ssssssfff
Articoli filtrati per data: Friday, 17 Dicembre 2021

Ieri si è tenuto in pompa magna la conferenza intergovernativa per il TAV a Torino che ha sancito il ritorno del capoluogo sabaudo nell’osservatorio pro-tav in cui si discute di come meglio devastare la Val di Susa.

La prima notizia che viene fuori dall’incontro è che i costi per la realizzazione del mega-tunnel stanno aumentando e non di poco. Si parla infatti di 624 milioni in più rispetto al costo stimato per l’opera. Davanti a uno scenario come questo, a dir poco vergognoso, si fa largo l’indicazione dell’anno 2031 come l’anno in cui vedremmo scorrazzare senza sosta treni tra Italia e Francia. L’obiettivo, un po’ sopra le righe, è stato indicato da Paolo Foietta, presidente della delegazione italiana della cig. Infatti, in ballo ci sono i finanziamenti per il 50% dei lavori che dovrebbero giungere dall’Europa ma ad una condizione, ossia scongiurare le perplessità che riguardano l’effettiva possibilità che le tratte di accesso al tunnel saranno realisticamente pronte per quel momento.

titolitav
A confermare questo dubbio c’è il fatto che da parte francese non esistono nemmeno i progetti, i lavori preliminari per le tratte di accesso sono fermi dal 2013 e la prossima presentazione è slittata ancora una volta al 2022. Bruxelles si prepara la ciambella di salvataggio, chiedendo a Italia e Francia di firmare un accordo che impegni alla realizzazione delle tratte nazionali di accesso in contemporanea al tunnel di base, con annessa strigliata alla Francia da parte di Radicova, coordinatrice europea del corridoio Mediterraneo, per il loro ritardo. L’azienda francese delle linee ferroviarie nazionali, SNCF, ha dichiarato che sta continuando a studiare la scelta degli accessi e che lo farà ancora per i prossimi due anni, e che in queste condizioni i nuovi accessi non saranno pronti per il 2030. L’unica possibilità che rimane è quella di saturare la linea storica con il traffico di treni merci. Calogero Mauceri, commissario per la linea nazionale, ci mette la faccia e conferma che sarà realizzata in contemporanea, a tal proposito lunedì 20 sarà in Val Susa per incontrare i sindaci.
Per concludere la kermesse in bellezza si aggiudicano il premio ridicolaggine Stefano Lo Russo e Alberto Cirio. Il contributo del neo sindaco è stato quello di incoraggiare i territori sponsorizzando i lavori di miglioramento delle infrastrutture esistenti legati alle compensazioni. Ad ora però ci pare che la “compensazione” più generosa l’abbia già ricevuta lui stesso, visti i proficui rapporti con Telt sin dai tempi dell’università. Secondo La Repubblica invece, l’auspicio del presidente della Regione Piemonte che il tema vaccini non diventi divisivo come il Tav avviene, non a caso, proprio a margine della conferenza. Secondo Cirio è ora che la maggioranza silenziosa dei si vax prenda posizione, proprio come era avvenuto quando Mino Giachino e le madamine avevano inscenato “manifestazioni” si Tav qualche anno fa. Fuori dalla Prefettura ieri in effetti si contavano tre persone sparute con uno striscione si tav, quando si parla di grandi successi da prendere a esempio…

photo5895292782623438781

Da notav.info

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il tema della gestione dei territori, della loro messa in sicurezza e delle infrastrutture pubbliche e private a cui molto spesso vengono subappaltati servizi di questo tipo, è all’ordine del giorno.

L’incuria dei territori si ribalta proprio su chi quei territori li abita, ad esempio la deflagrazione del metanodotto a Ravanusa in Sicilia che ha visto 9 vittime e moltissimi sfollati si inserisce nelle questioni di manutenzione degli impianti, come avvengono e chi le gestisce. Vi sono alcune ipotesi che riguardano le ragioni dell’esplosione, dall’accumulo sulla rete vetusta, l’impatto tellurico su un territorio a rischio frane, gli innesti per ampliare la rete, la puzza di gas che non viene presa in considerazione. L’impianto è stato realizzato quarantanni fa e non è mai stato ammodernato nonostante le continue frane nella zona e così la rete di gas di Ravanusa rimane la più vecchia d’Italia.

In Sicilia non è l’unico episodio che si colloca in una narrazione emergenziale di eventi di questo tipo, come una sfortuna che non si poteva prevedere. Questo tipo di retorica si evince dalle conseguenze legate al maltempo, come per i comuni isolati a seguito del crollo di strade e di ponti, all’alluvione a Catania, quando sono morte 4 persone a causa dell’allagamento della città dopo una mezza giornata di pioggia. Così come la vicenda di Ravanusa anche per quanto riguarda il maltempo la colpa è della cattiva gestione degli enti privati e pubblici e del fatto che ci sono dei territori meno pronti di altri ad affrontare l’emergenza climatica perchè sono già da anni in emergenza di per sé.

Da Radio Blackout

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Qualche giorno fa a Beinasco è divampato un incendio alla Demap, azienda di riciclaggio di plastiche, dove stavano lavorando otto operai fortunatamente tutti tratti in salvo. Un’abitante di Beinasco ha deciso di raccogliere gli episodi di roghi tossici dal 2015 ad oggi (consultabile a questo link https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10221062696376457&id=1214554862&sfnsn=scwspwa ) e di fare uno studio sulla situazione ambientale nella zona sud della cintura di Torino.

Questo proposito risale a qualche anno fa, quando un gruppo di abitanti si è organizzato per tenere alta l’attenzione sulla questione ambientale in seguito alla decisione di costruire l’inceneritore del Gerbido. Già all’epoca non vi erano elementi che legittimavano la scelta di quel territorio per l’istallazione dell’inceneritore, vista la vicinanza con ospedali, scuole, corsi d’acqua, un impianto di rifiuti pre esistente ma la giunta Chiamparino, nonostante le perplessità dei cittadini, aveva deciso di andare fino in fondo. L’incendio della Demap ha riattivato l’attenzione dei cittadini soprattutto rispetto ai rischi per la nocività dell’aria, nonostante l’Arpa dica che la qualità dell’aria sia accettabile e nonostante la notizia della potenziale presenza di amianto, e rispetto alla causalità di questi eventi. La tendenza rilevata è che tutti questi incedenti hanno coinvolto aziende che si occupavano di smaltimento di rifiuti. Anche una relazione della commissione parlamentare di qualche anno fa parla di un sistema volto ad abbattere i costi dello smaltimento dei rifiuti.

Il tema non riguarda solo gli incendi in aziende che si occupano di rifiuti ma riguarda tutti gli interessi che si nascondono dietro la scelta di promuovere progetti che mettono a rischio la salute dei territori e di chi li abita. Un altro incendio che risale alla memoria è quello dell’aprile 2019 a Frossasco che coinvolse una fabbrica di pannelli truciolari Kastamonu, la stessa che vorrebbe installare oggi un inceneritore proprio su quel territorio e che sta vedendo l’opposizione di un comitato di abitanti della zona dal nome Frossasco Ambiente. Infatti, non si tratta solo di avere a cuore l’ambiente ma si tratta di mettere in questione la decisionalità lasciata ai territori, la tendenza a colorare di green gli innumerevoli progetti che molto spesso hanno altri interessi, il conflitto che si gioca tra interessi pubblici e privati. E infine, molto più in generale, la questione della produzione, del consumo e quindi dello smaltimento dei rifiuti assumono una fortissima deresponsabilizzazione della politica e il conseguente scarico dei costi e delle colpe sui singoli cittadini.

Da Radio Blackout

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Un giudice ha messo sotto accusa due ufficiali e un agente di una pattuglia per la morte di 5 giovani durante lo Sciopero Nazionale.

Quelli che misero il petto -dicevano quelli della “prima linea”- lo fecero perché non avevano nulla da perdere. Se non li uccideva lo stato, affermano, nei quartieri li uccideva la fame o il conflitto interno tra le bande; da lì venne l’esplosione sociale, un grido comunitario che disse “non ce la facciamo più”.

Otto mesi dopo, 74 padri e madri di famiglia, zii o fratelli, di questi giovani, hanno creato un collettivo di famiglie che hanno perso un essere amato nelle proteste dell’esplosione sociale a Cali. Le comunicazioni tra loro sono costanti dato che sono l’unica rete d’appoggio che hanno.

Le istituzioni gli prestano poca attenzione e dalla giustizia si aspettano un riconoscimento che sta appena arrivando: oggi la Procura Generale della Nazione ha messo sotto accusa il colonnello Édgar Vega Gómez, comandante operativo della Polizia Metropolitana di Cali, il tenente Néstor Mantilla, comandante del grupo GOES, e l’agente di pattuglia della Polizia Wilson Orlando Esparragoza, tutti implicati in qualche modo nella morte di vari giovani durante le proteste sociali che nel 2021 si svolsero nella città di Cali.

Non solo la forza pubblica è sotto la lente d’ingrandimento. La Procura ha anche messo sotto accusa Andrés Escobar, il calegno che sparò in piena protesta nello scontro del quartiere Ciudad Jardín. Escobar apparve in alcune foto nelle reti sociali mentre sparava con un’arma, che secondo lui era a salve. Sarà processato insieme ad altre 16 persone, tra civili e poliziotti, che quel fatidico 9 maggio erano presenti allo Sciopero Nazionale a Cali, precisamente nel quartiere Ciudad Jardín.

Un mese fa, le famiglie delle vittime si sono date appuntamento nella piazzetta San Francisco, di fronte alla Procura Generale per fare un picchetto a nome dei loro familiari morti e assassinati. Il 17 novembre 2021 era un giorno importante per loro per un’udienza per i casi dei 5 calegni che non ci sono più e le cui morti la giustizia colombiana tiene in sospeso per un chiarimento: Miguel Ángel Pinto, Heiner Alexander Lasso Chará, Edwin Villa, Harold Rodríguez e Kevin Agudelo. I loro familiari, giusto fuori dell’edificio dove si teneva il procedimento giudiziario, chiedevano celerità nei processi dato che tutti hanno qualcosa in comune: la presunta partecipazione della forza pubblica al momento dei loro decessi. Alla fine stanno apparendo delle risposte.

Queste sono le 5 vittime che sono imputate ai 3 membri della polizia:

-Miguel Ángel Pinto Mona era un venditore nel centro di Cali. Aveva 23 anni e stava marciando insieme a dei conoscenti quando iniziarono gli scontri tra i manifestanti e l’ESMAD. Gli accompagnatori di Pinto affermarono che stavano scontrandosi con la Forza Pubblica con pietre mentre gli agenti risposero con i gas lacrimogeni. In mezzo allo scontro apparvero sparando delle pattuglie della Polizia. Pinto fu colpito da un proiettile e cadde al suolo ferito, per cui varie persone lo portarono all’Ospedale Carlos Carmona, dove morì, secondo quanto riportò in quel momento il media TuBarco.news.

-Kevin Anthony Agudelo era uno dei manifestanti che nella notte del 3 maggio era presente alla veglia nella piazzetta di Siloé, Cali. Circa alle 9.30 della notte, secondo le persone che si trovavano sul luogo, giunse la forza pubblica e incominciò a sparare contro i manifestanti con le armi da fuoco. Kevin fuggì dagli spari e mentre era fermo davanti ad una panetteria nella zona di Siloé conosciuta come El Palo, fu colpito da un proiettile, secondo le versioni raccolte dal giornale El Tiempo. Delle persone che stavano nella zona lo portarono all’Istituzione Prestatrice di Salute (IPS) di Siloé, ma giunse senza vita. Kevin aveva 22 anni, studiava disegno al Servizio Nazionale di Apprendistato (SENA) e da cinque anni praticava il calcio. Mariana Agudelo, una familiare della vittima, pubblicò in Twitter: “Oggi la mia famiglia soffre il dolore che lascia questo massacro senza senso, Kevin Agudelo è stato ucciso dallo stato indolente che sta massacrando i giovani, l’indignazione è tanta”.

-Negli stessi fatti in cui morì Kevin a Siloé, anche il giovane Harold Antonio Rodríguez perse la vita in circostanze simili: fu colpito da un proiettile dopo il violento assalto della Forza Pubblica alla veglia che si stava svolgendo nella notte di quel fatidico 3 maggio 2021. Rodríguez era anche un tifoso di calcio e faceva parte del Club del Valle, squadra iscritta all’Istituto dello Sport del Valle de Cauca-InderValle, istituzione che si pronunciò per la sua morte.

-Heiner Alexander Lasso Chará era un uomo di 60 anni in pensione, della Polizia Nazionale. Il 30 aprile, durante le manifestazioni a Cali, nella strada 29 all’incrocio con la strada 41, nel quartiere El Diamante, il pensionato si avvicinò al marciapiede dell’isolato quando fu colpito da un proiettile alla testa. Heiner non partecipava alla protesta, si trovava dentro un fruttivendolo e sentendo quello che stava succedendo si avvicinò per vedere gli avvenimenti. Mentre Lasso era al suolo, gli rubarono il portafogli e il denaro che aveva dentro, e quando giunse il corpo medico, era già morto.

-Il 30 aprile, un vicino di Edwin Villa lo invitò a marciare nel pomeriggio nel quartiere El Comercio di Cali. Villa accettò di andare con lui per le ingiustizie che c’erano state durante i primi giorni dello sciopero, anche se lui normalmente non partecipava alle proteste. Quel giorno ci furono rapidamente degli scontri tra coloro che protestavano e la forza pubblica. Alcune ore dopo, nella notte, un altro vicino che si trovava alla manifestazione avvisò la famiglia di Edwin che lui era stato portato nella clinica Carlos Holmes Trujillo. Quando i suoi familiari giunsero là, un medico li avvisò che aveva ricevuto un colpo in testa e che le probabilità di sopravvivere erano molto basse. In un ultimo tentativo di curarlo, fu portato nella clinica Imbanaco, ma morì quando giunse nel centro medico. Villa Escobar era un tecnico del gas di 39 anni che viveva nel quartiere El Poblado di Cali. I suoi conoscenti e familiari lo ricordano come una persona lavoratrice e giusta.

Fonte: Las 2 orillas

5 dicembre 2021

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons