ssssssfff
Articoli filtrati per data: Wednesday, 10 Novembre 2021

Stretta del Ministero dell’Interno contro le manifestazioni “No green pass” in Italia: saranno concessi sit-in ma tassativamente fuori dai centri storici. Lo annuncia il sottosegretario Carlo Sibilia. Il Viminale ha varato la misura perchè – secondo lo stesso – le manifestazioni paralizzano i centri di diverse città da molti sabati consecutivi e, sempre secondo il Ministero, creano grossi assembramenti di persone non vaccinate.

Le regole che il Governo intende imporre non riguarderanno solo le piazze “No green pass”. “Il nuovo pacchetto di provvedimenti – riporta Marco Bersani su Attac-Italia – non disconosce il diritto a manifestare, ma lo colloca dopo il ‘diritto’ dei cittadini a non partecipare ai cortei e dopo il ‘diritto’ dei commercianti agli usuali benefici dallo shopping natalizio”. Dunque saranno vietati i cortei nei centri storici delle città, in tutte le vie dei negozi e in prossimità dei punti sensibili. E, laddove non ci siano “particolari esigenze e garanzie”, saranno vietati i cortei e permesse solo manifestazioni statiche.

Marco Bersani, giornalista di Attac-Italia in merito all’articolo dal titolo “Draghi all’assalto della democrazia“. Ascolta o Scarica.

Tra gli altri, i motivi economici. I cortei ‘no green pass’ “fanno perdere il 30% del fatturato”. A dirlo il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, a margine dell’apertura del Forum di Conftrasporto, rispondendo a una domanda sull’effetto delle manifestazioni sul settore che rappresenta. I cortei “che si susseguono ogni sabato – aggiunge – sono inaccettabili”. “Ci informeremo se queste direttive sono lecite”, precisa Stefano Puzzer, leader del movimento no green pass di Trieste.

Frank Cimini giornalista di giustiziami.itgiustiziami.it Ascolta o Scarica.

Un modello che era già stato tentato nel 2009, quando ministro dell’Interno era il leghista Roberto Maroni e l’Italia era segnata da manifestazioni quotidiane degli studenti. Il 26 gennaio di quell’anno, dopo mesi di proteste e scontri in piazza con le forze dell’ordine, fu emanata una direttiva che prevedeva di «limitare l’accesso ad alcune aree particolarmente sensibili per motivi sociali, culturali o religiosi o che siano caratterizzate da un notevole afflusso di persone o nelle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici». Ma consentiva anche di «sottrarre alcune aree alle manifestazioni e prevedere forme di garanzia per gli eventuali danni». Con un obiettivo dichiarato: «Garantire il diritto di riunirsi e manifestare liberamente, preservando allo stesso tempo l’ordinato svolgimento della convivenza civile».

Il commento di Italo di Sabato dell’Osservatorio Repressione. Ascolta o Scarica.

Da Radio Onda d'Urto

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Riprendiamo questo interessante contributo di Alberto Valz Gris, ricercatore presso il Dipartimento Interateneo di Scienze del Territorio del Politecnico di Torino, pubblicato un mese fa sul blog Camosci bianchi. A due passi da Torino e dalla Val Susa, si prospetta un nuovo caso di devastazione ambientale a stampo estrattivista. Ci sembra fondamentale monitorare la situazione per cogliere gli spazi di una possibile mobilitazione.

Da Ecologia Politica Torino

Nei giorni scorsi il quotidiano La Stampa e altri giornali locali hanno dato spazio ad una serie di articoli (qui per visionarli) in cui si parla di un progetto di estrazione mineraria nella zona di Punta Corna nel Comune di Usseglio, in alta Valle di Viù (Valli di Lanzo). Il progetto è in realtà avviato da qualche anno, ma i quotidiani lo riportano giustamente al dibattito pubblico dato che quest’anno l’azienda titolare, l’australiana Alta Zinc Ltd, ha rinnovato la richiesta per proseguire ed estendere l’area in cui effettuare sondaggi alla ricerca di cobalto, argento e metalli associati nella zona di Punta Corna. I permessi di ricerca sono stati avanzati anche per i comuni di Balme e Lemie.

Punta Corna Cobalto

Carta Tecnica Regionale con indicato il permesso di ricerca Punta Corna in scadenza (in blu) e la traccia dell’ampliamento (in rosso)

Alcune reti della società civile come Pro Natura Piemonte e Cipra Italia hanno risposto in maniera critica a queste prospettive, presentando le dovute Osservazioni al Ministero della Transizione Ecologica (in calce trovate il link per leggere quelle di Pro Natura). In parallelo ai percorsi legali, però, esistono anche percorsi culturali volti a condividere idee, a discutere collettivamente le luci e le ombre di queste iniziative, e magari ad immaginare anche traiettorie alternative. In solidarietà con queste Osservazioni e con altre scambiate al telefono o via email con alcuni amici, provo a sintetizzare qui alcune riflessioni fatte a valle di queste notizie e, soprattutto, fondate su quattro anni di ricerca sulle contraddizioni sociali ed ambientali prodotte dall’estrazione di litio nella regione di Atacama tra Argentina e Cile. I paragrafi che seguono sono un tentativo di inquadrare la questione di Punta Corna nell’ambito più ampio dell’estrazione di minerali strategici, della cosiddetta “transizione ecologica” e dello sviluppo locale, in modo da dare qualche strumento in più ad un dibattito che non può che ruotare su argomentazioni informate.

Ma la transizione ecologica… è veramente ecologica?

Come gli spazi alpini che circondano Punta Corna, ma un pochino più esteso, l’altopiano di Atacama è un ambiente in quota di grande e preziosa bellezza. Ed esattamente come il litio che abbonda in quel particolare punto della catena montuosa delle Ande, il cobalto è un materiale preziosissimo per la fabbricazione delle più evolute batterie ricaricabili, per capirsi quelle che tutti già portiamo in tasca quotidianamente e che alimentano un numero sempre maggiore di dispositivi elettronici. Le stesse batterie che alimentano gli smartphone sono richieste in quantità e dimensioni sempre più grandi per due motivi principali: da un lato, la transizione verso le energie rinnovabili (che sono variabili nel tempo, pensate all’eolico in una giornata calma o al solare quando splende la luna) richiede nuove e più efficienti forme di stoccaggio dell’energia. In secondo luogo, la decisione di abbandonare i combustibili fossili e la conseguente spinta alla mobilità elettrica necessitano anch’esse di modi efficienti di conservazione dell’energia. Ad oggi, questa funzione è principalmente svolta dalle batterie agli ioni di litio.

Tornando per un attimo a Punta Corna, sono i dirigenti della stessa Strategic Minerals, la controllata torinese che segue il progetto per conto di Alta Zinc, a sottolineare come il successo del progetto genererebbe una sinergia produttiva con un’altra e non meno importante vicenda, e cioè quella della Italvolt di Scarmagno. Il progetto Italvolt consiste nella realizzazione di una fabbrica di batterie ad alta capacità, fra le prime se non la prima del Paese. L’azienda ha da pochi giorni sottoscritto un accordo per acquisire una porzione degli stabilimenti ex-Olivetti nell’eporediese.

Complesso minerario PC

Complesso minerario di Punta Corna visto dalla Testa Soulà

Lo stesso boom dell’elettrico su cui i dirigenti di Alta Zinc e Italvolt fondano le loro proiezioni è quello che ha portato molti Stati ad inserire i metalli da batteria nella lista delle cosiddette materie prime critiche. È questo il caso dell’Unione Europea, che ha di recente dato una svolta abbastanza significativa alla sua politica mineraria interna. Questa svolta, che consiste in un nuovo impulso a cercare ed estrarre materie prime all’interno dell’Eurozona, è sostanzialmente un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi decenni, in cui si è preferito delocalizzare l’attività estrattiva (generalmente sporca e poco redditizia) nei paesi a sud dell’Equatore. Riportare l’estrazione in Europa, si legge in un comunicato della Commissione Europea pubblicato a settembre dell’anno scorso, è una scelta conseguente a due motivazioni. Da un lato, la stabile impennata nella domanda di mercato che le materie critiche hanno subito negli ultimi anni. Dall’altro, la fragilità delle catene globali del valore acuita dallo stallo globale causato dalla pandemia da SARS-CoV-2. Ovviamente l’UE non è l’unica entità a mirare ad una tale politica: la ricerca di minerali strategici galoppa, ad esempio, anche negli Stati Uniti. Il ragionamento è piuttosto semplice: per fare la transizione ecologica ci servono grandi quantità di materie prime critiche e non possiamo più affidarci alla sola importazione, quindi dobbiamo ricavarcele da noi. Questa politica si potrebbe chiamare di “sovranità estrattiva”. La cosa interessante è che questa politica mineraria sovranista segna un ritorno di attività economiche abbastanza problematiche dal punto di vista sociale ed ambientale e questo rappresenta nuove sfide per chi, nei territori ricchi di queste risorse, ci abita.

In questo senso il ritorno dell’estrazione nell’Eurozona non è esattamente una buona notizia, come del resto non lo era già nei paesi che di estrazione hanno a lungo campato. Risparmiando al lettore una rassegna dei numerosissimi studi scientifici che hanno negli anni documentato sul campo la degradazione ambientale e della qualità della vita nei siti estrattivi, vi rimando ad una bella trilogia su litio, grafite e cobalto pubblicata dal Washington Post qualche anno fa. I giornalisti del Post documentano le diseguaglianze che continuano a segnare anche l’estrazione di questi materiali che, sulla carta, ci vengono presentati come ingredienti chiave della sostenibilità. Tutto questo infatti accade a scapito di espressioni recenti quali estrazione “verde” o “sostenibile”, pratiche tramite cui le società di estrazione arrivano anche al paradosso di finanziare progetti di conservazione ecologica o culturale degli ecosistemi da cui traggono profitto. Questo processo, se ne osservano i risultati tangibili sul territorio, ha un solo nome: greenwashing.

A testimonianza della dimensione distruttiva della transizione ecologica, una coalizione globale di ONG, comunità locali ed accademici da 36 paesi ha di recente firmato un appello per sollecitare l’Unione Europea ad abbandonare il Green Deal nella sua forma corrente. Come si legge nel comunicato, le politiche ed i programmi europei causeranno la drastica espansione di un’estrazione mineraria distruttiva in Europa e nel Sud del mondo, il che è una brutta notizia per il clima, per gli ecosistemi e per i diritti umani in giro per il mondo. L’appello è stato sintetizzato con uno slogan del tutto condivisibile: non possiamo scavare la nostra via d’uscita dalla crisi climatica.

Due aspetti vanno quindi sottolineati. Da un lato, la cosiddetta transizione ecologica continua ad implicare un’estrazione massiva di risorse naturali non rinnovabili. Dall’altro, l’estrazione di questi minerali è tutt’altro che pulita, come invece vorrebbero dare ad intendere espressioni come estrazione “verde” o “sostenibile”.

A cosa serve il cobalto? Spoiler: forse a niente!

Quello che abbiamo tracciato finora è il quadro allargato in cui rientra l’economia industriale del cobalto, la risorsa al centro dell’operazione Alta Zinc a Punta Corna. Il cobalto esemplifica in modo abbastanza chiaro le decisioni europee sulla sovranità estrattiva, perché è sostanzialmente un monopolio geografico. Stando ai dati aggiornati al 2021 dell’U.S. Geological Service, il 70% di questo minerale viene infatti ricavato nella Repubblica Democratica del Congo, un paese notoriamente instabile dal punto di vista politico ed in cui le condizioni dell’industria mineraria sono a dir poco disastrose. L’estrazione di cobalto in Congo è caratterizzata da un’organizzazione artigianale priva di alcuna forma di protezione fisica, sanitaria e legale dei lavoratori e dallo sfruttamento del lavoro minorile. Questo materiale è anche noto alla cronaca per la sua potenziale tossicità, ma non ho le competenze per approfondire questo aspetto. Provenendo per la maggior parte da un contesto geopolitico, sociale ed ambientale molto complicato, il cobalto è stato definito il “diamante insanguinato” dei metalli da batteria, ed alcune aziende si sono infatti impegnate negli anni a reperire cobalto tracciabile ed estratto in maniera equa e sostenibile.

Cobalto Punta Corna

Foto dall’articolo “Batterie per auto elettriche: il ruolo centrale del cobalto” del 2 marzo 2020.

Queste caratteristiche in gran parte problematiche spiegano due traiettorie quantomeno divergenti: da un lato i paesi consumatori come quelli dell’Unione Europea istituiscono politiche di sovranità estrattiva, tentando di aggirare le contraddizioni geopolitiche, economiche e sociali che derivano dall’importazione di cobalto. Dall’altro la ricerca elettrochimica ed industriale si muove verso l’eliminazione tout court del cobalto dalle composizioni chimiche per fabbricare le batterie. In sintesi: è troppo complicato, sporco ed inaffidabile, proviamo a farne a meno. Questo secondo dato ci fa riflettere sulla possibile irrilevanza di questo materiale (e quindi della sua ricerca ed estrazione) nel medio e lungo periodo. Le batterie ricaricabili prive di cobalto, infatti, non sono più una sperimentazione da laboratorio ma, nell’ultimo anno, diversi produttori di batterie e di auto elettriche hanno annunciato la transizione a batterie senza cobalto. È questo il caso dell’accordo tra Panasonic e Tesla e della cinese CATL, il più grande produttore di batterie al mondo.

A queste osservazioni bisogna aggiungere una breve nota sul prezzo medio del cobalto. Come si legge negli articoli di cronaca usciti negli ultimi giorni, il prezzo medio di questa risorsa è cresciuto in maniera significativa nell’ultimo anno, generando proiezioni economiche molto ottimistiche da parte di chi ne promuove la ricerca e l’estrazione. Questo dato va però contestualizzato all’interno di un drastico aumento dei prezzi delle materie prime in generale, avvenuto a partire dal secondo trimestre del 2020. Se, con un rapido sguardo ai dati del Fondo Monetario Internazionale sulle materie prime, confrontiamo l’evoluzione del prezzo medio del cobalto nell’ultimo anno (+56%) con quello disponibile di altri metalli da batteria (nichel, +42% e rame, +81%) e con altre risorse minerali (alluminio, +60%), capiamo che questa crescita non ha nulla di particolarmente straordinario. E che quindi, sommata alla possibile dismissione del cobalto come risorsa da batteria, non può essere presa a misura della bontà dell’operazione Alta Zinc a Punta Corna.

In base a queste informazioni i dubbi sulla redditività a lungo termine del progetto in alta Valle di Viù sono più che legittimi. Che si tratti di speculazione sull’onda del generalizzato aumento dei prezzi delle materie prime in generale, dei metalli da batteria in particolare e della possibilità di approfittare di vasti finanziamenti pubblici nell’ambito del Green Deal europeo?

Quanto è vero che l’estrazione di risorse genera sviluppo locale?

Queste considerazioni ci portano a discutere l’ultimo aspetto, tanto ampio e complesso da meritare una trattazione troppo vasta per questo spazio, ma che merita comunque qualche spunto. Una fase tipica della realizzazione di un progetto estrattivo riguarda la negoziazione con gli attori locali. Spesso le posizioni possibiliste di una parte di questi attori (cittadini e amministratori) sono legate a discorsi sulla creazione di posti di lavoro diretti (nella miniera) e sulla creazione di un mercato economico indotto (intorno alla miniera). Il presupposto di base, secondo queste posizioni, e che l’attività estrattiva generi posti di lavoro e, di conseguenza, avanzi lo sviluppo locale.

Ci torna utile in questo senso una tesi, molto conosciuta nell’ambito delle risorse naturali, formulata da Richard Auty nel 1993 in un libro dal sottotitolo eloquente: La Maledizione delle Risorse. Con questa tesi, Auty sosteneva il paradosso per cui la ricchezza di risorse di un dato paese non corrispondesse alla sua crescita economica, anzi il contrario. Secondo i suoi studi, la ricchezza di risorse naturali risultava in un impedimento alla crescita economica, una prospettiva che le realtà quotidiane di posti come il Congo sembrano confermare. In ambito accademico, la bontà di questa tesi è stata molto dibattuta negli anni, eppure a venticinque anni di distanza dalla sua formulazione un recente articolo di rassegna pubblicato sull’autorevole Resources Policy conclude che l’ipotesi per cui la dipendenza dalle risorse naturali influenzi negativamente la crescita rimane convincente.

Punta Corna Project

Certo, la tesi di Auty si fonda su osservazioni alla scala dello stato nazionale e quindi rimane uno strumento poco adeguato per valutare effetti localizzati, ma ha il pregio di illuminare il fatto che la ricchezza di risorse spesso non sia una fortuna, anzi. Anche due economisti della Banca Mondiale — non certo uno degli organismi internazionali più sensibili a temi sociali ed ambientali — concludono che i boom economici legati alle risorse naturali non sono solo la delizia, ma anche la croce delle comunità locali. Questo, in breve, per un insieme di fattori. I posti di lavoro generati dall’industria estrattiva sono spesso scarsidi bassa qualitànocivi per la salute del lavoratore e a breve termine. Provo a spiegare queste quattro caratteristiche: in primo luogo, l’industria estrattiva ha subito una forte evoluzione tecnica negli ultimi anni, con tassi di meccanizzazione ed automazione del lavoro sempre crescenti ed una conseguente riduzione dei posti di lavoro necessari. A questo si accompagna una tradizionale difficoltà a reperire manodopera locale, per cui la forza lavoro è generalmente costituita in larga parte da manodopera d’importazione. In più, almeno nel contesto del Sud globale, alla manodopera locale vengono spesso riservate le mansioni meno qualificate, e di conseguenza i redditi più bassi. In secondo luogo, i ricavi legati al settore delle risorse naturali sono tradizionalmente volatili, perché sono intimamente legati ai prezzi nel mercato globale delle stesse, e questi prezzi sono notoriamente soggetti a oscillazioni molto profonde. Questo aspetto fa riflettere sull’effettiva longevità di un’operazione estrattiva come fonte di sostentamento economico e sviluppo locale. Infine, per quanto l’industria estrattiva si sia indubbiamente modernizzata e sia soggetta a regolamentazioni ambientali più strette, rimane un’attività ad alto inquinamento ambientalecon conseguenze spesso nocive sulla salute dei lavoratori e degli ecosistemi in cui opera. I costi di riparazione del danno sanitario ed ambientale arrecato da queste attività sono spesso molto ingenti e non è raro che le istituzioni locali non arrivino a coprirli.

In base a queste poche osservazioni, più uno spunto di riflessione che una trattazione estesa di questi temi, dovremo fortemente dubitare della promessa di base su cui si fondano tutti i progetti come quello di Punta Corna, e cioè che accettare il danno ecologico e paesaggistico portato dall’estrazione mineraria si traduca in sviluppo sociale ed economico per chi abita quei territori.

Conclusione

Forse non è questo il luogo adatto per proporre risposte o soluzioni alternative, ma penso che queste riflessioni siano il punto di partenza per provare a formularle insieme, per provare ad immaginare economie locali e regionali che investano sulla ricerca e sull’innovazione, non sul replicare antichi meccanismi di sfruttamento. Sistemi economici, tecnici e sociali che siano realmente al servizio dell’emergenza climatica, per esempio nel nostro caso investendo nel riciclo delle risorse già in circolo nel sistema industriale in modo da ridurre al minimo la pressione antropica sugli ecosistemi. Mi fermo qui, convinto che il poter immaginare insieme traiettorie alternative parta dal rifiutare, insieme, il ricatto dell’estrazione.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Lo “sciopero dell’affitto” è già una realtà di massa per decine di migliaia di residenti in locazione privata. L’insostenibilità economica dell’affitto rispetto al salario sociale e il “mal di abitare” dovuto alle pessime condizioni in cui sono costruite e affittati gli alloggi privati nelle varie cinture periferiche o nelle città sono i motivi scatenanti per cui nasce la morosità e si accumula il debito degli inquilini nei confronti del Mercato. Ma questo “sciopero” è vissuto individualmente e sottoposto a vessazioni, molestie e soprusi da parte dei proprietari e dal sistema istituzionale che ne garantisce il potere.

Scopo di questa discussione è analizzare i comportamenti di resistenza e di lotta che nascono nelle lotte abitative, guardando ai rapporti sociali tra conduttore e locatore come fonte dell’ingiustizia. La moltiplicazione dei picchetti antisfratto è una pratica di resistenza fondamentale contro l’emergenza abitativa. Allo stesso modo pensiamo che la lotta per l’abolizione della legge 431\98 e l’imposizione del controllo pubblico degli affitti debba nutrirsi di una molteplicità di pratiche e vertenze capace di sabotare dall’interno in più punti l’intero rapporto sociale contribuito dalla “locazione privata”. Costruire un punto di vista ed un sapere di parte che sostenga scientificamente le ragioni della battaglia contro il libero mercato è il nostro obiettivo.

Rompere l’ideologia proprietaria; il sentimento di vergogna e di paura che nasce dal non poter più pagare, ribaltarlo in consapevolezza e in obiettivi per ottenere un cambiamento strutturale dell’impianto liberista che regola l’accesso all’abitazione, sono dei compiti che vogliamo porci da subito per costruire un movimento generale per la riduzione dei contratti di affitto.

251761328 2739901519643277 195196197587295928 n

La contraddizione tra buste paga da fame, lavoro estenuante - interinale, part-time, esternalizzato e spese altissime per labitazione, è esplosiva. È tenuta a galla da un sistema politico e finanziario basato sulla compressione individuale delle relazioni sociali, sul ricatto del debito e sulla paura di finire in mezzo ad una strada. Affrontare pubblicamente questa ingiustizia abitativa economica, significa mettere in risalto la truffa dei contratti libero mercato, svelando la diversità ed il privilegio costruito sulla proprietà. Il discorso pubblico è caratterizzato da un ribaltamento delle parti. Sono i proprietari a piangere per la cattiveria e furbizia degli inquilini. Nostro compito è dare voce e organizzazione a chi resiste ai soprusi, mostrando lavidità, la falsità e la manipolazione che i padroni di casa attuano costante- mente. Si parla degli affitti mancati, ma non vengo- no mai calcolati le decine o centinaia di migliaia di euro che quel nucleo familiare inquilino negli anni ha versato al proprietario, magari senza ricevere alcun tipo di manutenzione. E alla prima difficoltà il rapporto si incrina: si viene giudicati per la macchina posseduta, si viene spiati negli acquisti che si fanno per sostenere la propria famiglia. Una volta una fami- glia allo sportello ci raccontò che il padrone di casa aveva rinfacciato all’inquilino moroso di averlo visto a passeggio d’estate sul lungomare a comprare il gelato alla figlia! Questa avidità è la caratteristica del mercato e su questa va contrapposto un senso di giustizia e di equilibrio da conquistare dando forza ai bisogni delle persone; rompendo il senso di solitudine e di abbandono. Costruire una prospettiva per tutti coloro che sentono di voler pagare meno laffitto, per non rinunciare più a vivere una vita dignitosa. Il senso comune da fondare è quello che ha il coraggio di dire che la norma dei contratti di affitto libero mercato è il sopruso da parte dei padroni di casa, sia nel prezzo che nelle condizioni di abitabilità!

 

 

Le vertenze con i padroni di casa:

autoriduzione e lotta per un nuovo contratto

“Facevo la cameriera ai piani, lavoravo tutto il giorno per una busta paga di 1150 euro, facevo altri due lavori al nero come pulizia nelle case, e comunque non riuscivo a pagare l’affitto serenamente.

I salari italiani in Europa dal 1990 al 2020 sono gli unici ad essere diminuiti (-2,90%)! La liberalizzazione degli affitti invece ha fatto aumentare esponenzialmente i canoni di locazione, fino al 300% in trent’anni! Si calcola secondo fonti istat che le spese per l’abitazione – comprensive delle utenze- arrivino ad incidere fino al 40% del reddito familiare per coloro che sono in affitto. Il fondo per la morosità incolpevole, disciplinato dalla Legge 124/2013 , ha definito che l’improvvisa incapacità di pagare l’affitto dovuta alle varie cause della diminuzione reddituale maggiore del 30%, costituisce “morosità incolpevole”. I comuni quindi bandiscono dei fondi che vengono ripartiti ai proprietari di casa (fino a 12mila euro) per “slittare” l’esecuzione dello sfratto oppure per sospenderlo contraendo un nuovo canone di locazione.

variazione salario

Questa procedura è un ammortizzatore sociale per la rendita e dimostra l’insostenibilità dei contratti libero mercato in relazione alle famiglie. Ma anziché intervenire sul problema – la libertà proprietaria di abusare del bene casa mutandolo in merce su cui speculare – lo Stato interviene per gestire l’emergenza della “morosità”, ovvero la caduta dei profitti proprie- tari. Laccesso a questi fondi deve diventare oggetto di battaglia sociale e politica affinché i proprietari che ne utilizzano debbano essere costretti a fare nuovi contratti sociali di locazione e a rendere lalloggio abitabile e dignitoso, spendendo i soldi per le manutenzioni straordinarie (che puntualmente vengono sospese quando linquilino smette di pagare).

Mi vergognavo di stare in una casa che mi faceva paura, perché cadeva a pezzi, il proprietario si è sempre rifiutato di sistemare il tetto e gli impianti

 

Un altro elemento scatenante il ritardo, l’autoriduzione o l’interruzione dei canoni di affitto è costituito dal ricorrente risparmio che i proprietari fanno lasciando deteriorata l’abitazione in affitto, rifiutandosi di adeguare gli impianti, i tetto, le mura agli standard di “abitabilità”. Ci sono leggi che regolano questi standard e le condizioni igienico-sanitarie che devono essere mantenute negli alloggi. I Beni immobili che non li possiedono non potrebbero essere locati, oppure il non soddisfacimento prolungato di questi requisiti comporta il diritto dell’inquilino a sospendere i canoni di locazione. E’ possibile e necessario certificare e documentare l’inabitabilità dell’alloggio tramite una richiesta di ispezione alla usl di riferimento, o in alternativa produrre una perizia privata dal geometra, sia nel caso di problematiche già presenti all’inizio del contratto locativo sia sorte successivamente, durante la permanenza dell’alloggio. Il proprietario dirà che “la colpa” è della negligenza dell’inquilino, o troverà scuse di altro tipo. Noi invece sappiamo che non pagare laffitto se la casa non è a norma è un diritto. Conquistare collettivamente questa “norma” significa coinvolgere in questo percorso di “ispezione popolare delle condizioni dell’alloggio” molteplici saperi e figure. Avvocati, architetti e geometri, muratori ed idraulici, elettricisti; ma anche studiosi delle condizioni igienico sanitarie, e medici. Il problema della salute per il cattivo abitare è sempre più frequente: patologie cronicizzate come l’asma bronchiale, per non parlare di danni gravi derivanti da “incidenti domestici” causati dall’assenza della sicurezza sulle immobile sono frequenti. Il moto di rabbia che ne consegue non può però perdersi nella fatalità o nella disperazione ma va ricondotto a queste dimensioni strutturali del risparmio proprietario sulla salute, sicurezza, abitabilità degli alloggi! Non è un caso che queste situazioni siano piene di invarianze con altri fattori: la precarietà dell’alloggio è frutto di una ricerca sul mercato abitativo nelle fasce urbane secondarie e terziarie, per cercare locazioni più economica, ma assolutamente sproporzionate nel prezzo. Il poco risparmio economico è però ricompensato dalle sistematiche cattive condizioni delle abitazioni.

 251165503 2739901882976574 1650914284346529817 n

I contratti a canone concordato  e gli Accordi Territoriali”

L’unica forma di calmierazione dei canoni di locazione “sopravvissuta” alla scomparsa dell’equo canone nella legge 431\98 è quella che prevede, facoltativamente, la stipula di contratti a carattere “concordato”. Questa tipologia, largamente inutilizzata per più di 20 anni prevede l’istituzione di accordi territoriali tra enti ed istituzioni pubbliche e rappresentanze dei sindacati inquilini e le associazioni dei proprietari al fine di determinare delle zone di locazione corrispondenti a diverse “oscillazioni” dei prezzi degli alloggi al metro quadro. Sono previsti inoltre dei criteri ulteriori in base alla data di edificazione degli alloggi, alle sue caratteristiche, alla dotazioni di arredi e di altri spazi accessori (cantine, garage etc..). Questi contratti prevedono per i proprietari la possibilità di ottenere uno sconto sulla tassazione Imu al 10%, e sono della durata 3+2 anni. I prezzi vengono ripassati di un circa 30% ma le fasce di oscillazioni potrebbero ridurli ulteriormente. Solo con la pandemia molti proprietari hanno fatto ricorso a questo strumento, per contrattare dei canoni diventati insostenibili per milioni di persone. Un utilizzo che viene fatto di questi contratti è molto spesso quello di gonfiare le spese accessorie o di truffare sulle caratteristiche degli alloggi o ad- dirittura sui metri quadrati affinché si raggiungano comunque prezzi di affitto identici al libero mercato ma ottenendo lo sconto sulla tassazione!

Questi contratti inoltre devono essere soggetti a revisione periodica per rideterminarne i prezzi e dovrebbe essere istituita a livello comunale una “commissione di garanzia” formata dalle rappresentanze degli accordi con il compito di risolvere i vari contenziosi di tipo economico o di abitabilità, prima i ricorrere a procedimenti giudiziari. Nella realtà questo strumento non viene mai utilizzato e il proprietario continua a fare da Padrone: anche le istituzioni non hanno alcuna forma di controllo degli accordi territoriali né dei contenziosi che nascono per morosità incolpevole. Un ulteriore utilizzo di questi contratti è quello in relazione all’ottenimento da parte dei proprietari dei fondi per la morosità incolpevole: lo sfratto può esse- re revocato con l’ottenimento di una quota monetaria per coprire il debito dell’inquilino pagato dallo Stato, in cambio deve essere istituito un nuovo contratto del tipo “concordato”. Nella prassi corrente avviene che questo canone ricalca lo stesso prezzo di quello precedente a libero mercato ed il proprietario dopo aver preso i fondi per la morosità incolpevole è subito pronto ad emettere un nuovo provvedimento di sfratto non appena l’inquino non riesca a pagare la mensilità dell’affitto; a quel punto di nuovo il proprietario può fare richiesta di accesso ai fondi della morosità incolpevole... una ruota infernale che garantisce alla rendita contributi milionari dallo Stato e che lascia gli inquilini in preda a procedimenti governati da tecniche burocratiche rette solo sulla paura di finire in mezzo ad una strada.

Diventa sempre più esplicito il dissenso nei confronti di “regole” che sono ideate ed applicate esclusiva- mente sulla base di ritorsioni e ricatti. La scrittura di nuove regole per la riduzione dei canoni di locazione passa quindi dalla capacità collettiva di minare a fondo tutte le violente procedure che attualmente abusano dei diritti dei residenti e degli abitanti. Può apparire un commento “emotivo”, ma la nostra esperienza ci parla dell’insubordinazione e il coraggio di affrontare consapevolezze la morosità per ottenere un nuovo rapporto di locazione “più giusto” passa più dalla reazione a comportamenti di “presa in giro” e di “manipolazione” da parte dei proprietari che da “freddi” ragionamenti tecnici sindacalesi. Una nuova forma di organizzazione sindacale e sociale può nascere, riscrivendo contratti, imponendo accordi, solo se saremo in grado di dare forza e progetto alle tante resistenze a questi soprusi!

IN SINTESI: se più del 30% del reddito se ne va nellaffitto, se la casa che hai preso in locazione è malsana, ed il proprietario si rifiuta di fare i lavori di manutenzione NON PAGARE EUN DIRITTO! La morosità non è colpevole, è il mercato ad essere responsabile della tragedia degli sfratti! Lo stato stanzia i fondi per la morosità incolpevole ai proprietari, ma questi non abbassano i contratti di affitto! Ci vuole un controllo da parte degli abitanti sui fondi e su come vengono gestiti!

251556955 2739901799643249 6326687484467741149 n

Rapporti con i servizi sociali: colloqui, scontri, mediazioni


Uno dei pilastri del sistema liberista degli affitti e dei mutui è la realizzazione di sé come soggetto nella capacità di essere solvibile acquistando e possedendo mezzi e proprietà da cui ricavare Status. Nel momento in cui viene meno la capacità economa di “farcela” il debitore viene trasformato in “malato”, e quindi infantilizzato, trattato come un bambino da assistere in una rieducazione che ha l’obiettivo di rivalorizzarlo e dargli nuove possibilità di stare sul “marcato”. La gestione dell’emergenza abitativa è affidata ai servizi di alta marginalità della Società della Salute. Gli\le assistenti sociali di base, anch’esse precarie, esterna- lizzate in cooperative, vengono assunte per formare un esercito di controllori con l’obiettivo di far crescere i profitti della Società della Salute, che ha una governance di tipo manageriale e aziendale. Gli assistenti sociali non rispondono quindi al codice deontologico e professionale né a rapporti di reciprocità con i cittadini bisognosi, tanto meno con la comunità. Ma a commissioni che stanziano fondi e fanno investimenti su “progetti” e che hanno come obiettivo “il bilancio”. L’emergenza abitativa ha progetti di tipo privatistico e nessuna forma di garanzia sociale pubblica: soldi agli affittacamere privati, presa in affitto di strutture privati, contributi all’affitto per i proprietari stanziati dal servizio sociale. Obiettivo è curare il malato moroso aiutandolo a “pagare”. Invece è possibile e necessario organizzarsi insieme come comunità di persone impossibilitate a pagare il libero mercato affinché questi servizi non siamo rivolti contro di noi ma che tutelino i diritti sociali. Sia nei rapporti con i proprietari sia nei rapporti con gli ufficiali giudiziari durante gli accessi, il servizio sociale deve essere messo nella condizione di individuare alternative utilizzando gli alloggi pubblici in disuso. Significa quindi saper organizzare una risposta alle tante esclamazioni che dicono “noi non abbiamo case”. Tenere vuote le case pubbliche e dare soldi pubblici ai proprietari è un controsenso da sottolineare. Dare i contributi ai proprietari senza provare a far ricontrattare gli affitti è un controsenso. Il servizio sociale serve come dispositivo di individualizzazione del rapporto tra persona e diritto alla casa. Sempre meno sono le persone che possono ottenere alloggio popolare tramite graduatoria erp pubblica, sempre di più invece si moltiplicano strumenti e dispositivi di emergenza abitativa che prevedono il ricorso al “privato”. Ma questo “ricorso” non vede nessuna contrattazione tra stato e mercato ma il semplice asservimento del primo al secondo.

Tutto ciò prende forma in una legittima diffidenza paura e ostilità dei nuclei familiari che si trovano o a piegarsi ai ricatti soddisfacendo i “percorsi” assolutamente umilianti previsti dal servizio sociale oppure semplicemente “non accedendo” a questi tipi di servizi. Lottare insieme affinché questi servizi “facciano il loro lavoro” cioè “aiutino” le persone invece di metterle sempre di più in condizioni di vergogna e difficoltà è un obiettivo ricompositivo anche proprio con quei soggetti che all’interno di queste macchine aziendali sociali si trovano a lavorare in condizioni di precarietà. Il primo passo è non essere soli” a questi appuntamenti. Accompagnare le persone ai colloqui, formarsi e informarsi sui propri diritti, saper mettere in discussione limiti e applicazioni delle regole assurde, ottenere deroghe e spingere su possibili contro - percorsi sociali. Far chiamare lufficiale giudiziario per far rinviare lo sfratto, oppure far mettere al tavolo il proprietario per ridurre gli affitti, così come ottenere delle garanzie sociali per lottenimento di alloggi sono compiti che possiamo fare e discutere insieme per radicare nelle comunità dei territori, fatte da giovani, famiglie , donne, un modo diverso di rapportarsi con le istituzioni. Non più paura, ma rispetto!

249482351 2736996063267156 941519406186821336 n

Gli sfratti: dalle udienze  in tribunale ai picchetti

Un altro aspetto che intendiamo discutere ed analizzare e che sottratto dalla sua dimensione esclusivamente “tecnica” è il procedimento giudiziario di sfratto. Questo perché l’organo competente di curare e applicare la legge è il Tribunale, che sempre di più è il luogo dove la giustizia assume dei caratteri di classe. La sezione civile del Tribunale è oramai una fabbrica dei senza casa. Perciò questa procedura è da conosce- re e contestare per come viene attuata. L ‘udienza in tribunale è una pura formalità: i giudici non vogliono ascoltare le tue ragioni, i motivi per cui non hai potuto pagare, i lavori strutturali mai eseguiti dal proprietario. Allo stesso tempo il giudice sforna sentenze in serie. I procedimenti di sfratto sono quasi un milione negli ultimi anni. Da questi numeri e dalla serialità della giustizia “civile” in materia di morosità incolpevole si può serenamente affermare che il problema non è più di tipo individuale, il “reato” è di tipo socia- le: a dover essere sul banco degli imputati deve esserci la legge 431\98! Il modo in cui si “diventa” morosi e in cui si affronta il calvario del procedimento deve qui di costituire un tempo politico, di lotta e di formazione. Lo stesso sistema giudiziario oramai vede un rodaggio tra avvocati dei proprietari, degli inquilini, giudici che asfalta qualsiasi possibilità di presa in considerazione dei problemi dell’inquilino. Le velocità di convalida e l’assenza di dibattimento sono dei gravi elementi antidemocratici sintomo di un rapporto di forza tutto teso a rendere legale l’ingiustizia dell’abuso proprietario. Ma anche qui possiamo e dobbiamo batterci, e tutto ciò non va considerato “immutabile” ma soggetto a cambiamento!

249637377 2736936453273117 1719778661950107619 n

Allarme rosso: il Decreto ingiuntivo.

Un mezzo che costituisce un deterrente e una minaccia molto grave nei confronti dello sciopero dell’affitto e della morosità incolpevole è il provvedimento chiamato “decreto ingiuntivo”. Questo è un procedimento distinto da quello di sfratto per morosità (e non obbligatorio) richiesto dal Proprietario di un alloggio nei confronti di un inquilino moroso. Prevede l’applicazione entro 40 giorni di pignoramenti del quinto dello stipendio, blocco del conto corrente, pignora- mento di beni mobili e fermi amministrativi dell’auto- mobile. In questi 40 giorni, laddove il provvedimento viene effettivamente notificato, questo può essere impugnato dall’inquilino e fatta opposizione e quindi portare al giudice le proprie condizioni socioeconomiche per annullare tali richieste o ridimensionarle. Ma gli scrupoli legislativi a vantaggio della proprietà non hanno conosciuto limiti in questi anni: e infatti è prevista anche una applicazione immediata (in dieci giorni di tempo) dell’eventuale pignoramento, prima dell’udienza di fronte al giudice, che a quel punto può ratificarla o modificarla o annullarla. Sempre più persone si trovano ingabbiate in questo sistema perverso che oltre allo sfratto si trovano con richieste di risarcimenti e rimborsi che li incatenano a pignoramenti e a calvari burocratico legali. Questo è strumento odioso è utilizzato in modo sproporzionato da ricchi proprie- tari nei confronti di inquilini senza reddito o a basso reddito rendendo ancora di più ingiusto e vessatorio questo strumento. Esso infatti serve soprattutto come minaccia per impedire la permanenza nell’alloggio.

Il blocco dei conti correnti e il pignoramento del quinto stipendio, sono quindi misure coercitive finanziare tese a indebolire ancora di più la possibile resistenza. Perciò è necessario battersi per abolire il decreto ingiuntivo per i debiti ingiusti dellaffitto!

249280840 2736937346606361 4353312644338983981 n

 

Picchetti

I picchetti antisfratto sono il culmine di una lotta quotidiana che si svolge in molti modi e in più luoghi. Non sono eventi da concepire in modo isolato, e quando vengono organizzati “all’ultimo momento” cresce il rischio di non riuscire a portare a termine l’obiettivo: il rinvio dell’esecuzione e l’apertura di tavoli di trattativa per conquistare soluzioni abitative. Questo perchè il picchetto è una pratica di lotta, un’azione diretta, che immediatamente chiarifica le parti in campo dello scontro, misurando e modificando i rapporti di forza. Da una parte il bisogno abitativo, dall’altro la volontà di continuare a lucrare sull’abitazione. Questo scontro va costruito e coltivato adoperando varie strade al fine di ottenere il massi- mo livello di energia sociale. Nella nostra città dopo un primo ciclo di lotta contro l’emergenza abitativa (2011-2014) che ha visto numerosi picchetti essere attaccati dalle forze dell’ordine per tentare di eseguire gli sfratti, le istituzioni hanno iniziato ad utilizzare lo strumento di “graduazione della forza pubblica”. Ovvero delle sospensioni temporali definite per tutti quei nuclei la cui soluzione abitativa poteva essere raggiunta “sforzando gli uffici a individuare degli alloggi di emergenza abitativa. Questa sospensione è nata dalla resistenza dei “senza casa” anche al costo di denunce e condanne, ed ha aperto a delle interlocuzioni con le istituzioni che hanno reso sempre più difficile per i proprietari esercitare direttamente la forza della questura per far liberare l’immobile. Questa tensione si è infatti scaricata anche sulle istituzioni pubbliche, che negli anni hanno dovuto aprire nume- rosi bandi di emergenza abitativa e stanziare maggiori fondi per placare la sete economica dei proprietari. Con gli strumenti della indennità di occupazione e dei ristori della morosità incolpevole, si sono ottenuti dei rinvii e delle sospensioni. La richiesta di sospensione forza pubblica alla prefettura è stata proceduralizzata tramite la compilazione di un modulo dove allegare la “storia” e le prospettive di risoluzione del disagio abitativo.

Il ricorso alla forza pubblica quindi è una violenza esplicita che viene spesso utilizzata come minaccia e deterrente, più che essere esercitata in modo sistematico. Solo una quota bassissima sul totale degli sfratti infatti vede l’impiego della polizia e dei carabinieri. Tra decreti ingiuntivi e altri meccanismi persecutori, la maggior parte delle persone che hanno un procedimento di sfratto per morosità incolpevole preferisce lasciare l’alloggio e cercare soluzioni di fortuna. Questo rappresenta un dato molto importante su cui riflettere: da una parte il ricorso continuo all’ordine pubblico è un problema per la stessa politica istituzionale poiché alza un livello di conflitto e di contraddizione difficilmente gestibile senza mettere mano a riforme che le istituzioni non hanno assolutamente intenzione di fare; dall’altro lato il prolungamento del periodo di sfratto e l’ottenimento di un numero alto

di rinvii, funziona solo con una battaglia duratura che deve essere preparata prima dell’esecuzione dello sfratto. Tecniche e trappole da parte degli ufficiali giudiziari in combutta con Proprietari, alcuni assistenti sociali e funzionari di polizia cercano costantemente di produrre rassegnazione e sfiducia nelle possibilità di resistenza. Perciò è decisivo confrontarci sulla dimensione pubblica e sociale e anche sulla comunicazione politica che deve accompagnare la lotta contro gli sfratti. La fermezza nel non lasciare nessuno in strada di fronte all’avidità dei proprietari e alla complicità di uno Stato che preferisce tenere sfitti migliaia di alloggi pubblici può dare vita a percorsi di mobilitazione collettivi. Non solo i “solidali” con la persona sotto sfratto, ma con l’insieme di nuclei familiari che condividono il medesimo problema, possiamo aprire delle vertenze collettive per la stipula di nuovi contratti, l’assegnazione di alloggi vuoti, l’attivazione di progetti di autorecupero. Il costo sociale dell’intervento della forza pubblica deve essere rovesciato in possibilità di far crescere l’indignazione e mettere a nudo le contraddizioni su cui si regge l’impalcatura violenta ma precaria del libero mercato.
S’invertono i ruoli. Lo sfratto è comprensibilmente vissuto dall’inquilino come una tragedia in arrivo. Il carico di tensione e di paura si riversa anche come danno fisico e psicologico. I percorsi di lotta per la riduzione degli affitti prevedono un ribaltamento anche di questi stati. Il proprietario, l’agenzia immobiliare, il consulente o l’avvocato procurato dal padrone di casa, si trovano a strapparsi i capelli e ad implorare di la- sciare l’abitazione. Questo succede quando riusciamo a costruire una serie di passaggi che rendono in orma persona lo “sfrattato” soggetto attivo e rivendicativo, capace di trovare le parole per descrivere una ingiustizia subita da molti, e che merita un cambiamento e una ribellione. La partecipazione fin dalle prime ore del mattino, prima dell’arrivo di ufficiale giudiziario
e forma pubblica, di decine di persone, che generica- mente scelgono di non andare a lavoro o di distribuire diversamente i diversi carichi della giornata, crea una situazione di calore e di giustizia che insieme fa affrontare i rischi, dimostrando fermezza e serenità alle controparti. Le colazioni con i caffè versati nei bicchieri di plastica e la formazione di nuove relazione tra le persone del picchetto, lo sforzo di comunicazione con i vicini- i giorni anche precedenti allo sfratto – e la produzione di materiale coreografico di striscioni, bandiere, cori e canzoni, sono gli ingredienti basici di un momento di lotta che ha l’obiettivo di trasformare una tragedia in una festa.

 Dare coraggio, conoscere e trasmettere un sapere di lotta tanto articolato quanto concreto, non significa romanzare la realtà ma prestare adeguata attenzione a nuove forme di organizzazione sociale che devono attraversare sempre più spesso la quotidianità, trasformandoci da “vittime” dell’ingiustizia abitativa” a protagonisti di un grande movimento per il diritto alla casa.

Qui il link al manuale elaborato per la tre giorni di Casematte.

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Compagni,

l’attacco condotto con i licenziamenti alla FIAT rappresenta la continuazione fin dentro la composizione di classe, dell’attacco complessivo che Stato e impresa stanno conducendo contro tutta la rete organizzata, politica e sociale, che ha condotto l’ultimo ciclo di lotte.

I diecimila nuovi assunti alla FIAT hanno destabilizzato, in questi ultimi due anni, il progetto capitalistico cli tregua sociale e di rilancio della produttività.

L’obbiettivo è di bloccare le stesse basi di riproduzione dell’operaio sociale dentro la grande fabbrica, isolando e colpendo quella che si è manifestata come progettualità comunista, irriducibile antagonismo allo Stato e all’organizzazione del capitale.

Ridotto il peso, politico e sociale, della figura dell’operaio massa attraverso la ristrutturazione, strisciante ed aperta, condotta con la piena responsabilità di Sindacato e PCI, Stato e capitale vogliono oggi riprendere il controllo su quella che si è manifestata come la composizione antagonista, intersezione di operaio di fabbrica, operaio dei servizi, precariato e disoccupati.

I licenziamenti alla FIAT sono la logica continuazione dell’operazione partita il 7 aprile, il cui obbiettivo è la ridefinizione del rapporto di forza, politico, tra movimento autonomo di classe e Stato e capitale.

Il PCI e il sindacato hanno la responsabilità piena di questo attacco condotto contro 1e avanguardie comuniste e la nuova composizione di classe. La loro impotenza a garantire il controllo e la pace sociale, il fallimento della politica del compromesso storico, della linea dei sacrifici, nei confronti di questi proletari sono all’origine della loro protervia repressiva, del loro farsi Stato.

Con questo attacco lo Stato tenta di rimettersi in linea con i livelli di repressione europea, ricercando una pace sociale che elimini gli elementi di squilibrio prodotti dalle lotte operaie e proletarie sui livelli di profitto e sugli stessi livelli di spesa dello Stato.

Compagni,

se lo scontro è politico, la risposta non può limitarsi alla semplice “solidarietà” ai licenziati.

Il problema va assunto nell’interezza del programma comunista, fatto di iniziative militanti, di diffusione dell’illegalità di massa capaci nel concreto di modificare i rapporti di forza, disarticolando nella sua interezza il comando capitalistico.

Và rotto l’accerchiamento politico-militare sviluppatosi con l’operazione 7 Aprile, i cui sviluppi si sono avuti con la montatura poliziesca-repressiva contro i compagni dei C.A.O. di lotta.

Nessuno si illuda, il capitale e il sistema dei partiti, il sindacato, hanno registrato nell’autonomia operaia, e soprattutto nella continuità di organizzazione comunista o di contropotere proletario, il loro mortale nemico.

Rompere l’accerchiamento contando soprattutto sulle proprie forze è un compito per tutte le forze del movimento comunista organizzato dell’autonomia operaia. Nessuna tregua sociale neanche su un solo aspetto della nostra pratica e del nostro patrimonio di lotta, nessuna mediazione se non da posizioni di forza e con discriminanti precise.

Riprendere le lotte sul salario sociale, contro la produttività e il comando di fabbrica· e sociale, sui prezzi, sulla riappropriazione del reddito.

Riprendere l’illegalità di massa e gli spazi politici comprese le manifestazioni nelle piazze.

I compagni indicono una giornata di lotta e mobilitazione autonoma nazionale il 16 novembre, in coincidenza con il processo ai licenziati della FIAT.

LIBERTA’ PER I COMPAGNI DEL 7 APRILE.

LIBERTA’ PER I COMPAGNI DANIELE, GIORGIO E LUCIANO.

LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI COMUNISTI E I PROLETARI CHIUSI NEI LAGER DI STATO.

Torino, 10 Novembre 1979.

ASSEMBLEA NAZIONALE DELL’AUTONOMIA

OPERAIA ORGANIZZATA

 

MOZIONE DELL’ASSEMBLEA DEL MOVIMENTO AUTONOMO DI CLASSE TENUTASI A TORINO IL 10 NOVEMBRE 1979 E CONVOCATA DAI COLLETTIVI OPERAI FIAT.

HANNO ADERITO: COLLETTIVI POLITICI VENETI PER IL POTERE OPERAIO, COLLETTIVI POLITICI DI MILANO, COLLETTIVI AUTONOMI DI NAPOLI, COLLETTIVO POLITICO CATANESE PER IL POTERE OPERAIO, COMITATI AUTONOMI OPERAI DI ROMA, COMITATO COMUNISTA DI UNITA’ DI LOTTA, COORDINAMENTO ORGANISMI AUTONOMI DI VARESE-COMO, LOTTA CONTINUA PER IL COMUNISMO DI MII.ANO, CENTRO DI INIZIATIVA COMUNISTA VENETO.

RADIO: SHERWOOD DEL VENETO, BLACK OUT, ONDA ROSSA, CENTRO DI COMUNICAZIONE COMUNISTA VENETO.

RIVISTE: AUTONOMIA, SOVVERSIVO, VOGLIAMO TUTTO, VOLSCI, ROSSO, ROSSO DI SERA.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons