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Articoli filtrati per data: Sunday, 21 Novembre 2021

Più di 300 in presidio ai cancelli FedEx di Peschiera Borromeo (MI).

 

La notte scorsa i leoni di Piacenza hanno nuovamente bloccato i cancelli fino alle 5,00 del mattino: a differenza di mercoledì, quando la polizia è giunta in forze per sgomberare il presidio, ieri la multinazionale americana non ha goduto della protezione delle forze dell’ordine, e ha dovuto fermare le attività per tutta la notte registrando notevoli perdite.

Stasera siamo invece più di 300, con numerosissimi lavoratori S.I. Cobas e solidali provenienti da numerose città e province.I cancelli sia del nazionale che dell’Internazionale sono nuovamente bloccati a oltranza.

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Negli ultimi due anni i militari israeliani hanno messo in atto un ampio programma di sorveglianza biometrica sui palestinesi dei territori occupati della Cisgiordania. Il programma integra tecnologie di riconoscimento facciale in una rete di videocamere urbane e smartphone utilizzati dai militari.

Di Carola Frediani per Valigia Blu

Questi ultimi, attraverso un’app chiamata Blue Wolf, fotografano le facce dei residenti e le cercano su un database di immagini e di profili. Che è a sua volta una versione ridotta di un archivio più ampio, denominato Wolf Pack, e soprannominato informalmente da alcuni ex-soldati il “Facebook segreto per palestinesi”. Wolf Pack infatti conterrebbe più informazioni: non solo la foto e il nome della persona ma anche la sua storia famigliare, dati sulla sua educazione, i suoi contatti e un punteggio relativo alla pericolosità. Alla fine della ricerca nel database, l’app Blue Wolf segnala con dei colori in stile semaforo al militare in strada se l’individuo ritratto deve essere fermato, arrestato o lasciato andare.

È quanto emerge da un’inchiesta del Washington Post, che ha raccolto materiali e testimonianze da ex-membri dell’esercito israeliano e dall’associazione di veterani critici dell’occupazione Breaking The Silence. Per velocizzare la costruzione di questo archivio, i soldati hanno fotografato i palestinesi per strada, ingaggiando anche competizioni fra loro con dei premi per chi raccoglieva più immagini. Si stima - scrive il WaPost - che siano stati ripresi migliaia di palestinesi.

“Mentre i paesi avanzati di tutto il mondo impongono restrizioni alla fotografia, al riconoscimento facciale e alla sorveglianza, la situazione descritta [a Hebron] costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali, come il diritto alla privacy, poiché i soldati sono incentivati ​​a raccogliere quante più foto di palestinesi uomini, donne e bambini possibili in una sorta di competizione. I militari devono fermarsi immediatamente", ha detto al WaPo Roni Pelli, avvocata dell'Associazione per i diritti civili in Israele.

La rete di videocamere in strada

Oltre all’app sugli smartphone chiamata BlueWolf, i militari hanno anche installato delle videocamere dotate di riconoscimento facciale ai checkpoint, ma soprattutto una serie di videocamere sparse nella città di Hebron, dai tetti alle strade. “Un’ampia rete di videocamere a circuito chiuso, soprannominate Hebron Smart City, forniscono un controllo in tempo reale della popolazione della città e, dice un ex-soldato, possono a volte anche puntare dentro le case private”, scrive la testata americana.

Per la Israel Defense Forces (IDF), ovvero per i militari israeliani, si tratterebbe di “operazioni di sicurezza di routine” che sarebbero “parte della lotta contro il terrorismo e gli sforzi di migliorare la qualità della vita dei palestinesi”. Ma secondo le testimonianze di questi ultimi, raccolte dal Washington Post, il progetto avrebbe solo peggiorato la loro esistenza. Diversi hanno spiegato di non sentirsi più a loro agio nel socializzare quando sono all’aperto, consapevoli di essere sempre ripresi. Altri hanno indicato nell’aumentata sorveglianza una delle ragioni che li hanno spinti ad andarsene.

Spyware sui telefoni di attivisti e politici

Le rivelazioni su questo programma arrivano nei giorni in cui è stato ritrovato lo spyware Pegasus, software spia prodotto dalla società israeliana NSO Group, sugli smartphone di sei attivisti palestinesi per i diritti umani, tre dei quali sono membri di note ONG locali che però lo scorso 19 ottobre il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha accusato di essere organizzazioni terroristiche. Questa designazione (che è avvenuta successivamente all’hacking dei dispositivi dei sei attivisti, e dopo pochi giorni che uno di questi si era rivolto a degli esperti per controllare il proprio telefono, come ricostruito dalla ONG Frontline Defenders) è stata condannata da altre organizzazioni per i diritti umani, esperti Onu e rappresentanti di diversi governi, e ha preoccupato vari Paesi dell’Unione europea, inclusa l’Italia. “Come viceministro responsabile per la Cooperazione allo Sviluppo non posso che esprimere preoccupazione per la designazione da parte israeliana di 6 ONG palestinesi umanitarie e di difesa dei diritti fondamentali come ‘organizzazioni terroristiche’”, ha dichiarato la viceministra degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Marina Sereni. “Molte di queste organizzazioni intrattengono fruttuosi rapporti di collaborazione con numerosi paesi donatori, inclusa l’Italia, per l’attuazione di progetti di cooperazione allo sviluppo e di assistenza umanitaria”.

Il ritrovamento del software sui dispositivi dei sei attivisti è stato verificato dall’ONG Frontline Defenders (qui report), e poi validato (qui il report tecnico) anche dai ricercatori di sicurezza di Amnesty International e Citizen Lab, specializzati in analisi di malware sofisticati di questo tipo, che sono capaci di sorvegliare tutte le attività di un telefono, dai messaggi alle mail alle foto, o di attivare microfono e videocamera. Uno dei sei attivisti ha anche nazionalità francese, e un altro anche nazionalità americana. Successivamente, il ministero degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha dichiarato che lo spyware Pegasus sarebbe stato rilevato (in questo caso da propri tecnici) anche sui "cellulari appartenenti a tre alti funzionari del ministero".

La scorsa settimana il dipartimento del Commercio Usa ha aggiunto le società israeliane NSO Group e Candiru, produttrici di spyware, nella sua entity list: vuol dire che le esportazioni da parte di soggetti statunitensi a queste società sono ora soggette a restrizioni. Per il Dipartimento americano infatti le due società agirebbero “in maniera contraria agli interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti”. Inoltre, scrive ancora il Dipartimento, avrebbero “sviluppato e fornito spyware a governi stranieri che hanno usato questi strumenti per prendere di mira funzionari governativi, giornalisti, uomini d’affari, attivisti, accademici e personale nelle ambasciate”.

Le aziende che lavorano sul riconoscimento facciale

Tornando alle tecnologie di riconoscimento facciale utilizzate dai militari israeliani, indiscrezioni sulla realizzazione di un programma di sorveglianza biometrica nei territori occupati erano già emerse nel 2019. Allora era stata chiamata in causa la società tech israeliana AnyVision (l’inchiesta del WaPost di questi giorni non chiarisce quale sarebbe il fornitore tecnologico del programma, e si limita a citare precedenti indagini giornalistiche su AnyVision).

“Secondo cinque fonti informate sui fatti, la tecnologia di AnyVision alimenta un programma di sorveglianza militare segreto in Cisgiordania”, aveva scrittoaveva scritto infatti nel 2019 la testata americana NBC. La società però aveva negato con forza, confermando solo l’utilizzo del suo software ai checkpoint. Prima ancora di NBC era stata la testata israeliana Marker a parlare di un progetto speciale in Cisgiordania, al di là dei checkpoint, in cui sarebbe stata coinvolta l’azienda. E ne sottolineava i legami con gli apparati di intelligence. “Il presidente di Anyvision, Amir Kain, è l’ex-capo del Malmab, il dipartimento di sicurezza del ministero della Difesa. Uno degli adviser di Anyvision è Tamir Pardo, l’ex-capo del Mossad [il noto servizio di intelligence israeliano, ndr]”, scriveva The Marker. In contemporanea a quelle polemiche, Microsoft, che aveva investito nella società, annunciava di cedere le proprie quote nel 2020. E due settimane fa AnyVision ha cambiato nome in Oosto: “Il nuovo nome è stato scelto perché corto, facile da pronunciare e libero da preesistenti associazioni”, ha dichiarato l’azienda.

Più recentemente AnyVision - insieme a un’altra società della difesa israeliana, Rafael - ha creato una joint venture che produce droni e cani robotici da usare in ambiti militari, in cui verranno integrate tecnologie di riconoscimento facciale, presentate come uno strumento in grado di distinguere innocenti civili da altri. Nel frattempo ha anche rifornito gli ospedali di software di questo tipo. Come raccontato da Times of Israel, nel 2020 il più grande nosocomio israeliano, lo Sheba Medical Center a Ramat Gan, utilizzava i programmi AnyVision per condurre indagini epidemiologiche sullo staff. Se qualcuno risultava positivo, il sistema scansionava le registrazioni delle videocamere di sicurezza per individuare le persone che erano state a contatto con l’individuo.

Non è l’unica società israeliana con questo genere di offerta. La startup CorSight AI propone la sua tecnologia di riconoscimento facciale a polizie e apparati di sicurezza, ma anche aziende e autorità sanitarie per la gestione della pandemia. “Se rintracciato un paziente COVID-19 in un’area pubblica, la tecnologia può aiutare a identificare la trasmissione potenziale passando in rassegna le persone che sono state vicine all’individuo malato, per quanto tempo e a che distanza”, dichiarava la società. Mentre tra i casi d’uso pubblicizzati sul suo sito c’è anche l’individuazione di chi violi la quarantena.
CorSight AI nel 2020 ha raccolto 5 milioni di dollari da un fondo d’investimento canadese, Awz ventures, specializzato in intelligence e sicurezza. Il management e gli advisor di Awz includono ex-alti dirigenti dei servizi segreti canadesi e israeliani.

Immagine anteprima screenshot YouTube

Articolo uscito anche nella newsletter Guerre di Rete,  curata da Carola Frediani.  Clicca qui qui per iscriverti.

 

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Dieci rider di Torino sono riusciti a far riconoscere dal tribunale del lavoro di Torino la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato alle effettive dipendenze di Uber e ottenere il pagamento delle differenze retributive parametrate al CCNL del terziazio VI livello. Continua invece a Milano il procedimento penale per caporalato a carico dei responsabili delle società di intermediazione che gestivano i servizi di consegna dietro gli ordini di Uber.

Una vittoria non scontata e ancora parziale, ma che può fungere da apripista e da dimostrazione che organizzandosi, scioperando e lottando si riesce a far piegare i padroni. Abbiamo raggiunto telefonicamente Giulia, una degli avvocati che ha assistito i dieci ricorrenti torinesi, per una ricostruzione completa della causa e un commento ai suoi retroscena.

Da Radio Blackout

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Da molti anni ormai, l’8 dicembre, per il Movimento No Tav significa ricordo di quella grande giornata di Lotta e Resistenza e, allo stesso tempo, esempio vivido per continuare nella battaglia contro il Treno ad Alta Velocità Torino – Lione.

Quest’anno le iniziative in programma si snoderanno lungo un calendario che permetterà a tutti noi, non solo di camminare e marciare insieme lungo i sentieri e i luoghi della Valle che Resiste, ma anche di rafforzare i sentimenti e gli ideali che, da più di 30 anni, muovono l’opposizione a quest’opera ecocida e devastante.

Questi appuntamenti si collocano in un momento storico ben preciso, un momento che ci pone di fronte a nuove sfide. Dopo un anno e mezzo di pandemia, durante la quale i promotori del Tav hanno approfittato del lockdown e dell’isolamento sociale per avviare nuovi lavori come a San Didero, oggi il governo Draghi criminalizza il dissenso vietando le manifestazioni. Davanti alla stanchezza e alla rabbia generalizzate l’unica risposta che viene data sono i divieti, da parte nostra invece non ci arrendiamo, anzi rilanciamo consapevoli di chi siano le responsabilità.

Si inizierà, in grande stile, con l’assemblea popolare al Palanotav di Bussoleno mercoledì 1° dicembre, per poi proseguire nel fine settimana con momenti di condivisione, socialità e lotta su tutto il territorio e nei luoghi simbolo della distruzione portata avanti da Telt, approdando, infine a mercoledì 8 dicembre, giornata in cui percorreremo le strade che uniscono il Comune di Borgone al Presidio di San Didero.

L’invito che anche quest’anno vogliamo fare a tutti i No Tav è quello di raggiungere la Valle di Susa. Per tutte e tutti quelli che si battono contro le ingiustizie, contro il ricatto tra salute e lavoro, contro le devastazioni ambientali. Dopo un G20 di Roma vergognoso e vuoto, dopo una coop 26 di Glasgow all’insegna delle chiacchiere e dei falsi impegni è l’ora della lotta. A maggior ragione perché, nonostante ormai sia evidente che occorra prendere serie contromisure rispetto al cambiamento climatico e per la tutela dei territori, la costruzione del tav in Val di Susa torna ad essere una priorità per l’agenda politica della nuova amministrazione torinese che ha deciso di rientrare nell’Osservatorio Tav. Come se non bastasse, il governo ha deciso di estendere le aree di interesse strategico del tav con l’obiettivo di velocizzarne i lavori, una mossa in attacco che avrà come unico risultato quello di estendere la militarizzazione all’intera valle. Anche per tutto questo è tempo di ritornare sui territori laddove le violenze ambientali vengono perpetrate, tutti e tutte insieme, ostinati e determinati a non credere a false promesse.

Oltre le parole, oltre i loro “BLA BLA BLA” ci siamo noi, i nostri corpi e le nostre terre. Ci aspetta un percorso lungo i fortini dell’alta velocità, partendo dai mulini della val Clarea fino a San Didero, attraversando i piccoli paesi con assemblee e cortei per spingerci fino alle recinzioni delle zone militarizzate. Ci aspetta una settimana ricca di iniziative e occasioni di incontro che sapranno accogliere tutti e tutte coloro che da anni lottano, a partire dalle proprie realtà, per la salvezza del pianeta.

E’ dunque arrivato nuovamente il tempo di prendere in mano l’agenda No Tav..Che lotta sia!

Da notav.info

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