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Articoli filtrati per data: Monday, 13 Dicembre 2021

Sin dall’inizio dell’autunno sono stati annunciati importanti rincari per le bollette del gas e della luce ed è importante evidenziare che l’aumento delle materie prime, non è l’unica causa. Infatti, i costi del cosiddetto decomissioning nucleare – ossia del processo di smantellamento degli impianti e la successiva messa in sicurezza delle scorie – vengono pagati in bolletta sotto voci più o meno comprensibili. 

Dall’autunno del 2020 ad oggi si stima un aumento del 250% delle bollette per imprese e famiglie. Contemporaneamente il ministro della Transizione Ecologica Cingolani sostiene l’introduzione dell’energia nucleare nella tassonomia europea sugli investimenti verdi, volontà che si accoda alla Francia ma che al momento non è stata accolta dalla Germania. Inserire l’energia nucleare nella tassonomia verde significa ufficializzare che investimenti pubblici possano essere utilizzati da imprese private che utilizzano o producono questo tipo di energia classificandola come adeguata rispetto agli obiettivi Ue sul clima. L’Europa oltre al nucleare inserisce nella tassonomia anche il gas, una contraddizione in piena regola nell’epoca in cui si dovrebbe uscire dalla dipendenza dai fossili. Chiaramente questa presa di posizione dell’Italia, alla luce di una produzione di energia pari a 91 miliardi kwh relativa agli ex impianti nucleari (Trino, Latina, Caorso e Garigliano) che indica una produzione storicamente esigua, è sinonimo della volontà di tutelare gli interessi di grandi gruppi industriali come Eni.

Dunque, se da un lato la produzione di energia data dal nucleare è sempre stata limitata, dall’altro i costi per la disattivazione effettiva delle centrali sono enormi e li stiamo pagando nelle bollette già raddoppiate. Alcuni dati raccolti dalle relazioni annuali dell’Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti Ambienti) e diffusi dal Manifesto, indicano che dal 2010 al 2021 sono stati pagati 4,2 miliardi di euro nelle utenze. Questi costi sono stati introdotti in bolletta nel 2000 per decreto legislativo e la maggior parte del profitto va nelle tasche di Sogin, società che si occupa dello smantellamento del nucleare sul territorio italiano dal 1999. Inoltre, occorre sottolineare che il processo di disattivazione ha proceduto a rilento in questi vent’anni e parallelamente vi è stato un aumento delle tariffe, rispetto alla gestione di Sogin vi è anche una relazione di verifica da parte della Commissione Ecomafie che dà il segno della situazione. La copertura finanziaria della Sogin viene garantita dagli oneri stabiliti da Arera che vengono poi, in base al bisogno, inseriti nelle bollette. Oltre ai costi di smantellamento occorre approfondire la questione delle scorie, proprio da qualche mese infatti la Sogin sta lavorando per trovare un luogo sul territorio nazionale per installare il Deposito Unico di scorie nucleari e mercoledì 15 dicembre, a conclusione del seminario nazionale di Sogin, verrà reso noto il resoconto dei lavori. Anche in questo caso l’investimento di 900 milioni di euro per la realizzazione del deposito saranno finanziati da una componente presente in bolletta. Non finisce qui, anche la Grande Distribuzione Organizzata farà pagare ai consumatori i rincari dell’energia andando ad aumentare i prezzi delle merci, si stima che nel periodo natalizio ci sarà un aumento di 20 euro a famiglia solo per questo.

In questi mesi in alcuni territori del chivassese proprio dove Sogin vorrebbe, molto probabilmente, costruire il deposito unico per le scorie nucleari si stanno esprimendo resistenze e opposizioni. Infatti, a Mazzé è nato un comitato dal nome Atomi Impazziti che, dopo aver informato la comunità dei rischi per la salute, delle conseguenze per i terreni e i relativi espropri che interesseranno la zona se Sogin dovesse esprimersi a favore di questo luogo, ha organizzato una grande manifestazione per dichiarare pubblicamente che la popolazione non accetterà compromessi davanti ad un ricatto come questo. Il rifiuto da parte degli abitanti dei territori che vengono coinvolti o che rischiano di esserlo da progetti nocivi calati dall’alto, senza alcun tipo di dialettica con la popolazione, è una tendenza ormai evidente, nonostante il Ministero cerchi disperatamente di nascondere dietro una parvenza green una seria volontà di autodistruzione generalizzata.

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Dai boicottaggi a Balfour fino al trattamento dei prigionieri politici, gli irlandesi e i palestinesi hanno molto in  comune

 

di Yousef M Aljamal*  al-Jazeera

*(Traduzione a cura di Valentina Timpani)

Roma, 9 dicembre 2021, Nena News – Durante gli undici giorni di assalto della Striscia di Gaza da parte di Israele a maggio, che è costata la vita di 254 palestinesi, compresi 66 bambini, sono stati organizzati diversi atti di solidarietà nel mondo. Ma forse nessuno è stato così significativo come quello che ha avuto luogo in Irlanda. Il 26 maggio il parlamento irlandese ha fatto passare una risoluzione che condanna l’annessione “de facto” della Palestina da parte di Israele.

È stato significativo, ma non sorprendente, considerato che la storia della solidarietà tra Irlanda e Palestina è lunga e reciproca.

La si è potuta nuovamente constatare quando la scrittrice irlandese, autrice di best seller e vincitrice di diversi premi, Sally Rooney, ha rifiutato un’offerta di traduzione del suo romanzo, Beautiful World, Where are you, in ebraico, facendo riferimento al supporto al movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Il movimento BDS che fa appello alla società civile globale affinché si impegni in una campagna onnicomprensiva di boicottaggio contro Israele fin quando non sarà permesso ai rifugiati palestinesi di tornare nelle loro case, fino alla fine dell’occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, fino allo smantellamento degli insediamenti e del muro di separazione e fino a quando i palestinesi con passaporti israeliani non saranno trattati allo stesso modo che gli ebrei israeliani, è particolarmente popolare in Irlanda. Ma, ancora, non dovrebbe essere una sorpresa – perché è proprio lì che è nato il termine “boicottare”.

Charles Cunningham Boycott (1832-1897) era un agente immobiliare inglese che lavorava per Lord Erne, il quale possedeva 40.000 acri (16.000 ettari) di terra in Irlanda. A quel tempo, durante il dominio inglese, 750 proprietari – che spesso non risiedevano nelle loro terre – possedevano metà del paese. Molti di loro pagavano degli agenti perché gestissero le loro tenute, come faceva Boycott per Erne nella contea di Mayo. Il suo lavoro includeva riscuotere l’affitto dai contadini che lavoravano la terra.

Nel 1880, la Land League, che era stata fondata l’anno prima per lavorare a una riforma del sistema dei proprietari terrieri, che lasciavano i contadini poveri in balia di affitti eccessivi e di sfratti se non potevano pagare, chiesero a Boycott di ridurre gli affitti del 25 per cento. I raccolti non erano stati buoni e la prospettiva della carestia incombeva. Ma Erne – e Boycott – si rifiutarono e ottennero avvisi di sfratto per gli affittuari che non potevano pagare.

In risposta Charles Stewart Parnell, un leader nazionalista irlandese, presidente della Land League, incoraggiò i vicini di Boycott a evitarlo o a ostracizzarlo. I negozi del posto si rifiutarono di servirlo e quando i braccianti si rifiutarono di lavorare la terra, fu costretto a far arrivare dei lavoratori da Ulster a un costo di gran lunga maggiore rispetto al valore dei raccolti a cui lavoravano.

Si racconta che Padre John O’Malley, un leader locale della Land League, pensava che la parola ostracizzare fosse troppo complicata per i braccianti – e fu così che nacque il termine to boycott (boicottare). Ma la parola – e il concetto – non è l’unico filo che unisce la storia irlandese a quella palestinese.

“Bloody Balfour” – Dall’Irlanda alla Palestina

Non molto tempo dopo la Rivolta di Pasqua del 1916 – quando, dal 24 al 29 aprile, i nazionalisti irlandesi si ribellarono contro il dominio inglese finché l’esercito inglese non represse violentemente la rivolta e ne giustiziò i leader – i palestinesi vissero la loro calamità per mano degli inglesi.

Il 2 novembre 1917 il ministro degli esteri, Arthur James Balfour, scrisse una lettera al barone Lionel Walter Rothschild, una delle figure di spicco della comunità ebrea in Inghilterra, in cui dichiarava: “Il governo di sua maestà vede con favore lo stabilimento in Palestina di un focolare per il popolo ebraico”.

La Dichiarazione Balfour avrebbe avuto conseguenze terribili per i palestinesi, ma gli irlandesi avevano già familiarità con il lavoro di Balfour.

Dal 1887 al 1891, Balfour era stato capo segretario per l’Irlanda, dove aveva immediatamente cominciato a reprimere il lavoro della Land League. Il Perpetual Crimes Act del 1887 perseguiva gli attivisti agrari e mirava a prevenire, tra le altre cose, i boicottaggi.

Centinaia di persone, compresi più di venti parlamentari, furono incarcerati a seguito di questa legge, che faceva sì che i casi potessero essere portati a processo senza una giuria. Quando alcuni membri del Royal Irish Constabulary spararono alla folla che protestava contro la condanna di due persone a Mitchelstown, nella contea di Cork, il 9 settembre 1887, uccidendo tre uomini, Balfour fu soprannominato “Bloody Balfour” (Balfour il sanguinoso).

Gli anni ’80 – Dal Libano a Long Kesh

La connessione tra la lotta irlandese contro gli inglesi e quella dei palestinesi contro Israele è continuata negli anni successivi. A quanto si dice, negli anni ’70 e nei primi anni ’80, alcuni membri dell’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) avevano legami con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

I membri irlandesi dell’IRA visitavano i campi profughi in Libano, dove l’OLP ha avuto sede fino al 1982, per mostrare solidarietà al popolo palestinese. Secondo Danny Morrison, ex direttore pubblicitario di Sinn Fein, un partito repubblicano irlandese associato storicamente all’IRA: “L’IRA non ha mai confermato una relazione di lavoro con la resistenza palestinese. Ci sono state voci di repubblicani che venivano addestrati in un campo palestinese. Nel porto di Dublino le autorità irlandesi espropriarono delle armi che venivano da Cipro e che si dice fossero state inviate dall’OLP per l’IRA, ma l’IRA non l’ha mai confermato”.

Tuttavia, la questione che probabilmente collega più strettamente l’esperienza palestinese e quella irlandese è la questione dei prigionieri politici. Nel 1936, durante il mandato inglese in Palestina, l’Inghilterra introdusse la detenzione amministrativa, che permetteva la reclusione di prigionieri per un tempo indeterminato senza la formulazione di accuse e senza processo. Israele usa questa legge ancora oggi, centinaia di palestinesi vengono imprigionati così.

Nell’Irlanda del Nord, una legge uguale è stata introdotta nel 1971, tre anni dopo l’inizio dei Troubles (il conflitto nordirlandese), con l’intenzione di penalizzare l’IRA. La reclusione senza processo includeva arresti di massa, soprattutto di nazionalisti e cattolici, molti dei quali non avevano alcuna connessione con l’IRA. Coloro che venivano arrestati venivano mandati nel carcere di Long Kesh (dove più avanti ci sarà il famoso H-Blocks o Maze). Prima dell’eliminazione della legge nel 1975, erano state incarcerate quasi 2.000 persone.

Coloro che venivano tenuti a Long Kesh sostenevano di essere prigionieri politici e non normali criminali e che come tali dovevano essere trattati. Nel 1972, ai prigionieri che scontavano pene legate ai Troubles fu assegnato uno statuto di categoria speciale, o statuto politico, che significava che non dovevano indossare le uniformi della prigione o fare lavoro carcerario e che potevano ricevere visite extra e pacchi di cibo.

Nel 1976, però, si mise fine allo statuto di categoria speciale. (Un secolo prima, Arthur Balfour sosteneva che i prigionieri politici dovessero essere trattati come normali criminali.) Israele, allo stesso modo, rifiuta di riconoscere lo status di prigionieri politici ai palestinesi, nonostante molti di loro – come Ahmad Sadat e Marwan Barghouti – siano leader di gruppi politici.

Gli scioperi della fame

Il 1 marzo 1981, cinque anni dopo la fine dello statuto di categoria speciale, un prigioniero repubblicano irlandese, Bobby Sands, iniziò uno sciopero della fame per chiedere il ripristino dello status politico. Altri prigionieri politici si unirono a lui nello sciopero a intervalli scaglionati. Dieci di loro, compreso Sands, morirono.

Dopo la morte di Sands il 5 maggio, il sessantaseiesimo giorno di sciopero, i prigionieri palestinesi nella prigione israeliana di Nafha fecero uscire di nascosto una lettera di supporto per gli irlandesi che facevano lo sciopero della fame. C’era scritto: “Rendiamo onore allo sforzo eroico di Bobby Sands e dei suoi compagni, perché hanno sacrificato la cosa più preziosa che gli esseri umani posseggono. Hanno dato la vita per la libertà”.

C’erano stati diversi scioperi della fame da parte dei prigionieri palestinesi prima e molti ce ne sarebbero stati dopo. Cinque palestinesi sono venuti a mancare mentre scioperavano e dozzine si sono avvicinati alla morte. Migliaia di prigionieri palestinesi hanno partecipato a quella che i palestinesi chiamano “la battaglia degli stomachi vuoti”, sia da soli che in massa, nel corso degli anni.

Gli scioperi della fame sono efficaci perché, oltre a umanizzare i prigionieri in quanto persone desiderose di sacrificare le loro vite per la libertà, attirano l’attenzione internazionale – aiutando a costruire una solidarietà internazionale, in particolare tra le persone in diaspora.

Recentemente ho contribuito alla scrittura di un libro – A Shared Struggle: Stories of Irish and Palestinian Hunger Strikers – in cui vengono raccontate le storie di alcune di queste persone palestinesi che hanno fatto scioperi della fame e delle loro controparti irlandesi. Una delle storie è quella di Rawda Habib, che fu arrestata nel 2007 dall’esercito israeliano e condannata a otto anni di prigione. Quando Israele ha rifiutato la sua richiesta di essere trasferita nella sezione femminile della prigione, Habib, che al tempo era incinta e che ha poi partorito mentre era in carcere, non ha né mangiato né bevuto per tre giorni.

“Non sapevo che di solito chi fa lo sciopero della fame smette di mangiare cibo ma assume solo il sale con l’acqua, in modo da non far marcire lo stomaco”, spiega nel libro. “Ho anche scoperto che si può tollerare la fame ma non la sete. Non assumere acqua può portare alla paralisi, all’insufficienza renale o anche alla morte in pochi giorni. La sera del terzo giorno, sono svenuta e caduta a terra”.

Fu trasferita nella sezione femminile del carcere ed è stata rilasciata più avanti come parte di uno scambio di prigionieri tra Hamas e Israele nel 2011.

La storia di Habib è simile a quella di Hana Shalabi. Nel 2012, Shalabi, che è della città di Jenin, in Cisgiordania, ha fatto uno sciopero della fame di 43 giorni, fino a quando Israele ha accettato di deportarla nella Striscia di Gaza, dove vive ancora oggi. Shalabi mi ha raccontato che mentre faceva lo sciopero della fame, fu trasferita all’ospedale di Haifa, la città dove i suoi genitori avevano vissuto prima di diventare profughi durante la Nakba. Ma quando le autorità israeliane si resero conto che lei era felice di essere nella sua città, la trasferirono per punizione in un ospedale diverso.

Laurence McKeown, un repubblicano irlandese che è stato imprigionato per sedici anni dal 1976 al 1992 ha preso parte allo sciopero della fame nel 1981, dopo che Sands e altri tre erano morti. Il suo sciopero è finito il settantesimo giorno quando la sua famiglia ha autorizzato l’intervento medico per salvargli la vita. Nel libro, descrive come le guardie carcerarie gli portavano il cibo tre volte al giorno nel tentativo di convincerlo ad abbandonare il suo sciopero. Oggi, Israele adotta un metodo simile contro i prigionieri palestinesi; ad aprile 2017, quando 1.500 prigionieri palestinesi iniziarono uno sciopero della fame, i coloni israeliani organizzavano grigliate vicino alle celle dove erano tenuti i prigionieri.

La somiglianza tra le pratiche inumane subite dai prigionieri politici irlandesi nel passato e il trattamento disumano dei prigionieri palestinesi di oggi ci serve a ricordare questa lunga storia di solidarietà tra due paesi infestati dalla colonizzazione. Sulla copertina di A Shared Struggle c’è la fotografia di alcune donne palestinesi che portano dei cartelli con scritto “Nafha, H-Block, Armagh, una sola lotta”, è un’immagine che la dice lunga sulla solidarietà tra Irlanda e Palestina.

Ad oggi 29 novembre, la Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, due prigionieri palestinesi stanno facendo uno sciopero della fame: Hisham Abu Hawwash, da 108 giorni, e Nidal Ballout, da 35 giorni. Entrambi sono sotto detenzione amministrativa senza accuse e senza un processo.

Ma come scrisse Bobby Sands tanti anni fa in The Lark and the Freedom Fighter – un saggio che ci ricorda del defunto prigioniero palestinese Muhammad Hassan, che teneva un uccello nella sua cella del carcere di Nafha, nutrendolo e concedendogli della libertà ogni giorno, finché un detenuto lo calpestò accidentalmente uccidendolo: “Ho uno spirito di libertà che non può essere spento neanche dal più orribile dei trattamenti. Ovviamente posso essere ucciso, ma mentre sono ancora in vita, resto quello che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo fatto”. Nena News

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Secondo un'inchiesta del New York Times durante la guerra all'ISIS in Siria sarebbe esistita un'unità segreta non presente nei registri militari ufficiali che avrebbe provocato indiscriminatamente la morte di molti civili con l'utilizzo di droni da combattimento.

Si chiamerebbe Talon Anvil la cellula militare segreta che tra il 2014 e il 2017 ha regolarmente violato le procedure di salvaguardia, hanno detto fonti al New York Times, per funzionare alla "velocità della guerra". Il gruppo avrebbe operato da uffici anonimi in Siria ed in Iraq con una tale disinvoltura nel selezionare gli obbiettivi che persino i funzionari della CIA e dell'aeronautica si sarebbero allarmati. 

Secondo quanto riportato la cellula avrebbe colpito obbiettivi civili che nulla avevano a che fare con il conflitto avendo svolto un ruolo "fuori misura" nelle 112.000 bombe e missili puntati contro lo Stato islamico mentre il cosiddetto califfato era in funzione.

Nel 2016 la cellula ha ucciso tre uomini che lavoravano in un uliveto fuori dalla città di Manbij. Gli uomini portavano borse di tela, ma non avevano armi e non erano affatto vicini a combattimenti - indipendentemente da ciò, gli agenti hanno sparato un missile.

Il 9 marzo 2017, i civili sono fuggiti su barche di fortuna sul fiume Eufrate quando sono scoppiati i combattimenti a Raqqa.

La fonte ha detto al Times di aver visto un video ad alta definizione mentre i membri di Talon Anvil - che indossavano regolarmente sandali Birkenstock e zoccoli Crocs per lavorare - lanciavano missili contro diverse delle barche, uccidendo circa 30 civili i cui corpi galleggiavano via nell'acqua verde.

Più tardi quell'anno, la cellula ha inviato un drone predatore per librarsi sopra la città agricola siriana di Al Karama.

Erano le 4 del mattino e la città sembrava addormentata. Anche con i sensori a infrarossi, non è stato rilevato alcun movimento. L'operatore di Talon Anvil si è concentrato su un edificio e ha detto agli analisti dell'intelligence di aver avuto un suggerimento dalle forze del gruppo che si trattava di un centro di addestramento nemico.

I sensori hanno indicato che un cellulare o una radio nemica potrebbero essere nel quartiere, ma non sono stati in grado di individuare un singolo edificio o anche un singolo blocco. Indipendentemente da ciò, l'operatore ha sganciato una bomba da 500 libbre sul tetto dell'edificio.

Quindi, i sensori a infrarossi hanno raccolto il movimento - molto. L'ex ufficiale ha descritto una scena orribile al Times, con donne e bambini che barcollano fuori da un edificio parzialmente crollato, alcuni con arti mancanti e altri che trascinano i morti.

La cellula contava una ventina di operativi e secondo quanto riportato dal Times non rispondeva direttamente ai principali responsabili delle iniziative di guerra, ma al comando della Delta Force. Sarebbe da chiedersi comunque come è possibile che i superiori non fossero a conoscenza dell'operato di una cellula che secondo le stime del giornale avrebbe avuto un ruolo determinante nella crescita delle vittime civili nel conflitto siriano. Gli operativi di Talon Anvil classificavano quasi tutte le operazioni come difensive anche se si verificavano a 10 o 100 miglia dalla linea del fronte per evitare il processo di controllo imposto sulle azioni offensive. Spesso nascondevano il numero delle vittime civili e oscuravano o deviavano le telecamere dei droni quando i bombardamenti andavano a segno per evitare di lasciare tracce.

In circa sette anni e mezzo di operazioni in Siria e Iraq, le coalizioni guidate dagli Stati Uniti hanno riportato 1.417 morti civili per attacco aereo, secondo Air Wars. Sulla base dei resoconti dei testimoni, verificata dal gruppo, tra 8.159 e 13.192 civili sono morti nei due paesi in seguito a 1.505 attacchi aerei.

Secondo quanto affermato al Times da un ex membro del gruppo "Supervisionare colpo dopo colpo gli attacchi sembrava erodere la prospettiva degli operatori e sfilacciare la loro umanità".

Appare evidente come il paradigma di "gamefication" della guerra stia portando ad un altro step la violenza contro i civili disarmati. L'utilizzo indiscriminato di droni e nuove tecnologie militari ripropongono in chiave ancora più brutale l'industrializzazione della guerra, dove l'efficacia viene misurata in numero di target, statistiche e la disumanizzazione si fa sempre più completa. La strategia dell'uso massiccio di droni per evitare perdite militari è stato il risultato del cambio di strategia dell'amministrazione Obama, poi diventato pratica comune a tutti gli effetti, ed oggi utilizzato ampiamente dalla Turchia contro il popolo curdo. Con l'obbiettivo di evitare che la morte di militari USA provocasse insofferenza nell'opinione pubblica interna, senza mollare il ruolo di gendarme del mondo, si è concesso a gruppi di tecnici, al sicuro dalle loro postazioni a distanza, di decidere della vita e della morte delle persone.

 

 

 

 

 

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Caporalato a Borgo Mezzanone, 16 indagati tra cui un’imprenditrice coniugata al capo del dipartimento per l’Immigrazione del Viminale

Di Ercole Olmi per Pop Off Quotidiano

Reclutavano tra le baracche del ghetto di Borgo Mezzanone (Foggia) manodopera per aziende agricole del territorio da impiegare nei campi del Foggiano. L’indagine dei carabinieri e della procura di Foggia ha portato all’arresto di 5 persone e all’obbligo di firma per altre 11 tra le quali la moglie del prefetto Michele di Bari, capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Viminale che si è dimesso appena appreso dell’inchiesta. I due finiti in carcere – un 33enne gambiano e un 32enne senegalese che vivevano nel ghetto – erano secondo gli investigatori «l’anello di congiunzione» tra i rappresentanti delle varie aziende del settore agricolo della zona e i braccianti. Alla richiesta di forza lavoro avanzata dalle aziende, i due si attivavano e reclutavano i braccianti all’interno della baraccopoli, provvedevano al loro trasporto preso i terreni e li sorvegliavano durante il lavoro, pretendendo 5 euro per il trasporto e altri 5 euro da ogni bracciante per l’attività di intermediazione. È stato accertato che il principale dei due reclutatori si occupava anche di dare direttive ai braccianti sulle modalità di comportamento in caso di controlli. «Caporali, titolari e soci delle aziende avevano messo in piedi un apparato quasi perfetto – sottolineano i carabinieri – che andava dall’individuazione della forza lavoro necessaria per la lavorazione dei campi, al reclutamento della stessa, fino al sistema di pagamento, risultato palesemente difforme rispetto alla retribuzione stabilita dal Ccnl, nonché dalla tabella paga per gli operai agricoli a tempo determinato della provincia di Foggia». Le buste paga, infatti, sono risultate non veritiere, poiché nelle stesse venivano indicate un numero di giornate lavorative inferiori a quelle realmente prestate dai lavoratori, senza tener conto dei riposi e delle altre giornate di ferie spettanti. I lavoratori, tra l’altro, non venivano neanche sottoposti alla prevista visita medica.

La moglie dell’ex capo del Dipartimento di immigrazione del Viminale trattava direttamente con Bakary Saidy, uno dei due caporali finiti in carcere nell’inchiesta di Foggia. Saidy portava nei campi i braccianti dopo averli reclutati «in seguito alla richiesta di manodopera avanzata da Livrerio Bisceglia, che comunicava telefonicamente il numero di lavoratori necessari sui campi». Lavoratori «assunti tramite documenti forniti dal Saidy» che per questo «riceveva il compenso da Livrerio Bisceglia».

E’ emerso, si legge nell’ordinanza, «che la Livrerio Bisceglia ha impiegato per oltre un mese braccianti reclutati dal Saidy (il gambiano Bakary Saidy, uno dei due caporali arrestati, ndr) al quale ella si è rivolta direttamente». La donna, aggiunge il magistrato, «è consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento, nella misura in cui si rivolge ad un soggetto, quale il Saidy, di cui non può non conoscersi il modus operandi». L’indagata, prosegue il documento, «dispone del numero di telefono del Saidy e chiama costui personalmente, si preoccupa, dopo i controlli, di compilare le buste paga, chiama Saidy e non i singoli braccianti per dirgli come e perché si vede costretta a pagare con modalità tracciabili e concorda, tramite Bisceglia Matteo (altro indagato, ndr), che l’importo della retribuzione sarà superiore a quella spettante e che Saidy potrà utilizzare la differenza per pagare un sesto operaio che, evidentemente, ha operato in nero». In particolare, viene rilevato, «i dialoghi sulle modalità di pagamento (successivi all’attività di controllo) costituiscono dati univoci del ruolo attivo dei Bisceglia nella condotta illecita di impiego ed utilizzazione della manodopera reclutata dal Saidy, in quanto rivelano una preoccupazione ed una attenzione per la regolarità dell’impiego della manodopera solo successiva ai controlli».

Michele Di Bari si dimette dopo la notizia: «desidero precisare che sono dispiaciuto moltissimo per mia moglie che ha sempre assunto comportamenti improntati al rispetto della legalità. Mia moglie, insieme a me, nutre completa fiducia nella magistratura ed è certa della sua totale estraneità ai fatti contestati».

Bisceglia risulta essere socia e amministratore di una delle dieci aziende coinvolte nell’indagine dei Carabineri di Foggia. L’accusa ipotizzata per tutti è a vario titolo di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Sottoposte al vaglio degli inquirenti le condizioni di sfruttamento cui erano sottoposti numerosi braccianti extracomunitari provenienti dall’Africa, impiegati a lavorare nelle campagne della Capitanata, tutti «residenti» nella nota baraccopoli di Borgo Mezzanone, dove si trova un accampamento che ospita circa 2000 persone, che vivono in precarie condizioni igienico-sanitarie e in forte stato di bisogno

La moglie del prefetto di Bari impiegava nella sua azienda «manodopera costituita da decine di lavoratori di varie etnie» per la coltivazione dei campi «sottoponendo i predetti lavoratori alle condizioni di sfruttamento» desumibili «anche dalla condizioni di lavoro (retributive, di igiene, di sicurezza, di salubrità del luogo di lavoro) e approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie», scrive il Gip del tribunale di Foggia nell’ordinanza nei confronti degli indagati per l’inchiesta sul caporalato.Circa 5 milioni di euro all’anno il volume d’affari delle aziende coinvolte nell’inchiesta sul caporalato della procura di Foggia. Le società oggetto del provvedimento, che sono state sottoposte a controllo giudiziario, sono dieci e sono riconducibili, secondo gli investigatori, a dieci soggetti che sono stati colpiti dalla misura cautelare.

«Gli indagati sono risultati adusi all’utilizzo e allo sfruttamento di manodopera extracomunitaria a basso costo, hanno dato dimostrazione di una elevata «professionalità» nell’organizzare l’illecito sfruttamento della manodopera e hanno palesato una non comune capacità operativa e una sicura impermeabilità al rispetto delle regole (rileva a riguardo che le predette condotte sono state realizzate nei confronti di un numero elevato di lavoratori e per un lungo arco temporale)».

Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie del prefetto Michele di Bari, «è consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento», scrive il gip di Foggia nell’ordinanza.

Paghe tra i tre e i sei euro l’ora, turni massacranti e baracche fatiscenti: Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia, è ormai tristemente noto per essere il più grande ghetto della Capitanata. Lo chiamo l’“ex pista” perché sorge a ridosso dell’ex aeroporto usato dagli americani nella Seconda guerra mondiale, e che durante la guerra del Kosovo divenne base logistica per le operazioni che partivano da Amendola. I locali di quella che era l’autostazione, ristrutturati e modificati, fino al 2020 hanno ospitato il Cara, Centro di accoglienza per richiedenti asilo, creando il paradosso di due luoghi lager confinanti e comunicanti, uno controllato dall’Esercito e l’altro in mano a caporali, ossia alle mafie locali ed esotiche.

A giugno del 2020 un incendio ha ucciso Mohamed Ben Ali, che si faceva chiamare Bayfall, aveva 37 anni. Il 30 maggio, neanche due settimane prima, un altro incendio aveva ridotto in cenere decine di baracche, fortunatamente senza vittime; ma in poco più di un anno il fuoco ha ucciso, prima di Mohamed, altre tre persone. Cavi elettrici a vista e collegati chissà come, i bracieri per scaldarsi, le bombole a gas a due passi dal materasso, e a volte anche azioni dolose per regolare i conti.

Succede da anni, una spirale di sfruttamento lavorativo e sottosviluppo abitativo in nome del profitto di pochi. Il ghetto negli anni è stato oggetto di diverse azioni di abbattimento e sgombero, ma come già accaduto con il Gran ghetto di Rignano Garganico, questi interventi, in assenza di soluzioni alternative, hanno solo contribuito a spagere l’emergenza sul territorio creando nuovi e più piccoli insediamenti poco distanti o una pronta ricostruzione in loco delle baracche rase al suolo.

Di bonifica e valorizzazione di Borgo Mezzanone si parla in progetti che rientrano nel Cis Capitanata, il Contratto istituzionale di sviluppo firmato a Foggia dal presidente del Consiglio il 13 agosto 2019 (poco meno di 3 milioni e 500mila euro). Una delle proposte di riconversione è quella della Cisl di Foggia di destinare l’ormai ex Cara alla creazione di alloggi per una parte degli abitanti della baraccopoli.

L’agroalimentare in Puglia rappresenta il 20% del Pil regionale, con un valore economico di produzione di 4.933 miliardi di euro (dati Istat 2018). Gli occupati nel settore sono oltre 180 mila, dei quali quasi 41 mila provenienti da paesi europei ed extraeuropei. La sola provincia di Foggia assorbe 50 mila lavoratori agricoli, dei quali circa due terzi fra italiani ed europei e un terzo africani, ed è la provincia italiana con il più allarmante fenomeno di segregazione abitativa, legata proprio alle dinamiche viziate del lavoro nei campi.

In una condizione complessa di lavoro sottopagato, problematiche individuali differenti e vita quotidiana in assenza di sicurezza, servizi e reale libertà, migliorare solo le condizioni abitative potrebbe dare ancora più potere alle reti criminali. “Ogni intervento per togliere la gente dal ghetto deve essere accompagnato senza un sistema di uscita dal sistema di sfruttamento ogni intervento di “bonifica” è un favoreggiamento delle mafie.

Se si guardano i dati Inps sulle giornate dichiarate in busta paga dai braccianti, con differenze importanti a seconda della provenienza del lavoratore: per i neocomunitari, quasi 13 mila nel foggiano, risultano in media 49 giorni lavorati all’anno; per i cittadini del Centro Africa, oltre la metà dei 5mila e 700 presenti negli elenchi anagrafici Inps, non si superano le dieci giornate.

«Si susseguono i casi in cui il fenomeno del caporalato viene contrastato dalle forze dell’ordine, senza che però nulla avvenga in termini di contrasto preventivo, con i mezzi che esistono e sono previsti dalla Legge 199», dichiara il segretario generale Flai Cgil, Giovanni Mininni, in merito al blitz della notte scorsa nella provincia di Foggia. «È una circostanza che ci provoca grande preoccupazione e connota la gravità e l’estensione del fenomeno del caporalato e sfruttamento e del suo giro di affari», precisa il segretario, «un ennesimo episodio che dimostra la necessità della piena applicazione della Legge 199/2016, cioè l’attuazione concreta della parte preventiva che consentirebbe un accesso trasparente e regolare al lavoro». Per Mininni, «è necessario intervenire con controlli sulle condizioni di lavoro e applicazione dei contratti, con azioni su alloggi e trasporto, i nodi, cioè, su cui si sviluppa il caporalato e lo sfruttamento da parte di intermediari e datori di lavoro senza scrupoli. Lo strumento per fare tutto ciò lo indica la legge e sono le Sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualità, delle quali chiediamo in tempi celeri l’istituzione in tutte le province, un tassello fondamentale per dare un colpo decisivo a chi approfitta dello stato di necessità di tanti lavoratori».

foto ©CiroDattoli da Open Migration

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Ieri, sabato 11 dicembre, anche la natura si è vestita a festa per dare l’ultimo saluto al compagno Damiano. Le Grigne di Lecco, il Monte Generoso, il Resegone ed altre vette imbiancate, stagliate in un’aria tersissima, un cielo alto, pieno di luce, come fossimo in Brasile o in Kenia, una temperatura quasi tiepida, da Sud, quel Sud che tanto amava Gnappo.

Da Il pungolo rosso

A Garbatola, frazione di Nerviano, un tiro di schioppo da Rho, la cittadina nella quale insieme ad Alessandro Zadra e altri giovani compagni e compagne Damiano aveva dato vita alla Corte popolare e al collettivo La Sciloria, ci siamo radunati all’ora convenuta in più di mille. Prima in silenzio, per non disturbare la funzione religiosa voluta dai suoi genitori, poi in corteo e in un’assemblea animati, intensi, in qualche momento chiassosi, pieni di giovani venuti anche da Napoli, come i compagni di Iskra, o da più vicino come i compagni del Fdg.

Alla fine della funzione religiosa un militante del SI Cobas entrato nel mezzo della chiesa sventolando una grande bandiera rossa con falce e martello, senza altri simboli, per segnalare da subito il colore caro a Damiano e alla gran parte di quanti (non certo tutti) sono accorsi a salutarlo. Non è una deminutio che lì ci fossero anche non comunisti, tra i suoi concittadini o tra i proletari immigrati aderenti al SI Cobas. Al contrario, è il riconoscimento di quanto può essere forte il potere di attrazione della militanza di classe autentica. E quella di Gnappo lo è stata.

L’hanno ricordato le sue compagne e compagni di lotta del circondario, da quando, all’età di 16 anni, aveva cominciato a muoversi “contro le ingiustizie” e ad essere, per il suo carattere positivo, generoso, coraggioso, un tessuto connettivo tra persone e bisogni da organizzare con quella naturale e allegra socialità che gli è stata propria fino all’ultimo giorno, anche nei passaggi di lotta più duri e difficili. A cui mai Damiano si è sottratto, andando incontro a bastonate della polizia e fogli di via.

Per questo è stato ricordato, con gratitudine, commozione, rammarico da coloro che in questi anni lo hanno avuto accanto in tanti picchetti e manifestazioni, da Papis Ndyae a Mohammed Arafat, da Mohammed Inane a Daniele Mallamaci, da Michele Michelino a Elio del CSA Vittoria, ad Annamaria, Gino Orsini e Peppe D’Alesio, che lo ha presentato come un tipo di “uomo nuovo”.

L’umanità di Gnappo è stato un tema ritornante negli interventi e nelle canzoni che gli sono state dedicate: l’umanità come base essenziale (ma non sempre presente) dell’essere compagni. L’umanità con i vicini e con i “lontani”. Buono, semplice, dal grande cuore. Ma non solo questo. Pietro Basso e Aldo Milani hanno richiamato il suo cammino dai collettivi “locali” al SI Cobas e poi alla partecipazione sempre più attiva al lavoro della Tendenza internazionalista rivoluzionaria, cammino compiuto con naturalezza, senza cessare di essere un Ciapa-No per il fatto di essere divenuto un militante internazionalista che ha meritato di essere salutato, com’è avvenuto, al canto dell’Internazionale.

In tanti gli abbiamo gridato: “Damiano è vivo, e lotta insieme a noi. Le nostre idee non moriranno mai”. Ora il giuramento è da rispettare.

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Tra crisi climatica e sicurezza sul lavoro. Un'inedita tempesta ha generato più di 30 tornado nel midwest e sud est degli Stati Uniti provocando un numero di vittime ancora imprecisato e diversi dispersi. Particolarmente violenta la tempesta in Kentucky dove è stato dichiarato il disastro federale. Qui un'intera fabbrica di candele è stata rasa al suolo provocando almeno otto operai morti e otto dispersi, secondo le prime stime. Mentre in Illinois sei lavoratori sono stati uccisi nel magazzino Amazon dopo che l'impianto si è piegato sotto la forza del tornado, tra cui un autista di carico che è morto in bagno, dove molti lavoratori hanno detto di essere stati indirizzati a ripararsi. In molti adesso si chiedono come mai queste attività continuassero a produrre in piena tempesta e si riapre la discussione sul cambiamento climatico e le sue conseguenze reali.

Un vasto fronte di tempesta si è spostato attraverso il bacino del Mississippi e parti del sud-est e del midwest degli Stati Uniti venerdì sera, generando più di 30 tornado.

La primavera è la stagione principale per i tornado e quest'ultimo evento è stato molto insolito a dicembre, quando il clima più freddo normalmente limita i tornado, ha detto Victor Gensini, un ricercatore di condizioni meteorologiche estreme presso la Northern Illinois University.

Ma in generale è evidente che la sequenza storica di eventi estremi di questo genere negli Stati Uniti sta crescendo, secondo gli esperti il paese sperimenta in modo unico più di 1.200 tornado all'anno, più di quattro volte il numero in altri paesi del mondo in cui si verificano, combinati.

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Qui una foto della fabbrica di candele nei pressi di Mayfield completamente rasa al suolo.

I soccorritori continuano a fare la conta dei dispersi negli Stati colpiti e molte persone sono tutt'ora senza accesso ad acqua ed elettricità o senza la possibilità di recuperare i propri beni a due giorni dal disastro.

Ma il tema più forte che solleva questo disastro è la morte di decine di lavoratori e lavoratrici mentre in piena tempesta si trovavano sul proprio posto di lavoro senza adeguate misure di sicurezza. Emerge dunque definitivamente il problema della sicurezza sul lavoro di fronte alla crisi climatica.

tornado usa

Di seguito la traduzione di quanto scritto da Nantes Révoltée riguardo a questo disastro climatico:

Negli USA questo fine settimana, una serie di tornado ha distrutto 6 Stati, lasciando alle spalle città desolate, con edifici ridotti a briciole. Nella città di Edwardsville, Illinois, un magazzino Amazon è stato distrutto da un tornado. Il tetto è stato strappato e l'edificio è crollato su se stesso, ci sono oltre 6 morti e oltre 100 dispersi.

I dipendenti sono stati costretti a continuare a lavorare mentre il tornado stava arrivando. Tra le misure utilizzate dalla multinazionale per aumentare la ′′produttività′′ dei suoi dipendenti: la privazione del telefono. Amazon vieta ai lavoratori di portare i loro telefoni nei magazzini e organizza controlli di sicurezza con il metal detector. A Edwardsville non hanno saputo che un tornado stava arrivando e sono rimasti intrappolati. Paradosso di questa industria della vendita online iper-connessa, i cui compiti sono ampiamente assistiti dalla tecnologia digitale.

Negli USA il servizio meteo trasmette avvisamenti a chi si trova sulla strada dei tornado. Un avviso è stato inviato intorno alle 20, ora locale. Il magazzino di Amazon è stato colpito alle 20 senza che i dipendenti potessero essere avvisati.

Diversi lavoratori accusano l'azienda e sottolineano che i telefoni possono anche aiutarli a chiamare se sono intrappolati ′′Dopo questi decessi, non c'è modo per me di contare su Amazon per garantire la mia sicurezza", ha detto uno di loro. Nel 2018 due impiegati del magazzino di Amazon morirono a Baltimora quando un edificio crollò parzialmente durante una forte tempesta.

Il padrone di Amazon, il multimiliardario Jeff Bezos, ha trascorso il suo sabato celebrando un lancio spaziale della sua società Blue Origin in Texas, mentre le squadre di emergenza del magazzino scavavano tra le macerie in cerca di corpi. Alla fine ha twittato che aveva il ′′cuore spezzato′′ in seguito al dramma.

Il capitalismo uccide due volte. Sfruttando e mettendo deliberatamente a rischio i lavoratori per aumentare i profitti. Ma anche distruggendo la natura, provocando le condizioni di disastri meteorologici più numerose e letali. Per esempio, il numero di tornado sta aumentando a causa del riscaldamento globale.

amazon tornado getty

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