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Articoli filtrati per data: Wednesday, 17 Novembre 2021

LA NOSTRA BANDIERA È ROSSA

 

Compagni, Autonomia riprende le pubblicazioni. Non è stato facile. Considerata da Calogero e Palombarini come un livello di direzione strategico-organizzativa del cosiddetto ‘terrorismo rosso’, Autonomia-settimanale è stata privata con il 7 aprile dell’intelligente collaborazione dei compagni Emilio, Luciano, Piero, Marzio e Ivo. Ebbene, nonostante tutto, il giornale esce con il N.16........

 

Perché, dunque, autonomia settimanale politico comunista?

Tra i nostri vecchi lettori, ci sarà qualcuno, che ricorderà l’editoriale redazionale del primo numero, l’ormai rarissimo zero-nero. Certamente lo hanno letto i magistrati, i poliziotti, e i politici con le mani in pasta nell’inchiesta-processo contro la Autonomia Operaia italiana.

In prima pagina, ben in vista, a chiare lettere, Autonomia-settimanale si riconosceva nei movimenti autonomi di classe, intendeva calare dentro questi movimenti elementi di dibattito politico, si rivolgeva a tutto il personale comunista formatosi nell’impegno e nella pratica delle lotte proletarie, sosteneva a modo suo lo sviluppo e l’articolazione, nel Veneto e a livello nazionale, delle campagne di agitazione proletaria sui nodi centrali, oggi, dell’iniziativa capitalistica come la spesa pubblica, la repressione, la materialità della scienza capitalistica, il nucleare, la centralità operaia, la nuova composizione di classe dell’operaio sociale, la lotta al revisionismo e ai suoi guasti.

 

Autonomia-settimanale riconferma questa scelta di campo, con maggiore consapevolezza dell’attualità di questi problemi.

Il giornale si identifica nelle posizioni del Movimento Comunista, nelle sue strutture, nella sua pratica, nei suoi militanti.

Gli inquisitori dei Tribunali Speciali di Padova e Roma, a questa sincera dichiarazione di militanza giornalistica di parte proletaria, faranno un balzo dalle sedie della provocazione e del comando antiproletari su cui ben da 8mesi sono inchiodati. Ma cosa credevate, signori, che il rapimento, per vostra mano, in un sabato di primavera, di alcuni redattori e la latitanza di un altro – accompagnati dal tentativo di criminalizzare l’intero giornale – fossero sufficienti a tapparci la bocca?

Dal sette aprile sono usciti i numeri 13,14,15; con questo ne usciranno, comunque fino al giorno in cui (arrestando tutto il movimento proletario organizzato) al comando del Il Celere non riuscirete a bloccarne la pubblicazione.

 

A proposito della nostra funzione di direzione.

Autonomia-settimanale è strumento, voce scritta del movimento, delle lotte, delle idee, dell’intelligenza, della ragione di centinaia di compagni che quotidianamente spingono avanti il carro del programma proletario, degli interessi di classe, dei bisogni proletari, del dibattito tra comunisti, della diversità degli sfruttati.

È un giornale comunista scritto a più mani, capace di rigenerare le redazioni contro i tentativi di criminalizzazione della comunicazione antagonista di classe e l’arresto dei suoi militanti.

Hanno distrutto la ‘redazione e direzione giuridica’ del giornale, piccolo strumento, piccola punta di un iceberg, di centinaia di redattori dai posti di lotta, di dibattito, dell’organizzazione, dai territori dello scontro di classe.

 

Emilio, Luciano, Piero, Marzio e Ivo erano i ‘cervelli che dirigevano’ il movimento?

Convinzione un po' sciocca e miope – se non fosse anche armata dallo Stato – dal momento che il giornale continua a ‘dirigere’ cioè a essere lo specchio dei livelli reali (proletari) di direzione di massa, nonostante i compagni si trovino in galera o in giro per il mondo.

I tempi in cui viviamo sono difficili. I signori del comando capitalistico, dell’economia e della politica sono all’offensiva. Occorre un grosso sforzo di tutti per preparare una risposta proletaria di massa. Innanzitutto, con una riflessione interna al movimento sulle prospettive di sviluppo dell’iniziativa rivoluzionaria.

Una riflessione sul movimento, sui suoi errori, ritardi, sull’opportunismo, togliendo il dibattito dalle mani di chi con le lotte e le strutture ha ben poco a che fare.

 

Nel zero-nero si diceva che non eravamo più nel ‘77.

 

Siamo ben oltre compagni.

L’iniziativa capitalistica sposta continuamente in avanti i termini dello scontro di classe.

È necessaria una critica feroce contro le posizioni che danno di fatto finita la possibilità dello sviluppo dei processi rivoluzionari nella loro interezza.

Le difficoltà del momento favoriscono il riapparire delle iene che vorrebbero riportare indietro il dibattito e i termini reali dei problemi interni al movimento, elucubrando sul suo cadavere. Ci dispiace, fugaci compagni di strada, ma le carceri italiane non hanno accolto ancora l’intera soggettività comunista.

Le proposte più vecchie e stantie ricompaiono, vestite quasi sempre con abiti rivoltati.

La lotta politica, quindi, è all’ordine del giorno dentro il movimento fino alla sua periferia.

 

Autonomia-settimanale vuole dare il suo contributo per una attuale ridefinizione della linea di massa in rapporto agli strumenti, per attuarla, che il movimento si è dato: dai comitati di lotta, ai gruppi sociali, ai coordinamenti proletari, ai comitati operai, ai collettivi militanti.

Il giornale, come sempre, è aperto al contributo di tutti i compagni.

Autonomia pubblicherà, come sempre, tutto quello che segna un contributo nel confronto e nella discussione tra i compagni.

Ma Autonomia-settimanale ha, anche, altri problemi: finanziari e di polizia.

 

Ringraziamo Michele Taverna della ‘firma di direttore’ prestata al giornale per uscire – sostituendo il vecchio e caro compagno Emilio in questa obbligata formalità. Apriamo una compagna di sostegno ad Autonomia.

Vogliamo riempire il notes di nomi e cognomi per una redazione di massa, da stampigliare sui prossimi numeri. Attendiamo adesioni.

Chiediamo a tutti i compagni di finanziare il giornale che si è retto, quasi per incanto, sulla vendita. Ma non basta, anche perché Autonomia, da questo numero, è a diffusione nazionale.

Autonomia è nata come cassa di risonanza di un’esperienza politica complessiva ben delimitata territorialmente, il Veneto. Da questa base il giornale vuole entrare dentro il circuito di lotta e dibattito a livello nazionale. Questa ‘l’ambizione’ e la premessa che facciamo ai compagni, ai compagni del 7 aprile, ai compagni galeotti e latitanti della nostra redazione.

 

Da queste considerazioni, dunque, prende forza l’utilità della stampa e degli strumenti d’informazione comunista, in questo particolare momento. Abbiamo fame, tutti noi, di materiale politico, di ‘cose scritte’ che riassumono il punto di vista dei compagni, delle organizzazioni, delle strutture di movimento. Permette la circolazione del dibattito e del lavoro politico. Molteplici sono gli ambiti, le occasioni, le scadenze, gli strumenti, i livelli militanti per fare tutto questo: i fogli di agitazione e propaganda comunista sono uno di questi. Garantire la continuità, anche in questo settore: questa è la parola d’ordine che deve prevalere.

Certo, dirà qualcuno, quando le lotte stentano ancora a rappresentare le odierne contraddizioni di classe, c’è poco da scrivere.

Il problema, secondo Autonomia-settimanale, è mal posto. Prendere atto delle difficoltà del momento è una cosa, ma negare la positività della battaglia politica, del confronto tre linee, delle proposte, delle ipotesi di lavoro dei comunisti, dei ‘proletari strutturati organizzativamente’, al di là dei cicli, (se tutto questo può aiutare la ripresa dell’iniziativa proletaria) è un’altra cosa, che deve essere battuta.

Autonomia-settimanale farà ogni sforzo per garantire tutto questo, per essere uno strumento da usare, utile per il lavoro dei compagni.

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Alberto Magnaghi, a cura di, Quaderni del Territorio. Dalla città fabbrica alla città digitale (1976-1981), Derive Approdi, Roma, 2021, pp. 138

Di Jack Orlando per Carmilla

Nella pratica dei movimenti sociali, come in realtà di quasi ogni fenomeno politico, la dimensione territoriale è una costante fondamentale in cui si dipana la prassi e si possono misurare risultati, obbiettivi e limiti.
Per perimetrarsi sullo scenario italiano ed alla storia recente, le strutture di intervento territoriale dell’autonomia, la stagione dei centri sociali, il più recente fiorire e sfiorire di collettivi politici con prerogativa spiccatamente territoriale, specialmente nelle metropoli, confermano questa centralità del territorio come elemento imprescindibile della politica.
Eppure si è spesso dimostrato anche un limite, invalicabile a volte, nell’incapacità delle strutture di rendere organico e dialettico il rapporto tra programma e territorio. Ciò è probabilmente dovuto, tra le altre cose, alla mancata analisi di questo in relazione alla sua composizione, alla sua funzione all’interno del modo di produzione ed alle tensioni intrinseche che lo attraversano e significano.

Rileggere, sotto la luce di questo limite, l’esperienza dei “Quaderni del Territorio” permette di reimpostare il problema e tracciare nuove linee di azione.
Emersi in seno all’onda lunga dell’operaismo, tra urbanisti, architetti e geografi, attivi dal ‘76 al ‘79 (salvo una ricomparsa nel 1981) e terminati sotto l’opera di repressione statale, con la scure dell’Inchiesta 7 Aprile, mettono al centro dell’indagine il Territorio come risultante della lotta di classe.
Il metodo di lavoro è quello di calare il sapere specifico delle discipline all’interno della conoscenza prodotta dalle lotte, agendo fianco a fianco tra operai e ricercatori, per sviluppare una concezione del territorio che, uscendo dall’accademia, si ponga come strumento operativo nelle mani di chi opera fratture rivoluzionarie nel presente.
È un metodo che non solo rivoluziona il rapporto tra disciplina e oggetto, ma che agendo nella carne viva, conquista capacità di previsione sugli scenari in mutamento e anticipa tendenze che oggi ritroviamo come quotidianità assodata.
Ogni territorio, nello schema del modo di produzione capitalista, ha un suo ruolo assegnatogli, da cui si ricava estrazione di valore e capacità di controllo della popolazione; non è elemento neutro né tantomeno naturale.
D’altro canto è un luogo dove operano e vivono soggetti sociali, che interagiscono con questo secondo le proprie priorità e interessi. Anche qui la neutralità viene espunta, un quartiere dormitorio, nelle mani di una collettività in lotta viene trasformato nel suo uso e nei suoi significati; è il controutilizzo che ne fa la classe a determinare la sua fisionomia; così come è la risposta della classe dominante a rimodularne a sua volta i contorni secondo le esigenze dello scontro, in una sorta di dama cinese del conflitto.

Vale la pena sottolineare qui come nell’indagine dei QdT, ci si trovi davanti alla ristrutturazione capitalista seguita al ciclo delle lotte operaie ed alla crisi petrolifera del ‘73: le esigenze del comando necessitano di un aggiornamento che si concretizza nella polverizzazione della catena produttiva, con conseguente dispersione della figura operaia ed il tramonto della sua capacità offensiva, e con l’integrazione delle produzioni in un meccanismo di scala globale, ovvero l’inizio della globalizzazione e la riconversione di interi territori secondo le necessità di specializzazione produttiva della nuova industria.
È qui che, d’innanzi alla fine della centralità operaia come motore della lotta di classe, il territorio sembra indicare un fattore di ricomposizione grazie a quello spettro di lotte per la casa, per le utenze, i consumi o la socializzazione, in grado di dare corpo alla proposta dell’operaio sociale, figura ambivalente che, da un lato, sembra cogliere l’essenza dei comportamenti e delle pratiche dei giovani proletari fuori dalla fabbrica, con l’emergere della terziarizzazione e della precarietà quale conditio sine qua non del mercato lavoro, dall’altro intuizione teorica la cui genericità finisce per spiegare tutto e quindi comprendere nulla all’interno di maglie troppo larghe.

Quest’aspetto dei QdT è proprio quello che pare essere di maggiore attualità: il suo vivere ed operare all’interno di una crisi profonda che costringe i suoi animatori a dotarsi di strumenti e lenti d’osservazione in grado di elevarsi al di sopra del caos della cronaca e dei mutamenti, per cogliere le tendenze in atto e le trasformazioni di lungo periodo, quelle in nuce, non immediatamente tangibili ma destinate a occupare il centro della scena. Così è stato per le tante anticipazioni colte da questa rivista, così dev’essere oggi per un’intelligenza collettiva alle prese con un passaggio di epoca.
La pandemia, la crisi ambientale, il mondo multipolare, l’impazzimento della globalizzazione, sono tutti volti attuali e temporanei della antica catastrofe che caratterizza da sempre i passaggi da un mondo ad un altro. E non esiste alcun piano preordinato che delinei la strada, il capitale è un rapporto sociale e sotto la sua presunta razionalità si nasconde una bolgia impazzita di interessi divergenti e contrapposti che sgomitano per primeggiare.
Il mutamento lo decidono i rapporti tra le forze in campo nel frangente della battaglia, molto più che le pianificazioni dei generali.

Sotto i nostri occhi i territori mutano di nuovo ed in profondità, secondo gli interessi del dominante, e non riusciamo a vedere dove risieda la classe operaia, l’altro polo del mutamento dialettico.
Quale sia l’impatto dei piani di rinascita, o della conversione verde nella trasformazione sociale e geografica, quali possibili energie di conflitto possano sprigionare non lo sappiamo ancora prevedere, eppure preme con urgenza sulle spalle.
La tensione alla guerra civile, altra faccia del declino della razionalità occidentale democratica, mette in campo forme e soggetti della politica con cui fatichiamo a trovare ponti, e lo Stato appronta misure di contenimento del conflitto sociale in maniera talmente preventiva da apparire ingiustificata, talmente profonda da farci interrogare sui margini residui dell’azione antagonista.
Si fatica a guidare la nave nella tempesta, probabilmente perché guardiamo sempre al fenomeno, ma quasi mai alla sua radice, o alla sua prospettiva. Come per il green pass, dove tutti sembrano impazziti e pare di assistere a una gigantesca discussione tra sordomuti.
Ripescare il lavoro e l’incompiuto dei “Quaderni del Territorio” non è solo una possibilità di ripensare un’azione politica sul territorio, che esuli dalle semplici coordinate topografiche, per essere applicazione pragmatica di un’analisi politica, scientifica e scevra di ideologismi. Ma è soprattutto esercizio alla prospettiva, invito a riprendere dimestichezza con gli strumenti dell’analisi e dell’inchiesta per levarsi sopra il mare ottuso della cronaca ed avvistare le coste della prospettiva.
Altrimenti, in questi venti di burrasca, a furia di navigare a vista, si finisce per crepare tutti di fame sulla nave prima ancora di colare a picco.

 

 

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in NOTES

Venerdì scorso, l’esercito israeliano ha ucciso un bambino palestinese. Muhammad Amjad Dadas era andato al villaggio di Deir al-Hatab, vicino a Nablus, in Cisgiordania, dove le forze israeliano stavano attaccando i giovani palestinesi con lacrimogeni e granate assordanti.

E.I.

I Palestinesi stavano protestando contro l’invasione della colonia ebraica di Elon Moreh su un terreno che era stato violentemente confiscato al villaggio.

Muhammad, 15 anni, era con altri ragazzi del campo profughi di New Askar, alla periferia di Nablus, secondo l’associazione per i diritti umani Defense for Children International-Palestine.

Il ragazzo “si è avvicinato” ai militari circa 30 minuti dopo il suo arrivo. Un cecchino israeliano gli ha sparato all’addome quando si trovava a 50 metri di distanza.

Muhammad è stato trasferito all’ospedale Rafidia di Nablus, con un’auto privata mentre stava “sanguinando copiosamente”.

E’ stato dichiarato morto un’ora dopo il suo arrivo in ospedale.

Domenica scorsa, per ricordarlo, i compagni di scuola di Muhammad hanno posto una foto su quello che era stato il suo banco.

I rappresentanti dell’Unione Europea nella città di Ramallah, in Cisgiordania, hanno emesso un comunicato nel quale esprimono il loro “sgomento” per l’uccisione di Dadas, descrivendola come un “utilizzo sproporzionato di forza letale”. L’Unione Europea, però, non specifica quale livello di forza letale considererebbe invece “proporzionato”.

E i diplomatici dell’Unione Europea non hanno nemmeno chiesto l’imposizione di sanzioni contro Israele.

Anzi, l’Unione Europea sta rafforzando le sue relazioni con Israele.

Si sono, infatti, conclusi i colloqui sulla partecipazione di Israele al nuovo programma dell’Unione Europea sulla ricerca scientifica ed è probabile che un accordo sarà firmato entro la fine di quest’anno.

Conosciuto come Horizon Europe, questo programma ha un budget totale di circa 110 miliardi di dollari, da qui fino al 2027.

Mentre i diplomatici dell’Unione Europea a Ramallah possono affermare di essere rimasti scioccati, sembra non esservi niente di straordinario nell’uccisione di Muhammad.

Finora, quest’anno, 15 bambini palestinesi sono stati uccisi da Israele in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. E più di 60 bambini sono stati uccisi a Gaza quando Israele l’ha bombardata per 11 giorni consecutivi, nel mese di maggio.

“Era un ragazzino innocente, sorridente e allegro”.

Nel frattempo sono emersi nuovi dettagli riguardanti l’uccisione di un altro adolescente, in agosto.

Imad Khaled Hashash, 15 anni, e suo fratello Muhammad, 19 anni, sono stati svegliati dalle forze israeliane che avevano invaso il campo profughi di Balata, a Nablus, durante le prime ore del mattino del 24 agosto scorso.

I due fratelli sono saliti sul tetto della loro abitazione per vedere cosa stava accadendo, mentre le forze israeliane invadevano il campo, sparando contro i Palestinesi presenti.

L’esercito israeliano ha sostenuto, invece, che vi era stato un “violento disturbo della quiete pubblica”.

I militari hanno affermato che qualcuno sul tetto aveva in mano un oggetto di grandi dimensioni e stava tentando di gettarlo di sotto. Di conseguenza, l’esercito ha affermato che un militare israeliano è stato costretto ad aprire il fuoco.

Ma questa è un’enorme bugia come ha rivelato un’indagine condotta dal gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem.

“Non vi era stato nessun disturbo della quiete in quel momento”, ha affermato l’organizzazione.

Imad Hashash era “sul tetto della sua casa col fratello, stava riprendendo i militari mentre lasciavano il campo profughi”.

All’uccisione hanno assistito il fratello di Imad, Muhammad, e un altro parente che si trovava sul tetto dell’edificio di fronte. I testimoni hanno confermato entrambi le proprie testimonianze.

“Ho detto a Imad di tirarsi indietro, ma lui voleva vedere cosa stava accadendo e li stava filmando col cellulare. L’ho tirato indietro”, ha dichiarato Muhammad a B’Tselem.

“Imad si è avvicinato ancora al bordo del tetto per vedere quel che stava accadendo, quando ho sentito uno sparo e Imad è caduto col volto a terra, sul pavimento”.

Uno dei parenti dei due fratelli, il venticinquenne Ali Hashash, era invece sul tetto di casa sua che assisteva a ciò che accadeva nel quartiere, quando Imad è stato ucciso.

“Ho notato che uno dei soldati stava alzando lo sguardo in alto, puntando la sua arma. Ho fatto segno a Imad di tornare indietro dato che i soldati erano sotto”, ha riferito Ali a B’Tselem.

“La strada era ben illuminata e potevano vederci”, ha aggiunto.

“Imad è indietreggiato un po’ e così ho fatto anch’io, in modo che i militari non potessero vedermi. Poi Imad è nuovamente andato in avanti guardando sotto, e ho sentito uno sparo seguito dalle urla provenienti dalla sua casa”.

Muhammad e Ali hanno poi descritto come i soldati israeliani abbiano lanciato lacrimogeni vicino alla casa.

L’uccisione di Imad ha lasciato la sua famiglia molto afflitta.

“Non riesco a capire perché mio fratello sia stato ucciso. Lo stavo osservando e tutto è avvenuto come in un incubo”, ha detto Muhammad.

“Ogni notte dormivamo sopra un materasso appoggiato al pavimento, vicini uno all’altro. Se non avessimo sentito quei maledetti rumori fuori, oggi Imad sarebbe a scuola coi suoi amici”.

Il padre di Imad, Khaled Hashash, ha raccontato di come suo figlio aveva scherzato con lui la sera sul fatto di volersi sposare quel giorno”.

“Mi ha fatto il solletico sotto l’ascella e ha iniziato a ridere”, ha ricordato Khaled.

“Imad adorava scherzare con tutti, ma non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe scherzato con me. Vorrei averlo saputo”, ha aggiunto.

“Era un ragazzino innocente, sorridente e allegro che portava gioia dentro la nostra casa e tra tutto il vicinato. Lo hanno ucciso senza alcun preavviso, senza alcun motivo”.

(Nella foto: Muhammad Amjad Dadas, 15. Defense for Children International-Palestine)

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

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“Ho trovato una situazione di respingimenti in stile ping-pong. I migranti mi hanno raccontato di essere stati ingannati dagli agenti di viaggio in Medio Oriente e di aver creduto alla promessa che fosse facile raggiungere l’UE. Una volta a Minsk, sono stati sistemati in hotel e portati in taxi al confine. Qui, dopo aver vagato per un po’, spesso venivano trovati dalle guardie di frontiera bielorusse che li aiutavano fornendo le coordinate GPS e anche tagliando le recinzioni verso la Polonia. Hanno capito di essere all’inferno quando sono stati catturati dalle guardie di frontiera polacche e riportati illegalmente in Bielorussia. È così che è iniziato il ping-pong: nella maggior parte dei casi, quando le guardie di frontiera bielorusse trovano le persone dopo i respingimenti, le radunano in siti all’aperto, tenendole lì senza riparo, cibo o acqua per giorni o settimane, costringendole a ripetere all’infinito i tentativi, quasi sempre fallimentari, di raggiungere la Polonia”.

Lydia Gall, ricercatrice sull’Europa orientale e sui Balcani occidentali presso Human Rights Watch, una delle poche persone che è riuscita a entrare sul confine tra Polonia e Biellorussia descrive sulle pagine dell’HuffPost il meccanismo in atto. La strategia messa in atto dalla Biellorussia per fare pressioni sull’Unione Europea, a seguito delle sanzioni alle quali era stata sottoposta nell’estate scorsa, è di utilizzare gli spostamenti di massa di migranti, perlopiù richiedenti asilo in quanto proveniente da Siria, Iraq, Afghanistan. I numeri si aggirano intorno alle 8 mila persone sul confine mentre pare si stia creando un flusso di circa 20 mila persone in Biellorussia arrivate in aereo dal Medio Oriente e poi bloccate lì. Quando si apre una nuova rotta, come sottolinea Cosimo Caridi nell’intervista fatta a Radio Blackout, quasi immediatamente i flussi fuoriescono dalle porte regolamentate da chi ha organizzato l’apertura di un confine, in questo caso la Biellorussia, dunque ci si deve aspettare un aumento esponenziale di migranti che per altre vie tenteranno di attraversare quel confine.

Ieri la Merkel ha chiamato Lukasenko, un’azione che ha modificato le carte in tavola dato che non accadeva dall’agosto 2020. Questo ha significato per Lukasenko un’iniziale ottenimento del suo obiettivo, farlo tornare ad essere tra gli interlocutori riconosciuti dall’UE e dai Paesi Occidentali. Oggi poi, a seguito degli scontri tra migranti e militari polacchi, è stato messo a disposizione un centro logistico in Biellorussia per i profughi sul confine che iniziavano a installarsi in un campo nei pressi della frontiera.

E l’Europa? Al momento nell’area di confine è interdetta la presenza di organizzazioni internazionali e alla stampa, nemmeno Frontex né la Nato sono presenti. A presidiare il confine ci sono 13 mila militari polacchi e la Polonia ha pensato di risolvere la situazione costruendo un muro. Il  presidente del Consiglio europeo, il 10 novembre ha riaperto la discussione sul finanziamento dei muri da parte dell’Unione. “Secondo il servizio legale del Consiglio europeo il finanziamento è possibile”,

Christopher Hein, docente di Diritto e politiche di immigrazione e asilo presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Luiss Guido Carli, e ex direttore del Consiglio italiano rifugiati dice in un’intervista rilasciata all’HP “Certamente c’è la volontà da parte della Bielorussia di premere sull’Unione europea, una mossa che abbiamo già visto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan e prima ancora con la Libia di Muammar Gheddafi: purtroppo, non è nulla di nuovo. - La differenza è che ora ad agire questa strategia è uno Stato membro - [...] Sappiamo che tra le persone bloccate da metà agosto alla frontiera bielorussa ci sono donne afghane con bambini. Dov’è la coerenza dell’Unione europea, che si straccia le vesti per i diritti delle donne afghane, per poi respingerle alla frontiera? L’Unione europea non può mettersi a finanziare muri e fili spinati attorno alle sue frontiere esterne. Qui si parla di costruire un muro per bloccare persone che intendono chiedere la protezione internazionale: è un atto illegale”. Il che andrebbe evidentemente contro la Convenzione di Ginevra per i rifugiati. L’altra azione dell’Europa, schiacciata sulle minacce polacche da una parte e da quelle biellorusse dall’altra, è di far in modo di diminuire i voli del ponte aereo bloccando i potenziali rifugiati nei loro paesi d’origine. Il problema, oltre che essere umanitario, è tutto geopolitico, si tratta di una strategia messa in campo da Lukasenko atta a farlo tornare ad essere un interlocutore valido nel panorama dell’Est Europeo, e cosa questo significa essendo sostenuto da Putin. Inoltre, rientrano motivazioni economiche, dato che c’è in gioco la costruzione di un gasdotto che arriverebbe da nord e che andrebbe a togliere importanza al gasdotto biellorusso che in parte rifornisce l’Europa. Proprio rispetto alla questione del gas, Lukasenko ha minacciato di tagliarne le forniture, pur sapendo di non essere il diretto fornitore dell’Europa, che è Putin, ma proprio in questo frangente la Germania ha iniziato ad aprire un canale di comunicazione con lui. Da un lato se i numeri dei profughi rimangono questi non sarebbe impossibile smistarli in Europa e dall’altro lato la crisi energetica è già in atto. Alla base della gestione delle migrazioni tra l’UE e il resto del mondo continua ad esserci l’utilizzo dei migranti come arma per qualcos’altro, com’era successo con la Turchia di Erdogan e con la Libia di Gheddafi.

Di seguito riprendiamo la trasmissione di Radio Blackout con Cosimo Caridi, giornalista free-lance che è appena tornato dal confine.

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La dichiarazione dello stato di emergenza in Cile e in Ecuador è il miglior esempio del fallimento delle cosiddette democrazie. In Ecuador succede dopo che i Pandora Papers hanno rivelato che il presidente Guillermo Lasso ha dei conti nascosti in paradisi fiscali e protegge militari e poliziotti da qualsiasi azione giudiziaria per le loro azioni.

Di Raúl Zibechi

In Cile, il presidente Sebastián Piñera invia soldati, carri armati ed elicotteri da guerra in territorio mapuche, per fermare il recupero di terre da parte del movimento. Questo fatto si verifica mentre la Convenzione Costituente si riunisce per redigere un testo che superi la Carta ereditata dal regime di Pinochet. La cosa più discutibile è che la maggioranza di sinistra della Costituente, i movimenti sociali che ne fanno parte e il settore dei popoli originari che hanno deciso di partecipare hanno fatto solo qualche dichiarazione senza prendere nessuna misura energica contro lo stato di emergenza.

Mesi fa ho detto che la Costituente avrebbe potuto essere la tomba dei movimenti (https://bit.ly/3C0mHuT). Mi sbagliavo. In realtà, la lotta popolare sta mostrando i limiti del processo avviato nel novembre 2019 per dirottare verso le istituzioni la lotta di strada. Il 12 ottobre, la Comunità autonoma di Temucuicui ha diffuso un comunicato in cui descrive la realtà nei termini più chiari. “È la dimostrazione oggettiva del fallimento della Convenzione Costituzionale e dei seggi riservati, nel cui contesto la lotta storica del popolo mapuche è stata relativizzata e ridotta a un’astrazione di popoli; ora, nel pieno della discussione e della proclamazione dello Stato plurinazionale, sono state dichiarate ufficialmente la militarizzazione e la continuazione del genocidio di cui il popolo mapuche è stato storicamente vittima” (https://bit.ly/3mVgTw8).

In un comunicato del 16 ottobre, il Coordinamento Arauco Malleco ribadisce la sua linea storica di “recupero delle terre basata sul controllo del territorio e sulla trasformazione di quei luoghi in modo tale da recuperare spazi vitali per la vita mapuche” (https://bit.ly/3jl8eT0). 

Il testo, firmato da decine di comunità, aggiunge che “il nemico è il grande capitale estrattivista inserito nei nostri territori e non le chiese, né la comune popolazione contadina”, e osserva che la militarizzazione imposta da questo governo fascista risponde alla sostanziale intensificazione del processo di recupero politico e territoriale.

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Di fatto, la dichiarazione dello stato di emergenza mira a frenare il recupero di terre che si è moltiplicato negli ultimi due anni. Infatti, nei primi mesi del 2021 sono state occupate cinque volte più tenute agricole rispetto all’anno precedente, e la mobilitazione del popolo mapuche non fa che ampliarsi.

Possiamo trarre alcune conclusioni da questa deriva dello Stato del Cile, dalla paralisi della Costituente e dalla persistenza delle comunità autonome.

La prima è che il governo di Sebastián Piñera e lo Stato non trovano altre risorse se non quella di ripetere e intensificare la militarizzazione per risolvere un conflitto storico. A medio e lungo termine, non raggiungeranno i loro obiettivi, come sta accadendo ogni volta che compiono atti di repressione. Al contrario, otterranno che crescano il sostegno e la solidarietà nei confronti del popolo-nazione mapuche.

La seconda è il fallimento della Convenzione Costituente. Da un lato, è paralizzata dalla destra e dall’estrema destra che cercano il suo fallimento. Ma soprattutto è paralizzata dalla debolezza di quei costituenti che fanno parte della sinistra e dei movimenti sociali, che non riescono a prendere misure drastiche, almeno altrettanto radicali quanto la decisione del governo di inviare l’esercito in territorio mapuche.

Piñera ha seguito l’onda dei camionisti che hanno paralizzato il traffico nel sud e che esigono misure contro l’incremento del sabotaggio mapuche dei trasporti. Un sindacato di estrema destra, che vive della spoliazione del territorio da parte del modello estrattivo delle grandi piantagioni di pini per l’esportazione.

Ma il fallimento della Convenzione è anche la sconfitta della grande manovra per ricondurre la lotta nelle strade all’ovile delle istituzioni, uno sforzo in cui si è distinto Gabril Boric, il candidato della sinistra alla presidenza nelle prossime elezioni di novembre. A rigor di termini, Boric ha tradito la lotta di milioni di persone contro il modello post-Pinochet, dal momento che ha firmato un Accordo per la Pace Sociale e una nuova Costituzione senza consultare nemmeno il suo stesso partito.

La terza conclusione è quella fondamentale: come dimostra l’ampia mobilitazione del 18 ottobre, nel secondo anniversario della rivolta, ampi settori della gioventù cilena stanno ricominciando a scendere in strada per esprimere il loro rifiuto del neoliberismo militarista cileno. Ci sono stati due morti, ma Boric ha condannato fermamente i danneggiamenti, i saccheggi e gli scontri (https://bit.ly/3G1gT6L). 

È chiaro che se diventerà presidente continuerà con l’estrattivismo, continuerà a militarizzare il territorio mapuche e reprimerà con la stessa durezza coloro che continueranno a dimostrare per le strade.

22 Ottobre 2021

La Jornada

Traduzione a cura di Camminardomandando.

tratto da Comune-info

 

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