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Articoli filtrati per data: Tuesday, 23 Novembre 2021

Sono passati tre anni da quando, il 17 novembre 2018, le strade di varie città francesi hanno visto sfilare per la prima volta un corteo di manifestanti uniti dal simbolo di un gilet catarifrangente, simbolo proletario, l’indumento di ciascun automobilista.

Da Ecologia Politica Torino

Sono passati tre anni dalla nascita del movimento dei Gilets Jaune, uno dei movimenti più duraturi, radicali, innovativi, imprevedibili del nostro secolo. Un movimento che, con larga autonomia dalle strutture politiche e sindacali della sinistra, è nato per una lotta strettamente particolare ma ha saputo produrre nel corso della sua vita un punto di vista politico generale, tirando i fili di molte delle questioni cruciali del nostro tempo. Tra di queste, anche la questione ambientale. Nel bel mezzo di una transizione ecologica liberista, ci sembra importante provare a ritornare su un movimento che riteniamo abbia saputo produrre con estrema chiarezza e inventiva un punto di vista di classe e antagonista sulla questione della crisi ecologica.

GJ strada

In questo senso, è fondamentale ricordare la miccia che ha innescato l’incendio GJ (senza scadere in atteggiamenti riduzionistici incapaci di cogliere la complessità dello sviluppo del movimento): il forte rialzo della Tassa interna di consumo sui prodotti energetici (TICPE) voluto dal governo Macron. La tassa è stata introdotta in Francia nel 1928, ma è cresciuta fortemente a partire dallo shock petrolifero del 1973. Da allora ad oggi è in costante aumento, e negli ultimi anni è stata inserita nella strategia di controllo delle emissioni, venendo definita un’ecotassa e divenendo un punto dell’agenda di partiti come Europe Écologie les Verts. Questo fino al 2018.

L’ennesimo rialzo della tassa ha generato un montante sentimento di rabbia in larghe fasce delle classi medio-basse, soprattutto nelle zone periferiche del paese. Essendo una tassa di consumo, non è prevista alcuna progressività in base al reddito. L’aumento avrebbe dunque inciso pesantemente sulle fasce meno ricche e costrette a percorrere numerosi kilometri al mese, prevalentemente a causa del lavoro – che spesso è ovviamente percepito anch’esso come un’imposizione. La rabbia nei confronti di questa misura ha portato numerose persone in varie parti della Francia ogni sabato per più di un anno a scendere per strada, ad occupare le rotonde – luogo strategico dei flussi automobilistici che sentivano al contempo imposti e vessati – divenute piazze d’incontro e di soggettivazione, a sfilare per le vie di numerose città francesi, a sostenere duri scontri con le forze dell’ordine. Il tutto in un montare di radicalità, espansione numerica e strutturazione di un punto di vista politico.

Senza addentrarci nella ricostruzione dello sviluppo del movimento, in questa sede basti notare che esso nasce dall’antagonismo ad una misura ecologica. Come nota Laurent Jeanpierre, in molt* hanno visto nella protesta dei GJ una rivolta di una parte conservatrice contro una misura ecologica.[1]

Non si può negare che tale misura possa effettivamente avere un ritorno positivo sul livello delle emissioni. Ma il punto non è questo, perché ciò non implica che i GJ siano identificabili come un movimento anti-ecologico. Il contrasto all’aumento della TIPCE infatti non ha aperto la strada ad una rivendicazione alla libertà di consumo, o ad una resistenza all’abbandono delle fonti fossili e del loro mondo. Ha piuttosto coinciso con l’identificazione e conseguentemente il rifiuto del ricatto ecologico neoliberale: l’imposizione di un certo modello di vita (legato in primo luogo al ricatto lavorativo, ma anche alle imposizioni del consumo, delle forme dei rapporti umani, ecc.) largamente insostenibile, che si accompagna al contempo all’imposizione dei costi ecologici di tale modello, prevalentemente in forma economica, su chi da questo modello trae più problemi che benefici. Su chi ha tutto l’interesse a vedere il superamento di questo modello.

Ecologie liberal

Il ricatto ecologico pretende di tamponare le problematiche ecologiche generate dal capitalismo fossile incidendo sulle fasce sociali prive di potere politico o economico, sui territori dai quali si può estrarre valore, sulle popolazioni indigene. Ovvero, su chi è già vessato dal potere capitalista stesso. Il tutto in nome della tutela dell’ambiente, e supportato dalla tecno-scienza che certifica gli effetti benefici di misure classiste come quella contro cui si sono sollevati i GJ – d’altronde, l’ideologia nella cui trama si intesse questo ricatto è stata descritta all’inizio degli anni ’70 da Dario Paccino, proprio negli anni dello shock petrolifero nella cui gestione l’aumento del TIPCE è stato strategicamente fondamentale.[2] Si tratta dunque di una strategia che non prevede la messa in questione dei rapporti di potere, delle forme sociali e di produzione che hanno generato la crisi ecologica, quanto il disperato tentativo di conservarli. I costi della crisi ecologica sono imposti da questa strategia agli stessi soggetti ai quali vengono imposti quelli della crisi economica.

Per l’ecologia politica, i GJ devono essere un punto di riferimento per il coraggio – forse sarebbe meglio dire la necessità – che hanno avuto di rifiutare il punto di vista capitalista sulla crisi, di non cedere al ricatto ecologico. La negazione antagonista di questo punto di vista che si presenta come unico ha aperto, con il tempo e lo sviluppo della lotta e anche grazie alla nascita di un nuovo movimento ambientalista giovanile che contemporaneamente animava le piazze europee, alla costruzione di un punto di vista altro, sempre più strutturato e credibile, che certo non riguardava solo l’ecologia ma che faceva anche di essa un campo di soggettivazione e di conflitto fondamentale.

Molt* si ricorderanno lo slogan “Fine del mondo, fine del mese: stessi colpevoli, stessa lotta”. Non si tratta solo di una riuscita trovata retorica, ma di un vero e proprio punto politico. Quello dei GJ è stato sicuramente un movimento eterogeneo, che non è possibile inquadrare univocamente da un punto di vista ideologico (e tra l’altro ciò è stato un fattore fondamentale di potenza e di espansività); ciò non di meno, la sua storia ha dimostrato la capacità di produrre un soggetto politico al contempo ecologista e anti-capitalista, partendo proprio dal rifiuto di quello che si imponeva come punto di vista unico sulla questione ecologica. Non per astratto spirito ambientalista, ma per posizionamento di classe e spirito d’antagonismo politico. Una convergenza profonda tra il giallo e il verde, per usare un’espressione di Pierre Charbonnier (vedi link in fondo), forse non si è ancora prodotta; tuttavia si è aperta una possibilità, si è prodotta una logica politica e un’esperienza per molti aspetti condivisa.

GJ fin du monde copia

Oggi la questione del carburante è ancora più impellente che nel 2018. Come sappiamo, le principali fonti energetiche, per motivi diversi tra i quali possiamo annoverare anche le strategie di transizione ecologica, sono schizzate alle stelle poco tempo fa, e si trovano ora in una fase di oscillazione schizofrenica, imprevedibile. Ciò che è prevedibile è che il trend sul medio periodo sarà di forte rialzo. Abbiamo visto concretamente il rischio di un rialzo folle delle bollette, parzialmente rientrato anch’esso. Tuttavia, è prevedibile che le fasce sociali prive di potere politico ed economico vedranno peggiorare le proprie condizioni di vita (anche) in nome della transizione ecologica. Schivando un’idea meccanicista del conflitto sociale, ovvero non cadendo nell’errore di pensare che l’aumento dei costi del carburante o delle fonti energetiche abbia intrinsecamente le potenzialità di uno sviluppo antagonista, ciò che insegnano i GJ è piuttosto che l’ecologia radicale deve mettere al primo posto lo sviluppo di un punto di vista altro dall’ecologia capitalista. Un punto di vista che sia solidale con, e anzi dia il suo contributo alla convergenza di un punto di vista di classe generale, anche a costo di contrastare misure che la tecno-scienza capitalista ritiene strategiche per il contenimento delle emissioni e per la salvaguardia dell’ambiente. A costo di andare contro, dunque, l’ecologia e i suoi dati scientifici. Per un ecologia di classe, con la prospettiva che possa acquisire la stessa credibilità di quella capitalista, con la capacità però di considerare congiuntamente questione sociale e questione ambientale.

Pensiamo che solo questa sia un’ecologia degna di questo nome.

GJ arco di trinofo

Note:

[1] L. Jeanpierre, In girum, La Découverte, Parigi 2019, p.167.

[2] D. Paccino, L’imbroglio ecologico, Ombrecorte, Perugia 2021.

Proponiamo una selezione di contributi per inquadrare il movimento, in ordine sparso:

https://acta.zone/pour-une-gilet-jaunisation-du-mouvement-social/

https://www.dinamopress.it/news/fine-del-mondo-fine-del-mese-la-stessa-cosa-lora-della-convergenza-delle-lotte/

https://www.popoffquotidiano.it/2021/11/17/francia-gilet-gialli-tre-anni-dopoor/

https://quieora.ink/?p=5339

https://blogs.mediapart.fr/p-charbonnier/blog/131218/le-jaune-et-le-vert

https://www.versobooks.com/blogs/4156-a-lesson-in-how-not-to-mitigate-climate-change

https://lundi.am/Tout-brule-deja-ecologie-sans-transition

https://lundi.am/1-an-de-Gilets-jaunes

https://www.infoaut.org/seminari/chi-sono-i-gilets-jaunes

https://www.infoaut.org/approfondimenti/cosa-vogliono-i-gilets-jaunes-il-manifesto-in-40-punti-della-rivolta-francese

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Pochi giorni fa è stata pubblicata un’inchiesta da parte di un media indipendente francese, Disclose, che rivela il coinvolgimento della Francia in azioni militari condotte dall’Egitto nei confronti di presunti trafficanti alla frontiera con la Libia.

La missione, dal nome Sirli, è iniziata nel febbraio 2016 quando la Francia ha stabilito di sostenere l’Egitto di Al Sisi tramite rifornimenti militari e tramite informazioni per una sedicente lotta al terrorismo. Secondo l’inchiesta, per mettere in pratica questa missione sono stati bombardati civili che attraversavano il deserto occidentale sospettati di essere trafficanti, in sostanza l’Egitto avrebbe utilizzato le informazioni derivanti dalla Francia per effettuare dei bombardamenti aerei su veicoli di presunti trafficanti alla frontiera con la Libia.  

È significativo come nonostante i corpi militari implicati in questa vicenda abbiano inviato diverse note alla presidenza francese per allertare di questa impossibilità di condurre la missione nei canoni prestabiliti, non vi sia stata messa fine. Disclose ripubblica una nota del 23 novembre 2017 in cui viene sottolineato come per mancanza di mezzi di sorveglianza l’identificazione dei pick up non può essere effettuata senza altri elementi di specificazione di cui fa oggetto la sorvegliaza aerea iniziale. Nonostante le numerose allerte, dunque, né Hollande né Macron hanno messo fine a questa operazione.

Il media indipendente, dopo aver ottenuto centinaia di documenti relativi a questa vicenda tramite una fonte lasciata anonima, ha deciso di renderli pubblici sottolineando come le derive di questa missione siano evidenti e di come la Francia abbia un’importante responsabilità sui crimini commessi da Al Sisi. Non si limita solo a questo il peso dello stato francese ma si riferisce anche alla vendita di armi all’Egitto, dato che sarebbe uno dei principali destinari dell’esportazione di armi francesi e proprio con l’arrivo al potere di Al Sisi nel 2014 le vendite sono aumentate in maniera considerevole.  

Questa vicenda è emanazione di una gestione degli equilibri geopolitici da parte dello stato francese che si iscrive in un quadro in cui quotidianamente viene alimentata la retorica della costruzione di unità nazionale contro il terrorismo, in cui si riproduce un sistema ipocrita e violento di integrazione, in cui in seguito agli attentati degli anni recenti la campagna di criminalizzazione e stigmatizzazione dell’islam ha assunto dimensioni spropositate.

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Dallo scorso venerdì diversi media alternativi dello Stato spagnolo sono bersaglio di un attacco informatico che ancora oggi blocca a singhiozzi l’accesso ai loro siti. I progetti colpiti sono El Salto, La Marea, Kaosenlared, Arainfo e altri, tutte realtà che si appoggiano su Nodo50, fornitore di servizi Internet senza scopo di lucro autodefinitosi «un progetto autonomo di controinformazione telematica dedicato ai movimenti sociali». Questi server sono il principale supporto di rete di tantissime realtà di sinistra, antifasciste e anticapitaliste nel mondo ispanofono.

Di Pedro Castrillo

I server di Nodo50 stanno subendo un attacco di tipo DoS (Denial of Service), che consiste nella richiesta massiccia organizzata di accessi ad un determinato sito, in modo che le risorse del suo sistema informatico vengano esaurite, denegando così automaticamente qualsiasi altra richiesta di accesso.

Anche se questi enormi pacchetti di richieste di accesso provengono da fuori dello Stato spagnolo, si crede che l’attacco abbia in realtà un’origine locale. Ci sono sospetti che il responsabile ultimo (a livello organizzativo e di finanziamento) sia Steve Bannon, politologo e banchiere statunitense, ex direttore responsabile di un giornale online di estrema destra e «capo stratega della Casa Bianca» nell’amministrazione di Donald Trump.
Come curiosità, l’attacco è iniziato il 20 novembre, data della morte di Francisco Franco in cui solitamente vengono celebrati eventi di commemorazione e omaggio al dittatore nazionalcattolico. Una coincidenza oppure no, come il fatto che nel caso della rivista El Salto, la URL presa di mira non sia stata quella principale — l’home — ma quella della sezione «Capitalismo».

Oltre alle perdite economiche — di decine di migliaia di euro — causate dall’attacco, in un comunicato diffuso su twitter, La Marea ed El Salto hanno voluto rimarcare «le conseguenze politiche nella società» dell’attacco, derivate dal fatto di venire estromessi, seppure temporaneamente, dalla vita pubblica. «Non è la prima volta che si verifica un attacco del genere […] quest’azione e i suoi precedenti rappresentano un serio avviso per il futuro. La storia ci ha insegnato che l’informazione e la libertà sono i principali antidoti contro gli attacchi alla democrazia. In un contesto di crescita dei discorsi dell’odio è importante considerare che quelli che oggi sono solo discorsi, domani possono diventare decisioni politiche: mettere all’angolo chi disturba, limitando così la libertà di espressione e annullare le vie di comunicazione di coloro che sono impegnati per i diritti umani e usano il loro mestiere per informare su di loro e difenderli».

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“La testimonianza di Vincenzo Miliucci, storico compagno romano dei Comitati Autonomi Operai”

 

Il 23 novembre 1980 un violento terremoto (6,9° Richter) devastò il Sud, ci furono 2735 morti, 9000 feriti, 400.000 sfollati.

In tutta Italia si attivò una straordinaria gara di solidarietà popolare, vista l’inadeguatezza e i ritardi degli aiuti di Stato.

Tra i moltissimi che vi presero parte, Radio Onda Rossa e I Comitati Autonomi Operai di Roma costituirono il Centro di Solidarietà Proletaria fin dalle prime ore della tragedia. Quella domenica 23 novembre, gli affezionati ascoltatori di Radio Onda Rossa telefonarono avvertendo del sisma e dell’urgenza di prestare soccorso. La catena di solidarietà prese avvio seduta stante: la radio mise a disposizione il suo conto bancario per le sottoscrizioni (subito 2 milioni), i Comitati Autonomi Operai svuotarono 4 sedi in via dei Volsci per ricevere gli aiuti e al numero 32 il lunedì fu attivata una linea telefonica a nome del Centro di Solidarietà Proletaria per ogni incombenza e per comunicare con l’epicentro del terremoto.

Ininterrottamente, per 3 giorni in via dei Volsci una miriade di persone portò di tutto: dai generi alimentari a quelli sanitari, vestiario pesante, coperte, sacchi a pelo, scarponi, stivali, tende, brandine, lampade, gruppi elettrogeni, taniche, potabilizzatori, saponi... ben presto le 4 sedi furono colme e si dispose per il 27/11 la partenza per portare soccorso ai terremotati di Sant’Andrea Di Conza (Avellino).

Intanto Radio Onda Rossa aveva fatto appello alla disponibilità di compagne/i “almeno per una settimana, in condizioni di autosufficienza e vaccinazione antitifo”, a cui risposero in molti tra architetti, geometri, elettricisti, infermieri, medici, precari, 285 fotografi, cucinieri, tuttofare...

Il 27 novembre giunsero a Sant’Andrea di Conza 60 compagne/i con al seguito 8 camion e 2 pulmini (in un mese furono inviati aiuti per oltre 200 milioni). Erano i primi soccorsi che arrivavano, fu attrezzata subito la cucina che diede da mangiare a 1200 persone compresi i pochi militari inviati sul posto senza mezzi; un convento abbandonato per il sisma divenne il deposito degli aiuti che in continuità giungevano da Roma.

In breve, il 9 dicembre fu inaugurato il “baraccone in legno 15mt x 6”, che ospitava la mensa e il Centro Sociale; nel convento fu attrezzato un pronto soccorso presidiato da medici e infermieri; 2 architetti romani contribuirono alla rilevazione degli edifici lesionati; la rete elettrica fu ripristinata dagli operai elettricisti Enel giunti volontari da Roma e Catanzaro. Ben presto i volontari denunciarono ammanchi e ruberie da parte dell’amministrazione locale, del governo Regionale e Nazionale: “Terremoto, un affare da 40.00 miliardi”, nel mentre la popolazione soffriva le durezze della distruzione e dell’inverno: per questo furono fatti oggetto dal sindaco DC, dai CC e dagli inquirenti, di discriminazioni e ostacoli, fino all’atto finale dei “57 fogli di via” da parte del Questore di Avellino in data 24 e 25 dicembre!

Un atto politico quanto infame: i volontari, nel caso autonomi divenuti beniamini della popolazione, dovevano essere cacciati perché in grado smascherare le magagne; nelle zone terremotate non ci dovevano essere occhi indiscreti che denunciavano ed erano in grado di mobilitare la sofferenza. Sotto Natale la popolazione di S. Andrea di Conza in assemblea dimostrò e sottoscrisse mozioni di solidarietà, ma non ci fu verso, i CC manu militari operarono la fuoriuscita dal territorio di tutti i volontari, che solo successivamente nel giugno 1981 al TAR di Napoli ebbero partita vinta “con la revoca dei fogli di via, in quanto illegali”. La strage dei terremotati del Sud fu il grande business per la DC e la camorra, che con le decine di migliaia di miliardi della ricostruzione aumentarono a dismisura i loro poteri e traffici. Le inchieste, i processi e le condanne postume non scalfirono questo malaffare; che continua a ripetersi con altri attori nei terremoti e nei disastri presenti. La solidarietà dal basso di migliaia di volontari non è mancata nei terremoti de L’Aquila, di Amatrice e altrove, necesserà di attivarsi ovunque ci sia sofferenza: la nostra umanità è fuori e oltre qualsiasi calcolo, ma dobbiamo pur porci di mettere fine agli sciacalli che mangiano sulle disgrazie, ai partiti e ai governi che glielo permettono.

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Il Party for Socialism and Liberation si unisce a milioni di persone in tutto il paese nell'esprimere la nostra completa indignazione per l'assoluzione di Kyle Rittenhouse da tutte le accuse. Ancora una volta, il sistema giudiziario degli Stati Uniti ha funzionato per proteggere un assassino razzista, che è uscito per le strade di Kenosha il 25 agosto 2020 per fare guerra alle persone che protestavano contro l'uccisione da parte della polizia di Jacob Blake, un uomo nero di 29 anni. Il verdetto è un promemoria esasperante della natura fondamentalmente suprematista bianca del sistema legale capitalista negli Stati Uniti.

L'assoluzione di Rittenhouse ha ramificazioni tremendamente pericolose. Di fatto consegna una licenza di uccidere ai vigilantes di destra, che ora si sentiranno ancora più autorizzati a terrorizzare le persone in nome della "legge e dell'ordine". C'è una lunga e mortale tradizione di violenza di tipo miliziano di estrema destra negli Stati Uniti, e questa minaccia ha ora ricevuto un enorme impulso dallo stato.

La "kangaroo court" (tribunale che ignora le prove n.d.t) presieduta dal giudice Bruce Schroeder è stata una vergogna e ha aumentato notevolmente le possibilità di Rittenhouse di assoluzione da parte della giuria quasi tutta bianca. Il processo è stato truccato fin dall'inizio ed è diventato sempre più assurdo giorno dopo giorno.

Senza dubbio Rittenhouse era l'aggressore

Il caso presentato dagli avvocati di Rittenhouse ruotava attorno alla rivendicazione di autodifesa. Questa narrazione è stata ripresa dai corporate media nel tentativo di preparare l'opinione pubblica ad accettare un'assoluzione, e ridicolmente ha persino circolato in alcuni circoli di media alternativi. Ma un esame dei fatti chiarisce che Rittenhouse era l'aggressore.

Un video del cellulare con l'audio di Rittenhouse di due settimane prima degli eventi del 25 agosto dà uno sguardo sul suo stato d'animo in quel momento. Il video ingrandisce le persone che lasciano un CVS con oggetti in mano, presumibilmente partecipando al saccheggio del negozio. Un oratore, che suona esattamente come Rittenhouse, può essere sentito dire: "Fratello, vorrei avere il mio f—— AR in questo momento. Avrei sparato colpi contro di loro". Nonostante il tentativo dell'accusa di far ammettere il video come prova, il giudice di parte Schroeder ha respinto quella mozione.

Le proteste contro l'uccisione razzista di Jacob Blake da parte della polizia sono continuate il 25 agosto e sono state segnate da un notevole aumento della presenza di vigilanti. Rittenhouse si recò a Kenosha dalla sua casa in Illinois quel giorno e più tardi di notte andò a casa del patrigno del suo amico per recuperare la sua arma. Poi si è unito a una milizia di destra riunita in una concessionaria di auto chiamata Car Source. Il proprietario della concessionaria non ha chiesto loro di "proteggere" la posizione. Rittenhouse non aveva assolutamente alcun motivo per essere lì – lui insieme ai suoi compagni vigilantes fascisti uscì pesantemente armato con l'intenzione di terrorizzare o addirittura uccidere i loro avversari politici che si stavano sollevando contro il razzismo. È ridicolo per una persona in quella situazione rivendicare l'"autodifesa".

Più tardi nella notte Rittenhouse si separò dalla milizia con cui era stato incorporato. Avvicinandosi al parcheggio di una concessionaria Car Source alle 23:48, Rittenhouse corse davanti a Joseph Rosenbaum e lasciò cadere un estintore che stava trasportando. Rittenhouse alzò il fucile per puntare Joshua Ziminski, che stava vandalizzando le auto nel parcheggio ma non rappresentava una minaccia per Rittenhouse. Qualcuno tra la folla ha urlato: "Pistola, pistola, pistola!" Rosenbaum, che era disarmato, corse verso Rittenhouse. Rittenhouse corse a diversi passi da Rosenbaum, si voltò e sparò a Rosenbaum all'anca. Rosenbaum cadde a terra incapace. Rittenhouse sparò a Rosenbaum altre tre volte mentre giaceva a terra. Un colpo alla schiena lo uccide.

Un gruppo di persone seguì Rittenhouse, credendo che potesse uccidere di nuovo. Alle 23:49, Rittenhouse cammina e cade per strada. Un individuo sconosciuto tenta di prendere a calci Rittenhouse. Rittenhouse spara a questo individuo e lo manca. Anthony Huber si butta coraggiosamente nella mischia per tentare di strappare il fucile a Rittenhouse. Rittenhouse spara a bruciapelo e spara a Huber al cuore, uccidendolo. Gaige Grosskreutz si avvicinò a Rittenhouse con una pistola portata per autodifesa – un'azione perfettamente ragionevole considerando che Rittenhouse aveva appena ucciso qualcuno letteralmente un minuto prima. La pistola è puntata lontano da Rittenhouse ed è solo dopo che Rittenhouse spara a Grosskreutz al bicipite che il braccio di Grosskreutz si abbassa e punta verso Rittenhouse. Grosskreutz fugge per cercare assistenza medica.

 

Rittenhouse si alza e corre verso una linea di polizia con le mani alzate. Gli astanti urlano: "Questo è il tiratore! Questo tizio ha sparato a qualcuno!" mentre Rittenhouse cammina verso le auto blindate della polizia. La polizia permette all'adolescente armato di passare attraverso le loro linee senza arrestarlo o addirittura interrogarlo.

Questo è stato emblematico dell'atteggiamento amichevole della polizia nei confronti dei paramilitari di estrema destra che si erano mobilitati quella notte. Il dipartimento di polizia di Kenosha ha cospirato con i vigilantes per sopprimere e intimidire i manifestanti antirazzisti. Alle 21:57 il sergente di polizia di Kenosha Adam Jurgens ha inviato un messaggio sul sistema di messaggi interno della polizia dicendo: "Se sorgono problemi e quei gruppi [di milizia] entrano nel "casino", si prega di fornire loro ordini verbali di defilarsi se abbiamo le risorse per gestire le chiamate per il servizio. In maniera molto amichevole ma dobbiamo gestire la nostra attività internamente il più possibile."

La frase conclusiva "il più possibile" e il qualificatore "se abbiamo le risorse per gestire le chiamate di servizio" indicano che la polizia stava considerando di affidarsi alle milizie come opzione per "gestire" i manifestanti se la situazione fosse andata fuori dal loro controllo. Questo racchiude perfettamente il ruolo storico svolto dai paramilitari suprematisti bianchi come ausiliari delle forze di polizia ufficiali suprematiste bianche.

Il cordiale rapporto tra la polizia e i vigilantes può essere visto in un video in cui la polizia offre acqua a un gruppo di vigilantes. Alle 23:30 circa, un veicolo protetto da imboscate resistente alle mine si presenta di fronte alla milizia, chiedendo se vogliono acqua. Rittenhouse, in una caratteristica camicia verde, cappello bianco e kit medico arancione, chiede acqua agli agenti di polizia. Mentre gli ufficiali chiedono ai manifestanti antirazzisti di andarsene per aver violato il coprifuoco, ringraziano la milizia. "Vi apprezziamo ragazzi. Lo facciamo davvero", dice l'ufficiale di polizia che gestisce il MRAP. La polizia non ha arrestato i membri della milizia per aver tagliato le gomme nella zona o aver puntato provocatoriamente le armi contro i manifestanti.

Un membro della milizia di destra ha detto al New York Times (e ai manifestanti la notte del 25 agosto) che la polizia aveva effettivamente detto ai vigilantes che avrebbero spinto i manifestanti antirazzisti per strada nella loro direzione. La polizia nega questo, ma è certamente parte del toolkit standard di repressione dei poliziotti per progettare provocazioni di questa natura.

Il giudice trucca il processo a favore dell'assassino

Anche prima dell'inizio del processo era chiaro che il giudice Schroeder era prevenuto a favore di Rittenhouse. Ha deciso di accogliere la richiesta della difesa di vietare l'uso del termine "vittime" per descrivere le persone che Rittenhouse ha sparato. Allo stesso tempo, Schroeder ha negato la richiesta dell'accusa di vietare allo stesso modo l'uso di parole come "saccheggiatori", "rivoltosi" e "piromani" per descrivere le stesse persone.

Uno dei momenti più drammatici (e disgustosi) del processo arrivò quando lo stesso Rittenhouse prese posizione. Ampiamente deriso come una performance ovviamente messa in scena, Rittenhouse scoppiò in "lacrime" mentre raccontava e difendeva le sue azioni omicide quella notte. Il giudice ha dato credibilità a questo spettacolo ridicolo chiamando una pausa per consentire a Rittenhouse di comporsi.

Il giudice ha permesso pratiche molto insolite in aula per inviare un sottile messaggio psicologico ai giurati che Rittenhouse non rappresentava una minaccia per nessuno, alimentando la narrativa razzista della difesa di un "bravo ragazzo" colto in una brutta situazione. Una famigerata foto mostra Rittenhouse che scruta appena dietro la spalla del giudice mentre guardano insieme le prove video: una persona sotto processo per due omicidi e che ha tentato un terzo è autorizzata a librarsi senza manette a pochi metri dietro il giudice che presiede! Al termine del processo, i foglietti di carta sono stati estratti da un tamburo della lotteria per determinare chi saranno i giurati finali per deliberare un verdetto. Questo compito è generalmente svolto da un cancelliere, ma in questo caso il giudice ha permesso a Rittenhouse stesso di designare le schede.

L'11 novembre, il giudice Schroeder è arrivato al punto di ordinare all'intera aula di applaudire per un testimone per la difesa. Quando John Black, un veterano dell'esercito ed "esperto di uso della forza" portato in tribunale dagli avvocati di Rittenhouse, stava testimoniando, Schroeder chiese all'aula se qualcuno avesse prestato servizio nelle forze armate dal Veterans Day. Solo Black si è identificato _ dopo essere stato spinto a farlo da Schroeder! – e all'aula del tribunale è stato poi detto di applaudire per l'uomo portato dalla difesa per sostenere che Rittenhouse era innocente.

Anche se una condanna per omicidio era in dubbio a causa della natura parziale del processo, sembrava del tutto ovvio che Rittenhouse sarebbe stato almeno riconosciuto colpevole di possesso illegale di un'arma da fuoco, dal momento che aveva 17 anni al momento delle uccisioni e come minore non gli era permesso possedere o portare la sua pistola. Ma Schroeder ha respinto questa accusa prima ancora che la giuria potesse considerarla. Con una mossa straordinaria, Schroeder ha sostanzialmente annullato la legislatura dello stato del Wisconsin e invalidato l'intera legge in questione a causa di un tecnicismo legato a come è stata scritta la lingua nello statuto.

Nessuno può onestamente dire che un adolescente nero sotto processo per omicidi multipli avrebbe ricevuto lo stesso tipo di trattamento in qualsiasi aula di tribunale in America. Gli strenui sforzi per dimostrare che Rittenhouse è presunto innocente, i vantaggi incorporati per i suoi avvocati e la copertura mediatica favorevole non potrebbero essere più diversi dalla ferrovia giudiziaria razzista di cui i giovani neri della classe operaia e altri provenienti da comunità oppresse sono abitualmente vittime. Ma Rittenhouse è un vigilante razzista bianco, e quindi ha diritto ad ampie protezioni nel sistema "giudiziario" degli Stati Uniti.

La violenza vigilante uno strumento della classe dominante

La classe dominante capitalista degli Stati Uniti ha a lungo fatto affidamento sulla violenza paramilitare fascista e suprematista bianca nei momenti cruciali per stabilizzare il proprio sistema. Questo risale alla fine della guerra civile, quando il Ku Klux Klan e organizzazioni simili furono usate per respingere il progetto radicale di ricostruzione impiegando un terrorismo brutale. Nei primi anni del 1900, il Klan fu rianimato per reprimere la crescente militanza del lavoro e la lotta per la libertà dei neri. Simile violenza fascista e vigilante è stata permessa, incoraggiata e organizzata dallo stato contro i movimenti del popolo degli anni 1960 e 70.

Più recentemente, c'è stata un'ondata nel "movimento delle milizie" nel 1990 che è culminata con l'attentato di Oklahoma City del 1995, dove un esplosivo piantato da membri paramilitari suprematisti bianchi ha ucciso almeno 168 persone. I gruppi fascisti hanno ricevuto un'ondata di energia con l'elezione di Donald Trump e in seguito l'emergere di teorie cospirative anti-vaccino di estrema destra.

L'assoluzione di Rittenhouse è un chiaro segnale da parte del governo che i vigilantes che uccidono i manifestanti antirazzisti – o qualsiasi tipo di manifestante progressista – godranno dell'impunità. Tutto quello che devono fare è dire che temevano per le loro vite e rivendicare l'autodifesa.

Ma il movimento contro il razzismo non sarà terrorizzato nella passività. A Kenosha e in tutto il paese, i manifestanti stanno ora battendo le strade per dimostrare che non saranno messi a tacere da questo grave affronto alla giustizia.

Tradotto da Liberation News

 

 

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Sulla riproduzione della capacità umana vivente. L’industrializzazione della soggettività (DeriveApprodi 2021) non è certo un libro facile da recensire, si tratta più che altro di una mappa di ragionamenti, legati a doppio filo con le riflessioni che l’autore, Romano Alquati, ha prodotto negli anni precedenti alla scrittura di questo testo, rimasto per lungo tempo inedito. Scritto ormai vent’anni fa, ciò che maggiormente va messa in evidenza è la grande capacità anticipatoria delle analisi della tendenza capitalistica e quindi anche delle possibilità di modificare quella tendenza. Veronica Marchio ci offre qui una sua lettura del modello alquatiano e un’indispensabile guida per orientarsi nella complessità del libro.

di Veronica Marchio da Sinistra in Rete

Sulla riproduzione della capacità umana vivente. L’industrializzazione della soggettività (DeriveApprodi 2021) non è certo un libro facile da recensire, si tratta più che altro di una mappa di ragionamenti, legati a doppio filo con le riflessioni che l’autore, Romano Alquati, ha prodotto negli anni precedenti alla scrittura di questo testo, rimasto per lungo tempo inedito. È stato scritto ormai vent’anni fa e ciò che maggiormente va messa in evidenza è la grande capacità anticipatoria delle analisi della tendenza capitalistica e quindi anche delle possibilità di modificare quella tendenza oggi.

Non è un libro facile da recensire, dicevamo, perché la difficoltà non sta solo nel capire e seguire i discorsi, intricati e spesso incompleti o solo abbozzati, ma soprattutto nel rielaborarli e nell’ipotizzare delle domande politiche, oltre che teoriche. Il tema è quello della messa a valore capitalistica della riproduzione delle capacità umane, un processo «baricentrico» del capitalismo dei nostri giorni che è necessario interrogare politicamente per abbozzare delle potenzialità di produzione di soggettività antagonista.

Prima di entrare nel vivo di alcune questioni specifiche è utile tracciare brevemente quelli che Alquati chiama i tre momenti del riprodurre capitalistico. Per dirla molto brevemente, a un momento mutualistico, dove i proletari si associavano per ridurre il costo individuale dell’acquisto o affitto di conoscenza e competenza, si passa a un momento di industrializzazzione, massificazione e divenire pubblici dei servizi della riproduzione formativa e ricreativa: ciò a partire dalle lotte degli operai della fabbrica e delle operaie non pagate della casa. Intorno a queste funzioni, in precedenza assicurate in maniera quasi esclusiva in seno alle famiglie proletarie, alle comunità di mestiere o alle reti mutualistiche popolari, è progressivamente cresciuto nel Novecento il grande ambito della riproduzione. Accanto all’utente consumatore di servizi pubblici e all’erogante servizi riproduttivi (prevalentemente donne), si apre anche il processo di terziarizzazione nel lavoro pubblico. Il modello del welfare state va tuttavia presto verso una crisi fiscale per lo Stato, e le vie per uscire da questa crisi portano al terzo momento attuale. È la fase della razionalizzazione (e induzione al bisogno) di servizi riproduttivi pubblici che vengono redistribuiti nelle imprese private, attraverso processi di mercantilizzazione: outsourcing, cooperative, volontariato, terzo settore. Assistiamo all’iperindustrializzazione della famiglia: la casa diventa (come direbbe Leopoldina Fortunati[1]) una fabbrica che, soprattutto attraverso lo strumento tecnologico, è luogo di formazione riproduttiva fredda, ma anche luogo di lavoro con mezzi di produzione comprati e posseduti dai lavoranti (si pensi al telelavoro). Cambia la qualità del lavoro domestico immateriale, cambiano le trasmissioni di ruoli e capacità calde, ormai incorporate dentro le macchine artificiali.

Il terzo momento si presenta come una produzione iperindustriale di servizi riproduttivi (non più semplicemente privatizzazione), ma una vera e propria fabbrica della riproduzione. I servizi riproduttivi, nella cornice dell’iperindustria – vedremo a breve cosa intende Alquati per iperindustria (un modello organizzativo di medio raggio) – subiscono un processo di impresizzazione e fabbrichizzazione: quel processo che non vede più la produzione per il valore d’uso (e utilità sociale) del bene (in questo caso immateriale e riproduttivo di capacità), ma la produzione per l’investimento nel valore di scambio e per generare plusvalore.

Il processo di impresizzazione dei servizi riproduttivi è accompagnato dal prevalere di un lavorare timico e cognitivo, con la messa a lavoro di componenti intellettive, psichiche, relazionali, biologiche. La riproduzione della capacità umana non è semplicemente un’attività lavorizzata, ma è diventata il lavoro centrale nella società capitalistica contemporanea.

Il modellone politico della civiltà capitalistica

Come anticipavo, gli scritti sulla riproduzione sono da leggere dentro la modellizzazione che Alquati rappresenta della civiltà capitalistica e del suo funzionamento[2]. È utile qui sottolineare gli aspetti politici di quella modellizzazione perché possono aiutare a elaborare ciò di cui si parla nel testo. Il modello è intrinsecamente attraversato da una contrapposizione fondamentale che ci restituisce il suo essere una rappresentazione politica e non semplicemente descrittiva del capitalismo. Ci sono due macro-parti sistemiche, da un lato il capitalista collettivo e dall’altro il proletariato, rappresentati in una continua possibilità/necessità di un rapporto contraddittorio, asimmetrico e antagonistico, legato alle finalità perseguite.

In questa «civiltà-società-rapporto» la macro-parte proletaria è il sistema di coloro che per vivere devono produrre, conservare e scambiare la propria capacità mercificata (ci torneremo), con l’altra macro-parte, quella capitalista, che la usa e sfrutta per riprodurre il proprio sistema di dominazione. C’è dunque un’oggettività accettante e subordinata della macro-parte proletaria, ma c’è anche, e soprattutto, una sua forza vitale che produce innovazione. In termini generali e semplificati si può dire che nel testo sulla riproduzione Alquati va a indagare e rappresentare politicamente – quindi dentro questa macro-contrapposizione possibile e necessaria – il modo in cui il capitale organizza, valorizza, mette a profitto e gestisce il rapporto tra la produzione di innovazione e sovrappiù attraverso il potenziamento della capacità umana, e la subordinazione e obbedienza attraverso la continua alienazione dell’agente umano rispetto alla propria capacità di lavorare (produzione di soggettività).

Non c’è un’oggettività accentante inscalfibile, né però una presunta potenza nella cooperazione umana delle capacità, che andrebbe solo liberata dalla trama del dominio capitalistico: è questa, a mio avviso, la chiave di lettura del testo. C’è invece un’ambivalenza che indica appunto la possibilità che qualsiasi elemento del moderno agire e del sistema che lo contiene possa essere visto in funzione di fini differenti e contrapposti. E c’è una politicità intrinseca che consiste:

«nella capacità di qualsiasi entità, fatto, rapporto, scambio e movimento di incidere nei rapporti di dominio (e comando e potere), spostandoli o cambiandoli in una diversa direzione. Questa politicità è intrinseca, è interna a tutto, nell’intera società complessiva e nei suoi ambiti. Allora, la politicità intrinseca, in cui tutto quanto è visto nella misura in cui incide nel dominio capitalistico, è la dimensione diffusa e ovunque presente della politica, ed è forse la più importante. È qualcosa di piuttosto soggettivo, perché in fondo emerge come maniera di guardare la realtà: nell’ottica dei rapporti di dominio» (p.157). 

Anche il sistema capitalistico non rappresenta qualcosa di puramente oggettivo – di oggettivo c’è la sua narrazione ideologica – ma esprime un punto di vista soggettivo che produce soggettività dominanti. In questo testo Alquati ci spiega come il capitale produce e riproduce le sue soggettività: con che forme organizzative (l’iperindustria) e su quali livelli, in quali ambiti e attraverso quali servizi riproduttivi, con quale specifico uso finalistico delle capacità umane e attraverso quali rapporti di reciprocità tra gli umani.

A mio parere, in questo testo troviamo una ricchezza di ragionamenti del punto di vista del capitale sulla riproduzione di queste capacità umane, ma proposte ancora molto embrionali su un ipotetico punto di vista contrapposto e di contro riproduzione di queste capacità e soggettività, con fini diversi e contrapposti. Chi spera di trovare delle risposte, si troverà con un pugno di mosche: l’operazione precedente ancora più complicata è estrapolare delle domande. Sono scritti che complicano molto le idee ma costringono, forse, a riconsiderare delle cose che sembravano banali, e che rappresentano tuttavia in modo quasi sorprendente la realtà in cui viviamo oggi.

Cos’è riproduzione in Alquati: definizioni e concetti preliminari

Per riproduzione Alquati non intende né riproduzione della specie, né del sistema sociale capitalistico, né riproduzione biologica dei corpi fisici, bensì riproduzione della capacità-umana vivente in mercificazione. La particolarità di questa visione della riproduzione sta proprio nella parola mercificazione, che connota la peculiarità dell’essere umano dentro il capitalismo, non una capacità di agire[3] in generale, ma una capacità di lavorare per il capitale. Questa capacità ha bisogno di essere riprodotta, ricreata e conservata, innovata, differenziata, ma soprattutto formata. Il lavoratore è, in questo ragionamento, ridotto e addirittura sottomesso, alla sua capacità lavorativa. Si tratta dell’assicurarsi una certa qualità della forza lavoro, attraverso la costante ri-creazione delle condizioni di uso della capacità umana come merce peculiare e «speciale» (la cui specialità risiede tuttora nella residua eppure insostituibile capacità di valorizzare e «dare» capitale).

La riproduzione di sé come sistema e rapporto sociale è da sempre fine ultimo del capitalismo, in qualunque epoca. Affermare la centralità della riproduzione, in questo senso, equivarrebbe a formulare una tautologia; poiché accumulazione di capitale e sua riproduzione sono di fatto lo stesso processo, perseguito attraverso la mercificazione e l’estensione della logica del valore a sempre nuove sfere dell’attività umana, dello spazio fisico, delle risorse naturali. La centralità che si può ipotizzare oggi assuma la riproduzione non è da ricercare secondo Alquati dentro una novità del momento, ma nel modo in cui questa riproduzione diventa oggi luogo funzionale privilegiato dell’accumulazione capitalistica: riproduzione diretta e prevalente, senza la mediazione delle merci. Non più ambito funzionale separato ma sfera esplicita di valorizzazione

L’ipotesi forte che Alquati delinea è la seguente: al capitale interessa molto riprodurre questa capacità umana perché essa garantisce la riproduzione del lavoratore, o meglio l’attidudine dell’agente umano al lavoro specifico:

«il lavoro che io qualifico come specifico è l’agire che produce e accumula capitale e che consente agli iperproletari di percepire un salario di fatto, e contenere pure più sotto la produzione di ricchezza, includente a sua volta il conseguimento di una vasta pluralità di scopi gruppali e personali peculiari» (p. 22).

In altre parole il lavorare trasforma il lavorante e riproduce una certa soggettività del lavorante. Una riproduzione iperindustriale[4] del lavoratore che nel testo viene esplorata in relazione al grande ambito del consumo[5]. Questa riproduzione, avverte Alquati, avviene in tutti e tre i grandi ambiti – ed è fondamentale capire come i rapporti tra ambiti mutino – la differenza è che nell’artefattura la riproduzione delle capacità del lavorante avviene tendenzialmente rispetto all’impresa; nell’ambito del consumo la riproduzione è diretta, senza mediazioni, è sul lavorante stesso.

Entrando un po’ più nei dettagli, l’ambito del consumo finale[6] (quindi la società) viene inteso non già come una società meramente consumatrice, bensì come una società complessa: da una parte c’è un consumo finale che distrugge qualcosa, dall’altra c’è un consumo finale riproduttivo di qualcosa. Non si tratta di confini netti tra ambiti, ma di confini labili. Nel caso del consumo distruttivo, la distruzione iperindustriale mira a produrre un sovrappiù (ad esempio attraverso la guerra o lo sviluppo tecnoscientifico). La peculiarità del consumo riproduttivo è invece che la capacità lavorativa umana viene prodotta e riprodotta. Si tratta di una capacità lavorativa trasversale e quindi universale, che si esprime come riproduzione degli altri, come autoriproduzione di se stessi e come autovalorizzazione nel fruire del consumo. Consumo riproduttivo può significare due cose: consumo di beni sensibili (beni di natura o macchinari artificiali) in forma solitaria, oppure fornita da un partner esterno. Consumo di beni intangibili anche qui in modo solitario oppure dentro uno scambio di prestazione di un servizio. Nel primo caso si tratta di uno scambio esterno (uno scambio di vendita di un bene sensibile); nel secondo caso uno scambio interno (ad esempio uno scambio che avviene in un’attività formativa o di cura).

Importante è l’ulteriore suddivisione del consumo riproduttivo: c’è una riproduzione semplice e senza incremento che ha l’obiettivo di portare la capacità lavorativa umana al punto in cui era prima di consumarla (ad esempio nel mondo della sanità o dell’intrattenimento). C’è una riproduzione complessa che invece produce un incremento, valorizza le capacità e si chiama riproduzione formativa. Sia nella riproduzione che restaura, sia nella riproduzione che forma si realizza la riproduzione della capacità. Ci torneremo più avanti.

Ricapitolando: c’è una riproduzione che distrugge per creare utilità; c’è una riproduzione che deve conservare per far rimanere inalterate delle cose; c’è una riproduzione che deve formare per produrre nuove forme soggettive. Il binario centrale di ragionamento è dunque il seguente: abbiamo un lavoratore specifico trasversale ridotto alla sua capacità lavorativa. Quest’ultimo vale per il valore della sua capacità che lo pone come proletario e iperproletario piuttosto che renderlo libero dentro il capitalismo. Questa capacità lavorativa è incrementata dentro il cosiddetto consumo riproduttivo formativo, caratterizzato perlopiù da forme di riproduzione interrelazionali, con scambi interni tra partner. È un’interrelazione definita iperindustriale nell’ambito dei cosiddetti servizi riproduttivi di cui si diceva all’inizio. Ecco l’ipotesi di Alquati: nell’ipercapitalismo il principale uso/utilità della capacità umana vivente è il riprodurre capacità lavorativa umana vivente. In quest’ottica, il fruitore dei servizi (autoriproduttivi o riproduttivi) è un lavoratore. C’è un lavoro riproduttivo domestico (dentro la casa fabbrica) e un lavoro riproduttivo esterno alle mura domestiche (dentro la società fabbrica). C’è una riproduzione fruita mediante comunicazione o anche telecomunicazione.

I diversi ambiti della riproduzione industrializzata: la formazione come terreno riproduttivo strategico

La riproduzione della capacità lavorativa nell’ambito del consumo finale riproduttivo non coincide con nessun settore nonostante operi soprattutto dentro il terziario e dentro la riproduzione di capacità. Il terziario secondo Alquati non va però inteso nel suo essere differente dal mondo dei beni tangibili perché immateriale. Il terziario produce una sua materialità intangibile: produce informazioni, conoscenze, pensieri, idee, emozioni, affetti, saperi ecc. La caratteristica prevalente dei servizi riproduttivi non è l’assenza di materialità, bensì l’intangibilità dell’oggetto di trasmissione e la relazionalità (ad esempio nelle prestazioni di cura e nella formazione). Le utilità che si scambiano, che si fruiscono o che si danno, si misurano a seconda del grado di trasformazione delle capacità che il servizio determina.

Ritengo utile mettere in ordine gli ambiti e servizi concreti in cui avviene, nel consumo finale, questa riproduzione di capacità. È soprattutto il consumo riproduttivo a essere baricentrale per il capitale e anche per noi che vogliamo riprodurre soggettività antagoniste. Il consumo riproduttivo può essere teso, come abbiamo visto, sia a conservare che a formare le capacità umane. I settori ricreativi che conservano le capacità precedenti sono: l’assistenza e la previdenza, la sanità, la sicurezza, la giustizia, ciò che riguarda il disporre di una casa e l’avere una residenza, le questioni che afferiscono all’ambiente e alla natura, il turismo, l’intrattenimento e lo spettacolo (p. 119). E a ciò si legano tutti i sotto settori anche tecnologici di ogni ambito. Secondo Alquati questi settori sono fondamentali per il mantenimento del profitto.

Rispetto a questo ambito della ipotetica conservazione di capacità, Alquati sottolinea che il vero punto di domanda è se effettivamente si possa ancora parlare di ricreazione di capacità. Troviamo nel testo un’analisi molto approfondita dei concetti di bisogno, desiderio, piacere, letti dentro la cornice della fabbricazione dei bisogni come merce, dell’induzione al godimento sfrenato, della libertà di fare ogni cosa come bandiera del consumo finale. Gli iperproletari consumatori finali che mediamente hanno ormai una scarsità di reddito, sono però spinti verso «una ricreatività edonistica che non lascia indietro nulla»; questo significa che mentre le imprese fanno profitto sulla ricreazione e sull’intrattenimento, i fruitori/lavoratori di piacere diventano alla fine dei meri consumatori distruttivi (nel senso che si diceva all’inizio). Dunque il capitale non solo tratta come merce le capacità umane che dovrebbero ricrearsi dentro il consumo finale, ma impone all’iperproletario, per intrattenersi, di consumare più di quel che guadagna e di godere anche se non ha affatto il tempo per farlo. Possiamo dire sicuramente che dentro questo consumo ricreativo meramente edonistico c’è molta libertà – liberale – dell’individuo, ma che tipo di capacità vengono conservate e distrutte? Che soggettività viene prodotta? Libertà in questo senso è ancora soprattutto libertà nel capitale, quand’anche si presentasse con facce alternative, piuttosto che liberazione dal capitale.

Ma veniamo a quell’ambito del consumo finale che crea incremento oltre che riprodurre e conservare (o semplicemente distruggere capacità). Si tratta della «solita formazione» (p.119), intesa in un senso generico e allargato, oppure come formazione separata. La formazione in senso generico è definita come «la riproduzione allargata con incremento della capacità-umana-vivente e del suo valore di scambio e d’uso. Quindi si dà nel consumo-finale formativo» (ibidem). Come al solito Alquati vuole complicarci le cose, perciò questa formazione allargata è intesa anzitutto come formazione della personalità e professionalità dell’individuo. Non è sinonimo di educazione, istruzione o addestramento. È l’incremento complessivo delle capacità possedute (che può avvenire in ogni aspetto della vita produttiva e riproduttiva) delle quali solo alcune verranno poi richieste, scambiate, imposte. Ecco perché si tratta di un nodo strategico tanto per i capitalisti, quanto per i proletari. Perché questa formazione generale di capacità nello stare al mondo ha intrinsecamente in sé una politicità. Cosa si sceglie e cosa invece viene imposto? A cosa non si vuole rinunciare nella propria formazione? Che aspettative si hanno rispetto a questa?

La formazione delle capacità è concentrata e separata in luoghi specifici in continua trasformazione e iperindustrializzazione: la famiglia, la scuola, l’università, i gruppi amicali, i luoghi di incontro, i mezzi di comunicazione telematica e i social network. Ciò su cui Alquati ci spinge a ragionare è la possibilità o meno di determinare una differenza tra la formazione di capacità-umana e la valorizzazione di capitale. C’è una spiegazione molto approfondita di come avviene il processo formativo, che può essere solitario (di autoformazione) oppure con degli scambi interni ed esterni. I formatori sono essi stessi iperproletari su ampie scale, ma spesso separati e isolati tra di loro. Ci sono organizzazioni formative iperindustriali e servizi formativi privatizzati o pubblici. In tutti i casi si è portati a pensare che la continguità cooperativa degli umani nella formazione possa determinare automaticamente un’autonomia soggettiva nel processo di formazione.

Tuttavia, se la capacità è una merce e la formazione trasversale o separata è un lavoro riproduttivo di valorizzazione del capitale, viene da sé che formazione non significa liberazione in sé. Anzi, l’ipotesi di Alquati è che è proprio in questo consumo finale riproduttivo e formativo di capacità ci sia oggi il massimo della valorizzazione capitalistica. Questo soprattutto perché, come si diceva all’inizio, formazione e riproduzione delle capacità come merce di scambio produce un certo soggetto e una certa soggettività.

Conclusioni: l’operaio della riproduzione?

Andando verso le conclusioni e per tentare di semplificare ed enucleare delle domande: possiamo dire che a diventare indistinti – dentro l’impresizzazione della riproduzione – sono proprio i tempi di lavoro e di vita, al punto che abbiamo parlato di lavoro riproduttivo. Se da una parte la riproduzione appare come un campo di dominio e valorizzazione impercettibile, dall’altra invece rimane fortemente connotato in senso materiale; ciò sia dal punto di vista del permanere di ricatto e sfruttamento nonostante il cambiamento nelle modalità del salario, non necessariamente monetario; sia, come abbiamo visto, dal punto di vista dell’oggetto di trasmissione nei rapporti riproduttivi, che è intangibile ma non per questo immateriale.

Per ragionare all’interno di questa indistinzione Alquati ci è utile soprattutto perché ci aiuta a dotarci di un angolo prospettico che va oltre la riproduzione della sola forza lavoro e delle sole abilità fisiche, ma che la considera anche come riproduzione di capacità umane (tutte quelle attitudini che fanno del soggetto un lavoratore e che riproducono quindi la sua soggettività nello stare al mondo). Questo angolo di osservazione ci permette di collocarci e di ragionare su uno spazio di ambivalenza di quelle attitudini – e dei comportamenti che ne seguono – perché la capacità può diventare merce del capitale, ma può anche diventare potenzialmente autonoma, sviluppando attitudini e comportamenti di rifiuto che sta a noi approfondire, leggere e indirizzare. Come ci radichiamo, o meglio: come miglioriamo la nostra capacità di radicarci in modo conricercante e attraverso progettualità politica, dentro questi luoghi e processi della riproduzione?

Verso la fine del libro, nelle conclusioni, Alquati propone l’idea di un «operaio della riproduzione e autoriproduzione». Una categoria da approfondire e problematizzare. Non si tratta infatti di un nuovo soggetto, ma di un ampio terreno di lavoro politico che si incrocia con tutto ciò di cui abbiamo parlato finora. L’autore pone questa categoria in relazione da una parte al rapporto ambivalente tra processo di globalizzazione e permanere di sottonazionalità del vivere quotidiano della gente iperproletaria; dall’altra, al rapporto tra questa moltitudine soggettiva di operai della riproduzione e le classi sociali oggettive. Ricollegandoci a quanto si diceva prima, sebbene tutti nella società odierna abbiano il desiderio e in qualche modo vengano assorbiti dalla riproduzione, solo alcuni – un «iperproletariato occidentale di ceto medio» – ne vengono effettivamente soddisfatti. Dunque la classe oggettiva iperproletaria rimane, ma quali forze soggettive ci sono dentro questo iperproletariato di ceto medio occidentale?

I binari di ricerca politica possono essere almeno tre. Il primo è quello di studiare le diverse industrie della riproduzione per capire che tipo di soggettività riproducono. Definire cosa significa riprodurre capacità merce per il capitale significa anche necessità di ridefinire il concetto di lavoro. Ma è evidente il fatto che dentro le industrie della riproduzione ci sia anche una riproposizione ideologica di discorsi e narrazioni. Da questo punto di vista, le industrie della riproduzione non solo sono produttive di plusvalore e sfruttamento, ma sono intrise di narrazioni maternalistiche e vittimistiche – si pensi all’ambito dei servizi di cura in generale – che producono precisi rapporti riproduttivi tra riproduttori e riprodotti, mentre il padrone o la padrona rimangono sempre apparentemente dietro le quinte. C’è la tendenza verso un «capitalismo maternalista» (pp. 183-188) che oggi tenta sempre più di appropriarsi, per i suoi fini, della potenza dei processi di «donnazione», ossia di acquisizione di potere delle donne nella storia. Su questi temi Alquati insiste molto nel testo e tutto sommato possiamo dire che, nonostante siano stati proprio certi movimenti femministi a conquistare pezzi di qualità di vita non solo per le donne ma per tutti, costringendo il capitale a ristrutturarsi, è oggi la crisi dei movimenti femministi e la loro sussunzione – come elemento di modernizzazione e decorazione del capitalismo – a dover essere interrogata. Quali rapporti di riproduzione vogliamo creare contro quelli fondati sull’innovazione valorizzatrice del capitale dal volto materno? Domande di certo non facili, scomode, e non di immediata risposta.

Un secondo binario di ricerca riguarda la libertà nella riproduzione ricreativa di beni tangibili e intangibili, di esperienze e piaceri, di rapporti sociali e legami ecc. Siamo qui nell’ambito del consumo ricreativo di capacità, un ambito che abbiamo visto essere importante per il mantenimento del profitto e che concorre decisamente alla produzione delle soggettività capitalistiche. Soggettività che si sentono libere di far tutto, ma che proprio perché sono libere di godere di ogni cosa, in realtà dipendono da qualcosa o qualcuno, e in primo luogo dipendono dalla disponibilità di denaro che hanno per consumare esperienze. Se ci pensiamo, nel contesto postpandemico, questa questione della libertà di riprodursi ricreandosi, intrattenendosi, è esplosa. La rivendicazione della libertà individuale tutto sommato non stupisce e mostra la caratura soggettiva dell’individuo capitalistico: io non voglio liberarmi veramente, io voglio che il capitale continui a farmi godere delle mie infinite libertà perché così non devo impegnarmi più di tanto, né usare e trasformare le mie capacità calde, devo solo eseguire facili standard, già ampiamente cristallizzati dentro i macchinari artificiali e tecnologici. Siamo sicuri che ci siano solo individui di tal tipo in questa moltitudine soggettiva di operai della riproduzione? Evidentemente no, ma quegli altri non vanno solo cercati, vanno formati e immaginati, a partire da una lotta anche contro noi stessi in quanto operai della riproduzione.

E in questo caos pseudo-libertario, i processi di riproduzione formativa continuano invece, sul livello del consumo che forma le soggettività, a produrre le condizioni e le attitudini soggettive dei lavoratori presenti e futuri. Mentre tanti militanti e attivisti si scervellano se essere sì green pass o no green pass – che è cosa diversa dal capire cosa c’è dietro le mobilitazioni no green pass, per poi magari scoprire che non c’è niente – le università di tutta Italia procedono indisturbate a garantire i processi di innovazione capitalistica, la conoscenza ha sempre meno a che fare con l’intelligenza e la ricchezza di capacità e sempre più invece con aspetti potenzianti e specialistici di applicazione di modelli teorici a processi innovativi volti al profitto. In questo contesto, a retoriche modernizzatrici ed ecologiche si affiancano espliciti processi di distruzione della natura, attraverso l’innovazione tecnologica spinta verso fini di profitto.

E allora ci sono tante domande da porsi: che formazione viene richiesta oggi? Come vengono valorizzate le capacità cooperative umane e quanto ne esce impoverita la possibilità di autonomia soggettiva dentro i processi di lavorizzazione della formazione? Come studiamo i processi e i luoghi della formazione separata, cioè la casa/fabbrica, la scuola, l’università, i luoghi di aggregazione nelle province e nelle città? E i rapporti locali tra formazione e lavoro? Con quale attitudine e con quale sguardo? Potremmo forse indagare i bisogni formativi delle persone? Ma soprattutto: possiamo immaginare e costruire dei nostri luoghi della formazione separata per ricostruire processi formativi contro, riconquistare capacità relazionali e reinventarle, immaginare obiettivi comuni che ci si pone come vincolanti? Come ricostruiamo un senso di vincolo nel marasma delle libertà del capitale?

Come scrive Alquati nel libro, dandoci come sempre, oltre all’analisi, delle indicazioni di metodo rivoluzionario, ciò va fatto con una certa attitudine inattuale: «Il continuismo ha respiro corto: bisognava proprio saper morire per rinascere diversi. Gli zombie sono nostri nemici: vogliono portarci con loro nei sepolcri» (p. 171).

Note [1] L. Fortunati, L’Arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, Marsilio, Venezia 1981. [2] R. Alquati, Dispense di sociologia industriale, Il Segnalibro, Torino 1989, vol. III, tomo 1-2. [3] Si veda a tal proposito la differenza tra lavoro e attività secondo Alquati in Lavoro e attività. Per un’analisi della schiavitù neomoderna, Manifestolibri, Roma 1994. [4] Iperindustria indica proprio il salto qualitativo del modo organizzativo industriale che straripa prendendo dentro ed estendendosi anche ad attività di produttività indiretta, cioè riproduttive o del tutto improduttive. L’iperindustria è quindi un modo organizzativo che pianifica, uniforma mantenendo le differenze, applica tecnoscienza ecc. Per una definizione più dettagliata di iperindustria e iperindustrialità vedi p. 39. [5] Per Alquati ci sono tre grandi ambiti: l’artefattura, il consumo e la politica istituzionale che ricalca la vecchia tripartizione tra fabbrica, società e Stato. [6] Nei complicati termini alquatiani, il consumo è qui definito «finale» rispetto a quello «intermedio». Il consumo intermedio avviene ancora nel mondo artefattivo – si mostra ad esempio come servizio prestato all’impresa – e si intende come consumo di risorse, artefattivo e produttivo, indica l’utilizzo di qualcosa che sfocia poi in un semilavorato o in un prodotto artefatto. Il consumo finale invece è caratterizzato dal fatto che c’è un fruitore e le cose non vengono utilizzate ma fruite. In questa fruizione e scambio c’è una riproduzione di capacità umane che vengono incorporate direttamente nei fruitori umani viventi: «questa è la centrale distinzione orizzontale sullo stesso piano del medio raggio: tra consumare (intermedio) per artefare e consumare (finale) per riprodurre!», p. 69. Immagine: Gianna, Senza titolo, 1999 Veronica Marchio è una studiosa e militante, dottoressa di ricerca in sociologia criminologica presso l’Università di Bologna. Collabora con la rivista «Commonware» e con .input di Bologna, libreria e luogo di formazione del pensiero critico.

 

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in CULTURE

Venerdì 26 novembre, dalle ore 11, ci ritroveremo sotto casa di Emilio a Bussoleno e insieme attenderemo la sentenza della Corte di Cassazione, in merito al ricorso portato avanti dai legali, legato alla richiesta di estradizione da parte della Francia.

Emilio si trova oggi agli arresti domiciliari da circa due mesi e ha saputo restituirci una forza immensa, insegnandoci che di fronte alle ingiustizie l’unica cosa da fare è quella di non essere indifferenti, al contrario, bisogna mostrare generosità soprattutto verso più deboli, agli ultimi, proprio come i migranti che ogni giorno rischiano la vita cercando di oltrepassare la frontiera con la Francia.

La stessa che, invece, utilizza la gendarmerie per respingere tutte quelle vite in fuga da guerre e miseria, che cercano esclusivamente una vita e un futuro dignitosi e liberi.

Emilio per il solo fatto di non essersi voltato dall’altra parte ora rischia l’estradizione in Francia, ma la solidarietà è uno dei punti di forza del Movimento No Tav e ci ha sempre permesso di superare anche le situazioni più complesse e per questo da venerdì 26 novembre saremo di nuovo in presidio sotto casa sua, per stargli vicino ogni momento, per non lasciarlo solo.

Emilio Libero! Libertà per i/le No Tav!

 

Da notav.info

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Due uomini in borghese, in un’area circondata da agenti della polizia, hanno giustiziato con proiettili di piombo un membro del Lof Quemquemtrew, a circa 15 chilometri a nordest di El Bolsón. Un altro giovane ha ricevuto due colpi allo stomaco e lotta per la vita in un ospedale pubblico.

Tra le 14,00 e le 15,00 di questa domenica 21, due presunti cacciatori sono entrati nello spazio territoriale dove il 18 settembre si è insediato il Lof Quemquemtrew. Uno di loro ha sparato direttamente alla testa di Elías Garay, che immediatamente ha perso la vita. Il secondo presunto cacciatore ha sparato a bruciapelo a Gonzalo Cabrera che ha ricevuto almeno due pallini di piombo e in queste ore lotta per la vita. Hanno usato armi di calibro 22, che non sono del calibro che usa la polizia provinciale né le munizioni antisommossa regolamentari dei gruppi speciali.

Nel pomeriggio il governo provinciale ha smentito di aver effettuato una qualsiasi operazione di polizia. La versione dei cacciatori è inammissibile per il catenaccio poliziesco, con agenti e droni, tenuti lì dopo due tentativi falliti di sgombero. Il giovane assassinato è, inoltre, il compagno di una donna mapuche che il 16 novembre aveva denunciato due agenti del Corpo delle Operazioni Speciali di Recupero (COER) della polizia provinciale, per molestie, nel quadro della legge 26585 di prevenzione ed eliminazione della violenza di genere, ha dichiarato il Collettivo Femminista Nómada. Stando così le cose, l’esecuzione della vittima non è stata occasionale e nemmeno la presenza dei cacciatori che hanno contato su precedenti informazioni dell’intelligence.

All’imbrunire, una forte auto-convocazione dei settori popolari veniva realizzata a El Bolsón, sia di fronte al commissariato come all’ospedale pubblico locale, chiedendo un’informazione precisa. È nota la presenza della polizia nelle strade, hanno confermato fonti locali.

In diversi luoghi della provincia sono stati organizzati contestazioni del crimine e delle politiche repressive statali a difesa dei grandi capitali privati.

Elías ha perso la vita in difesa del territorio tradizionale quando mancano quattro giorni per i quattro anni del crimine di Rafael Nahuel a Villa Mascardi, dove viene mantenuto un blocco della strada 40 per contestare. Come nell’agosto del 2017, El Bolsón è infettato dalle forze di sicurezza.

21 novembre 2021

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

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E’ morto ieri a 76 anni Paolo Pietrangeli, cantautore e militante comunista, scrittore e regista. “Verrà ricordato come l’autore delle colonne sonore del 68, da Contessa a Valle Giulia, ma Paolo non era soltanto questo…” ricorda ai nostri microfoni Stefano Arrighetti, Presidente dell’Istituto Ernesto de Martino.

La trasmissione con l’intervista-ricordo di Stefano Arrighetti, alcune tra le canzoni più belle e significative di Paolo Pietrangeli ed i post di Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista e di Giorgio Cremaschi di Potere al Popolo Ascolta o scarica

L’intervista a Stefano Arrighetti, Presidente dell’Istituto Ernesto de Martino, Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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