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Articoli filtrati per data: Tuesday, 16 Novembre 2021

Ad accogliere la carovana curda per la libertà, lo scorso venerdì al porto di Napoli, anche Nicoletta Dosio, una dei volti più noti del movimento No Tav della Val di Susa: “Con il popolo curdo sentiamo di avere tanto in comune: la difesa della bellezza e della natura, l’affermazione di una socialità dal basso, l’autogestione delle comunità e l’importanza del ruolo della donna”

L’arrivo della carovana per la libertà al porto di Napoli (Foto: Chiara Cruciati)

di Chiara Cruciati

Roma, 15 novembre 2021, Nena NewsNena News – Intervista a Nicoletta Dosio, realizzata lo scorso venerdì in occasione dell’arrivo della carovana curda per la libertà al porto di Napoli.

Leggi l’articolo pubblicato su il manifestoil manifesto:

Ad accoglierli hanno trovato centinaia di persone, sul molo Pisacane del porto di Napoli. Un po’ di pioggia, bandiere curde e quelle rosse di Rifondazione comunista e una canzone, Bella ciao, intonata mentre scendevano la scaletta della barca, addosso una maglietta nera con il volto del leader del Pkk, Abdullah Ocalan. A mezzogiorno sono sbarcati in Italia i 40 partecipanti alla carovana per la libertà, intellettuali, politici, artisti curdi e di svariati paesi del mondo, partiti da Atene l’8 novembre.

Un’iniziativa che a Napoli è stata coordinata da Rete Kurdistan Meridione e che cade a 23 anni dall’arrivo di Ocalan in Italia. Partì dalla Grecia, come la carovana, in cerca di asilo politico in terra italiana. Pochi mesi dopo sarebbe stato catturato a Nairobi, con quella che è stata definita «un’operazione di pirateria internazionale», dai servizi segreti turchi, principio della lunga prigionia che ancora oggi lo costringe nell’isola-prigione di Imrali.

È a Ocalan che era rivolta l’iniziativa della carovana. A lui e alla quotidianità affrontata nei quattro angoli del Kurdistan dal progetto di confederalismo democratico sorto dalla sua teorizzazione, sotto attacco della Turchia ormai da anni. Sotto diverse forme: l’occupazione militare-jihadista del cantone curdo-siriano di Afrin e dell’est del Rojava, la campagna di attacchi con i droni contro il campo profughi di Makhmour e la regione di Shengal, in Iraq, e infine i bombardamenti continui contro le montagne di Qandil, rifugio della leadership politica del Pkk e della sua resistenza armata.

Di questo parla al manifesto Yuksek Koc, co-presidente del Congresso popolare dei curdi in Europa, a bordo con ex deputati e deputate dell’Hdp, oggi in esilio: «Il nostro obiettivo è attirare l’attenzione sui crimini che la Turchia compie in Kurdistan. Una guerra sporca che si serve di ogni mezzo e tecnologia con il sostegno di Usa e Russia. Lo Stato turco pensa di uscire dalla propria crisi, di ricostruire la propria grandezza, distruggendo la nostra esperienza, anche usando armi chimiche, proibite, contro i villaggi e i civili».

«Chiediamo di cancellare il Pkk dalla lista dei gruppi terroristici, per togliere alla Turchia ogni copertura politica. Chiediamo a tutte le città d’Italia e d’Europa di concedere a Ocalan la cittadinanza onoraria, come ha fatto Napoli».

In attesa di incontrare il neo-sindaco Manfredi, al molo c’erano due presidenti di municipalità, Alessandro Fucito e Nicola Nardella, che hanno ricordato il percorso che ha condotto a quella cittadinanza «su spinta dei movimenti politici e sociali» perché «la battaglia del popolo curdo è quella di noi italiani e napoletani, per la libertà».

Dal porto si è mosso il corteo, ha attraversato il centro di Napoli fino a piazza del Plebiscito. È davanti al palazzo della prefettura che il piccolo camion che guidava la marcia, con musiche e slogan, si è fermato mentre i tanti curdi e curde arrivati dal resto d’Italia danzavano al suono delle melodie tradizionali.

A camminare con loro anche Nicoletta Dosio, tra le leader del movimento No Tav della Val di Susa: «Con il popolo curdo abbiamo un legame particolare, alcuni dei nostri giovani sono stati nel Rojava a combattere per la difesa di una popolazione con cui sentiamo di avere tanto in comune – dice al manifesto – La difesa della bellezza e della natura, l’affermazione di una socialità dal basso, l’autogestione delle comunità e l’importanza del ruolo della donna. Anche quella No Tav è una lotta di donne: la violenza sulle donne e sulla natura hanno la stessa origine, la sopraffazione dell’essere umano su altri esseri umani».

«Per questo chiedo la liberazione di Ocalan e di tutti i detenuti – continua – Io ho provato il carcere, ho visto come nella prigione il sistema nasconde le proprie colpe. È un luogo da cui ci si salva solo collettivamente. Io non sono per migliorare la situazione nelle carceri ma per abolirle». Uno dei pilastri del confederalismo democratico in atto nella Siria del nord-est, che ha tra i suoi punti il totale stravolgimento del sistema penale.

Il carcere perimentato anche da Ertugrul Kurkcu, presidente onorario del Partito democratico dei popoli (Hdp). Al Cinema Modernissimo, dove nel pomeriggio la carovana ha incontrato centinaia di persone, corre veloce tra le tappe della sua vita: «Ho 74 anni, sono turco e sono comunista. Provengo dai movimenti rivoluzionari turchi, dalla lotta armata e la prigione. Ad Ocalan la nostra esperienza ha dimostrato che era possibile ribellarsi. Lui ha messo in comune quell’esperienza con quella del popolo curdo. La lotta nazionalista curda è così uscita dalla dimensione tribale per divenire universale. Ha rivoluzionato sia i movimenti rivoluzionari turchi che la lotta del popolo curdo».

Per l’occasione è stato lanciato il sito freeapo.orgfreeapo.org, un’iniziativa del media center di Rete Kurdistan, con video, timeline e approfondimenti.

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Una virata di 180 gradi. Così anticipa con gaudenza La Stampa di Torino nella sua edizione locale. La Torino Lione alta velocità o meglio TELT, la società incaricata della realizzazione, tornano nell’agenda della città di Torino e nel governo della città metropolitana.

Un posto nei sogni o sarebbe meglio dire nelle ossesioni della nuova giunta Lo Russo. Mentre a Torino non emerge nessuna vera visione di futuro, che non sia l’ossessivo ritorno del futile (di nuovo la storia delle Olimpiadi? Ma davvero?) e la città affonda tra povertà, malagestione della cosa pubblica e persino calo demografico, il neosindaco non ha di meglio da fare che spendersi in una marchetta per Telt. D’altronde l’inutilità dell’Osservatorio è ormai conclamata da tempo. Eppure la campagna elettorale è stata ricca di richiami alla crisi climatica e vari strizzamenti d’occhio ai giovani che lottano per un futuro sostenibile. Come reagiranno a questa presa di posizione quelle figure che oggi siedono dentro la maggioranza in comune, ma che si sono dichiarate No Tav e magari nel tempo hanno anche partecipato alle lotte in valle?

Una vera e propria bomba ad orologeria innescata tra i banchi della sala Rossa dove gli equilibri tra le anime ambientaliste e quelle “cantieriste” sono quanto mai instabili. 

E sì, perchè con l’incubo che vincesse la “destra” a “sinistra” di tutto si è fatto e detto. Sinistra ecologista, le varie sinistre satelliti, tutti a sostenere con ogni possibile distinguo e premessa Lo Russo. Adesso si tratta di contare, se veramente non si è succubi al progetto di devastazione dei territori e di cementificazione di cui il sindaco si fa evidentemente portatore volentieri. 

Nulla di scontato per il neo sindaco che in continuità con i suoi predecessori ha scelto una linea “sprint” per affrontare i grandi investimenti e le grandi predazioni di denaro pubblico a discapito dell’ambiente e in favore della lobby delle costruzioni.

Questo inizio di mandato in città sembra sempre di più un appello a chiamata dei grandi potentati che in una prima battuta hanno visto il neo sindaco scattare sugli attenti e serrare i tacchi gradando “Presente!”.

Ora la storia e l’onestà delle persone ci diranno quanti insieme al rampollo della dinastia PD torinese grideranno “presenti!” di fronte alle vecchie e nuove speculazioni.

Qualcuno ha dei pronostici? La lunga storia del movimento No Tav ci dice che non ci sono governi amici. Saremo smentiti questa volta?

Da notav.info

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Levante: su Radio Onda d’Urto arriva una nuova rubrica, dedicata all’Asia orientale.

Ogni terzo lunedì di ogni mese, all’interno della trasmissione “C’è Crisi” (14.30 – 15.15), dedicheremo uno spazio ad approfondire le principali notizie e gli scenari dell’estremo Est, grazie alla collaborazione di Dario Di Conzo, dottorando alla Scuola normale superiore di Pisa, dove si occupa in particolare di political economy della Cina.

Nella puntata di lunedì 15 novembre 2021 ospite dei microfoni di Radio Onda d’Urto Lorenzo Lamperti, direttore editoriale di China-files.comChina-files.com e collaboratore, tra gli altri, de Il Manifesto e de La Stampa.

Due gli argomenti trattati: la fine del sesto plenum del Partito comunista cinese e le tensioni crescenti attorno a Taiwan – Taipei, in vista del vertice online tra il presidente statunitense Joe Biden e il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping.

La prima puntata di Levante, dedicata all’Asia orientale, andata in onda lunedì 15 novembre 2021 su Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Qui la prima parte.

Di Stefano Portelli e Marco Peverini, con la collaborazione di Victor Serri, Simone Tulumello, sam

Da Napoli Monitor

LA BATTAGLIA TRA SPAGNA E CATALOGNA È ANCHE SULLA CASA 
In nessuna regione europea i sindacati per la casa sono così forti come in Catalogna. Forse anche perché l’offensiva immobiliare è qui particolarmente violenta – un terzo delle case in affitto della città sono proprietà di fondi speculativi o grandi proprietari. In una regione che ha più di trentamila case vuote – trenta volte la lista di attesa per le case di emergenza –, tra gennaio e giugno di quest’anno ci sono stati circa quattromila sfratti. Il corpo antisommossa dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, è intervenuto in ben centocinquantatré casi, a volte senza neanche la richiesta del Tribunale. Ci sono stati sfratti con dieci, dodici furgoni carichi di poliziotti, e le attiviste per la casa sono state spesso denunciate per resistenza o addirittura per “pressioni” nei confronti della proprietà – oltre a subire continue multe da parte del comune di Barcellona per i picchetti, anche con la scusa delle norme anti-Covid.

Anni di lavoro politico di base da parte dei collettivi anti-sfratto dei diversi quartieri di Barcellona e delle altre città catalane – i cosiddetti Sindicats d’habitatge – hanno finalmente dato il loro frutto: nel 2020 il Parlamento catalano, a maggioranza indipendentista, ha approvato una legge per la casa molto radicale, che prevede un limite massimo dei canoni d’affitto nelle zone ad alta pressione immobiliare. La legge era tutt’altro che perfetta, come abbiamo spiegato in un articolo precedente, ma rappresentava un passo avanti fondamentale nella tutela del diritto alla casa, in particolare nel Sud Europa, dove le politiche abitative sono tradizionalmente deboli. La Catalogna diventava la prima regione di quest’area geografica ad avere reintrodotto un freno agli affitti dopo le liberalizzazioni selvagge degli anni Novanta. Ma la regolamentazione catalana è stata fortemente osteggiata dal Partito socialista, al governo nello stato centrale e alleato principale della sindaca di Barcellona. Durante la campagna elettorale i socialisti avevano ceduto alle pressioni di Podemos, promettendo una riforma della legge sulla casa, ma per anni si erano rifiutati di agire in questo senso; durante l’estate hanno addirittura presentato un ricorso al Tribunale Costituzionale contro la legge catalana sugli affitti.

Dopo l’estate, con incredibile trasformismo, lo stesso governo centrale del socialista Pedro Sánchez che provava ad affossare il controllo degli affitti in Catalogna, ha varato una nuova legge statale sulla casa. Ma l’apparenza progressista delle misure previste maschera la loro sostanziale inutilità. La legge non prevede di controllare gli affitti, ma permette alle amministrazioni comunali di richiedere al governo il permesso di calmierare i canoni, attraverso complesse procedure che richiedono almeno quattro anni di burocrazie: quattro anni di respiro per la grande proprietà. L’intervento proposto in alternativa al controllo degli affitti è un sussidio di 250 euro mensili per i “giovani” (18-35 anni) in difficoltà con l’affitto. La ministra Raquel Sánchez ha annunciato che ci sono in tutto duecento milioni di euro disponibili all’anno, quindi al massimo potranno beneficiarne settantamila persone: ma i potenziali richiedenti di questo sussidio, i “giovani” censiti con meno di 25 mila euro di reddito nel 2019, erano cinque milioni. L’aiuto arriverà al massimo al 2% di questi. Inoltre, mentre i sussidi all’affitto previsti dalla legge catalana erano percentuali dei canoni e del reddito, la legge spagnola promette un tetto massimo per tutti: ma 250 euro hanno un impatto diverso a Lugo in Galizia, dove il prezzo medio dell’affitto è 363 al mese, e a Barcellona, dove se ne pagano 900. In breve: la legge spagnola non avrà alcun effetto rilevante sugli sfratti e sugli aumenti degli affitti, ma annullerà anche delle regolamentazioni locali progressiste, come la misura del comune di Barcellona che prevedeva un 30% di appartamenti pubblici per ogni nuova costruzione importante. La legge spagnola rende opzionale questa misura, e i costruttori hanno già detto che non hanno nessuna intenzione di applicarla. Pur se lodata dai commentatori italiani, come sempre, la nuova Ley de Vivienda sembra soprattutto uno strumento propagandistico per annullare le conquiste del controllo affitti catalano.

A questa nuova offensiva del complesso finanziario-immobiliare si somma un altro dramma: l’aumento vertiginoso del prezzo dell’energia, deciso dall’oligopolio delle compagnie elettriche. La Spagna è il paese europeo dove l’incremento globale del prezzo dell’energia ha avuto maggiore ripercussione sulle bollette, aumentate del 44% in un anno. Il governo “più progressista della storia” rispondeva alla nuova crisi con un piano di shock che in pratica riduce le tasse dei consumatori in bolletta; quindi trasferisce dall’erario pubblico le risorse che garantiscono i colossali nuovi profitti delle compagnie energetiche. Ancora una volta, sono state le reti di protesta di base e i sindacati abitanti a rispondere efficacemente: oltre a diffondere tutorial video per bloccare i contatori della luce, il 6 novembre hanno organizzato manifestazioni in trenta città, tra cui una molto grande a Barcellona.

LISBONA, L’ONU PER LA PRIMA VOLTA SOSPENDE UNO SFRATTO 
Chi conosce Lisbona e la sua area metropolitana ha visto come negli ultimi anni nei suoi quartieri si siano dispiegate tutte le forme possibili della gentrificazione – dagli affitti brevi nei quartieri del centro storico (come AlfamaMouraria Graça), alla “riqualificazione” delle zone auto-costruite con l’espulsione di massa delle popolazioni afro-discendenti, alla promozione attiva del “degrado” nella città vecchia di Barreiro, fino alla pura speculazione finanziaria, guidata per esempio dagli incentivi fiscali per i fondi immobiliari. Di fronte allo svuotamento a ritmi vertiginosi del centro storico e della prima cintura periferica, è cresciuto il movimento per la casa. Tra gli attori cruciali c’è il collettivo e associazione Habita, che è riuscito a portare la questione degli sfratti e delle espulsioni al centro del dibattito pubblico.

Dalla “Carovana per il diritto alla casa” organizzata da una decina di collettivi di base e che a settembre 2017 ha visitato quindici città (anche nelle Azzorre!), alla grande manifestazione nazionale Rock In Riot contro gli sfratti nel 2018, fino alla pressione sul governo durante il lockdown perché la crisi abitativa fosse considerata parte della crisi sanitaria, il movimento è stato in grado di costruire una narrazione unitaria che ha fatto breccia anche nelle politiche pubbliche. Queste mobilitazioni hanno reso la questione della casa un tema così importante, che il nuovo PNRR portoghese ha destinato oltre un miliardo di euro alla costruzione di alloggi per chi vive in condizioni abitative precarie, inclusi i quartieri di auto-costruzione. Il riconoscimento del problema – completamente assente nel PNRR italiano, nonostante la forza molto maggiore dei collettivi che si battono per il diritto alla casa rispetto a quelli portoghesi – è sicuramente un risultato; anche se le soluzioni previste per rialloggiare gli abitanti passano ancora per forme di promozione immobiliare finanziarizzata.

Una buona notizia è che finalmente anche in Portogallo la richiesta fondamentale dei movimenti per la casa, cioè che non ci siano sfratti senza alternative dignitose, ha visto il riconoscimento dell’Alto Commissariato ONU ai Diritti UmaniHabita infatti è stata la prima organizzazione della società civile portoghese a segnalare all’ONU la violazione del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, come in Italia hanno fatto le attiviste della campagna Sciopero degli Affitti fin da maggio scorso. Così una donna di 78 anni con un figlio disabile a carico ha ottenuto la sospensione dello sfratto. Come in Italia, ora bisognerà vedere quale risposta daranno le autorità portoghesi alla richiesta ONU, e se il coinvolgimento di un’istituzione sovranazionale servirà solo a tamponare alcuni casi, o porterà invece a un’inversione di tendenza sulle politiche abitative, indispensabile per evitare nuove violazioni dei diritti fondamentali.

LA SCOZIA VERSO IL CONTROLLO DEGLI AFFITTI
Nel 2016 il parlamento scozzese ha introdotto la possibilità di riconoscere delle Rent Pressure Zones ad affitto calmierato, prendendo atto che in alcune zone l’affitto sta aumentando troppo velocemente. La misura è stata accolta con soddisfazione da molti commentatori: il controllo sugli affitti in Scozia è stato in vigore per quasi tutto il ventesimo secolo ed è stato rimosso dalle liberalizzazioni di Margaret Thatcher. Questa misura aveva una storia gloriosa: durante la prima guerra mondiale, a Glasgow, seconda città industriale del Regno Unito, i proprietari immobiliari approfittarono dell’assenza degli uomini mobilitati al fronte o comunque soggetti alla legge militare, per alzare arbitrariamente gli affitti e sfrattare le donne alla prima morosità. Ma la sindacalista Mary Barbour creò un’associazione femminile per la casa, la Glasgow Women’s Housing Association, che dal 1915 organizzò grandi picchetti antisfratto e un colossale sciopero dell’affitto a cui aderirono ventimila famiglie, interamente condotto da donne. Il controllo degli affitti fu introdotto per fermare lo sciopero e fu una delle prime misure di questo tipo in Europa.

Un secolo dopo, la richiesta è la stessa: case popolari e affitti bloccati. Le Rent Pressure Zones sono state proclamate ma non applicate e il sindacato inquilini scozzese Living Rent chiede che si introduca una vera legge per il controllo degli affitti. Influenzati anche dalla ricerca del geografo Tom Slater, che ha smontato i miti negativi sul rent control (per esempio, l’idea che ridurrebbe l’offerta di case, perché i promotori non troverebbero conveniente costruire e i proprietari non vorrebbero affittare), gli attivisti e le attiviste chiedono un controllo affitti basato sul modello olandese, lo stesso che ispira le richieste del controllo affitti a Berlino e in Svezia: a ogni casa si assegna un punteggio basato sulla qualità della costruzione e dello stato di manutenzione, e gli aumenti possono avvenire solo se ci sono miglioramenti nella manutenzione. Il prezzo massimo degli affitti, comunque, non deve superare un quarto del salario, prevedendo multe per i proprietari che non lo rispettano.

La campagna di Living Rent ha dato frutti già quest’estate: la coalizione di governo tra i Verdi e il partito nazionalista scozzese ha introdotto il rent control nel suo programma. Così, tra gli obiettivi del governo c’è – oltre al referendum sull’indipendenza della Scozia – la promessa di “implementare un sistema nazionale efficace di controllo sugli affitti, migliorare i diritti degli inquilini e consegnare 110 mila case popolari entro il 2032”. Per il momento, non abbiamo notizie sull’andamento di questi propositi; senza dubbio essi dimostrano che un lavoro di base sostenuto e deciso può dare frutti anche in tempi brevi.

CONCLUSIONI
L’ultimo fine settimana di ottobre, mentre Roma veniva militarizzata per l’incontro del G20, la rete Soluzioni abitative di Pisa occupava un conventooccupava un convento del 1200. Appena ristrutturato e pronto a diventare una residenza per studenti facoltosi (come quasi tutti gli studentati italiani), l’ex convento ha ospitato decine di collettivi in lotta contro gli sfratti e la finanziarizzazione della casa in tutta Italia. Grazie al silenzio e alla bellezza di questo spazio, normalmente riservato a conversazioni molto diverse, si è aperto un dialogo politico molto vivace tra attiviste e attivisti di MilanoTorinoPaviaParmaPratoRoma, e naturalmente Pisa, dove il quartiere di case popolari di Sant’Ermete è entrato nel suo quinto anno di sciopero dell’affitto contro il pessimo stato di manutenzione delle case e dei servizi. L’incontro, chiamato Casematte, mirava proprio a mettere in rete le conoscenze sviluppate dalle diverse reti territoriali, per portarle a un livello di mobilitazione più alto, anche attingendo alle esperienze sviluppate fuori dall’Italia. Picchetti antisfratto, blocchi delle strade, manifestazioni, sciopero degli affitti e delle bollette, ricorsi all’ONU per il diritto alla casa, sono alcune delle pratiche di cui si è discusso, sempre all’interno di un orizzonte più ampio: non solo per difendere il poco che rimane, anche per riprendere quello che è stato tolto.

Nel rifarci alle esperienze internazionali che abbiamo visto qui sopra, non dobbiamo essere ingenui. A differenza di Germania e Austria, per esempio, in Italia oltre il 70% delle famiglie figura come “proprietaria” di un’abitazione, anche se questo numero comprende i titolari di un mutuo, quindi persone indebitate con le banche che hanno acquistato le case in cui vivono. Inoltre, in Italia non ci sono “città-stato” come Vienna e Berlino; e a differenza della Catalogna e della Scozia, nessuna regione italiana ha l’autonomia sufficiente a regolamentare le locazioni private. La responsabilità delle politiche abitative qui è soprattutto in mano al governo centrale, sostenuto per la maggior parte da proprietari, la cui priorità è detassare e finanziare la proprietà e l’industria delle costruzioni, non certo sostenere i più poveri. Lo dimostrano le ingenti risorse destinate senza battere ciglio al Superbonus 110%, da cui traggono beneficio i proprietari immobiliari, a fronte del malsano dibattito sul reddito di cittadinanza grazie al quale milioni di persone riescono a pagare l’affitto.

Gli inquilini e le inquiline, che nel dopoguerra erano la metà della popolazione, oggi in Italia sono poco più di un quinto del totale, anche se il quinto dove si concentrano la povertà e il rischio di povertà, come documentano ormai anche fonti istituzionali. Quello che nel 1970 Valentino Parlato aveva chiamato “il blocco edilizioblocco edilizio” – un compatto fronte di interessi che fa quadrato intorno alla liberalizzazione del mercato e alle politiche pubbliche di incentivi alla proprietà e alla speculazione – è oggi più forte che mai e gode di appoggi internazionali enormemente potenti. Anche l’informazione in Italia è succube delle priorità del blocco edilizio. I media italiani spesso appartengono direttamente a costruttori e promotori immobiliari, oppure sono riccamente finanziati dagli stessi; per questo tacciono sulla crisi abitativa più importante dal dopoguerra, spostando l’attenzione su argomenti di paglia che servono solo a legittimare gli sfratti: i “furbetti” che vivono nelle case popolari senza averne diritto o i vecchietti a cui viene occupata la casa quando vanno dal medico. Non aiuta neanche che l’Italia sia uno dei pochissimi stati dell’Ue senza una NHRI, cioè un organo nazionale di vigilanza sui diritti umani.

Non bisogna però neanche essere disfattisti o rassegnati. Il miglior regalo che possiamo fare alla finanziarizzazione è credere che “non c’è alternativa”, il pilastro che sostiene l’intero sistema neoliberale. Forse nessun paese europeo, con l’eccezione della Spagna, ha così tanti collettivi e reti di difesa dei quartieri, e una storia così lunga e importante di scioperi dell’affitto, autoriduzioni delle bollette, picchetti di solidarietà contro gli sfratti, occupazioni abitative e sociali, e organizzazioni sindacali in difesa del diritto alla casa. Queste strutture sono sicuramente disperse sul territorio e nello spettro politico, a volte sono anche preda di conflitti interni e personalismi; ma sono perfettamente in grado, al bisogno, e come si è visto a Pisa, di collaborare, scambiarsi informazioni, dati, tattiche, progetti e materiali. Un libro recentissimo di Rodrigo Nunes affronta proprio la questione dell’efficacia delle reti diffuse, di cui si dice sempre che devono “organizzarsi”, ma spesso si cade nell’errore di immaginare questa organizzazione come una struttura partitica o sindacale novecentesca, verticale e gerarchica, come se questa fosse l’unica alternativa alla dispersione delle energie e all’irrilevanza che ne consegue. Anche questa è un’alternativa infernale, come quelle che ci hanno attanagliato durante la pandemia.

L’organizzazione che può contrastare il disastro sociale della finanziarizzazione e delle Nuove Grandi Recinzioni, restituendo al popolo quello che è del popolo, già esiste. A volte non la vediamo, come tutte le cose importanti; non è “né orizzontale né verticale”, come nel titolo del libro di Nunes; non è centralizzata, ma neanche così caotica come a volte sembra dall’esterno; non è in mano a pochi eletti, ma neanche completamente in balìa del vento. È la rete diffusa, fluida ma organizzata, che tiene insieme gli individui, i collettivi e le sigle sindacali che hanno fermato gli sfratti in questi mesi, a Roma come in tante altre città d’Italia. Non ha un nome, ma ha nodi ben precisi; chi ne fa parte, con misure e dosi diverse di impegno, ha imparato a rispettare le specificità degli altri, ritirandosi dai conflitti potenzialmente più distruttivi, ma senza obbligare nessuna persona a sottostare alle regole altrui; sta riuscendo a ridare forza a persone rassegnate, a mettere in circolazione le intuizioni più avanzate sullo stato dell’economia finanziaria, adattandole alle enormi diversità dei contesti locali; a collegare le richieste delle più alte istituzioni internazionali con le necessità dei settori più marginali ed esclusi del territorio urbano; a sfruttare i social media per ampliare la circolazione delle idee e delle notizie, ma senza farsene fagocitare; a connettersi con altre mobilitazioni contro la repressione, contro la distruzione degli ecosistemi, contro l’ingerenza corporativa in altri aspetti della vita pubblica; e a mantenere sempre una direzione chiara e collettiva per fermare la svendita delle città, la speculazione immobiliare, gli sfratti e gli sgomberi. Questa è la forza collettiva che sta già montando, come un rampicante o un ecosistema ostile, contro lo specchio deformante della finanziarizzazione. Quanto più si avvicina all’obiettivo, più lo specchio cerca di disperderla, riflettendo immagini fittizie e fuorvianti. Ma al momento dell’impatto, sarà lo specchio ad andare in mille pezzi.

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"A VOLTE LA STORIA HA BISOGNO DI UNA SPINTA...

 

La storia incomincia il 16 novembre del 1996, quando con un corteo studentesco autorganizzato, i compagni e le compagne autonome si staccarono da una manifestazione istituzionale per “liberare” l’ex Asilo degli Gnomi, in corso Regina Margherita 47. Occupammo uno stabile abbandonato da anni, che già precedentemente nel 1987, il Collettivo Spazi Metropolitani (che poi fondò il Csa Murazzi), occupò per un breve periodo.

Il primo striscione che mettemmo sulla facciata del centro sociale recitava "Spazi al quartiere per i bisogni collettivi" e fu quello il motto che caratterizzò la nostra attività: aprimmo il giardino al quartiere, rendendolo vivibile per tutti ed ancora oggi, in convivenza con l'asilo nido, è e rimane uno spazio verde di Borgo Vanchiglia.

Non riusciamo con facilità ad elencare i momenti più importanti che sono stati vissuti in questi anni perché ogni attimo, è stato vissuto insieme con passione, impegno e dedizione, e tutte le iniziative sono state importanti.

Non possiamo però dimenticare il 1 maggio del 1999, periodo di guerra per l'Italia, che costò la vendetta delle forze dell'ordine per aver osato disturbare una parata ignobile, nel giorno della festa dei lavoratori, dei partiti della sinistra istituzionale al governo impegnati nella guerra dei Balcani.

Non possiamo non ricordare le centinaia di compagni e compagne che hanno reso l'Askatasuna quello che è oggi, anche nei momenti più difficili, quando sembrava di stare " chiusi in una stanza come Visone e i suoi durante la Resistenza".

Sono passati diversi sindaci in questi anni, sono centinaia le richieste di sgombero, eppure l’agire politico li ha portati dove sono oggi, a testa alta, senza scendere mai a compromessi con nessuno.

Siamo partiti chissà quante volte con il furgone dell'amplificazione dall'Askatasuna per centinaia di manifestazioni: in cordone, ballando, con la gioia e con la rabbia, e siamo poi sempre ritornati alla base con qualcosa in più, con la soddisfazione di non aver mai avuto rimorsi.

Askatasuna è una parola basca, lingua di un popolo fiero, e significa libertà, e per questo uno spazio sociale non poteva avere un nome migliore.

 

Guarda “Vanchiglia (Hot Asphalt) - Errico Canta Male”:

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