ssssssfff
Articoli filtrati per data: Monday, 01 Novembre 2021

La morte di Yaya Yafa all’Interporto di Bologna – lavoratore interinale e richiedente asilo rimasto schiacciato al terzo giorno di lavoro tra una ribalta del magazzino di SDA e un camion durante le operazioni di carico merce – non è un semplice ‘incidente sul lavoro’. È l’esito di processi che sono stati ignorati per anni.

di GIORGIO GRAPPI da Connessioni Precarie

Di che cosa parliamo? Di almeno tre cose: primo, la fabbrica dell’Interporto è al servizio di un sistema, quello della logistica, che fa del ciclo continuo un elemento centrale del suo funzionamento. La riorganizzazione della produzione prima e l’espansione dell’e-commerce poi hanno scaricato sul settore il peso di far funzionare fabbriche e cantieri e di recapitare a casa delle persone i loro acquisti. Questo ha fatto sì che un’organizzazione del lavoro già sottoposta a notevoli pressioni si sia trovata al centro di un vortice che girava sempre più veloce. I magazzini dove si smistano le merci sono diventati il punto sul quale maggiormente si scarica questa pressione. E a pagarne il prezzo sono i lavoratori e le lavoratrici del comparto.

La pandemia ha oggi mostrato a tutti che la logistica è un’industria ormai ‘essenziale’ per la vita economica e sociale e non può bloccarsi se non per interruzioni contingenti. Tuttavia, mentre il settore diventava sempre più ‘strategico’, questo non ha consegnato nelle mani dei lavoratori e delle lavoratrici lì impiegati un maggior potere se non di interdizione e l’iniziativa rimane in mano padronale. Perché? Qui entrano in gioco gli altri due elementi che completano il quadro. La seconda cosa da considerare è infatti l’utilizzo spasmodico del subappalto che coinvolge tutte le catene logistiche globali, trovando in Italia terreno particolarmente fertile. In generale il mondo della logistica richiede risposte veloci, ma temporanee: il lavoro deve essere svolto subito quando c’è, ma non appena calano i traffici le imprese si vogliono liberare dei costi della manodopera. Alla ‘produzione leggera’ è così corrisposto un sistema di ‘assunzioni leggere’. Quella che sembrava una risposta alle contingenze è però col tempo diventato un elemento strutturale di un sistema in cui i picchi di produzione non sono più solo stagionali, ma giornalieri e a volte orari. In questo contesto l’assoluta inefficacia dei sistemi di controllo sui luoghi di lavoro ha permesso un arbitrio quasi totale da parte delle imprese. L’esistenza di una forma flessibile come la cooperativa ha poi consentito di costituire e sciogliere ditte appaltanti con molta disinvoltura. La logistica non è l’unico comparto dove vigono queste logiche, ma è quello dove condizioni estremamente differenti sono a più stretto contatto. E questo avviene mentre un’immagine pubblica di efficienza tecnologica allontana dalla vista le condizioni concrete di fatica e arbitrio che la caratterizzano. Fin qui siamo all’analisi del comparto, ma visto che a lavorare ci sono uomini e donne bisogna anche chiedersi chi siano gli uomini e donne che lavorano nella logistica e in particolare nei magazzini.

Questo è il terzo elemento su cui spesso si sorvola o che viene toccato solo tangenzialmente.

Ebbene, nella stragrande maggioranza sono lavoratori e lavoratrici migranti. Non è sempre così, ma anche dove non è così, come ad esempio nei magazzini di Amazon, è evidente il rapporto con un lavoro migrante sottoposto a condizioni talmente negative da permettere alle imprese di far apparire come buone condizioni appena migliori. Una fotografia anche sfocata della segmentazione e stratificazione del mercato del lavoro mostra una gerarchia evidente tra lavoratori migranti e non, con i primi a occupare i posti più bassi. Ci si può sforzare finché si vuole di analizzare motivazioni culturali, ma il dato fondamentale è che questi lavoratori hanno bisogno oltre che di un salario di un permesso di soggiorno e per guadagnarsi la regolarità sono spinti ad accettare le mansioni e le condizioni lavorative che gli imprenditori riservano loro. Ma anche tra i migranti esistono gerarchie e in questo ranking del valore, che vede le donne in una posizione di costante doppio svantaggio, si è da qualche anno aggiunta la figura del richiedente asilo. Sempre più spesso, infatti, l’estrema precarietà dei richiedenti, che devono attendere anni per le loro pratiche e nel frattempo sono sospesi in un limbo amministrativo, li ha resi appetibili per le agenzie di somministrazione, anche per chiamate di brevissima durata. I migranti più giovani, da poco in Italia, privi di quelle reti sociali che servono da supporto ai migranti di più lunga data e bisognosi di un reddito sono i destinatari più immediati di questo sistema. Yaya era uno di questi. A confermarlo anche il fatto che ci è voluto del tempo prima di ricostruire chi fosse con precisione, i suoi contatti e la sua storia.

Chiariti questi punti viene da chiedersi se tutto ciò sia avvenuto in un contesto di docilità e arbitrio assoluto dei datori di lavoro. La risposta a questa domanda è no, perché il comparto logistico e in particolare i magazzini sono ormai da molti anni l’epicentro di una costante protesta operaia. Questa, anche grazie alla posizione strategica sopra ricordata, ha portato in molte situazioni a ottenere aumenti salariali e condizioni di lavoro più accettabili. Ma non ha modificato il sistema nei suoi pilastri strutturali. In questo processo, i sindacati di base sono stati il riferimento più importante per i lavoratori e le lavoratrici che non ci stavano, offrendo una sponda importante alle loro proteste e adottando pratiche di sciopero che si sono rivelate decisive, dato il funzionamento della logistica, come i blocchi. In tutto questo processo cosa hanno fatto i sindacati più grandi e in particolare la CGIL? In molte situazioni sono stati identificati come elementi della controparte, più impegnati a fare accordi con padroni e padroncini che non ad ascoltare l’insofferenza crescente e la disponibilità alla lotta che circolava nei magazzini. Ci sono casi limite, in cui il sindacato cogestiva il lavoro assieme alle cooperative e chiudeva un occhio sulle conseguenze, ma in generale il dato che è emerso è stata una netta spaccatura sulle possibilità e modalità di lotta, innescando una evidente competizione sindacale.

Sarebbe tuttavia semplicistico ridurre a una bega tra strutture sindacali la tensione emersa anche nelle ore successive alla morte di Yaya, quando un piccolo presidio di delegati della CGIL all’interno dell’Interporto ha prodotto momenti di tensione con gli operai che stavano bloccando temporaneamente la zona per protestare. Al di là delle evidenti differenze di linea politica e di responsabilità ‒ con quelli sulla carta più forti a lungo silenti quando non conniventi, mentre sindacati fino a poco prima nemmeno presenti nei magazzini strappavano salari più alti e ritmi più gestibili ‒ si sta infatti rivelando nella logistica un limite che accomuna tutte le azioni puramente sindacali.

Lo stesso sindacato di base si trova ora a fare i conti con questi limiti: mentre ha saputo consolidare una base di iscritti pronta all’azione, infatti, nei magazzini è cresciuta una nuova quota di lavoratori senza tutele e senza rappresentanza. I grandi gruppi come SDA hanno risposto all’evidente forza accumulata da sindacati come il SiCobas concedendo loro quote di salario e stabilizzazione dei rapporti. Ma l’organizzazione del lavoro è solo minimamente cambiata, la dimensione transnazionale e diffusa delle reti logistiche è rimasta intatta e i rapporti esterni ai magazzini immutati. Così, anche se molti degli iscritti al sindacato, anche se migranti, non hanno particolari problemi a rinnovare il permesso di soggiorno (anche se sono costretti a spendere una parte del salario guadagnato con la lotta per espletare le pratiche), il ricatto del permesso è ben presente sull’insieme del lavoro migrante. A questo si sono aggiunte condizioni come quella dei richiedenti asilo, ciclicamente inseriti o espulsi nei circuiti dell’accoglienza, la cui precarietà amministrativa e di vita è totale.

A condizioni esterne immutate, quando non peggiorate a causa della diffusa precarietà di vita e lavoro e dell’isolamento politico dei migranti, le aziende hanno avuto buon gioco a integrare le nuove gerarchie del lavoro con il sistema del subappalto. Questo ha permesso tanto di tamponare la forza acquisita dai lavoratori sindacalizzati quanto di rispondere alla crescita del comparto con ulteriore flessibilità della manodopera. Ostinandosi a non voler assumere la condizione specifica del lavoro migrante come tema centrale della riflessione politica e organizzativa il sindacato tutto, compreso quello di base, si è condannato a una lenta erosione della forza acquisita. Inoltre, l’insistenza su una forza costruita sì in connessione tra più magazzini, ma tutto sommato ‘locale’ all’interno di alcune filiere della Pianura Padana, deve ora fare i conti con ristrutturazioni aziendali che si articolano su scala nazionale, quando non europea. Se in alcuni casi, come quello della TNT a Piacenza, questo porta a repentine chiusure che tagliano le gambe alla forza organizzata dei facchini, nel caso di SDA la previsione di nuovi centri allarga la rete e con questo diminuisce la capacità di interdizione dei sindacati.

Ma è nella composizione della forza lavoro che gli equilibri sono ormai cambiati, richiedendo una seria riflessione: nel magazzino dove lavorava Yaya gli ‘interinali’, in buona parte richiedenti asilo e non sindacalizzati, sono ormai una quota decisiva della forza lavoro. Al di là delle questioni legate alla sicurezza e alla sistematica sconnessione tra l’immagine di processi automatizzati ed efficienti e la realtà dei magazzini, prendere sul serio la morte di Yaya dovrebbe allora quantomeno servire a mettere in luce cambiamenti che rischiano di minare la possibilità di far valere una forza operaia dentro i magazzini. La forza acquisita dai lavoratori sindacalizzati, in buona misura assunti a tempo indeterminato tramite cooperative, rischia infatti di trasformarsi in una forza contraria agli interessi collettivi dei lavoratori, quando nella gestione quotidiana questi lavoratori si trovano a comandare colleghi più deboli contrattualmente, perché interinali, e amministrativamente, perché richiedenti asilo. Se a questo sommiamo il fatto che esiste una netta divisione del colore, con gli interinali in larga parte dell’Africa Sub-Sahariana e i dipendenti di cooperativa in buona parte Nord Africani o Asiatici, capiamo come le aziende stiano costruendo una trappola da cui bisogna uscire.

Per farlo non basta insistere sulle pratiche di lotta, per quanto sia evidente che lo scontro nella logistica rimarrà ‘duro’ e questo continuerà a portare risultati parziali, né sul consolidamento di una base militante pronta a mobilitarsi. Occorre infatti mettere finalmente al centro il lavoro migrante nel suo complesso, nella ricerca di ciò che può far avanzare gli interessi comuni di una composizione variegata ed attraversata da fratture e divisioni che sono certificate per legge e che non possono essere risolte semplicemente ignorandole. Nel fare questo è anche importante prendere atto di come il contesto delle lotte nella logistica sia già cambiato rispetto agli anni in cui queste hanno assunto la ribalta, e con questo anche la mappa della presenza sindacale. Il sindacato di base non è più l’unico a farsi avanti, come dimostra l’investimento in termini di comunicazione, ma anche di presenza nei magazzini e di iniziative di sciopero, a partire da Amazon, della CGIL. Questa accresciuta presenza è un fatto positivo, perché significa che il fermento che attraversa la logistica non può più essere ignorato. Certo, la storia recente deve mettere in guardia ed è facile presumere che in molte situazioni la funzione di questa nuova presenza sia di normalizzare i rapporti, cercando di mettere nell’angolo presenze più scomode, che cercheranno così di guadagnare ulteriore spazio e visibilità. Ma se è vero quanto detto prima riguardo le fratture e divisioni che attraversano il lavoro nei magazzini è anche evidente che se l’azione sindacale rimane confinata nei propri limiti diversi sindacati potranno legittimamente competere tra loro per rappresentare le diverse condizioni con vertenze specifiche e separate. Il compito più urgente in questa fase è allora quello di allargare lo sguardo della lotta ed evitare che questa nuova situazione si trasformi nei fatti in una ulteriore frammentazione a tutto guadagno dei padroni.  Questo vale anche per l’illusione che la mediazione istituzionale di Comune e Regione possa in qualche modo intaccare questo sistema: non solo perché, come mostra il caso della Yoox, le istituzioni locali fanno soprattutto il tifo per le imprese e il loro successo, ma perché anche loro sono parte di un sistema e di un dibattito pubblico segnati dalla violenza dei confini e delle politiche dell’immigrazione. Così, i richiedenti asilo sono visti alternativamente come soggetti da espellere o come soggetti vulnerabili portatori di diritti umani, ignorando che in buona parte già lavorano legalmente nei magazzini che fanno muovere l’economia regionale e nazionale. Se i sindacati continueranno ad aggirare la questione, che lo facciano nel nome di un proletariato indistinto o di un riscoperto antifascismo di cui si stenta a comprendere il contenuto concreto, il risultato non cambia. E gli effetti continueranno a sentirsi non solo nei magazzini ma, più in generale, nella capacità di incidere sui rapporti di forza complessivi dentro i luoghi di lavoro, lasciando che sia il razzismo istituzionale, più o meno democratico e decorato con sempre più impalpabili politiche di integrazione, a decidere il perimetro dell’azione sindacale.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Oggi, mentre il mondo intero prende atto della catastrofe climatica di fronte al manifestarsi sempre più grave dei suoi effetti, è stupefacente scoprire la lungimiranza di chi, già dagli albori della seconda rivoluzione industriale, aveva  intuito la natura anti-ecologica del capitalismo. Il 28 maggio scorso, a 150 anni dalla caduta della Comune di Parigi, ReporterreReporterre - quotidiano dell’ecologia - ha dedicato un approfondimento al pensiero ecologico de* Comunard*, a cura di Gaspard d’Allens.

Nella sua breve storia la Comune di Parigi ha assunto l’intensità di una rivoluzione totale, che non poteva che estendersi, per le sue menti più fervide, anche al sovvertimento della divisione fra uomo e natura.
E così che ritroviamo in Elisée Reclus l’accumunare in uno stesso destino umanità e natura.
Ritroviamo in Benoit Malon e André Leo la difesa della dimensione collettiva del rapporto con la terra come base della riproduzione materiale, a fronte dell’espropriazione privatistica da parte del capitale.
Ritroviamo in Louise Michel l’empatia fra esseri viventi egualmente oppressi, e la scoperta fra le genti della Nuova Caledonia di un pensiero indigeno superiore nel rapporto con la natura a quello dei colonizzatori francesi. Elementi che 150 dopo sono tutti ancora all’ordine del giorno.

Ringraziamo Reporterre per la sua opera di informazione ecologica quotidiana e indipendente, e per averci dato la possibilità di proporvi la nostra traduzione di «La Commune de Paris fut la matrice d’une écologie révolutionnaire»«La Commune de Paris fut la matrice d’une écologie révolutionnaire».

Traduzione di ECOR Network

 

di Gaspard d’Allens

 

Centocinquanta anni fa si chiudeva l’ultimo giorno della Comune di Parigi.
Questo episodio rivoluzionario è stato spesso confinato ad un’esperienza urbana ed operaia.
Eppure, Louise Michel, Elisée Reclus e gli altri comunardi avevano una “visionaria apprensione della natura anti ecologica del capitalismo”.

Il filosofo Walter Benjamin diceva che vi sono dei momenti nella storia in cui un evento o una lotta particolari entrano con forza nella “possibile raffigurazione del presente” 1.
Sembra che questo sia proprio il caso oggi, con La Comune di Parigi.
Il suo patrimonio ha attraversato il secolo, e nonostante l’intensità della sua repressione, l’utopia di cui portava i germogli è sempre viva. Il suo riferimento è presente e continua ad aggirarsi dentro di noi.
Benché questo episodio rivoluzionario abbia potuto svilupparsi per soli 72 giorni – da marzo a maggio 1871 – 150 anni dopo il suo eco continua a farsi sentire.

Comune Parigi1

Nel 2016 in pieno movimento delle “Notti In Piedi”, dopo alcune notti incandescenti la Piazza della Repubblica fu ribattezzata Piazza della Comune.
Nel 2018 alcuni “gilet gialli” gli fecero eco direttamente, organizzando a Commercy, nella provincia della Meuse, “la Comune dei Comuni”.
A Nôtre Dame des Landes anche gli Zadisti si sono riappropriato del suo immaginario, quello dei suoi territori liberati, dove gli abitanti hanno sospeso il campo di azione del governo cosi come le costrizioni economiche.
Durante la COP21, folti gruppi di ciclisti venuti dalla Zad hanno simbolicamente invaso la piazza antistante il Château de Versailles. “ Nel 1871 i Versagliesi avevano schiacciato la Comune di Parigi. Le Zad sono oggi come altrettante nuove libere Comuni” affermavano gli stessi.

Il passato riemerge con una forza vulcanica. Viene scritto sui muri. Viene scandito durante le manifestazioni e viene urlato in faccia al potere. In questi ultimi anni, di pari passo con i cortei, numerosi “tags” l’hanno omaggiata: “meno Blanquer et più Blanqui” [Rispettivamente un rappresentante del governo attuale e una figura di spicco della Comune, NdT]. “1871 motivi per silurare Macron” .
La Comune è un arma. E’ una potenza evocativa, un mito di speranza quando essa ci viene a mancare. Come scriveva la comunarda Louise Michel, offre una squarcio liberatore per quelli che vogliono “fuggire dal vecchio mondo”.

Il mondo dei comunardi in realtà, ci è più vicino di quello dei nostri genitori”

In pieno capitalismo neo liberale, il suo rinnovato interesse non ha niente di sorprendente.
Per la storica Kristin Ross, autrice del libro “L’immaginario della Comune” (Ed. La Fabrique, 2015), lo sgretolamento del mercato del lavoro e l’incremento delle disuguaglianze fanno si che, “il mondo dei comunardi ci è molto più vicino di quello dei nostri genitori”. “E’ normale che quelli che vogliono sperimentare di vivere diversamente, all’interno di un economia capitalista completamente esausta dalla crisi, possano trovare interessanti le discussioni che animavano la Comune”, ha scritto.

Queste riflessioni stimolano anche la ricerca. Decine di libri sono usciti in occasione del 150° anniversario. Una bibliografia stilata nel 2006 da Robert La Quille, stimava a cinquemila il numero delle pubblicazioni uscite sulla Comune. La Comune viene osservata sotto tutte le angolazioni e sotto ogni punto di vista: rispetto alle donne, rispetto alla democrazia, rispetto al lavoro, all’arte, al potere, ecc.
C’è da dire che all’epoca, in 72 giorni, la vita era cambiata radicalmente.
Lo storico Henri Lefèbvre qualifica l’evento come “une rivoluzione totale”.
Vi fu instaurata la scuola laica, pubblica, gratuita ed obbligatoria, cosi come la separazione tra stato e chiesa, la libertà di associazionismo, la sospensione degli affitti, o il diritto al lavoro per le donne.
La popolazione si era autorappresentata in maniera democratica e aveva provato a riappropriarsi dei mezzi di produzione, rovesciando le regole della proprietà e del commercio.

Comune Parigi3
Si sono scritte migliaia di pagine sulla Comune, ma un punto nevralgico è rimasto nell’ombra, pochissimi ricercatori si sono interessati al rapporto dei comunardi con la natura. All’interno della storiografia dominante, o della corrente marxista-leninista questo aspetto è potuto passare come aneddotico, o addirittura anacronistico.
Kristin Ross riconosce che “è una cosa ardua riuscire a ritrovare, fosse soltanto un’allusione, sul ruolo giocato dall’esperienza e la cultura della Comune, sullo sviluppo di questa sensibilità”.
Spesso la Comune è stata rilegata come un’esperienza operaia e urbana in cui la questione ecologica era assente. In effetti si trovano pochissime tracce di questi argomenti negli archivi o nei resoconti delle Assemblee Generali.
In piena guerra, in una capitale ferita ed affamata, incastrata tra l’esercito prussiano e quello di Thiers, ci si può immaginare che i comunardi avessero altre urgenze da affrontare, e che non abbiano avuto il tempo di disquisire sul loro legame con l’ambiente.
D’altronde, dedurre che per questo motivo fossero ermetici a questo tipo di argomento, sarebbe prendere una strada sbagliata. La Comune non assomiglia per niente ad un capriccio parigino o ad una rivoluzione staccata dalla terra. Lavori recenti, fra cui quello di Kristin Ross, hanno evidenziato gli scambi e gli aspetti solidali che si sono costruiti fra La Comune ed alcuni precursori dell’ecologia come William Morris o Pierre Kropotkine. Quest’ultimo ha nutrito il loro immaginario al sorgere del periodo produttivistico.
Per questo, fra le parole d’ordine della Comune si ritrovano i richiami all’autosufficienza locale, e le riflessioni su delle unità di produzione più piccole, o sulla proprietà collettiva delle terre agricole.
Elementi lungi d’essere secondari per ciò che riguarda l’écologia politica.

L’uomo veramente civile deve comprendere che il proprio interesse è strettamente legato a quello della natura”

In aprile 1871, diversi comunardi, come Benoit Malon, o la scrittrice femminista André Leo, avevano tentato anche loro di rinforzare i loro legami con la società contadina. Con un manifesto esemplare, stampato a più di 100.000 di copie (un’impresa per l’epoca), interpellavano il popolo delle campagne, “fratello ti stanno ingannando, i nostri interessi sono gli stessi”. Rivendicavano: “la terra a chi la lavora”, e denunciavano la distruzione dei beni comuni da parte della borghesia, la privatizzazione delle foreste, dei boschi o dei campi.

Comune Parigi5

Alcuni comunardi sono stati addirittura grandi precursori nel loro rapporto con la natura. Basti pensare al geografo libertario Elisée Reclus. Questo narratore, allo stesso tempo poeta e scienziato, fu uno degli antenati dell’ecologia sociale. Anche se il suo ruolo personale nella Comune fu marginale, perché catturato fin dal 05 aprile del 1871, questa esperienza fu comunque per lui uno dei momenti più intensi della sua vita, come scrisse 30 ani più tardi, alla vigilia della sua morte.

Elisée Reclus è stato uno dei primi a mostrare come il capitalismo sia la principale causa del deterioramento non solo dell’umanità, ma anche degli ecosistemi. E’ un visionario. Nel 1866, affermava che “l’uomo veramente civile, deve essere in grado di capire che i propri interessi sono indissolubilmente legati a quelli degli altri, e anche con quelli della natura stessa” 2.

Nei sui numerosi scritti evidenziava i danni provocati dalla rivoluzione industriale. Parlava in modo dettagliato dei pericoli della diminuzione della biodiversità e sviluppava un approccio sensibile dell’ecologia sapendo apprezzare “le curve dei ruscelli”, “ i granelli di sabbia delle dune” , “le rughe della spiaggia” .
La sua attenzione era passionale, il suo amore incondizionato. Voleva pensare allo stesso tempo all’umano e al mondo, e si rattristava dell’imbruttimento della Terra.

Comune Parigi4

Ammoniva: “un armonia segreta s’instaura tra la terra e i popoli che nutre, e quando delle società imprudenti si permettono di fare man bassa su ciò che rendeva bello il territorio, finiscono sempre col pentirsene”,
“Là dove il suolo si è imbruttito, la dove ogni poeticità è scomparsa dal paesaggio, le immaginazioni si spengono, i pensieri si impoveriscono e la monotonia e la servilità s’impadroniscono delle anime, predisponendole al torpore e alla morte”.3

Elisée Reclus rifiutava la parola ambiente, connotazione di un mondo naturale distante concepito come troppo esterno all’umano. Gli preferiva il nome “milieu” [In francese significa sia “ambiente” che “in mezzo”, NdT.), che ha il merito di immergere immediatamente l’umano all’interno di un interazione diretta con il vivente. Insisteva spesso sulla necessità di trattare le altre specie con molto rispetto, e passò una vita intera da vegetariano, nutrendosi soltanto di pane e di frutta.

Louise Michel ha inventato le lezioni di natura

Elisée Reclus non è stato l’unico comunard sensibile a queste tematiche.
Anche in Louise Michel ritroviamo questa sensibilità, abbastanza sconcertante in quel periodo.
Nelle sue “Mémoires” (Ed. La Découverte, 2002), questa figura emblematica della Comune mette in relazione il rispetto animale e quello umano.

“Dal profondo della mia rivolta contro i potenti, ritrovo fin dalle memorie più lontane, l’orrore delle torture inflitte alle bestie”, scrive.
“Sono spesso stata accusata di avere maggiori riguardi verso gli animali che verso gli umani: perché lasciarsi commuovere dalle bestie quando gli esseri dotati di ragionamento sono cosi infelici? E’ che c’è un nesso fra tutto, dall’uccello le cui uova vengono schiacciate, fino ai nidi di umani che vengono decimati dalla guerra. La bestia muore all’interno della sua tana, l’uomo lontano dai confini”.

Prima di arrivare a Parigi e di abbracciare l’effervescenza della Comune, Louise Michel è stata istitutrice in un piccolo villaggio del dipartimento di “Haute Marne”, a Audeloncourt.
Vi ha potuto sperimentare anzitempo una sorta di scuola della natura. Rifiutando di prestare giuramento all’Impero – che era obbligatorio per tutti gli insegnanti delle scuole comunali – ha preferito insegnare in una maniera quasi clandestina all’interno della sala da pranza di una casa cittadina. Utilizzava allora delle pedagogie innovatrici basate sull’esperienzialità e sul ragionamento. Rifiutava i castighi. Faceva studiare la geologia andando a raccogliere dei sassi. Faceva capire la vita delle piante ai bambini, coltivando un giardino.

Comune Parigi6

« la classe era piena di vita, si leggeva, si contava, si faceva del teatro”, racconta la sua biografa Claude Rétat, rispondendo ai quesiti di Reporterre.
“Si può dire che Louise Michel abbia inventato le lezioni di natura con un secolo di anticipo”. All’epoca la questione ecologica non si poneva come ai giorni nostri”, aggiunge.
“Per Louise Michel era evidente che il vivente era deturpato dagli sfruttatori, e che fosse necessario inventare un rapporto differente con la natura.”

La sua sensibilità ha anche avuto modo di esprimersi durante il suo lungo esilio in Nuova Caledonia, dopo la sconfitta della Comune. Vi è rimasta più di sei anni ed è stata affascinata dalla bellezza delle foreste e delle popolazioni autoctone, i Kanaks. Ne ha tratto un libro 4. Per lei, “la comprensione della natura da parte dei Kanaks è di lunga migliore di quella degli Europei. Le connessioni che essi avevano con la terra e il mare erano molto importanti” nota Carolyn Eichner 5, professore associato all’Università del Wisconsin Milwaukee, negli Stati Uniti.

O Natura, verranno portati da spiaggia in spiaggia, sia i tuoi furori che il tuo amore”

In seguito, la deportata ha anche difeso la rivolta Atai nel 1878, e si schierò con i Kanaks. Riuscì pure ad ottenere una missione per conto della “Societé française de botanique”, per poter studiare una natura ancora poco classificata, che l’affascinava. Il suo poema “Au bord des flots” [“In riva alle onde”, NdT] riesce a trasmettere l’ampiezza del suo attaccamento al vivente.

Toute ta puissance, ô nature,
Et tes fureurs et ton amour,
Ta force vive et ton murmure,
On te les prendra quelque jour.
Comme un outil pour son ouvrage,
On portera de plage en plage
Et tes fureurs et ton amour.

Tutta la tua potenza, o natura,
Sia i tuoi furori, sia il tuo amore,
La tua forza viva e il tuo sussurrare,
Verranno presi un giorno.
Come un attrezzo per la sua opera,
Verranno portati da spiaggia in spiaggia
Sia i tuoi furori, sia il tuo amore.

Non è sorprendente vedere oggi gli ecologisti riappropriarsi un po’ alla volta di questo tratto di storia.
Con la sua teoria del “municipalismo libertario”, il pensatore dell’ecologia sociale Murray Bookchin, aveva già aperto la strada negli anni 1980, facendo riferimenti diretti alla Comune, pur prendendo l’accortezza di discostarsene su alcuni punti.
Di recente, Eric PIolle, il sindaco di Grenoble, ha addirittura scritto un articolo sul quotidiano Liberation, dove afferma che “ i comunardi e le comunarde sono i primi e le prime ecologiste”. “La Comune di Parigi è uno degli eventi di cui abbiamo bisogno di riappropriarci”, scriveva. E’ la base per il nostro lavoro di rinascita”.

Questo reinvestimento politico è salutare. Ma stiamo attenti ad evitare una strumentalizzazione, o addirittura una neutralizzazione del pensiero dei nostri antenati.
Il sentimento di natura” che descriveva Elisée Reclus e che era vissuto anche da altri comunardi come Louise Michel, non aveva niente a che fare con un supplemento d’anima. Era proprio alla base del loro impegno rivoluzionario.
D’altronde, per Kristin Ross, potrebbe rappresentare l’apporto principale della Comune, “un’apprensione visionaria della natura anti-ecologica del capitalismo”.
Per nessuno dei pensatori dell’epoca, che hanno attraversato sia le aspirazioni della Comune che la ferocia del suo annientamento, poteva trattarsi di una riforma o di una soluzione parziale.

“La riparazione della natura poteva avvenire soltanto con lo smantellamento totale del commercio internazionale e del sistema capitalista”, scrive la storica. Un problema sistemico esigeva una soluzione sistemica”.
 

NOTE:

 1 Walter Benjamin, Parigi, capitale del XIX° secolo, comparso in “Ecrits Français (Folio-Gallimard), 1939

2 Elisée Reclus, “A proposito dell’azione umana nella geografia fisica” in La revue des deux mondes, 1° dicembre 1864

3 Elisée Reclus “A proposito desi sentimenti della natura nelle società moderne” in La revue des deux mondes, 63 del 15 maggio 1866.

4 Louise Michel, Legende e canzoni di gesta dei Kanaks, 1875

5 Carolyn Eichner, Le donne nella Comune di Parigi, Valicare le barricate, Editions De La Sorbonne, 2020.

FOTO:

. Chapô : Louise Michel, street art à Montmartre (Paris). Marit & Toomas Hinnosaar/Flickr
. Barricade de la Place Blanche, défendue par des femmes pendant la semaine sanglante. Moloch/CC/WikipediaMoloch/CC/Wikipedia
. Graffiti, Paris. Paola Breizh///www.flickr.com/photos/186368025@N06/51140534993/">Flickr
. Montage : André Léo (Wikipedia/CC/Auteur inconnu) ; Louise Michel photographiée à la prison des chantiers à Versailles (Wikipedia/CC/Ernest-Charles Appert]
. Élisée Reclus. Wikipedia/CC/Nadar
. Barricade à l’angle des boulevard Voltaire et Richard-Lenoir, à Paris. Wikipedia/CC/Bruno Braquehais

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il ciclone Apollo ha lasciato la Sicilia; la fase dell’emergenza sembra finita. Con un bilancio di tre vittime, interi raccolti distrutti, e ancora una conta dei danni da effettuare; si concludono i giorni di terrore per l’area orientale dell’isola. Abbiamo intervistato Salvo Torre, docente di Geografia all’Università di Catania e membro di POE (Politics Ontologies Ecologies), per ragionare a freddo su quello che è successo e sulle cause; sulle categorie di sviluppo e giustizia climatica.

Riprendiamo da Trinacria.info

Tu vivi in Sicilia, nell'area colpita dal disastro; prima di tutto, come stai?

Arrabbiato, penso sia una reazione comune, collettiva. Facciamo parte dei fortunati, non ho rischiato la vita, la mia casa non ha subito danni rilevanti, in questi giorni sono anche riuscito a viaggiare. Trovo però davvero difficile accettare il fatalismo con cui viene raccontato quello che è successo negli ultimi giorni. L’esposizione al rischio costante, l’idea che tutto succeda indipendentemente dalle nostre azioni, il racconto sui disastri naturali. Pensavo non fosse più necessario parlare del fatto che i danni sono sempre il risultato di azioni che dipendono dal disinteresse verso il rischio oppure dagli investimenti economici che ormai si realizzano sul rischio, sull’emergenza costante. Un uragano si abbatte sulle coste siciliane mentre a Roma, per il G20, si svolge l’ennesima chiacchierata sulla necessità di intervenire in futuro per mitigare i danni dovuti al cambiamento climatico e lo stesso si ripeterà a Glasgow per la COP26.

A questo si aggiunge che a livello locale stiamo parlando di qualcosa che era stato previsto con anni di anticipo e che purtroppo diventerà più frequente. Nessun piano per gli eventi estremi, nessun intervento di risistemazione del territorio, nessun progetto di recupero degli equilibri locali né di risoluzione di problematiche antiche dovute sempre al modo in cui sono state costruite le città e in cui è stato aggredito il territorio. Alla fine, il paradosso è che possiamo dire che lo scenario avrebbe potuto essere molto più grave, ma mi pare chiaro che la linea sia non parlarne più fino al prossimo uragano. Nei prossimi mesi discuteranno solo dello stato di calamità e della gestione straordinaria, come è già successo molte volte in passato.

Incendi ed estati roventi, alluvioni e precipitazioni violentissime d’inverno. È chiaro che la definizione di “clima Mediterraneo” non rispecchia più le caratteristiche del clima siciliano. Verso che tipo di clima si sta andando?

Non è una risposta semplice, soprattutto perché il fatto che il clima tenda a mutare in cicli di almeno trent’anni è un argomento che è stato usato dal cosiddetto negazionismo climatico, cioè la posizione di chi nega l’esistenza di fenomeni come quello che sta colpendo il Mediterraneo centrale in questi giorni, oppure di chi tende a normalizzarli, definirli come fenomeni che si sono sempre verificati e non sono il risultato delle emissioni di gas serra da parte delle società umane.

Sicuramente la definizione di clima Mediterraneo è una definizione tecnica che non corrisponde più a quello siciliano, le temperature medie sono aumentate così come l’umidità. Insieme a questo è intervenuta una lunga serie di cause che ha agito insieme all’aumento dei gas serra. Si è verificato ad esempio un aumento delle temperature locali dei mari e del loro livello, allo stesso modo l’espansione delle città, il disboscamento, la costruzione di opere che hanno modificato l’andamento dei corsi d’acqua o le correnti marine hanno avuto un ruolo essenziale. Si tratta di processi complessi in cui ogni azione produce altri effetti che vanno considerati in un unico effetto a catena che preoccupa molto gli studiosi di climatologia. Il dato importante però è che contemporaneamente non si sono fermati i processi sociali che hanno il maggior impatto sul territorio e che lo rendono sempre più vulnerabile. I fenomeni estremi aumentano, ma non mi pare che il consumo di suolo sia rallentato, che ci siano più aree coperte da boschi o che le linee naturali di deflusso delle acque siano libere. Non mi sembra che le discariche siciliane siano state complessivamente messe in sicurezza o che l’intero sistema dei rifiuti non produca enormi problemi ecologici, che le coste non subiscano più erosione o che l’enorme numero di strutture incompiute o dismesse non produca danni ambientali pesanti. Penso si possa tranquillamente dire che nel complesso la società locale contribuisce in modo determinante sia all’aumento delle emissioni di gas serra sia alla riduzione della capacità della biosfera e del terreno di assorbirle. Siamo già un’area in cui eventi estremi come ondate di calore e tempeste tropicali sono la normalità, sono eventi che si verificano nel corso dell’anno con una certa regolarità.

Dunque questo tipo di fenomeni meteorologici non sono più considerabili “cataclismi” occasionali. È questo il manifestarsi della crisi ecologica?

La crisi ecologica si è già manifestata da tempo, è il processo che caratterizza in modo più preciso la nostra epoca, è una crisi che colpisce tutte le aree del pianeta e stabilisce una gerarchia tra ricchi e poveri, aree forti e aree deboli. Penso sia importante contrastare una narrazione che rappresenta il dibattito sul mutamento climatico come qualcosa che si muove nell’ambito delle previsioni. Si tratta dell’opposto, è un dibattito che analizza un processo storico, qualcosa che è avvenuto e che si muove anche intorno alle ipotesi su quanto potrà peggiorare, ma non riguarda il futuro. Ciò che è già avvenuto è un aumento delle temperature medie planetarie di 1,1°C, i fenomeni più problematici innescati da questo mutamento si avvertono paradossalmente nelle aree più povere, da parecchi anni ormai. Ma la crisi ecologica riguarda anche tanti altri problemi che hanno assunto proporzioni enormi ormai (per approfondire).

Adesso la distribuzione ineguale dei danni del surriscaldamento globale si avverte anche nelle aree ricche, ma sempre dentro lo stesso schema, dentro la moltiplicazione dei margini sociali. Anche in questo caso c’è una divisione interna, economica e sociale, della popolazione e chi è più debole rischia di più. Esistono chiare diseguaglianze tra aree periferiche e aree centrali, tutti margini interni che dividono la popolazione anche seguendo la linea della vulnerabilità socioecologica. Non si tratta solo del clima, è il processo per cui chi vive nelle aree più deboli ha la maggiore probabilità di trovarsi a lottare contro l’impianto di una discarica o di un’attività produttiva inquinante.

La crisi ecologica si è manifestata negli ultimi anni con le migrazioni climatiche e ambientali, con le carestie, con l’aumento del costo del cibo, con gli incendi, con le pandemie.

Negli ultimi giorni abbiamo vissuto sulla nostra pelle che effetti produce il cambiamento climatico. Ma crediamo che i danni causati dalle forti piogge nella Sicilia orientale non siano attribuibili solamente a “cause naturali”. Lo “sviluppo” contribuisce a peggiorare la tenuta dei territori a queste catastrofi? Che ruolo ha l'assenza di messa in sicurezza dei territori che spesso gli abitanti dei territori rivendicano?

In questo caso si tratta proprio dei problemi posti dall’idea di Environmental Justice. Il caso siciliano è molto simile alla maggior parte delle aree europee: si tratta della sovrapposizione tra problemi storici e problemi recenti, che si realizza sempre nel quadro della ricerca di profitto. Le zone più sicure delle città sono anche quelle più costose, le zone più insicure sono le più povere; ma come dimostrano gli studi di Salvatore Palidda si tratta della costruzione di un’idea di insicurezza sociale che non corrisponde alla realtà. L’assenza storica di interventi poi ha prodotto il resto. Il problema riguarda cioè la gestione dell’emergenza.

A questo si aggiunge una serie di problemi specifici – nel caso di Catania ad esempio la presenza della polvere vulcanica ha avuto un certo ruolo – ma in realtà l’intera storia della città concorre a costruire il disastro. Così come nel messinese il dissesto idrogeologico probabilmente inizia con i disboscamenti della prima età moderna. L’espansione delle città e la costruzione delle infrastrutture nel XX secolo hanno avuto un impatto devastante, la stagione dei grandi poli industriali avrà conseguenze per secoli, l’era del cemento ha segnato l’isola in modo brutale. Il consumo di suolo continua ancora, l’edificazione dei centri commerciali è un esempio perfetto. L’entità degli interventi di messa in sicurezza è quasi nulla, soprattutto in relazione all’entità dei danni.

Recentemente è uscita l’edizione italiana di Pluriverse. Dizionario del post-sviluppo, un lavoro realizzato grazie al coinvolgimento militante di un gran numero di persone che hanno partecipato volontariamente alla traduzione. Si è trattato di un momento importante per la ripresa del dibattito sulla critica allo sviluppo come espressione di un’ideologia e come motore del sistema sociale in cui viviamo; con questa accezione lo sviluppo è sempre un progetto politico. Lo sviluppo prevede l’aumento costante delle attività umane come unica possibilità per il raggiungimento della felicità, la continua trasformazione dei territori, delle pratiche di uso delle risorse, degli stili di vita. È qualcosa che giustifica in termini politici le grandi scelte sociali, costruisce una sua precisa narrazione. In nome dello sviluppo bisogna sacrificare aree naturali per garantire la sopravvivenza di questo sistema sociale. È il discorso di questi giorni: ciò che viene rimproverato ai movimenti per la giustizia ambientale è che il costo della conversione ecologica sarebbe troppo alto per il sistema produttivo. Si tratta di una semplificazione estrema che però rende evidente il funzionamento di questa logica: garantire il sistema di produzione e consumo è la priorità, è un principio indiscutibile per cui si possono tollerare il sacrificio di intere popolazioni, l’alterazione del clima, l’estinzione di massa, la distruzione di intere aree del pianeta.

Anche durante le ore dell’emergenza quella che più salta all'occhio è l’inefficacia della risposta istituzionale per la tutela degli abitanti. «Evitate di stare ai piani terra» cosa significa se ho solo una casa al piano terra? «Non uscite di casa» com’è pensabile se devo andare a lavoro? Chi si potrà permettere di sopravvivere al cambiamento climatico?

Come sempre la gestione dell’emergenza esprime una negazione degli spazi di espressione collettiva. In questo caso ha raggiunto picchi non indifferenti, perché si tratta di affermazioni che riconoscono l’impossibilità di intervenire, così come l’assenza di un piano di emergenza specifico. Dopo trent’anni di discussioni, si continua a considerare la Sicilia come un luogo in cui non possono verificarsi cicloni tropicali, per cui dentro l’emergenza si muove un apparato che non ha contemplato la possibilità. Alcuni anni fa, Gennaro Avallone ha scritto un saggio in cui sosteneva che la categoria dell’emergenza ha caratterizzato buona parte della storia del Mediterraneo contemporaneo. L’emergenza costituisce in effetti una dimensione permanente in cui esistono per decenni aree temporanee di insediamento degli sfollati, rischi di dissesto idrogeologico, leggi speciali e commissariamenti. Dopo la stagione del cosiddetto intervento straordinario e quella dei commissariamenti, si è passati all’assoluta assenza di regolazione, un modello neoliberale compiuto in cui è possibile agire in qualunque modo, ma con una tendenza all’uso di piani di emergenza.

Un’altra cosa che emerge chiaramente è il fatto che solo le forme di costruzione partecipata dei territori possono rappresentare un’alternativa, la soluzione non è la pianificazione esterna e non è ripetere lo stesso modello distruttivo. Non si può pensare al territorio come qualcosa che è il frutto esclusivamente di un processo geologico o che non ha una sua storia. Non si può gestirlo come una proprietà perpetuando i modelli patriarcali. I territori sono il risultato delle pratiche sociali, sono sempre costruiti dai comportamenti sociali, ormai la loro storia è inseparabile da quella umana. I disastri sono il risultato del modo in cui questo processo di costruzione è stato finalizzato interamente all’accumulazione economica; non si può pensare che questo modello funzioni. Decidere collettivamente, significa seguire l’idea che le comunità umane debbano garantire gli equilibri della biosfera, la perpetuazione della vita, la felicità di chi ne fa parte.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons