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Articoli filtrati per data: Friday, 19 Novembre 2021

Cnr occupato: così i ricercatori e tecnologi precari, in lotta sia in maniera autorganizzata che con i sindacati confederali, riprendono la lotta per chiedere la stabilizzazione.

La sede centrale del Consiglio nazionale delle ricerche, a Roma, sarà presidiata 24 ore su 24 dai ricercatori e dai tecnologi.

Davanti a loro, tra meno di un mese, c’è la mannaia della scadenza dei contratti precari: a oggi, rischiano seriamente di restare a casa in 400, con alle spalle un periodo – medio – di precariato che va dai sette agli otto anni.

Con noi c’è Lorenzo, 44 anni, fisico, ricercatore del Cnr da oltre dieci anni, uno dei 400 “cervelli precari” che rischiano il licenziamento da dicembre.Ascolta o scarica

Di seguito, il comunicato diffuso da Flc Cgil, Fir Cisl e Uil Scuola Rua:

“Ci sono le risorse ma il CNR chiude ad ogni possibilità di assunzione dei precari.

IL “NUOVO” CNR PEGGIORE DEL “VECCHIO”??

Inizia nel peggiore dei modi il percorso del CNR, così come ipotizzato nella manovra di bilancio 2022!
Altro che rilancio e riorganizzazione!!  Oggi 18 novembre 2021, per il 98° compleanno del CNR, il Direttore Generale dell’Ente, Dott. G. Colpani, ha in 3 minuti comunicato alle OO. SS. che 400 precari non saranno stabilizzati.

Evidentemente il DG ha ritenuto il completamento del processo di stabilizzazione del personale precario una incombenza da liquidare frettolosamente. Ha dopo appena mezz’ora chiuso il tavolo di confronto con  le OO.SS. dichiarando che l’Ente utilizzerà solo poco più di 3 milioni (a fronte di una disponibilità di circa 33 Milioni) per il processo di stabilizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori precari che attendono ormai  da anni e che hanno superato almeno due procedure concorsuali.  Il nuovo corso guidato da M.C. Carrozza (Presidente) e da G. Colpani (Direttore Generale) si sta  assumendo la grave responsabilità di mandare a casa più di 400 tra ricercatori e tecnologi, in attesa daanni di assunzione a tempo indeterminato e idonei secondo i requisiti C1 o C2 del Dlgs.75/17 e s.m.i. (personale con un’età minima di servizio di almeno 7, 8 anni).

Il più grande Ente di ricerca pubblico del Paese, negando l’utilizzo per l’assunzione di detto personale dei 22,8 milioni di euro messi a disposizione dal Decreto “Rilancio” dell’agosto 2020 (che il Consiglio di Amministrazione dell’Ente nella sua riunione odierna riallocherà alle spese per il personale), di fatto lascia  senza lavoro quasi 400 lavoratrici e lavoratori che da anni e anni, senza alcuna tutela, contribuiscono al prestigio dell’Ente.

Le OO.SS. ritengono IMMORALE, ASSURDA, INCOMPRENSIBILE ED INACCETTABILE questa scelta dell’Amministrazione e dichiarano immediatamente la mobilitazione permanente e unitariamente

PRESIDIANO ININTERROTTAMENTE

il CNR fino a quando l’Ente non procederà all’assunzione di tutti gli aventi diritto

IL CNR È LA CASA DI LAVORATRICI E LAVORATORI CHE DA ANNI CONTRIBUISCONO AL PROGRESSO DEL PAESE E I VERTICI DELL’ENTE NON POSSONO MANDARLI A CASA NEGANDONE PROFESSIONALITA’ E DIGNITA’”.

Da Radio Onda d'Urto

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Riceviamo e pubblichiamo questa interessante cronaca delle elezioni in Nicaragua dell'8 novembre 2021 che contestualizza le complessità della situazione nel paese latinoamericano.

Di Marco Gatto

Venerdì 5 novembre Mick Wallace, europarlamentare irlandese, gruppo GUE, tifoso granata, sbarca a Managua, Nicaragua, con un piccolo seguito di 5 persone: siamo un italiano, un francese e tre irlandesi, a parte me, tutti assistenti di Wallace e di Clare Daly, europarlamentare anch’essa, purtroppo all’ultimo assente per ragioni personali (io, umilmente, sostituisco Clare). Il motivo è osservare le elezioni nel piccolo paese centroamericano, patria di Sandino e del sandinismo. La visita è personale, non ufficialmente delegata dal parlamento europeo.

Ci ricevono all’aeroporto con una lavagnetta sulla quale sono scritti i nostri nomi, veniamo accompagnati in una stanza, dove vi sono già altri osservatori e, poi, radunatici tutti nell’albergo dove risiedono le delegazioni, veniamo divisi in diversi gruppi. Gli osservatori internazionali sono circa 180, il nostro gruppo è composto da una trentina di persone: oltre noi 6, vi sono, tra gli altri, 2 italiani che lavorano per una onlus, un membro del partito comunista tedesco, 2 cooperanti belghe, sindacalisti belgi, un membro di Podemos Barcellona, 2 membri della CUP catalana, un politico argentino e altri.

Il giorno dopo, sabato 6, si inizia presto: alle 7 ci si incontra nell’albergo dove risiedono le varie delegazioni (noi abbiamo preferito stare in un alberghetto vicino), veniamo divisi in diversi bus e ci si sposta nel CSE (Consejo Supremo Electoral). Alle 8 iniziano le operazioni di registrazione: ognuno viene (gentilmente) identificato e fotografato, quindi munito di una bella tessera di “Acompanante Electoral”.

Immediatamente dopo inizia una conferenza fiume, dove intervengono le massime autorità: il presidente del parlamento, con un delegat* di tutti i partiti presenti nella camera, il presidente della Corte di Giustizia, la presidente del CSE, il presidente della Banca Centrale e diverse altre autorità. I discorsi convergono sulla pressione esterna contro il governo, l’ingerenza Usa con la lobby dei fuoriusciti a Miami, l’importanza della tornata elettorale e la volontà di rimanere un paese “libre e soberano” (libero e sovrano).

Nel fiume dei discorsi (la seduta è durata oltre le sei ore) sembra che i sandinisti vogliano convincerci della bontà del loro governo, ma, vista la composizione delle delegazioni estere, non mi sembra che c’è ne fosse un gran bisogno.  Più che osservatori, sembravano tifosi.

Si descrive l’economia del paese, la composizione etnica, le lingue parlate, le infrastrutture, l’accesso a  internet e molto ancora. Tutto sommato la cosa è interessante, soprattutto quando viene descritta la situazione sociale del paese: dal 2007, anno del ritorno al potere di Ortega e di quel che resta del sandinismo, l’analfabetismo è calato drasticamente, la sanità è tornata pubblica (dopo la privatizzazione degli anni seguenti la sconfitta elettorale del 1990) e la povertà è calata di oltre il 50%  (dati dell’Istat locale, della quale ci tocca fidarci, come ci fidiamo della nostra). Risultati, direi, straordinari. In ogni caso, secondo gli stessi dati, ancora un nicaraguense su tre è in una situazione di povertà almeno relativa, cosa che balza agli occhi passeggiando per le strada di Managua o per le altri parti del paese.

Veniamo assegnati alla città di Estelì, altipiano settentrionale, roccaforte sandinista, massima produttrice di sigari, immersa in una magnifica campagna. Siamo accompagnati da Carlos Morelos, funzionario del ministero degli esteri e da Siddharta Marìn, funzionario del ministero della giustizia.  Visitiamo 4 circoscrizioni elettorali, in ognuna delle quali ci fermiamo per una mezz’oretta, liberi di vagare, osservare e entrare dove vogliamo.

Il meccanismo di voto è semplice e, sembrerebbe, sicuro. Al compimento dei 16 anni, ogni cittadino riceve un documento di identità. All’arrivo nella circoscrizione, viene letto il codice a barre del documento e l’elettore viene indirizzato ad un seggio, nel quale viene registrato e fornito di scheda elettorale, da piegare e mettere nell’urna dopo aver votato. Alla fine, a chiunque abbia votato, viene dipinto un pollice di inchiostro indelebile, così da impedire che si possa votare più volte. Attaccate fuori da ogni seggio, ci sono le liste del corpo elettorale (massimo 400 persone a seggio), con una visione della privacy diversa dalla nostra.

Tutti i partiti possono avere un loro rappresentante in ogni seggio durante le operazioni di voto e di spoglio, mentre presidente, segretario e scrutatore sono membri del CSE (almeno così mi sembra di aver capito).

Durante la nostra presenza, le cose si sono svolte nella massima semplicità e correttezza e tutti gli operatori coinvolti mi sono sembrati onesti, gentili e competenti.

I risultati ufficiali sono stati partecipazione al voto del 65% e il presidente Ortega al 75%, facile vincitore.

Che dire? A noi le elezioni sono sembrate corrette e tutto sembra essersi svolto normalmente. La cosa che si percepiva era che doveva esserci stata una forte pressione nella partecipazione al voto, non si sa se dal governo o da parte di familiari: abbiamo visto poveri anziani spaesati che non sapevano come, cosa e perché votare. Nulla possiamo dire sulla percentuale dei votanti, anche se l’afflusso sembrava essere abbastanza sostenuto: il 20% dichiarato dalle organizzazioni di opposizione Urnas Abiertas e Observatorio Ciudadanos sembra eccessivamente basso. D’altra parte impossibile sapere cosa succedeva nei seggi prima e dopo la nostra venuta o durante lo spoglio.

Come già detto, penso si possa pensare che il risultato sia regolare, anche perché, come dettoci dal nostro accompagnatore Carlos, la vera sfida non era vincere le elezioni, ma ottenere un buon quorum di votanti.

Il vero dubbio, probabilmente, non sta nel verificare la regolarità di questo processo elettorale, ma nel capire se i veri avversari di Ortega  e della moglie/vicepresidente Rosario Murillo, anche essa figura di spicco della rivoluzione, si siano potuti presentare. Già nel 1995 si era formato, in opposizione al Fronte Sandinista di Liberacion National (FSLN) di Ortega, il Movimiento Renovador Sandinista (MRS), partito formato da guerriglieri e intellettuali come Sergio Ramirez, Dora Maria Telles e Victor Hugo Tinoco, fortemente critico verso la deriva autoritaria e personalista della coppia al potere. Inoltre molti dei nove comandanti della rivoluzione sandinista, come Luis Carrion Cruz, Henry Ruiz e Jaime Wheelock, hanno duramente criticato il governo e il fatto che, nel corso di questo anno, ci siano stati ancora numerosi arresti (anche di figure di spicco, come la già nominata Maria Telles), non fa ben sperare in una futura riconciliazione. Anche le continue critiche, pure molti recenti di Gioconda Belli, principale scrittrice e intellettuale del paese (con Sergio Ramirez) fanno fortemente dubitare della reale democrazia nel paese.

Certamente, da occidentali lontani chilometri e divisi da un oceano, oltre che da storia e cultura, tutto ciò che si può fare è osservare ed esporre i fatti. Capire se il governo Ortega/Murillo ha ragione sugli arresti effettuati dopo le rivolte del 2018 (con, secondo voci dell’opposizione, 320 morti in 4 mesi), violente e dirette, secondo le fonti governative, da forze esterne oppure se viene impedito l’utilizzo dei mezzi democratici al popolo e agli avversari politici, che pure hanno combattuto contro il dittatore Somoza, resta una cosa difficile, da lasciare alla sensibilità di ognuno. Sicuramente le carcerazioni di sandinisti della prima ora fa molto riflettere.

Un certo sostegno al FSLN è sicuramente presente nel meraviglioso paese centro americano: ritornando al nostro albergo dal CSE, dove arrivavano i risultati dello spoglio, abbiamo potuto testimoniare di giovani imbandierati e di festosi raggruppamenti. Che siano la maggioranza della popolazione, impossibile dirlo.

La cosa che consola rimane il tentativo di eradicare la povertà nel paese, sperando che si riesca a fare sempre di più. Ancora oggi, in America centrale (e forse in tutta l’America latina), la cosa migliore che possa capitare ad un bambino povero è quella di nascere nella dittatoriale Cuba, nonostante Usa e covid. Ma le cifre su sanità, istruzione e nutrimento sono più forti della propaganda imperiale.

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La Mezzaluna Rossa curda ha lanciato una campagna di aiuti per i migranti al confine bielorusso-polacco e chiede donazioni. L’organizzazione della Mezzaluna Rossa curda Heyva Sor a Kurdistanê ha lanciato una campagna di aiuti per i migranti al confine bielorusso-polacco e chiede donazioni. “In un freddo pungente alle porte dell’UE si sta svolgendo un dramma umanitario.

Le persone nell’area di confine tra Polonia e Bielorussia, un numero significativo dei quali sono curdi, stanno congelando, morendo di fame e morendo. Sono abbandonati a una morte certa”, lo ha dichiarato lunedì l’organizzazione. Da mesi il numero di migranti che cercano di attraversare il confine polacco per la sicurezza dell’UE è in aumento.

Di fronte a 2.000 a 3.000 migranti la Polonia ha schierato più di 15.000 soldati e poliziotti per “difendere” il confine, respingendo con la forza i rifugiati intercettati in Bielorussia. Sono già stati effettuati centinaia di respingimenti da parte delle autorità polacche. Secondo le dichiarazioni ufficiali da parte polacca diverse persone sono già state ritrovate morte in Polonia. Secondo Heyva Sor a Kurdistanê, più di venti migranti curdi sono morti alla frontiera esterna dell’UE. È probabile che questo numero aumenti in modo significativo con temperature sotto lo zero.

“Per evitare ulteriori morti, vogliamo dare un sostegno insieme ai nostri partner curdi in Europa in modo rapido e semplice. La situazione umanitaria al confine è catastrofica e sta arrivando al culmine con l’avvicinarsi dell’inverno. La catastrofe è già inconfondibile. Non lasciamo sole le persone”.

Si richiedono donazioni a:

Germania

Heyva Sor a Kurdistanê e. V. Kreissparkasse Köln Konto. Nr: 40 10 481 BLZ: 370 502 99 IBAN: DE49 3705 0299 0004 0104 81 BIC/SWIFT: COKSDE33XXX www.paypal.me/heyvasorNL

Francia

Association Humanitaire Soleil Rouge – RojaSor CIC TROYES HOTEL DE VILLE IBAN: FR7630087335000002074770150 BIC/ SWIFT:  CMCIFRPP www.rojasorfrance.comwww.rojasorfrance.com

Svizzera

Croissant Rouge Kurdistan Suisse Banque Cantonale Vaudoise (Kantonalbank) Konto N°: 10-725-4 IBAN: CH62 0076 7000 L543 3416 5 BIC/SWIFT: BCVLCH2LXXX www.heyvasor.chwww.heyvasor.ch

Paesi Bassi

Stichting Koerdische Rode Halve Maan (Heyva Sor a Kurdistanê) IBAN: NL67 BUNQ 2060 3463 71 BIC: BUNQNL2A www.paypal.me/heyvasorNL www.bunq.me/StichtingKRHMNLwww.bunq.me/StichtingKRHMNL www.stichtingkrhm.nlwww.stichtingkrhm.nl

Svezia

Insamlingsstiftelsen Kurdiska Röda Solen BANK GIRO: 5589-7672 IBAN: SE04 5000 0000 0537 4106 6753 BIC: ESSESESS www.paypal.me/rojasorakurd www.rodasolen.sewww.rodasolen.se

Austria

Roja Sor a Kurdistanê IBAN: AT751400003010314274 BIC : BAWAATWW Konto No: 030 103 14 274 BLZ : 14 000 rojasor-osterreich.org

Inghilterra

Kurdish Red Moon The Co-operative Bank Bank Sort code: 089299 Bank Account No: 65863091 IBAN: GB55 CPBK 0892 9965 8630 91 BIC: CPBK GB22 www.heyvasoruk.org/www.heyvasoruk.org/

Norvegia

DNB BANK ASA OSLO Account/Hesap/Konto No: 1503 40 52953 IBAN: NO 15 1503 4052 953 BIC/ SWIFT: DNBANOKKXXX

Italia

Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus Banca Prossima IBAN: IT63 P033 5901 6001 0000 0132 226 BIC/ SWIFT: BCITITMX www.mezzalunarossakurdistan.orgwww.mezzalunarossakurdistan.org

Belgio

ASBL Croissant Rouge du Kurdistan- Koerdische Rode Halve Maan VZW BNP PARIBAS FORTIS IBAN: BE04 0013 2448 9631 BIC/SWIFT : GEBABEBB www.koerdischerodehalvemaan.be

Giappone

Kurdistan Red Moon – クルディスタン 赤月 JP BANK Konto Nr:10100 – 56545271 https://www.facebook.com/Heyva.Sor Da Uiki OnlusUiki Onlus

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È apparso su L’Essenziale del 13 novembre 2021 un articolo firmato Francesca Coin, sociologa che lavora presso il dipartimento dell’università di Lancaster e che tratta un fenomeno identificato come “Il nuovo rifiuto del lavoro”.

Nell’articolo sono riportati alcuni dati che avvalorano la tesi secondo la quale negli ultimi due anni vi sia stata un’ondata di “grandi dimissioni” abbastanza trasversale a settori lavorativi diversi e che riguarda sia le condizioni di lavoro in sé ma anche il riconoscimento per il proprio ruolo e le situazioni di sofferenza date nei contesti lavorativi. Secondo il Bureau of Labour Statistic degli Stati Uniti 20 milioni di persone hanno dato le dimissioni a partire dalla primavera del 2021, in Italia ci sono state 485 mila dimissioni volontarie nel secondo trimestre del 2021, secondo la nota ministeriale. Questi dati significano un aumento dell’85% rispetto al 2020 e il 10% in più rispetto al 2019, questa tendenza però secondo la sociologa si registra già a partire dal 2016. In Italia la disoccupazione è quasi del 30%, vi sono 2,3 milioni di disoccupati e l’offerta di lavoro è scarsa ma, nonostante questo si è comunque verificata questa tendenza.

Abbiamo chiesto a Francesca quali siano i settori più coinvolti in questo fenomeno, se esso riguardi una fascia sociale piuttosto che un’altra e se si possa parlare di “sciopero generale non dichiarato”. In questo senso ci è sembrato interessante legare questo tipo di comportamento alla risignificazione del concetto di sciopero derivante dalle mobilitazioni transfemministe recenti, di come quindi il lavoro non possa essere inteso semplicemente nelle sue condizioni materiali, nella retribuzione più o meno soddisfacente, nelle ore impiegate in qualità di lavoratori e lavoratrici salariate, ma anche come il lavoro permei completamente tutte le dimensioni dell’esistenza delle persone. A partire dal lavoro di cura non riconosciuto fino ad arrivare all’impossibilità di condurre una vita come la si potrebbe potenzialmente scegliere perchè dipendenti dalla possibilità o meno di lavorare, dal tipo di lavoro che si fa e dalle conseguenze che questo ha nelle proprie vite. Si riattualizza anche il concetto di rifiuto del lavoro.. “Siamo liberi solo di alzarci ogni mattina e di andare a lavorare. Chi non lavora non mangia. È libertà questa? C’è una cosa che impedisce la nostra libertà: il lavoro, e a lavorare in realtà noi siamo obbligati”.

È significativo il fatto che le interviste riportate nell’articolo della Coin si riferiscano a professionisti/e di un certo livello, con una certa consapevolezza del proprio ruolo nella società e delle proprie possibilità. Non è un caso dunque che siano questi profili ad avventurarsi nelle dimissioni volontarie proprio perchè l’alternativa, a partire dalla rete sociale nella quale si è inseriti, esiste e quindi si può scegliere di non lavorare o di cambiare lavoro. Questo dato porta però alla costruzione di un’ipotesi, tutta da verificare, ossia l’avvento di un’inedita repulsione nei confronti del proprio lavoro, seppur sulla carta dignitoso, e quindi in prospettiva, di una trasformazione della scala valoriale dominante nella società che possa andare a scalfire l’idea che la propria identità venga automaticamente rappresentata dal lavoro che si fa e quindi dallo status che si assume.

A fronte delle condizioni lavorative peggiorate a livello globale, evidenziate dall’esplodere della pandemia e dai relativi scombussolamenti nel campo dell’organizzazione del lavoro, a fronte dell’assunzione dell’imperativo della produttività come priorità rispetto alla stessa sopravvivenza, si può intravedere uno scollamento delle persone investite da un progressivo e poi tempestivo declassamento dato dai cicli di crisi sociale degli ultimi dieci anni che potrebbe sfociare in nuovi e interessanti posizionamenti di rifiuto dell’ordine neoliberista?

Da Radio Blackout

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Joe Hill [di origini svedesi Joel Emmanuel Hägglund nato a Gävle Svezia il 17 ottobre 1879 – ucciso nella prigione di Salt Lake City, 19 novembre 1915] la “voce cantante” dei Wobblies.

Joe Hill venne arrestato la mattina del 13 gennaio 1914. Era un lunedì, Joe stava disteso nel letto, un colpo d’arma da fuoco gli aveva attraversato il petto sfiorando polmoni e cuore. Il medico gli aveva somministrato morfina, per attenuare il dolore, Joe dormiva quando entrarono tre poliziotti, Joe, nel sonno, mosse appena un braccio e il capo della polizia gli sparò spappolandogli la mano. Il poliziotto si difese dicendo che Joe voleva prendere una pistola che non aveva né ce n’era una in casa.

Joe fu accusato di aver ucciso, per vendetta, un ex poliziotto John Morrison responsabile della morte di un rapinatore.

In realtà la polizia voleva liberarsi di un “indesiderabile” (così venivano chiamati i wobblies, i comunisti e gli anarchici), di un agitatore e organizzatore, ma soprattutto autore di canzoni così belle e significative che contribuirono a costituire l’identità degli IWW: perciò si disse, “Joe Hill la voce dei wobblies”. Un altro motivo per accusarlo era che la polizia non voleva ricercare l’autore dell’uccisione di Morrison tra la malavita per non inimicarsi le bande con le quali intratteneva ottimi affari e ancor di più per consolidare un’alleanza strategica: istituzioni-mala-mafia contro i sovversivi!

Dopo un processo farsa, con i peggiori imbrogli della polizia e dei giudici, dove il principale testimone, il figlio di Morrison presente alla sparatoria, disse di non riconoscerlo e che i due che avevano ucciso suo padre erano bassi e tarchiati, insomma come tutti i processi farsa contro i “sovversivi” negli Usa e ovunque, Joe Hill fu condannato a morte il 27 giugno e assassinato per fucilazione il 19 novembre 1915.

La mattina dell’esecuzione lasciò alla guardia un foglietto dove aveva scritto il suo testamento, naturalmente in poesia:

«Il mio testamento è facile da decidere

Perché non c’è niente da dividere.

Gli amici non piangano, né facciano scene,

“il muschio non cresce su una pietra che rotola”.

Il mio corpo -se posso decidere

lo vorrei ridotto in cenere

e lasciare che le brezze felici

la portino dove crescono i fiori;

magari ce n’è di appassiti

che ritornano in vita e fioriscono.

Quest’è l’ultimo e finale testamento:

buona fortuna a tutti voi.»

Joe Hill

Un altro cantante, voce della lotta di classe negli Usa, Ralph Chaplin (colui che si dice disegnò il “gatto selvaggio” nella iconografia da tutti conosciuta) scrisse una importante e bella canzone dedicata a Joe e a tutti gli operai ribelli e rivoluzionari uccisi dalla polizia di stato e da quella dei padroni:

Novembre rosso, novembre nero,

novembre tetro, nero e rosso:

mese sacro di martiri operai,

del lavoro eroi, morti del lavoro.

La rabbia del lavoro e speranza e dolore,

rossa la promessa, nera la minaccia

chi siamo per non ricordare?

Chi siamo per osare dimenticare?

Nero e rosso, i colori mischiati,

nero e rosso l’impegno già preso-

rosso fino a che la lotta è finita,

nero finché il debito sia pagato.

 

Guarda "Joe Hill":

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