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Articoli filtrati per data: Saturday, 18 Dicembre 2021

Ieri si è tenuta la sentenza a conclusione del processo che ha coinvolto Maya in qualità di parte lesa e imputata per aver ricevuto un pugno in faccia da un poliziotto durante un fermo nel 2017. A conclusione del processo la giudice ha assolto il poliziotto e condannato Maya per oltraggio a 4 mesi di reclusione e al rimborso di ingenti spese. Fuori dal Tribunale si è tenuto un presidio di solidali che al termine della sentenza ha deciso di bloccare l’entrata del tribunale con uno striscione che dichiarava “Il Tribunale assolve il poliziotto picchiatore e condanna le donne che denunciano. Questa violenza non l’accettiamo”. L’iniziativa è stato subito repressa dallo schieramento di forze dell’ordine poste a difesa del palazzo che hanno spintonato e caricato i presenti. In risposta è stato lanciato un appuntamento in solidarietà a Maya per la sera stessa nel luogo dove venne fermata all’epoca dei fatti. Qui, di fronte alla volontà di partire in una passeggiata per comunicare alle persone nei pressi quanto accaduto, la polizia ha caricato e bloccato i e le solidali. Dopo alcuni tentativi il corteo è partito per raggiungere il quartiere Vanchiglia e, durante tutto il tragitto, la polizia è stata arrogantemente con il fiato sul collo dei manifestanti spingendo e provando a impedire di percorrere alcune vie. 

Di seguito riportiamo il testo che commenta la giornata apparso sulla pagina #iostoconmaya.

Non si tratta di un caso isolato, non si tratta di un’eccezione, non si tratta di un “fraintendimento”. Eppure, queste sono le parole che le istituzioni incaricate di giudicare questa storia hanno utilizzato per descrivere la violenza agita da un uomo in divisa su una ragazza durante un fermo ingiustificato. Questa è la storia di Maya, una giovane da sempre pronta a lottare per cambiare una realtà ingiusta. Quando non ci si volta dall’altra parte però, si rischia di incorrere nelle maglie di un sodalizio marcio come quello tra la questura e la procura di Torino, sistema che si autoalimenta nel perseguire chi lotta e nel proteggere chi reprime.

Ieri la sentenza della giudice Costanza Goria ha dimostrato questa connivenza senza alcuna remora : se una ragazza denuncia una violenza subita dalle forze dell’ordine sarà lei ad essere punita e il poliziotto ad essere promosso e assolto. Il Pubblico Ministero nella persona di Manuela Pedrotta, nota per avere sulle spalle richieste equivalenti a centinaia di anni di reclusione nei confronti degli attivisti, ha parlato chiaro : il pugno ricevuto da Maya in commissariato fu frutto di un fraintendimento tra i due. Le parole della difesa del poliziotto Luigi Scarantino, tenuta dall’avvocato Gianaria, rappresentano tutto il disprezzo per le donne che osano non rimanere in silenzio. L’avvocato ha un solo consiglio per Maya “se fosse stata a casa quella sera nulla sarebbe successo”. In questo sistema marcio si aggiunge infatti un ulteriore strato di violenze, quelle delle istituzioni che difendono uomini violenti, quelle del ricatto, dell’infantilizzazione, della vergogna sistematicamente agite nei confronti delle donne che denunciano.

Denunciare in questo sistema non è mai scontanto, anzi, è evidentemente rischioso. Ma quello che ieri è stato dimostrato è anche che non è possibile accettare in silenzio. La vicenda di Maya dev’essere un esempio di coraggio e di forza. Durante la serata di ieri la questura di Torino ha agito ancora una volta in maniera sconsiderata di fronte alla solidarietà manifestata per Maya e alla volontà di attraversare le strade della città per comunicare quanto successo. Il presidio di solidali una volta mossosi è stato caricato, poi bloccato su un angolo di marciapiede perché anche incontrare le persone per dire dove sta la verità è qualcosa da impedire. Dopo svariati tentativi il corteo è partito, tanta era la rabbia e tanta era la convinzione di non fermarsi.

Questo è il riassunto di un caso che non è isolato, non è un’eccezione, non è un fraintendimento. Nonostante l’altezza della sfida resta fondamentale raccoglierla : davanti alla violenza patriarcale di un sistema di (in)giustizia volto alla strenua difesa degli oppressori si stagliano le storie di dignità e di tenacia di tutte quelle donne che scelgono di non tacere e di tutte quelle che lo faranno. La sentenza di ieri è l’ennesimo violento tentativo di farci pensare “era meglio se stavo zitta” e mettere un punto a questa storia. E come ribadiamo da mesi, questa violenza va ribaltata: c’è bisogno fin da subito di raccontare e far raccontare questa storia e continuare a seguirne gli sviluppi , di essere megafono per la voce di Maya e di tutte quelle che quotidianamente non vengono credute nelle aule dei tribunali, di schierarsi dalla parte giusta e alzare la voce, perché se non troviamo giustizia nei palazzi è solo rompendo insieme il silenzio che possiamo costruire una possibilità collettiva di riscatto.

Da: https://www.facebook.com/Iostoconmaya 

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La battaglia di Bettina Cruz e dell’Asamblea de Pueblos Indigenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio.

di Maria Teresa Messidoro (*)

 da  La Bottega del Barbieri

“E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini…”
da «Don Chisciotte», canzone di Francesco Guccini

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Tratto da https://pixabay.com/es/illustrations/molinos-de-viento-energ%c3%ada-e%c3%b3lica-3665078/

Juchitán, Oaxaca, sud del Messico.

L’infanzia non aveva abbandonato del tutto Bettina Cruz, quando decise di unirsi ad altri giovani per ribellarsi ad una ingiustizia: a soli 13 anni divenne una delle lideresas (1) dello sciopero che si organizzò nella sua città per far abbassare il costo del biglietto dei bus per gli studenti provenienti dai villaggi e paesini circostanti. Dopo un anno di lotte, gli alunni raggiunsero il proprio obiettivo.

Quando Bettina termina gli studi secondari, la dirigenza della scuola decide che non le venga consegnato il certificato di buona condotta. Forse pensa di far cessare i suoi impeti di lotta. Ma la stessa madre di Bettina, Rosa, una donna dal carattere forte, solidaria da sempre, esprime chiaramente a sua figlia come sarebbe stata la sua vita futura. “No te dejes!. Participa!” (Non mollare! Partecipa!) le dice, rincuorandola.

Lucila Bettina Cruz Vélasquez ha nel sangue questo spirito di lotta contro le ingiustizie, è una eredità che si porta dentro, come altre donne juchiteche.

Costretta ad emigrare in capitale per continuare gli studi, dopo essersi laureata in ingegneria agraria, aver frequentato un corso di perfezionamento in sviluppo rurale regionale ed un dottorato a  Barcellona, decide di tornare a casa. Non può fare altrimenti.

Si sente binnizá (2).

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Questa foto, come le successive dell’articolo e la copertina, è tratta da https://www.resumenlatinoamericano.org/2021/11/29/mexico-la-defensora-binniza-que-alerto-sobre-la-privatizacion-del-viento/

Si sente parte del suo territorio, è il suo territorio.

Ma quando torna, nel 2005, il paesaggio dell’istmo di Tehuantepec è profondamente cambiato: nel 1994, la Comisión Federal de Eletricidad (CFE) ha installato la prima centrale eolica del paese messicano proprio a La Venta, Juchitán. E’ il cavallo di troia, per l’intromissione aggressiva delle compagnie private interessate all’energia eolica.

In un territorio dove il vento può arrivare fino a 110 chilometri orari, le imprese eoliche sono arrivate promettendo impiego e prosperità.

Promesse che se ne sono andate proprio con il vento.

Oggi nell’Istmo ci sono 29 parchi eolici, 27 sono privati, in maggioranza di proprietà europea: con due mila aerogeneratori che occupano più di 50 mila ettari di terre comuni, senza produrre energia per le comunità locali, ma per grandi compagnie, comprese le miniere.

Contro il tentativo di mercantilizzare  l’energia e privatizzare il vento, nasce nel 2007 la Asamblea en Defensa de la Tierra y el Territorio de Juchitán, che poi si trasformerà nella Asamblea de Pueblos Indigenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio, APIIDTT, di cui Bettina è cofondatrice.

Quanto sia importante il suo lavoro, lo capisce quando sia lei che suo marito ed altri membri dell’organizzazione ricevono le prime minacce. Le intimidazioni si intensificano quando l’APIIDTT incomincia a lottare contro la costruzione di un nuovo progetto eolico che l’impresa Mareña Renovables intentò installare a San Dionisio del Mar, progetto che è stato bloccato grazie alla mobilitazione popolare.

Per poter installare i parchi eolici le imprese coinvolte, con l’appoggio di funzionari federali e statali dello stato di Oaxaca, realizzano contratti con le comunità locali, affinché affittino i terreni e ne cedano l’uso per anche 30 anni.

In questo modo, ciò che perdono le comunità indigene è il diritto all’uso della terra. Inoltre, in alcuni casi, le compagnie hanno posto come condizione per il pagamento dell’affitto della terra la garanzia da parte dei contadini che nessuno perturbi od ostacoli la realizzazione dei loro progetti. Diventa quindi poi facile legalmente chiedere l’allontanamento forzato di chi protesta, in base alle clausole dei contratti firmati.

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La stessa Bettina Cruz, tra il 2012 ed il 2013, ha dovuto allontanarsi dalla sua comunità dopo aver ricevuto minacce di morte; per poter fuggire inosservata, è stata costretta ad abbandonare i suoi colorati huipiles, scelta non facile dato che il huipil rappresenta la forza e l’identità di una donna indigena.

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Fortunatamente, giungono anche alcuni risultati positivi: il 20 settembre 2021, i membri dell’APIIDTT hanno annunciato un recente trionfo legale, il blocco della costruzione in terre comunitarie del progetto eolico Gunaa Sicarú, dell’impresa francese EDF.

In questa lotta contro l’energia eolica, l’APIIDTT non è sola, può contare anche sull’appoggio e sostegno del Congreso Nacional Indigena, CNI, uno spazio di articolazione delle popolazioni indigene, molto legato al Ejército Zapatista de Liberación Indigena, EZLN.

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Bettina nel 2017 è stata eletta nel Consejo Indigena de Gobierno del CNI.

In questo modo, può lottare ancora di più e meglio contro gli impatti ambientali delle centrali eoliche, come il forzato ridimensionamento delle tradizionali attività agricole, la privatizzazione della terra, i conflitti intercomunitari, l’aumento della violenza nella regione, dovuta alla crescente presenza del crimine organizzato (interconnesso con le stesse imprese), la militarizzazione e mascolinizzazione del territorio. Senza contare che l’energia eolica non favorisce di certo l’impegno contro il cambiamento climatico, anzi.

Bettina, come tutti gli integranti dell’APIIDTT, sa bene che la difesa del territorio è ogni giorno più difficile, però non ha nessuna intenzione di abbassare la guardia. La loro forza, afferma, è nell’essere comunità e tessere rete.

 

Sono dei novelli Chisciotte, che lottano non contro dei giganti immaginari, ma contro coloro che vorrebbero privatizzare il vento, l’acqua ed il territorio.

Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte.

NOTE

1 Molto più efficace il termine in spagnolo

2 come si autodefinisce il popolo zapoteco, letteralmente “gente che proviene dalle nubi”

(*) Vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

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Domenica 19 dicembre a Capo Frasca si terrà un corteo contro le basi e l’occupazione militare in Sardegna, per ribadire l’opposizione all’occupazione militare e per portare solidarietà a compagni e compagne colpite dall’operazione Lince.

L’occupazione militare non è cosa nuova ma va avanti da circa 70 anni, così come l’opposizione non nasce in tempi recenti. Da inizio ottobre però sono ricominciate le esercitazioni, come quella “Mare aperto” a Teulada, e nascono nuovi progetti, come l’apertura della scuola per piloti di Decimomannu. In più, l’operazione Lince, che vede imputate 39 persone per aver partecipato a vario titolo a momenti di lotta contro il comparto bellico in Sardegna tra il 2014 e il 2017. Le accuse sono varie e pesanti, fino all’associazione con finalità di terrorismo (270bis).
Ne abbiamo parlato con un compagno dell’assemblea imputati/e e solidali.

Ascolta la diretta:

Da Radio Blackout

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“Dalle scuole alle strade, è tempo di riscatto” questo lo slogan con il quale sono scesi in corteo questa mattina studenti e studentesse delle scuole di Roma, già da diversi giorni impegnati in numerose occupazioni di licei e istituti tecnici e professionali. Tensioni con la polizia dietro il Miur, verso l’ora di pranzo la polizia ha bloccato gli studenti in corteo con spintoni e manganelli.

Il resoconto di Simone, studente romano di OSA. Ascolta o Scarica.

Nel mirino ci sono il Pnrr, che all’edilizia scolastica e alla messa in sicurezza degli edifici ha destinato solo le briciole di fronte al “moltiplicarsi di crolli, infiltrazioni e malfunzionamenti. Studiare in luoghi sicuri e accoglienti è per noi una condizione fondamentale  – scrivono gli studenti – Il peggioramento delle condizioni degli edifici e la mancanza di sicurezza nelle scuole non possono essere superati né con una Dad escludente e alienante, né con la folle scelta di scaglionare gli orari di ingresso e uscita rendendo una corsa ad ostacoli le nostre giornate. Vogliamo un piano straordinario di intervento sull’edilizia scolastica che sia discusso con chi la scuola la vive”.

Alla berlina anche il modello scolastico che le riforme approvate in questi anni hanno implementato nella gestione delle scuole. “Hanno trasformato la scuola in un luogo sempre più inospitale”, in cui, spiegano, “l’insegnamento si sta piegando sempre più su un modello aziendalista e manageriale nel quale non ci riconosciamo e che pure ci viene chiesto di accettare”.

Dalla manifestazione Azad, studente del liceo Plauto Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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