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Articoli filtrati per data: Saturday, 27 Novembre 2021

Per un qualsiasi passante il Pubblico Ministero, organo che dovrebbe stare al di sopra delle parti, all'udienza di oggi poteva essere scambiato per l'avvocato a difesa dei poliziotti presenti la notte del fermo di Maya. 

Si parla della Pm Pedrotta, una donna che riesce a descrivere un pugno in faccia a una ragazza da parte di un poliziotto come il risultato scontato dell' insolenza da parte di lei e come una piccola sbavatura nella professionalità che ci si dovrebbe aspettare da parte di un agente di polizia di trentennale esperienza.

Secondo lei Maya doveva per forza aver fatto qualcosa per essere stata portata in commissariato quella notte e il tentativo raffazzonato utilizzato per giustificare l'agire delle forze di polizia è quello di rappresentare Maya come una folle provocatrice. Questi sono i termini con cui si descrive il fatto che si fosse soffermata a vedere cosa stavano facendo due poliziotti che avevano fermato dei ragazzi stranieri per strada.

Per questo motivo Maya è stata poi a sua volta presa dai polsi, trascinata dentro la volante, privata del suo telefono fino a essere rinchiusa in commissariato per svariate ore. A quanto pare per la giustizia non è legittimo verificare, o anche solo osservare, in un luogo pubblico l'operato delle forze dell'ordine. Anzi, secondo l'avvocato del poliziotto un "cittadino ha diritto di verificare l'operato.. ma fino ad un certo punto". Infatti sottolinea anche che "se fosse andata a casa non sarebbe successo".

Nel commissariato Maya era circondata da un branco di poliziotti che la insultavano. Qui uno di questi ha alzato la mano sul suo volto e la Pm spiega questo gesto come se dovesse proteggersi. Per proteggere se stesso. La pm si chiede a quel punto come si sia sentito il poliziotto quando Maya seduta di fronte a lui ha accavallato la gamba, se si fosse sentito in pericolo per questo. Senza sapere più come giustificare un abuso in divisa la pm si appella a una spiegazione ridicola, secondo lei il tutto è stato conseguenza di un "fraintendimento" tra i due. Allo stesso tempo però, tutto viene narrato sulle note del solito leitmotiv "per evitare che si facesse del male". Ossia, ti picchio per evitare che tu ti faccia del male.

Ci sono gravi incongruenze nelle deposizioni dei poliziotti presenti quella sera, viene negata l'evidenza di ciò che si vede nei video del commissariato, viene paragonato un pugno in faccia a una mano aperta sul suo volto. Un pugno in una carezza? Secondo l'avvocato a difesa del poliziotto possiamo stare tranquille, infatti nella sua arringa dice chiaramente "Possiamo dire con tranquillità che il mio assistito non ha tirato un pugno alla Bosser anche perché se lo avesse fatto le avrebbe fatto ben più male (...) e se proprio l'avessero voluta picchiare avrebbero scelto un altro commissariato senza telecamere".

La pm pedrotta chiede 6 mesi per oltraggio a Maya in cambio di un 1 mese e una tiratina d'orecchie al poliziotto. Una tiratina d'orecchie che gli è già valsa una promozione da vice sovrintendente a sovrintendente capo.

È sotto la luce del sole che la polizia si senta legittimata a abusare del proprio potere grazie all'atteggiamento di paternalistica indulgenza e comprensione che hanno i rappresentanti dell'autorità giudiziaria (la pm pedrotta in questo caso) e che questo si ripeta sistematicamente in questa storia. Maya viene privata della libertà perché ingiustamente portata con forza in un commissariato e in quelle stanze avvengono delle violenze. Tutto questo viene denunciato e le udienze di questo processo dimostrano l'esistenza incancrenita di un sistema di potere infimo, vergognoso, atto solo a criminalizzare sistematicamente chi sceglie di non abbassare la testa e di lottare.

La gravissima sproporzione delle richieste di pena della pm ci riempie di rabbia e conferma quelle istanze che ci hanno fatto scendere davanti al "palazzo di giustizia" in questi mesi: il tribunale fa parte pienamente di quella catena di violenza che si devono affrontare quando si denuncia, e di perpetrare sistematicamente il meccanismo di ribaltamento da donna picchiata a donna che se l'è cercata.

Sapremo cosa deciderà la giudice il 17 dicembre, siamo abituate a non sperare nella giustizia ma ci vedremo ancora una volta insieme ad affrontarla!

 

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Nella giornata giornata internazionale contro la violenza sulle donne in moltissime città d’Italia ci saranno presidi, flashmob, cortei, passeggiate transfemministe e azioni dislocate di denuncia e contro-narrazione dei femminicidi e trans*cidi. Inoltre sarà reso pubblico l’Osservatorio nazionale su femminicidi e transcidi a cura di Non una di meno nazionale, un lavoro di monitoraggio dei femminicidi e di tutte le forme di violenza di genere.

Questa notte è stato serrato il cancello dell’Ordine dei giornalisti a Torino, un’iniziativa organizzata da Non Una Di Meno per dire forte e chiaro che un giorno in cui, a livello istituzionale e mediatico, ci si ridipinge di rosa non vale la vita delle donne uccise ogni ora. Attraverso la narrazione dei femminicidi che viene fatta dai giornali le testate nazionali si schierano dalla parte dei violenti, degli stupratori e di chi agisce riproducendo la violenza patriarcale.

Un grave problema riguarda i dati che si posseggono, come vengono “calcolati”, quale tipo di violenza e contro chi viene riconosciuta come femminicidio o meno. Contiamo dall’inizio dell’anno più di 100 femminicidi, in questi ad esempio non rientrano gli assassini delle sex workers, non perchè non vi siano. Secondo uno studio americano, la maggior parte delle volte sono i clienti ad effettuare un femminicidio di una prostituta, secondo la categorizzazione ufficiale vengono definiti come “rischi occupazionali”, non vengono riconosciuti come femminicidi e vengono raccolti soltanto dalla cronaca nera.

Proprio per questi motivi Non Una di Meno nazionale ha cominciato a lavorare su un Osservatorio sui dati dei femminicidi, è sempre più difficile reperire le informazioni, la loro narrazione è relegata alle pagine dei giornali locali e soprattutto perchè gli unici femminicidi ad essere registrati sono quelli che emergono tramite denuncia. L’osservatorio è un tentativo collettivo che vuole comprendere ed evidenziare tutte le forme di violenza di genere, facendo forza sulla possibilità di un monitoraggio costante e ampio sui territori grazie alle centinaia di nodi presenti in tutta Italia. In questi giorni sui giornali viene dato largo spazio alle contromisure isituzionali per “eliminare” la violenza sulle donne. La ministra Lamorgese si batte per l’inasprimento delle pene per chi commette violenza contro le donne mentre le allocazioni per i centri antiviolenza e per le case rifugio vengono tagliate. È chiaro come un approccio punitivo non possa essere la soluzione, le risorse dovrebbero essere date alle case di accoglienza, alle scuole per la formazione antisessista, per il reddito, per una sanità adeguata alle esigenze di salute di tutte.

La violenza economica è un tema fondamentale oggi nella lotta ai femminicidi, al centro delle lotte vi sono le lotte sui posti di lavoro, per le condizioni lavorative ancor più peggiorate durante la pandemia, per il riconoscimento del lavoro di cura. L’obiettivo deve essere un reddito di dignità per l’autodeterminazione di ogni persona, un’istanza ben diversa dai 400 euro in un anno del reddito di libertà con cui si colorano di rosa le passerelle elettorali.

Da Radio Blackout

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Dalla fine della Seconda Intifada, l’attivismo armato in Cisgiordania è quasi completamente scomparso. Gli analisti affermano che il suo riemergere riflette la frustrazione sia per l’occupazione militare israeliana che per le strutture politiche palestinesi.

Fonte: english version

Qassam Muaddi – Cisgiordania – 24 novembre 2021

Il recente annuncio dell’intelligence israeliana di aver smantellato in Cisgiordania una rete armata collegata ad Hamas è arrivato dopo un’impennata delle attività armate, l’ultima delle quali è stata una sparatoria da parte di un affiliato ad Hamas nella Città Vecchia di Gerusalemme, che ha ucciso un israeliano e ne ha feriti altri tre.

Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, ha creato un collegamento tra la presunta rete e un’operazione israeliana a settembre, durante la quale tre palestinesi sono stati uccisi vicino a Gerusalemme e a Burqin, non lontano da Jenin.

Da agosto Il distretto di Jenin, nel nord della Cisgiordania, e i suoi dintorni sono stati al centro della maggior parte delle attività armate palestinesi, aumentate dall’evasione dalla prigione di Gilboa a settembre.

”Nella Cisgiordania settentrionale c’è sempre stato un senso di autonomia e indipendenza nei confronti dell’autorità, di qualsiasi tipo fosse”

“Un atto di sfida”

La parata pubblica di palestinesi armati con indosso le uniformi del braccio armato di Hamas due settimane fa a Jenin è stata considerata un “evento anormale” dai funzionari militari israeliani, ha dichiarato la scorsa settimana Channel 12 della TV israeliana.

Secondo gli analisti dei media, le autorità israeliane hanno espresso “rabbia” alla vista di uomini armati con l’uniforme di Hamas partecipare pubblicamente venerdì scorso al funerale di Wasfi Qabaha, un membro anziano di Hamas ed ex ministro palestinese per gli affari dei prigionieri.

Il canale televisivo israeliano ha definito l’apparizione pubblica di uomini armati in uniforme di Hamas “un atto di sfida” sia verso Israele che verso l’Autorità palestinese del presidente Mahmoud Abbas, responsabile della sicurezza nelle città della Cisgiordania. “Questa non è Gaza, questa è la città di Jenin, non lontano dalla città israeliana di Afula”, hanno detto i commentatori israeliani.

Poco prima della trasmissione delle notizie israeliane, i media palestinesi avevano commentato la decisione dell’Autorità Palestinese di sostituire i responsabili delle forze di sicurezza a Jenin, suggerendo che la mossa fosse in risposta alla presenza di uomini armati al funerale di Qabaha.

Il portavoce delle forze di sicurezza palestinesi, il generale Talal Dweikat, ha dichiarato all’agenzia di stampa pubblica palestinese Wafa che la sostituzione dei capi dei settori della sicurezza a Jenin “è stata una decisione regolare in accordo con i funzionari della sicurezza, che sono stati nominati in altre posizioni all’interno del loro settore”, negando che la decisione fosse collegata al funerale di Qabaha.

Ma la controversia si svolge nel mezzo di rinnovati scontri armati tra uomini armati palestinesi e forze israeliane nella Cisgiordania settentrionale.

A metà novembre, le forze israeliane hanno avuto uno scontro a fuoco con palestinesi armati nella città di Tubas, a sud-est di Jenin, uccidendo il 26enne Saddam Bani Odeh.

Il giorno prima, le forze speciali israeliane avevano fatto irruzione nella città di Nablus, nel nord della Cisgiordania, circondando un edificio e impegnandosi in una sparatoria con uomini armati palestinesi, arrestandone infine uno e ferendone altri due.

Da agosto La città di Nablus ha assistito a diversi incidenti simili.

 “L’evasione dal carcere di Gilboa ha dato alla popolazione una spinta morale che ha riportato i giovani all’attivismo”

L’evasione dal carcere di Gilboa: “Una spinta morale”

Il fratello di Saddam Bani Odeh, ucciso dalle forze israeliane la scorsa settimana, ha detto a The New Arab che i palestinesi della Cisgiordania settentrionale sono “stanchi” della situazione generale.

“La situazione economica è miserabile, non c’è lavoro e gli uomini adulti spesso non hanno i mezzi per sostenere le loro famiglie, e per di più l’occupazione israeliana non smette mai di attaccarci”, ha spiegato.

“La gente non vede alcun orizzonte politico e la vita sta diventando insopportabile”, ha aggiunto. “L’evasione dalla prigione di Gilboa ha dato alla popolazione una spinta morale che ha riportato i giovani all’attivismo”, ha sottolineato, riferendosi al proprio fratello come esempio.

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Sei detenuti palestinesi, tra cui Zakaria Zubeidi, sono evasi dalla prigione israeliana di Gilboa a settembre. [Getty]“Saddam si emozionava molto quando parlava degli evasi. Diceva spesso che stavano trascorrendo la loro vita in prigione per la Palestina, ma che non avevano trovato il sostegno dei politici. Questo è il modo in cui si sentono in questo momento tutti i giovani di Tubas e Jenin”.

Dalla fine della Seconda Intifada nel 2005, l’attivismo armato in Cisgiordania era quasi completamente scomparso.

“Il riemergere di questo tipo di azione fa luce sugli effetti del vicolo cieco a cui è arrivata la politica palestinese, soprattutto per quanto riguarda il superamento dell’occupazione israeliana e la divisione interna palestinese”, ha affermato Jebril Mohammad, ricercatore sociale presso il centro Bisan a Ramallah.

Emarginata dopo l’Intifada

Jebril Mohammad ha spiegato a The New Arab che “in seguito alla Seconda Intifada, l’Autorità Palestinese non è riuscita a sostenere alcun reale sviluppo economico in Cisgiordania, consentendo di concentrare la maggior parte degli investimenti intorno a Ramallah e lasciando il nord della West Bank emarginata”.

Secondo il ricercatore, “Jenin e i suoi dintorni sono state la parte della Cisgiordania più colpita dalle operazioni militari israeliane durante la Seconda Intifada. Tuttavia, negli anni successivi non ha ricevuto l’attenzione di cui aveva bisogno in termini di tutela e sviluppo, considerato che il suo potenziale economico più importante è l’agricoltura, che riceve non più dell’1% del budget della PA”.

Mohammad ha aggiunto che “la mancanza di protezione sociale ed economica da parte dell’Autorità Palestinese nella Cisgiordania settentrionale ha indebolito la sua capacità di controllo. Questo, oltre alla radicata cultura della resistenza nella regione, e all’incessante repressione militare israeliana, ha permesso a una resistenza armata di sopravvivere e ricominciare a rialzarsi”.

 “Jenin e i suoi dintorni sono stati la parte della Cisgiordania più colpita dalle operazioni militari israeliane durante la Seconda Intifada. Tuttavia, negli anni successivi non ha ricevuto l’attenzione di cui aveva bisogno in termini di protezione e sviluppo”

Storia, fratellanza e ‘senso di autonomia’

Secondo Khaled Odetallah, professore di studi postcoloniali e direttore del progetto dell’Università Popolare di Gerusalemme, oltre alle condizioni economiche ci sono anche altri fattori che contribuiscono alla distintività della Cisgiordania settentrionale e, in particolare, di Jenin

“C’è sempre stato un senso di autonomia e indipendenza nei confronti dell’autorità di qualsiasi tipo nella Cisgiordania settentrionale. È un senso legato a un’esperienza storica, che è diventato parte della mentalità collettiva e persino personale della popolazione di quella regione”, ha detto a The New Arab.

Odetallah ha evidenziato che “questo senso di autonomia è entrato a far parte di questi valori sociali, che si traducono in rapporti di amicizia e fratellanza. Questo produce una sorta di lealtà sociale che sopravvive alla repressione, anche quando i partiti e le organizzazioni politiche vengono indeboliti o smantellati, il che può spiegare perché molti dipendenti delle forze di sicurezza palestinesi si siano rivolti loro stessi alla resistenza armata, durante e dopo la Seconda Intifada”.

Con le attività armate palestinesi apparentemente in aumento, in particolare dopo l’evasione dalla prigione di Gilboa, alcuni analisti ritengono che potrebbe formarsi un movimento armato organizzato nel nord della Cisgiordania, un’area sotto il controllo dell’Autorità Palestinese.

Qassam Muaddi è il reporter di The New Arab in Cisgiordania, che segue gli sviluppi politici e sociali nei territori palestinesi occupati.

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”

Da Invicta Palestina

 

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La caccia al reato inesistente che il pm Eugenio Albamonte conduce da tempo nei confronti di Paolo Persichetti ha conosciuto un nuovo colpo di scena.

Ignorando la decisione del tribunale del riesame e della cassazione, il 12 novembre scorso il responsabile delle inchieste sul terrorismo e i reati informatici della procura di Roma ha messo da parte l’imputazione di associazione sovversiva ed ha rilanciato l’accusa di favoreggiamento. Dopo l’iniziale violazione di segreto d’ufficio da cui l’indagine era partita siamo giunti al quinto cambio di imputazione in 12 mesi.

Il 2 luglio scorso il tribunale del riesame aveva stabilito che le accuse utilizzate per consentire alla polizia di svuotare il mio archivio erano prive delle condotte di reato. La procura si era limitata a enunciare le accuse (associazione sovversiva e favoreggiamento) senza riportare circostanze, modalità e tempi in cui esse si sarebbero materializzate. Come a dire: «sono convinto che hai fatto questo, ma non so quando, come e dove, ma siccome sono un pm faccio come il marchese del Grillo: intercetto le tue comunicazioni, ti faccio pedinare e poi ti sequestro tutto quello che hai in casa, anche le cose di tua moglie e dei tuoi figli. Qualcosa alla fine troverò!».

I giudici del riesame avevano proposto una ipotesi di reato alternativa: la violazione di notizia riservata che si sarebbe consumata l’8 dicembre 2015, quando avevo inviato tramite posta elettronica alcuni stralci della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo. Pagine destinate ad un gruppo di persone coinvolte nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse (leggi qui), poi uscito nel 2017 con Deriveapprodi. Tra queste c’era l’ex brigatista Alvaro Lojacono, ormai cittadino svizzero, che poi aveva girato il testo ad Alessio Casimirri da decenni riparato in Nicaragua, dove ha acquisito la nazionalità. Una lettura giuridica, quella del riesame, che la cassazione lo scorso 10 novembre ha convalidato, anche se al momento non se ne conoscono i motivi. La procura, però, si tiene lontana da questa ipotesi di reato nella consapevolezza che non si tratti di notizie riservate di rilevanza penale. Nel frattempo un altro giudice, il gip Nicola Savio, si era pronunciato sul fascicolo dell’accusa ritenendo che mancasse «una formulata incolpazione anche provvisoria». Ragione che lo aveva condotto a rigettare l’incidente probatorio che il mio difensore aveva richiesto per contrastare l’intenzione del pm di ficcare il naso comunque tra le mie cose, prima ancora che lo stesso gip si fosse pronunciato sulla legittimità del sequestro nell’udienza prevista il prossimo 17 dicembre. Per tutta risposta il pm ha presentato una nuova domanda di incidente probatorio provando questa volta a precisare meglio accusa e condotte di reato.

Il lavoro storico messo sotto accusa
Secondo la procura le pagine della bozza di relazione da me inviate, nelle quali si affrontava l’episodio delle vetture brigatiste abbandonate in via Licinio Calvo subito dopo il sequestro del leader Dc in via Fani, non avevano come finalità la ricostruzione corretta del percorso di fuga del commando brigatista e la confutazione delle fake news che circolano da decenni sulla vicenda, poi confluita nelle pagine del libro pubblicato nel 2017, ma servivano per il favoreggiamento dei due ex Br. Per la procura in quelle bozze si riportavano «degli accertamenti in corso da parte della predetta commissione, relativi a fatti reato, ancora non completamente chiariti, che coinvolgono anche le loro responsabilità penali». Accusa – come ha rilevato l’avvocato Romeo nelle sue controdeduzioni – difficile da sostenere sul piano giuridico: come avrebbe potuto concretizzarsi il reato di favoreggiamento in una vicenda giudiziaria conclusasi da diversi decenni con condanne all’ergastolo passate in giudicato sia per Casimirri che per Lojacono? Ammesso che possano ancora esistere fatti nuovi, questi sarebbero già assorbiti dalle condanne o largamente prescritti e non potrebbero rivestire più alcuna rilevanza penale ma solamente storica.

Se non c’è una valida ragione giuridica che tiene in piedi l’accusa, quale è allora il movente che spinge il pubblico ministero?

Ascoltato nel dicembre 2020 in qualità di persona informata sui fatti, l’ex presidente della commissione Moro 2 Giuseppe Fioroni aveva sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». Per poi suggerire che «In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle Brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della commissione con riferimento a questo profilo». Una tesi che si scontra con la logica e la realtà dei fatti.
I temi dell’indagine parlamentare erano facilmente desumibili dalle audizioni pubbliche, accessibili sul sito di radio radicale, trascritte sul portale della commissione stessa e dalle riunioni dell’ufficio di presidenza i cui verbali venivano sistematicamente resi noti. Le piste seguite dalla commissione erano di dominio pubblico, continuamente rilanciate da indiscrezioni giornalistiche, interviste e commenti di commissari molto loquaci. Inoltre i lavori dell’organo di inchiesta parlamentare erano destinati a divenire di dominio pubblico, di lì a poco, con la pubblicazione della prima relazione annuale sullo stato dei lavori il 10 dicembre 2015. Alle «terze persone», accennate da Fioroni, sarebbe bastato attendere qualche ora per conoscerli. Cosa sarebbe mai cambiato in quel breve lasso di tempo? Quel «qualcuno» non aveva certo bisogno di leggere le bozze dedicate a via Licinio Calvo per informarsi. C’è molta presunzione nelle affermazioni all’ex politico di fede andreottiana, giustamente non più rieletto dopo la fallimentare esperienza dell’organismo parlamentare da lui presieduto.

Il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate per la prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò per la prima volta, il 15 novembre del 1978, un quotidiano romano, Il Tempo, che anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel dicembre successivo sulla rivista erotica-glamour Penthause, divenuta una delle maggiori referenze del presidente Fioroni. Nel suo racconto Di Donato sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, quartiere limitrofo alla scena del rapimento e al luogo dove era avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Diversi controlli e perquisizioni vennero effettuate senza esito dalle forze di polizia in alcune palazzine e garage dei dintorni. La sortita di Di Donato venne ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista Op. Entrò quindi nella sfera giudiziaria quando il pm Nicolò Amato ne parlò durante le udienze del primo processo Moro. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima commissione Moro e venne consacrata nelle pagine del libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate p. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica.

Gli ultimi accertamenti della commisssione
Nell’ultimo periodo della sua attività la commissione Moro 2 ha raccolto la testimonianza di una coppia che alla fine del 1978 viveva in via dei Massimi 91, strada situata nella parte più alta della Balduina. I due hanno raccontato di aver ospitato per alcune settimane, sul finire dell’autunno 1978, sei mesi dopo la fine del sequestro, una persona che poi riconobbero essere il brigatista Prospero Gallinari. Dalla vicenda sono scaturite alcune querele nei confronti di uno dei membri della commissione parlamentare (leggi qui e qui) che aveva impropriamente tirato in ballo una giornalista tedesca totalmente estranea all’episodio. All’epoca il comprensorio di via dei Massimi 91 apparteneva allo Ior, Istituto per le opere religiose, ente finanziario del Vaticano. Amministratore unico era Luigi Mennini, padre di don Antonio Mennini, il confessore e uomo di fiducia dello statista democristiano, vice parroco della chiesa di Santa Lucia a cui durante il sequestro i brigatisti consegnarono su indicazione dello stesso Moro diverse sue lettere. Alcuni consulenti della commissione si erano lungamente soffermati sull’ipotesi che Alessio Casimirri fosse in qualche modo «intraneo» all’ambiente che risiedeva o circolava in quell’immobile, perché il padre Luciano era in quegli anni responsabile della sala stampa vaticana, senza comprendere quali fossero le rigide regole della compartimentazione e della logistica all’interno delle Brigate rosse, che non poggiava certo sulle relazioni familiari. I successivi accertamenti della commissione non hanno tuttavia trovato conferme e al momento di chiudere i battenti è stato chiesto alla procura di proseguire le indagini. Come si evince da alcune audizioni pubbliche della Commissione, la coppia che aveva fornito ospitalità a Gallinari, sei mesi dopo il sequestro, proveniva da un’area politica subentrata nelle Brigate rosse dopo la conclusione del sequestro Moro e che aveva relazioni con Adriana Faranda e Valerio Morucci, incaricati dalla colonna romana di trovare una sistemazione a Gallinari dopo l’abbandono repentino della base di via Montalcini nella estate del 1978. Non si comprende quindi quale sia il fondamento investigativo e storiografico dell’accusa che mi viene mossa, mentre appare sempre più evidente l’adesione di polizia e procura a ipotesi complottiste, che non si limitano più a inquinare e depistare le conoscenze storiografiche sulla vicenda Moro ma pretendeno di esercitare il controllo assoluto sulla storia degli anni Settanta.

da Insorgenze

Le puntate precedenti
1 Se fare storia è un reato
2 La polizia della storia
3 Polizia, procure e dietrologia, la santa alleanza contro la ricerca indipendente sugli anni 70
4 Lo strano comportamento della procura, accusa Persichetti di avere diffuso informazioni riservate ma ignora le ripetute fughe di notizie segretate che hanno contrassegnato l’attività della com
5 Appello – Chi sequestra un archivio attacca la libertà di ricerca
6 Appel – Qui confisque des archives attaque la liberté de la recherche
7 Whoever seizes an archive attacks the freedom of research the appeal signed by researchers and citizens against the investigation by the prosecutor of rome and the police
8 Manca il reato, il gip Savio censura l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti
9 Kafka e l’archivio di Persichetti

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo video in cui i folletti della Clarea sono tornati a far visita al Cantiere di Chiomonte per dimostrare che la Valle di Susa non è un territorio pacificato e che tutti i suoi abitanti continueranno a ribellarsi fino a che non verrà smontato l’ultimo bullone di quelle recinzioni.

Per un 8 dicembre di lotta,

Avanti No Tav!

Da Notav.info

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