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Articoli filtrati per data: Monday, 08 Novembre 2021

Carlos Fonseca Amador, uno dei principali fondatori del Frente Sandinista de Liberación Nacional (insieme a Tomás Borge Martínez, Santos López e Silvio Mayorga), cadde in battaglia, nella regione di Zinica, per mano dei somozisti, l’8 novembre 1976.

Fonseca rimase vittima di un’imboscata insieme ad altri guerriglieri del Fsln tra cui Benito Carvajal e Crescencio Aguilar. Si narra che quando un militare della Guardia nazionale somozista comunicò la notizia della sua morte ai sandinisti imprigionati dal regime, Tomás Borge rispose: "Carlos Fonseca es de los muertos que nunca mueren"

Nato a Matagalpa il 23 giugno1936, Fonseca dedicò la sua vita a combattere per la liberazione del Nicaragua dal somozismo. All’università, in qualità di studente di diritto, iniziò a conoscere il marxismo e già a 20 anni, nel 1956, cadde una prima volta nelle mani della polizia di Anastasio Somoza.

Nel 1961 dette vita al Movimiento Nueva Nicaragua insieme ad alcuni dei futuri fondatori del Frente Sandinista come Silvio Mayorga e Tomás Borge e, sempre con loro, gettò le basi per il primo foco guerrillero contro il somozismo nel 1959. Proprio nel corso di una riunione del Movimiento Nueva Nicaragua, Carlos Fonseca propose di far nascere il Frente Sandinista de Liberación Nacional come organizzazione guerrigliera.

Gli ideali che animavano allora Fonseca erano quelli per cui, ancora oggi, combattono i movimenti sociali nell’intera America latina: lotta alle disuguaglianze sociali, redistribuzione della ricchezza, diritto alla terra. Il fondatore del Frente sandinista, purtroppo, non riuscì a vedere il suo paese libero, né l’ingresso trionfale dei suoi compagni a Managua e quegli anni che trasformarono il Nicaragua in una speranza per tutto il continente latinoamericano e non solo, ma di certo dette un contributo di altissimo livello.

Impossibile raccontare nel dettaglio la vita avventurosa di Fonseca.

Venditore di strada del giornale Unidad del Partido Socialista Nicaragüense, nel 1955 Fonseca aderisce al Partido Socialista, ma soprattutto, in qualità di studente di diritto, insieme agli inseparabili Silvio Mayorga e Tomás Borge fonda una cellula marxista dedita a distribuire quotidiani studenteschi ed altre “letture sovversive” per ammissione dello stesso Tomás Borge.

Dopo aver viaggiato a Mosca e negli altri paesi del Centroamerica, Fonseca cerca di organizzare i giovani nicaraguensi fondando la Juventud Democrática Nicaragüense (JDN), che inizia a rappresentare un problema per la dittatura somozista, tanto da trovarsi di nuovo nelle carceri del regime prima di essere deportato in Guatemala.

Da lì si reca in Honduras per unirsi alla colonna guerrigliera Rigoberto López Pérez, che viene quasi del tutto debellata e lo stesso Fonseca, ferito ad un polmone da una pallottola, rischia la vita, ma nemmeno questo serve a farlo desistere dai suoi ideali di giustizia sociale.

Nel 1960, quando torna in Nicaragua, Fonseca entra ed esce più volte dalle prigioni somoziste e in Guatemala conosce Luis Augusto Turcios Lima, futuro comandante delle Fuerzas Armadas Revolucionarias – Far. In occasione di una delle sue innumerevoli permanenze in carcere, l’8 giugno 1964 scrive il celebre Desde la cárcel yo acuso la dictadura e, in risposta al governo che decide di tenerlo prigioniero per ulteriori 6 mesi, scrive Esta es la verdad, in cui rifiuta le accuse del somozismo.

Instancabile organizzatore e agitatore sociale Carlos Fonseca prosegue il suo lavoro politico, insieme agli altri componenti del Frente, a Managua e sulle montagne, fino a creare le prime basi guerrigliere.

Ormai Carlos Fonseca si trasforma nel ricercato numero uno della Guardia nazionale somozista che, nel 1973, annuncia prematuramente la sua morte, subito smentita.

Dichiarato eroe nazionale nel 1980, Fonseca rappresenta tuttora un simbolo di lotta e un esempio per l’intera America latina.

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Abbiamo deciso di organizzare questo dibattito con l'intenzione di riaggiornarci collettivamente sui fenomeni di conflitto e contrapposizione che si danno dentro il contesto della logistica.

Per fare questo abbiamo scelto di provare a fare degli inviti misti che coinvolgessero sia chi studia questi processi, su differenti livelli, sia i lavoratori e le lavoratrici che al suo interno stanno maturando esperienze di lotta e soggettivazione.

Sentiamo la necessità di non soffermarci unicamente sui conflitti espliciti che si esprimono ormai da anni in Italia su questo terreno, ma di provare a comprendere le "esperienze" di chi lavora in questo settore in una maniera un po' più complessiva, dialettizzandole con gli investimenti e le restrutturazioni della catena del valore che il capitale sta mettendo in atto. In questo senso ci sembrava importante confrontarci non solo con riders, drivers facchini, ma anche con i lavoratori portuali, per tentare, anche se marginalmente, di ricostruire la filiera nel suo complesso, il rapporto con la merce, con le funzioni che si svolgono e con le altre professioni.

Ci interesserebbe impostare dunque il dibattito su tre assi:

- Come sta cambiando il settore della logistica?

Discutiamo degli effetti dell'industria 4.0 su questo settore, della sua "amazonizzazione", delle trasformazioni che stanno subendo i porti ed il trasporto.
Quali le sfide della ristrutturazione? Tra colli di bottiglia che si verificano sempre più spesso a livello macro, o anche micro (dal caso Evergreen alla mancanza di autotrasportatori che si sta verificando in alcuni paesi europei), insubordinazione del lavoro e limiti ecologici.

- Come sta cambiando il lavoro?

Come incidono i tentativi di ristrutturazione sull'esperienza quotidiana di lavoro operaio? Quali nuove capacità si sviluppano, quali vengono annichilite o incorporate? Salario, carico di lavoro, alienazione, relazioni, sicurezza, su quali temi si sviluppano le rigidità e le possibilità di conflitto dentro la ristrutturazione?

- Pandemia e logistica, pandemia è logistica?

La logistica è stato uno degli ambiti di lavoro essenziale che non si è mai fermato durante i momenti più duri della pandemia, molti sono stati i focolai nei magazzini ed in altri luoghi di lavoro connessi a questo settore, e si è evidenziata una fragilità nel modo di organizzazione di distribuzione (e produzione) delle merci nell'economia capitalista. Questo rapporto tra logistica e pandemia è stato poco esplorato. Discutiamone sia dal punto di vista oggettivo, sia dal punto di vista soggettivo dei lavoratori e delle lavoratrici, di come hanno vissuto questa fase e di quali sono stati (se ve ne sono stati) i processi di soggettivazione, le domande sociali inevase, le rigidità che ne sono scaturite.

Ne discuteremo con:

- Into the Black Box (Progetto di Ricerca Collettiva sulla Logistica),

- Sergio Bologna (Storico),

- Sandro Mezzadra (Professore di storia del pensiero politico - Università di Bologna),

- CALP di Genova (Collettivo Autonomo Lavoratori Purtuali di Genova),

- Alcuni drivers di Amazon.

Il dibattito si terrà Sabato 13 Novembre alle 18 al Centro Sociale Askatasuna.

Per maggiori info: https://www.facebook.com/events/642436323429019/?ref=newsfeed

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Città del Messico / Circa 3 mila tsotsil di dieci comunità di Aldama, Chiapas, sono stati obbligati a sfollare per proteggersi dagli attacchi armati che un gruppo paramilitare di Santa Martha, del vicino municipio di Chenalhó, ha iniziato dal passato 1 novembre.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) ha informato che dallo scorso lunedì fino ad oggi si sono registrati 47 attacchi con armi di grosso calibro contro le comunità tsotsil di Aldama, i cui abitanti sono stati costretti a ripiegare nelle montagne per rifugiarsi.

“Le aggressioni armate non sono cessate e gli abitanti si trovano assediati”, ha riportato il Frayba in un comunicato.

I 3 mila sfollati appartengono alle comunità di Chayomte, Juxton, Stzelejpotobtik, Chivit, Yeton, San Pedro Cotzilnam, Tabac, Coco e una parte di Xuxchen, ha precisato il Centro.

Negli ultimi cinque anni, gli attacchi armati contro le comunità tsotsil di Aldama si sono moltiplicati e hanno obbligato la popolazione ad abbandonare le proprie case in cerca di rifugio, “tutto questo con la tolleranza e la complicità del governo messicano”.

Di fronte alla violenza nelle comunità di Los Altos de Chiapas, il Frayba ha chiesto un alt alla simulazione dei governi federale e statale per prestare attenzione al conflitto di Aldama e Santa Martha.

Di seguito il comunicato completo:

– Sfollamento forzato di più di 3000 persone.

– 47 attacchi armati contro 10 comunità del municipio di Aldama.

– Inarrestabili le aggressioni da parte del gruppo armato che agisce da Santa Martha, municipio di Chenalhó.

– Consistente l’assenza e la complicità del governo messicano nel prestare attenzione alla situazione di violenza armata.

Il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (Frayba) manifesta la propria preoccupazione per l’inarrestabile violenza armata e il costante abbandono che 10 comunità del municipio de Aldama, Chiapas, vivono quotidianamente in questa atmosfera torturante.

Secondo informazioni fornite dai rappresentanti degli sfollati del municipio di Aldama dalle ore 5.04 del 1 novembre 2021 sono incominciati gli attacchi armati, alla chiusura di questo comunicato urgente abbiamo registrato 47 attacchi con armi di grosso calibro, che hanno provocato lo sfollamento forzato di circa 3000 persone, mettendo ad alto rischio la vita, l’integrità e la sicurezza personale delle donne, bambine, bambini, persone della terza età delle comunità di Aldama.

Le aggressioni sono effettuate da un gruppo di persone armate che operano da Santa Martha, Chenalhó. Le aggressioni armate non sono cessate e gli abitanti si trovano assediati. Le 3000 persone sfollate appartengono alle comunità di Chayomte, Juxton, Stzelejpotobtik, Chivit, Yeton, San Pedro Cotzilnam, Tabac, Coco e una parte di Xuxchen che hanno abbandonato le proprie case, fuggendo nelle montagne per rifugiarsi.

Il Frayba manifesta la propria preoccupazione per la scalata di violenza contro le comunità di Aldama poiché da 5 anni sono state permanenti le violazioni dei diritti umani in questo territorio di Los Altos de Chiapas, tutto questo per la tolleranza e la complicità del governo messicano. È per questo che chiediamo in modo energico uno stop alla violenza, basta la  simulazione dei governi federale e statale per prestare attenzione a questo orrore che vive quotidianamente il popolo maya tsotsil di Aldama e Santa Martha.

Vi sollecitiamo la solidarietà nazionale e internazionale, inviate le vostre espressioni di rifiuto di questa grave situazione di violenza in Chiapas:

– Lic. Andrés Manuel López Obrador. Presidente Constitucional de México.

Palacio Nacional-Plaza de la Constitución s/n. – 2° Piso. Col. Centro. Delegación Cuauhtémoc. Cd. de México CP: 06066.

Fax. (+52) 55 5093-4800, 55 5093-5300 Exts. 4103/4882.800-080-1127 Atención Ciudadana. Correo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Twitter: @lopezobrador_

– Lic. Adan Augusto López Hernández. Secretario de Gobernación de México.

Bucareli 99, Edificio Cobian. 1er. piso. Col. Juárez. Delegación Cuauhtémoc. Ciudad de México. C.P.06600. Fax: (+52) 55 5093 34 14. Correo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

– Lic. Alejandro de Jesús Encinas Rodríguez. Subsecretaría de Derechos Humanos, Población y Migración.

Bucareli 99, Edificio Cobian. 1er. piso. Col. Juárez. Delegación Cuauhtémoc. C.P. 06600. Ciudad de México. Fax: (+52) 55 5128-0000 Ext. 33077Correo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Twiter: @A_Encinas_R

– Lic. Rosario Piedra Ibarra. Presidente de la Comisión Nacional de Derechos Humanos. Edificio “Héctor Fix Zamudio”, Blvd. Adolfo López Mateos 1922, 6°piso. Col. Tlacopac San Ángel.Delegación Álvaro Obregón. Ciudad de México. C.P. 01040. Fax: (+52) 0155 36 68 07 67. Correo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Twitter: @CNDH.

– Lic. Rutilio Escandón Cadenas. Gobernador Constitucional del Estado de Chiapas. Palacio de Gobierno del Estado de Chiapas, 1er Piso Av. Central y Primera Oriente, Colonia Centro, C.P.29009. Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, México. Fax: +52 961 61 88088, + 52 961 6188056; Extensión 21120. 21122.Correo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Twitter: @RutilioEscandon

– Lic. Victoria Cecilia Flores Pérez. Secretaria General de Gobierno en Chiapas. Palacio De Gobierno, 2o. Piso, Centro C.P. 29000 Tuxtla Gutiérrez, Chiapas. Conmutador: (961) 61 8 7460 Ext. 20003.Correo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

– Lic. Juan José Zepeda Bermúdez. Presidente de la Comisión Estatal de Derechos Humanos.Avenida 1 Sur Oriente S/N, Edificio Plaza, 3er y 4to piso, Barrio San Roque C.P. 29000 TuxtlaGutiérrez,Chiapas. Conmutador: (961) 602 89 80; 961-60289-81 Ext. 206; Lada sin costo 01800-55-282-42Fax:(961) 60 2 57 84.Correo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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4 novembre 2021

Desinformémonos

Traduzione a cura del Comitato Carlos Fonseca

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Il punto di vista di Rawa sulla condizione in Afghanistan. Ottobre 2021. Estratto del dossier pubblicato da Rawadossier pubblicato da Rawa *

Per la maggior parte degli opinionisti politici la veloce conquista di Kabul da parte dei talebani è stata una sorpresa perché non si pensava così immediata. Questo è successo perché i militari afghani non hanno fatto nulla per evitarlo.

30 anni fa L’America con i suoi alleati, pakistani e arabi hanno finanziato e armato i mujaheddin per fare la guerra contro i russi e costringerli ad abbandonare l’Afghanistan. Quando poi gli americani si sono resi conto che i mujaheddin non erano per loro affidabili hanno sostenuto e finanziato i talebani che hanno poi governato per 5 anni. Dopo di che gli americani e i suoi alleati sono intervenuti militarmente con la scusa di combattere il terrorismo e nel nome della democrazia, della libertà e del diritto alle donne imponendo governi di proprio gradimento i cui rappresentanti erano persone corrotte, mafiose e delinquenti. E quando le mogli dei militari morti per difendere il loro paese si presentavano di fronte a questi personaggi per richiedere aiuti economici questi ne approfittavano per pretendere da loro prestazioni sessuali. Questo tutti lo sapevano ed è scoppiato uno scandalo denunciato dai media ma nessuno è intervenuto perché faceva comodo. “Lenin” nel suo libro “L’imperialismo fase suprema del capitalismo” diceva che l’imperialismo era un sistema che teneva sotto controllo i paesi più poveri e non avrebbe garantito libertà e democrazia. “John Foster Dols” diceva che l’America non aveva amici ma quello che faceva lo faceva solo per il proprio interesse.

L’America ritorna o no?

Strategia dell’America in Afghanistan:

Prevenire lo sviluppo della Cina attraverso la realizzazione di una strada chiamata Nuova Via della Seta per il miglioramento dei suoi collegamenti commerciali con i paesi dell’EuroAsia.

Creare instabilità in Cina appoggiando movimenti indipendentisti quali gli Uiguri e i Tibetani, talebani, Isis.

Impedire la realizzazione del progetto TAPI e l’utilizzo delle risorse afghane.

L’America non abbandonerà l’Afghanistan senza raggiungere questi obiettivi. Perciò non la invaderà militarmente ma attraverso aiuti tecnologici e finanziari.

L’ America non resterà inattiva per mantenere la loro presenza militare, politica ed economica, e minare l’avanzata della Cina e della Russia in Afghanistan, assistendo i talebani e l’Isis. Però, come ha cacciato i talebani 20 anni fa dall’Afghanistan in pochi giorni, anche oggi se si rendesse conto che i talebani non soddisfano più ai propri interessi sono pronti a cacciarli.

L’operazione dell’Afghanistan è stata pianificata dai talebani?

L’arrivo dei talebani era già un piano segreto reso chiaro dopo gli incontri di Doha dove Trump ha incontrato il Mullah Baradar e concordato la valorizzazione e il rilascio di 5000 prigionieri talebani. L’America ha trattenuto milioni di dollari depositati nelle loro banche dai tecnocrati, politici corrotti e jihadisti invece di renderli al popolo afghano. Così come in Afghanistan e in paesi simili, per l’America è considerato un gioco riguardo al rispetto della dignità umana, della democrazia, dei diritti delle donne e del progresso del paese. I talebani, finanziati dal Pakistan e dai paesi arabi, non sognavano nemmeno di sconfiggere gli Stati Uniti ma si accontentavano di avere un minimo ruolo nel governo. Se gli Stati Uniti non avessero aiutato i talebani questi non sarebbero stati in grado di sconfiggere così velocemente l’esercito governativo. Il tradimento degli Stati Uniti nel confronto dell’esercito afghano è stato lo stesso di quello perpetrato nei confronti dell’esercito irakeno, dove l’ISIS ha conquistato in breve tempo Mosul e distrutto il suo esercito.

 Contraddizione tra la creazione dei talebani da parte degli americani e la guerra nei loro confronti.

L’America prima crea e finanza gruppi terroristici in tutti i paesi in cui ha interessi economici o militari, poi quando vede che questi non corrispondono ai suoi interessi li butta via o li tiene in vita per un futuro riutilizzo.

Note importanti:

La dipendenza di uno stato, di una organizzazione e di un individuo dall’imperialismo (America) è considerata una catastrofe;

Quando gli interessi dell’imperialismo lo richiede non esita a versare il sangue e la distruzione di una nazione;

Uno dei motivi per cui il popolo afghano, ieri e oggi, non si oppone ai talebani è dovuto al fatto che le ferite causate dai traditori jihadisti sono state troppo forti e preferisce il governo selvaggio dei talebani alla mafia jihadista (Karzai, Ghani, Abdullah);

Molti dicono di rimpiangere la vita di 20 anni fa quando le opportunità, quali la libertà dei media e i progressi in altri aspetti della vita, pur se poca cosa, erano concessi al popolo afghano per distoglierlo dalla consapevolezza delle politiche e degli obiettivi dell’America.

Intellettuali e talebani

Negli ultimi 20 anni la maggior parte degli intellettuali afghani non si è impegnata nella lotta anti jihadista e antimperialista ma si sono opposti solamente contro i talebani.

Che fine faranno i talebani?

Come i talebani sono velocemente saliti al potere grazie al sostegno degli americani e dell’ISI (Servizio Informazioni Interno Pakistano) così velocemente saranno scacciati perché sono odiati dal popolo afghano, e in particolare dal popolo del nord, dagli hazara e dagli sciiti che non perdonano i loro crimini.

Inoltre non sono mai d’accordo tra di loro in quanto appartenenti a diverse etnie, per il potere e per la spartizione dei soldi.

Altro motivo per cui i talebani cadranno presto è causato dal conflitto tra le due fazioni all’interno del governo, quella di Haqqani e quella del Mullah Baradar che sta diventando di giorno in giorno più serio.

I talebani non risponderanno positivamente alle richieste politiche e sociali della gente, e questo causerà gravi conflitti con il popolo afghano.

I talebani però saranno costretti a reclutare uomini e donne istruite per potere governare e questo sarà contro i loro principi.

I talebani avranno bisogno dell’aiuto dell’occidente per poter governare.

Sebbene gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano cercato di privare il nostro paese di migliaia di ragazze e ragazze giovani e istruiti e di rendere il Pakistan il dominatore dell’Afghanistan, i movimenti di liberazione esistono ancora.

L’unica soluzione è la lotta nazionale del popolo afghano e dei gruppi rivoluzionari che con la loro determinazione sperano di continuare fino alla fine.

Trad. a cura di Cisda

Da Osservatorio Afghanistan

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Partendo da un articolo pubblicato da Marco Bersani sul Il Manifesto di oggi commentiamo con l'autore il DDL concorrenza e in particolre l’art. 6, la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la definitiva mutazione del ruolo dei Comuni.

Infatti il ddl Concorrenza (par. a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza. E ne separa (par. b) le funzioni di gestione da quelle di controllo. Quindi d'ora in poi i Comuni che sceglieranno di gestire in proprio un servizio pubblico locale dovranno produrre: «una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato» (par. f); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (par.g); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (par. i); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione.

Da Radio Onda RossaRadio Onda Rossa

Di seguito l'articolo ripreso da Comune-info

 

Non c’è alcun bisogno di governare Comuni e città, ci pensa il mercato. Il disegno di legge sulla concorrenza regala aai soliti interessi speculativi un nuovo bastimento carico di privatizzazioni. È un attacco feroce e determinato ai diritti delle persone, ai beni comuni e alle comunità locali portato da un governo che non ha mai fatto mistero di essere al servizio dei grandi interessi finanziari e che ha preteso un Parlamento embedded per poter avere mano libera su tutte le scelte fondamentali di ridisegno della società.

Era atteso da tempo. Faceva parte delle stringenti “condizionalità” richieste dalla Commissione Europea per accedere ai fondi del Next Generation Eu. Era uno degli assi portanti per i quali Draghi è stato definito da Confindustria “l’uomo della necessità”. Era fortemente voluto dalle lobby finanziarie. Ed è arrivato. Il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato. Un nuovo bastimento carico di privatizzazioni.

Mentre i media mainstream ancora una volta dirottano l’attenzione (colpiti i tassisti, risparmiati i concessionari degli stabilimenti balneari etc.) nessuno mette l’accento sulla sostanza del provvedimento, concentrata nell’art. 6: la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la definitiva mutazione del ruolo dei Comuni.

Un provvedimento vergognoso che, sin nelle finalità espresse all’art. 1, sembra aver completamente accantonato quanto la pandemia ha evidenziato oltre ogni ragionevole dubbio: il mercato non funziona, non protegge, separa persone e comunità.

Senza alcun senso del ridicolo si dice che il provvedimento ha lo scopo di “promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati (…) per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini”.

Se dalle finalità generali passiamo allo specifico articolo sui servizi pubblici locali, va subito notato il salto di qualità messo in campo dal governo Draghi: per la prima volta si parla di tutti i servizi pubblici locali senza alcuna esclusione.

Come si evince dall’unico passaggio in cui sono menzionati i servizi pubblici locali a rilevanza economica in merito alla necessità di una loro ottimale organizzazione territoriale, il resto del provvedimento supera i precedenti tentativi di privatizzazione per la globalità dei servizi coinvolti. Ad ulteriore conferma di questa estensione, valga il richiamo (par. o) alla normativa relativa al Terzo Settore.

Ribaltando a 360 gradi la funzione dei Comuni e il ruolo di garanzia dei diritti svolto storicamente dai servizi pubblici locali, il ddl Concorrenza (par. a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza. E ne separa (par. b) le funzioni di gestione da quelle di controllo.

I paragrafi successivi sono un vero capolavoro di ribaltamento della realtà.

Mentre all’affidatario privato viene richiesta (bontà sua) una relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, ecco il tour de force che deve affrontare il Comune che, malauguratamente, scelga di gestire in proprio un servizio pubblico locale: dovrà produrre “una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato” (par. f); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (par.g); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (par. i); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione.

Per quanto riguarda i servizi pubblici a rilevanza economica (par. d), ovvero acqua, rifiuti, energia, e trasporto pubblico, si prevedono inoltre incentivi e premialità che favoriscano l’aggregazione (leggi multiutility).

Non contento di puntare alla privatizzazione delle gestioni, il Governo prevede anche (par. q) una revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione della proprietà pubblica, nonché un’adeguata tutela del gestore uscente.

In questo contesto, il richiamo (par. t) alla partecipazione degli utenti nella definizione della qualità, degli obiettivi e dei costi del servizio pubblico locale suona come la presa per i fondelli finale.

Un attacco feroce e determinato ai diritti delle persone, ai beni comuni e alle comunità locali. Di questo si tratta. Portato avanti da un governo che non ha mai fatto mistero di essere al servizio dei grandi interessi finanziari e che ha preteso un Parlamento embedded per poter avere mano libera su tutte le scelte fondamentali di ridisegno della società.

“La zavorra dei vincoli e del debito ci impedisce qualunque movimento. Non avere alcuna agibilità sul bilancio significa impattare enormemente sulla qualità di vita dei cittadini. E’ impossibile governare la città se non possiamo mettere risorse”. Così ha tuonato pochi giorni fa Gaetano Manfredi, nuovo sindaco di Napoli.

La risposta del governo Draghi è che non vi è alcun bisogno di governare i Comuni e le città: basta mettere tutto sul mercato.

 

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La legge di Bilancio 2022 del governo Draghi è stata approvata dal Consiglio dei Ministri che ha mantenuti i capitoli di spesa indicati nel Documento Programmatico già inviato a Bruxelles. Si parla di pensioni, tasse, reddito di cittadinanza e soprattutto si legge una chiara intenzione: ridurre il debito aumentando la crescita del PIL sostenendo industrie e privati e parallelamente risparmiando sulla spesa pubblica. La Repubblica, dimostrando tutta la sua ignavia, titolava qualche settimana fa “Una manovra per la crescita sociale”, ovviamente non è affatto così.

Si parla infatti di supply side economics, ossia la “crescita del sistema può derivare solo da un’espansione della capacità produttiva ad opera essenzialmente degli operatori privati, che devono essere opportunamente incentivati e tutelati nei confronti di prelievi tributari e contributivi penalizzanti. [...]” in questo senso dunque non ci si deve porre il problema della domanda perché il sistema andrà a crescere naturalmente a patto che le “distorsioni indotte dalla mano pubblica siano circoscritte”. Infatti, i tassi di crescita del 2021 sono andati aumentando, fermo restando che i profitti di questa crescita sono automaticamente andati in mano ai privati, alle imprese e quindi a chi detiene il potere politico-economico in questo Paese. In questo quadro i mercati finanziari internazionali svolgono il ruolo di controllo nelle scelte di spesa pubbliche e private, così come gli investimenti previsti dal PNRR devono essere indirizzati secondo queste logiche, infatti i fondi del Piano di Recupero destinati agli investimenti pubblici provengono per la maggior parte da prestiti, ciò significa che aumentano l’indebitamento in un sistema in cui il debito pubblico è elevatissimo e tutto il resto deve essere utilizzato per ottenere profitto.

Nello specifico occorre sottolineare tre temi principali tra quelli che questa Legge di Bilancio solleva: la retorica del taglio delle tasse, la questione sociale e dunque la riforma delle pensioni e le modifiche apportate al Reddito di Cittadinanza e gli investimenti sulla sanità. La riforma sul cuneo fiscale svolge il ruolo di detassare imprenditori e aziende private compensando tramite provvedimenti nei confronti dell’evasione fiscale. Ovvimanente non viene esplicitato, ma ciò è reso possibile non tanto dalla lotta all’evasione fiscale, quanto al fatto che invece i lavoratori e le lavoratrici non vedranno migliorare le loro condizioni salariali né contrattuali, dato che l’unico modo per risparmiare è mantenere un mercato del lavoro flessibile e precario. Non a caso i dati Istat mostrano che la crescita dell’anno 2021 si è basata essenzialmente su contratti a termine, con basse remunerazioni e condizioni precarie di lavoro. Rispetto alla quota 102 che prevede l’uscita a 64 anni con 38 di contributi, l’idea è quella di effettuarla per soli 12 mesi prima di tornare alla normativa ordinaria stabilita dalla Legge Fornero e incidere sui requisiti di accesso al pensionamento anticipato. In poche parole la platea interessata da questo tipo di meccanismo si riduce sempre di più, aumentando di due anni l’età pensionabile, e lasciando fuori per il tipo di contratti e di settori investiti molte più donne. Rispetto al Reddito di Cittadinanza, sebbene continui ad essere l’unico tentativo di redistribuzione fiscale degli ultimi decenni non ha mai brillato di particolare utilità ed efficacia, ciò detto un ulteriore restringimento dell’accesso e le operazioni contro i cosidetti “furbetti” implicano di ridurlo alle briciole. Inoltre, la questione della disponibilità al lavoro diventa centrale, da un lato imponendo l’accettazione delle offerte in quanto al secondo rifiuto avviene la sospensione, dall’altro introducendo la gestione delle offerte da parte di agenzia interinali e non più dal centro per l’impiego. Non solo, il beneficiario del RdC è sottoposto a lavoro gratuito attraverso i Progetti Utili alla Collettività per i quali occorre essere disponibili per la durata di almeno 8 ore settimanali aumentabili a sedici. Per i cosidetti Puc non si viene pagati ma in compenso la norma equipara il soggetto a un lavoratore per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro e da questo ne consegue che sebbene le attività siano svolte a titolo gratuito ne conviene l’obbligo di esibire il Green Pass per rispettare le norma in materia di sicurezza e salute sul lavoro. Infine, la spesa sanitaria in Italia nel corso degli ultimi anni è stata fortemente penalizzata quindi i fondi che verranno riservati alla sanità serviranno a raggiungere degli standard accettabili e non a migliorare le condizioni generali in cui versa il Sistema Sanitario Nazionale.

Al di là delle nozioni più tecniche relative alla manovra del banchiere e delle evidenti implicazioni sul piano sociale di questo tipo di scelte, di cui non ci stupiamo, continua ad essere incomprensibile come alla luce di una quinta ondata pandemica, un primo esito di campagna vaccinale poco efficiente nei tempi e nella gestione ma allo stesso modo accompagnata dalla retorica dell’unica soluzione possibile, l’unica prospettiva considerata rimangano la crescita e il profitto. Nel frattempo vengono introdotte artatamente retoriche che continuano a tentare di frammentare e contrapporre i soggetti sociali che subiscono la crisi, dopo il Green Pass adesso viene messa in opera la narrazione della “solidarietà intergenerazionale” per far passare una riforma delle pensioni che avrà la conseguenza di rendere l’accesso al lavoro per i giovani ancora più complesso. È ormai noto che le pandemie si sviluppino all’interno di un sistema globale capitalistico per numerosi motivi legati alla sovrapproduzione, allo sfruttamento del suolo, alle dinamiche di disboscamento a beneficio delle industrie, alle sostanze nocive indotte da opere inutili, rifiuti aziendali, pesticidi e elementi chimici utilizzati per aumentare a dismisura la produzione, all’inquinamento derivante dalla mobilità indiscriminata sul pianeta, dagli allevamenti e dalle coltivazioni intensive, e molto altro. Due più due fa quattro, le priorità rimangono avvelenare e impoverire.

Di seguito inseriamo la trasmissione sulla Legge di Bilancio di Radio Blackout:

 

 

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