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Condividiamo il comunicato di Riders Union Bologna sulle misure cautelari che sono state comminate a due riders della città emiliana per i fatti del 7 novembre 2020.

 

Misure cautelari per la manifestazione del 7 novembre 2020: giù le mani da chi lotta per la giustizia sociale!

Il 7 Novembre dell’anno scorso, nel pieno della seconda ondata pandemica, scendevamo in strada come lavoratori/trici invisibili insieme a tantə altrə esclusə e precariə di questa città.
Lo facevamo per rivendicare Reddito, Welfare, Salute, Diritti per Tutte e Tutti.
Attraversando le strade della Città, dove tutti i giorni e con scarse tutele siamo al servizio di una piattaforma che ruba i frutti del nostro lavoro.

Ad oltre un anno da quei fatti, arriva la vergognosa vendetta delle autorità che oggi hanno comminato la misura cautelare dell’obbligo di firma per Tommaso e M.
Una misura grave, vessatoria e insensata che denunciamo con forza, esprimendo piena solidarietà a chi è stato colpito.

Respingiamo questa grave limitazione per quella che è: un attacco scomposto a chi, rider o no, legittimamente chiedeva e chiede ancora salario, reddito, tutele per chi è escluso da sussidi, protezioni sociali e prospettive di vita degna;
a chi chiede giustamente che siano i pochi che hanno molto, i ricchi, i profitti e le rendite a pagare i costi della crisi economica e sociale che oggi più che mai colpisce i molti, donne, giovani, precari-e come noi.

Sappiamo bene che ogni volta che abbiamo conquistato qualcosa è proprio perché siamo scesə in piazza e nelle strade per ribellarci a politiche inique e condizioni ingiuste.
Oggi come ieri, la piazza deve rimanere uno spazio di libertà e di democrazia.
Per questo siamo a fianco a chi le attraversa per fare sentire forte la propria voce, per questo continueremo a lottare, senza paura.

Non per noi ma per tuttə!

 

 

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Ciò che sta accadendo in questi giorni in Serbia è uno degli esempi lampanti in cui progetti di sfruttamento del suolo, di devastazione dei territori e di chi li abita siano venduti come progetti ecologici e di transizione verso un’era “green”.

Il progetto in questione riguarda lo sfruttamento di una miniera di litio nell’ovest del paese da parte di un grande gruppo industriale, Rio Tinto, che deve servire per la produzione delle batterie per le automobili elettriche. Per il progetto andranno investiti 2,4 miliardi di dollari e il suo eventuale avviamento implicherà la contaminazione delle acque potabili in maniera irreversibile. È evidente dunque il cortocircuito in cui il sistema economico politico globale cerchi di spingere per ottenere profitti.

Da settimane però, sono in corso importanti proteste che hanno bloccato grandi arterie del paese, i ponti, le vie di comunicazione, organizzate inizialmente da comitati ambientalisti ma che ben presto hanno assunto una dimensione popolare e trasversale. Le proteste indicano anche l’illegittimità di due leggi che riguardano le modalità relative all’esproprio di terreni e di proprietà e allo svolgimento del referendum come pratica di opposizione infatti, il governo di Belgrado ha aperto la trattativa con gli investitori esteri solamente dopo la loro approvazione.

D’altra parte il governo non si è lasciato scappare l’occasione di dichiarare illegittime e illegali le manifestazioni non autorizzate così come i blocchi stradali, ma la diffusione e il radicamento delle manifestazioni in tutto il paese e nelle città principali, andando ben oltre la mobilitazione nella zona interessata dalla miniera, ha fatto sì che, nonostante la risposta repressiva, la protesta continuasse. I comitati ambientalisti hanno sottolineato come le conseguenze sulla salute dei territori e di chi li abita potrebbero essere decisamente dannose ma il governo al momento ha dichiarato che, se ci sarà il via libera il progetto, questo verrà attuato nel rispetto della salute e della tutela ambientale.

 

da radioblackout.org

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Lo sfruttamento del litio nel cosiddetto “triangolo del litio”, rappresentato dalle saline di Argentina, Bolivia e Cile, dimostra come le logiche neoliberiste abbiano cooptato il concetto di sviluppo sostenibile. Il litio è usato per produrre dispositivi elettronici all'avanguardia che sono fondamentali per l'idea “verde” di ridurre l'impronta di carbonio delle industrie. Tuttavia, questo accordo estrattivista non è altro che una nuova fase della logica capitalista e colonialista che ci ha portato all'attuale emergenza climatica.

Di Danea Tapia e Paz Peña* da Ecor Network

La crisi ecologica – causata dallo sfruttamento delle risorse naturali – non può essere risolta con ulteriore estrattivismo. In questo schema l'ambiente continua ad essere visto come una merce, il ruolo degli Stati resta relegato a proteggere legalmente il settore privato tramite analisi di costi e benefici, e il mondo in via di sviluppo ridotto ad una miniera di risorse per le tecnologie verdi sviluppate nel Nord globale.

Concentrandosi sul caso dell'estrazione del litio in Cile e sul suo impatto ecologico, economico e culturale, questo articolo chiede agli attori che si dedicano all'agenda dei diritti umani nel contesto digitale di assumersi il dovere di includere nelle loro preoccupazioni gli aspetti materiali e ideologici legati alle forme di produzione dei dispositivi tecnologici e ai loro effetti dannosi, sia per l'ambiente che per le comunità locali nel Sud globale.

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Il contesto

Il collasso ecologico dei combustibili fossili ha reso urgente la transizione verso un nuovo paradigma energetico che incorpori l'energia solare ed eolica. Il litio è fondamentale per questo scopo. Poiché la luce del sole e il vento non sono continui, immagazzinare le enormi quantità di energia che producono è vitale. Poiché il litio è altamente reattivo e relativamente leggero, è un materiale ideale per conservare l'energia nelle batterie.

Le auto elettriche, i computer portatili, i telefoni intelligenti e i numerosi dispositivi dell'Internet delle cose lanciati ogni giorno sul mercato dipendono dalle batterie al litio. Il litio è fondamentale per un'industria il cui modello di business si basa sull'obsolescenza; quindi, la fornitura di questo minerale chiave deve essere assicurata per i molti produttori con sede nel Nord globale

Ci sono circa 107 progetti di estrazione del litio in tutto il mondo: più del 45% di essi si trova in Sud America, in particolare nel triangolo del litio formato da Argentina, Bolivia e Cile. Questi progetti sono concentrati nelle mani di quattro aziende che coprono circa il 91% della produzione globale. Ma l'estrazione del litio ha i suoi limiti. Come dice la ricercatrice cilena Bárbara Jerez:

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Il boom del mercato globale del litio ha un orizzonte limitato a circa 15 anni, mentre altri elementi come l'idrogeno, il cobalto, il grafene, sali come il potassio - e persino i sali che si trovano nella cannabis - si stanno attestando a potenziali sostituti e concorrenti per la fabbricazione di batterie ricaricabili per auto elettriche, principale uso attuale del litio.1

Queste gigantesche operazioni estrattive in America Latina contraddicono l'immagine “verde” che le imprese tecnologiche vogliono promuovere, soprattutto il mercato delle auto elettriche che ha posizionato i suoi prodotti come un componente centrale di ciò che dovrebbe essere la vita ecologica. Per esempio Tesla, uno dei principali fabbricanti di auto elettriche, non riconosce l'impatto ambientale dell'estrazione massiccia di litio che la sua catena di produzione richiede. Infatti, nella sezione sostenibilità della sua pagina web, affronta solo le politiche relative al riciclaggio delle batteria al litio usate, che il cliente deve inviare ad uno dei negozi Tesla.2

Il commercio del litio ha gravi ripercussioni come danni irreversibili all'ecosistema, disonestà e continui abusi sulle comunità locali. Mentre poche aziende di veicoli elettrici sembrano capire il disastro ecologico del Cile, l'industria della tecnologia digitale sembra continuare a ignorare questo ecocidio. Inoltre, quasi nessun attore impegnato in tecnologia e diritti umani ha assunto questa crisi come motivo di preoccupazione.


Un nuovo sacrificio verde

Il triangolo del litio in Sud America è costituito dalle saline del deserto andino che si estendono attraverso i tre paesi. In Cile, “la concentrazione di salamoie e le condizioni estremamente aride del Salar de Atacama sono i principali vantaggi comparativi rispetto ai paesi vicini. Questo, insieme ai quadri giuridici che permettono di non trattare legalmente questi acquiferi come acque sotterranee, ha permesso decenni di estrazione a basso costo”.3 Sotto il salar nelle pianure di Atacama c'è un vasto deposito naturale di acqua salata sotterranea contenente sali di litio disciolti. Il litio viene estratto mediante l'enorme sfruttamento delle risorse idriche attraverso l'estrazione idraulica. La perforazione permette di accedere ai depositi di acqua salata, la salamoia viene poi pompata in superficie e distribuita ai bacini di evaporazione per produrre carbonato di litio, che viene raccolto e trasformato in litio metallico. Le compagnie minerarie accedono anche alle scarse riserve di acqua dolce presenti nel deserto: ne hanno bisogno per pulire i loro macchinari e produrre un sottoprodotto della salamoia, la potassa, che viene usata come fertilizzante.

Anche se l'alta salinità della salamoia la rende inadatta al consumo umano, il suo sfruttamento influisce sugli insediamenti umani e sull'equilibrio ecologico. Uno degli aspetti più controversi dello sfruttamento del litio è il modo in cui i depositi di acqua dolce e di salamoia interagiscono con il resto dell'ecosistema, incidendo negativamente sulla scarsità d'acqua. La zona sta ora affrontando una siccità, la stessa su cui da anni le comunità indigene di Atacama tentano di richiamare l'attenzione. Secondo il Consiglio del Popolo di Atacama (un organismo che rappresenta 18 comunità), fiumi, zone umide e praterie sono state prosciugate nel corso dell'ultimo decennio. A Peine, per esempio, l'acqua viene tagliata di notte, alcuni giorni la gente non ha accesso all'acqua e deve affidarsi ai camion cisterna. I carrubi e i fenicotteri della zona stanno scomparendo, cambiamenti si stanno verificando anche nella vita microbica unica del deserto di Atacama, influenzando la flora e la fauna nativa.

L'attuale siccità, su cui l'estrazione del litio ha giocato un ruolo importante, ha anche portato a una crisi economica per gli abitanti indigeni che finiscono per essere cacciati. Come dice Jorge Cruz, del villaggio di Camar: “È sempre più difficile coltivare. Se peggiora, dovremo migrare”.4 Purtroppo, mentre le tecnologie “verdi” vengono presentate come l'unica opzione per arginare la crisi climatica, e mentre il mercato delle batterie agli ioni di litio è destinato a crescere grazie ai recenti progressi nelle tecnologie dell'elettronica di consumo, le comunità locali continueranno ad essere vittime di questa ignorata crisi ambientale, economica e politica.

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Sotto il segno zodiacale neoliberista

Secondo Mining Global, anche i due più grandi produttori di litio del mondo - Albemarle e SQM - hanno attività in Cile. Questa informazione è coerente con lo storico approccio estrattivista adottato dai governi neoliberisti del Sud globale, schemi in cui il profitto economico si ottiene solo attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali e mai partecipando alle catene di produzione a valore aggiunto che si verificano soprattutto nel Nord.

Anche se i governi sudamericani hanno manifestato il loro interesse a partecipare alla fabbricazione di batterie, resta il fatto che si tratta di un lavoro che richiede lavoratori altamente specializzati e, soprattutto, di una vicinanza geografica e politica con paesi con grandi centri di produzione di auto elettriche, cellulari, computer portatili, etc. Questo è in linea con le strategie promosse dalla Commissione Europea che si concentrano sullo sviluppo di un mercato locale che soddisfi l'enorme e imminente domanda di batterie agli ioni di litio; è quindi giusto presumere che il business del litio nei paesi in via di sviluppo rimarrà un'operazione puramente estrattiva, con l'unico incentivo di estrarre alla massima capacità.

Anche se sulla carta (per esempio leggi locali sull'estrazione mineraria), i governi accettano che il litio sia un bene strategico e finito che dovrebbe essere sfruttato solo dallo Stato cileno, questi concetti non sono realmente applicati. Il governo cileno, attraverso accordi eccezionali, ha accettato l'intervento di imprese private in queste operazioni minerarie. Molte di esse hanno sede in Canada, Cina o Stati Uniti, gli attori cileni sono ex aziende statali privatizzate durante i regimi autoritari sostenuti dagli Stati Uniti, e sono ora nelle mani di pochi oligarchi.

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La privatizzazione delle imprese statali è un meccanismo inequivoco dei regimi neoliberisti. È successo nel Regno Unito sotto il thatcherismo, ed è successo in America Latina ogni volta che gli Stati Uniti sono intervenuti nella politica locale, per rovesciare i governi che non si allineano ai loro interessi neo-imperiali.
In America Latina, questo meccanismo si concentra solitamente sulla proprietà delle risorse naturali. È successo in Honduras per prendere il controllo delle risorse idriche, in Bolivia con il colpo di stato contro il presidente indigeno Evo Morales per prendere il controllo del litio, (come ammesso dall' “imprenditore tecnologico” Elon Musk), e sta succedendo in Cile a causa dell'eredità della dittatura fascista di Augusto Pinochet instaurata dal Dipartimento di Stato USA.

Dopo che si è prodotto quello che Naomi Klein ha definito “dottrine dello shock”,5 i regimi neoliberali stanno sviluppando discorsi sofisticati con cui travestono da pratiche di sviluppo sostenibile e partecipativo le loro strutture di saccheggio aziendale.
La ricercatrice Bárbara Jerez offre un esempio in cui spiega come le imprese di litio in Cile abbiano creato un concetto di “valore condiviso” con le comunità locali - la maggior parte delle quali vivono in condizioni economiche precarie -, per ottenere le licenze di sfruttamento dei territori. Questo viene fatto attraverso la creazione di falsi benefici e disinformazione.6

Le visioni concentrate sui guadagni vedono le risorse naturali come mere merci, mentre le popolazioni indigene adottano generalmente una prospettiva più animista, in cui ogni componente dell'ecosistema – i fiumi, le montagne, etc. - sono entità vive che non devono essere sfruttate.

Di conseguenza, molti difensori della terra e leader ambientali appartengono a comunità indigene. La loro lotta è un chiaro esempio delle tensioni neocolonialiste nella regione. La loro disputa politica è di un tipo che non può essere risolta tramite logiche economiche occidentali. Inoltre, per comprendere questi conflitti, è necessario riconoscere l'enorme squilibrio di potere tra i due gruppi, un'asimmetria che ha portato a uccisioni e abusi nei confronti degli attivisti, così come alla distruzione irreversibile degli ecosistemi locali.


Le comunicazioni digitali si basano sullo sfruttamento

Per gli studi di scienza, tecnologia e società (CTS nell'acronimo spagnolo), la tecnologia è un sistema composto da artefatti, pratiche sociali e sistemi di conoscenza. La teoria CTS si concentra sull'idea che la tecnologia e la società si co-costituiscono a vicenda, sono inseparabili. Invece di analizzare la tecnologia come un artefatto, lo studio si concentra sui sistemi socio-tecnici.

Attualmente, le analisi socio-tecniche dell'impatto ecologico delle tecnologie digitali sono quasi inesistenti nella comunità egemone dei diritti umani che lavora nel contesto digitale. Dominate da un quadro liberale, le condizioni materiali di produzione dei dispositivi tecnologici, che permettono le comunicazioni digitali, continuano ad essere ignorate nell'analisi dell'impatto della tecnologia sui diritti umani. Questa omissione favorisce solo i vecchi interessi capitalisti, estrattivi e coloniali che continuano a dominare la rivoluzione digitale.

 

Sebbene in questi ultimi anni siano nate diverse iniziative all'interno di questa comunità, essa è per la maggior parte legata all'agenda degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Tuttavia, diversi aspetti di questa agenda sono preoccupanti. Per esempio, l'industria tecnologica ha proposto l'idea di un “internet sostenibile” o “web sostenibile”, un quadro globale del Nord per ridurre le emissioni di carbonio, ma non è in grado di assumere una prospettiva più critica che incorpori un'agenda di giustizia sociale. Come dimostra il caso cileno dell'estrazione del litio, gli approcci “verdi” che aiuteranno l'industria tecnologica ad avere zero emissioni di carbonio sono compatibili con logiche estrattiviste estremamente dannose per l'ambiente. E mentre comprendiamo che le tecnologie saranno necessarie nella lotta contro il riscaldamento globale, l'ideologia neoliberale del “tecnosoluzionismo” (come una pallottola d'argento che risolverà tutti i problemi grazie all'innovazione degli individui) rimane dominante all'interno della comunità.

Nell'edizione 2020 del summit RightsCon, un evento importante per la comunità dei diritti digitali che vuole essere un punto d'incontro tra la società civile, i governi e il settore privato, non una sola delle sue oltre 270 sessioni è stata dedicata all'estrattivismo neo-coloniale promosso dall'industria tecnologica. La questione del clima è stata a malapena affrontata e le poche sessioni sulla crisi climatica sono state guidate da attori del Nord globale. Queste sessioni erano legate a questioni come l'attivismo di Extinction Rebellion, a ricercatori della New York University che si chiedono “Il cambiamento climatico è un'emergenza?” e ad un'azienda privata francese che vende strumenti per misurare le emissioni e che ha organizzato un panel sui mercati, le startup e i loro rischi durante la crisi climatica.7 Questo è un esempio che dimostra la grande sfida in termini di giustizia climatica che questa comunità si trova davanti.
 

Conclusioni

L'industria tecnologica è responsabile di un ecocidio di massa in corso nel triangolo del litio, e gli attori impegnati sui diritti umani in ambito digitale non stanno prestando alcuna attenzione a questo abuso. Il caso del litio dimostra che le tecnologie digitali egemoni fanno parte di un complesso ideologico in cui si sprona verso il tecnosoluzionismo, senza mai promuovere, nei nostri modelli di sviluppo, un cambiamento partecipativo, democratico e decoloniale.

Inoltre, un'agenda dei diritti umani nel contesto digitale deve diffidare delle operazioni di “greenwashing” delle attuali corporations tecnologiche. Queste azioni devono essere analizzate criticamente tenendo in considerazione il continuo impatto geopolitico dello sviluppo tecnologico sulle comunità del Sud globale.
Non è accettabile impegnarsi in tali strategie di pubbliche relazioni senza riconoscere che le logiche estrattiviste e colonialiste dello sfruttamento del litio in Argentina, Bolivia e Cile sono progettate per soddisfare il consumismo “verde” del Nord globale.

Nel nostro contesto di crisi climatica e di estinzione di massa delle specie, crediamo siano tre le sfide urgenti in materia di tecnologia.
La prima è quella di analizzare le condizioni ecologiche e ideologiche dietro lo sviluppo delle tecnologie digitali egemoniche.
La seconda è di unirsi a un'urgente agenda globale per una transizione decolonizzata, democratica e sostenibile verso le energie pulite, trasferendo questa sfida nell'ambito delle tecnologie digitali.8
Terza, essere particolarmente attenti alle nuove “zone di sacrificio”, come le saline del Cile, zone che sono attualmente invisibili all'attivismo liberale, nonostante servano come carburante per una nuova fase del capitalismo coloniale: lo sviluppo delle tecnologie “verdi”.

Passaggi d'azione

I seguenti passaggi sono necessari per gli attivisti e attiviste della società civile:

Attivisti e ricercatori nell'intersezione dei diritti umani e della tecnologia devono elaborare strategie per rendere conto dell'impatto ambientale delle corporations digitali, adottando una prospettiva critica verso i dispositivi e le tecnologie che pretendono di essere “verdi”. Ciò dovrebbe prendere in considerazione le questioni del neocolonialismo neoliberale e promuovere il rispetto per le cosmologie non occidentali.

Le organizzazioni della società civile per i diritti digitali devono affrontare l'abuso e la sorveglianza sulle comunità locali, le pratiche ingannevoli dei giganti minerari in queste comunità, e sviluppare strategie di sicurezza digitale per la loro protezione.

Naturalmente, le misure di difesa proposte devono coinvolgere le popolazioni delle aree geografiche interessate, che devono essere al centro dello sviluppo della strategia e del processo decisionale, al fine di ottenere legittimità e non riprodurre gli squilibri di potere delle realtà neo-coloniali.

*  Danae Tapia y Paz Peña, Organizzazione: Gato.Earth. https://gato.eart
** Traduzione Marina Zenobio per EcorNetwork

NOTE:

1 Bustamante Pizarro, R. (n/d). Bárbara Jerez e sfruttamento del litio: “Anche i salares sono zone di sacrificio” Causas e Beats.

2 https://www.tesla.com/en_GB/support/sustainability-recycling

3 Morales Balcazar, R. (2020, 29 giugno). Litio e conflitti socio-ambientali in tempi di crisi: Un'opportunità per (ri)pensare la transizione. Osservatorio Plurinazionale delle Saline Andine.

4 Livingstone, G. (2019, 19 agosto). Come l'offerta del Cile per il litio sta scatenando una disputa sull'acqua ad Atacama. BBC.

5 “Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri”, un libro di Naomi Klein del 2007, sostiene che le politiche neoliberiste nei paesi sviluppati sono imposte attraverso una strategia di “terapia dello shock” che approfitta delle crisi naturali per applicare politiche discutibili. https://tsd.naomiklein.org/shock-doctrine.html

6 Bustamante Pizarro, R. (n/d). Op. cit

7 https://www.rightscon.org/program

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Abbiamo tradotto questo interessante articolo apparso su Labor Notes scritto da Kim Moody che riflette sulle recenti interruzioni della supply chain andando al di là della semplice constatazione dei limiti "logistici" delle catene di distribuzione delle merci. Oltre la cornice ideologica che i propugnatori del capitalismo di piattaforma ribadiscono continuamente l'intero sistema di valorizzazione si regge sull'intensificazione dello sfruttamento e dell'abbattimento dei tempi di non-lavoro. Ecco ciò su cui poggia il just in time, e perchè oggi mostra i segnali di una crisi su scale inedite. 

Uno spettacolo globale si è svolto a marzo quando la gigantesca nave portacontainer Ever Given, diretta a Rotterdam dalla Malesia, è rimasta bloccata nel Canale di Suez per sei giorni,fermando 150 navi in un giorno e sostenendo il traffico marittimo ad un costo stimato di $ 1 miliardo (£ 750 milioni).

Ma lo snafu Ever Given non è stato un incidente isolato. Dall'altra parte del mondo, all'inizio di novembre circa 77 navi portacontainer erano bloccate in mare fuori dai porti di Los Angeles e Long Beach, mentre quasi un terzo delle navi in banchina ha dovuto aspettare cinque giorni o più per essere scaricate. Bloomberg ha dichiarato che una "crisi globale della catena di approvvigionamento" stava "spingendo i magazzini alla capacità e costringendo i responsabili della logistica a lottare per lo spazio". L'Institute for Supply Chain Management ha riferito che l'attività manifatturiera è diminuita poiché "le sfide della supply chain hanno continuato a pesare sui produttori statunitensi in ottobre". Cosa sta succedendo?

La causa immediata della crisi della catena di approvvigionamento iniziata nel 2020 è stato un forte aumento della spesa dei consumatori per beni durevoli poiché le restrizioni Covid-19 hanno portato le persone ad acquistare più beni per la casa e meno servizi nei negozi, nei teatri, nei bar e nei ristoranti all'esterno. Molte di queste merci provenivano dall'estero e, in ogni caso, dovevano essere spostate in tutto il paese.

Il problema, tuttavia, non è iniziato con la pandemia. La rivista di settore statunitense Transport Topics ha riferito nel 2018 che i vettori di camion e ferrovie hanno già "incontrato difficoltà nel tenere il passo con la domanda".

CHIAVE DELLA "CARENZA" DI MANODOPERA

La singola causa sottostante più importante del back-up e della crisi della catena di approvvigionamento del 2021 negli Stati Uniti è una "carenza" di lunga data di lavoratori per mantenere le merci in movimento.

Secondo l'American Trucking Association c'è una carenza "storica di 80.000 conducenti. Questo non è solo camionisti giù con il virus. Né questa "carenza" è dovuta alla mancanza di persone che potrebbero guidare camion. Come ogni Teamster può dirti, è la retribuzione stagnante, le lunghe ore, lo stress elevato e i problemi di salute che guidano i lavoratori del settore e tengono lontano chi cerca lavoro. E questo era il caso ben prima che la pandemia colpisse.

Anche i magazzinieri, che hanno visto salari stagnanti e cattive condizioni in questo periodo, sono relativamente scarsi per le stesse ragioni. I recenti aumenti salariali – che sono il risultato di queste carenze di manodopera e alti livelli di "abbandono" – sono troppo modesti, ed arrivano troppo tardi.

A peggiorare le cose, negli ultimi anni i grandi vettori ferroviari di merci che spostano merci in tutto il continente hanno ridotto la loro forza lavoro utilizzando il Precision Scheduled Railroading, la loro versione di produzione snella just-in-time. Di conseguenza, il numero di lavoratori sulle ferrovie merci di classe I è sceso da 170.000 nel 2017 a 135.000 nel 2020, mentre il trasporto ferroviario di merci è aumentato del 40% in peso e del 37% in valore in dollari dal 2010 al 2019. Come sottolinea l'organizzazione di base Railroad Workers United, PSR ha ridotto "le attrezzature ferroviarie quando necessario", "porti e terminali intasati" e personale ferroviario esausto, contribuendo così alla crisi della catena di approvvigionamento.

La mancanza di camionisti, ferrovieri, magazzinieri e altri lungo le catene di approvvigionamento della nazione significa porti congestionati, navi in stallo e scaricate, magazzini sovraccarichi, maggiori ritardi, scaffali vuoti e prezzi più alti. Un dirigente di spicco dell'Association of Supply Chain Management ha riassunto il problema a novembre: "I trasporti sono pieni di interruzioni", tra cui "la carenza di camionisti e le preoccupazioni sul reclutamento di persone in lavori di magazzinaggio e trasporto".

Quando la pandemia ha colpito all'inizio del 2020, i tempi di consegna da parte dei fornitori di produzione e costruzione negli Stati Uniti sono aumentati del 30%. Cioè, una consegna che in precedenza richiedeva due giorni ora richiederebbe oltre due giorni e mezzo. Sono diminuiti un po' verso la fine dell'anno, ma poi sono aumentati di nuovo di oltre due terzi entro la metà del 2021.

ACCELERAZIONE JUST-IN-TIME

Ciò che ha reso questa interruzione senza precedenti della catena di approvvigionamento così dura e veloce è stata la velocità con cui un singolo problema tecnico nella produzione o nel movimento delle merci a causa di una carenza di manodopera o di spazio può interrompere le catene di approvvigionamento che attraversano il mondo.

Sia che tu stia consegnando parti a una fabbrica o acquisti a casa di qualcuno, in questi giorni sarà fatto sulla base del "just-in-time". Ad esempio, una parte ordinata da un produttore di automobili da un fornitore dovrebbe arrivare quando è necessaria sulla catena di montaggio piuttosto che essere immagazzinata in una scorta. Questo movimento strettamente calibrato è progettato per mantenere merci e denaro in moto perpetuo. Ma una volta che un anello della catena si rompe, si blocca o si sovraccarica, l'impatto è immediato, profondo e ampiamente sentito. La consegna just-in-time è la sua stessa rovina.

Il "just in time" è nato da un'idea di Taiichi Ohno, un ingegnere della Toyota Motors nel 1950. Come parte della produzione snella, Ohno ha definito la consegna just-in-time come un modo per aumentare i profitti eliminando gli "sprechi", con cui intendeva scorte, lavoratori extra e più minuti. Invece di spendere tempo, manodopera e denaro per immagazzinare le parti lungo la catena di montaggio o in un magazzino (come i produttori avevano fatto per decenni), l'idea di Ohno era che i fornitori potessero consegnarle proprio come erano necessarie, eliminando le scorte. Ciò ha comportato l'addomesticamento dei sindacati giapponesi e un'enorme accelerazione del lavoro. Anni dopo Ohno ricordò:"Se avessi affrontato il sindacato [militante] delle ferrovie nazionali giapponesi o un sindacato americano, avrei potuto essere assassinato".

Dall'introduzione della produzione snella e del "just-in-time" nell'industria automobilistica occidentale nel 1980, questi metodi si sono diffusi a ogni tipo di produzione di beni e servizi, trasporti e vendita al dettaglio. Grandi rivenditori come Walmart e Amazon e produttori come Ford e General Motors hanno costretto a scendere ogni catena di approvvigionamento fino a quando ogni fornitore, grande o piccolo, doveva consegnare i prodotti just-in-time al prossimo acquirente. Nel caso di rivenditori come Amazon o Target significa ridurre al minimo le scorte di qualsiasi merce in base alla domanda prevista per quel prodotto utilizzando l'analisi digitale. Amazon sposta le merci così velocemente attraverso il suo sistema che riceve effettivamente il pagamento per un prodotto acquistato prima di pagare il suo fornitore.

Il punto era ridurre i costi e la manodopera riducendo le scorte. E in effetti, il rapporto tra scorte e vendite per le attività non agricole statunitensi è diminuito del 35% dal 1980 al 2020. Insieme ad altri risparmi sul lavoro, questo ha aiutato i profitti delle società non finanziarie nazionali statunitensi ad aumentare del 40% dal 2010 a $ 1,8 trilioni nel 2020 nonostante la crescita economica relativamente lenta.

NON CONSERVARLO, SPOSTALO!

Per aumentare il ritmo di movimento lungo la catena di approvvigionamento, il 21 ° secolo ha visto il magazzino trasformato da un luogo di stoccaggio a uno di movimento: le merci entrano in una porta ed escono da un'altra il prima possibile. Anche se ci sono più magazzini e magazzinieri di quanti ce ne fossero 20 anni fa, poco di questo spazio e potere della persona è dedicato allo stoccaggio. Quindi, quando la pandemia ha colpito e la domanda dei consumatori è salita alle stelle, non c'erano scorte da ridurre. Invece, più merci si sono spostate dentro e attraverso il paese – e senza abbastanza lavoratori per spostarle abbastanza velocemente, le cose si sono accumulate e il traffico si è bloccato. Tutti i "Big Data" e il coordinamento digitale delle supply chain non sono riusciti a superare la mancanza di lavoratori.

La velocità comporta maggiori rischi. Inondazioni, interruzioni di corrente, problemi informatici, strade in rovina, controversie di lavoro o, come abbiamo visto ora, pandemie e problemi commerciali possono fermare un sistema just-in-time perché non c'è rallentamento nel sistema. Le scorte basse aumentano i rischi di interruzione, mentre la velocità spinge la dislocazione su e giù per la catena di approvvigionamento attraverso effetti "ripple" o "snowball".

Le interruzioni hanno un impatto rapido non solo sulle consegne, ma anche sulle finanze di un'azienda. Ad esempio, uno studio su 397 società statunitensi tra il 2005 e il 2014 ha rivelato che una singola interruzione della catena di approvvigionamento di qualsiasi tipo ha causato un calo medio delle vendite del 4,82%, mentre il reddito operativo è diminuito del 26,5% e i rendimenti delle attività (investimenti) sono diminuiti del 12,7% durante i tre mesi successivi all'incidente. Gli scioperanti prendono nota.

RISCHIO, RESILIENZA O RESISTENZA

Consapevoli di tutti i potenziali problemi, i responsabili della supply chain contemporanea e gli esperti di logistica hanno discusso di "rischio" contro "resilienza". Resilienza significa includere abbastanza spazio nel sistema per ridurre al minimo o recuperare rapidamente da un'interruzione: quindi scorte "just-in-case" più grandi, più fornitori, costi più elevati e soprattutto più lavoratori e potenzialmente meno profitti.

Decenni di deregolamentazione, privatizzazione e culto del mercato dedicati all'aumento dei profitti hanno lasciato la società vulnerabile alla forza sfrenata delle catene di approvvigionamento just-in-time, privandoci dei mezzi politici per domare la bestia. I sindacati indeboliti e gli schemi di cooperazione per la gestione del lavoro hanno anche limitato la nostra capacità di frenare alla fonte di tutti i movimenti della catena di approvvigionamento: il posto di lavoro, che si tratti di un impianto, un magazzino, un camion o un treno, un porto, uno schermo di un computer, un negozio.

Non importa quanta automazione o tracciamento digitale ci sia lungo la catena di approvvigionamento, ogni punto di produzione e movimento di beni e fornitura di servizi dipende dai lavoratori, complessivamente milioni di loro solo nelle infrastrutture e nei trasporti degli Stati Uniti. In ultima analisi, la velocità di consegna just-in-time è creata dall'intensificazione del lavoro e dall'accelerazione del lavoro. Di per sé, i "Big Data" non possono spostare nulla.

La "resilienza" che i manager hanno trascorso decenni a eliminare accelerando si trova in realtà nell'impiego di manodopera sufficiente per svolgere il lavoro a un ritmo vivibile e sano. Il lavoro ha il potere potenziale di forzare quel ritmo umano sulla produzione e la circolazione di beni e servizi lottando per condizioni di lavoro dignitose lungo tutta la catena di approvvigionamento. Costruisci sindacati, aumenta gli standard di vita e di lavoro, accorcia le ore con salari più alti e questa crisi della catena di approvvigionamento diminuirà, la carenza di manodopera diventerà un ricordo del passato e verrà inferto un duro colpo alla vergognosa disuguaglianza di oggi.

Kim Moody è stato uno dei fondatori di Labor Notes e ora vive a Londra dove è ricercatore, scrittore frequente su questioni di lavoro e membro della National Union of Journalists.

 

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In un articolo apparso sul Manifesto Edoardo Turi, medico, dirigente Asl e attivista di Medicina Democratica, fa un’attenta analisi sullo stanziamento dei fondi del Pnrr per quanto riguarda l’ambito sanitario. Si legge una tendenza molto chiara e allo stesso tempo inquietante: si va verso la privatizzazione dei servizi con priorità data alla medicina di alta specializzazione intrisa da una visione ospedalocentrica della sanità.

Tramite i dati riportati nella Nadef si nota una previsione di spesa sanitaria addirittura decrescente dal 2020 al 2024, arrivando a una spesa inferiore rispetto al pre pandemia. In questo contesto bisogna sottolineare che il privato nella sanità copre il 50 % della spesa con alcune variazioni tra nord e sud Italia. Questa percentuale si spiega con il fatto che sin dalla legge che ha istituito il Sistema Sanitario Nazionale del 1978 vi era uno spazio per inserire il privato nel pubblico, attraverso il ricorso al privato convenzionato (nelle rsa, con i pediatri, nell’assistenza domiciliare). Inoltre, l’altro elemento da considerare è il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, dunque l’unico modo per assicurare i servizi è esternalizzare o utilizzare il privato. Nel Pnrr si evince questa stessa priorità, non ci sono fondi per l’assunzione di personale, ma il piano agisce tramite finanziamenti per l’edilizia, per la ristrutturazione di edifici di proprietà pubblica per farne Case di Comunita e Ospedali di Comunità, per l’informatica e per l’acquisto di apparecchiature diagnostiche. Non sono quindi automaticamente previsti dei finanziamenti per il privato tout court ma, tramite l’apertura di nuovi presidi sanitari o la ristrutturazione di edifici già esistenti senza parallelamente sbloccare le assunzioni, si apre un’occasione unica per le convenzioni con il privato.

La regione Lombardia parte da una situazione in cui già da anni si è proceduto con lo smantellamento della sanità territoriale privilegiando le convenzioni con il privato. Oggi la riforma della sanità proposta da Letizia Moratti e da Attilio Fontana non è che un esempio di questo scenario. Secondo Angelo Barbato, medico del Forum per il Diritto alla Salute, infatti, questa riforma “spingerà anche la medicina del territorio verso il settore privato”. Inoltre, ciò che viene sottolineato dal comitato Dico32 che si è opposto a questa riforma è “la cancellazione di oltre 22mila posti letto nelle strutture pubbliche e l’aumento di circa 2500 in quelle private”, la legge Moratti andrà verso la privatizzazione della stessa medicina di base. Anche secondo Barbato la voce che nel Pnrr indica la promozione di Case di Comunità nasconde il tranello di consegnare la loro gestione e i loro dipendenti al privato, dato che la voce di spesa riguardante l’assunzione del personale è la grande assente del Pnrr. Le case della comunità diventeranno quindi molto appetitose per i grandi investitori e colossi finanziari, come ad esempio il gruppo San Donato di Milano che possiede ben 40 ospedali e migliaia posti letto.

La tendenza alla privatizzazione delle strutture, del personale, dei servizi avrà per forza di cose un’incidenza anche nel modo stesso in cui si sceglie di affrontare il percorso di cura. Con l’investimento sui privati si andranno a privilegiare degli approcci clinici orientati a terapie a posteriori e molto meno alla prevenzione, chiaramente molto più dispendiosa e limitata fonte di profitti. Mentre utilizzare cure o metodi ad alta specializzazione implicano il ricorso a pochi specialisti, per la maggior parte privati, alle terapie, dunque all’utilizzo di farmaci per la gioia delle tasche delle case farmaceutiche e a esami che necessitano di macchinari costosi e non particolarmente diffusi.

La riforma della sanità della Regione Lombardia nonostante i numerosissimi emendamenti e interventi in opposizione è stata approvata, anche in questo caso nell’assenza di un intervento dei sindaci, dei comitati e di tutti coloro che negli anni hanno riflettuto a un’idea di sanità e salute diversa da quella utile a fare profitto. Negli anni la visione ospedalocentrica, le enormi difficoltà amministrative di cui devono farsi carico le asl e i distretti territoriali, impantanati in questa contingenza ormai strutturale, ha implicato l’abbandono dei finanziamenti alla prevenzione, agli ambiti della salute come la salute mentale, lasciando spazio a liste d’attesa chilometriche e all’impossibilità di una presa in carico adeguata da parte di medici di base oberati da pazienti. Questa riforma si pone come naturale epilogo di questa tendenza mostrando ancora di più il volto violento di un sistema economico politico che, nonostante la pandemia, continua a dare priorità ai propri interessi piuttosto che alla tutela della salute collettiva.

Da Radio Blackout

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