ssssssfff
Articoli filtrati per data: Saturday, 06 Novembre 2021

Finita ormai da tempo la fase dei governi progressisti in America latina, la Cina è diventata un socio fondamentale nei piani di costruzione di infrastrutture statali in paesi come Argentina, Brasile, Ecuador, Venezuela e Bolivia. Un rapporto economico, però, sbilanciato e attraversato da molteplici asimmetrie necessarie per permettere alla Cina ulteriori cicli di accumulazione di materie prime attraverso l’allargamento delle proprie frontiera estrattive verso territori che, fino a poco tempo fa, erano rimasti esclusi dalla corsa all’accaparramento delle risorse naturali. L’articolo di Carolina Viola Reyes (in G. Mazzocchini, G. Cocco (a cura di), Dopo la marea. Crisi del progressismo e nuovi processi costituenti in America Latina, DeriveApprodi, Roma 2021, pag. 34-43), che qui proponiamo, analizza i fattori centrali che hanno spinto i governi latinoamericani del XXI secolo ad assumersi il rischio di un rapporto impari con la superpotenza asiatica: l’arrivo di capitali cinesi disposti a penetrare nei territori nonostante gli alti livelli di conflittualità, le politiche sviluppiste dei governi latinoamericani e gli avanzamenti tecnologici insieme all’alto prezzo delle materie prime.

Da Malanova.info

Le politiche nazionali devono essere colte nell’ambito più generale della geopolitica del capitalismo globale, senza tralasciare le interdipendenze che la caratterizzano.

Perciò, l’analisi delle trasformazioni dei territori ci porta ad esplorare come le dinamiche della geopolitica attuale facciano da sfondo alle politiche dei governi «progressisti» latinoamericani. Questi hanno sempre sottolineato gli impatti positivi degli investimenti cinesi per lo sviluppo dell’infrastruttura pubblica in termini di incremento della competitività sistemica per l’esportazione di commodities (materie prime, ndr). Ma questa valutazione positiva deve fare i conti con le esternalità negative di questi progetti sui territori e sui modi di produzione e riproduzione economica e sociale delle popolazioni che li abitano.

Adesso inoltriamoci nei territori amazzonici dove il gigante asiatico incontra il piccolo Ecuador. Nella profondità della selva si trova il progetto San Carlos Panantza; è localizzato nella provincia di Morona Santiago, località San Juan Bosco nel sudest dell’Ecuador, a pochi chilometri dal confine con il Perù. Questa è una zona di enorme biodiversità, terra del popolo Shuar Arutam, così come di coloni e contadini che vi si accamparono lungo il secolo XX, accompagnando l’avanzamento della frontiera agricola sulla foresta amazzonica.

Nel 2000, la multinazionale canadese Corriente Resourses ha acquistato il progetto minerario dell’australiana Bhp Billiton. Durante tutti gli anni Duemila, il popolo Shuar ha resistito con determinazione e successo ai progetti di sviluppo delle miniere dell’impresa candese. Nel 2008, il cantiere della miniera è stato occupato nuovamente da decine di famiglie indigene. Nel 2010, i canadesi hanno venduto i diritti di sfruttamento[1] alla corporazione statale cinese Crcc Tongquan Investment per 630 milioni di dollari. Per questa operazione si creerà una filiale con il nome di ExpoCobre.

Due anni dopo, malgrado le proteste delle organizzazioni indigene ed ecologiste, il progetto è stato annesso all’agenda prioritaria del governo ecuadoriano di Rafael Correa. San Carlos Panantza diventa un simbolo di questa nuova fase di estrazione mineraria nell’Ecuador, così come delle rinnovate forme di repressione statale delle proteste schieratesi contro i processi di spoliazione impliciti nei megaprogetti estrattivi.

Nell’agosto del 2016, il governo Correa invia l’esercito ecuadoriano ad appoggiare il personale dell’impresa statale cinese ExpoCobre per attaccare con violenza gli Shuar e installando un cantiere al posto del loro villaggio Nanktis. Alcune settimane dopo, durante il tentativo di riconquista del loro villaggio da parte degli indigeni Shuar, hanno luogo duri scontri con l’esercito e i membri della sicurezza privata della compagnia cinese, con un morto tra i militari e vari feriti da entrambi i lati. Per garantire gli investimenti cinesi, il governo Correa ha decretato lo stato di eccezione per tre mesi. Tutt’oggi il territorio è occupato dall’esercito che protegge l’avanzare dei lavori della miniera. Il progetto, e la scommessa per lo sviluppo di una miniera di larga scala, è stata ratificata dai due governi che gli sono succeduti: Lenin Moreno e Guillermo Lasso, quest’ultimo eletto nel marzo del 2021. Allo stesso tempo si sono moltiplicate le iniziative di appropriazione di terre indigene da parte di gruppi privati, amplificando la spoliazione del popolo Shuar.

1 copia copia copia copia copia copia copia copia copia copia

Nankits, Morona Santiago, archivio personale, 10/09/2016

Nonostante la sua moderata rilevanza economica e politica, l’Ecuador è uno dei principali destinatari degli investimenti cinesi in America Latina. L’Amazzonia ecuadoriana è dunque un interessante laboratorio per esemplificare le dinamiche di territorializzazione e deterritorializzazione del gigante asiatico nel bacino Amazzonico.

La produzione del territorio e la territorializzazione del potere cinese nell’Amazzonia Ecuadoriana

Il XXI secolo è stato lo scenario della consolidazione della Cina nel sistema mondo, nonché della riconfigurazione della geopolitica del capitalismo globale. L’America Latina concentra importanti riserve comprovate di petrolio, gas e altri minerali, nonché di acqua potabile e terre idonee per la produzione di cibo. Ecco perché la regione è un hot spot nella geopolitica globale delle risorse naturali.

Tra il 2005 e il 2021 l’Ecuador ha ricevuto dalle policy banks cinesi una cifra pari a circa 18,4 miliardi di dollari, inferiori soltanto a quelli ricevuti da Venezuela e Brasile (Kevin P. Gallagher and Margaret Myers, 2021). Questi investimenti includono spesso accordi di vendita anticipata di petrolio. I progetti sono realizzati direttamente dalle imprese cinesi, con diversi gradi di esclusività in funzione degli accordi sottoscritti. Nella maggior parte dei casi, si tratta di contratti «chiavi in mano»: cioè uno schema di appalto pubblico dove lo stato si limita a ricevere l’opera conclusa nei tempi previsti, lasciando all’impresa il controllo totale sul processo di costruzione. Questo modello di contrattazione è presentato come necessario in funzione della complessità dei lavori d’ingegneria e finisce per ridurre drasticamente la trasparenza e quindi le possibilità di monitoraggio da parte della società civile.

2 copia copia copia copia copia copia copia copia copia

Finanziamento di policy banks cinesi al Ccs
(Fonte: https://www.thedialogue.org/map_list)

Un caso emblematico dei rischi di questa logica di contrattazione pubblica è il caso della mega-idroelettrica Coca Codo Sinclair (Ccs), localizzata tra le province amazzoniche di Napo e Sucumbíos. Un simbolo della proposta di trasformazione della matrice energetica del governo di Rafael Correa. L’opera è stata finanziata con due prestiti dell’ex Im Bank per l’esecuzione del contratto «chiavi in mano» da parte dell’impresa statale Cina Sinohydro. L’impresa assoldata è stata lasciata libera di stabilire gli standard di assunzione della manodopera così come le forme e i luoghi di approvvigionamento dei beni e servizi necessari ai lavori. L’appalto è stato concesso senza la realizzazione degli studi approfonditi che avrebbero permesso di valutare i rischi di un’opera di questa portata.

3 copia copia copia copia copia copia

Cantiere Coca Codo Sinclair, archivio personale 01/07/2016

L’esecuzione dell’opera è stata costellata da conflitti sindacali; i maltrattamenti e gli abusi sui lavoratori, così come le pessime condizioni di alimentazione e sicurezza sono stati oggetto di molteplici denunce. La ricerca con gli operai ha permesso di indicare la presenza di operai cinesi in regime di commutazione di pena, cioè di un regime di semi-schiavitù del tutto incongruente con lo statuto dei lavoratori previsto dalla legislazione ecuadoriana. Questi lavoratori rimanevano costretti in una mobilità estremamente ridotta, erano rinchiusi nel cantiere e i loro salari erano versati direttamente ai familiari in Cina. Nel dicembre del 2014 un incidente sul lavoro è costato la vita di 13 operai in condizioni mai chiarite[2].

Allo stesso tempo si denunciavano i sovrapprezzi e l’utilizzazione di materiali di bassa qualità. Queste denunce sono state verificate dalla Contraloría dello Stato in diversi rapporti ufficiali tra il 2018 e il 2019. I processi legali sono ancora in corso mentre la consegna ufficiale dei lavori non è ancora stata realizzata.

I problemi interni al cantiere sono solo una piccola parte di quelli che il progetto ha determinato sui territori, sulle dinamiche della produzione quotidiana dello spazio: la trasformazione delle logiche produttive, l’incremento del divario di genere rispetto alle opportunità di lavoro e l’aumento della violenza. I grandi lavori cinesi determinano una maschilizzazione del territorio le cui conseguenze sono subìte da donne e bambine. Allo stesso modo, l’incremento del consumo di alcool e la prostituzione contribuiscono ad elevare la violenza intra-familiare.

La mancanza di studi ambientali adeguati sullo stato del bacino ha reso impossibile una valutazione integrale dei rischi. Sin dall’inizio le popolazioni che vivono lungo il fiume Coca hanno sofferto la rapida degradazione della qualità dell’acqua, la diminuzione dei pesci e l’aumento preoccupante dei livelli di sedimentazione nel fiume.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Nel febbraio del 2020 una frana ha fatto sparire la cascata di San Rafael – 160 metri di altezza e 14 di larghezza, principale attrattivo turistico della zona – a pochi chilometri dalla diga del Ccs. Questo è stato solo l’inizio visibile di un processo accelerato di erosione che, un mese dopo, ha portato alla spaccatura dei due principali oleodotti dell’Ecuador (il Sote e l’Ocp) e al riversarsi di petrolio nelle acque del fiume Coca[3]. Gli impatti reali di questi incidenti sono difficili da stimare perché il processo di erosione è ancora in corso. La mancanza d’informazione e di studi indipendenti sugli impatti mette in grave rischio la vita dei popoli indigeni e contadini che dipendono dal fiume.

4 copia copia copia copia

Sote, El Reventador, archivio personale, 10/05/2015

Il rapporto sino-latino-americano ha portato ingenti quantità di risorse ai governi sviluppisti di Argentina, Brasile, Ecuador, Venezuela e Bolivia in un periodo di difficile accesso al finanziamento internazionale. La Cina è diventata così un socio fondamentale nei piani di costruzione di infrastrutture statali in questi paesi. Lungi dall’essere orizzontale, questo rapporto è attraversato da molteplici asimmetrie.

Estrattivismo nel secolo XXI: l’America Latina e le sue periferie estreme

Le trasformazioni accelerate nella geopolitica del capitalismo che accompagnano l’inizio del secolo XXI si traducono nell’esasperazione della competizione per il controllo delle risorse naturali su scala planetaria. Questa corsa si sta amplificando nel contesto della crescente competizione tecnologica tra la Cina e gli Stati Uniti. Una delle conseguenze di questa dinamica riguarda le strategie complesse di gestione delle popolazioni in quelle che Bunker (1984) ha chiamato extreme peripheries.

La definizione di extreme peripheries evoca i territori destinati all’estrazione di risorse naturali ai margini degli stati periferici del sistema mondo. Questi territori si configurano come periferie economiche, sociali, politiche e spaziali, essendo l’Amazzonia l’archetipo di questa configurazione socio-spaziale. L’aggettivo estremo sottolinea le molteplici dimensioni nelle quali si territorializza la sua condizione periferica e marginale. L’approfondimento, accelerazione e trasformazione delle dinamiche d’estrazione delle risorse naturali nei territori della periferia estrema è la caratteristica del nuovo secolo.

Possiamo sintetizzare queste mutazioni dell’estrattivismo secondo quattro principali dimensioni (Composto e Navarro, 2012): in primo luogo, l’esaurimento dei beni naturali non rinnovabili rende visibile l’insostenibilità del modello di produzione e consumo attuale; in secondo luogo, il progresso tecnologico – permettendo di aumentare le capacità d’estrazione – ha spinto e spinge la frontiera estrattiva ai limiti; terzo, la riduzione dei beni necessari alla vita a materia prima (commodities) dei processi estrattivi ha portato al superamento del tasso di recupero ecologico dei beni naturali rinnovabili; infine, una volta trasformati in commodities questi beni diventano tutti esportabili, negoziabili e oggetto di speculazione nei mercati finanziari globali.

La nuova fase dell’estrattivismo nelle periferie estreme si caratterizza dunque per le forme estreme di distruzione e violenza, normalizzate nell’ordine discorsivo che riproduce il potere estrattivista. L’elemento più rilevante del progetto estrattivista del secolo XXI è il suo carattere olistico e totale, intimamente vincolato alla riconfigurazione della geopolitica del capitalismo su scala planetaria.

Il flusso dei capitali cinesi verso l’America Latina è aumentato velocemente lungo tutto il primo decennio del secolo XXI. Questi nuovi capitali hanno dato un respiro ai governi latinoamericani che mettevano in discussione l’imposizione delle ricette di aggiustamento del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e della Banca Mondiale (Bm). Oltre ai terribili effetti sociali, le politiche economiche implementate dalle istituzioni di Bretton Woods nell’ambito del Consenso di Washington hanno paradossalmente creato condizioni favorevoli per l’arrivo di nuovi attori in generale e della Cina in particolare. Allo stesso tempo la Cina ha proposto schemi di collaborazione orizzontale ai paesi in via di sviluppo quali il rispetto della sovranità nazionale e l’assenza di particolari condizioni politiche ed economiche.

I piani di investimento in infrastrutture dei governi neosviluppisti di Ecuador, Brasile, Argentina, Venezuela e Bolivia si sono così concentrati sul miglioramento delle condizioni di competitività sistemica per l’esportazione di commodities e su un investimento marginale nell’industria. Questi investimenti da un lato sono complementari al fabbisogno in risorse naturali del gigante asiatico, dall’altro hanno tentato di cercare nuovi sbocchi. L’espansione cinese nella regione non si è limitata ai governi cosiddetti progressisti, ma ha coinvolto l’intero subcontinente, Colombia e Perù compresi.

Diventano dunque evidenti le dimensioni del paradosso nel quale la regione è caduta: la diversificazione delle fonti di finanziamento (dai flussi occidentali gestiti dalle istituzioni di Bretton Woods ai flussi asiatici) non ha determinato nessuna diversificazione economica, ma solo un ampliamento del loro profilo da primo esportatore e quindi un aumento dei loro squilibri atavici.

In questa riconfigurazione geopolitica dell’America Latina, la regione ha perso centralità nella strategia estera degli Stati Uniti, troppo preoccupati con i loro interventi destinati a garantire la loro sicurezza energetica e i loro interessi nel Medio Oriente[4].

Questa congiuntura sembrava favorevole per gli stati emergenti nell’America Latina. Il Brasile ne ha approfittato per riformulare il suo ruolo subegemonico, dando impulso ai nuovi processi d’integrazione come l’Unasur e la Celac e conducendo la missione di pace dell’Onu a Haiti. La diversificazione delle relazioni commerciali e politiche di ognuno dei paesi latinoamericani nell’ambito del loro insieme come blocco gli ha permesso di agire con livelli senza precedenti di autonomia e indipendenza dalla superpotenza statunitense.

Perciò la congiuntura politica ed economica ha consentito al consolidamento di un’agenda sino-latinoamericana solida e profonda, fondata da un lato sulla necessità permanente di risorse economiche dei governi latinoamericani e, dall’altra parte, sull’interesse cinese per le risorse naturali abbondanti dell’America Latina.

La sete di materia prime

L’America Latina dispone abbondantemente di minerali, petrolio, gas naturale e di un grande potenziale per la produzione d’energia idroelettrica e d’energia rinnovabile non convenzionale. Le sue terre, dalla pampa argentina all’America Centrale, passando per l’Amazzonia brasiliana, producono volumi giganteschi di cereali (soia), frutta tropicale e carne per l’esportazione. Negli ultimi dieci anni, sono incrementate le esportazioni di cibo di origine agricola e animale in Cina. Fin dall’anno 2016 il Brasile è in testa in questo ranking globale, mentre l’Argentina occupa il settimo posto[5]. Il Sudamerica vanta la concentrazione più alta di queste risorse e non è dunque un caso che la regione sia diventata il punto focale per gli acquisti e gli investimenti cinesi.

Il petrolio sudamericano rappresenta il 19,5% del totale globale distribuito in maniera variabile tra Venezuela, Brasile, Colombia ed Ecuador. Anche il gas è abbondante, con giacimenti in Argentina, Bolivia, Brasile, Peru e Venezuela[6]. Per quel che riguarda gli idrocarburi non convenzionali, una ricerca della Usa Energy Information Administration (Eia) pubblicata nel 2011 stimava l’esistenza di risorse importanti in Argentina, Uruguay, Colombia e Brasile. Oggigiorno, l’America Latina è la seconda fonte, in ordine di rilevanza, delle importazioni cinesi di petrolio, con una partecipazione del 13,5% del totale. Questo scenario si riproduce per i giacimenti e le miniere di ferro e più in generale per le risorse minerarie. Il Brasile ha esportato nel 2019 quasi 24 milioni di dollari in minerali e metalli verso la Cina – è la seconda fonte di queste risorse, seconda solo all’Australia, seguita da Cile e Perù[7].

Le cifre presentate spiegano perché, tra il 2005 e il 2020, la Cina abbia concesso prestiti all’America Latina e ai Caraibi per circa 135 miliardi di dollari (Gallagher, Kevin P. and Margaret Myers, 2021). I principali destinatari sono stati – in ordine di rilevanza – Brasile, Venezuela, Argentina ed Ecuador. Si tratta un volume totale di finanziamento maggiore dei prestiti combinati della Banca Mondiale (Bm) e della Banca Interamericana di Sviluppo (Bid) nello stesso periodo. Questi investimenti sono stati principalmente direzionati a progetti per l’infrastruttura pubblica, la connettività e per l’estrazione di vecchie e nuove commodities che impattano spesso sui territori dei popoli amazzonici. Risulta così evidente che la geopolitica delle risorse naturali è il motore della crescente relazione politica ed economica tra Cina e America Latina lungo il XXI secolo.

Considerazioni finali

L’estrattivismo del XXI secolo si sviluppa nel contesto della diversificazione dei poli di produzione capitalista globali, conseguenza dell’ascesa della Cina e il Sudest Asiatico, così come dello spostamento degli assi centrali dell’economia globale dall’Atlantico al Pacifico. Questa situazione si traduce nell’aumento delle pressioni per l’allargamento della frontiera estrattiva verso territori rimasti finora esclusi della carta geopolitica della corsa per le risorse naturali. Il motivo di questa esclusione non è stata certamente la volontà di conservazione ecologica, bensì gli alti costi economici, sociali e ambientali impliciti in questi progetti, come il potenziale di rifiuto e resistenza da parte della società civile. Molte di queste iniziative sono rimasti nel cassetto per anni prima di diventare progetti prioritari nell’agenda pubblica.

Ci sono tre fattori rilevanti per capire questa propensione al rischio assunta dai governi latinoamericani nel XXI secolo. Primo, l’arrivo dei capitali cinesi disposti ad entrare nei territori nonostante i livelli di conflittualità; secondo, le politiche sviluppiste dei «progressismi» latinoamericani; terzo, gli avanzamenti tecnologici e l’alto prezzo delle materie prime.

Rispetto ai capitali cinesi, la dinamica si è caratterizzata per la presenza delle Soe (State Owned Enterprises) sostenute dalla banca pubblica cinese e dalla sua diplomazia. I progetti vengono accompagnati da risorse economiche sotto forma di prestiti poi realizzati direttamente alle compagnie cinesi. Le Soe privilegiano gli accordi stato a stato, garantendo così la protezione dei suoi investimenti nei corpi repressivi degli stati latinoamericani. Questa condizione è divenuta necessaria considerando le forti resistenze nei confronti di questi progetti. Lo Stato, insieme alle Soe cinesi, impone stati di eccezione, facilitando la spoliazione dei territori e dei popoli. Emerge così un nuovo schema di governamentalità estrattivista che presuppone forme radicali di controllo e amministrazione delle popolazioni, così come il violento adattamento dell’ambiente.

A loro volta, i progressismi latinoamericani hanno colto un’opportunità nella diversificazione dei rapporti politici ed economici con la Cina, il quale si presentava come un socio ineguagliabile nel processo di recupero dell’infrastruttura statale. Le fiorenti relazioni stato-stato e il carattere autarchico dei progressismi latinoamericani, combinati con il modello autoritario cinese – noncurante della società civile – sono stati una combinazione vincente per l’espansione dell’estrattivismo al di sopra delle proteste e delle resistenze.

Infine, questo scenario politico favorevole si nutre anche delle scoperte tecnologiche e del ciclo espansivo nei prezzi delle commodities, che ha fatto diventare redditizi progetti rischiosi e dispendiosi prima neppure presi in considerazione. È così che l’espansione della frontiera estrattiva mira, golosa, all’Amazzonia, perseguendo la colonizzazione e la spoliazione dei territori e dei popoli tutt’oggi sotto la mira della sete di risorse dei capitali e dei poteri globali.

* * * * * * * * *

NOTE

[1] Rame, oro, argento e molibdeno.

[2] Vedi: https://www.elcomercio.com/actualidad/negocios/13-muertos-12-heridos-cocacodosinclair.html.

[3] In molti snodi i condotti del SOTE hanno superato la vita utile già alla fine degli anni ‘90, essendo urgente un piano per la sostituzione integrale del sistema di trasporto.

[4] Il giornale spagnolo El País riporta nel 2017: «A una settimana dall’elezione di Donald Trump, il presidente Xi Jinping si è recato in America Latina per la terza volta in tre anni per lanciare un messaggio chiaro: la Cina vuole essere il principale alleato della regione».

[5] Il Brasile ha esportato nel 2017 un totale di 22.5 miliardi di dollari in cibo, essendo la prima fonte di approvvigionamento. Le importazioni di cibo da parte della Cina includono prodotti vegetali come la soia e sempre più proteine d’origine animale: carne di manzo, maiale, pesce e altri frutti di mare (China Power Team, 2017).

[6] I dati sono stati ricavati dall’Energy Outlook pubblicato dal British Petroleum nel 2018:

https://www.bp.com/content/dam/bp/business-sites/en/global/corporate/pdfs/energy-economics/energyoutlook/bp-energy-outlook-2018.pdf.

[7] Insieme all’Australia e al Sudafrica costituiscono il top five dei fornitori di metalli e minerali verso la Cina. Nel 2019 sono stati riportati i seguenti valori: Brasile 23.944.177,77 USD; Chile 20.328.972,38 USD e Peru 12.952.066,57.

https://wits.worldbank.org/CountryProfile/es/Country/CHN/Year/2019/TradeFlow/Import/Partner/all/Product/OresMtls#.

BIBLIOGRAFIA

Antonella, Minería transnacional y dispositivos de intervención en la cultura: La gestión del paradigma hegemónico de la «minería responsable y el desarrollo sustentable» in M. Svampa, M.Antonelli (a cura di), Minería transnacional, narrativas del desarrollo y resistencias sociales, Editorial Biblos, 2009. Barcenas, Estado de situación de la minería en América Latina y el Caribe. Desafíos y oportunidades para un desarrollo más sostenible. Ponencia IX Conferencia de Ministerios de Minería en América Latina. ECLAC Bunker, Modes of Extraction, Unequal Exchange, and the Progressive Underdevelopment of an Extreme Periphery: The Brazilian Amazon, 1600-1980. «The American Journal of Sociology», Vol. 89, n. 5, 1984, pp. 1017-1064.

China Power Team. How is China Feeding its Population of 1.4 Billion? China Power. January 25, 2017. Updated August 26, 2020. Ultimo accesso effettuato: 14/07/2021. https://chinapower.csis.org/china-food-security.

Composto, M.L. Navarro, Estados, transnacionales extractivas y comunidades movilizadas: Dominación y resistencias en torno de la minería a gran escala en América Latina, «Revista THEOMAI» n. 22, 2012, p. 25. P. Gallagher and M. Myers, China-Latin America Finance Database, Washington: Inter-American Dialogue, 2021. Harvey, Espacios del Capital. Hacia una geografía crítica Akal, Madrid, 2001. Viola, Territorios y cambio estructural: Coca Codo Sinclair, inversión China y el cambio de la matriz energética en el Ecuador in «Revista de Ciencia Sociales», n. 38, Universidad Central del Ecuador, 2016.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Apparentemente è cosa da poco, un testo comparso su «Il Programma comunista» n° 13 del 1961, e molti si chiederanno perché dedicargli un anniversario. Il testo in questione, redatto da Jacques Camatte, militante francese della Sinistra Comunista, di cui si narra fu lo stesso Amadeo Bordiga a insistere per la sua pubblicazione sull’organo quindicinale del Partito Comunista Internazionale potrebbe, però, rivelarsi ancora utile per l’attuale disordinato, carente e, talvolta, asfittico dibattito sulle forme organizzative che molti militanti antagonisti da tempo cercano di sviluppare o perseguire intorno alle odierne realtà di lotta.

Di Sandro Moiso per Carmilla

Si è ritenuto pertanto utile farne una sintesi commentata su queste pagine, pur tenendo conto della distanza temporale e di linguaggio che separa il presente dal tempo in cui Origine e funzione della forma partito fu concepito. La lettura che se ne darà non terrà conto dei riferimenti specifici alle controversie dell’epoca (sia sociali che interne al Partito Comunista Internazionale), né tanto meno ai numerosi riferimenti alle polemiche con il movimento anarchico dell’epoca in cui Marx scriveva e ancora di quella in cui il testo fu elaborato da Camatte.

Ma ora si aprano le danze, affermando fin da subito che l’ABC del partito rivoluzionario non inizia da Lenin.
Il testo, infatti, costringe il lettore a misurarsi con le formulazioni riguardanti il problema organizzativo espresse principalmente da Marx ed Engels nel corso della loro vita e della loro lunga militanza nelle file della lotta di classe per l’abolizione del modo di produzione vigente. Vita politica che vide la formazione (e lo scioglimento) della Lega dei Comunisti, dell’Associazione Internazionale dei lavoratori (meglio conosciuta come Prima Internazionale), della socialdemocrazia tedesca come primo partito politico nazionale dei lavoratori e gli albori della Seconda Internazionale oltre che il fondamentale contributo dato alla già citata Lega dei comunisti con la stesura del Manifesto del partito comunista.

Nessuna di queste associazioni e partiti assunse mai, per i due sodali, un valore assoluto e definitivo; anzi, lo si vedrà, entrambi rivendicarono la capacità di chiudere o di criticare duramente ognuna di quelle esperienze una volta che queste avevano fatto il loro tempo perché superate dalla realtà dei fatti o travolte da polemiche interne che non facevano altro che dimostrare la morta gora in cui, periodicamente, il movimento operaio sembrava, e sembra tutt’ora, destinato a precipitare.

In effetti, dalle pagine di Origine e funzione della forma partito, emerge una concezione del partito che divide lo stesso in partito storico e partito formale. Divisione che portò conseguenze non secondarie all’interno dello stesso Partito comunista internazionale di cui «Il Programma Comunista» era portavoce e che, ancora, nel 1966 portò l’estensore originario ad allontanarsi dallo stesso.

L’idea di partito storico definisce la continuità che lo strumento di lotta dei lavoratori e dei rivoluzionari deve mantenere con gli elementi di programma già maturati nel corso delle esperienze precedenti della lotta di classe e delle formulazioni che l’hanno accompagnata nel tempo, facendo tesoro sia delle vittorie e delle “scoperte” teoriche che hanno contribuito a sollevarla oltre i limiti del rivendicazionismo immediatista e del sindacalismo, che delle lezioni da trarre dalle sconfitte e dagli errori pratici e teorici del movimento di classe nel suo lungo e faticoso divenire storico. Non per nulla la Sinistra Comunista, la corrente internazionalista che stava alla base sia di «Il Programma Comunista» che della riflessione del comunista francese, avrebbe sempre parlato delle necessità di trarre i giusti insegnamenti dalle lezioni delle controrivoluzioni.

Il partito formale definisce invece la forma, la struttura, che l’organo di lotta dei rivoluzionari assume di volta in volta, a seconda delle situazioni storiche, politiche, sociali ed economiche che vedono svilupparsi con gradi diversi di intensità la lotta del proletariato contro il capitalismo per il suo definitivo superamento e la piena affermazione del programma rivoluzionario.

Nella premessa generale al testo si afferma:

La tesi centrale che vogliamo affermare ed illustrare è la seguente: Marx ha tratto i caratteri della forma Partito dalla descrizione della società comunista.
[…] La lotta dell’embrione di proletariato durante la grande Rivoluzione Francese aveva indotto alcuni rivoluzionari (Varlet, Leclerc, Roux, i cosiddetti Arrabbiati) a ritenere che la rivoluzione non si effettuasse che a vantaggio di una categoria di uomini e non fosse la liberatrice universale. Poi, ma sempre alla stessa epoca, gli Eguali rimisero in questione la possibilità per la rivoluzione di emancipare l’umanità, e ne proclamarono necessaria una nuova, che non fosse condotta in nome della Ragione: “Chi ha la forza – dice Babeuf – ha ragione“.
[…] Appunto dall’osservazione della lotta del proletariato nasce in Marx e in Engels l’idea che la soluzione illuministica non è la vera, la reale, nel momento stesso in cui essi vedono dove la nuova soluzione si trova – nella lotta della classe proletaria. Essi si rendono conto che il problema dell’emancipazione dell’umanità non può essere risolto teoricamente perché non lo si è posto praticamente, perché i borghesi ragionano in nome di un uomo astratto, nella cui categoria il proletariato non entra. La liberazione dell’uomo dev’essere vista sul terreno pratico, e si deve considerare l’uomo reale, cioè la specie umana […] Sensibile a tutte le lotte pratiche e teoriche, Marx era al corrente delle opere di lottatori come lui: Engels, Moses Hess, i socialisti francesi, ecc. È così che, infine, si compirà questa somma, questa integrazione storica: il marxismo teoria del proletariato, teoria della specie umana. Essa apparirà in tutta la sua vigoria in piena fase eruttiva di sviluppo della società umana, la rivoluzione del 1848, col Manifesto dei Comunisti.
[…] Il nostro lavoro d’oggi consiste nel cercar di spiegare come l’intuizione geniale divenne realtà nel programma comunista; come questo programma fu proposto all’umanità per l’intermediario del proletariato; come Marx ed Engels lottarono per farlo accettare dall’organizzazione proletaria (lettera di Marx a Bolte, 29 nov. 1871: “La storia dell’Internazionale è stata una lotta continua del Consiglio Generale contro…le sezioni nazionali”); come trionfò nel 1871 con la Comune di Parigi, a riprova della sua necessità assoluta. Tutto questo noi studieremo per precisare l’origine e la funzione della forma-partito.

Il comunismo non si realizzerà dunque come espressione del dominio di una sola e nuova classe, il proletariato, ma con la liberazione dell’intera specie dal giogo capitalista. Infatti:

Il carattere del proletariato è di essere “una classe della società borghese che non è una classe della società borghese, una classe che è la dissoluzione di tutte le classi, una sfera che possiede un carattere universale a causa delle sue sofferenze universali, e non rivendica nessun particolare diritto perché nessuna particolare ingiustizia gli è stata fatta, ma l’ingiustizia per antonomasia; una sfera che non può appellarsi a nessun titolo storico ma solo a un titolo umano […] Il proletariato non fonda la sua azione nella storia sul possesso di certi mezzi di produzione e quindi su una possibilità di liberazione parziale dell’uomo, ma sul non-possesso della natura umana, che esso vuole appropriarsi e in tal modo emancipare l’umanità (K.Marx, Critica della filosofia del diritto di Hegel). […] Così, la questione del divenire del proletariato è di sapere come saranno risolte le questioni delle classi, dello Stato, e dell’organizzazione della società futura. Inoltre, la borghesia tende a impedire il legame organico fra la classe e il suo programma, cerca di ridurla a una classe di questa società e quindi di farle abbandonare il suo programma. È qui che si colloca la questione del partito.

Sulle diverse interpretazioni della funzione dello Stato Marx esercita, con la solita chiarezza, una critica che non può lasciare adito a dubbi e ripensamenti in alcuna forma, affermando :

“Il suicidio è contro natura. Perciò lo Stato non può credere all’impotenza intrinseca della sua amministrazione, cioè di sé stesso. Può scorgere soltanto difetti formali, casuali, e tentare di porvi rimedio”. È qui definita in modo estremamente preciso la posizione degli stalinisti e dei vari democratici. Non contento di ciò, Marx schernisce i suoi avversari mostrandone l’impotenza: “Se tali modifiche sono infruttuose, ebbene, allora l’infermità sociale è un’imperfezione naturale indipendente dall’uomo, una legge divina, ovvero la volontà dei privati è troppo corrotta per corrispondere ai buoni intenti dell’amministrazione! E che tipi sono questi privati! Mormorano contro il governo ogni qualvolta esso limita la libertà, e pretendono dal governo che impedisca le conseguenze necessarie di tale libertà!”. […] Marx si beffa di queste illusioni mostrando che lo Stato è il potere organizzato di una classe dominante la società: “Infatti questa lacerazione, questa infamia, questa schiavitù della società civile sono il fondamento naturale su cui poggia lo Stato moderno, così come la società civile della schiavitù era il fondamento naturale dello Stato antico. L’esistenza dello Stato e l’esistenza della schiavitù sono inseparabili”. (Pariser Vorwärts, 7 agosto 1844: pubblicato in K.Marx, Un carteggio del 1843, Ed. Riuniti, Roma 1954).

marx 1

E’ del 1844 il brano appena citato dagli autori nel paragrafo intitolato La natura dello Stato, ma in quello il moro di Treviri aveva già fatto definitivamente a pezzi qualsiasi ipotesi riformistica, stalinista o liberale (del tipo no green pass) che potesse contaminare in futuro il movimento proletario e rivoluzionario.

La miseria del proletario è di essere privato della sua natura umana. Questa critica supera il quadro ristretto di quella di Proudhon, che è un miserabilismo razionale e quindi un ragionare a vuoto sull’autentica miseria umana. I nostri stalinisti, con la loro teoria della miseria assoluta, sono i veri figli di Proudhon e di E. Sue. La rivendicazione del proletario si manifesta nella sua volontà di riappropriarsi della sua natura umana, e Marx definisce così il programma comunista: “L’essere umano (la natura umana) è la vera Gemeinwesen (comunità) umana“. Ciò significa che nella società comunista non esiste più lo Stato; il principio di autorità, quello di organizzazione e quello di coordinamento fra gli uomini, sono la Specie umana. È il ritorno al comunismo primitivo […] (in cui) l’individuo non era separato dalla specie. Stabilitasi la società di classe, la frattura fra i due termini si manifesta, e raggiunge il massimo dell’esistenza nel proletariato. È questa miseria che Marx esprime in tutta la sua universalità: “Come il disperato isolamento da essa (la natura umana, l’essere umano) è infinitamente più universale, insopportabile, pauroso, contraddittorio dell’isolamento dall’ordine politico esistente, così la soppressione di questo isolamento (programma comunista) e perfino una sua parziale riduzione, una rivolta contro questo isolamento (i proletari possono acquisire una coscienza di classe solo lottando e organizzandosi in partito) ha un’ampiezza infinita, così l’uomo è egli stesso infinitamente più che il cittadino dello Stato, e la vita umana infinitamente più che la vita politica […] Una rivolta industriale può essere parziale fin che si vuole; non perciò meno racchiude un’anima universale; la rivolta politica può essere universale fin che si vuole; non perciò meno essa cela sotto il suo aspetto più colossale uno spirito angusto”. […] E Marx prosegue: “Lo si è visto. Anche se si verifica in un solo distretto industriale, una rivoluzione sociale si colloca su un piano di totalità perché è una protesta dell’uomo contro la vita disumanizzata, perché parte dal punto di vista di ogni individuo reale, perché la Gemeinwesen (comunità, collettività) da cui esso si sforza di non essere più isolato, è la vera comunità dell’uomo, l’essere umano”. Il proletariato tende a contrapporre la sua Gemeinwesen, cioè l’essere umano, a quella del capitalista (Stato oppressore). Per giungere a realizzare tale opposizione reale, bisogna ch’egli si appropri questo essere, e non può farlo se non si organizza in partito, – partito che è appunto la rappresentazione di questo essere, la prefigurazione la cui vita è movimento per l’appropriazione di questo essere.

Motivo per cui:

Il proletariato deve conquistare il potere, ma per farlo non deve porsi sul piano dello Stato; non deve lottare per una forma di questo, che si pretenda più progressiva, contro un’altra, come quando lotta per una frazione della borghesia contro un’altra (per la democrazia contro il fascismo, ecc.). La sua azione deve essere esterna. Per fare la rivoluzione, il proletariato deve abolire l’opposizione fra individuo e specie, che è la contraddizione sulla quale lo Stato esistente poggia (finché vi sono individui, esiste il problema della loro organizzazione nella società, e quello del rapporto fra questa organizzazione e i veri bisogni della specie). Il proletariato non deve fare una rivoluzione dall’anima politica, perché questa “organizza… una parte dominante della società a spese della società”. E, prima di passare alla caratterizzazione della rivoluzione proletaria: “Ogni rivoluzione dissolve la vecchia società, in questo senso è sociale. Ogni rivoluzione rovescia il vecchio potere; in questo senso è politica”. La rivoluzione borghese è una rivoluzione sociale quando dissolve l’antica società; quando rovescia il vecchio potere è politica, ma afferma il suo: rivoluzione essenzialmente politica. Infatti, per erigere la sua organizzazione sociale, la borghesia doveva utilizzare un’organizzazione politica che doveva essere inseparabile da questa; perché? Perché i borghesi hanno fatto la rivoluzione per realizzare il tipo umano astratto: l’individuo isolato dalla natura e dalla specie; perché volevano liberare gli uomini dagli antichi vincoli feudali (dipendenza fra uomo e natura). Il problema era di definire quali sarebbero stati i legami fra gli uomini nuovi; perciò essi formularono i diritti dell’uomo, che furono realizzati solo quando la rivoluzione sfociò sul suo terreno pratico borghese, cioè quando perse la speranza di liberare effettivamente l’umanità (dopo aver schiacciato i moti dei sanculotti). Invece, per il marxismo l’uomo è la specie umana, l’uomo sociale che ha un legame umano con la specie e un legame umano con la natura (dominazione su questa). È evidente che lo Stato del proletariato non sarà un organismo speciale retto da regole ben definite, da un diritto qualunque, ma sarà l’Essere umano. “Il socialismo non si può realizzare senza rivoluzione. Esso ha bisogno di questo atto politico nella misura in cui ha bisogno di distruggere e dissolvere. Ma esso si scrolla di dosso il suo involucro politico non appena ha inizio la sua attività organizzativa, non appena persegue il suo proprio fine, non appena si rivela la sua anima”. È già qui espressa tutta la teoria del deperimento dello Stato. La rivoluzione compie un atto politico per finirla col vecchio mondo, ma, a partire da questo momento, si orienta verso l’instaurazione del regno dell’umanità sulla natura, dell’uomo sul pianeta; non ha più bisogno di una forma politica, poiché il suo problema non è di governare degli uomini; è la Specie, allora, che governa, domina, possiede.

Questo rende possibile all’autore e ai comunisti affermare che «per noi il capitalismo non esiste già più: esiste solo la società comunista». Ma come realizzare ciò che esiste già in potenza, il futuro che già agisce retroattivamente sul presente? Con quale strumento?

Il lavoro ulteriore di Marx consisterà nello studiare come ciò sia realizzabile. Passerà quindi a un’analisi precisa della società e fornirà le grandi linee della trasformazione socialista: proprietà della specie, distruzione del mercantilismo, ecc. Tutto ciò sarà precisato nel Manifesto, poi nello scritto della Comune e nell’Indirizzo Inaugurale dell’Internazionale (questione della distruzione dello Stato borghese e delle misure per limitare il “carrierismo”). Il partito rappresenta dunque la società futura. Non lo si può definire con regole burocratiche, ma col suo essere; e il suo essere è il suo programma: prefigurazione della società comunista della specie umana liberata e cosciente. Corollario: la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione. Essa dipende dal programma. Senonché è stato provato che la forma partito è la più atta a rappresentare il programma, a difenderlo. E qui le regole di organizzazione non sono prese a prestito dalla società borghese, ma derivano dalla visione della società futura.
[…] “Il proletariato proclama subito in modo chiaro il suo antagonismo con la società della proprietà privata. La rivolta slesiana comincia proprio là dove terminano le rivolte dei lavoratori francesi e inglesi, cioè con la coscienza d’essere il proletariato. L’azione stessa reca l’impronta di questa superiorità. Non vengono soltanto distrutte le macchine, queste rivali dell’operaio, ma anche i libri commerciali, i titoli di proprietà; e mentre tutti gli altri movimenti si volgevano essenzialmente contro il padrone di fabbrica, il nemico visibile, questo movimento si volge contemporaneamente contro il banchiere, il nemico nascosto.”
[…] La conoscenza non ci viene direttamente dai borghesi, come vorrebbero certuni: ci viene dalla lotta della nostra classe, non è una sfera particolare della nostra attività che assorbiamo passivamente dalla classe avversa; no, è qualcosa di vibrante e passionale, che il proletariato ha strappato al suo nemico di classe. Il giovane Marx aveva infinitamente ragione nel dire che le idee del comunismo, “che vincono la nostra intelligenza, che conquistano la nostra mentalità, alle quali la ragione ha legato la coscienza, sono delle catene delle quali non ci si può disfare, che non si possono strappare di dosso senza strappare il nostro stesso cuore; sono dei demoni che l’uomo non può vincere che sottomettendovisi”. […] Fin dall’inizio Marx mostra che il programma comunista non è il prodotto dell’individuo: “la rivoluzione – diciamo noi – sarà anonima, o non sarà affatto“.

Ma allora cos’è questo strumento collettivo che dovrebbe permettere a proletari e rivoluzionari di dirigere il percorso delle lotte nella direzione voluta, desiderata e già designata dal corso degli avvenimenti passati e futuri allo stesso tempo?

Il partito è un organo di previsione; se non è questo si discredita. Marx ad Engels, lettera del 18 febbraio 1865: “Come il partito borghese si è screditato e si è messo da sé nella pietosa situazione di oggi credendo fermamente che con ‘l’era nuova’ il governo gli fosse piovuto dal cielo per grazia del principe reggente, così il partito operaio si screditerà ancor di più immaginandosi che, grazie all’era bismarckiana o ad una qualsiasi era prussiana, per grazia del re, le allodole gli cadano in bocca bell’e arrosto. È assolutamente fuori dubbio che la fatale illusione di Lassalle di credere in un intervento socialista del governo prussiano sarà seguita da una delusione. La logica delle cose parlerà. Ma l’onore del partito operaio esige che esso respinga questi fantasmi prima che l’esperienza ne abbia mostrato l’inanità”. Perché? Ed ecco la caratteristica essenziale del proletariato: “La classe operaia è rivoluzionaria, o non è nulla“.

Ma è giusto domandarsi, a questo punto, come potrà avvenire la sua liberazione, insieme a quella della specie e la risposta contenuta in Origine e forma è inequivocabile:

mediante l’assalto rivoluzionario. E quale carattere avrà la rivoluzione? Sarà violenta.
Scrive Engels, già nel 1842, come inviato a Londra, alla Rheinische Zeitung, 10 dicembre 1842, sotto il titolo Le crisi interne: […] “In realtà, bastò una forza militare e poliziesca minima per tenere a bada le masse. A Manchester si sono visti migliaia di operai bloccati nelle piazze da quattro o cinque dragoni che ne impedivano l’accesso. La ‘rivoluzione pacifica’ aveva tutto paralizzato. Così, tutto finì in breve. Il vantaggio che tuttavia ne deriva per i non-possidenti rimane acquisito: la coscienza che una rivoluzione per via pacifica è impossibile e che solo una rivoluzione violenta delle odierne condizioni innaturali, un abbattimento radicale dell’aristocrazia nobile e industriale, può migliorare la situazione dei proletari.” Bisogna dunque educare le masse, per organizzare la rivoluzione? Ed ecco la risposta di Engels ne La Sacra Famiglia, cap. IV, II (nota marginale critica), nel 1844-45: “È vero che nel suo movimento economico la proprietà privata si avvia verso la sua dissoluzione, ma non lo fa che attraverso un’evoluzione indipendente da lei, inconscia, realizzantesi contro la sua volontà, prodotta dalla natura delle cose, unicamente perché essa genera il proletariato in quanto proletariato, la miseria consapevole della propria miseria intellettuale e fisica, la disumanizzazione che è cosciente della propria disumanizzazione e quindi si autosopprime. Il proletariato esegue la sentenza che la proprietà privata pronuncia contro sé stessa generando il proletariato, così come esegue la sentenza che il lavoro salariato pronuncia contro sé stesso generando la ricchezza altrui e la miseria propria. Quando il proletariato vincerà, non diventerà per questo la parte assoluta della società, perché vincerà solo in quanto sopprimerà sé stesso e il suo contrario, e allora tanto il proletariato quanto il suo contrario che la condiziona, la proprietà privata, saranno spariti.”
“Se gli autori socialisti attribuiscono al proletariato questo ruolo storico mondiale, non è, come pretende di credere la Critica Critica, perché considerino i proletari degli dei. È piuttosto il contrario. Proprio perché nel proletariato pienamente sviluppato è praticamente compiuta l’astrazione di ogni umanità, perfino dell’apparenza della umanità; proprio perché nelle condizioni di vita del proletariato si condensano nella forma più inumana tutte le condizioni di vita della società attuale; proprio perché in lui l’uomo si è perduto ma, nello stesso tempo, non solo ha acquisito la coscienza teorica di questa perdita, ma è anche direttamente costretto a ribellarsi contro questa inumanità dal bisogno ormai ineluttabile, insofferente di ogni palliativo, assolutamente imperioso – espressione pratica della necessità -; proprio perciò il proletariato può e deve liberarsi. Ma non può liberarsi senza sopprimere le sue stesse condizioni di esistenza. Non può sopprimere le sue condizioni di esistenza senza sopprimere tutte le inumane condizioni di esistenza della società attuale, che si condensano nella sua situazione. Non invano il proletariato passa per la dura ma tonificante scuola del lavoro. Non si tratta di ciò che questo o quel proletario, o perfino l’intero proletariato, s’immagina di volta in volta come il suo fine. Si tratta di ciò che esso è, e di ciò che sarà storicamente costretto a fare in conformità a questo essere. Il suo fine e la sua azione storica gli sono irrevocabilmente prefissati nelle sue condizioni di vita, come nell’intera organizzazione della presente società borghese”.
Ne risulta che il proletariato non esiste se non quando è rivoluzionario, quando ha la sua anima, il suo programma, e oppone il suo Stato, cioè l’Essere umano, alla società borghese. Altrimenti si avvilisce e la sua anima è borghese, una cosa della società borghese; allora non ha più vita, perché la sua vita è la rivoluzione.

barricata

Il proletariato non è un mero dato sociologico, è un dato politico ma soltanto quando si rivolta e nella rivolta anche solo per un momento prende coscienza della sua condizione reale. Ogni umanitarismo non serve ad altro che ad allontanarlo da se stesso, dal suo proprio essere che non può essere altro che rivoluzionario oppure nulla. Già nel Manifesto del partito comunista:

Classe, programma, partito e rivoluzione, tutto ciò è precisato. La classe non agisce e quindi non esiste se non quando si costituisce in partito, che a sua volta si caratterizza mediante il programma (e questo ne è l’anima); il partito può realizzare la sua missione storica solo attraverso una rivoluzione. Marx ed Engels non si sono accontentati di una “intuizione”; hanno dimostrato la realtà del programma. Ogni volta che la questione della lotta rivoluzionaria non era la questione fondamentale della loro attività, essi si rivolsero ai loro “studi teorici”, cioè al compito di precisare il programma. Essi hanno scoperto la legge generale; hanno poi precisato le leggi particolari. Questi studi non erano un arricchimento, ma un rafforzamento del potenziale del partito, ed essi li condussero in contatto con la lotta proletaria (questione dello Stato e Comune di Parigi), precisando il tal modo la descrizione della società comunista e quindi anche i metodi per arrivarvi.[…] Prodotto della storia, il programma poteva nascere solo dalla lotta del proletariato. […] Si tratta ora di sapere come esso si è imposto, perché in determinati periodi il proletariato lo abbandona, e quali sono le condizioni perché lo ritrovi: il problema, dunque, della formazione del partito e della sua ricostruzione.

Proprio dagli scritti di Marx ed Engels è possibile trarre, a grandi linee, una storia dell’evoluzione delle varie forme partito e dei motivi del loro successo e della loro sconfitta:

La prima fase è la fase settaria. Si legge in Le pretese scissioni del 1872: “La prima fase nella lotta del proletariato contro la borghesia è contrassegnata dal movimento settario. Esso ha la sua ragion d’essere in un’epoca in cui il proletariato non è ancora abbastanza sviluppato per agire come classe. Pensatori individuali criticano gli antagonismi sociali e ne danno soluzioni fantastiche che la massa degli operai avrebbe solo da accettare, diffondere, mettere in pratica. […] Queste sette, lievito del movimento all’origine, gli sono di ostacolo non appena esso le supera; allora diventano reazionarie. […] Perché il programma potesse essere difeso da un’organizzazione, il movimento doveva aver superato lo stadio suddetto. Occorre a questo proposito considerare due punti:

1) Il legame fra organizzazione-partito e programma-partito

2) Quali sono le situazioni, quali i momenti favorevoli alla fondazione del partito.

Primo punto. Nella sua lettera a Freiligrath del 23-2-1860, Marx ha precisato questi elementi: “Osservo anzitutto: dopo che, su mia richiesta, la ‘Lega’ fu disciolta nel novembre 1852, io non ho appartenuto, né appartengo, ad alcuna organizzazione segreta o pubblica: dunque il Partito, nel senso del tutto effimero del termine, ha cessato di esistere per me da otto anni“. Si tratta qui del Partito come raggruppamento di uomini, come organizzazione. E qui si colloca il secondo punto con la domanda: perché si scioglie questa organizzazione? Marx risponde con la spiegazione che si tratta di un periodo di rinculo, di una fase controrivoluzionaria. […] In questi periodi il partito si riduce ai soli compagni i quali hanno rifiutato in un modo o nell’altro la vittoria della classe avversa, che molti militanti teorizzano volendo fare ad ogni costo qualcosa per “uscire dalla situazione”. Per Marx ed Engels, la storia non è che una continua trasformazione della natura umana: […]“Si può, in mezzo ai rapporti e al commercio borghese, restare al di sopra della spazzatura? È solo in questo ambiente ch’essa è naturalmente al suo posto… L’onesta infamia o l’infame onestà della morale solvibile… non vale per me un soldo più dell’irresponsabile infamia della quale né le prime comunità cristiane, né il club dei Giacobini, né la stessa nostra vecchia Lega, non si sono potuti liberare completamente. Ma, in mezzo ai traffici borghesi, ci si abitua a perdere il senso della rispettabile infamia o dell’infame rispettabilità”. […] E nella stessa lettera Marx ricorda di aver risposto solo dopo un anno ai dirigenti della associazione comunista di New York che lo sollecitavano a riorganizzare la vecchia Lega, e di avere infine scritto loro che dal 1852 non era più in rapporto con nessuna associazione, “ed ero fermamente convinto che i miei lavori teorici servivano la classe lavoratrice più della mia entrata in associazioni che hanno fatto il loro tempo. Nella ‘Neue Zeit’ – aggiunge – sono stato ripetutamente attaccato a causa di questa ‘inattività'”. È questo ritiro dall’azione (che è volontà deliberata di rifiutare l’azione sul terreno borghese quando quella autonoma del proletariato non è possibile) che attirò su Marx le accuse di “inattività” di cui sopra, così come la Sinistra (Comunista) è stata ieri ed è oggi accusata di “inattività” perché si rifiutava e si rifiuta di lasciarsi attirare – in nome di un attivismo ad ogni costo – nel turbine della corruzione borghese.

marx e engels 1

Ma allora il partito può scomparire? Sì, per quanto riguarda quello formale ovvero il prodotto di una situazione storica, politica, sociale e insurrezionale data (e poi superata).

Ciò posto, Marx precisa che cos’è la vita del Partito: “La Lega, come la Società delle Stagioni di Parigi e cento altre società, non è stato se non un episodio nella storia del Partito, che nasce spontaneamente dal suolo della società moderna”. In altre parole, la formazione dell’organizzazione è un prodotto storico degli antagonismi di questa società: se la classe è stata battuta, se quindi la sua organizzazione ha perso il suo carattere rivoluzionario rigettando il suo programma, o se è stata distrutta nella lotta, l’organizzazione riapparirà spontaneamente; il partito ricompare quando i contrasti sociali sboccano nella sua esplosione sulla scena della storia. Ma il partito non è una nozione differenziale, una organizzazione la cui vita dipende dagli alti e bassi della lotta di classe. Ecco la sua nozione integrale: “Ho cercato di eliminare – conclude Marx a Freiligrath -il malinteso che mi farebbe intendere per ‘partito’ una Lega morta da anni o una redazione di giornale sciolta da dodici anni. Io intendo il termine ‘Partito’ nella sua larga accezione storica”, cioè come prefigurazione della società futura, dell’Uomo futuro, dell’Essere umano che è il vero Gemeinwesen dell’uomo. È l’attaccamento a questo Essere, che nei periodi di controrivoluzione sembra negato dalla storia (come oggi la rivoluzione sembra alla generalità un’utopia), è questo attaccamento che permette di resistere. La lotta per restare su questa posizione è la nostra “azione”. Alla seduta del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti del 15 sett. 1852 Marx aveva detto: […] “Voi potete anche conservare la grande massa dei membri della Lega. Quanto a sacrifici personali, io ne ho fatti quanti chiunque, ma per la classe, non per le persone; quanto all’entusiasmo, non ne occorre affatto per appartenere a un Partito che si crede che arriverà al governo. Mi son sempre infischiato dell’opinione momentanea del proletariato. Noi ci votiamo a un Partito che, proprio nel suo interesse, non deve ancora arrivare al potere”.

(Fine della prima parte) – continua

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

La crisi del mercato dell’energia e delle filiere di produzione sono solo un sintomo di un male più profondo. Decenni di logistica istantanea, just-in-time, al cuore del capitalismo moderno. Ma si può ancora delegare la sopravvivenza di interi settori alle prestazioni sempre più scadenti della grande filiera mondiale?

Accumulazione di materie prime, inflazione e schizzofrenia del mercato dovuto alle misure di contenimento delle pandemie. La de-localizzazione scricchiola sotto il peso di queste parole d’ordine e si incomincia a parlare di on-shoring, ovvero di internalizzare nuovamente all’interno dei confini nazionali la produzione di alcuni settori. Una prospettiva improbabile a cui neanche Salvini e Meloni in campagna elettorale hanno mai provato a ipotizzare.

Questi limiti della logistica e della produzione delle merci gli discutiamo con Nicolò Cuppini del collettivo di ricerca Into The Black BoxInto The Black Box.

 

Un mondo che cambia anche nella sua composizione di lavoratori dove le persone richiedenti asilo stanno ingrossando le fila della forza lavoro impiegata nei poli della logistica. Simbolo di questo cambiamento è Yaya Yafa, ucciso dal lavoro durante il suo terzo giorno di impiego, dopo alcune settimane dalla sua morte scattiamo una fotografia sulla precarietà nei magazzini partendo da due contributi di connessioni precarie e coordinamento migranti di bologna.

Yaya Yafa

Il racconto di questo spaccato di lavoratori e lavoratrici supera il vittimismo con cui spesso ci si approccia alle storie dei migranti per provare a collettivizzare la forza di queste esperienze di lotta. Ne parliamo con Giorgio Grappi

Da Radio Blackout

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Centinaia di manifestanti, tra disoccupate/i organizzati e sigle sindacali, tra cui operai e operaie della Whirlpool, si sono radunati all’ingresso della prefettura di Napoli dove era in corso un tavolo tecnico sulla crisi industriale per il lavoro alla presenza del ministro del Lavoro Andrea Orlando e del sindaco Gaetano Manfredi. Durante il vertice sui 321 licenziati Whirlpool il ministro Orlando ha promesso ammortizzatori sociali al momento della partenza del consorzio fino all’assunzione dei lavoratori e lavoratrici. Gli stessi hanno chiesto chiarezza rispetto a quali aziende potrebbero assumerli, con il rischio di doversi spostare a centinaia di chilometri da casa.

Sia stamattina che oggi pomeriggio, venerdì 5 novembre, ci sono state folte manifestazioni. In quella del pomeriggio i disoccupati del movimento 7 novembre e i Si Cobas si sono scontrati col dispositivo di forze di polizia.

Da Napoli Italia, lavoratrice Whirlpool presente al presidio. Ascolta o Scarica.

Da Radio Onda d'Urto

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons