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Articoli filtrati per data: Friday, 05 Novembre 2021

Pagina di resistenza al modello estrattivista in auge in tutta l’America latina

Situata nella regione andina e proprietà di Glencore e BHP Billiton, Antamina produce il 33%di rame e il 23% di zinco del Perù (considerato il terzo produttore mondiale dei due minerali).

Aveva goduto di una certa notorietà nel dicembre 2014 quando, dopo un mese ininterrotto di sciopero, il sindacato Sutracomasa aveva annunciato la sospensione della lotta (giudicata “inconcludente”) e il rientro al lavoro. Decisione difficile, ma presa in accordo con i minatori riuniti in assemblea.

Torniamo a parlarne in quanto da giorni l’attività estrattiva è sospesa per un nuovo sciopero, definito “illimitato”. Minatori e contadini, uniti nel contrastare i progetti minerari della compagnia (in sostanza, l’esproprio di ampi terreni agricoli),avevano eretto barricate lungo alcune strade del distretto di Aquia. Blocchi stradali che le forze dell’ordine (e gli agenti di sicurezza privati della compagnia) cercavano di rimuovere determinando scontri con i manifestanti.

Altri scontri il 29 ottobre all’entrata di Puerto Punta Lobitos, mentre nella mattinata del 30 ottobre veniva incendiato un camion cisterna (per il trasporto di acqua potabile) lungo la strada che porta alla miniera.

Un episodio non del tutto chiaro (e non rivendicato dai manifestanti, forse una provocazione), poi strumentalizzato dalla compagnia per denunciare la presunta “deriva violenta della protesta”.

Sia i lavoratori che gli abitanti di Aquia accusano l’impresa di voler usurpare i loro terreni e richiedono alle autorità competenti – e in particolare al presidente Pedro Castillo – di intervenire come mediatori. Solo a tale condizione sarebbero disposti a sospendere la “huelga”.

Da parte della compagnia mineraria invece si sostiene che i terreni sarebbero stati acquistati del tutto legalmente già da diversi anni e di poterlo dimostrare con una precisa documentazione.

Per l’esponente della comunità contadina di Aquia, Adam Damiàn: “da mesi stiamo sollecitando, invano, la compagnia di mostrarci i documenti in base ai quali pretende di utilizzare le nostra terre.

In compenso sta modificando gli studi di impatto ambientale, senza consultarci e senza rispettare i nostri diritti. Non stiamo chiedendo né denaro, né progetti di sviluppo, niente. Chiediamo solo di poter accedere a tali documenti”.

Ugualmente il portavoce della comunità nega che da parte loro vi sia l’intenzione di attaccare violentemente, di voler sabotare gli impianti minerari (come invece sostiene la compagnia).

La loro, dichiara, rimane una protesta comunitaria per il rispetto dei diritti della popolazione.

Senza escludere che in realtà vi possa essere anche un tentativo di “destabilizzazione nei confronti del Paese e del governo Castillo”.

Non sembrano infatti essersi ancora rassegnati i sostenitori di Keiko Fujimori (la candidata sconfitta alle ultime elezioni), nonostante l’avvenuta destituzione del primo ministro Guido Bellido.

Gianni Sartori

Da Osservatorio Repressione

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Negli anni il reparto pubbliche relazioni di TELT ha preso proporzioni sempre più ciclopiche. Sondaggi truccati, giornalisti prezzolati e fanfaroniche kermesse sono solo alcuni dei mezzi di basso marketing messi in campo per vendere un prodotto scadente (il TAV) a dei clienti presi per gonzi. Il tutto ovviamente è a spese dei contribuenti, compresi quelli notav, obbligati a pagare non solo per un’opera inutile e opaca ma anche per parate, riviste patinate e catering destinati a eventi stile istituto LVCE pensati per glorificare le gesta dei costruttori del TAV.

Visto che a ognuno di questi incontri i promotori del TAV si ritrovano quei cocciuti dei valsusini a ricordare le ragioni del NO all’opera, ieri per “vendere” il TAV il direttore di Telt Mario Virano se n’è volato a spese nostre niente di meno che a Dubai. Il nostro era in città per partecipare all’Expo e vantare i meriti ecologici del raddoppio della Torino-Lione nonostante il parlamento UE abbia invitato al boicottaggio dell’evento (qui il “ce lo chiede l’Europa” evidentemente non vale).

Dagli Emirati, il direttore ci tiene ad assicurare che il TAV si farà “nel rispetto della totale sostenibilità, per noi cardine essenziale, declinata nei mezzi, nei modi e nei fini”. Sostenibilità per chi, non è dato sapere. Sicuramente non per le casse pubbliche, visto che il costo del solo tunnel di base è quasi raddoppiato in 20 anni, passando da 5,2 a 9,6 miliardi di euro e che ancora non si sanno neanche i costi dell’intera linea, stimati però dalla corte dei conti francese a 26,1 miliardi di euro. Nemmeno per l’ambiente visti le migliaia di alberi sradicati per il soli lavori esplorativi, la costruzione di una nuova stazione di TIR in mezzo ai paesi e la distruzione dell’habitat di decine di specie fra cui rari pipistrelli fondamentali per l’impollinamento dell’ecosistema alpino. Senza dubbio non per i lavoratori valsusini, perché l’impatto occupazionale dell’opera sarà ridicolo a fronte dell’investimento. Ma forse Virano d’Arabia si riferiva alla sostenibilità del progetto TAV per le multinazionali del cemento? Perché su questo evidentemente non possiamo far altro che concordare.

In ogni caso abbiamo trovato fantastica questa visita emiratina del nostro architetto preferito nonché, diciamolo, in piena sintonia col progetto TAV. Invece di partecipare in videoconferenza, Virano prende l’aereo per andare due giorni in un altro continente a parlare di “transizione ecologica” e poter fare un lancio di agenzia, con un impatto monstre in CO2. Il tutto per dare il proprio onesto contributo a un evento che è letteralmente una cattedrale nel deserto, in una città in cui i centri commerciali voluti dal regime ci sono piste artificiali per sciare anche ad agosto che consumano 700 kilowatts-ora, però hey sul padiglione dell’expo ci sono i pannelli solari.

In ogni caso durante gitarella saudita Virano non avrà potuto mancare di notare i punti di contatto tra i progetti dei saud e il raddoppio della Torino-Lione. Prendiamo Palm Island, le famose isole artificiali a forma di palma per è stato necessario spostare circa 150 milioni di tonnellate di sabbia. Certo i lavori sono costati la vita alla maggior parte della fauna marina ma è notizia recente che il governo finanzierà un bellissimo centro studio sul corallo per provare a reintrodurre un po’ di vita dopo aver seminato morte. Insomma, un po’ come distruggere l’habitat delle farfalla Xerinthia a Chiomonte, provare a ricostruire i nidi un po’ più in là e dire che si è portata avanti un’azione di quelle veramente green. E che dire ancora della repressione del dissenso? Certo in Val di Susa andiamo forte ma dall’Arabia Saudita c’è solo da imparare…

Palm Jumeirah

Da notav.info

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Martedì scorso negli USA si sono tenute diverse elezioni e anche alcuni referendum, tra questi il più famoso era il referendum sull’abolizione della polizia a Minneapolis, uno dei risultati dei movimenti facenti riferimento a Black Lives Matter.

In realtà, seppur a livello mediatico si parlasse molto superficialmente di “abolizione della polizia” dando per scontato che ci fossero le possibilità reali perché si potesse parlare di questo, il referendum aveva caratteri molto tecnici e non così radicali. La proposta messa al voto prevedeva di rinominare il Dipartimento di Polizia di Minneapolis chiamandolo Dipartimento di Sicurezza, di porlo sotto il controllo comunale e di togliere il pronto intervento dello stesso in casi di disagi psichici, dipendenze, situazioni nelle quali è solito che sia la polizia ad intervenire e molto spesso a usare la forza e le armi con drammatiche conseguenze. Un referendum moderato alla luce di ciò che è successo l’anno scorso a seguito della morte di George Floyd. In precedenza la risoluzione non vincolante sullo scioglimento del dipartimento venne osteggiata da ogni lato dell’establishment ma passò, fino a quando a settembre il consiglio comunale di Minneapolis si rimangiò quel voto. Alcuni attivisti per i diritti civili hanno poi portato avanti l’opzione votata nel referendum, che ha visto voti favorevoli solamente nelle zone in cui la composizione sociale è nera o latina, voti che non sono stati sufficienti a scalzare la posizione contraria.

Sarebbe riduttivo considerare questo passaggio come risolutivo di un processo che ha visto la massima espansione del movimento BLM durante il 2020 ma che affonda le sue radici in una storia meno recente degli Stati uniti, fatta di razzismo e sfruttamento come fenomeni strutturali della società. Oggi assistiamo inoltre alla più grande ondata di scioperi dei lavoratori dell’ultimo secolo, tenendo conto del fatto che il diritto sindacale in America è quasi inesistente nei settori della logistica di grandi aziende e nel settore sanitario gli scioperi sono importanti e continuativi nel tempo.

Ne abbiamo parlato con Nicola Carella, attivista che si occupa di Stati Uniti.

Da Radio Blackout

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Fanti della marina hanno assassinato un comunero mapuche, identificato come Jordan Liempi Machacan di 23 anni, e hanno lasciato altre quattro persone ferite, tra le quali una bambina di 9 anni, nel settore di San Miguel della località di Huentelolén nel comune di Cañete, regione del Biobío. I fatti sarebbero avvenuti dopo che un comunero era stato arrestato nel medesimo luogo.

I fatti sono avvenuti oggi pomeriggio durante delle manifestazioni dei Lov e delle comunità in resistenza della frangia lavkenche nella provincia di Arauco, proteste che avvenivano per protestare contro la dichiarazione dello stato d’emergenza nel Wallmapu.

Secondo informazioni preliminari, gli effettivi avrebbero cercato di fermare un comunero, che è stato difeso da altri comuneri. In questo contesto, i militari hanno sparato.

I feriti gravi dopo sono stati portati nell’Ospedale di Temuco.

In un primo momento, è stata la direttrice del Cesfam di Tirúa che ha confermato telefonicamente al Subcommissariato dei Carabinieri, che in ospedale una delle due persone, che sono state ricoverate per ferite da proiettile, è morta.

Nel frattempo, l’altra persona che era grave è stata trasferita a Temuco. Al momento, non si conosce se è morta durante il trasferimento o giungendo nel comune.

Marinos Militares Estado de Excepcion Wallmapu

Fonti vicine a RESUMEN riferiscono che i proiettili sono stati sparati da fanti della marina.

È importante segnalare che, al momento, non c’è un’assoluta chiarezza sulla dinamica dei fatti. Nonostante ciò, secondo Radio Bío Bío, le comunità mapuche della zona affermano che almeno uno dei morti non era coinvolto nello scontro.

Informazioni preliminari segnalano che il weychafe caduto sarebbe del territorio di Huentelolen, del sud della Regione del Biobío. Mentre l’altro weychafe è morto mentre stava venendo portato al Centro di Salute Familiare (Cesfam) del comune di Tirúa.

Si rendono responsabili diretti di questi assassinii il cattivo governo, i politici e gli impresari che hanno sostenuto l’occupazione del territorio ancestrale Mapuche.

Si sollecita la massima diffusione attraverso i media, e la presenza di osservatori dei diritti umani.

Nel pomeriggio di questo mercoledì sono avvenuti 2 sanguinosi attacchi militari e polizieschi contro dei comuneri mapuche. Dei comuneri che hanno tentato di evitare un arresto da parte di effettivi militari sono stati sparati, con la morte di uno di loro. Nel frattempo nella strada Cañete-Tirúa, degli agenti hanno sparato contro dei veicoli civili, ferendo almeno 4 persone.

Nel pomeriggio, nel settore San Miguel di Huentelolén, degli agenti hanno cercato di effettuare un arresto e dei comuneri hanno cercato di difendere l’arrestato. Un comunero è rimasto ucciso.

D’altra parte, in un atto irrazionale che potrebbe essere considerato come un crimine di guerra, degli agenti hanno sparato contro le auto che erano rimaste nel blocco causato dai blindati.

Questo a causa della precedente marcia delle comunità lavquenche della zona, nella quale i comuneri hanno denunciato proprio la militarizzazione in cui vive il settore.

Elisa Loncon ripudia la morte dei comuneri

La presidente della Convenzione Costituzionale, Elisa Loncon, ha ripudiato la morte dei comuneri mapuche a Cañete, regione del Bío Bío.

“Vogliamo ripudiare energicamente questa politica razzista, violenta dello stato e del Governo, che sta colpendo le nostre comunità”, ha dichiarato.

Accompagnata dai rappresentanti dei seggi riservati ai popoli indigeni, ha aggiunto che la Convenzione sta lavorando per installare la plurinazionalità, dove si rispettino i diritti delle nazioni originarie”.

Il convenzionale Adolfo Millabur ha parlato di un “assassinio” e di cinque persone ferite una delle quali in pericolo di vita. Dopo è stato confermato che sono due i comuneri morti.

A seguito della dichiarazione dello Stato d’Emergenza nelle regioni del Bío Bío e dell’Araucanía, Millabur ha affermato che “li abbiamo avvertiti che la conclusione sarebbe stata quella che oggi già conosciamo. Deplorevolmente, il Governo non ha ascoltato e lo rendiamo responsabile della morte di questa persona del comune di Cañete”.

Allo stesso tempo, ha detto che la militarizzazione della zona non risolverà i problemi dei popoli originari.

Francisca Linconao chiede l’uscita di Piñera

Da parte sua, la machi Francisca Linconao ha sostenuto che “abbiamo ricevuto una telefonata, che alle persone, al popolo mapuche continuano ad ucciderlo. Ci sono molti morti, molti feriti e per questo stiamo facendo questa dichiarazione”.

Su questa linea, ha fatto appello al Governo affinché “ritiri i suoi carabinieri e i suoi militari. (…) Se non lo fa, rinunci questa stessa mattina, Piñera se ne vada”.

“Basta con questa menzogna, basta con i furti. (…) Anche io ho sofferto per la menzogna dei carabinieri, per questo io so che cosa è soffrire, cosa è il dolore che si sente quando si va in carcere”, ha affermato la Linconao.

Alla fine, la convenzionale Natividad Llanquileo ha detto che “lo Stato del Cile si è una volta di più preso la briga di assassinare uno dei nostri, assassinare uno dei nostri fratelli”.

“La militarizzazione e questo Stato d’Emergenza che è stato decretato nelle provincie di Arauco, Malleco e Cautín, l’unica cosa a cui stanno contribuendo è molta altra violenza”, ha aggiunto. 

3 novembre 2021

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

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