ssssssfff
Articoli filtrati per data: Saturday, 13 Novembre 2021

È finito, dopo quasi dieci anni dall’inizio delle indagini, il processo istruito a Lanusei contro i generali che si sono succeduti alla guida del PISQ (Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Salto di Quirra) fino al 2010. Tutti gli ufficiali imputati sono stati assolti. Il processo ha avuto, fin dall’inizio, un grande risalto mediatico, portando all’attenzione del dibattito pubblico il tema delle gravi conseguenze ambientali e sanitarie delle esercitazioni militari in Sardegna.

Durante il processo di Quirra l’accusa di “omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri” è stata derubricata e il nuovo Pm del processo ha chiesto una condanna a 4 anni per i militari alla sbarra.

La giudice Serra, del Tribunale di Lanusei, ha assolto tutti e 8 gli ufficiali perché “non c’è idonea prova che abbiano commesso il fatto contestato”. Gli imputati, dunque, non sono stati ritenuti responsabili dei danni, ambientali e sanitari, subiti dalle comunità che vivono attorno al poligono.

La decisione sul caso dei veleni di Quirra è arrivata quasi in contemporanea con quella del Consiglio di Stato che, accogliendo le contestazioni dei comitati, ha negato la legittimità degli ampliamenti della Rwm, la famigerata fabbrica di bombe di Domusnovas.

In un comunicato il movimento contro l’occupazione militare della Sardegna “A Foras” ha espresso solidarietà alle famiglie e alle comunità locali che vivono nei pressi del poligono di Quirra. La solidarietà di A Foras è rivolta “a tutte le madri, i padri, i fratelli e le sorelle di tutte le persone che si sono ammalate e sono morte intorno alla base. Siamo vicini a tutti loro e anche a tutte quelle persone che ormai accettano la presenza della base, dopo 70 anni di propaganda e di ricatti. Il loro problema non scompare con la sentenza di oggi e noi non ci fermeremo fino a quando il PISQ non verrà bonificato e restituito al libero uso dei sardi e delle sarde”, si legge nel testo pubblicato sul web.

La trasmissione di Radio Onda d’Urto sulla vicenda. Ascolta o scarica.

Da Radio Onda d'Urto

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Riceviamo e pubblichiamo volentieri il contributo di Fridays For Future Valsusa di ritorno dalla COP26.

Si chiuderà nei prossimi giorni la ventiseisima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Glasgow. Parallelamente anche divers* attivist* dei gruppi di Fridays For Future italiani, oltre alle 200.000 persone provenienti da tutto il mondo, hanno invaso la capitale scozzese per chiedere giustizia sociale e climatica.

Gli attivisti e le attiviste hanno deciso di raggiungere la Scozia in treno, impiegando oltre 15 ore di viaggio per denunciare come i mezzi di trasporto più ecologici siano anche quelli più cari e scomodi; Ciò non permette  quindi a gran parte della popolazione di optare per la scelta più sostenibile.

Alla faccia della transizione ecologica…

Da notav.info

Da quando il tema della crisi climatica è entrato nel dibattito internazionale e in particolare dal 1995, quando questa conferenza annuale è nata, abbiamo visto passare molte COP, alcune disastrose, come quella di Madrid del 2019, alcune più positive, come nel caso della COP3 di Kyoto nel 1997 o quella di Parigi nel 2015. 

In ogni edizione è stato evidente come i vari Stati coinvolti non abbiano mai avuto la reale volontà di affrontare concretamente questa crisi, con la conseguenza che nessuna delle nazioni aderenti è in linea per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti, rimarcando ancora una volta quanto questi appuntamenti siano solo ridicole e vuote passerelle istituzionali.

Oltre ai proclami e alle belle parole, gli impegni presi a Glasgow finora sono gravemente insufficienti, oltre che non vincolanti. I leader mondiali si sono riempiti la bocca con i soliti bla bla bla, promettendo una crescita verde, che sappiamo bene non poter esistere, e impegni di azzeramento delle emissioni lontani nel tempo, come nel caso dell’India, previsti per il 2070 o degli stati occidentali per il 2050.

Comunque la si guardi i target stabiliti risultano insoddisfacenti dal momento che, in base al principio di giustizia climatica, chi più ha inquinato deve arrivare prima a zero emissioni. 

Dalle conferenze non emerge assolutamente nulla di innovativo: 

Non sono stati presi impegni concreti riguardo l’azzeramento dei combustibili fossili, il metano rimane ” la fonte di transizione” principale e si potrà continuare a disboscare tranquillamente le foreste fino al 2030. 

Nonostante l’accordo raggiunto tra diversi paesi tra cui UK, USA, Canada e Italia per lo stop dei finanziamenti a progetti fossili all’estero sia stato descritto come storico, a casa nostra continueremo a trivellare l’Adriatico e la Basilicata e a costruire impattanti gasdotti.

Ebbene sì, una delle iniziative più interessanti di questa COP26 é stata infatti il BOGA (Beyond Oil and Has Alliance), promossa da Danimarca e Costa Rica, prevede che i paesi firmatari come “Core Members” si impegnino a non concedere più licenze, concessioni o leasing per la produzione ed esportazione di petrolio e gas.⠀
Il BOGA prevede altri 2 livelli di adesione:
Associate Member: per chi si impegna a tagliare sussidi e finanziamenti pubblici per l’esportazione e la produzione di petrolio e gas all’estero e sul territorio nazionale.

Friend: per chi si impegna a sostenere una transizione globale socialmente giusta ed equa per allineare la produzione di petrolio e gas con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Indovinate che ruolo ha scelto l’Italia?

I nostri cari ministri Cingolani e Franco non sono riusciti a trovare un accordo per rinunciare alle attività estrattive sul nostro territorio, per cui l’Italia è L’UNICO PAESE ad essere entrato nel BOGA come “Friend”.

Ebbene sì, siamo quellə della friendzone.

Un ruolo che sembra inventato ad hoc per noi che piuttosto che impegnarci realmente per uscire dall’economia fossile preferiamo dare pacche sulla spalla ai paesi che lo faranno.

Ma il teatrino dell’assurdo non finisce qui, proviamo a vedere chi è seduto al tavolo… all’interno della conferenza mondiale sull’emergenza climatica sono presenti più delegati delle compagnie fossili che delegati per nazione!

Mentre gli attivisti per il clima e i MAPA (Most Affected People and Areas) sono stati quasi totalmente esclusi, come Greta Thunberg che non è nemmeno stata invitata ai tavoli di discussione. Insomma, le multinazionali del fossile continuano a fare il loro sporco lavoro e ad influenzare i tavoli decisionali, contribuendo all’ulteriore fallimento di queste conferenze.

FB IMG 1636716122977

Appare sempre più evidente come nonostante ci troviamo sempre più immersi nella più grande crisi che l’umanità abbia mai conosciuto, non ci sia la minima intenzione di smantellare il sistema  economico e sociale che è la principale causa di questa situazione.

Il sistema economico-produttivo e il mondo della finanza continuano ad essere i grandi protagonisti delle agende politiche e delle scelte dei singoli stati, che, nonostante gli impegni presi, continuano a mettere il profitto prima del benessere dei cittadini e dell’ambiente, continuando a devastare un pianeta che ormai non ne può più e che giorno dopo giorno si sta sempre più avvicinando al grado e mezzo di surriscaldamento che gli scienziati hanno identificato come punto di non ritorno.

Lo stesso sistema che continua ad estrarre petrolio in Medio Oriente, che devasta e disbosca le foreste dell’Amazzonia e che buca le montagne alla ricerca di un fantomatico progresso e del profitto economico come ben sappiamo in Val di Susa.

L’ Unione Europea si conferma campionessa di ipocrisia: se da un lato, spesso si fa portavoce della lotta contro i cambiamenti climatici, allo stesso tempo vanta la maggior parte delle nazioni con le più alte percentuali di emissioni pro capite per cittadino e continua a finanziare queste devastazioni ambientali.

Senza parlare poi delle grandi opere ecocide che, nonostante la contrarietà della maggior parte delle comunità locali, come, nel caso italiano, il metanodotto sardo, il TAP in Salento o il TAV in Val Susa continuano a rimanere in cima alle agende dei Governi che negli ultimi anni si sono susseguiti. 

Appare per noi evidente come ogni giorno che passa i nostri boschi e la loro biodiversità soccombono sotto una colata di cemento, che essa sia per la creazione di un nuovo centro commerciale, di un nuovo parcheggio o di un altro cantiere a discapito  della tutela del territorio  che ci costringe a contare quotidianamente i danni dopo ogni alluvione o ogni incendio, che come ben sappiamo, diventeranno sempre più frequenti.

Siamo ormai consapevoli che l’unico cambiamento possibile deve partire dal basso, dalle piazze, dagli studenti e dalle studentesse, dalle voci della società civile e da chi fatica sempre di più ad essere ascoltato e non dalle persone che si riuniscono in quelle stanze di potere  che in questa crisi ci hanno trascinato.

FB IMG 1636716131925

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il governo Draghi non perde tempo a cavalcare l’onda della privatizzazione e delinea un disegno di legge chiamato concorrenza, il che è tutto dire, soprattutto perché la concorrenza sul mercato riguarda i servizi pubblici erogati dai comuni.

Nell’art. 6 di questo ddl viene prevista la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la definitva mutazione del ruolo dei Comuni. Questo provvedimento rientra nelle raccomandazioni dell’Europa che tiene l’Italia osservata speciale per quanto riguarda l’accesso ai fondi del Next Generation Eu, programma definito sul sito dell’Unione Europa “non soltanto come un piano per la ripresa ma si di un’occasione unica per uscire più forti dalla pandemia, trasformare le nostre economie, creare opportunità e posti di lavoro per l’Europa in cui vogliamo vivere”.

L’occasione in questo caso è unica per Draghi per mettere sul mercato quei servizi pubblici come il rifornimento idrico, elettrico, la gestione dei rifiuti e dei trasporti pubblici e non solo, dato che nel ddl non si parla esclusivamente di servizi pubblici a rilevanza economica e quindi questo può essere facilmente esteso a qualsiasi tipo di servizio, come i servizi sociali ad esempio. I Comuni per mantenere i propri servizi pubblici sarebbero obbligati a presentare una relazione approfondita sul perché li vorrebbe mantenere tali, inviarla all’antitrust, periodicamente monitorare i costi e la situazione finanziaria, mentre i gruppi privati che possono partecipare alle gare d’appalto non hanno nessun tipo di paletto da rispettare. Va da sé che per risparmiare su quei settori di spesa pubblica per niente proficui sarà molto raro che un Comune già in difficoltà economica affronti un percorso del genere. Inoltre, i grandi gruppi privati, come iren, eni, acea, non corrono alcun rischio di impresa visto che si parla di gestione di servizi pressoché monopolistici, dunque il guadagno è garantito.

Come sottolinea Marco Bersani in “Storia delle privatizzazioni” e durante l’intervista, i fattori che permettono l’ottenimento di profitto sono tutti sul piatto e i consumatori non vedranno nessun miglioramento dei servizi in questione. Innanzitutto ci sarà una riduzione del costo del lavoro e una conseguente precarizzazione di quei posti di lavoro, una riduzione sugli investimenti, collegato a ciò una diminuzione della qualità del servizio e infine l’aumento delle tariffe.

Nulla di buono sotto il sole. Nell’arco di sei mesi il ddl dovrà essere approvato e potrebbe diventare legge. Da qui ad allora non resta che costruire un’opposizione forte del fatto che la privatizzazione non fa altro che tutelare gli interessi dei grandi gruppi e degli imprenditori privati, consentendo parallelamente agli organi politici di non occuparsi della gestione della spesa pubblica, facendo un favore a quei comuni che non hanno nel loro interesse la tutela delle condizioni di vita dei propri cittadini.

Da Radio Blackout

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons