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Articoli filtrati per data: Monday, 15 Novembre 2021

Riprendiamo questo articolo, diviso in due parti (la seconda la posteremo domani) apparso su Napoli Monitor che riflette sui conflitti determinati dal rapporto tra finanziarizzazione ed abitare in Europa. Buona lettura!

Di Stefano Portelli e Marco Peverini, con la collaborazione di Victor Serri, Simone Tulumello, sam

(disegno di mario damiano)

La sede romana di BNL-BNP Paribas è un palazzo di dodici piani lungo duecentocinquanta metri, tutto ricoperto di vetro, proprio accanto all’area dell’alta velocità della stazione Tiburtina. Si chiama Palazzo Orizzonte Europa, ed è così stretto e diafano che da alcuni punti quasi non si vede. Sull’enorme facciata a specchio si riflette la città intorno – il cielo, la stazione, i treni, il traffico sul ponte, anche le punte dei cipressi del cimitero Verano. Dietro lo specchio ci sono 175 mila metri quadri di uffici; una cisterna d’acqua degli anni Quaranta; una collezione di opere d’arte tra cui un De Chirico e un Guttuso; un asilo nido aziendale, a cui Repubblica ha dedicato più articoli che al palazzo stesso; e forse anche le carte che spiegano come faccia il colosso bancario ad accaparrarsi continuamente pezzi di città pubblica, tra cui gli stessi terreni su cui ha costruito questo palazzo. Proprio nel periodo dell’inaugurazione, intorno al 2018, BNP-Paribas era riuscita ad appropriarsi anche di un “portfolio” di appartamenti ex pubblici: le case di Enasarco, la cassa previdenziale degli agenti di commercio.

Le diciassettemila case di questo ente previdenziale sono quasi tutte nei quartieri più popolari di RomaTorre Maura, Torrino, Don Bosco, Aurelio, Val Melaina, Gianicolense, e anche Cinecittà Est, Tiburtino Sud, Torre Maura, Tor Tre Teste, San Basilio, Casal Bruciato (si veda qui). Al tempo, questo patrimonio era affittato a circa 50 mila persone, perlopiù di fasce sociali deboli, in affitto concordato con i sindacati inquilini. Tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, infatti, la legge attribuiva agli enti previdenziali pubblici una funzione sociale aggiuntiva rispetto ai compiti istituzionali, prescrivendo di destinare quote consistenti dei propri fondi alla costruzione e gestione di un patrimonio abitativo in affitto calmierato (all’epoca in equo canone) da destinare a persone in difficoltà e fasce sociali protette. Ma nel 2008 lo specchio magico delle cartolarizzazioni ha trasformato Enasarco in una società privata; la sottoscrizione di nuovi affitti è stata bloccata, gli appartamenti sono stati impacchettati in un portfolio e, dopo una fase di prelazione agli inquilini regolari, sono stati conferiti a fondi immobiliari. Il processo di privatizzazione, colossale e diafano come il palazzo di BNP Paribas, che se ne è presi varie migliaia, si chiamava Progetto Mercurio, e prevedeva un ricavato di tre miliardi e mezzo, con un miliardo di profitto.

Così, mentre i dipendenti di BNL-BNP si sistemavano nei loro uffici a inventare nuovi modi per estrarre profitti da persone in difficoltà, vari abitanti delle ex case tutelate ricevevano lettere di sfratto. Tra questi, la signora Modesti, il cui nome sembra di fantasia: nel 2014 aveva perso il lavoro in un bar e non era riuscita più a pagare l’affitto; fu sfrattata, ma con due figli minori sperava di avere abbastanza punti per aspirare a una casa popolare. Dopo qualche mese passato in casa di amici, sempre con una bambina a carico, era entrata in uno degli appartamenti che Enasarco teneva vuoti, cercando subito di negoziare un contratto regolare con l’ex ente previdenziale. Ma il fondo immobiliare BNP Paribas, che ormai gestiva la casa, non le rispose mai, e a inizio 2019 le mandò un ordine di sfratto, chiedendole anche di pagare cinquantamila euro di multa. La procedura di sfratto è stata bloccata dal lockdown, ma è ripartita nell’estate 2021, quando la donna ha anche capito che la Regione Lazio aveva sbagliato le procedure e l’aveva esclusa dalla lista delle case popolari. L’ufficiale giudiziario ha iniziato a bussare ogni mese alla sua porta, ma ogni volta c’era più gente davanti a difenderla dallo sfratto. A settembre è arrivata anche la comunicazione dell’Alto Commissariato ONU ai Diritti Umani, chiedendo la sospensione dell’espulsione finché il Comune non le offrirà una casa dignitosa. Come abbiamo spiegato in un precedente articolo, l’Italia nel 1978 ha sottoscritto il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (PIDESC), il cui articolo 11 afferma che tutti hanno diritto a una casa, e nomina una Commissione che vigila sul rispetto di questo trattato. Ma il comune di Roma dice di non avere soluzioni e il rappresentante di BNP Paribas, un giovane geometra, di fronte all’ufficiale giudiziario ripeteva: «A noi non interessa, la casa è nostra, ci facciamo quello che vogliamo».

Questa è la finanziarizzazione: il continuo gioco di specchi con cui i fondi immobiliari internazionali trasformano tutto quello che abbiamo, tutto quello che serve per vivere, in strumenti di profitto estratto direttamente dai corpi e dagli spazi più vulnerabili. Come nel decennio scorso le compagnie elettriche si presero l’acqua dell’altopiano della Bolivia, le case farmaceutiche attaccarono i brevetti delle piante medicinali amazzoniche, l’agro-business le terre comunitarie del Chiapas, così le Nuove Grandi Recinzioni oggi sbattono in strada uomini, donne e bambini in tutte le città del mondo; a chi prova a criticare si risponde che altrimenti non si fanno abbastanza profitti. Questa era la risposta che gli industriali davano un secolo fa a chi criticava il lavoro minorile: se non mandiamo i bambini in miniera non guadagniamo abbastanza. Oggi la risposta del geometra del fondo BNP-Paribas, ma anche del Comune, della Regione e dello Stato che autorizza lo sfratto, è la stessa: se ci costringono a non sfrattare almeno i bambini, come chiede l’ONU, non si fanno abbastanza profitti.

Di fronte a questa assoluta ristrettezza di vedute da parte dei garanti del welfare, l’alternativa si deve costruire dalla base. Con gli scioperi e le battaglie sindacali del ventesimo secolo si riuscì non solo ad abolire il lavoro minorile, ma a ottenere la giornata di otto ore, le ferie, i contratti regolari e trasparenti: sono conquiste precarie ma importanti della lotta globale contro lo sfruttamento sul lavoro – che anche nei paesi più ricchi non è certo finito, ma non è così selvaggio come un secolo fa. Ora bisogna mettere in campo strumenti analoghi contro lo sfruttamento selvaggio del mercato immobiliare, rivendicando il diritto a una casa, il diritto a rimanere dove si abita, il diritto al quartiere e alla città. Il fulcro del conflitto di classe oggi è incentrato sull’abitare e sulla città, sugli strumenti di riproduzione, oltre che sulla produzione. È per questo che sindacati, comitati e piattaforme per la casa di tutta Europa stanno rivendicando, e a volte ottenendo, forme di tutela collettiva sugli alloggi, come il controllo degli affitti, la creazione di case popolari, il freno agli affitti speculativi e alla gentrificazione, o l’esproprio delle case indebitamente cedute dagli stati ai fondi immobiliari. L’intero continente sta cercando di recuperare il terreno perduto negli anni delle privatizzazioni e della liberalizzazione degli affitti. Vediamo come, e cerchiamo di capire come muoverci anche in Italia.

IL REFERENDUM PER L’ESPROPRIO A BERLINO
Berlino è una delle città europee con la maggiore percentuale di popolazione in affitto, e fino a pochi anni fa i canoni erano rimasti bassi. Ma l’effetto combinato delle politiche pubbliche di privatizzazione (tra il 1990 e il 2016 gli alloggi pubblici sono passati dal 28% al 18% del totale) e dell’offensiva del complesso finanziario-immobiliare, che si è concentrato soprattutto sul mercato degli affitti, ha fatto salire di molto i prezzi degli affitti privati. Tra il 2011 e il 2018 il canone medio è salito del 65%, arrivando a 10,70 €/m2, e in un decennio è raddoppiato (+104%). Alcuni comitati per il diritto alla casa nell’ottobre 2020 erano riusciti a far passare una legge regionale che istituiva il Mietendeckel, un limite massimo agli affitti nelle zone particolarmente colpite dalla gentrificazione. Ma il tribunale federale ha annullato la legge, sostenendo che una misura del genere non poteva essere di competenza di un’autorità locale.

Invece di rassegnarsi, le attiviste e gli attivisti per la casa hanno alzato la posta: niente controllo degli affitti? Allora vogliamo l’esproprio. Il referendum Deutsche Wohnen & Co. Eintegnen, per la rinazionalizzazione delle proprietà immobiliari superiori ai quattromila appartamenti, e in particolare delle cinque compagnie (tra cui Deutsche Wohnen e Vonovia) che hanno acquisito circa 240 mila ex case popolari, è stato preceduto da una campagna di manifestazioni, assemblee pubbliche, video esplicativi, e da una delle più grandi raccolte di firme nella storia della città. Anche la data fissata ha aiutato: il 26 settembre 2021, infatti, si votava anche per le elezioni politiche, così molti berlinesi hanno preso parte alle votazioni, che hanno superato di molto il quorum previsto. Purtroppo si tratta di un referendum non vincolante, e la nuova sindaca – a parole socialdemocratica – ha già affermato di essere contraria (sarebbe da chiedersi cos’è secondo lei la socialdemocrazia). Ma il 56.4% di voti favorevoli all’esproprio della grande proprietà immobiliare è comunque un risultato storico. Oltre la metà delle berlinesi e dei berlinesi che sono andati a votare credono che il Comune dovrebbe recuperare il possesso delle proprietà cedute alla speculazione immobiliare per affittarle a prezzi calmierati agli abitanti più poveri. Almeno in una grande città europea, il consenso verso il modello economico neoliberale non è più generalizzato.

È paradossale, tuttavia, dover celebrare questa vittoria come se fosse un gesto rivoluzionario: sappiamo infatti che ampliare l’offerta di case popolari, calmierare i prezzi degli affitti e contrastare la concentrazione di capitali immobiliari sono le misure minime che tutte le organizzazioni internazionali raccomandano agli stati membri per evitare l’aumento di povertà estrema. Sono le stesse misure raccomandate nella risoluzione Ue di gennaio 2021, che tra le altre cose chiede ai governi di “contrastare gli investimenti speculativi” (art. 45) e di attuare “protezioni legali, tra cui il controllo degli affitti” (art. 40); ma anche quelle che la Commissione ONU ha richiesto all’Italia fin dal 2015, esigendo che a ogni persona sfrattata sia data una casa alternativa (è questa la ragione per cui ora accoglie le petizioni di sospensione degli sfratti). Queste sono la base minima della convivenza civile: non si attacca il diritto a possedere migliaia di abitazioni, ma lo si subordina al fatto che nessuno deve trovarsi senza casa. Eppure, i tagli ai diritti fondamentali degli ultimi decenni sono stati così grandi da farci sembrare rivoluzionario pretendere anche solo il minimo indispensabile per la sopravvivenza – un tetto sopra la testa.

LA RIBELLIONE ABITATIVA IN OLANDA
Negli stessi mesi del referendum di Berlino, una coalizione di cinquantaquattro organizzazioni olandesi per la casa ha dichiarato che ne aveva abbastanza delle politiche neoliberali portate avanti negli ultimi dodici anni da Mark Rutte e dal suo partito conservatore. A gennaio l’intero governo si è dimesso dopo uno scandalo di razzismo e xenofobia istituzionale: si è scoperto che per un decennio migliaia di famiglie migranti erano state accusate ingiustamente di aver truffato lo stato sugli aiuti sociali per i figli, e condannate a pagare multe da centinaia di migliaia di euro. Usando la stessa logica con cui in Italia si attacca il reddito di cittadinanza, queste donne, quasi tutte migranti, sono state stigmatizzate pubblicamente come imbroglione, per poi ritrovarsi in un baratro economico, senza nessuna ragione. Ma il truffatore era il governo di Rutte che le accusava ingiustamente. Il primo ministro ha ammesso le responsabilità e ha presentato al re le sue dimissioni, convinto che avrebbe comunque ripreso in mano il potere. Per oltre sei mesi il paese non ha avuto un governo, proprio nel periodo delle decisioni importanti del post-lockdown.

A quel punto, tutti i problemi sociali aggravati dalla pandemia sono emersi con forza e le organizzazioni della società civile hanno iniziato a chiedere riforme sul lavoro, sugli accordi collettivi e sulla casa. Nonostante la stampa continuasse ad alimentare le posizioni minoritarie dell’estrema destra, i sindacati e i collettivi di base hanno organizzato una grande manifestazione di ventimila persone il 12 settembre ad Amsterdam (si veda questo video), il giorno successivo a un’altra giornata di protesta contro la gestione pandemica. La polizia ha provocato scontri, e naturalmente la stampa ha approfittato per criminalizzare la protesta; ma il 17 ottobre una protesta analoga ha avuto luogo a Rotterdam: circa diecimila partecipanti hanno bloccato il ponte Erasmus e la polizia ha caricato ripetutamente senza riuscire a sciogliere il blocco stradale. Alla fine la polizia è stata costretta a ritirarsi, anche se dopo cinquanta fermi e otto arresti. Il 24 ottobre c’è stata un’altra manifestazione a Arnhem, dove è stato convocato anche un anarcho-block contro la speculazione immobiliare. La prossima manifestazione è prevista per il 13 novembre ad Amsterdam.

È la Dutch Housing Rebellion: “In pochi decenni, le politiche per l’abitare pubblico sono degenerate in politiche che sostengono principalmente il mercato immobiliare”, dice il manifesto unitario del movimento per l’abitare. “Le forze del mercato sono andate troppo oltre, e sempre più persone sentono le conseguenze negative della finanziarizzazione degli alloggi. Chiediamo una visione della casa radicalmente differente. La casa è una necessità di base e un diritto fondamentale”.

Non è solo la crisi sanitaria a rendere indispensabile una nuova politica per la casa, ma anche quella energetica: gli aumenti sulle bollette del gas previsti per il prossimo anno ricadranno in modo sproporzionato sui settori più poveri della popolazione, quel 19% di inquilini olandesi che vivono nelle centinaia di migliaia di case costruite tra gli anni Quaranta e Ottanta, che i proprietari si rifiutano di adeguare agli standard necessari per risparmiare energia. La rivoluzione abitativa olandese ha articolato dieci richieste: massima priorità alla prevenzione degli sfratti, soluzioni abitative immediate a chi rimane senza casa; fine della svendita delle case popolari e quattro miliardi extra all’anno per le case pubbliche per i redditi medio-bassi; regolare gli affitti nel settore privato; ritornare all’abitare permanente come norma, con l’abolizione di affitti temporanei e la protezione contro l’aumento dei canoni; fine degli incentivi sproporzionati all’acquisto della casa, equiparando i sussidi per affitto e acquisto; frenare gentrificazione ed esclusione per reddito, garantendo case accessibili ad anziani e disabili; democratizzare le decisioni sui quartieri, sull’immobiliare e sull’ambiente, includendo gli abitanti nelle decisioni; frenare la finanziarizzazione del mercato eliminando gli incentivi finanziari agli investitori; combattere proprietari disonesti controllando strettamente il mercato degli affitti e punendo gli abusi; e depenalizzare l’occupazione di immobili sfitti. “Quando ci sono case vuote e così tante persone senza una casa, l’occupazione è logica e legittima”, conclude il manifesto.

IL CONTROLLO DELLA RENDITA URBANA A VIENNA
Vienna, città stato saldamente in mano ad amministrazioni socialdemocratiche, in cui la maggioranza dei cittadini di qualunque ceto sociale vive in affitto, non ha mai venduto le abitazioni municipali, che sono arrivate ad essere oltre 220 mila. La città si fregia di primeggiare nei ranking di “vivibilità” soprattutto grazie all’intervento deciso dell’amministrazione pubblica nel mercato degli alloggi: circa la metà dei viennesi può contare su un sistema di welfare che garantisce abitazioni di proprietà comunale o cooperative di qualità e a basso costo, e permette agli abitanti di risparmiare, lavorare meno e non doversi preoccupare di accendere un mutuo per acquistare casa. Tuttavia, in quanto città globale e attraente crocevia di investimenti fin dalla caduta del muro, anche Vienna ha subito le pressioni speculative sul mercato residenziale. Con una domanda in forte crescita (dal 1990 a oggi ci sono oltre 300 mila nuovi abitanti!) e l’aumento di liquidità in mano agli investitori internazionali, il valore dei terreni urbanivalore dei terreni urbani per i nuovi insediamenti è passato da meno di seicento euro al metro quadro nel 2000 a quasi mille nel 2010, raggiungendo anche i duemila euro nei quartieri migliori. L’aumento della rendita urbana ha preoccupato l’amministrazione, perché ha una ricaduta diretta sugli affitti; questi in media sono cresciuti di poco, grazie alle varie politiche di protezione (da 7,7€/m2 nel 2013 a quasi 9€/m2 nel 2017); ma nelle nuove costruzioni private arrivano anche a 25€/m2.

Per contrastare questo aumento e mantenere la pace sociale, la città ha utilizzato l’agenzia municipale Wohnfonds Wien, sotto il controllo dell’assessorato alla casa, che ha incamerato grandi quantità di terreni prima di concedere l’edificabilità (quindi impedendo l’innesco della speculazione immobiliare) da concedere a cooperative per la costruzione di alloggi in affitto calmierato permanente, con affitti netti intorno ai 5€/m2. Inoltre, per compensare la penuria di terreni acquistabili a basso costo, la città ha introdotto dal 2018 una regola di zoning per lo sviluppo immobiliare su terreni privati: tra il 65% e il 70% delle unità costruite devono avere l’affitto calmierato, gestito dalle cooperative edilizie sotto la regia e il controllo dell’agenzia municipale, per sempre. Sono politiche abitative fortemente redistributive, che godono di ampio consenso tra i viennesi ma che vengono fortemente avversate dalle organizzazioni dei developer e degli immobiliaristi speculativi. In questo modo l’amministrazione cittadina impedisce che la rendita urbana, un valore che è generato dalla cittadinanza e che dev’essere usato per la cittadinanza, diventi preda degli speculatori immobiliari, che hanno invece mano ben più libera quasi in ogni altra città d’Europa. Sarebbe proprio questo il compito e la ragion d’essere delle amministrazioni pubbliche, ovunque.

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L’ingente carico sarà utilizzato per combattere la guerra in Yemen dove è in atto un genocidio

Di Antonio Mazzeo per Africa Express

 

Domenica 14 novembre, poco dopo mezzogiorno, è salpata da Genova la nave cargo “Bahri Abha” battente bandiera saudita con a bordo numerosi carri armati ed elicotteri d’assalto di produzione statunitense, destinati alle forze armate di Riyadh. L’imbarcazione è diretta a Alessandria d’Egitto dove dovrebbe approdare la mattina di giovedì 18, per proseguire poi il suo viaggio sino alla destinazione finale di Gedda.

Dal sito vesselfinder.com che fornisce informazioni sulle rotte delle unità navali commerciali, la “Bahri Abha” proviene dagli Stati uniti d’America: è partita da Dundalk (Maryland) la sera del 27 ottobre dopo aver fatto sosta a Houston (Texas) il 14 ottobre, Pensacola (Florida) il 16, e Wilmington (North Carolina) venerdì 23 ottobre.

La “Bahri Abha” era giunta nel porto di Genova il 12 novembre; a denunciare la presenza nelle stive dell’imponente carico bellico è stato The Weapon Watch, l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo a cui aderiscono lavoratori del porto, ricercatori e pubblicisti con lo scopo di monitorare la logistica per la difesa e in particolare il transito degli armamenti attraverso i porti italiani ed europei.

Qualche giorno di ritardo

“Con qualche giorno di ritardo sul previsto, la nave Bahri Abha era arrivata a Genova, accolta dal solito massiccio schieramento di polizia per scongiurare proteste violente che né qui né in altri porti italiani si sono mai verificate”, scrive The Weapon Watch. “La nave sta trasportando un gran numero di casse e contenitori di esplosivi, container di merci infiammabili e come abbiamo documentato fotograficamente, almeno una mezza dozzina di elicotteri Sikorsky UH-60M Black Hawk in dotazione alla Guardia nazionale saudita e dodici carri armati Abrams M1A2”.

Secondo l’Osservatorio genovese, ogni 2-3 settimane una delle navi di proprietà della compagnia saudita “Bahri” transita dal porto di Genova. “In questi anni abbiamo documentato il trasporto di tipologie diverse di armamenti. Si va dagli shelter e dai gruppi elettrogeni prodotti dalla società Teknel S.r.l. di Roma, ai cannoni CAESAR (Canons équipés d’un système d’artillerie) della francese Nexter, motorizzati Renault su telai Mercedes-Unimog. Abbiamo visto pure una parte degli oltre 700 blindati LAV (Light Armoured Vehicles) mod. 6.0 fabbricati da General Dynamics e il cui acquisto ha generato uno scandalo economico-finanziario in Canada. E sono passati da Genova anche i blindati Patria AMV 1 di produzione finlandese, i soli concorrenti sul mercato dei LAV di General Dynamics”. 

La denuncia di The Weapon Watch

“Notevoli i quantitativi di main battle tanks visti o documentati nelle stive, soprattutto gli Abrams M1A2 e probabilmente anche del modello SEPV 3, recente versione con importanti upgrade elettronici”, aggiunge The Weapon Watch. “E persino mezzi specializzati come gli Howitzer 109A6 ‘Paladin’ e i M88A2 Hercules. E, sempre, container e container di munizioni pesanti, missili, esplosivi, in particolare quelle prodotte dalle americane Raytheon e Lockheed Martin, dal gruppo tedesco Rheinmetall, dalla spagnole Defex e Maxam”.

I portuali genovesi e i ricercatori dell’Osservatorio ritengono che le soste nei porti italiani di queste unità cargo violino il Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali e la legge n. 185/1990 che vieta esplicitamente l’esportazione ed il transito di materiali di armamento verso i Paesi in guerra e/o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. “Tutto ciò continua ad accadere nell’apparente inerzia delle autorità e del governo italiano”, aggiunge The Weapon Watch. “In realtà è palese il pieno sostegno governativo e su istigazione degli interessi economici coinvolti si è applicata la repressione di polizia a chi osa contestare il traffico di morte che continua a svolgersi sotto i nostri occhi”.

Armi per la guerra in Yemen

I portuali genovesi puntano il dito soprattutto sul cliente-destinatario finale di buona parte dei carichi bellici transitati dall’Italia, il Regno dell’Arabia saudita, a capo della coalizione che con i suoi bombardamenti ha prodotto devastazioni e morte in Yemen. “Nel 2021, dopo sei anni di guerra, quella yemenita è la maggiore crisi umanitaria in corso”, spiegano gli attivisti No Weapons. “Secondo Human Rights Watch sono stati sinora uccisi o feriti 18.400 civili e due terzi della popolazione – cioè circa 20 milioni di persone – richiedono assistenza alimentare e sono esposti alla crisi pandemica da COVID-19. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti continuano le operazioni militari aeree congiunte, sebbene gli EAU abbiano ritirato le proprie truppe nel 2019. In particolare sono colpite le infrastrutture civili, comprese le scuole e gli ospedali. Nel paese mancano il carburante e i servizi di base, e spadroneggiano le milizie abusive locali”.

I lavoratori del porto di Genova hanno dato vita a una grande mobilitazione popolare contro il transito delle navi cargo-militari, con scioperi e azioni dirette di blocco delle operazioni di carico. Nel maggio 2019 i portuali riuscirono a impedire che i container presenti nelle banchine di Genova venissero caricati a bordo della nave “Bahri Yanbu” che ripartì senza i sistemi d’arma pesanti – tra cui i micidiali cannoni francesi CESAR – destinati alle forze armate saudite. 

Manifestazioni di protesta

A Genova le manifestazioni di protesta – con la presenza dei portuali e dei militanti delle forze politiche e delle associazioni No War, si sono susseguite anche di recente: l’ultima risale al 21 luglio, quando approdò in porto la “Bahri Jazan” proveniente da Baltimora (Usa) e diretta a Iskenderun, in Turchia.

Le navi cargo “Abha”, “Yanbu” e “Jazan”, insieme alle sorelle “Jeddah”, “Tabuk” e “Hofuf” appartengono tutte alla grande società di navigazione e logistica “Bahri”, istituita con decreto del sovrano d’Arabia nel 1978 e oggi di proprietà per il 22% del Fondo d’investimento statale, per il 20% della compagnia petrolifera saudita SADCO e per il restante 58% di azionisti privati.

 

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Proteste dei portuali di Genova

A metà marzo, le abitazioni di alcuni militanti del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) sono state perquisite dagli agenti della DIGOS su mandato della Procura della Repubblica. Gli inquirenti genovesi hanno contestato un’incredibile serie di reati, tra cui l’associazione per delinquere, la resistenza a pubblico ufficiale, il lancio di oggetti pericolosi, l’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, ecc… “Dallo sciopero indetto due anni fa per bloccare un carico destinato alla guerra in Yemen, a oggi, passando per la manifestazione di un anno fa contro il transito di esplosivi a bordo di un’altra Bahri diretti alla guerra siriana, gli armatori sauditi attraverso l’agenzia genovese Delta e il Terminal GMT avevano chiesto a più riprese alla Procura la testa dei portuali”, scrivono i militanti del CALP. “Per quale colpa? Per avere messo in pratica, con le associazioni e i movimenti contro la guerra e per i diritti civili ciò che il Parlamento ha approvato poco dopo lo sciopero nel porto di Genova: lo stop alla vendita di bombe e missili ad Arabia e Emirati”.

“La Procura sostiene che il CALP si è reso colpevole di avere strumentalizzato la protesta con dispositivi modificati in modo da renderli micidiali”, aggiungono i portuali. “I bengala e i fumogeni utilizzati per attirare l’attenzione sulle navi dalle stive e i ponti piene di armi e esplosivi diretti a fare stragi sarebbero micidiali, non le armi e gli esplosivi caricati sulle navi. In realtà il CALP ha usato un’arma micidiale, ossia lo sciopero. Questo ha fatto tremare gli armatori e i terminalisti”. 

“Rivolgiamo un invito alla Procura: ad acquisire i documenti di carico e di destinazione delle merci trasportate dalle navi Bahri verso gli Stati del Medio Oriente, compresa la Turchia che, denunciata dalla stessa procura per la nave Bana in relazione all’embargo libico, impiega in Siria contro i civili le armi sbarcate a Iskenderun. E che sia segnalata alla Procura di Roma l’Agenzia Delta quale rappresentante delle navi Bahri che hanno trasportato dall’Italia le bombe della RWM Italia S.p.A. incriminate per la strage civile procurata in Yemen”.

 

Di seguito alleghiamo il comunicato del CALP sulla vicenda:

 

I conflitti in Medio Oriente non si sono mai fermati, qualche volta ci sono delle apparenti fasi di stallo per poi riprendere più feroci di prima. La Bahri Abha è attraccata stamattina scortata e presidiata come ormai accade da mesi, l’aggressione della Turchia, al popolo kurdo, la guerra infinita nello Yemen, i carri armati e gli esplosivi sulla Bahri molto probabilmente sono diretti in quei conflitti.

La nostra lotta prosegue in modo diverso, raccontare cosa rappresenta la logistica militare deii trasporti e i traffici di armi ci fa incontrare tanti Compagni e Compagne tante organizzazioni sociali e sindacali che continueranno la lotta a questi traffici.

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Nelle città di mare italiane ed europee nelle città, di pianura, nei piccoli paesi di montagna la consapevolezza aumenta ,la voglia di bloccare i traffici di armi di fare un fronte unico sta diventando una realtà ...la lotta continua in forme diverse con altrettanta determinazione...

Weponwhatch:

The Weapon Watch: «Dare vita al confronto pubblico tra lavoratori, autorità portuale, parti sociali sulle “navi della morte”, come stabilito oltre tre mesi fa.»

Con qualche giorno di ritardo sul previsto, la nave «Bahri Abha» è arrivata nel porto di Genova, accolta dal solito massiccio schieramento di polizia per scongiurare proteste violente che né a Genova né in altri porti italiani si sono mai verificate.

Notizie in attesa di conferma indicano che la «Bahri Abha» sta trasportando decine di carri armati, un gran numenro di casse e contenitori di esplosivi, container di merci infiammabili.

L’osservatorio Weapon Watch si appella alle organizzazioni della società civile e dei lavoratori, nonché alle autorità che governano il porto e a quelle che tutelano l’ordine pubblico perché si dia finalmente soluzione a un problema che si pone regolamente ogni venti giorni circa da almeno due anni, e che si porrà altre due volte nei prossimi trenta giorni.

Allarma in particolare l’assenza di trasparenza su ciò che queste navi trasportano, la loro destinazione e il loro impiego, nonché sul grado di pericolosità che il loro carico rappresenta sia per i lavoratori che operano in prossimità che per i cittadini che risiedono nelle aree limitrofe alla citna portuale.

Com’è noto, Weapon Watch ha formalmente avanzato nelle sedi opportune ripetute richieste di accesso agli atti, e analoghe sollecitazioni alla trasparenza sono state ripetutamente avanzate dai lavoratori e dalle loro organizzazioni.

È fondato dunque il sospetto che le navi saudite transitino nel porto di Genova in violazione costante del divieto di transito di armamenti verosimilmente destinati a guerre in cui non si rispettano i diritti umani e le convenzioni internazionali.

THE WEAPON WATCH - Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo è un’associazione senza scopo di lucro, con sede a Genova, a cui aderiscono lavoratori del porto, ricercatori, pubblicisti. Ha per scopo il monitoraggio della logistica per la difesa e in particolare il transito degli armamenti attraverso i porti italiani ed europei. I suoi valori sono la conoscenza, l’informazione, l’internazionalismo, la solidarietà.

www.weaponwatch.net

 

 

 

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La Suzano Papel e Celulose è una multinazionale brasiliana presente in oltre 80 paesi. Leader nell’economia di piantagione,  è il maggior produttore di cellulosa e carta dell’America Latina e di polpa di eucalipto nel mondo.
In questo articolo, tratto dal Bollettino n. 257 del Movimiento Mundial por los Bosques Tropicales, Helder Gomes ne analizza il coinvolgimento nell’economia verde nelle sue varie sfaccettature: operazione di greenwashing e apertura di nuovi canali di finanziamento sotto la forma di Sustainability-Linked Bond.
La trasformazione paradossale dei giganti dell’agroindustria in “produttori di risarcimenti ambientali” avviene in un contesto più generale di mercificazione e finanziarizzazione della “protezione della natura”, che si articola anche attraverso l’emissione di prodotti derivati “verdi” ad alto rischio, ad uso e consumo della speculazione finanziaria.

Traduzione in italiano: Marina Zenobio per Ecor.Network.

di Helder Gomes

Foto di copertina: Edie.net.

“Il nostro scopo è rinnovare la vita a partire dagli alberi”.
E’ stato questo lo slogan utilizzato dall’impresa Suzano Papel e Celulose per lanciare il rapporto propagandistico relativo ai risultati ottenuti nel 2020. Una documentazione che mostra le prime conseguenze delle recenti fusioni e acquisizioni che hanno trasformato la Suzano nel maggior produttore mondiale di cellulosa di eucalipto, ma punta anche a dimostrare che, molto più del profitto, le attività produttive dell’impresa sono guidate dalla sua necessità di offrire soluzioni. Per il 2030 il suo obiettivo è di sostituire 10 milioni di tonnellate di plastica e di altri prodotti a base di petrolio con prodotti a base vegetale, e di rimuovere dall’atmosfera 40 milioni di tonnellate di CO2 attraverso l’espansione di piantagioni di alberi. Secondo il rapporto, al di là delle questioni ambientali, la Suzano prevede di riscattare circa 200.000 persone dalla povertà nelle aree in cui opera.

Queste e altre misure sono nel mirino della Suzano, con l’obiettivo di intensificare le sue operazioni attraverso bonus verdi come metodo di finanziamento per i suoi progetti di espansione e competitività. Secondo l’impresa, uno dei principali risultati del 2020 è stata la sua pionieristica emissione di bonus vincolati alla sostenibilità (Sustainability-Linked Bond), che hanno permesso di raccogliere 1250 miliardi di dollari in cambio di un impegno per la riduzione del 15% delle emissioni di gas serra entro il 2030.

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La nostra lettura è che il suddetto rapporto rivela lo sforzo mediatico delle grandi corporazioni dell’agroindustria per mascherare gli obiettivi della loro logica predatoria di accumulazione. Per comprendere meglio questo processo è necessario riflettere sulle nuove tattiche di accumulazione delle grandi corporazioni, soprattutto sul loro coinvolgimento nella cosiddetta economia verde.

Primi passi

Cerchiamo dunque di dipanare il groviglio tecnico messo in atto per queste nuove attività speculative in questo lungo periodo di crisi globale del capitale. Probabilmente una delle maggiori difficoltà che incontriamo nel comprendere il predominio dell’accumulazione speculativa sul capitale produttivo e su altre forme di appropriazione della ricchezza prodotta socialmente, è il modo di concepire i movimenti economici. E’ comune vedere definizioni secondo cui il termine economia viene dalle parole greche oikos (casa/beni di famiglia) e nomos (gestione), cosa che suggerirebbe un certo legame con le attività domestiche, a partire dalle quali si potrebbero spiegare le scelte umane durante il tempo che riguarda la produzione, la distribuzione e il consumo delle società.

Semplificazioni come questa finiscono per nascondere il fatto che, nelle relazioni del capitale, la cosiddetta distribuzione non è orientata verso il consumo finale delle famiglie ma verso un intenso processo di accumulazione. Sotto il capitalismo, l’accumulazione è stata il modo per le imprese di diventare grandi, forti e competitive, formando conglomerati economici capaci di controllare un insieme diversificato di modi per appropriarsi di fette sempre più grandi di ricchezza prodotta su scala globale.

E’ così che accumulare finisce col significare riapplicare le risorse conquistate nella sua stessa espansione e penetrare segmenti di mercato attraverso competizioni su vasta scala tra unità di capitale (che sia sotto forma di fabbriche, banche, imprese commerciali, proprietà terriere o speculazione).

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Da queste semplificazioni casalinghe dell’economia capitalista è nata anche una fantasia piuttosto conveniente: la teoria dell’astinenza. Secondo questa teoria, le imprese sono nate da decisioni prese da pochi individui, imprenditori che hanno rinunciato a una parte ragionevole del loro reddito e sono stati disposti a utilizzare questi risparmi per la produzione sociale. Questa leggenda conduce anche all’illusione per cui è necessario lo sviluppo di imprese su vasta scala per poter impiegare il grande contingente di persone che hanno preferito non astenersi dal consumo, spendendo tutti i guadagni della loro vita. Senza queste opportunità di impiego quelle persone non sarebbero in grado di vivere – secondo l’insistente e logora formula che continuano a ripetere.

Fallacie a parte, sappiamo che dalla metà del XIX secolo esiste una separazione tra la proprietà e la gestione del capitale. Inizialmente le banche fornivano credito per finanziare grandi imprese, ma poco dopo sono state create le borse e le banche si fusero gradualmente con il capitale produttivo, creando così le grandi imprese su vasta scala.

E’ così che hanno iniziato a finanziare grandi investimenti attraverso i prestiti, ma anche attraverso la vendita di azioni delle proprietà delle aziende. Per questo sono state create nuove istituzioni, i cosiddetti mercati azionari, che operano su scala internazionale, facendo da intermediari nella compravendita di tali azioni. Mentre l’opzione per i prestiti implicava l’emissione di obbligazioni di debito da parte delle imprese mutuatarie, nel caso del collocamento di azioni sui mercati azionari le imprese iniziarono ad aprire il proprio capitale a un gran numero di soci azionisti, alcuni con diritto di voto nei consigli di amministrazione, ma per lo più completamente anonimi, senza capacità di partecipare alla gestione.

In questo processo sono nate anche le obbligazioni (debentures), bonus di debito convertibili in azioni della società mutuataria nel caso in cui il debito non sia rimborsato in tempo. Bisogna quindi precisare che l’acquisto e la vendita di azioni di società sui mercati azionari, così come la possibilità di scambiare obbligazioni di debito con azioni, favorisce un continuo scambio di beni, senza che sia possibile determinare esattamente chi siano tutti i proprietari delle società. Coloro che possiedono azioni con diritto di voto finiscono con l’eleggere e assumere manager esecutivi per gestire le unità delle grandi aziende distribuite in tutto il mondo. Questi manager possono essere remunerati con una quota dei profitti dell’azienda o anche con azioni.

La scalata verso il dominio della speculazione

Dalla creazione dei sistemi di credito, una parte degli impegni presi dai debitori rappresenta una mera speculazione sul rischio d’impresa. Oltre agli interessi da pagare, i contratti per i prestiti aggiungono sempre al debito una tassa di rischio, un modo per compensare eventuali perdite dovute da mutuatari inadempienti, anche quando questo potrebbe non accadere.

Quando le borse funzionano normalmente, gli acquisti e le vendite di azioni sono realizzate in funzione delle previsioni di una futura distribuzione dei profitti (dividendi) da parte delle società ai loro azionisti, con il valore delle azioni che tendono a salire o scendere senza grandi oscillazioni. Tuttavia, un azionista potrebbe voler vendere un gran numero di azioni, generando così alcune speculazioni sulle ragioni della decisione. Senza acquirenti immediati, il prezzo delle azioni offerte tende a scendere e può svalutare il costo complessivo delle azioni di tutte le società. Questo dimostra che, indipendentemente dalla performance delle aziende in termini di produzione e ricavi effettivi, il valore delle loro azioni può salire o scendere per semplice speculazione sul mercato azionario.

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Dal 1971 in poi, la speculazione con obbligazioni e azioni societarie ha acquisito una nuova motivazione con la diffusione internazionale dei cosiddetti mercati secondari. In quell’anno gli Stati Uniti decisero di rompere gli accordi sottoscritti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, accordi che mantenevano tassi di cambio fissi tra le valute di tutti i paesi e il dollaro, e con i quali gli Stati Uniti si impegnavano a mantenere la convertibilità diretta tra la sua moneta e l’oro.

Con la rottura del modello monetario internazionale, i tassi d’interesse iniziarono ad oscillare, generando una nuova ondata di speculazione globalizzata. A partire da allora le obbligazioni primarie, con cui si firmavano contratti di prestito pubblici e privati o le opzioni di acquisto e di leasing, insieme alle azioni dell’impresa, hanno cominciato a sostenere, in proporzioni gigantesche, una serie di scommesse sui prezzi futuri.

Sono nati così i cosiddetti derivati, commercializzati sui mercati secondari. Si tratta di contratti derivati da obbligazioni di debito primario o da azioni utili ad operare una transazione speculativa, di solito legata a scommesse sulla variazione futura dei prezzi di beni e servizi, tipo di tassi di cambio o tipo di tassi di interesse praticati in diversi paesi. Da qui il termine giostra speculativa, un vero e proprio casinò globale che riproduce su scala gigantesca la ricchezza fittizia del gioco d’azzardo, una forma di accumulazione parassitaria sempre più lontana dalla produzione di ricchezza reale. Si stima che il volume attuale dei derivati sia 10 volte il PIL mondiale.

Questa nuova fase della speculazione globalizzata è stata la conseguenza dell’acuirsi di una lunga crisi di sovrapproduzione di capitale. Questo ha fatto sì che quantità crescenti di capitale eccedente fossero utilizzate per scommettere su quotazioni future, alla ricerca di alternative alle difficoltà di applicazione produttiva del capitale con rendimenti ragionevoli. Nonostante siano il risultato di semplici scommesse sul futuro, i derivati sono socialmente riconosciuti come ricchezza reale e conferiscono ai loro detentori un potere di controllo sulle operazioni economiche del presente

La speculazione dei bonus verdi

In un clima mondiale di predominio della speculazione parassitaria, non è passato molto tempo prima che i derivati si convertissero in un’opportunità di accumulazione che ha coinvolto i dibattiti mondiali sul collasso ambientale. Davanti alle difficoltà di controllare la deforestazione e le emissioni di sostanze inquinanti su scala mondiale, i vertici internazionali hanno dovuto arrendersi alle richieste di mercificazione della protezione della natura, generando i cosiddetti Pagamenti per Servizi Ambientali (PSA).

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La proposta è consistita nel diffondere e consolidare l’idea che il risarcimento per danni ambientali è possibile. A partire da questo, aziende e istituti privati stanno elaborando sofisticati modi per dare un valore di mercato sia all’emissione di sostanze inquinanti che alla fornitura di servizi ambientali. L’intenzione è di mostrare che è possibile quantificare e compensare la devastazione ecologica causata dai progetti di espansione industriale.

La creatività in termini di neologismi risalta sull’idea per cui le imprese che inquinano poi pagano. Questo permette di misurare, attraverso i prezzi di mercato, il volume della biodiversità devastata e di compensare il disastro con qualche progetto di conservazione in un altro ecosistema mercificato.

Grandi imprese possono partecipare ai programma di PSA, a partire dall’espansione dei loro tradizionali progetti di monocultura di alberi. Da devastatori della natura si trasformano in promotori di risarcimenti ambientali basati su progetti per immagazzinare carbonio negli alberi piantati. Ciò è possibile nella misura in cui lo Stato si astiene dal promuovere politiche ambientali e lascia la regolamentazione nelle mani di imprese e istituti privati. Questi ultimi cominciano ad agire come certificatori e contabili dei pagamenti che devono essere effettuati nel corso di questi progetti di servizi ambientali, oltre ad essere responsabili della valutazione dei risultati.

Essendo gli accordi PSA formalizzati mediante contratti a lungo termine, generano crediti futuri, ovvero diritti di pagamento futuri per la fornitura di servizi ambientali nel corso dell’esecuzione dei progetti. Così grandi volumi di crediti per servizi ambientali diventano il supporto per l’emissione di derivati, negoziati sulla base di scommesse su tipi di tasso di cambio, di interesse e, soprattutto, sui prezzi ai quali potrebbero arrivare gli stessi beni prodotti a seguito di progetti di compensazione.

Osservazioni finali

Sembra esserci almeno un altro esplicito obiettivo per le nuove tattiche di queste imprese. Trovano sempre il modo migliore per adattarsi agli accordi raggiunti nei vertici internazionali sulle soluzioni di mercato alle crisi che ultimamente si stanno agglutinando. Così approfittano del momento di tensione globale per risolvere problemi strutturali di finanziamento, sia per vecchi debiti che per richieste di espansione delle loro attività produttive. Alle vecchie linee di credito, che esigevano obiettivi di qualità totale e di riduzione dei costi, si sono aggiunti nuovi approcci per raccogliere fondi legati alla produzione e alla riproduzione di crediti a lungo termine, attraverso contratti PSA e impegni per la riduzione delle emissioni inquinanti.

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Le operazioni primarie nell’emissione dei cosiddetti bonus verdi sono alimentate dalla diffusione di flussi generati dal riconoscimento ufficiale del concetto mercantile di imprese che inquinano e pagano. Allo stesso tempo, i circuiti del gioco d’azzardo nei mercati dei derivati hanno trovato, nei contratti PSA e crediti simili, un ulteriore impulso per la loro riproduzione parassitaria.

Pertanto non sorprende che imprese produttrici di cellulosa su vasta scala, come la Suzano, stiano operando ed espandendosi con un portafoglio di passivi ad alto rischio. E’ la cruda realtà che domina il mondo delle grandi imprese in tutto il mondo capitalista, con sempre meno controllo da parte delle autorità governative.

Senza le solite semplificazioni, è possibile capire che l’indebitamento pubblico e privato si è trasformato in una opportunità per la creazione di strumenti sempre più creativi per la speculazione parassitaria. Il rischio di un collasso economico senza precedenti sta dando segni di essere imminente, ma questa è la realtà dovuta all’incapacità generalizzata del capitale di superare la grande depressione che si è acutizzata agli inizi del XXI secolo. Intanto i contratti acquisiti dalle imprese sulla sostenibilità formale si vanno accumulando, sotto la regolamentazione di istituzioni create e controllate dalle stesse relazioni mercantili predatorie. Ciò aumenta il rischio che presto la vita sul pianeta non sia più possibile.

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