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Articoli filtrati per data: Thursday, 11 Novembre 2021

Come prevedibile la farsa dell'unità democratica ha portato alle sue ovvie conseguenze, una restrizione ulteriore della libertà di manifestare il proprio dissenso contro le politiche di un governo che sta approfondendo sfruttamento ed espropriazione, privatizzazioni ed imponendo la legge del mercato in ogni angolo del nostro vivere quotidiano. Il divieto di manifestare nei centri cittadini arriva a poche ore dal voto in Consiglio dei Ministri della nuova legge di bilancio con tutto il suo portato di misure antipopolari passate ovviamente sotto silenzio dai media ufficiali.

Non bisogna pensare in alcun modo che le due cose siano slegate. Sono due aspetti dello stesso modello, quello che funzionalizza i territori completamente all'estrazione del profitto da essi. L'esclusione sociale e il disciplinamento del vivere insieme vanno di pari passo nella costruzione di città dove l'elemento umano deve sparire per essere sostituito da una serie di flussi commerciali che vanno sempre dal basso verso l'alto. La ristrutturazione che il capitale ipotizza durante la crisi pandemica va tutta in questa direzione. La finta transizione ecologica, la digitalizzazione e le varie forme di innovazione sono un corredo di strumenti che infine non rendono sostituibile l'elemento principale, la soppressione del dissenso.

E dunque dopo anni in cui i centri vetrina delle città sono stati uno dei principali luoghi di investimento e valorizzazione, accompagnati dalla loro imprescindibile dose di decreti antidegrado ed esclusione, ecco che ci troviamo di fronte ad un altro step di questo infame percorso. I centri cittadini, le piazze, sono sempre stati il luogo della politica, per la natura di come le città si sono sviluppate fin dall'antica Grecia, ma oggi l'accesso a quelle strade, a quelle piazze diviene funzionalizzato unicamente al consumo. La legge del mercato imposta ad ogni ambito del vivere in comunità. La politica dunque non sparisce, ma diventa sempre più dominata da questa ideologia e i sindaci, le amministrazioni locali diventano manager. Peccato che sia un'ideologia falsa, che ha bisogno di un'enorme quantità di violenza e soppressione per essere imposta.

E' il "diritto alla città" dei ricchi, dove gli unici agenti riconosciuti come cittadini sono quelli economici. Chi non ne fa parte può accedervi solo se si qualifica come consumatore, dunque agente economico esso stesso, o come forza lavoro sfruttata.

Queste sono le città del futuro secondo il paradigma che ci è imposto, le smart cities, ed altre porcherie varie. La politica dunque non sparisce, ma diventa nuovamente politica per censo, come l'ultima tornata amministrativa ha ampiamente dimostrato.

Il conflitto sociale viene gestito in maniera preventiva. Non c'è alcuna soglia di tolleranza per questo progetto. Lo spettro dell'instabilità viene evocato a tavolino con una recita delle parti e chi governa è già consapevole di quali sono gli esiti a cui vuole arrivare. Misure paragonabili alle "leggi speciali" di fronte a delle piazze che esprimono livelli di dissenso e contrapposizione neanche paragonabili a quelli di solo dieci anni addietro. Tutto ciò avviene nel nome del diritto dovere a consumare, e nell'uso strumentale dell'aumento dei contagi, che ancora una volta scarica la criminale gestione della crisi pandemica, innervata dell'ideologia di cui sopra, verso il basso. Chi non ha capito dove si andava a parare mesi fa o è ottuso o in malafede.

La crisi di leggittimità del comando corrisponde al carico di coercizione che esso impone. Ma il dato che viene prima è proprio questa sua crisi di legittimità, l'evidenza, ormai chiara a sempre più gente anche se in maniera confusa, che questo sistema di sviluppo non è sostenibile. Dunque quanto sta accadendo va di nuovo guardato con uno sguardo generale, oltre la repressione e i suoi effetti diretti, cogliendo la posta in gioco complessiva di cui la controparte è ben consapevole.

 

 

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I rapporti di forza nel mondo del lavoro statunitense stanno cambiando. Secondo gli ultimi dati raccolti dal Dipartimento del Lavoro, lo scorso Agosto più di 4 milioni di lavoratrici e lavoratori si sono licenziati. Un trend questo che e’ cominciato in primavera per un totale di quasi 24 milioni di lavoratori che dopo aver rischiato la propria vita durante i mesi piu’ duri della pandemia non hanno visto nessun miglioramento delle loro condizioni di lavoro ed hanno deciso di licenziarsi.

Da Radio Onda Rossa

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Coloro che stanno danneggiando il pianeta non hanno il diritto di affermare che lo stanno salvando.

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Ramzy Baroud – 9 novembre 2021

Immagine di copertina: – Bill Gates partecipa alla sessione “Accelerating Clean Technology Innovation and Deployment” del Summit dei leader mondiali il terzo giorno della COP26 il 2 novembre 2021 a Glasgow, in Scozia. [Jeff J Mitchell – Piscina/Immagini Getty]

Coloro che non hanno familiarità con il modo in cui Israele, in particolare con la sua occupazione militare della Palestina, stia danneggiando attivamente e irreversibilmente l’ambiente, potrebbero concludere erroneamente che Tel Aviv sia in prima linea nella lotta globale contro il cambiamento climatico. La realtà è l’esatto contrario.

Nel suo discorso alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – COP26 – a Glasgow, il primo ministro di destra Naftali Bennett ha  insistito con il marchio israeliano di “innovazione e ingegno” per  “promuovere l’energia pulita e ridurre i gas serra”. Israele usa questo particolare marchio per vendere tutto, sia che si promuova come salvatore dell’Africa o che aiuti governi ad intercettare i profughi in fuga da violenze e guerre, spinga le armi mortali nel mercato globale o, come fece Bennett in Scozia, salvi presumibilmente il pianeta.

Prima di liquidare la retorica di Bennett come parole vuote, dobbiamo ricordare che alcune persone credono davvero in questa propaganda israeliana. Uno di questi è il miliardario americano Bill Gates.

Il giorno dopo il discorso di Bennett, Gates ha incontrato il primo ministro israeliano a margine della COP26 per discutere l’istituzione di un “gruppo di lavoro” per studiare la potenziale cooperazione “tra lo Stato di Israele e la Fondazione Gates nell’area dell’innovazione del cambiamento climatico”, ha riferito il Times of Israel. Secondo il quotidiano Gates, che nel suo incontro con Bennett aveva affermato che solo l’innovazione può risolvere il problema del cambiamento climatico, ha commentato: “Questo è davvero ciò per cui Israele è conosciuto”.

L’ossessione del miliardario Microsoft per “l’innovazione”, tuttavia, potrebbe avergli impedito di riconoscere altre cose per cui Israele è anche “noto”: essere il principale violatore dei diritti umani al mondo, ad esempio, il cui orribile curriculum di apartheid razzista e di violenza è noto ad ogni Stato membro delle Nazioni Unite.

Un’altra cosa di cui Gates potrebbe non essere a conoscenza è la distruzione sistematica e mirata dell’ambiente palestinese da parte di Israele, risultante dalla sua occupazione della Palestina e dall’insaziabile appetito di Tel Aviv per la superiorità militare e la costante “innovazione” in termini di armi e munizioni. Ogni atto compiuto per rafforzare l’occupazione militare consolida il controllo coloniale israeliano e l’espansione degli insediamenti ebraici illegali, che hanno tutti un impatto diretto sull’ambiente palestinese.

Non passa giorno senza che un albero o un frutteto palestinese venga incendiato o abbattuto da un israeliano. “Ripulire” l’ambiente palestinese è, ed è sempre stato, il prerequisito per la costruzione o l’espansione degli insediamenti ebraici. Perché queste colonie possano essere costruite, devono essere “rimossi” innumerevoli alberi, insieme ai palestinesi che li hanno piantati, coltivati ​​e raccolti per secoli.

Nel corso degli anni, milioni di ulivi e alberi da frutto palestinesi sono stati sradicati dalla costante richiesta israeliana di più terra. La risultante erosione del suolo in molte parti della Palestina occupata la dice lunga su questo orrendo ecocidio.

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Un uomo indossa e tiene in mano una bandiera palestinese al di fuori del vertice COP26 il 2 novembre 2021 a Glasgow, nel Regno Unito. [Peter Summers/Getty Images]Ma non finisce qui. Per l’esistenza di centinaia di insediamenti ebraici illegali che ospitano più di 600.000 coloni, l’ambiente palestinese  deve quotidianamente pagare un prezzo pesante. Secondo la ricerca approfondita di Ahmed Abofou, un ricercatore legale indipendente di Al-Haq, gli insediamenti illegali israeliani “generano circa 145.000 tonnellate di rifiuti domestici ogni giorno”. Infatti, “solo nel 2016 sono stati pompati circa 83 milioni di metri cubi di acque reflue in tutta la Cisgiordania”.

Inoltre, Israele ha il controllo quasi totale dell’acqua palestinese. Si affida alle falde acquifere della Cisgiordania occupata per soddisfare il proprio fabbisogno idrico, negando ai palestinesi l’accesso alle proprie risorse idriche naturali.

Secondo Amnesty International, l’israeliano medio riceve 300 litri d’acqua al giorno, mentre un palestinese ne riceve solo 73 litri. Il problema si accentua se si tiene anche conto dell’utilizzo dell’acqua da parte dei coloni ebrei illegali. Il colono medio usa fino a 800 litri al giorno, mentre a intere comunità palestinesi può essere negata una goccia d’acqua per giorni e settimane, spesso come forma di punizione collettiva.

Il problema non riguarda solo il furto totale, la negazione dell’accesso o la distribuzione ineguale delle risorse idriche. Riguarda anche la mancanza di acqua potabile pulita e sicura, un problema che da molti anni è evidenziato  dai gruppi internazionali per i diritti umani.

Il risultato di queste politiche sleali ha costretto molti palestinesi “ad acquistare acqua portata dai camion” a prezzi “che vanno dai 4 ai 10 dollari al metro cubo”, ha riferito Amnesty. L’organizzazione per i diritti umani ha evidenziato che, per le comunità palestinesi più povere, “le spese per l’acqua possono, a volte, costituire la metà del reddito mensile di una famiglia”.

Per quanto grave possa sembrare questa situazione, le condizioni della Striscia di Gaza assediata sono  ancora peggiori di quelle della Cisgiordania occupata. Il territorio minuscolo e sovraffollato è un ottimo esempio della crudeltà israeliana. A due milioni di palestinesi che vivono a Gaza vengono negati i diritti umani più elementari, per non parlare della libertà di movimento.

Dall’inizio del blocco militare israeliano su Gaza nel 2007, l’ambiente della regione costiera si è costantemente deteriorato. Con l’accesso limitato alle forniture di elettricità e con gli impianti fognari bombardati, i palestinesi di Gaza sono costretti a scaricare liquami grezzi in mare. Inoltre secondo i rapporti delle Nazioni Unite, la principale falda acquifera di Gaza è ora inquinata a tal punto che il 97 per cento dell’acqua disponibile è imbevibile,

Questa è solo la punta dell’iceberg. Dalla distruzione dei pozzi palestinesi all’avvelenamento degli alberi, dalla demolizione di interi ecosistemi per fare spazio al muro dell’apartheid israeliano, all’uso dell’uranio impoverito nelle sue varie offensive militari contro Gaza, Israele  sta inesorabilmente distruggendo l’ambiente della Palestina in tutti i suoi aspetti.

In verità, signor Gates, questo è ciò per cui Israele è “conosciuto” da chiunque si preoccupi di prestare attenzione. Consentire a Bennett di presentare il suo paese come un potenziale salvatore dell’umanità, legittimando Israele con massicci investimenti in “innovazione”, caratterizza in modo errato – di fatto, invalida – l’intera campagna globale per comprendere veramente la natura del problema climatico in questione.

Coloro che stanno danneggiando il pianeta non hanno il diritto di affermare che lo stanno salvando. Così com’è, Israele è nemico dell’ambiente che devasta volontariamente. Questo è davvero ciò per cui dovrebbe essere “conosciuto”.

Traduzione di Lorenzo Poli  – Invictapalestina

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Ed eccoci qua alla fine del primo atto dell’inchiesta della “cricca dei favori” di cui si ebbe notizia per la prima volta tre anni fa e che vede protagonista il noto pm con l’elmetto Padalino sulla cui coscienza, oltre che aver alimentato un sistema di favori e corruzione tra organi giudiziari e di polizia, ha anche la libertà di moltissimi No Tav. Dato che la notizia sui giornali viene data en passant, con l’intenzione di sminuire e rimuovere le conseguenze che l’esercizio del suo ruolo ha avuto sul movimento No Tav, occorre fare un po’ di memoria storica.

Tutto iniziò nel 2018 quando, grazie a una fuga di notizie, si venne a scoprire che il trasferimento repentino del pm Padalino alla procura di Alessandria, avvenne a seguito di un procedimento disciplinare da parte del Csm per violazioni di procedure. Qualche mese dopo si venne a conoscenza di quali violazioni si stesse parlando: Padalino, insieme a una cricca di magistrati, polizia giudiziaria, finanzieri e giudici avrebbe fatto in modo di ottenere le indagini che li vedevano coinvolti in reati di corruzione, prostituzione, in cambio di vantaggi personali come cene, week end di lusso, concerti gratis (in cui si vide coinvolto anche il presidente della Set Up Live, azienda di spettacolo torinese poi interdetta per mafia, di cui abbiamo aggiornato la vicenda qui), visite mediche e operazioni chirurgiche per la sua famiglia a titolo gratuito passando avanti a tutti.

A dare il via all’inchiesta, fu l’indagine riguardante il furto di un server della polizia giudiziaria per la quale Padalino fece carte false per vedersela assegnata. All’interno di questa indagine, però, non restò da solo: a fargli compagnia c’erano l’avvocato Bertolino (ormai deceduto lasciandosi alle spalle anni di infamie nei confronti del movimento No Tav) e il suo carabiniere di fiducia Renato Dematteis. Dopo vari tentativi di smentita, bisogna aspettare novembre dello stesso anno per vedere l’iscrizione del pm con l’elmetto al registro degli indagati con la conferma di uno schema ben preciso. Il perno era l’avvocato Bertolino, che avrebbe rivelato a persone coinvolte in alcuni procedimenti di essere sotto inchiesta permettendo quindi di agire in anticipo, il tutto sostenuto da Dematteis che consigliava a tutti di nominare l’avv. Bertolino e che faceva in modo che i casi venissero poi assegnati al pm Padalino. I due poi, preparavano insieme la difesa degli imputati. Tra questi ci furono Fabio Pettinicchio, finanziere di Novara, accusato di sfruttamento della prostituzione, poi Davide Barbato, un uomo della scorta di Padalino incaricato di tenere i contatti tra il pm e l’imprenditore Giulio Muttoni, che indirizzò i suoi favori anche a beneficio di affiliati alla ‘ndrangheta coinvolti nell’inchiesta San Michele, secondo la quale la ‘ndrina di San Mauro Marchesato aveva svolto importanti lavori del tunnel geognostico nel cantiere di Chiomonte.

La notifica di chiusura indagini avvenne il 13 novembre 2020, quando sempre più dettagli si aggiunsero all’inchiesta della cricca dei favori: cene di lusso in hotel sul Lago d’Orta pagate da Andrea Giacomini, dove ad occuparsi della sicurezza era proprio Fabio Pettinicchio che si continuò a sdebitare organizzando cene al ristorante stellato di Canavacciuolo.

La procura di Milano chiede infine, 3 anni di carcere per Padalino, accusato di abuso di ufficio e di ben  tre episodi di corruzione, 4 anni a Pettinicchio e per Dematteis 3 anni e 6 mesi. Per ora il processo è rinviato al 18 novembre quando parlerà la difesa. La bassezza degli organi di stampa nazionali nel restituire la notizia quasi non ci stupisce nemmeno, su “La Stampa”, infatti, a corredare la questione si legge che “Padalino sarebbe finito – per l’accusa – dopo una lunga e rispettabile carriera in un vortice di favori e interessamenti illegittimi”, con “accuse che restano pesanti pur corredate dalla presunzione di innocenza”, quasi sostenendo un’incapacità del pm a porre fine a questo vortice in cui non avrebbe piena responsabilità.

Dal canto nostro, la sua “lunga e rispettabile carriera” la commentiamo, invece, così: una lunga e infame crociata, condotta insieme al pm Rinaudo, contro chiunque fosse No Tav, senza guardare in faccia nessuno, incarcerando manifestanti dai 18 ai 72 anni. A noi sembra che questa notizia vada a confermare che le loro accuse, i loro processi, le loro condanne siano evidentemente inconsistenti, risultato di parzialità totale e illegittime e che l’unica cosa giusta da fare sarebbe cancellarle.

Da notav.info

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