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Articoli filtrati per data: Thursday, 23 Dicembre 2021

Ricordando le parole di Nietsche, “Una lettera è una visita inaspettata”, HDP Europa ha lanciato una campagna di solidarietà con i prigionieri politici del partito nelle carceri turche. 

In una dichiarazione per il lancio della campagna HDP Europa ha dichiarato: “Sotto il regime di Erdogan, chiunque non sia d’accordo con le sue opinioni viene imprigionato e trasformato in ostaggio; politici, parlamentari, co-sindaci delle municipalità, giornalisti, accademici, difensori dei diritti delle donne, giovani, studenti universitari, scrittori e artisti. Il regime lo fa creando un clima di paura all’interno dell’intera società”. Nonostante le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, il regime di Erdogan li tiene in carcere.

I nostri co-presidenti delle municipalità, parlamentari, amministratori, le nostre consigliere comunali, i membri dell’organizzazione giovanile e tutti gli altri attivisti sono tenuti prigionieri non perché commettono crimini, ma perché stanno organizzando una società basata sulla libertà democratica, ecologica e delle donne in Turchia.

Adesso come compagni e amici, lanceremo una campagna per mostrare loro la nostra solidarietà”.

Siamo fermamente convinti che “i limiti alla libertà non saranno limitati dalle mura carcerarie!”

HDP Europa ha aggiunto: “Se qualcuno scriverà una lettera ai nostri amici nelle carceri turche darà un contributo significativo in nome della solidarietà.

Che tu sia un parlamentare eletto, un rappresentante di un partito politico, un sindaco, un accademico o che tu creda nella libertà, scrivi una lettera per mostrare solidarietà ai prigionieri”.

40 politici di HDP detenuti (20 donne e 20 uomini) con un mandato elettorale, sono stati selezionati da HDP Europa e sono tra gli oltre 4.000 membri di HDP detenuti.

Nonostante le sentenze della CEDU, le seguenti persone sono sistematicamente detenute e incarcerate sulla base della volontà del regime senza alcuna base giuridica. Inoltre il governo turco si è finora rifiutato di applicare qualsiasi sentenza della CEDU.

Da : http://uikionlus.org/http://uikionlus.org/

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di Andrea Turco 

“Mai temere quello che non si conosce”. Sul palco di Atreju, all’incontro della destra italiana organizzato da Giorgia Meloni, il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani è perentorio. È il 7 dicembre e gli viene chiesto di commentare la news che da qualche ora sta facendo discutere: in una conferenza stampa dopo l'Ecofin il vicepresidente della Commissione Europea, Valdis Dombrovskis, ha detto che “la Commissione adotterà una tassonomia che copre anche il nucleare e il gas”. In altre parole, sia il gas che il nucleare rientrano nella lista degli investimenti classificabili come sostenibili. Una partita, quella della tassonomia, che va avanti da anni e sulla quale negli ultimi mesi si sono susseguite indiscrezioni e anticipazioni. Di cosa si tratta? Lo spiega bene Etica Sgr, la società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Popolare Etica:

Ogni agenzia di rating ESG, ogni gestore finanziario, ogni fondo di investimento ha una propria definizione, applica i propri criteri e la propria metodologia nella selezione del portafoglio di imprese sostenibili. Criteri validi e metodologie rigorose, ma non universali e, quindi, non direttamente comparabili con altre offerte. Per questo la Commissione da circa quattro anni sta lavorando ad una definizione univoca di quali attività economiche – e quali investimenti – possano definirsi sostenibili.

“L’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia è una questione che è stata sollevata da vari ministri - dice il vicepresidente della Commissione Dombrovskis - Per il mix energetico del futuro abbiamo bisogno di più rinnovabili ma anche di fonti stabili e la Commissione adotterà una tassonomia che copre anche il nucleare e il gas”. Nel racconto dei giornali l’Italia avrebbe giocato in questi mesi in una posizione attendista, anche se a ottobre IlSole24Ore - il quotidiano di Confindustria che sostiene apertamente il governo - raccontava delle pressioni del premier Mario Draghi per “tenere conto del ruolo del gas come fonte energetica per la transizione, per il riconoscimento del quale si batte l'Italia”. 

Ecco allora che c’era molta attesa sulla reazione di Cingolani, il quale da tempo parla della fusione nucleare e del gas come “male minore”. Il ministro, però, è abile a evitare trionfalismi all’insegna dell’avevo detto. In realtà, ogni decisione della Commissione europea in merito verrà ufficialmente svelata il prossimo anno - un’ulteriore posticipazione rispetto alla data del 22 dicembre, indicata in un primo momento - a testimonianza delle difficoltà e delle lotte interne agli Stati su quella che sarà una delle questioni centrali dell’Europa, da cui passeranno gli investimenti finanziari, le infrastrutture pubbliche e private e gli equilibri energetici dei prossimi decenni. In ogni caso, le anticipazioni di Dombrovskis confermano ciò che era nell’aria già da tempo e hanno avuto il “merito” di aver fatto sciogliere (in parte) il tipico meccanismo dello “stare alla finestra” del nostro paese. Sollecitata dal Parlamento nella seduta di question time del 15 dicembre, la sottosegretaria al Ministero della Transizione Ecologica, Vannia Gava, ha spiegato che l’Italia attende l’atto delegato della Commissione Europea in cui, “con riferimento al gas naturale, saranno stabilite le soglie emissive basate sulle migliori tecnologie disponibili che consentiranno di inquadrare il settore nel contesto degli obiettivi ambientali”. Pare di essere di fronte a una versione aggiornata del tormentone "Ce lo chiede l’Europa". Nel frattempo la campagna Per il clima fuori dal fossile ha chiesto al governo italiano di assumere una posizione chiara sulla tassonomia, per salvare il Green Deal. Resta in sospeso una domanda: ma in Italia è stata fatta una valutazione del fabbisogno di gas? Oppure, per riprendere il commento iniziale di Cingolani: temiamo il gas (sul nucleare la questione è altrettanto complessa) perché non lo conosciamo?

Leggi anche >> Il ruolo dell’energia nucleare nella lotta alla crisi climatica

Tutto il gas di cui (non) abbiamo bisogno

Dopo essersi schierato a sua volta in una posizione guardinga, negli ultimi tempi il ministro Roberto Cingolani è venuto allo scoperto e a più riprese ha delineato la propria idea di transizione ecologica. Se a fare più rumore è stato il recente invito rivolto agli studenti di limitare l’uso dei social, c’è un paradosso che il ministro ripete spesso. Ovvero quello di “aumentare la produzione interna di gas non trivellando di più ma di usare di più i giacimenti che ci sono già”. Prima di chiedersi se è possibile, la domanda da porsi è un’altra: è necessario?

Quella che viene raccontata come “fonte energetica di transizione” è in realtà uno dei perni storici su cui si basa il mix energetico dell’Italia, a cui contribuisce con una quota del 42,28%, di poco inferiore alla quota delle rinnovabili (che comprendono l’idroelettrico, il solare, l’eolico e il geotermico).  

Dati del GSE, il Gestore Servizi Energetici

Senza andare a scomodare la storia - risale al 1939 la prima condotta per il trasporto del gas e al 1944 la scoperta del giacimento di Caviagagiacimento di Caviaga, nella Pianura Padana, che allora era il più grande dell’Europa Occidentale -, basta riportare alcuni numeri diffusi da Assorisorse, che rappresenta gli operatori del settore della ricerca e della produzione di idrocarburi nonché le relative imprese contrattiste. Nello studio elaborato ad hoc per il PiTESAI (ci torneremo) si comprende quanto ben radicato sia il gas nel nostro paese:

Se il PiTESAI, cioè il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee, ha accertato che in Italia esistono 92 miliardi di metri cubi di gas, secondo Il Sole 24 ore (che riprende lo studio di Assorisorse) “in Italia servirebbe un paio di miliardi per estrarre circa 10 miliardi di metri cubi l’anno per dieci anni”. Solo in Emilia Romagna, ad esempio, ci sono già 31 concessioni esistenti; nel periodo 2021-2024 “sono stati programmati investimenti per 254 milioni di euro a fronte di una produzione cumulata di 3,7 miliardi di metri cubi standard (msc). In Sicilia un solo giacimento, a largo delle coste tra Gela e Licata e chiamato Argo-Cassiopea, nelle previsioni di Eni fornirà “per un decennio un miliardo di metri cubi di gas in più all’anno”.

A fronte dei colossi come la Russia - che con un’unica linea di gasdotto, la Nord Stream 1 e 2, attraversa il Mar Baltico e trasporterà in Europa occidentale a breve 110 miliardi di metri cubi gas all’anno - le cifre italiane impallidiscono. Attualmente le infrastrutture del gas sul territorio nazionale sono costituite da una rete di 264mila chilometri che raggiunge il 91% dei Comuni. La tragedia di Ravanusa, avvenuta nella notte di sabato 11 dicembre e che ha causato la morte di nove persone in seguito a un’esplosione causata dalla fuoriuscita di metano, ci ha ricordato lo stato spesso fatiscente di tali opere.

Solo in un’audizione al Parlamento del 14 dicembre sui prezzi dell’energia e sulla sicurezza degli approvvigionamenti, Cingolani ha fornito dati e prospettive sul gas. La sensazione è che i numeri resi pubblici dal ministro della Transizione Ecologica arrivino per confermare una decisione già presa:

Il settore energetico pesa per tre quarti sulle emissioni totali, riconducibili all’utilizzo di fonti fossili per la generazione elettrica e la mobilità. Nella fase centrale della transizione energetica verso le emissioni zero, l’approvvigionamento del gas ha un ruolo centrale per la sicurezza del sistema energetico europeo e nazionale. Alla previsione di un costante declino del consumo e della produzione interna di gas, si affianca un parallelo incremento dell’importazione di gas, dall’82% del 2020, all’89% nel 2040, che sale al 98% per la sola Italia. L’UE importa dalla Russia il 48% di gas (43% per l’Italia), il 26% dalla Norvegia (9% per l’Italia), il 9% dall’Algeria (19% per l’Italia), 5% da Qatar e 5% da USA (rispettivamente 10% e 3% per l’Italia) (...) Il sistema nazionale del gas è alimentato prevalentemente con gas di importazione acquisito dall’estero in modo diversificato: 80% tramite gasdotto, 20% tramite importazione di GNL. (...) Il sistema di stoccaggio garantisce il bilanciamento giornaliero della domanda di gas assicurando copertura del fabbisogno di punta nella stagione invernale, sicurezza e continuità delle forniture.

Nonostante tutto, perciò, si punta sul gas. D’altra parte le pressioni e gli interessi del settore oil&gas sono sempre state fortissime. Sono tante le persone convinte che Enrico Mattei, il patron dell’Eni, sia stato l’uomo politico più influente del dopoguerra. Ora che la transizione energetica passerà (anche) dal gas grazie all’apertura della Commissione europea, viene facile immaginare che gli appetiti aumenteranno ulteriormente. Anzi, già da tempo è tornato alla ribalta il vecchio mito dell’autarchia energetica. Per i nuovi sogni, in versione green e certificati dall’UE, basta un piccolo sforzo di fantasia, perché gli elementi sono già evidenti. La lobby del gas, infatti, rispetto al passato può permettersi di giocare alla luce del sole.

Gli interessi in gioco

Quando la posizione italiana sulla tassonomia era ancora incerta, al premier Mario Draghi arriva una lettera aperta, che lo invita a sostenere in Europa sia il nucleare che il gas - nonché la cattura e lo stoccaggio di carbonio, forse la tecnologia più discussa tra quelle energetiche che mira a mettere sotto terra l’anidride carbonica. A scriverla sono la fondazione Ottimisti & Razionali, guidata da Claudio Velardi, e Italia più Verde, guidata dall’ex presidente di Legambiente Chicco Testa. Nella lettera si sostiene che:

Quanto al gas, esso svolgerà per molti anni ancora un ruolo chiave nella transizione verso l’energia a zero emissioni, come fonte di generazione di potenza elettrica modulabile, in grado di supplire ai deficit di generazione rinnovabile variabile e di stabilizzare il sistema elettrico: la tassonomia non può non tenerne conto. Oggi la principale fonte di emissioni di CO2 nella generazione elettrica in Europa e nel Mondo sono le centrali a carbone: la loro sostituzione con impianti a gas di pari potenza taglia le emissioni di oltre due terzi. È quanto accaduto in Italia (dove oggi il gas copre il 40% del fabbisogno totale di energia) e nel Regno Unito. L’Italia dispone di riserve di gas che possono essere prodotte.

Nella lunga lista dei firmatari ci sono nomi “forti” come Guido Crosetto, presidente Aiad (Federazione Aziende Italiane per l'Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) ma più noto come personaggio di spicco di Fratelli D’Italia; Franco Bernabè, presidente FB Group ed ex supermanager pubblico tra Eni, Telecom e Acciaierie d’Italia; persino Sergio Staino, giornalista ed ex direttore dell’Unità; ancora, Guido Fabiani, ex rettore dell'Università "Roma Tre", Natale Forlani, ex segretario generale della Cisl, Giorgio Fossa, ex presidente di Confindustria, e pure tanti amministratori delegati di aziende pubbliche e private.

Ulteriore sostegno a Cingolani arriva poi da Confindustria Energia che il 30 novembre presenta il “Manifesto lavoro ed energia per una transizione sostenibile”, manco a dirlo basata sul gas. Secondo Confindustria Energia “il settore gas, GPL, GNL e gas naturale, contribuisce per circa 85.000 posti di lavoro. Lo sviluppo delle filiere del biometano e dell’idrogeno mobiliterà al 2030 25.000 occupati”. Non proprio grandi cifre, ma Cingolani è talmente entusiasta del Manifesto che assiste a tutte le tre ore dell’incontro di presentazione e si fa prendere pure un po’ la mano: “Posso tradurlo? Così porto questo documento alla ministeriale sull’Energia di giovedì e faccio conoscere questo bel risultato”. Al ministro sembra importare poco che il presidente di Confindustria Energia è Giuseppe Ricci, noto dirigente di Eni. La stessa azienda che, insieme alla  Snam, stando a un report dell’associazione Re-Common, avrebbe fatto continue azioni di lobbying sul governo per portare avanti i propri “business as usual", invece di cambiare rotta come richiesto persino dall’Agenzia Internazionale dell’Energia:

Da quando è stato annunciato il Recovery Plan, nel luglio del 2020, fino ad oggi, l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano: una media di oltre 2 incontri a settimana. ReCommon ha ottenuto questi dati tramite richieste di accesso agli atti ed analizzando le agende dei ministeri. Eni, la principale multinazionale fossile italiana, ha dominato l’azione lobbistica con almeno 20 incontri ufficiali, che gli hanno consentito di promuovere le sue false soluzioni tra i decisori politici, come l’idrogeno (che attualmente è prodotto per il 99% da gas), il biometano e la cattura dell’anidride carbonica (CCS). Stesso numero di incontri anche per Snam, la società che controlla la rete di gasdotti in Italia e nel resto del continente europeo. Se per Eni l’idrogeno è l’espediente per stimolare la produzione di gas, nel caso di Snam si tratta di uno stratagemma finalizzato a prolungare la vita delle sue infrastrutture fossili e svilupparne di nuove, come le decine di stazioni di rifornimento a idrogeno per treni e camion incluse nel PNRR, utili solamente a rallentare un reale cambio di modello nei trasporti.

I gasdotti che ci chiede l'Europa

D’altra parte già col lancio del Green Deal europeo, prima ancora di arrivare ai fondi del Next Generation EU, l’attenzione delle industrie del gas si era concentrata sul colore dell’idrogeno, visto che il vettore energetico può essere di colore blu, dunque prodotto dal metano, o verde, prodotto invece con l’ausilio delle rinnovabili.

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Ultimamente, invece, non c’è neppure bisogno di questo escamotage, data la parziale virata dell’Unione Europea che, complice la crisi di fornitura del gas da parte della Russia, ha scelto di provare nuovamente la strada dell’autosufficienza. In questo caso la via percorsa ha un acronimo curioso, PCI, che sta Progetti di Interesse Comune, ovvero una lista biennale, pubblicata nell’ambito dell’attuale regolamento TEN-E, che disciplina il modo in cui l’Unione Europea seleziona le infrastrutture energetiche per finanziarle, promuoverle e ricevere autorizzazioni rapide. Lo scorso 11 novembre Mechthild Wörsdörfer, funzionaria di lungo corso delle politiche energetiche comunitarie, ha illustrato al Parlamento Europeo la bozza del quinto elenco dei PCI, in cui sono compresi 30 mega impianti a gas per un valore complessivo di 13 miliardi di euro.

In Italia la notizia viene praticamente ignorata dai giornali. Ciò avviene nonostante gli enormi sviluppi che la scelta della Commissione potrebbe avere sul nostro paese, col Parlamento che avrà due mesi di tempo per elaborare una valutazione, ma senza poter chiedere modifiche. Non sorprende dunque che a riportare la decisione sia proprio Snam, la maggiore beneficiaria dei nuovi progetti europei:

Per quanto riguarda le iniziative che interessano l’Italia, nella lista sono inclusi i progetti per il gasdotto con Malta e il cluster comprendente le infrastrutture di trasporto dal Mediterraneo orientale: EastMed, Poseidon e il rafforzamento della rete nazionale con la Dorsale Adriatica e la condotta Matagiola-Massafra. Della quinta lista fanno anche parte gli elettrodotti Thusis/Sils-Verderio Inferiore (Greenconnector) con la Svizzera, Tunisia-Sicilia (Elmed) e Corsica-Sardegna (Sacoi 3).

Non sorprende dunque che sia un giornale straniero come The Guardian a ricordarci che il gasdotto con Malta alimenterebbe la centrale elettrica di Delimara, su cui stava indagando la giornalista d’inchiesta Daphne Caruana Galizia quando è stata uccisa nel 2017. Proprio l’Italia potrebbe fornire il gas alla piccola isola nel Mediterraneo senza ricevere granché in cambio. “Potenzialmente, in seguito al completamento della prima fase del progetto – si legge sul sito dell’opera – potrebbe essere pianificata una seconda fase che consentirebbe un flusso bidirezionale del gas trasportato dal metanodotto. Questa seconda fase è ancora a uno stadio concettuale e soggetta a futuri studi di fattibilità e di sviluppo dei mercati”.

Piani e centrali a tutto gas

Un pasticcio, quello maltese, che impallidisce di fronte agli ultimi risvolti del PiTESAI. Su Valigia Blu avevamo dedicato un focus allo strumento previsto dal governo, e atteso da quasi tre anni, per cercare di regolamentare le attività delle aziende fossili. Dopo la consegna in extremis da parte del Ministero della Transizione Ecologica, avvenuta all’ultimo giorno utile lo scorso 30 settembre, toccherà alla Conferenza Unificata Stato-Regioni emendare la bozza del governo, definita dal Coordinamento Nazionale No Triv:

Una proposta di Piano in cui non sono univocamente indicate le aree per le quali le compagnie Oil&Gas potranno o non potranno presentare nuove istanze di permessi di prospezione e di permessi di ricerca, o dare o non dare prosecuzione ai procedimenti di conferimento per le istanze delle attività di ricerca o di coltivazione già in essere (...) Il PiTESAI trasmesso in Conferenza Unificata non è un Piano, privo com’è di cartografie e zonizzazioni, ma solo un insieme di criteri. Non è di certo il Piano previsto dalla legge.

Alla confusione si aggiunge ora anche l’ultima mossa delle Regioni che, dopo due mesi di tempo, hanno elaborato le proprie osservazioni.  Quella che ha fatto più rumore è questa:

Sì al Piano, dunque, a patto che vengano consentite sole le attività relative al gas e non al petrolio. Una scelta curiosa, dato che il gas è comunque una fonte fossile al pari del petrolio e anzi, secondo quanto accertato a maggio da un rapporto dall’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, il metano è un gas climalterante 80 volte più potente dell’anidride carbonica nei primi 20 anni in cui è immesso in atmosfera.

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Enzo Di Salvatore, docente di Diritto costituzionale all’università di Teramo e tra i promotori del master Diritto dell’Energia e dell’Ambiente, commenta su Facebook in modo caustico la scelta delle Regioni:

La conferenza unificata rilascia l‘intesa sul PiTESAI, il piano elaborato dal governo, con il quale si individuano le aree territoriali “vocate” alle trivellazioni. Ma a una condizione: che le ricerche riguardino il gas e non il petrolio. Una condizione, in realtà, priva di senso. Per tre ragioni: in primo luogo, perché la legge stabilisce che l’intesa sia rilasciata con riguardo sia alle ricerche di gas sia a quelle del petrolio; in secondo luogo, perché non è possibile autorizzare solo la ricerca del gas e non anche quella del petrolio: per la semplice ragione che la ricerca sempre quella è (e pertanto neppure ha senso ritenere che la ricerca del gas sia meno impattante di quella del petrolio) e perché non è possibile sapere cosa ci sia nel sottosuolo o nei fondali marini prima ancora di effettuare… la ricerca; in terzo luogo, perché stiamo parlando di permessi di ricerca già vigenti, e cioè di provvedimenti amministrativi che, al momento della loro adozione, avevano già autorizzato la ricerca dell’uno e dell’altro; e la legge non prevede che possa ora procedersi a questa distinzione (quand’anche ciò fosse possibile).

Sembra davvero un non-sense. Come quelli che regalava forse il re dei non-sense della musica italiana. Quel Rino Gaetano che nel 1977 si presentò in un programma della Rai con una tanica di benzina in mano e cantava “niente carbone, mai più metano”.

 

“Niente carbone, al suo posto il metano” è invece uno dei nuovi mantra. Lo porta avanti ad esempio Enel che, nonostante tra le multinazionali energetiche a partecipazione statale sia indubbiamente quella con l’anima più green, intende riconvertire in centrali a gas le vecchie centrali a carbone di La Spezia, Fusina, Civitavecchia e Brindisi. Lasciando sul fondo le proposte dal basso di una riconversione ecologica. A Civitavecchia, ad esempio, si è formata da tempo un’ampia e inedita rete che mette insieme mondo della ricerca, amministrazione locali, sindacati, galassia ambientalista e studentesca, la diocesi.

Uno dei suoi maggiori promotori è Mario Agostinelli, presidente dell’associazione Laudato Sì ed ex ricercatore Enea:

Al posto di un turbogas da oltre 1.800 MW, verrebbe rivisto il sostegno alla rete dei pompaggi e, soprattutto, verrebbe realizzato un sistema eolico offshore galleggiante, a 30 km dalla costa con le giuste caratteristiche del fondale marino e della intensità dei venti, per una produzione iniziale di 210 MW, che andrebbe sostenuto – questo sì – anche coi fondi del PNRR e una parziale partecipazione pubblica. Nascerebbe nella città laziale un vero e proprio hub del Mediterraneo per l’eolico offshore. dove assemblare i componenti e successivamente organizzare le attività di progettazione e costruzione per altri siti, creando vere opportunità di nuova occupazione e di lavoro di qualità.

Anche quando conviene altro, insomma, si continua a preferire il gas. Perché? Uno dei motivi è il capacity market, ovvero lo schema previsto dal governo che dal 2019 prevede una serie di misure volte a garantire la sicurezza e l'approvvigionamento dell’energia elettrica, in modo da evitare il rischio blackout e garantire una fornitura continua. Per attuare questo meccanismo il governo preferisce affidarsi al gas, più costante e più immediato a livello energetico rispetto alle rinnovabili. Per farlo, però, scarica il costo sulle bollette, e dunque su tutti noi.

L’ultima procedura per partecipare all’asta per la fornitura di capacità di energia elettrica relativa al 2024 (e indetta da Terna) è partita a fine novembre con l’obiettivo di tenere la competizione il prossimo 22 febbraio. Ecco allora, come scrive Il Sole 24 Ore, delinearsi uno scenario nuovo e vecchio allo stesso tempo:

Sono sulla corsia di arrivo circa 50 progetti di centrali a gas per quasi 20mila megawatt di potenza. Il Sole 24 Ore su dati di mercato e su documentazione ufficiale è riuscito a censirne 48 in vari gradi di sviluppo, dalla prima richiesta di valutazione fino ai lavori autorizzati e in corso. La potenza complessiva dei 48 progetti che è stato possibile dettagliare al Sole 24 Ore è 18.500 megawatt. Sono decine le imprese che hanno proposto questi impianti, fra i quali spiccano per dimensioni e valore i progetti di Enel, Edison, A2A ed Ep (...) Le tecnologie più ricorrenti sono il cosiddetto ciclo aperto, centrali poco efficienti ma istantanee nell’avviamento (una ventina di progetti); ciclo combinato ad alta efficienza (una quindicina); generatori con motori a cilindri e pistoni (una decina di progetti).

La corsa al gas è ripartita, anzi non si è mai fermata. Smontate le teorie negazioniste sul clima, preso atto con la COP26 che le istituzioni e le aziende continuano a proporre false soluzioni, invece di quelle già pronte all’uso, viene da chiedersi se quando avremo esaurito il gas non avremo già esaurito la vita sul Pianeta così come la conosciamo. Ciò che è disponibile in natura non può essere solo a disposizione dell’essere umano.

Da: https://www.valigiablu.it/

 

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Lo status eccezionale di Gaza è il risultato attivamente pianificato di una serie di regimi particolari invocati per il territorio, ma radicati in un quadro di pratiche coloniali e di occupazione israeliane.

Fonte: english version

Di Safa Joudeh

Negli ultimi tre decenni, una serie di regimi invocati da Israele hanno gradualmente trasformato la Striscia di Gaza in un luogo di eccezione alle regole e convenzioni comunemente riconosciute, legittimando e perpetuando la separazione e il confinamento del territorio. Il principio organizzativo alla base dello stato di eccezione di Gaza è la separazione, l’isolamento e il confinamento di una popolazione palestinese in “eccedenza” in zone territoriali designate, un fatto che è stato ignorato, escluso o offuscato nella logica normativa occidentale, che segue la narrativa israeliana nell’eccezionalizzare la differenza di Gaza. Con la recente ondata di diffusa mobilitazione popolare palestinese, tuttavia, la narrativa dominante su Gaza ha iniziato a cambiare. La mobilitazione in corso ha riaffermato la lotta condivisa dei palestinesi nelle diverse aree geografiche del dominio israeliano contro una politica più estesa di smembramento e frammentazione territoriale.

Nelle prime fasi del processo di pace di Oslo, Singapore è stata spesso invocata come modello per il futuro sviluppo della Striscia di Gaza in un’area indipendente che sarebbe stata amministrata dall’Autorità Palestinese. Sebbene l’idea fosse inverosimile, il ripetuto riferimento a Singapore e ad altri fiorenti centri urbani e industriali globali non era casuale. Mirava a fornire una misura iniziale di speranza ai palestinesi scettici e a legittimare, attraverso promesse di prosperità e successo economico, il processo di separazione geografica a venire. Quasi tre decenni dopo, Gaza rimane sotto un blocco di quattordici anni, tagliata fuori da altre aree palestinesi e coinvolta in un ciclo infinito di assalti militari, contrattacchi e confinamento. I giorni in cui si immaginava Gaza come un’oasi di libera impresa sono ormai lontani, ma nelle infinite chiusure e misure di violenza che hanno devastato il territorio da allora, l’eredità del sogno irrealizzabile di Singapore sopravvive, ricostituito nella separazione, enclavizzazione e stato di eccezione che contraddistinguono Gaza oggi.

Lo status eccezionale di Gaza è il risultato attivamente pianificato di una serie di regimi particolari invocati per il territorio, ma radicati in un quadro di pratiche coloniali e di occupazione israeliane. A partire dall’accordo separato a tempo indeterminato creato dagli accordi di Oslo del 1993, basato su imperative considerazioni economiche, e culminando con il blocco in corso, la trasformazione di Gaza in un luogo di eccezione può essere vista come costitutiva di una più ampia strategia israeliana di smembramento e separazione territoriale. Per decenni, il principio organizzativo della separazione e del contenimento di Gaza è rimasto incontestato in ogni modo significativo a causa di una tacita accettazione della narrativa israeliana che considera Gaza un’eccezione, insolita e avversa. Con la recente ondata di mobilitazione popolare di massa che si sta svolgendo intorno a Gerusalemme, tuttavia, la logica singolare dietro i sistemi differenziati di governo di Israele sui palestinesi è stata messa a fuoco con chiarezza. Il movimento, soprannominato “Rivolta dell’Unità” o “Intifada dell’Unità”, ha offerto nuova speranza che il futuro impegno e la contestazione della situazione di Gaza avverranno nel contesto dell’azione collettiva palestinese.

Costituire l’eccezionalità di Gaza

La rappresentazione di Gaza come luogo di eccezione a regole e convenzioni riconosciute non è un’aberrazione ma un’espressione delle norme e del patrimonio di conoscenza internazionale contemporaneo. Il blocco di Gaza è un esempio rivelatore di proliferazione di forme e modelli territoriali esclusivi o eccezionali, aree chiuse che operano secondo leggi speciali e che hanno il potere di regolare l’ingresso di diversi gruppi di popolazione. Dai regimi economici speciali che offrono accesso privilegiato alla terra e alle risorse, agli attuali campi profughi e accampamenti che esistono al di fuori del comune ordine giuridico e delle modalità di governo, lo stato di eccezione è arrivato a rappresentare il “modello dominante del governo” nella politica contemporanea. Concettualizzato in relazione ai sistemi nazionali; legittimato, oltre che legittimante, dalla differenza razziale e di classe; e creare distribuzioni differenziate della cittadinanza in termini di accesso alla vita, alla libertà e alla giustizia, i regimi giuridici eccezionali sono una funzione, come hanno notato autori e teorici, del potere sovrano e dello Stato moderno. Attraverso i contesti politici, aiutano i governi a mantenere e ampliare relazioni di gerarchia, disciplina, controllo ed esclusività

Da questo punto di vista, come si comprende l’uso della forza da parte di Israele su un territorio in cui non è né presente né sovrano? La capacità di Israele di esercitare la discrezionalità esecutiva a Gaza richiedeva la trasformazione del territorio in una zona territoriale esterna sia al proprio sistema giuridico-politico sia alle aree riconosciute dell’autogoverno palestinese. Questo processo è iniziato con gli Accordi di Oslo, che hanno segnato un cambiamento nelle politiche israeliane di gestione della popolazione da un approccio basato sull’integrazione a una strategia di separazione. Il contesto per una soluzione a due Stati è che gli accordi sanciti avrebbero separato e confinato la popolazione palestinese concentrandola in zone designate in modo consono al consenso internazionale. All’interno della configurazione territoriale proposta, l’enclavizzazione di Gaza taglierebbe il territorio fuori dalla Cisgiordania, recidendo gli interflussi territoriali e indebolendo la possibilità che emerga un’entità politico-territoriale praticabile.

Significativamente, gli accordi hanno formalizzato la giurisdizione di Israele sui confini territoriali di Gaza, autorizzando Israele a imporre chiusure a piacimento. Laddove il movimento in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza era stato in precedenza praticamente senza ostacoli, sono state introdotte severe restrizioni alla circolazione di persone e merci. Israele iniziò a richiedere ai residenti di Gaza di ottenere i permessi dell’Amministrazione Civile per viaggiare tra le aree palestinesi, ponendo gravi restrizioni e all’ingresso in Israele, anche per lavoro. Con il pretesto della necessità di un confine più sicuro, Israele circondò la Striscia di Gaza con una barriera di sicurezza e stabilì una zona cuscinetto che estende l’intero perimetro del territorio adiacente ad Israele, completa di postazioni di osservazione ad alta tecnologia e sensori elettronici. La zona cuscinetto violava gli accordi di Oslo e non era necessaria per proteggere il confine, ma consolidava il controllo di Israele sui confini territoriali di Gaza e successivamente assicurava che qualsiasi futura entità a Gaza sarebbe stata soggetta alla sovranità israeliana.

Relegata ai margini; politicamente e geograficamente alienata dai centri della vita commerciale, culturale e politica palestinese; e isolata dalle aree limitrofe, Gaza divenne gradualmente uno spazio in cui l’autorità statale non era completamente articolata e dove, in particolare dopo la divisione amministrativa tra Gaza e la Cisgiordania, erano necessarie forme eccezionali di potere sovrano per mantenere l’ordine. Così, Oslo semplicemente prefigurava la chiusura ripensata, punitiva ed ermetica a venire. Dopo che il gabinetto di sicurezza israeliano ha dichiarato Gaza un’entità ostile nel 2007, è stata imposta una limitazione più stringente attraverso una serie di sanzioni che sono culminate nel blocco in corso. Quasi tutti i punti di accesso al territorio sono stati chiusi, il movimento della popolazione tra Gaza e la Cisgiordania è stato interrotto e i legami commerciali con il mondo esterno sono stati interrotti, concretizzando l’infinito isolamento di Gaza. La rappresentazione di Gaza nella sua totalità come uno spazio militante, un campo di battaglia in cui ognuno è un potenziale combattente, lo ha reso un territorio eccezionale che doveva essere affrontato con misure eccezionali. Ha legittimato regolamenti arbitrari che disciplinano l’accesso alle cure mediche, l’ingresso di derrate alimentari, la disponibilità di acqua/sanitari ed elettricità, e la circolazione di persone e merci. Ha giustificato la massiccia distruzione di vite e proprietà in nome dell’autodifesa di Israele. Ha consentito l’incarcerazione di due milioni di persone, mantenendole in un perenne stato di crisi e consentendo il minimo indispensabile di aiuti umanitari, contenendole al di fuori dei limiti della normale interazione.

Il significato delle proteste per l’unità: de-eccezionalizzare la separazione di Gaza

Il dominio incontrastato di Israele, l’inazione della dirigenza dell’Autorità Palestinese e il consistente fallimento dei regimi multilaterali nel dissuadere le violazioni israeliane si sono combinati per creare un contesto privo di speranza o possibilità nella Gaza assediata e afflitta dalla guerra. Per coloro che vivono lì, l’assenza di una linea d’azione chiara per porre fine all’assedio e il timore di essere confinati nella loro posizione in modo assoluto e indefinito, hanno aggravato la sofferenza causata da anni di violenza e assedio. All’ombra della paura e dell’incertezza, negli ultimi anni l’attenzione pubblica a Gaza è stata meno interessata alle solite questioni di occupazione, liberazione e lotta popolare, e invece ha ruotato in gran parte intorno alle preoccupazioni più immediate e urgenti del cibo e dell’assistenza sanitaria, la frequenza delle chiusure e delle aperture dei valichi di frontiera e le riparazioni dovute alla distruzione provocata da attacchi ricorrenti. Nonostante l’allontanamento dalle preoccupazioni collettive palestinesi nelle discussioni popolari, la realtà evidente a tutti coloro che vivono a Gaza è che le chiusure che modellano e condizionano la vita dei palestinesi sono un sottoinsieme delle pratiche di occupazione israeliane, un metodo specifico di governo all’interno di una gamma più ampia di politiche progettate per isolare e gestire una popolazione palestinese in eccedenza.

Dall’isolamento demografico alla violenza militarizzata, la somiglianza delle pratiche israeliane contro le comunità palestinesi in Israele e nei territori occupati è ignorata, esclusa o offuscata nella logica normativa occidentale. La narrativa geopolitica dominante su Gaza ha a lungo accentuato l’identità separata del territorio e continua a discutere di Gaza in termini diversi rispetto al resto della società palestinese. Tale discussione, che ha pervaso sempre più la sfera pubblica regionale nel corso degli anni, ha amplificato il senso di alienazione e abbandono sperimentato dalla popolazione di Gaza e approfondito la frammentazione politica e sociale all’interno della popolazione palestinese in generale.

In questo contesto, la mobilitazione collettiva palestinese contro le azioni di Israele a Gerusalemme nel maggio 2021 ha avuto un impatto trasformativo. Per coloro che vivono sotto il blocco, la richiesta di diritti collettivi palestinesi, che è diventata un grido di battaglia per le proteste di massa, ha riaffermato la loro lotta condivisa con coloro che vivono in altre parti della Palestina storica contro un sistema che li separa l’uno dall’altro. Attraverso la mobilitazione e la configurazione territorialmente differenziata del dominio israeliano, l’organizzazione popolare palestinese ha cancellato queste divisioni geografiche, esponendo la collaudata strategia israeliana di eccezionalizzare la differenza di Gaza come un tentativo di scollegare il territorio dalla più ampia lotta palestinese. È fondamentale, collocare la separazione forzata di Gaza all’interno di un sistema più ampio progettato per mantenere uno spazio omogeneo esclusivo affermante che tale separazione è parte integrante, piuttosto che accessoria, del progetto di costruzione di uno Stato esclusivamente ebraico. I palestinesi a Gaza e oltre sono quindi bloccati nel sistema di governo israeliano sotto forma di eccezione e/o esclusione dal gruppo privilegiato dominante.

Forse inaspettatamente, la continua mobilitazione tra i palestinesi in seguito alle grandi proteste di piazza indica che sta cominciando a formarsi un progetto di opposizione contro lo stesso sistema che sostiene queste esclusioni. Ciò include la mobilitazione di iniziative da parte di reti guidate dai giovani, in particolare uno storico sciopero generale che ha interrotto le attività ordinarie in settori essenziali israeliani; una campagna per boicottare i prodotti israeliani e stimolare le economie palestinesi locali; e dibattiti online che collegano attivisti in diverse aree. Se questi eventi rivelano qualcosa, è che i palestinesi stanno ridefinendo il potere al di là della nozione di una dirigenza nazionale in grado di rappresentare i loro interessi e dire loro come dovrebbe funzionare la resistenza. Il popolo palestinese è emerso da questa rivolta come agente attivo in grado di definire le proprie circostanze di vita e la propria politica di resistenza.

Safa Joudeh è una dottoranda presso il Dipartimento di Studi sullo Sviluppo della Facoltà di Studi Orientali e Africani (SOAS) dell’Università di Londra. La sua ricerca si concentra sull’organizzazione globale e sulla geografia della produzione congiunta.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Dopo sei giorni di proteste, accompagnate dalla dura repressione delle forze di polizia, la popolazione del Chubut segna una prima vittoria contro in modello estrattivista: la legge emanata dal parlamento di Rawson è stata ritirata.

Le strade si sono riempite della popolazione festante dopo che la notizia dell'abrogazione della legge che autorizzava l'estrazione di minerali in questa area della Patagonia argentina si è diffusa. La mobilitazione, molto dura, durata sei giorni aveva visto crescere la solidarietà, tanto che persino i vescovi hanno preso posizione.

La megaminiera al centro del progetto avrebbe dovuto portare all'estrazione di piombo, argento e rame e sarebbe stata gestita dalla compagnia canadese Pan American Silver.

Ventitré deputati sui 27 collegati alla seduta online hanno votato contro la legge, mentre fuori dal palazzo della Camera centinaia di manifestanti chiedevano a gran voce l’abrogazione. Ora il governatore Mariano Arcioni vuole provare ad utilizzare la mossa di un referendum provinciale per invertire il rapporto di forza generato dalle proteste e imporre il progetto. Dunque una prima battaglia è stata vinta, ma le mire estrattiviste sulla regione che durano da sempre e si sono intensificate da circa trent'anni sono tutt'altro che in ritirata.

Intanto l'Asamblea No alla Mina continua la campagna per sostenere uno dei paesi della Meseta, Yala, che in un gesto di estrema dignità ha rifiutato l'offerta della Pan American Silver di eseguire le trivellazioni per la costruzione di un pozzo per l'acqua, affermando che la compagnia fosse solo alla ricerca di una licenza sociale. Paradossalmente infatti in gran parte la battaglia contro la megaminiera era incentrata proprio sulla difesa dell'acqua dall'inquinamento provocato dall'estrazione. Ora le comunità locali ed i solidali stanno costruendo una rete solidale per permettere agli abitanti di Yala di affittare una macchina perforatrice e provvedere al fabisogno di acqua. Solo il popolo salva il popolo!

 

 

 

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