classe politica. Questo governo, più che mai a trazione padronale, è in grado di elaborare la propria azione politica unicamente in funzione della tutela dei profitti a breve termine.

Si tenta di difendere manifattura, export, consumo produttivo e turismo, o se preferite di “salvare il Natale”, attraverso la nuova “normalità”, incarnata da vaccini, produzione e consumo in attesa che la tempesta passi.

Queste politiche non sono solamente inique, faziose e in favore dei ricchi ma sono profondamente miopi perché la tempesta non passa.

Questa quarta ondata era perfettamente prevedibile e annunciata dagli addetti ai lavori che non prestano il fianco supini alla politica o alla spettacolarizzazione della propria posizione.

La sua prevedibilità si fonda essenzialmente su due macro-fattori.

In primis, la gestione del vaccino come merce prodotta e commercializzata seguendo logiche oligopolistiche e geopolitiche ha minato una distribuzione delle inoculazioni su scala globale, rapida ed efficiente. Tale dinamica ha lasciato, e lascia, spazio alla riproduzione dello stesso virus, la cui prolungata sopravvivenza aumenta le possibilità di moltiplicazioni di varianti. Fatto che puntualmente sta avvenendo, tenendo il mondo col fiato sospeso ogni qual volta un istituto sanitario nazionale convochi una conferenza stampa.

In secondo luogo, c’è il dato empirico sull’inefficacia dei vaccini nel bloccare la trasmissione e circolazione del virus. Tale affermazione è supportata, sin dall’estate, da quanto avvenuto in

paesi ad alto reddito con popolazione esigue che si sono accaparrati enormi quantitativi di vaccini in grado di “immunizzare” il proprio paese in archi di tempo ridotti. Israele ed Emirati Arabi Uniti sono i casi più emblematici.

Quindi, sappiamo da circa sei mesi che i vaccini sono a scadenza, ossia dopo un periodo variabile tra i 4 e i 9 mesi gli anticorpi prodotti tendono a svanire o a perdere efficacia.

Il risultato in termini pratici è il seguente: la popolazione vaccinata non solo si infetta e può infettare ma può anche contrarre la malattia, seppur più raramente, nella forma grave con tutte le nefaste conseguenze.

Purtroppo l’assurda polarizzazione del dibattito sui vaccini, impone dei chiarimenti. Riscontrare che i vaccini non siano la soluzione non vuol dire screditare la loro efficacia nel tutelare la salute collettiva.

Infatti, vale la pena sottolineare che rispetto agli stessi picchi virali del periodo pre-vaccinale, il numero dei vaccinati che occupano posti letto e terapie intensive è crollato.

Circa l’80% delle terapie intensive, e percentuali ancora più alte nei decessi e nei ricoveri, sono occupate dalla popolazione non vaccinata.

Tuttavia, l’assioma vaccinazione uguale green pass (rafforzato) che permetta una vita produttiva e sociale normale è stato ampiamente screditato. I vaccini non mettono al riparo ma tutelano la salute e soprattutto ritardano, ma non annullano, la curva pandemica e il conseguente collasso del sistema sanitario.

Con collasso sanitario non si può intendere la situazione drammatica sperimentata nella fase pre-vaccinale, che ha significato 138 mila morti e circa il 30/40% di terapie intensive occupate, ma si intende la persistente inibizione per la popolazione di accedere a cure sanitarie, la cui erogazione era gerarchizzata e messa a dura prova ben prima dello scoppio della pandemia.

Ad oggi, il 10% delle terapie intensive è già occupato, ci sono 8.544 ricoverati con sintomi (22/12) e quasi 400.000 isolamenti fiduciari, e siamo all’inizio dell’ascesa virale della quarta ondata.

I dati elaborati dalla fondazione Gimbe sull’incidenza dei positivi sui tamponi molecolari restituiscono chiaramente l’intensità e la dinamica dell’ascesa pandemica.

grafico covid

Tuttavia, il collasso sanitario è dato dall’incalcolabile dato sulla diminuzione di visite e controlli da parte della sanità pubblica alla quale la popolazione è potuta accedere.

Gli effetti reali di una sanità pubblica smantellata in uno stato emergenziale, che ormai perdura da due anni, saranno visibili solo nel tempo ma si può affermare con certezza che saranno profondi, e soprattutto diseguali.

La disorganizzazione alla quale ci costringono sta spingendo milioni di cittadini a diventare clienti della sanità privata.  

Gli imprenditori del settore, vale la pena ricordarlo, stanno facendo affari d’oro, dalle farmacie ai laboratori, dalle case di cura private alle multinazionali accaparrano denaro sulla nostra salute collettiva con quote maggiori rispetto al passato.

Questa nuova ondata con le sue paternali conferenze stampa e conseguenti nuove norme restrittive mette in evidenza una volta in più l’inadeguatezza e la pericolosità della comunicazione politica del governo dei migliori: vaccinatevi e siete al sicuro.

Questa retorica, falsa e pericolosa, nasce dalla necessità del governo di convincere il maggior numero di persone possibile a vaccinarsi senza assumersi il rischio dell’obbligo vaccinale, con l’obiettivo di scaricare la deflagrazione della situazione e le mancanze del sistema sanitario sull’irrazionalità individualista di circa il 15% della popolazione.

Sono mesi che tecnici e politici spergiurano a reti unificate che bastava un’iniezione e tutto si sarebbe risolto tornando a canti e balli.

Com’era facilmente prevedibile, la contrapposizione tra vaccini e tamponi si è rivelata dannosa per il tracciamento ma utile a scaricare i costi dei tamponi e dell’organizzazione locale della prevenzione sul nostro portafoglio.

A tal proposito la pretesa di tamponi rapidi e molecolari gratis per tutt* deve diventare un asse del nostro attacco.

L’infantilizzazione della comunicazione politica verso la popolazione può essere annoverata tra i molti elementi che stanno svuotando di senso le “democrazie” liberali occidentali.

Si continua a far finta di aver risolto il problema perché il popolo non capisce la complessità del problema e non si può ammettere che non si è investito nulla in trasporti, prevenzione e tracciamento, con briciole a sanità e scuola.

L’Istituto Superiore di Sanità, che si è rivelato ben integrato nel sistema-paese, si è prestato ad ogni operazione politica del governo e non ammette che su alcuni nodi, tipo i vaccini, non si hanno certezze ma si naviga alla cieca.

Infatti, come gli infettivologi più sinceri ammettono, di questo virus e della sua relazione/reazione ai vaccini si sa ancora troppo poco.

Un esempio a tal proposito, è quello che riguarda la famigerata e risolutiva, di nuovo, terza dose.

I proclami di governo hanno continuato con la linea “questa è quella buona”, mentre la stampa asservita titola che “Moderna abbatte queste percentuali”, “Pfizer immunizza per tot tempo” e nemmeno un mese dopo ci ritroviamo con Israele e Germania che annunciano la quarta dose.

Notizia che il Dottor Crisanti definisce preoccupante poichè dimostrerebbe la presenza di dati che contraddicono una presunta maggiore durata degli anticorpi prodotti dalla terza inoculazione.

Nemmeno la terza è quella buona, pare, ma come dirlo al popolo caprone?

Senza che le forze politiche abbiano il coraggio di dirlo, stiamo andando verso uno schema fondato su due vaccinazioni l’anno, acquistate a caro prezzo, circa 17 € a dose alle multinazionali statunitensi.

Infatti, da gennaio il green pass rafforzato, se questo strumento sopravviverà, varrà appena per sei mesi, e poi che succede? O la pandemia finisce o si continua con i vaccini.

Di nuovo, davanti ad un’incombente minaccia generalizzata alla salute pubblica, non pensiamo che due dosi di vaccino l’anno siano necessariamente un problema, ma è chiaro che l’opacità della comunicazione e l’assenza di soluzioni reali non faranno altro che rinforzare i fenomeni di irrazionalità di massa che diventano integrati nella forma di governo della crisi. Fenomeni che per forza di cose si sposano parzialmente con dei richiami anti-sistema e una critica dello scientismo, ma che in ultima istanza si fondano sulla perpetua assenza di un punto di vista in grado di porre la questione della fuoriuscita collettiva dalla crisi al primo posto. Di nuovo il nocciolo del problema è che alla normalizzazione capitalista del virus si può rispondere solo con una messa in discussione totale delle forme di organizzazione della produzione e riproduzione dell’attuale sistema di sviluppo. 

La partita sembra essersi ridotta ad una sfida tra le capacità tecnologico-sanitarie delle multinazionali e la mutevolezza del Covid-19, con tutti gli altri attori, noi compresi, che fanno da spettatori. Ma questa farsa ideologica che si piega comodamente alle varie esigenze degli schieramenti in campo non può che generare un ulteriore destrutturazione del vivere sociale, aprendo la porta a scenari sicuramente poco promettenti, ma in cui toccherà muoversi con lo sguardo attento alle tendenze che pottrebbero emergere, mentre la crisi silenziosamente dilaga sempre di più oltre la sfera sanitaria.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

EDF lascia tracimare 900 litri di scorie radioattive nella Drome. 

Buon Natale ! Il 21 dicembre 2021, EDF ha annunciato di aver inquinato il suolo e l'acqua sotto la centrale di Tricastin, nella Drôme. 900 litri di effluente dalla zona nucleare sono traboccati durante un travaso a fine novembre e si sono riversati nella rete di raccolta delle acque piovane. Si sono infiltrati nel terreno fino a raggiungere la falda freatica. Del trizio è stato rilevato nel mese di dicembre in concentrazioni particolarmente elevate: fino a quasi 29.000 Bq/l. Si tratta di quasi tre volte il massimo raccomandato dall'OMS, uno standard già elevatissimo, fissato a 10.000 Bq/l per l'acqua potabile.

Poiché il trizio è un derivato dell'idrogeno, un elemento particolarmente fine, si diffonde molto facilmente attraverso materiali e rivestimenti. Provoca anche danni al DNA. La contaminazione dell'acqua, rilevata l'11 dicembre, persiste per altri 10 giorni successivi: oggi si aggira intorno agli 11.000 Bq/l.

EDF specifica che l'acqua radioattiva è contenuta in un “recinto geotecnico” , quindi separato dal resto delle acque sotterranee. Ma cosa ne sarà di queste acque contaminate? E che dire del suolo, anch'esso contaminato? Cosa accadrà quando questi terreni saranno spazzati via dalle piogge? Il comunicato ufficiale è rassicurante, ma EDF è davvero in grado di “trattenere” il trizio che ha rilasciato nell'ambiente?

Nel 2018 EDF ha annunciato un budget di 3,2 miliardi di euro per estendere di dieci anni questo impianto di Tricastin, che aveva già superato i 40 anni, anche se la sua durata era inizialmente fissata a 30 anni, nel 1980. La maggior parte delle vecchie centrali nucleari francesi hanno visto prolungata la loro attività. E l'associazione “uscita dal nucleare” individua una serie di “incidenti” che generalmente passano inosservati. Nei giorni scorsi, ad esempio, due centrali elettriche sono state fermate per emergenza.

Nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 dicembre 2021, il reattore 1 della centrale nucleare di Cattenom, nella regione del Grand Est, si è spento improvvisamente. Un problema elettrico ha causato lo spegnimento della turbina del reattore, che si è poi arrestata automaticamente. La sera del 16 dicembre 2021, il reattore 1 della centrale nucleare di Gravelines, nell'Alta Francia, si è improvvisamente spento. Ricordiamo che il governo Macron si sta impegnando a spingersi ancora oltre nel settore nucleare, con la costruzione di 130 reattori sperimentali entro il 2030. La Francia è il Paese con più nucleare al mondo.

L'energia nucleare è una follia: l'industria atomica tiene in ostaggio l'intera umanità, perché è impossibile fermare questo dispositivo avanzato altamente pericoloso, né uscirne senza il supporto del sistema tecnocratico. In caso di collasso ecologico, crisi globale o bancarotta dello Stato, sarà una catastrofe: bisognerà anche subire gli effetti di una crisi nucleare totale. L'energia nucleare tiene in ostaggio anche le generazioni future per centinaia di migliaia di anni. Pretendere di padroneggiare questa tecnica, far credere che l'essere umano sarebbe infallibile è una questione di orgoglio sproporzionato. Quello che gli antichi greci chiamavano "hybris" , il peggiore dei difetti. Tutto questo per un'energia sempre più costosa e che dipende dall'estrazione dell'uranio in Africa.

Fonte: https://www.sortirdunucleaire.org

Da: Nantes Révoltée

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Ieri si è concluso lo sciopero del carrello delle detenute del carcere di Torino a cui ha aderito almeno un terzo della popolazione della sezione femminile. E' stata una protesta partecipata non solo al carcere delle Vallette ma anche nel resto d'Italia, parallelamente a Torino le Mamme in piazza per la libertà di dissenso hanno organizzato una raccolta fondi per sostenere le detenute. Di seguito ripubblichiamo il commento di Dana, ancora privata delle sue libertà tramite detenzione domiciliare, sull'iniziativa. 

Evviva è #Natale!!! Continua lo sciopero del carrello delle detenute del carcere di Torino per chiedere in primis venga approvata la legge sulla liberazione anticipata speciale di 75 giorni estesa a tutta la popolazione detenuta, compreso il 4bis.

Denunciano le condizioni spesso invivibili del carcere, la carenza di percorsi educativi e di reinserimento una volta fuori, la difficoltà ad accedere alle misure alternative a causa di un Tribunale di Sorveglianza troppo impegnato a punire, piuttosto che a dare una possibilità di riscatto. Che dire, ci sono passata. Proprio in una cella identica a questa della foto. Immaginatevi che bella speranza può nascere in un luogo così. Sosteniamole, diffondiamo la voce!

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Rischio... "Pacco di Natale” per gli oltre 400 lavoratori GKN di Firenze, da mesi in lotta contro la dismissione del sito produttivo di Campi Bisenzio dietro la parola d’ordine “Insorgiamo!”.

L’advisor della Qf spa, Francesco Borgomeo, ha formalizzato l’acquisto del 100% delle quote di GKN Driveline Firenze. “Fine del rischio licenziamenti. L’azienda ritira la messa in liquidazione e viene ritirata l’impugnazione contro il ricorso vinto dai sindacati sulla vecchia procedura di licenziamento”, dice Borgomeo, intenzionato – parole sue – a essere “un ponte per traghettare Gkn verso uno dei due pretendenti che assicura di avere: un’azienda farmaceutica e un’altra di componentistica per le energie rinnovabili”.

Forte perplessità arriva però dal collettivo di fabbrica GKN, per la mancanza di un piano industriale reale e annunciato fin da ora.

Le valutazioni di Dario Salvetti, lavoratore GKN, rsu Fiom e Collettivo di Fabbrica. Ascolta o scarica

Di seguito, il documento approvato dall’assemblea dei lavoratori Gkn :

1 E’ stato annunciato sui giornali il passaggio di proprietà da Gkn Firenze da Melrose a Francesco Borgomeo. E’ un accordo tra privati i cui termini probabilmente non saranno nemmeno mai conosciuti fino in fondo. Noi non possiamo che prendere atto di questo passaggio, su cui non c’era nulla da concordare con noi e nulla, per il momento, è stato concordato. I termini di questo passaggio dovrebbero essere spiegati non sui giornali, ma con una comunicazione dettagliata in sede istituzionale.

2 I licenziamenti in Gkn sono stati sconfitti non una ma due volte. Avevamo detto che se sfondavano qua, avrebbero sfondato dappertutto. Qua non hanno sfondato. E questo è quanto portiamo in dote a chiunque voglia trarne coraggio, lezione, bilanci, metodo. Il rischio ora è di essere in un nuovo calcolo. Entriamo in una fase di attesa, dove non si rischia la morte improvvisa ma per lenta agonia. Chi ci acquista non ha un proprio piano industriale ma lo fa per venderci a un terzo soggetto industriale. E veniamo acquistati non per tornare a fare semiassi, ma per una reindustrializzazione che potrebbe comprendere lo svuotamento totale del capannone e una produzione completamente diversa. Un’operazione complessa la cui riuscita è tutta da verificare. E’ la fase dove rischiamo di fare la fine della rana bollita di Chomsky. La rana immersa in un pentolino d’acqua fredda prova sollievo quando accendi il fuoco perché avverte un certo tepore. Man mano che l’acqua sale di temperatura la rana si abitua al calore. Quando infine avverte pericolo di morte, l’acqua calda le ha tolto ogni forza e non riesce più a saltare fuori dalla pentola.

3 Non si smobilita, quindi. La mobilitazione forse cambierà nei tempi e nei modi. Ma non smette, per tre ragioni fondamentali: primo, perchè niente è stato ottenuto. Non c’è stato alcun accordo. In secondo luogo, perché anche se accordo sarà, l’assemblea dei lavoratori e il territorio rimangono a guardia e supervisione di ogni passaggio della reindustrializzazione. E infine non smobilitiamo perché siamo arrivati qua assieme e continuiamo assieme. La solidarietà che abbiamo ricevuto non muore, si trasforma e si mette a disposizione. Vi siete fatti un favore unendovi alla lotta. Ci dobbiamo tutti il favore di continuare. Il nostro “Insorgiamo” continua così come continuerà il tour toccando nuove città. E lanciamo subito un nuovo “tenetevi liberi” per marzo. Lo lanciamo a tutti i solidali, a chi era in piazza il 18 settembre, alle vertenze in crisi, ai precari, agli studenti, alle reti di lotta ambientalista. Si continua a convergere e a insorgere.

4 Per quanto ci riguarda il passaggio di proprietà avviene in piena continuità occupazionale e di diritti. Manteniamo stessi posti di lavoro e stessa accordistica. E avviene in continuità di salute dello stabilimento visto che l’abbiamo preservato e curato. Così è, così dovrà essere. Qualsiasi soggetto industriale arrivi, lo deve fare mantenendo diritti e posti di lavoro. Non saremo mai terreno di operazioni opache o di ricatti.

5 Tuttavia il passaggio di proprietà non avviene in continuità produttiva. Gkn Firenze viene comprata ed “estratta” dal gruppo Gkn e dalla filiera produttiva. Diventa una società a sé stante senza volumi e senza missione industriale. I macchinari rimangono qua ma cessano probabilmente di avere una funzione. In un modo o nell’altro quindi Gkn Firenze viene smantellata. Certo, viene smantellata sotto la promessa di impiantare un’altra produzione. E probabilmente una produzione che non c’entra nulla con i semiassi. Così forse salveremo 500 posti di lavoro ma un altro pezzo dell’automotive se ne va. E non è questione di essere affezionati all’automotive. Il problema è un altro. Qua c’era una storia industriale di decenni che veniva dalla Fiat. E questa storia viene chiusa non per una decisione collettiva o per un piano sociale. Ma perché un fondo finanziario ha deciso, di concerto con Stellantis probabilmente, che qua non si dovevano più produrre semiassi. Noi non ne usciamo sconfitti, ma c’è poco da cantar vittoria: rimangono migliaia di posti di lavoro a rischio in tutto l’automotive e lo Stato esce da questa vicenda come un semplice passacarte.

6 Proprio per questo la nostra proposta di Ppms, di Polo Pubblico per la Mobilità Sostenibile, rimane in campo. E confermiamo l’attività del gruppo di competenza contro le delocalizzazioni. Rimane cioè in piedi la collaborazione con ricercatori e ingegneri solidali. Rimane la legge antidelocalizzazioni da promuovere, insieme ai giuslavoristi progressisti.

7 I macchinari, come abbiamo detto, rimangono qua. Ma senza volumi e probabilmente con un accordo di non vendita alla concorrenza, rimangono magari per essere girati a Melrose più avanti. In un modo o nell’altro, quindi, il fondo li porterà via da qua. Per quanto ci riguarda invece il principio non cambia. E’ quello che ci ha sempre guidato: macchina entra, macchina esce. Per ogni macchinario che esce, ci deve essere chiarezza su quali macchinari arrivano. Altrimenti, come già detto, da qua non esce uno spillo.

8 I licenziamenti sono sconfitti e c’è una prospettiva di ripartenza. E’ vero. Ma la prospettiva si colloca nel futuro ed è tutta da verificare. A breve invece i passaggi concreti coincidono parzialmente con la volontà di Melrose: l’eventuale ammortizzatore interviene a sollevare un privato dai nostri stipendi, cessa la produzione di semiassi a Firenze, Gkn Firenze è una società che si avvia al termine. Se quindi la prospettiva futura non si verificasse, rimarrebbe solo la chiusura e la delocalizzazione. Per questo il percorso verso la reindustrializzazione deve essere sancito da un accordo chiaro, dettagliato, granitico nei tempi e nelle certezze.

9 Abbiamo chiesto che lo Stato intervenisse da subito nel capitale di Gkn Firenze a garantire tale percorso. Ci è stato risposto a più voci che non ci sono le condizioni di un intervento pubblico. Ma in verità l’intervento pubblico c’è e ci sarà. C’è perché Invitalia e il Mise di fatto danno benedizione e garanzie a parole che si tratta di un’operazione credibile e seria. E ci sarà perché l’eventuale ammortizzatore e i corsi di formazione saranno probabilmente fatti con soldi pubblici. L’intervento pubblico c’è, quindi, ma si limita a monitorare dalla finestra. E di questi tipi di monitoraggi abbiamo già apprezzato la mancanza di efficacia.

10 Per tutte queste ragioni deve essere convocato un incontro in sede istituzionale e chiediamo un accordo che sancisca: rientro dei lavoratori degli appalti all’interno del percorso di continuità occupazionale, continuità dei diritti e dei posti di lavoro anche con il futuro soggetto reindustrializzatore, presentazione di un piano industriale certo e dettagliato, tempistiche certe con un termine entro il quale l’assenza di progressi chiari preveda l’intervento dello Stato e il passaggio al nostro piano industriale, piano di formazione concordato e chiaramente finalizzato, accensione di un ammortizzatore sociale che preveda l’integrazione economica e principi chiari di rotazione, incontri di verifica costanti del piano, prepensionamenti o pensionamenti o uscite volontarie devono avvenire con una previsione di saldo occupazionale, l’analisi e la presa in considerazione di tutta l’elaborazione del nostro gruppo di competenza solidale e quindi l’analisi con pari dignità anche delle proposte di reindustrializzazione elaborate dai lavoratori e dai soggetti solidali territoriali.

“Insorgiamo” non smobilita. Tenetevi liberi a marzo.

Abbiamo salvato la fabbrica per il territorio, con il territorio. E per il territorio, con il territorio, la rimetteremo in movimento.

Continuiamo a farci il favore della lotta. Continuiamo a essere classe dirigente.

Non crediamo alle favole o ai supereroi. Crediamo che le nostre debolezze possano scrivere la storia.

Da Radio Onda d'Urto

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Riprendiamo da Sulla Breccia questo contributo del Collettivo TILT che funge da apertura di un lavoro di inchesta su sanità, salute e sanità che verrà pubblicato a puntate.

Pubblichiamo la prima parte di un’inchiesta collettiva sui temi della salute e della sanità a due anni ormai dall’irruzione sulla scena mondiale della pandemia. Un punto di vista autonomo, di parte, è sempre più necessario di fronte a quanto sta accadendo: nell’astrusa gestione governativa, nelle pressioni dei grandi concentrati di potere e di capitale, nella sarabanda mediatica, persino nella grandi proteste di piazza, la salute ai tempi della pandemia è stata infatti la grande vittima, nonostante la retorica martellante che la voleva al centro di questi due anni dannati.

Il primo contributo che pubblichiamo è una testimonianza ragionata nell’Odissea di Asugi, tra tracciamenti mancati, sviamenti, bollettini di guerra e abbandono (economico, sanitario, sociale).

L’attesa

Questo piccolo reportage nasce dall’attesa.

Alcune delle persone che lo hanno pensato sono, infatti, precipitate da poco nella quarantena o nell’autoisolamento (oppure ne sono appena uscite) e stanno sperimentando da vicino quella sensazione di sospensione che pervade chiunque sia stato costretto alla “Odissea di ASUGI” [1], come l’abbiamo presto ribattezzata.

Io sono fra quelle.

Mentre scrivo, ragiono sul fatto che la fisiologica preoccupazione per le conseguenze di aver contratto questo maledetto virus e per le condizioni di salute mie, condizioni fortunatamente ottime, e delle persone a me vicine e che potrei aver contagiato, sono tutte sensazioni che sono sparite rapidamente, sono state risolte, anzi, grazie alla presenza di una rete capace di rispondere con efficienza alle ansie che mi avevano colto nelle prime ore della malattia.

L’attesa ha sostituito tutte queste sensazioni.

Nel frattempo, isolato nel piccolo appartamento di 40 metri quadri che abito, di solito, con il mio compagno, scambio link e messaggi su Telegram con le altre persone parte della rete di cui sopra, specialmente con quelle che vivono ora la mia stessa situazione.

Discutiamo in particolare di alcuni articoli, usciti sulla stampa locale negli ultimi giorni, che ammettono candidamente l’integrale venir meno di ogni pratica di tracciamento per oltre 2.700 casi nel solo Friuli Venezia Giulia [2]. 

Il pezzo fa il paio con un’intervista alla dottoressa Ariella Breda, responsabile del Dipartimento di Prevenzione dell’ASUGI, comparsa su Il Piccolo del 10 novembre [3]. Qui, uno dei pezzi grossi della sanità nostrana, dopo una rapida stoccata ai Nemici Di Sempre (“I no vax positivi, quando li chiamiamo, spesso hanno un atteggiamento più polemico […] ma poi, tutto sommato, constatiamo che perdono un po’ della voglia di protestare“), puntava il dito contro un nuovo colpevole, granello di sabbia in quello che parrebbe il meccanismo altrimenti ben oleato messo in piedi dalle Forze del Bene contro la Pandemia: l’Omertoso.

La dottoressa Breda raccontava, infatti, che il tracciamento era in affanno a causa di chi rinunciava consapevolmente a segnalare i contatti stretti avvenuti nel periodo di incubazione del Covid.

Per l’ennesima volta, dall’inizio della pandemia, le responsabilità venivano fatte colare, senza un briciolo di vergogna, dai palazzi da dove provenivano verso il basso, come liquame.

Non una riga, di quell’articolo, si pronunciava sulle evidenti falle della sanità pubblica, manco per denunciare le banalità sotto gli occhi di tutti: che i miliardi tagliati alla salute negli ultimi anni [4], ad esempio, oltre a costare posti in terapia intensiva, hanno un prezzo elevatissimo soprattutto in termini di azzeramento della medicina territoriale, proprio quella che nell’isolamento coatto della quarantena potrebbe fare davvero la differenza, attraverso il contact tracing e la vicinanza al malato.

Confrontandomi con le esperienze vissute negli ultimi mesi da alcune compagne, trovo conferma di quanto pensavo: già dall’inizio dell’autunno in corso, il tracciamento è andato in tilt, non essendo quasi per nulla praticato dalla Azienda Sanitaria.

La stessa ASUGI, con un annuncio pubblicato sul proprio sito in data 11 novembre 2021 (il giorno successivo la diffusione dell’intervista alla dottoressa Breda), annunciava di aver assunto 12 medici con contratto di lavoro autonomo e co.co.co. (sic!) “per potenziare l’attività di prevenzione, profilassi e tracciamento” [5].

Ma la colpa non era degli Omertosi?

Omertosi o no, io sono risultato positivo a un tampone rapido il 22 novembre. A una settimana di distanza, nessuno mi ha ancora contattato per chiedermi conto dei miei contatti stretti.

Mia madre, che avevo sfortunatamente visitato proprio la sera in cui avevo iniziato a perdere la sensibilità olfattiva, si era segnalata come sintomatica, e aveva così avuto accesso a un tampone molecolare nell’arco di quattro giorni. Lo stesso aveva fatto una mia amica, con cui avevo avuto contatti ravvicinati nella finestra di probabile maggiore contagiosità.

Mia sorella e il suo ragazzo, residenti in Germania e ospiti da mia madre la sera in cui avevo cenato da lei, erano in autoisolamento da giorni. Il dottore della Guardia Medica con cui avevano cercato di confrontarsi, saputo che non risiedono in Italia, si era messo a ridere amaramente e aveva aggiunto: “tanti auguri!”.

Il mio compagno aveva ricevuto asilo da alcune amiche. Anche lui rinchiuso in una stanza, mascherine per muoversi per la casa e tamponi rapidi ogni giorno, in attesa di un qualche segno di vita da ASUGI che gli consentisse la certezza di un test molecolare e gli desse una qualche copertura per le assenze dal lavoro accumulate.

Erano questi gli omertosi di cui parlavano?

Tutte queste persone avrebbero preferito di gran lunga essere contattate dal Dipartimento di Prevenzione, per togliersi ogni dubbio e avere a disposizione gli strumenti adatti per far fronte alla situazione imprevista in cui erano incappate.

Invece, restava l’attesa.

“Guarda che a me han chiamato per fissarmi un tampone e poi basta. Non ho sentito nessuno per quasi due settimane. Nessuno mi ha chiesto come stavo, nessuno mi ha contattato per segnalare nulla, non ho manco ricevuto il provvedimento di quarantena. Mi hanno fissato il tampone e poi son spariti, completamente, non mi hanno più richiamato. Anche chi si è autosegnalato come contatto a rischio non è mai mai stato ricontattato e quando, dopo oltre una settimana, ha chiamato per chiedere se poteva fare un molecolare in privato per “liberarsi”, gli hanno detto di no, che doveva aspettare loro indicazioni“.

Era questa, l’attesa.

Una sensazione che forse le generazioni più anziane capiscono solo in parte, ma che gli ultraventenni e gli ultratrentenni della mia rete conoscono alla perfezione. È la cornice culturale in cui siamo cresciute, tutto sommato: il bilico, la precarietà che si condensa nell’attesa ansiogena di una telefonata (che sia per il colloquio di lavoro o per il tampone, poco cambia).

A questa attesa ci ho già fatto il callo, il cellulare me lo porto al cesso comunque.

Ho già fatto pace con questa attesa, e poi sto bene, ho la malattia pagata, un buco di appartamento in cui, però, ora sto da solo, un esercito di persone pronte a precipitarsi da me se avessi bisogno di medicine, di spesa, di libri o di erba buona per passare il tempo.

Ma gli altri? Ma io, se uno di questi aspetti – la salute i soldi la tranquillità i vizi – dovesse venir meno, quanto potrei reggerla, questa attesa?

Come decidere di radersi i capelli

Non lo so, ma, per come stanno le cose, direi dieci giorni.

L’attesa è rotta trascorso questo lasso di tempo dall’inizio dell’isolamento, quando mi sono ormai messo nell’ottica che le giornate di malattia le trascorrerò al telefono, nella speranza di intercettare qualcuno che abbia il potere di programmarmi un tampone di controllo (e magari di emettere il certificato di quarantena, che ancora non ho ricevuto).

Mi sto armando intellettualmente allo scontro con l’apparato burocratico, quando mi suona il telefono: a sorpresa, è il dipartimento di prevenzione (dieci giorni d’attesa: non male, visti i presupposti, rifletto sarcastico).

La persona che mi ha telefonato è estremamente cortese e attenta, o forse sono pure io che – dopo diversi anni passati a sopravvivere lavorando nella jungla dei call center – non posso fare a meno di empatizzare con il mio interlocutore, conoscendo alla perfezione la sensazione di trovarsi davanti al computer, con una cuffia, molta noia e nessuno strumento adeguato per rispondere compiutamente alle domande di chi sta all’altro capo del telefono.

Mi chiede come sto (è la prima volta da dieci giorni che la sanità pubblica se ne preoccupa).

I CCCP mi inondano il cervello e sono tentato di rispondere che non studio, non lavoro, non guardo la tv, eccetera eccetera.

In realtà, a lavorare ho un pochino ricominciato, a causa del beffardo contrappasso di autosfruttamento riservatomi da un mestiere che mi permetterebbe di fare un po’ quel cazzo che voglio, quindi mi risolvo a dire “io sto bene”. In questo caso, è almeno parzialmente vero: i sintomi influenzali sono scomparsi da oltre una settimana e ho anche iniziato a recuperare gusto e olfatto.

Dopo dieci giorni di oblio, è davvero una formalità questa telefonata: lo sappiamo entrambi.

Vive da solo?

No, non vivo da solo, di solito: vivo con il mio compagno, ma abbiamo scelto di trascorrere l’isolamento separatamente… è una persona a rischio.

Mi rendo conto in quel momento di parlare con un medico, una persona che può forse fugare qualcuno dei molteplici dubbi che ci attanagliano dall’inizio della pandemia; mi ritorna pure alla mente mio moroso: “usala, la mia diagnosi, usala sempre, se ci può far ottenere qualche informazione in più, ché almeno ‘sto stigma di merda serva a qualcosa“.

Sa, è sieropositivo, aggiungo.

Silenzio, all’altro capo.

Il solito silenzio.

Cristo, questo qua – come sempre – non sa di che cazzo parlo.

Come il medico di base del mio compagno, l’unico con cui era riuscito a intrattenere un confronto, già a marzo del 2020: non uscire per nessun motivo, ripeto, non uscire per nessun motivo! Fatti portare la spesa a casa! Usa i guanti e la mascherina, se proprio devi abbandonare la base!

Ve le ricordate, le introvabili mascherine, un anno e mezzo fa?

Ve lo immaginate, il conseguente stato d’animo generato da queste parole in una persona, come tutti, già bombardata dal terrorismo mediatico, dai bollettini di guerra, dallo #stateacasa?

All’epoca, dividevamo una stanza di pochi metri quadri in una casa malandata (lo squat, per gli amici) e lì ci eravamo rintanati.

Poi erano arrivate le linee guida del Ministero della Salute: “le persone con HIV in trattamento antiretrovirale efficace, con un numero di CD4 maggiore di 500 e con viremia controllata, per i dati oggi a disposizione, se contraggono il Covid-19 non hanno un rischio di peggior decorso rispetto a una persona HIV-negativa” [6].

Da lì in poi, avevamo mangiato la foglia e avevamo iniziato ad autogestirci, a organizzare pic-nic clandestini settimanali e a dare supporto concreto alle compagne con cui avevamo iniziato a organizzare i gruppi mutualistici di aiuto.

Le linee guida del Ministero parevano messe in discussione, qualche mese dopo, dai primi studi organici sul tema [7-8], ma i dati disponibili non chiarivano nessuno dei nostri interrogativi.

Il cuore della faccenda erano quelle sei parole, buttate giù non a caso dai funzionari della sanità pubblica: “per i dati a nostra disposizione“

Significava che non ce n’erano, di dati utili: è un’emergenza, bellezza, la priorità non puoi essere tu.

La dottoressa che seguiva da anni la persona con cui dividevo casa e vita, era scomparsa.

La stessa professionista che, fino a un attimo prima, poteva sempre essere consultata, con cui mio moroso aveva discusso di terapie, di sesso e di droghe, che anch’io avevo conosciuto e di cui conservavo il numero di telefono e la mail, era stata inghiottita dalle corsie della terapia intensiva.

È davvero un’emergenza, quella che stiamo vivendo, una di quelle belle emergenze permanenti a cui il neoliberismo ci ha abituati: a 22 mesi di distanza dal presunto inizio della pandemia, nulla è cambiato; il “mio” compagno incrociava la “sua” dottoressa per 10 minuti al massimo, una volta ogni 3 o 4 mesi, il tempo di leggere le analisi periodiche e di scappare.

Al telefono e alle mail non risponde più.

Il silenzio, in realtà, è durato qualche attimo appena.

Torno al telefono.

Soppeso la voce della persona che conversa con me e cerco di indovinarne l’età e i possibili riferimenti culturali: probabilmente si sta immaginando aloni viola, fiumi di sostanze e affollate orge frocie.

Magari.

Riprendo il filo.

Dopo otto giorni di isolamento, nessun sintomo e una serie quotidiana di test antigenici negativi, abbiamo concluso ragionevolmente che se l’è scampata. Ma sa, preferirebbe averne la certezza e avere la copertura del periodo di assenza dal lavoro.

Dico così al mio cortese interlocutore.

Lui si barcamena, obietta che non può fare un certificato di quarantena retroattivo.

Gli faccio notare con educazione che sarà la stessa soluzione che adotteranno con me e aggiungo che così facendo disincentivano le persone dall’assumere comportamenti responsabili: e chi se lo può permettere, l’autoisolamento, se non mi coprite manco la malattia?

Mi ascolta, si arrende, mi mette in attesa: mi informo (e il mio istinto da telefonista mi dice che sta andando davvero ad informarsi, e che un po’ la situazione se l’è presa a cuore).

Resto appeso ad ascoltare il sottofondo musicale, fino a quando la comunicazione non riprende: sì, ok, si può fare, ma lo devo mettere in quarantena altri quattro-cinque giorni, oppure gli fisso un molecolare e aspettiamo i risultati, ma i tempi son più o meno quelli, più uno-due giorni per le risposte.

Mi arrendo io, ora. Non si preoccupi, si arrangerà con ferie e permessi.

Il cortese interlocutore non obietta nulla e mentalmente lo ringrazio per questo, perché sto davvero cominciando a esaurire ogni verve polemica.

Ci lasciamo con qualche domanda di routine (è vaccinato? ha idea di dove possa aver contratto la malattia?) e nessun vero e proprio tracciamento; mi preoccupo io di segnalare mia madre: la contatteremo subito, non si preoccupi (e così, in effetti, sarà).

Ne esco con un tampone di controllo prenotato fra qualche giorno e con la certezza che quanto riferitomi dai compagni è vero.

“Ma ASUGI te ga za ciamà per el secondo tampon, che me son perso?” “Sì, grazie a F. dio can. La baba la ga ciamada per dirghe che el suo tampon iera negativo e ela ghe ga pianto el morto che no i me gaveva ancora ciamado…“.

“Oh teniamoci in contatto e ricordiamo alle autorità sanitarie la nostra rispettiva esistenza: passaparola e rompere i coglioni, se ne esce solo così“.

Andiamo bene.

Note:

[1]Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina

[2]https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2021/11/26/news/covid-ricoveri-in-aumento-in-fvg-oltre-2-700-casi-non-tracciati-1.40961871

[3]https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2021/11/10/news/poca-collaborazione-e-molti-casi-di-omerta-tra-i-positivi-al-covid-la-gente-e-stufa-e-non-collabora-cosi-il-tracciamento-e-difficile-1.40905048

[4]In FVG, il simbolo di questo processo è ovviamente la riforma sanitaria targata Serracchiani, bocciata perfino dalla Corte dei Conti per l’impatto avuto sul servizio pubblico e sul taglio della spesa sanitaria pro capite (https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/GEN/amministrazione-trasparente/FOGLIA15/FOGLIA_2/allegati/2018/Deliberazione_Corte_dei_Conti_9_2018.pdf pp. 281 e ss.).

In perfetta continuità, si sono poi inserite le politiche di chi allora criticava la riforma dall’opposizione: sotto la giunta Fedriga, si è infatti continuato a registrare il progressivo taglio di posti letto ospedalieri e i connessi scandali legati al presunto potenziamento delle terapie intensive dell’era pandemica (https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2021/11/25/news/in-fvg-e-scontro-sui-posti-letto-di-terapia-intensiva-assistenza-adeguata-1.40960721); recentissimamente, poi, il piano di riorganizzazione del servizio di ASUGI mette in luce la volontà di dimezzare i servizi territoriali attivi nella città di Trieste (https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2021/12/03/news/il-piano-asugi-per-trieste-dimezza-i-distretti-sanitari-e-i-centri-di-salute-mentale-1.40991393).

[5]https://asugi.sanita.fvg.it/it/news/2021_11_11_assunzione_personale_emergenza_covid.html

[6]https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsplingua=italiano&menu=notizie&p=null&id=4251

[7]https://www.thelancet.com/journals/lanhiv/article/PIIS2352-3018(21)00239-3/fulltext

[8]https://www.thelancet.com/journals/lanhiv/article/PIIS2352-3018(21)00240-X/fulltext

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons