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Francia, perché l’impennata dei prezzi non porta a un’esplosione sociale? Non c’è un legame meccanico tra un contesto e una mobilitazione. Inchiesta di Mediapart [Joseph Confavreux e Fabien Escalona]

Da PopOff - Quotidiano

La primavera sarà calda, l’autunno sarà turbolento, l’inverno sarà incessante… Così come la retorica militante ha spesso cercato di mobilitare le sue truppe annunciando in anticipo movimenti che non sempre si sono verificati, sembra difficile spiegare l’assenza di mobilitazione quando il contesto sembra prestarsi ad essa.
La coincidenza tra i prezzi della benzina più alti che mai e il terzo anniversario della rivolta dei “gilet gialli” solleva domande sulle ragioni dell’attuale apatia sociale: la prospettiva delle elezioni presidenziali e il confronto elettorale? Specificità della mobilitazione delle rotonde troppo inedite? La portata della repressione è stata realizzata? Assenza strutturale di correlazione tra mobilitazioni sociali e condizioni socio-economiche? Effetti di coda lunga dell’epidemia di coronavirus?


Quando, il 17 novembre 2018, il movimento dei Gilet Gialli è emerso, ha colto di sorpresa gli osservatori e le autorità. Questi ultimi riuscirono a spegnerlo solo dopo molti mesi, ricorrendo contemporaneamente a un’intensa repressione e a varie procedure pseudo-deliberative. All’epoca, l’annuncio di un aumento della tassazione sul carburante ha fornito la scintilla per la mobilitazione, che è stata originale nella sua forma, nella sua sociologia e nei suoi metodi di azione. Più in generale, la questione dei vincoli di spesa è stata al centro della conversazione nazionale.
Quest’autunno, tuttavia, lo spettro del “costo della vita elevato” è riapparso. Alla pompa, il prezzo del diesel o della benzina senza piombo ha superato i livelli raggiunti alla vigilia dei primi blocchi delle rotonde del 17 novembre 2018. Anche il costo del gas e dell’elettricità è alle stelle. Il fenomeno, di portata globale, sta già scatenando proteste popolari vicino a casa, come in Spagna, dove i sindacati del trasporto stradale minacciano di scioperare prima di Natale. Ma in Francia prevale la calma. In questa fase, non emerge alcun risveglio dei gilet gialli, né alcuna dinamica di un movimento che riprenda gli stessi temi.
Come si può spiegare questa apparente apatia, quando le giustificazioni materiali per una nuova rivolta esistono e si sono già verificate? Il governo teme il ripetersi di un movimento di protesta, dal momento che si è sentito obbligato a disegnare una “indennità di inflazione” di 100 euro per i francesi che guadagnano meno di 2.000 euro, che però è mal calibrata per rispondere a tutte le potenziali difficoltà generate dall’attuale aumento dei prezzi.


Il primo elemento di risposta, avanzato dalla maggior parte dei ricercatori intervistati da Mediapart, consiste nel sottolineare l’assenza di un legame meccanico tra un certo tipo di “condizioni oggettive” e l’avvento di una mobilitazione. “Anche quando passi parte del tuo tempo ad analizzare i movimenti sociali, sei preso alla sprovvista da ciò che accade e ti chiedi perché certe cose non accadono”, ride Erik Neveu, professore a Sciences-Po Rennes.
L’idea che si possano tracciare correlazioni tra la situazione socio-economica e le rivolte politiche è ereditata dall’analisi dello storico Ernest Labrousse (1895-1988), che riteneva che la rivoluzione francese fosse legata all’aumento del prezzo del pane: una dimensione riassunta dalla citazione apocrifa attribuita alla regina Maria Antonietta: “Se non hanno pane, che mangino brioche.
Tuttavia, anche se la Rivoluzione francese fu effettivamente scatenata in un periodo di alti prezzi del grano, essa seguì altri periodi di alti prezzi del grano che non scatenarono alcuna rivolta. L’analisi labroussiana è stata ampiamente contestata dalla storiografia più recente, in particolare dal ricercatore britannico E. P. Thompson, il quale ha dimostrato che, sebbene le questioni di bilancio e le condizioni di vita potessero essere alla base delle mobilitazioni, non c’era alcun determinismo al riguardo: “economie morali” e situazioni politiche potevano altrettanto facilmente innescare una rivolta quanto un aumento dei prezzi.
Analizziamo sempre a posteriori il modo in cui nascono le rivoluzioni e le esplosioni sociali”, conferma la storica Danielle Tartakowsky, autrice di Pouvoir est dans la rue – Crises politiques et manifestations en France XIXe-XXe siècles (Flammarion). Non c’è un legame obbligatorio tra questi e una determinata situazione economica. Sappiamo molto bene, contrariamente a quanto credeva il movimento comunista negli anni ’20, che la miseria non porta con sé la protesta o la rivoluzione”.


“Nel 2007 e nel 2011”, nota da parte sua il sociologo Pierre Blavier, che ha appena pubblicato Gilets jaunes, la révolte des budgets contraints (PUF), “il prezzo della benzina aveva già raggiunto i livelli del 2018, e questo senza che ne derivasse alcuna esplosione sociale. Ora, la benzina è ancora più cara, e l’elettricità e il gas si aggiungono, senza che il movimento prenda per il momento slancio.
Per Olivier Fillieule, professore di sociologia politica all’Università di Losanna, co-direttore del Dizionario dei movimenti sociali (Presses de Sciences-Po), che ha studiato il movimento dei Gilet Gialli nel Sud-Est, questa rivolta non si spiega meccanicamente con l’aumento del prezzo della benzina. “La rabbia è esplosa il 17 novembre 2018, ma stava fermentando dall’inizio dell’anno. I gruppi di Facebook esistono da mesi. Le frustrazioni legate agli autovelox o al limite di velocità di 80 km/h sono precedenti alla scintilla”.
Le persone che sono uscite sulle rotonde”, aggiunge, “sono molto raramente dei militanti, nel senso di persone per le quali le associazioni militanti e l’impegno in cause talvolta multiple strutturano la loro esistenza; e che per questo stesso fatto sanno che possono perdere una volta e vincere un’altra volta. Al contrario, i Gilet Gialli della prima ora si sono mobilitati con una logica rivoluzionaria, pensando che sarebbero tornati a casa solo quando avessero ottenuto la soluzione ai loro problemi, spronati da un senso di urgenza e necessità. Per molti di loro, questo impegno improvviso e totale ha sconvolto la loro vita, hanno litigato con parenti e amici, e sono usciti da questo momento cresciuti ed esausti. Tenendo conto di tutto questo, è facile capire perché il recente aumento dei costi dell’energia non può bastare da solo a ravvivare una dinamica di mobilitazione. C’è bisogno di qualcos’altro per galvanizzare il morale piuttosto basso delle truppe.


Il fatto stesso che il movimento dei Gilet Gialli sia nato tre anni fa sulla base di rivendicazioni legate all’alto costo della vita non fornisce una ragione sufficiente per pensare che possa ripetersi allo stesso modo. In primo luogo, perché, a parte le modalità di azione più routinarie, è raro che le eruzioni popolari si ripetano nello stesso modo: il maggio 68 ha prodotto effetti, ma non si è mai ripetuto così. In secondo luogo, perché il modo in cui le autorità hanno risposto ai gilet gialli può aver minato le condizioni per un tale replay.
Come documentato da Mediapart, e in particolare da David Dufresne, il livello di coercizione esercitato dallo Stato contro i gilet gialli è stato molto alto, tanto che si dovrebbe tornare indietro di diversi decenni per osservare un uso così massiccio della forza. Danielle Tartakowsky giudica che la repressione dei gilet gialli “ha rotto la volontà di alcuni manifestanti, sia per quelli che hanno marciato a Parigi che per quelli che hanno visto le immagini”. È sorprendente, a questo proposito, vedere la differenza, in termini di polizia, tra il trattamento dei gilet gialli e quello degli anti-vax e degli anti-pass”.
Olivier Fillieule, coautore con Fabien Jobard, di Politiques du désordre – Police et manifestation en France (Le Seuil), tuttavia, offre uno sguardo sfumato sulla questione. “Nell’ultimo anno, abbiamo sentito molti intervistati dire che a causa della violenza, della repressione legale e finanziaria, era meglio per loro non presentarsi alle manifestazioni. Questo è particolarmente vero per le persone con responsabilità familiari che non possono scaricare. Ma al contrario, altri intervistati sono stati radicalizzati dall’insolita violenza del trattamento poliziesco delle manifestazioni, dalla pioggia di multe, dalla ferocia della comparsa immediata e, più in generale, dall’ingiusto trattamento giudiziario, per non parlare dell’esperienza del carcere.


Qualunque sia la coercizione esercitata contro di loro, la mancata ricomparsa dei gilet gialli deve anche essere legata alle caratteristiche stesse del movimento. Nata fuori dai sindacati e coltivando un’ignoranza, persino una diffidenza nei loro confronti, si è dimostrata resistente a qualsiasi forma di centralizzazione e gerarchizzazione.

“I movimenti mal organizzati, da membri con poco capitale militante, sono una rarità storica e sono più fragili di altri”, osserva Laurent Jeanpierre, professore di scienze politiche all’Università di Parigi I e autore di In Girum – Les Leçons politiques des ronds-points (La Découverte, 2019).
“I leader dei gilet gialli erano per lo più locali”, ricorda Erik Neveu, che crede anche che il loro indebolimento nel tempo derivi in parte da una mancanza di strutture di coordinamento. “Non tutto può essere organizzato attraverso le reti sociali, senza un sistema di portavoce o un minimo di istituzionalizzazione”. Un argomento che si può trovare, sviluppato da altri contesti, dalla sociologa americano-turca Zeynep Tüfekçi. Nel suo studio Twitter et les gaz lacrymogènes (C&F éditions, 2019), mostra che la “protesta connessa” può permettere una mobilitazione massiccia a una velocità senza precedenti, ma ottiene l’efficacia della decisione collettiva, e quindi la reattività e la durata del movimento interessato.


Se non c’è mai un legame meccanico tra condizioni socio-economiche oggettive e mobilitazione sociale, e se le caratteristiche dei gilet gialli e la repressione a cui furono sottoposti non depongono a favore della ripetizione di un movimento simile, altri due elementi cruciali spiegano perché non è ancora emersa una forte mobilitazione contro il caro vita.

Le elezioni e la pandemia

Da un lato, il contesto pre-elettorale, con le elezioni presidenziali a soli cinque mesi, non è molto favorevole. La prospettiva della “grande spiegazione” attraverso il voto potrebbe essere qualcosa a cui aggrapparsi? L’idea che la battaglia sarà combattuta alle urne è già stata prevalente in passato”, nota Danielle Tartakowsky. Questo è stato il caso del 1981, che ha portato a un crollo della mobilitazione sociale prima dell’elezione di François Mitterrand. Fu così anche nel 1936: le mobilitazioni su base antifascista o anti-crisi erano state forti nei due anni precedenti, ma da marzo in poi, le organizzazioni che componevano il raggruppamento popolare si preoccuparono di evitare qualsiasi cosa che potesse dare luogo a provocazioni, suscettibili di avere un effetto negativo sul voto di aprile.
Per alcuni ricercatori, l’argomento non è decisivo. Erik Neveu ci ricorda che i tratti socio-demografici dei gilet gialli li dispongono soprattutto a “un debole interesse per la politica istituzionale”. Per coloro che hanno occupato le rotonde, aggiunge Pierre Blavier, “il sistema partitico ed elettorale è completamente vuoto”.


Olivier Fillieule sottolinea anche che le tre elezioni precedenti (europee, comunali e regionali) hanno fornito la loro parte di fallimenti e di amara disillusione per coloro che avevano cercato di investire nel campo istituzionale. “Durante le elezioni europee, sulle rotonde, tutti erano convinti che Macron avrebbe ricevuto uno schiaffo e la delusione è stata immensa. Solo il Rassemblement National e France Insoumis hanno cercato di radunarli durante il movimento. In realtà, il voto dei gilet gialli non è una questione elettorale, dato il loro piccolo numero e la loro persistenza nel rimanere lontani dalle urne. Questo spiega in parte la facilità con cui una parte del movimento, qua e là, è passata al movimento anti-pass, poiché il movimento può incarnarsi, per molti, solo nella presenza fisica nello spazio pubblico, nelle occupazioni e nelle manifestazioni”.
Tuttavia, se guardiamo oltre gli stessi gilet gialli e guardiamo ad altri attivisti che potrebbero alimentare un movimento sociale, la vicinanza delle elezioni presidenziali mantiene la sua importanza. “In Francia, gli attivisti più esperti sono molto pochi e spesso mobilitati in diverse cause”, spiega Laurent Jeanpierre. Con la campagna elettorale, la loro energia è incanalata, non hanno più abbastanza tempo per indirizzarla altrove. Da parte dei cittadini, può prevalere una forma di atteggiamento di attesa, anche senza grandi speranze di cambiamento. Se dovessimo cercare di identificare una tendenza a lungo termine”, conferma Danielle Tartakowsky, “sarebbe una diminuzione della mobilitazione nel periodo pre-elettorale piuttosto che un aumento.
Anche se questo non costituisce una legge storica, possiamo osservare che le eruzioni sociali più significative in Francia sono state post-elettorali. Gli scioperi del 1936 seguirono la vittoria dei partiti del Fronte Popolare; il maggio 68 avvenne un anno dopo le elezioni legislative e tre anni dopo le prime elezioni presidenziali a suffragio universale della Quinta Repubblica; il grande movimento sociale del 1995 seguì poco dopo l’elezione di Jacques Chirac; e la stessa cosa è successa con i gilet gialli.
Inoltre, e questo è forse il fattore di handicap più grave, la pandemia di coronavirus è passata nel frattempo. Su scala globale, come ha mostrato il ricercatore Alain Bertho, le mobilitazioni strettamente sociali si sono ritirate rispetto al 2019, che era stato segnato da una dinamica di lotte emancipatorie senza precedenti. I confinamenti successivi, le limitazioni imposte ai raggruppamenti, ma anche l’esaurimento personale causato dalla crisi sanitaria, hanno pesato sulla capacità di mobilitazione.

“I vincoli alla costruzione pratica di un collettivo sono più forti di due anni fa, mentre erano già più forti di dieci anni fa”, dice Laurent Jeanpierre, che invita anche a “non minimizzare la stanchezza”, che è difficile da oggettivare, ma che è stata osservata in ambienti molto diversi, e in particolare nei settori tradizionalmente più mobilitati della società.
Possiamo allora ancora immaginare, in questo contesto di crescente quotidianità, una nuova mobilitazione su larga scala, anche se sarebbe necessariamente diversa da quella dei gilet gialli di tre anni fa? “Affinché un movimento sociale riunisca diversi settori e realizzi il suo potenziale rivoluzionario, è necessario raggiungere una de-settorializzazione che, fino ad ora, è stata solo molto parziale”, giudica Pierre Blavier.
Secondo lui, ci sono potenziali “ponti” tra le categorie di popolazione che hanno strutturato la mobilitazione del 2018 e altre frazioni della popolazione. In questa fase, tuttavia, il loro verificarsi rimane improbabile. “Almeno quattro settori potrebbero collegarsi con i gilet gialli in una logica di classe”, crede. Il settore sanitario, che era regolarmente presente nel movimento. Quella dei piccoli pensionati, che hanno fornito diversi battaglioni di gilet gialli. Ma anche gli insegnanti, la cui paga è molto bassa, che si trovano anche di fronte a tensioni di bilancio, per esempio per l’alloggio, ma non hanno aderito affatto al movimento. E i movimenti in difesa dei servizi pubblici, per i quali non si è verificato nemmeno lo snodo.


Per la storica Danielle Tartakowsky, “data la situazione, dovremmo teoricamente avere un movimento, ma non possiamo dirlo perché è impossibile identificare delle costanti basate su condizioni “oggettive”. Questo non significa che non si possa essere sorpresi. E la sorpresa raramente prende le forme previste…

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Morti nella nuova escalation tra azeri e armeni, la più grave dalla guerra del settembre 2020. Bilanci discordanti, di certo ha fallito la tregua siglata martedì. Erevan chiede aiuto a Mosca, preoccupata dalla crescente influenza della Turchia che pochi giorni fa ha rinnovato il dispiegamento di proprie truppe a sostegno di Baku

 

di Marco Santopadre

Roma, 18 novembre 2021, Nena News – Nuova esplosione di violenza, nei giorni scorsi, tra Azerbaigian e Armenia, a poco più di un anno dalla conclusione del cruento conflitto tra i due paesi costato la vita a diverse migliaia di militari e civili.

Ovviamente Armenia e Azerbaigian si accusano reciprocamente di aver dato inizio agli scontri in alcune zone del confine provvisorio frutto della guerra dell’autunno 2020. Domenica il governo di Erevan ha accusato gli azeri di aver avviato una vero e propria offensiva verso la regione di Gegharkunik, mentre Baku ha accusato i vicini di aver bombardato con l’artiglieria alcune sue postazioni nella regione di Lachin.

Fatto sta che truppe azere sono penetrate per alcuni chilometri in territorio armeno, arrivando fino alle alture situate lungo l’autostrada Erevan-Goris, e ne sono scaturiti combattimenti furiosi, assai più consistenti rispetto alle numerose scaramucce che hanno costellato gli ultimi dodici mesi seguiti dal cessate il fuoco del 9 novembre 2020.

Alla fine gli scontri, com’era del resto avvenuto un anno fa, sono cessati la sera del 16 novembre dopo il pressante intervento del ministro della Difesa della Federazione Russa Sergej Shoigu, dopo l’infruttuoso tentativo di mediazione di Stati Uniti, Francia e Unione Europea.

Il bilancio della nuova fiammata di violenza sembra grave, anche se è difficile conoscere le cifre reali a causa della propaganda e della disinformazione che caratterizzano i comunicati ufficiali dei due ministeri della Difesa. Ieri l’Armenia ha ammesso la perdita di un solo militare e il ferimento di altri 10, ma ha denunciato la cattura di 13 soldati mentre altri 24 risulterebbero dispersi. Erevan ha anche comunicato la conquista di due sue postazioni militari da parte del nemico. La parte azera ha invece ammesso sette morti e dieci feriti.

Nonostante il cessate il fuoco raggiunto il 16 novembre, il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzonyan ha denunciato, durante un incontro con i rappresentanti delle missioni diplomatiche accreditate a Erevan, che truppe azerbaigiane continuano a permanere all’interno del territorio armeno.

Per ovviare a questa violazione della sua integrità territoriale e recuperare al più presto i propri militari catturati Erevan ha chiesto aiuto a Mosca, che dispone di migliaia di soldati in territorio armeno, parte dei quali dispiegati come peacekeepers lungo la linea del fronte del novembre 2020 e in alcune zone dell’Artsakh, la repubblica armena autoproclamata in una regione rivendicata dall’Azerbaigian e parzialmente riconquistata da Baku.

I soldati armeni catturati durante i recenti scontri si vanno ad aggiungere a quelli risalenti al conflitto dello scorso anno. All’inizio della settimana Erevan e la co-presidenza del Gruppo di Minsk dell’Osce – formata da Usa, Russia e Francia – avevano di nuovo attirato l’attenzione sul problema dei prigionieri di guerra e degli ostaggi civili armeni detenuti dall’Azerbaigian in violazione dei requisiti del diritto umanitario internazionale e di quanto previsto dalla dichiarazione trilaterale del cessate il fuoco del 9 novembre 2020.

Nonostante la fine dei combattimenti la situazione resta instabile e tesa. Il regime azero è conscio di godere di una netta superiorità militare, grazie anche al sostegno attivo da parte della Turchia, che proprio il 12 novembre ha rinnovato l’estensione del mandato delle sue forze militari dislocate a Baku e che hanno dato un contributo fondamentale, lo scorso anno, alla vittoria contro l’Armenia, insieme al sostegno israeliano e al parziale disimpegno della Russia e dell’Iran.

Ilham Aliyev vorrebbe quindi approfittare subito della sua netta superiorità bellica ed economica per ottenere nuove conquiste territoriali e indebolire ulteriormente l’Armenia, alle prese ormai da anni da una crisi politica ed economica che ne diminuisce la coesione. Baku pretende anche che l’Armenia garantisca il collegamento tra l’Azerbaigian e la regione autonoma del Nakhchivan attraverso il corridoio di Zangezur che dovrebbe attraversare il territorio armeno.

La Russia, che pure mira a evitare il tracollo dell’Armenia, tende a non contrastare in maniera netta le rivendicazioni azere, sia per motivi economici sia geopolitici, temendo che Baku venga assorbita del tutto da una Turchia che comunque, nel paese, ha messo radici profonde. Da un anno ormai Erdogan continua a fare la spola con Baku e con i territori del Nagorno-Karabakh riconquistati, dove lo stato e le imprese turche stanno investendo ingenti risorse economiche. Nena News

 

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Sviluppismo contro “vivere bene”? La sinistra latinoamericana deve dare una risposta all’emergenza climatica così come alla necessità di strutturare un progetto di sviluppo distributivo e di integrazione.

Di Alexis Cortés

In un articolo pubblicato nel 2006 che giunse ad essere abbastanza influente, Jorge Castañeda cercò di tracciare una linea divisoria tra i diversi governi di stampo progressista della regione che a quel tempo erano protagonisti del “ciclo progressista” o “onda rosa”. Castañeda distingueva tra due sinistre: una corretta, di carattere moderno, riformista, globale e di mente aperta, e un’altra scorretta, di tradizione populista, radicale, nazionalista, di mente chiusa e con azioni chiassose.

Da quel momento ad oggi, questa distinzione sembra essere mediamente superata, non solo per la capacità che hanno avuto le candidature di destra di togliere le prime magistrature ad ambedue le tipologie di sinistra -colpendo una delle principali caratteristiche del ciclo: la capacità di rieleggersi e mantenersi al potere- ma, soprattutto, per il fallimento di uno dei principali riferimenti dell’ideale “sinistra corretta” nell’analisi di Castañeda. La Concertazione dei Partiti per la Democrazia del Cile è entrata in una crisi terminale che ha finito per consegnare due volte il governo a Sebastián Piñera, di destra, nonostante i suoi tentativi di incorporare elementi più propri di quello che -per Castañeda- sarebbe “scorrettezza politica”, in uno sforzo di rispondere al crescente malessere della popolazione per le conseguenze sociali ed economiche di un neoliberalismo avanzato ed estremo.

Oggi risulterebbe difficile sostenere che un progetto politico che non assuma un chiaro orizzonte di superamento del neoliberalismo possa essere considerato di sinistra. La Rivolta Popolare del 18 ottobre 2019 in Cile è sembrata mettere una palata di sale sul modello che è stato considerato esemplare per la regione: la via cilena al neoliberalismo. Nonostante la promessa dei mobilitati, che il Cile sarebbe “la culla del neoliberalismo, ma anche la sua tomba”, il superamento di questo paradigma, anche se unifica differenti versanti della sinistra latinoamericana, presenta ancora dei nodi critici che rendono difficile la sua traduzione in un modello alternativo. La sinistra nella regione affronta una nuova tensione che la divide.

Vivere bene?

Nel 2011, una serie di articoli pubblicati da Pablo Stefanoni che tratteggiavano quello che ironicamente chiamò come l’esplosione tra “pachamamici” contro quello che i loro detrattori tacciavano come “modernici”, misero in evidenza una delle principali contraddizioni del processo boliviano. Cioè, la lotta nel campo della sinistra locale (ma estensibile alla regione) di due tendenze: un versante neosviluppista ed estrattivista, associato al governo di Evo Morales, e un altro identitario-ambientalista, associato al movimento indigeno e a buona parte dell’intellettualità che ha finito con il rompere con il MAS.

Per Stefanoni, il “pachamamismo”, munito di un atteggiamento di autenticità ancestrale, sembrerebbe più una filosofia prossima ad un “indigenismo new age” che, tra le altre cose, elude i problemi politici dell’esercizio del potere e dello stato, così come le discussioni intorno ad un nuovo modello di sviluppo che riesca a superare l’estrattivismo e la riprimarizzazione. Con le sue parole,

invece di discutere come combinare le aspettative di sviluppo con un eco-ambientalismo intelligente, il discorso pachamamico ci offre una cascata di parole in aymara, pronunciate con un tono enigmatico, e una candida lettura della crisi del capitalismo e della civiltà occidentale.

I momenti costituenti che hanno accompagnato l’insediamento dei governi della Bolivia e dell’Ecuador si identificano con un processo di coincidenza strategica tra queste posizioni che oggi sono diventate sempre più antagoniste. Le magne carte sono estremamente innovative includendo, tra le altre cose, la prospettiva andina del “vivere bene” (suma qamaña in aymara e allin kawsay sumak kawsay in quechua), ossia, la promozione di un benessere olistico la cui base è l’armonia con la natura e con la comunità.

Nonostante ciò, così come lo riassume Andreu Viola, per quanto positivo sia il cambiamento di comportamento verso valori e stili di vita non occidentali che la rivendicazione di questo termine implica, lo stesso non smette di essere una tradizione che non è riuscita a precisarsi in modo più concreto, rimanendo ambiguamente plasmata nelle Costituzioni. Ancor di più: il “vivere bene” non è riuscito a riflettersi nei piani economici di questi governi progressisti, che hanno mantenuto le visioni economiciste e tecnocratiche dello sviluppo.

Così le cose, il problema sta, da un lato, nell’idealizzazione del mondo rurale andino e, dall’altro, nella discrepanza di questi ideali con le politiche macroeconomiche promosse da questi governi.

La sinistra del “vivere bene” ha contribuito a mettere in risalto nelle agende della regione l’urgente necessità della protezione dell’ambiente, rivendicando le pratiche ancestrali dei popoli indigeni come un modello alternativo alle logiche predatrici del capitalismo neoliberale. Secondo l’antropologo colombiano Arturo Escobar, è un tipo di pensiero post-sviluppista che si costruisce “dal basso, da sinistra e con la terra”. Senza dubbio, questo movimento intellettuale ha consegnato potenti strumenti concettuali per il riemergere di gruppi indigeni e di comunità ambientaliste che resistono all’espansione estrattivista latinoamericana. Ma ha trascurato i dibattiti su un modo di produzione alternativo che generi condizioni di benessere materiale per la popolazione.

Sebbene, come ha cercato di mostrare Álvaro García Linera, nel comunitarismo andino non ci siano solo espressioni precapitaliste ma anche anticapitaliste -che possono essere la base di una riorganizzazione economica-, queste esperienze non sono sufficienti a rispondere alla domanda di come rimpiazzare l’attuale modello di (sotto)sviluppo nella regione.

Sviluppismo senza sviluppo

Il fatto paradossale è che la prospettiva sviluppista, che mette al centro delle proprie preoccupazioni e pratiche la questione economica, non sembra nemmeno avere una risposta consistente a questa sfida. Così come lo ha ritratto Maristella Svampa nei suoi studi critici sul recente periodo politico in America Latina, l’onda rosa, associata anche ad un’espansione della frontiera dei diritti sociali, è stata legata anche ad un ampliamento delle frontiere del capitale, particolarmente nei territori indigeni.

Il ciclo post-neoliberale si è retto grazie al boom delle commodities, rimpiazzando l’accordo di Whashington con uno che mantiene una crescita basata sull’esportazione di materie prime, processo che l’autrice chiama “Accordo delle Commodities”, come dire

l’ingresso in un nuovo ordine, simultaneamente economico e politico-ideologico, sostenuto dal boom dei prezzi internazionali delle materie prime e dei beni di consumo sempre più richiesti dai paesi centrali e dalle potenze emergenti, fatto che genera evidenti vantaggi comparativi visibili nella crescita economica e nell’aumento delle riserve monetarie, nello stesso momento in cui produce nuove asimmetrie e profonde disuguaglianze nelle società latinoamericane.

Questo modello estrattivo-esportatore, rafforzato principalmente nei megaprogetti invasivi, ha avuto come risultato una forte ambientalizzazione delle lotte sociali e ha consolidato una nuova razionalità ambientale post-sviluppista, aumentando la frattura tra queste due sinistre. D’altra parte anche se il ciclo progressista avrebbe stimolato un “regionalismo latinoamericano di sfida”, secondo la Svampa, ha anche inaugurato nuove forme di dipendenza, a partire dello scambio asimmetrico con la Cina, il nostro principale socio commerciale nella regione, come compratore di materie prime.

Anche se l’onda rosa si è affermata a partire da un’orizzonte post-neoliberale, sembra non aver alterato uno dei pilastri delle logiche neoliberali: l’utilizzo dei vantaggi comparativi dei paesi emergenti, che non è altra cosa se non la rinuncia ad un’opzione industriale a favore dello sfruttamento delle materie prime.

In effetti, tutto il modello di sviluppo presuppone un modo di accumulazione, regolazione e distribuzione. Nel caso del neoliberalismo, l’accumulazione si basa sui vantaggi comparativi e su una forte finanziarizzazione economica; e allo stesso tempo promuove una forte (de)regolazione economica, basata su un arretramento statale; e alla fine, distribuisce mediante la convinzione nel emorragia economica e nell’intervento focalizzato sulla povertà estrema. In America Latina, l’estrattivismo e la riprimarizzazione sembrano essere una costante tanto nei governi neoliberali come in quelli che si suppone aspirino a superarlo; anche se hanno promosso una rinascita delle capacità statali per intervenire e regolare l’economia, soprattutto attraverso la nazionalizzazione delle risorse strategiche. Alla fine, i governi progressisti sono stati lontani dall’implementare politiche sociali universali che consolidino i diritti; hanno optato per logiche focalizzate di trasferimento di rendita, nella misura in cui gli alti prezzi delle commodities lo hanno permesso. Con tutti i progressi e le contraddizioni politico-sociali dei governi progressisti, questi non hanno innovato su come abbandonare il neoliberalismo.

Anche se si accusano questi governi di essere neosviluppisti -in allusione, soprattutto, al pensiero della CEPAL del XX secolo-, dal bilancio di questo ciclo non possiamo ricavare nulla di equivalente ad un progetto come il modello di Industrializzazione per Sostituzione delle Importazioni, così come ha mostrato, tra gli altri, il sociologo José Maurício Domingues. Senza dubbio, l’industrializzazione continua ad essere un termine chiave per il futuro. La questione è come affrontiamo il fatto che si può aumentare la presenza industriale nel continente senza modificare la posizione subordinata delle nostre economie nella divisione internazionale del lavoro. L’attraversamento delle frontiere delle maquiladoras statunitensi in Messico, alla ricerca di migliori condizioni di estrazione di plusvalore, industrializza, ma allo stesso tempo subordina.

Così come segnalava la economista Alice Amsden, la sfida dei paesi periferici è passare da una strategia “compratrice” di tecnologia, come nel caso delle maquiladoras, ad una che si sostiene sulla “produzione” di tecnologia. Per questo è indispensabile che lo stato assuma un ruolo di essere “guidato e conduttore” di questo sviluppo, dato che gli altri attori economici difficilmente romperanno con le comodità di una rendita poco propensa all’investimento strategico e abituata ad ampi margini di profitto, basati sulla rendita della terra e sul super-sfruttamento del lavoro -precario- latinoamericano. Allo stesso tempo, questo sviluppo deve considerare i limiti delle piante e la necessità di un nuovo patto socioeconomico che contribuisca a invertire la critica situazione climatica e ambientale che hanno reso più evidente l’avvertimento di Jameson che “è più facile pensare alla fine del mondo che alla fine del capitalismo”.

Costruire futuro

La sinistra latinoamericana difficilmente sarà alternativa di futuro se non è capace di rispondere tanto all’emergenza climatica come alla necessità di strutturare un progetto di sviluppo che permetta di distribuire ricchezza e integrare i cittadini della regione esclusi dal consumo e dagli standard materialmente più elevati di vita. Ma, è possibile? Forse il superamento della povertà e l’aumento della capacità di consumo non va di pari passo con un incremento dei fattori che peggiorano la crisi climatica?

La risposta non è facile. Ma l’attuale stato delle cose ci obbliga a pensare ordinamenti economici più razionali per ridurre il nostro impatto sull’ambiente e per ridurre la disuguaglianza economica che spicca nella regione. Il capitalismo neoliberale si caratterizza per la distruzione delle principali fonti di produzione della ricchezza: la natura e il lavoro. La sinistra latinoamericana ha la missione di superare la propria attuale contraddizione e contribuire a rendere più facile pensare alla fine di questo capitalismo che ci tiene sull’orlo della fine del mondo.

[*] L’autore ringrazia il Progetto FONDECYT 1200841, nell’ambito del quale si è sviluppata questa riflessione.

Foto da CELAG

28-10-2021

Jacobin America Latina

Da Comitato Carlos Fonseca

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Oltre 150 i No Tav che questa mattina si sono ritrovati davanti al Tribunale di Torino e alla Caserma dei Carabinieri di Susa per depositare le prime querele contro Maurizio Molinari, Direttore de “La Repubblica”, che il 10 ottobre aveva rilasciato dichiarazioni diffamatorie ai danni dei No Tav, durante la trasmissione “Mezz’ora in più”, condotta da Lucia Annunziata (qui il video https://youtu.be/9E3EauAkJzM) .

La determinazione del movimento è sempre stato l’elemento che è stato in grado di mettere in seria difficoltà tutto il sistema Tav. Sono 30 anni che cercano con ogni mezzo di fermarci, ma noi non abbiamo mai fatto un passo indietro e sicuramente non abbiamo intenzione di lasciarci intimidire, oggi, dalle dichiarazioni di uno dei tanti giornalisti che da sempre sono dichiaratamente Si Tav e che puntualmente si ritrovano a parlare (a sproposito) della nostra lotta.

Ad accompagnare i tanti No Tav, anche diversi avvocati che hanno collaborato alla stesura delle querele perché le dichiarazioni di Maurizio Molinari nel corso della trasmissione televisiva “Mezz’ora in più”, condotta da Lucia Annunziata, si commentano da sole.

Applicare l’etichetta di terrorismo ad un movimento sociale da tanti anni insediato sul territorio della Val di Susa e radicato in una vasta comunità di cittadini, non solo valsusini, vuol dire proporre una equiparazione non solo falsa e incongrua, ma altamente diffamatoria sia nei confronti dell’intero movimento No Tav, che nei confronti dei singoli che ne sono parte.

Non vi è dubbio che l’esercizio del diritto di critica sia tutelato dalla nostra Costituzione e sia momento fondamentale di libertà, ma non può certo sconfinare nel consapevole e deliberato attacco della reputazione altrui. I limiti della continenza e del rispetto della verità, che, secondo la consolidata giurisprudenza, segnano il perimetro della critica politica lecita sono stati in questo caso abbondantemente travalicati attraverso l’uso di espressioni pretestuosamente denigratorie e gratuitamente offensive intese a screditare l’avversario politico, degradando il dibattito a mera aggressione verbale.

Va ricordato a Molinari che nell’unico caso in cui in un “processo No Tav”, per uno specifico fatto accaduto al cantiere di Chiomonte, è stata contestata a 4 imputati la finalità di terrorismo, tale ipotesi abbia ricevuto ripetute e sonore smentite da parte dell’autorità giudiziaria.

I No Tav sono persone comuni, sicuramente non terroristi e quella di oggi è l’ennesima dimostrazione che ci siamo e ci saranno sempre perché in gioco c’è il futuro di tutte e tutti.

Avanti No Tav!

Da notav.info

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