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Articoli filtrati per data: Wednesday, 01 Dicembre 2021

Le affermazioni di Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, che il 10 ottobre durante la trasmissione televisiva “Mezz’ora in più” di Lucia Annunziata, ha sostenuto che «i no Tav sono un’organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano degli anni 70» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/15/e-allora-le-foibe-e-allora-i-no-tav/), sono balordaggini meritevoli di querela. E Molinari è stato giustamente querelato da alcune centinaia di cittadini No Tav, con un’azione collettiva e solare che rispecchia lo spirito del Movimento (https://volerelaluna.it/tav/2021/11/18/direttore-di-repubblica-noi-intanto-ti-quereliamo/).  Anche chi scrive ha sottoscritto la querela pur senza particolari aspettative da parte di una magistratura che in questi anni si è distinta per parzialità con conseguente archiviazione di molte denunce e querele presentate da cittadini del Movimento no Tav.

Di Giovanni Vighetti per Volere la Luna

Era necessario rispondere prontamente alla provocazione. Ma, querela a parte, è necessario cercare di capire le motivazioni di questa ingiuria perché Maurizio Molinari non è uno sprovveduto, e il suo intervento a gamba tesa e sensibilmente fuori contesto dall’argomento della trasmissione, potrebbe rientrare in una strategia più complessa dove il trentennale progetto della tratta ad Alta Velocità Torino Lione, ancora in fasce malgrado la sua obsoleta età, viene utilizzato come “arma di distrazione di massa” rispetto ai reali problemi che stanno alla base del declino della Città metropolitana di Torino, che vanno individuati nella continua svendita del suo patrimonio industriale e che non saranno certo risolti con una ferrovia che, nella migliore delle ipotesi, trasporterà merci prodotte altrove che andranno altrove.

Molinari non è stato nominato soltanto direttore di Repubblica; è anche direttore editoriale del Gruppo Gedi, scalato e rilevato da Exor, la holding finanziaria con sede in Olanda della famiglia Agnelli-Elkann, che controlla e condiziona un ampio settore dell’informazione: Repubblica, La Stampa, L’Espresso, Huffington Post, oltre una serie notevole di giornali e radio locali. E il controllo dell’informazione, resa omogenea ed omologata, è un passaggio essenziale per formare e condizionare l’opinione pubblica e per stroncare qualunque forma di opposizione sociale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/11/19/no-tav-una-querela-contro-larroganza-del-potere/).

Restando a Repubblica, la fotografia della sua involuzione sta in due istantanee: l’empatia tra il giornalista Carlo Rivolta e i movimenti sociali degli anni ’70 e l’antipatia di Paolo Griseri che al contrario, fino a un anno fa (data della sua promozione a vicedirettore de La Stampa) ha martellato, spesso in maniera pregiudiziale, le ragioni del movimento no Tav. Il futuro del quotidiano, con John Elkann presidente di Gedi e il fidato Molinari direttore, sarà l’uscita dall’area progressista con un progressivo scivolamento nell’area centrista.

Vale la pena ricordare due episodi che spiegano bene il nuovo corso editoriale made in Exor che si sta affermando nel giornale che, storicamente e pur con limiti e contraddizioni, rappresentò un’interessante informazione liberal socialista attenta ai diritti e, in alcuni anni, un buon giornalismo d’inchiesta. Primo episodio. La nomina di Molinari alla guida di Repubblica è scattata il 23 aprile 2020, giorno in cui avrebbero dovuto concretizzarsi le minacce neofasciste di morte nei confronti del direttore Carlo Verdelli, oggetto di una violenta e macabra campagna d’intimidazione, il cui licenziamento ha rappresentato anche una forma di mancata solidarietà che fa rabbrividire. A seguire ci sono stati il prepensionamento via e-mail del vice direttore Sergio Rizzo e di altre firme storiche come Federico Rampini; altri giornalisti se ne sono andati in polemica o per il disagio conseguente al nuovo corso: Roberto Saviano, Gad Lerner, Enrico Deaglio, Bernardo Valli, Pino Corrias, Luca Bottura, Irene Bignardi, Curzio Maltese, Attilio Bolzoni. Senza contare gli addii di Lucia Annunziata all’Huffington Post e di Alessandro Gilioli a l’Espresso. Il secondo episodio riguarda lo stop deciso dal neodirettore alle critiche espresse dal Comitato di redazione all’informazione, acritica e favorevole, fornita dal quotidiano in occasione del generoso prestito a Fca di 6,3 miliardi erogato da Intesa San Paolo e garantito dallo Stato, nel senso che eventuali inadempienze nella restituzione del prestito saranno coperte con soldi pubblici. Non male per Fiat/Fca che, dopo essere stata più volte agevolata e salvata dallo Stato con una montagna di soldi pubblici, non ha esitato a spostare la sede legale in Olanda e quella fiscale in Inghilterra.

Ma su Repubblica e La Stampa, è impossibile leggere articoli di critica rispetto alla linea di John Elkann che ormai privilegia, rispetto al capitalismo industriale, quello finanziario, nel quale al primo posto ci sono le operazioni in borsa e i profitti degli azionisti a discapito di investimenti nella ricerca/progettazione necessari per la continuità produttiva e occupazionale nel settore dell’automotive. È proprio questo il punto: l’automotive made in Italy, fondamentale nell’economia piemontese e nazionale, sta smobilitando. Settori produttivi importanti vengono venduti per fare cassa. Nel 2018 la cessione della Magneti Marelli alla giapponese Calsonic Kansei per circa 5,8 miliardi di euro ha garantito, insieme, il pagamento di un dividendo straordinario di 2 miliardi di euro agli azionisti e incertezze occupazionali ai lavoratori. Infatti, al di là delle vuote rassicurazioni del duo FCA Manley-Elkann, oggi l’ex gioiello del made in Italy, diventato Magneti Corp, è minacciato da una forte riduzione del personale. Anche la storica palazzina Fiat del Lingotto è in vendita ed è un pezzo della storia industriale di Torino che, ingloriosamente, finirà sul mercato immobiliare. A Mirafiori come a Melfi prosegue l’emorragia dei posti di lavoro con accordi su prepensionamenti e licenziamenti con incentivi, che solo nella cintura torinese riguarderanno circa 800 lavoratori. Lo stabilimento della Maserati di Collegno viene chiuso con trasferimento della produzione a Mirafiori ma, denuncia la Fiom, «in assenza di un piano generale che Stellantis non ha fornito». E poi c’è tutto l’indotto auto che dovrà affrontare sfide di riorganizzazione importanti su un terreno scivoloso e “giocando in trasferta” perché la fusione Fca-Psa,  che ha generato Stellantis, vede sul piano industriale più debole la prima (principalmente  interessata all’aspetto finanziario), mentre la seconda (più forte per la presenza diretta tra gli azionisti dello Stato francese, molto più attento di quello italiano nella difesa della propria industria) privilegerà l’indotto e l’occupazione transalpina. Del resto molti commentatori di questo accordo sottolineano che, più che di una fusione, Stellantis è il risultato di un’acquisizione di Fca da parte di Psa.

Ecco, di tutto questo a Torino non si deve parlare. La città perde l’industria che ne ha determinato lo sviluppo e che oggi ne segna la crisi, ma una classe politica, inadeguata e subalterna agli interessi degli eredi dell’Impero Agnelli, sa solo parlare di sì Tav, di un treno che non potrà mai essere il motore di sviluppo in un’area deindustrializzata e politicamente debole.

In questo deserto di analisi sul declino industriale della Città metropolitana di Torino i media del gruppo Gedi svolgono diligentemente il loro compito: minimizzano la crisi industriale celebrando i magnifici dividendi di Exor e dintorni e usano la Torino-Lione come “arma di distrazione di massa” dalla crisi dell’automotive. La criminalizzazione chi si oppone all’inutile linea ad alta velocità tra Torino e Lione è anche una logica conseguenza di questa strategia.

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Il caso plusvalenze entra a gamba tesa sul mondo del pallone. Da giorni su tutte le teste giornalistiche si parla di questo fenomeno attraverso cui diverse società di calcio italiane, Juventus su tutte, gonfiando il valore di alcuni giocatori con operazioni di mercato in entrata e in uscita sarebbero riuscite ad aggiustare i bilanci.

L’inchiesta della procura di Torino, oltre ai risvolti giudiziari e sportivi che porterà, svela ancora una volta come il calcio italiano ma soprattutto le società vivano al di sopra delle proprie possibilità spendendo più di quanto guadagnino e utilizzino vere e proprie operazioni di finanza creativa per restare a galla.

Ne abbiamo parlato con Pippo Russo, giornalista esperto di calcio e finanza, collaboratore del quotidiano Domani e del portale Calciomercato.com Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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“Marmellata con laban” della fumettista libanese Lena Merhej raccontato da Maria Rosaria Greco, curatrice dell’edizione italiana e della rassegna Mediterraneo Contemporaneo: “Il fumetto diventa lo strumento ideale per esprimere con leggerezza e ironia il disagio più intimo, la memoria individuale e collettiva, ma anche la militanza, il dissenso”

di Maria Rosaria Greco*

Roma, 26 novembre 2021, Nena News – «I bambini devono vedere che la vita non è solo questo», dice Valli, la mamma tedesca di Lena, nell’estate 1986, decidendo di portare i suoi figli in un lungo viaggio mentre il Libano è dilaniato dalla guerra civile. Infatti, in una pagina successiva, Lena ci spiega che per la madre aprire un atlante è il modo migliore per sfuggire alla guerra: sulla carta è possibile viaggiare da una città all’altra in totale libertà.

Sicuramente la guerra è il filo conduttore delle opere di Lena Merhej, come di molti autori libanesi che appartengono alla generazione che ha subito la guerra civile tra il 1975 e il 1990. In questo caso la guerra è addirittura il comune denominatore, il collante che salda la vita della figlia a quella della madre, Waltraud Grote, detta Valli, una donna forte e colta, che fa la pediatra e che decide di trasferirsi in Libano, a Beirut, dalla Germania dove da piccola ha vissuto la terribile esperienza della Seconda guerra mondiale.

Non a caso Lena fa dire a un’amica tedesca di Valli, nelle pagine di Marmellata con laban, che «l’arte è molto importante durante la guerra» perché proprio quell’arte, che Lena impara a usare molto velocemente, le permetterà di elaborare il trauma della guerra. Da bambina sfogliava le riviste tedesche della madre di cui comprendeva solo le immagini. Quindi giocava a fantasticare su quali parole associare e costruiva una storia. «Sono nata sotto le bombe e per 15 anni ho vissuto così. Ho bisogno di sfogare quel dolore, di far sapere agli altri in quali condizioni ti costringe a vivere la guerra», così il fumetto diventa lo strumento ideale per esprimere con leggerezza e ironia il disagio più intimo, la memoria individuale e collettiva, ma anche la militanza, il dissenso. Tutto fra le pieghe di disegno e parole, cercando di contrastare la censura e arrivare oltre i confini del proprio paese.

Sono molti gli autori arabi, particolarmente in Libano, che usano il fumetto come linguaggio contemporaneo a sostegno di diritti umani e civili, dei diritti di genere, e per raccontare le storture della guerra. Nascono molti collettivi di artisti, tra cui molte donne, che promuovono la ricca produzione culturale di graphic novel del mondo arabo, come Samandal, fondato da Lena Merhej e altri giovani disegnatori, il cui nome, come precisa Lena, viene dall’inglese salamander, salamandra, cioè «un anfibio, che sta in acqua e sulla terra, come la nostra arte, a metà tra la scrittura e il disegno».

Le vignette denunciano, si schierano a favore della libertà di espressione, spesso calpestata. E purtroppo nel 2015 la rivista è condannata a pagare una multa di ventimila dollari per diffamazione, anche religiosa, a causa di un disegno partorito proprio dalla matita di Lena che avrebbe offeso il governo confessionale di Beirut.

Ma Lena Merhej non si muove solo fra scrittura e disegno, come un anfibio, attraverso la sua matita un po’ tenera e un po’ irriverente. Si muove anche fra Occidente e Oriente, con una visione molto al femminile che annienta i confini di appartenenza e i luoghi comuni, che vive le contraddizioni come un valore aggiunto, che parla di migrazioni al contrario, che considera ‘casa’ le pluralità culturali, che sa affiancare due mondi diversi eppure entrambi martoriati dalla guerra, che sa coniugare dolce e salato, come marmellata e laban.

Il Libano degli ultimi anni, soprattutto dopo le esplosioni del 4 agosto 2020 che hanno devastato il porto e parte di Beirut, è sicuramente uno scenario di grande instabilità sociale, politica ed economica, in cui l’arte diventa ancora di più motore di resistenza attraverso l’elaborazione delle ferite: “l’arte è molto importante durante la guerra”.

La società libanese, caratterizzata da profonde diversità culturali, politiche ed economiche, testimone di conflitti e migrazioni continue, ha maturato un senso di precarietà diffuso, in cui la memoria della guerra è un marchio indelebile. Con la sua opera Lena Merhej, attraverso il ricordo, non solo permette di guardare al passato ma anche al futuro, con la voglia di ricostruire una società civile più giusta, animata da una nuova cultura mediterranea.

Per questo ho voluto mettermi in contatto con Lena e proporle di curare l’edizione italiana del suo Marmellata con laban pianificando anche alcuni incontri con lei, fra Salerno e Napoli, nell’ambito del programma di Mediterraneo contemporaneo, il progetto che ho ideato come luogo della cultura altra. Dal Vicino Oriente alle Rive Sud e Nord del nostro mare, l’idea è quella di intercettare le avanguardie artistiche, le voci messe a tacere, le identità culturali di civiltà vicine alla nostra più di quanto immaginiamo.

La visione del progetto, per dirla con lo storico Fernand Braudel, è quella di un «Mediterraneo come mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre perché il Mediterraneo crocevia, il Mediterraneo eteroclito si presenta al nostro ricordo come un’immagine coerente, un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un’unità originale».

Mediterraneo contemporaneo, dunque, si immerge in questo bacino per apprezzarne le biodiversità come simbolo di tutte le culture che ne fanno parte. Il progetto è lo spazio mediterraneo del Centro di produzione teatrale Casa del Contemporaneo, che ogni anno presenta un paese diverso: l’edizione 2021 è dedicata al Libano.

Oltre a Lena Merhej, parteciperanno alla rassegna internazionale altri ospiti libanesi con le loro opere e, attraverso vari linguaggi (letteratura, cucina, fumetto, musica, arte contemporanea, ecc), racconteranno il Libano di oggi. Sono profondamente convinta che è da qui che bisogna partire per costruire una nuova Europa. Un’Europa che emerga dal Sud e dal meticciato mediterraneo, guidata da un nuovo umanesimo.

E trovo preziosa la presenza di Lena perché la sua storia e le sue opere connettono Oriente e Occidente, Europa e Mediterraneo, memoria e contemporaneità, e perché vive sulla propria pelle la bellezza e la complessità della mescolanza culturale. Arte e cultura devono alimentarci, indicarci la strada, perché “l’arte è molto importante durante la guerra”.

*Curatrice del progetto Mediterraneo contemporaneo

Da Nena NewsNena News

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Martedì scorso, in quello che la stampa ha definito il “martedì nero” per la lira turca, la moneta ha raggiunto il suo minimo storico, a causa delle politiche ultraliberiste di Erdoğan, che hanno portato ad un aumento vertiginoso dei prezzi di beni di consumo, affitti, bollette e benzina.
Nonostante la valuta abbia perso più del 43% del suo valore contro il dollaro dall’inizio dell’anno, Erdoğan ha dichiarato di non voler assolutamente rivedere il suo operato e ha dato la colpa della crisi valutaria ed economica in cui versa la Turchia a complotti internazionali.

Il giorno seguente, 24 novembre, ci sono state proteste contro il presidente turco in diverse città, che hanno portato ad arresti di decine di persone. Un filo rosso unisce le proteste di mercoledì a quelle di metà settembre degli studenti contro il caro affitti e a quelle del giorno seguente, 25 novembre, in occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

L’impronta tradizionalista, omotransfobica e lesiva delle libertà delle donne delle politiche di Erdogan, che hanno portato all’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, di cui era stata prima firmataria, è stata contestata in quasi tutte le città turche nonostante l’ingente dispositivo repressivo messo in campo dal governo.

Insomma, la popolarità di Erdogan sembra essere traballante. Ne abbiamo parlato con Alberto Tetta, giornalista e producer freelance che vive e lavora ad Istanbul, in un’interessante chiacchierata che potete riascoltare qui:

Da Radio Blackout

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“RIVENDICAZIONE DEL FERIMENTO DI ANTONINO MUNDO”

 

Martedi, 1 dicembre 1981, il ‘nucleo 11 Aprile’ dell’organizzazione ‘Fronte Comunista per il Contropotere’ ha colpito il boia Antonino Mundo che svolgeva fino ad oggi la ‘professione’ di medico del carcere di Vicenza. Il ruolo istituzionale di Antonino Mundo e di tutti i suoi pari è fin troppo conosciuto all’interno del Proletariato Prigioniero e dei Proletari più in generale: i medici delle carceri occupano un ruolo molto importante all’interno del progetto di annientamento dei Comunisti e di ‘rieducazione’ del Proletariato Prigioniero. Sono loro sotto il comando dei carabinieri e degli aguzzini del carcere, a stabilire le condizioni di salute dei Proletari Prigionieri nei lager di Stato, loro, che dopo i pestaggi, le torture, le infinite violenze fisiche e soprattutto psicologiche a cui sono costantemente sottoposti i Proletari Prigionieri, decidono se il ‘detenuto’ è trasferibile o meno, se le condizioni psicologiche sono compatibili con lo stato di isolamento continuato, loro che redigono i referti medici da cui deve risultare che non di pestaggi si tratta, che non vi sono segni di tortura, ecc. E’ così che il Compagno Lorenzo Bortoli veniva scientificamente ‘suicidato’ in carcere pochi mesi dopo il suo arresto. Fu proprio il referto del boia Antonino Mundo a stabilire che il Compagno Bortoli poteva rimanere tranquillamente in isolamento nonostante avesse tentato altre due volte di trovare la morte. I Comunisti non dimenticano; come non hanno dimenticato i Compagni Antonietta, Alberto, Angelo, caduti combattendo per il Comunismo (l’11 aprile 1979 a Thiene) per un futuro senza galere, senza carceri, senza aguzzini, senza torturatori e senza sfruttamento, cosi non devono dimenticare quanti hanno fattivamente collaborato con gli apparati della guerra antiproletaria.

 

Nella fase che la lotta di classe sta attraversando risulta con sempre maggiore evidenza che il terreno della lotta armata, pur restando un elemento discriminante per i Rivoluzionari, non può essere sicuramente l’unico e non può essere sostitutivo del vuoto di iniziativa di massa antagonista e della capacita di legare questa ad una effettiva costruzione del Contropotere del Proletariato. Certo, oggi, gli stati maggiori delle neocorporazioni dell’industria e del lavoro stanno lavorando a ritmi serrati per liquidare dieci anni di rigidità operaia, dieci anni in cui il Proletariato non si è fatto abbindolare da nessuna chimerica promessa. I piani padronale-governativi si sono puntualmente infranti contro l’indisponibilità Proletaria a farsi coinvolgere nella pratica dei sacrifici per uscire dalla crisi. Ma, oggi, a partire dalla Fiat, padroni privati e pubblici stanno ottenendo qualche parziale vittoria, anche se sono ben lungi dall’aver raggiunto l’obiettivo della pace sociale mediante un patto scellerato con il sindacato. Compito dei comunisti in questa fase non è tanto e solo quello di creare consenso ad azioni armate più o meno disarticolanti, quanto piuttosto di essere in prima fila nella costruzione di movimenti antagonisti che sappiano intrecciare le lotte di resistenza con lotte di attacco, in altre parole, fare vivere elementi del programma Comunista all’interno di singole lotte e lavorare per costruire un più maturo movimento Comunista che sia elemento centrale per la ricomposizione Proletaria e per la edificazione del Contropotere Proletario Armato. Non è l’oggettività dello scontro di classe che determina di per sé la nascita del Movimento Comunista, non è la presunta irreversibilità del declino della società del capitale che può far nascere movimenti di massa che si muovano verso una prospettiva rivoluzionaria, ma è l’agire quotidiano dei Comunisti che può ricondurre i movimenti Proletari, che nascono all’interno della crisi, ad una progettualità rivoluzionaria. E’ un dato di fatto che la nuova forma di sviluppo del capitale si può dare solo in termini di appesantimento delle condizioni di vita dei Proletari, con attacco al reddito, disoccupazione, cassa integrazione e progressiva militarizzazione della Società, per annientare ogni forma di antagonismo e di soggettività comunista, in uno scenario internazionale di guerra e dunque di distruzione di immense risorse umane e materiali. Ma, credere che, per queste ragioni, la fine del capitale sia prossima è una pia illusione e lo è altrettanto il ritenere che l’unico elemento in grado di creare le premesse per uno sbocco rivoluzionario alla crisi, sia la lotta armata e la costruzione di una rete Proletaria clandestina, come è altrettanto opportunista e sbagliato puntare tutto sulla costruzione dei movimenti di massa antagonisti, escludendo la pratica del radicamento del contropotere proletario armato.

E allora, il problema centrale oggi per i comunisti è quello di saper legittimare l’uso della forza all’interno della costruzione degli organismi di massa per l’esautoramento di tutte le forme di controllo istituzionale sulla classe, impostando campagne di combattimento all’interno di questo percorso in quanto espressione del punto più alto di costruzione del contropotere proletario, campagne che si devono basare prima di tutto su battaglie politiche vinte sul terreno di massa. Non vi è dubbio che condizione indispensabile per conquistare il Proletariato al programma comunista è innanzi tutto quella di liquidare definitivamente ogni infiltrazione del nemico tra le fila proletarie, prima fra tutte quella della dissociazione che non deve avere alcuna legittimità politica nel movimento di classe: chi ha assunto la dissociazione dalla lotta armata, è dunque l’abbandono di qualsiasi aggancio con le migliaia di Comunisti imprigionati dallo Stato, come la ‘nuova piattaforma’ per i ‘nuovi movimenti’ deve essere definitivamente bandito dal movimento comunista. Non solo ma siamo convinti che il terreno del carcere debba diventare un momento unificante per il movimento comunista e per le organizzazioni comuniste. I Comunisti, pur nelle profonde differenze con cui oggi si caratterizzano, devono essere sempre dalla parte di chi è ostaggio dello Stato perché ha praticato la lotta armata per il Comunismo, e devono avere come obiettivi unificanti la liberazione di tutti i proletari prigionieri e la distruzione delle carceri. E’ su questo terreno che si può andare a costruire i passaggi concreti per l’unità dei comunisti in un fronte di lotte che via via si allarghi agli altri settori di classe. Certo, oggi, non ci sono ancora le premesse perché questo progetto abbia gambe concrete su cui marciare, ma è con questo orizzonte che bisogna procedere. Lo Stato vuole oggi processare la lotta di classe e i Comunisti che in essa maggiormente si sono esposti: ciò che emerge con sempre maggiore chiarezza è che non esiste più alcuno spazio di gestione ‘tecnica’ dei processi. Gli unici legittimati a parlare sono i ‘pentiti’ e i ‘dissociati’, ovvero, le nuove istituzioni della repubblica, che dovrebbero servire a sconfiggere politicamente il patrimonio storico della lotta armata nel nostro paese. Chiunque si illuda oggi di poter trovare spazi nelle farse dei processi di regime, per ottenere qualche assoluzione o qualche sconto è semplicemente uno sciocco. Lo Stato si è organizzato anche nel settore della magistratura, con la logica della guerra antiproletaria, in conformità con la riorganizzazione più generale dell’intera società. E così come in fabbrica, non vi è più alcuno spazio per mediazioni sugli interessi di classe, mentre lo scontro va assumendo sempre più i connotati della frontalità, così l’apparato giudiziario, che dovrebbe assolvere al compito istituzionale di giudicare gli imputati sulla base del dettato costituzionale che ‘i cittadini sono uguali davanti alla legge’, si è trasformato in un organo speciale per l’annientamento dei comunisti. E allora bisogna prendere atto di questo stato di guerra liquidando ogni tatticismo che mira a ottenere sconti o circostanze attenuanti, tradurre la parola d’ordine “la rivoluzione e lotta di classe non si lasciano processare” rivendicando fino in fondo il percorso collettivo di militanza rivoluzionaria, per la distruzione di questa società, sottraendosi alle fin troppo umilianti farse del doversi giustificare di fronte ai maiali intogati, per avere lottato contro la barbarie di questo sistema di sfruttamento. I comunisti non si fanno processare da nessuno!!! Lo stato si gestisca le sue rivoltanti messe in scena; i rivoluzionari trovino le forme più appropriate per dialettizzarsi con il movimento comunista e con la forza che esso sa esprimere.

 

Rendiamo onore a tutti i compagni caduti per il comunismo!

Niente resterà impunito!

Il boia Mundo e tutti i suoi pari devono cambiare mestiere!

Unità dei comunisti nella lotta contro le carceri speciali, contro la differenziazione e per la libertà del proletariato prigioniero!

Costruire gli organismi di massa e il contropotere proletario armato!

 

VICENZA, 1-12-81

 

FRONTE COMUNISTA PER IL CONTROPOTERE

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