ssssssfff
Articoli filtrati per data: Wednesday, 06 Ottobre 2021

Da quando è arrivato Draghi l’economia italiana va a gonfie vele. Questo è il riassunto delle notizie che stampa e giornali ci propinano quotidianamente.

In questi giorni poi, la notizia di una crescita del PIL al 6%, e non del 4.5 come inizialmente previsto, ha dato il via al definitivo processo di santificazione dell’ex Presidente BCE.

Pochi si soffermano nel ricordare che la crescita di quest’anno è un normale rimbalzo al crollo dello scorso anno: - 8.9%.

Tuttavia, bisogna sottolineare che una maggiore crescita determina più ampi margini di indebitamento sul PIL, nonché una riduzione, seppur irrisoria del debito pubblico, dal 155.6% al 153.5%.

In sostanza la finanziaria di quest’anno dovrebbe contare su 20-22 miliardi di euro, circa 6-7 in più del 2019 quando il Covid non c’era.

Il primo dato da sottolineare è che nonostante manchino poche settimane, il governo non si è ancora espresso chiaramente su nessuna riforma.

Un discorso simile può essere fatto sul Recovery Fund, la cui struttura l’abbiamo descritta (qui), e del quale a distanza di tre mesi non se ne sa ancora molto. Sappiamo solo che i singoli ministeri sono in netto ritardo sulla consegna dei progetti (chi l’avrebbe mai detto).

Tornando alla finanziaria, elenchiamo quelli che sono i temi del dibattito.

Sulla riforma del catasto, Draghi ha annunciato che “nessuno pagherà di più e nessuno pagherà di meno”. Quindi non si capisce quale dovrebbe essere la novità rispetto all’iniquità odierna del sistema catastale/fiscale italiano. infatti bisogna ricordare che l’ultimo aggiornamento sulle imposte catastali è datato 1990.

Una vera e propria revisione dell’impianto immobiliare nazionale provocherebbe un altissimo apprezzamento delle tasse per i detentori di rendite immobiliari, che ad oggi pagano una miseria di tasse rispetto al valore di mercato.

Ovviamente un tale inasprimento non riguarderebbe la maggioranza delle persone proprietarie di casa in piccoli centri o abitazioni di nuova costruzione nelle metropoli, ma andrebbe a danneggiare i possessori di ville, castelli e appartamenti nei centri cittadini.

Anche per quanto riguarda la sbandieratissima riforma fiscale si attende che finisca la campagna elettorale delle comunali.

Il ministro dell’economia Daniele Franco ha annunciato che la pressione fiscale rimarrà intorno al 42% del PIL e nessuno si è espresso su tagli dell’IRPEF per le fasciazioni reddituali sotto i 55 mila euro, così come nessuno ha annunciato svolte fiscali progressive sui profitti, siano essi da impresa o finanziari, o sulla cedolare secca per gli immobili (oggi al 21% ben al di sotto di quanto siano tassati i redditi da lavoro).

Discorso analogo si può fare su Quota 100, che non verrà rinnovata ma non è chiaro quale accordo pensionistico verrà varato in successione.

Su questi temi ci riproponiamo di reintervenire una volta che il governo farà la grazia di fornire informazioni.

Ciò che invece è chiaro, è l’aumento del 40% del costo dell’energia: la stangata bollette.

Un tema centrale sia per il costante riduzione di potere d’acquisto, e quindi impoverimento, delle fasce meno abbienti della popolazione sia per il macro-tema della transizione energetica, vero e proprio fulcro del rilancio dell’accumulazione del XXI secolo.

Partiamo dall’inizio, il 13 settembre il Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani ha annunciato che le bollette del quarto trimestre 2021 (ottobre-dicembre) aumenteranno del 40%, dopo che il terzo trimestre aveva già registrato un aumento del 20% (costo complessivo circa 4.5 miliardi).

Il costo per le famiglie è quantificato in circa 500-600 euro annui, per un totale di 9 miliardi in tutto il paese.

Nel mese di agosto, senza clamore mediatico, il governo ha varato un intervento da 1.3 miliardi per sterilizzare l’aumento del terzo trimestre, riducendo di circa un terzo l’aumento. Quindi nelle bollette che stiamo per pagare (luglio-agosto-settembre) l’aumento dovrebbe essere di circa il 13%.

Una manovra quantitativamente simile è stata varata in questi giorni, infatti il governo si impegna a calmierare l’aumento del quarto trimestre investendo 3 miliardi di euro, un terzo del costo totale che abbiamo menzionato sopra, 9 miliardi).

A tal proposito è utile ricordare che gran parte del costo energetico è formato da onerose tasse che nel caso dell’energia elettrica rappresentano il 40% mentre per la benzina giungono fino al 75%. Queste sono le parti del prezzo sul cui il governo può intervenire.

Tuttavia questo “aiuto” di stato non sarà uguale per tutti ma l’erogazione di fondi sarà fortemente iniqua e a favore delle imprese.

Guardiamo alla composizione di questi tre miliardi.

Da un lato c’à la carità verso coloro che vivono in condizioni di povertà estrema o nei pressi di essa. Infatti, i percettori di reddito di cittadinanza con ISEE inferiori a 8000 euro, poco meno di 3 milioni, non subiranno i rincari. Questa iniziativa rappresenta circa 5-600 milioni di euro dei 3 miliardi totali.

Mentre 2 miliardi andranno a calmierare i prezzi dell’energia per 6 milioni di piccole e piccolissime imprese con un regime di consumo energetico inferiore ai 16 KW/h.

Le restanti 30 milioni di famiglie di questo paese potrebbero non ricevere nessun sussidio e pagare l’intero rincaro.

Le stesse società produttrici non vengono toccate e potranno continuare a macinare profitti sulle spalle di tutta la popolazione.

Ma Quali sono i motivi di una tale impennata?

Ve ne sono sia congiunturali sia strutturali, partiamo dai primi.

La ripresa della domanda globale post-Covid, testimoniata dalla crescita del PIL di tutti i paesi G20 è l’asse principale di questo aumento.

Dalla Cina agli Stati Uniti, passando per l’industria europea, tutti gli apparati produttivi hanno fame di energia e materie prime, il cui processo di estrazione è fortemente energivoro.

L’offerta di energia nel 2021, ossia la sua produzione globale, non è stata in grado di crescere allo stesso ritmo della domanda.

Bisogna sottolineare che questi aumenti non sono legati ad uno specifico ambito della composizione di produzione energetica.

Un esempio calzante a questo proposito è quello francese. Com’è noto la Francia è il maggior produttore europeo di energia derivante dal nucleare, e quindi meno legata alle importazioni di gas e petrolio, ma allo stesso tempo è il paese che rischia l’aumento dei costi maggiore stimato tra il 40-50%.

Un’inflazione dei costi simile a quella italiana e tedesca.

L’unica fonte di energia che ha riscontrato una contrazione è la produzione di gas da parte della Russia, mentre l’industria petrolifera è tornata ai livelli pre-Covid, ed anzi ha registrato una maggiore produzione legata al previsto rimbalzo della domanda globale.

Tuttavia, alcuni prevedono che il costo del carburante possa nei prossimi 6 mesi tornare a superare i 2 euro al litro.

Uno dei fattori che influenza maggiormente il prezzo dell’energia sono i costi di compensazione per le emissioni di Co2. I produttori di energia termo-elettrica (gas, petrolio, carbone) hanno la possibilità di commerciare la loro emissione di Co2 attraverso i carbon credits.

Questi possono essere commercializzati tra aziende inquinanti e non, e possono essere abbattuti attraverso programmi di riforestazione, un contro-processo che dovrebbe assorbire parte dell’azione inquinante.

Tuttavia, l’ondata di incendi, che anno dopo anno diventano sempre più incisivi e diffusi, ha posto un freno alla riforestazione globale, imponendo un aumento del costo dei carbon credits.

Costo crescente che le aziende produttrici di energia stanno scaricando direttamente sui consumatori.

Un’altra causa dell’aumento può essere rintracciata nella finanziarizzazione del mercato energetico. Infatti le aspettative critiche sull’asimmetria tra domanda e offerta di energia hanno causato un apprezzamento del mercato dei futures energetici, ossia i derivati finanziari che stimano crescita o perdita del valore di un prodotto nel futuro.

La scommessa “collettiva” finanziaria su un futuro aumento del costo dell’energia crea quel processo di profezia auto-avverante che conduce ad un aumento del valore finanziario dell’energia, pronosticata come bene sempre più scarso in un contesto di domanda crescente.

Infine, bisogna spendere qualcosa parola sul perché l’aumento del costo dell’energia possa rappresentare una tendenza strutturale nel medio-periodo.

L’ondata di politiche di green, come l’aumento dei costi per l’emissione di Co2 o la de-carbonizzazione dovrebbero andare ad incidere in maniera crescente sulla produzione (offerta) globale di energia.

Con il ritmo di investimento e finanziamento odierno, le energie rinnovabili difficilmente riusciranno a tenere il passo di quanto si vorrebbe perdere in termini di creazione energetica da processi termo-elettrici (Petrolio, gas e carbone).

A questo proposito è calzante l’esempio dell’automotive. Il cambio di paradigma da consumo di benzina ad alimentazione elettrica sta comportando la movimentazione di terra e scavi estrattivi in mezzo pianeta alla ricerca di nuove materiali, litio e terra rare su tutti.

L’utilizzo sempre più diffuso di trasporto elettrico non andrà ad incidere positivamente sui costi dell’energia, anche in un contento in cui il petrolio perda la sua centralità, cosa tutta da verificare nel breve periodo.

Inoltre, la crescita demografica planetaria complessiva, accompagnata alla “fame energetica” di chi fino ad oggi è stato nella periferia dell’economia mondo capitalistica, soprattutto il sud-est asiatico, imporrà una crescente domanda strutturale di energia.

Sin qui abbiamo appena scalfito la superficie del vasto tema della transizione energetica, e ci ripromettiamo di tornarvi sopra in maniera organica, ciò che è limpido è la socializzazione dei costi della transizione critica in corso.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Sgomberata questa mattina la casa cantoniera di Claviere, sulle montagne al confine tra Italia e Francia in alta valle di Susa. A darne notizia la pagina fb “Chez JesOulx”. La casa era stata occupata sabato scorso con l’intenzione di farne un “rifugio solidale” per i numerosi migranti che tentano di raggiungere la Francia dall’Italia attraversando la valle di Susa.

Da Claviere la corrispondenza con una delle occupanti Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

In questi giorni in cui Draghi e il ministro della transizione ecologica Cingolani si incontrano a Milano nel quadro della pre-COP26 per discutere sul tema del cambamento climatico e dell’ambiente come se fosse una novità all’ordine del giorno, in Italia moltissime sono le esperienze e realtà di lotta dal basso che si organizzano per tutelare l’ambiente in cui si vive, la propria salute e combattere contro le nocività conseguenza della produzione che ha come unico criterio il profitto.

Con Marco del comitato NO Keu abbiamo approfondito i termini di un’inchiesta legata al rischio della dispersione nei terreni del keu, una sostanza esocromatica derivante dagli scarti delle concerie di Santa Croce a Firenze. Secondo un’indagine il livello di questa sostanza nei terreni toscani supera già di molto la soglia limite. Nell’Empolese Valdelsa la questione è stata portata alla luce però già da alcuni mesi dall’Assemblea Permanente No Keu. A seguito dell’inchiesta della direzione distrettuale anti-mafia di Firenze infatti, si è scoperto che nella costruzione della nuova strada 429 che dovrebbe collegare alcuni paesi nell’empolese, ci sarebbero dei materiali di scarto dei fanghi, il Keu. Questo comporta un rischio per la salute, l’avvelenamento delle falde acquifere e ha quindi comportato una reale attivazione da parte degli e delle abitanti di questa zona.

Da Radio Blackout

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Bufera su Facebook con l’audizione al Senato dell’ex dipendente Frances Haugen, che ha denunciato i danni sociali prodotti dalla creatura di Zuckerberg. Il social network, tramite i suoi algoritmi, favorirebbe discorsi di odio e discriminazione, per aumentare le interazioni e incrementare i profitti.

Secondo Haugen “la leadership della compagnia sa come rendere Facebook e Instagram più sicuri ma non vuole fare i necessari cambiamenti perché ha messo i suoi astronomici profitti davanti alla gente e ha scelto di crescere ad ogni costo”, evocando i continui “conflitti tra profitti e sicurezza”.

Intanto il lunedì nero di Facebook è costato a Mark Zuckerberg più di sei miliardi di dollari. Con il calo dei titoli Facebook a Wall Street, la ricchezza di Zuckerberg è scesa a 121,6 miliardi di dollari, secondo il Bloomberg Billionaires Index, facendolo scivolare al quinto posto, alle spalle di Bill Gates.

Il commento di Carlo Gubitosa giornalista, scrittore e fondatore della piattaforma sociale.network.
Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

L' 11 Ottobre si terrà lo sciopero generale unitario lanciato dai sindacati di base. L' attacco padronale nei confronti dei lavoratori, delle lavoratrici e dei settori popolari si approfondisce di giorno in giorno.

Lo sblocco dei licenziamenti, degli sfratti, l'aumento dei costi dei beni di prima necessità e delle bollette rientrano in una strategia complessiva per scaricare la crisi economica generata dalla pandemia su chi sta già pagando il prezzo più salato.

La crisi sanitaria provocata dalla diffusione del virus ha dimostrato tutta l'incapacità del sistema di sviluppo in cui viviamo di prendersi in carico la cura complessiva della società.

Nei momenti più duri della pandemia le imprese hanno cercato in ogni modo di continuare a produrre provocando migliaia di morti, gli ospedali erano sull'orlo del collasso e le frange più povere della popolazione sono state abbandonate a loro stesse. In un anno i posti di lavoro sono calati di circa un milione e nel 2020 sono morte sul lavoro oltre 1500 persone, compresi i casi correlati al Covid.

A pagare il costo maggiore di questa crisi sono state le donne intrappolate nella scelta tra la continuità del salario e lo scarico totale del lavoro di cura sulle loro spalle.

Numeri drammatici, che però non tengono ancora conto della crisi economica in tutta la sua portata. Il governo Draghi ha il ruolo, nel nostro paese, di rilanciare la crescita, approfondendo lo sfruttamento, la devastazione ambientale e la frammentazione sociale.

La pandemia ha evidenziato molte delle debolezze all'interno di questo sistema: le condizioni delle istituzioni sanitarie, dei trasporti, la questione della precarietà strutturale, quella del diritto all'abitare ed infine il rapporto tra umano e natura. Ma il governo invece di riflettere su come porre rimedio a questi nodi, investe nuovamente sull'abbassamento del costo del lavoro e sulla crescita senza fine che ci porterà inevitabilmente al collasso.

Eventi climatici estremi, incendi devastanti, alluvioni, epidemie e carestie saranno all'ordine del giorno nei prossimi anni se non si inverte la rotta, o per lo meno si tenta di attenuare gli effetti più nefasti dei cambiamenti climatici. Ma pur di conservare questo sistema di sviluppo dannoso e ingiusto i governi e le multinazionali sono disposti a scaricare i costi della loro finta transizione ecologica verso il basso. L' aumento delle bollette di questi mesi, conseguenza di manovre finanziarie speculative e giochi geopolitici ne è una dimostrazione. Non possiamo permetterlo, non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale, è il modo in cui è organizzata la società nel suo complesso che va cambiato.

Mentre governi e istituzioni tentano di dividerci, noi dobbiamo partire da ciò che ci accomuna. La pandemia è un'esperienza trasversale che ci sta coinvolgendo tutt* e che sta trasformando irrimediabilmente le nostre vite. Tocca a noi fare in modo che questa esperienza comune diventi un punto di forza al fine di condurre questa trasformazione nella direzione di una vita più giusta e più degna per tutti e tutte.

Per questi motivi abbiamo deciso di convocare uno spezzone sociale in supporto allo Sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici dell' 11 Ottobre

dove le varie istanze che in questo periodo di pandemia si stanno mettendo in moto possano trovare un luogo di confronto e relazione, un terreno di lotta comune per costruire un futuro degno.

LA NOSTRA VITA VALE DI PIU' DEI LORO PROFITTI!

LA CRISI LA PAGHINO I PADRONI E GLI SPECULATORI!

SCIOPERO GENERALE - 11 OTTOBRE

>> H. 10,30 PORTA NUOVA

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Riprendiamo da Malanova.info questo interessante articolo scritto prima della tornata elettorale degli scorsi giorni in cui si ragiona sull'incessante riproporsi di alcuni meccanismi nei contesti della sinistra radicale all'interno del territorio calabrese. Al fondo alleghiamo anche la significativa analisi dei risultati fatta a seggi chiusi da uno dei redattori ai microfoni di Radio Onda d'Urto. Buona lettura!

 

Viviamo in una strana democrazia. Il potere che la costituzione mette in mano al popolo dipende da un meccanismo particolare chiamato elezioni. Chi accumula più schede vince. L’elemento fondamentale che ricerca l’analista medio per catalogare una comunità come democratica o totalitaria è proprio quello della pratica elettorale e il numero di partiti che partecipano. Ci sono le elezioni? Paese democratico. Non ci sono? Dittatura. Quanti partiti esistono? Uno? Dittatura. Cento? Sicuramente democrazia.

Prendiamo il caso della città di Cosenza. Alle prossime elezioni – si afferma in un recente articolo – ci saranno 8 candidati per la carica di sindaco sostenuti da 29 liste elettorali: gli aventi diritto al voto nel comune di Cosenza sono 56.830. Coloro i quali hanno depositato la loro candidatura, invece, all’incirca 850. Dando per buoni tutti gli aspiranti consiglieri, si può affermare che la città ne abbia espresso uno ogni 67 cittadini ammessi alle urne. Il dato è molto singolare e lascerebbe ipotizzare una vivacità politica non indifferente.

Oltre a quelle dei partiti canonici, si notano nuove candidature provenienti dal “popolo”, alcune delle quali famose per le dirette facebook di denuncia fatte in giro per la città. L’outsider Civitelli, ad esempio, alla prima candidatura a Sindaco si presenta forte del sostegno di cinque liste dai “nomi civici” (Costruiamo il futuro, Su la testa, Un fiore per Cosenza, Civitelli Sindaco, Giovani con Civitelli Sindaco) piene di cittadini per lo più alla prima esperienza elettorale. Ascoltando la consueta tribuna elettorale del Tgr Calabria attraverso una candidata “inedita” abbiamo appreso un programma razionale per la città fatto di recupero delle strade malandate, incremento della raccolta della spazzatura e risoluzione del malfunzionamento degli impianti idrici. Il vero dramma, affermava, è che i cittadini sono stati “privatizzati dei servizi”. Il termine utilizzato dalla candidata, sbeffeggiata dai più qualche istante dopo la diretta, inconsapevolmente ha reso l’idea di fondo dell’effetto delle privatizzazioni, quello, appunto, di privare i cittadini di un bene pubblico.

Il primo dramma che si evidenzia è un mal compreso senso della democrazia che vuole che “uno valga uno” o meglio che “uno valga l’altro”! Ci mancherebbe: ogni uomo e ogni donna sono uguali per dignità e diritti. Ogni uomo e ogni donna hanno diritto di parola. Ma quando c’è da progettare un ponte serve un ingegnere, quando c’è da redigere un bilancio ci vuole un economista e quando c’è da costruire un muro ci vuole un muratore. Questa è la tecnica, il sapere scientifico, ovviamente. Politica è decidere insieme se quel ponte, quel muro o la scrittura del bilancio siano utili alla comunità. Ancora più precisamente, il politico dovrebbe essere colui che nelle condizioni date immagina un percorso alternativo affinché tutti stiano meglio. E qui la cosa si complica! Nel momento attuale (ma forse è stato sempre così salvo rare eccezioni) non ci si candida perché si ha un fuoco sacro, per mettersi al servizio della comunità, per realizzare un’idea nuova di società. Non siamo nemmeno nel momento storico delle grandi ideologie che opponevano visioni politiche ed economiche alternative e vedevano lo scontro tra comunisti, fascisti, socialisti o democristiani. Oggi la politica è implosa a mera amministrazione, a mera tecnica governativa. Non esistono visioni politiche ed economiche nettamente e radicalmente differenti tra gli schieramenti. Quale frattura tra le posizioni di Renzi e Berlusconi? Quale discontinuità tra le posizioni di Letta e quelle di Draghi? Ci sono ottiche più sociali o più mercatali, c’è chi prova a introdurre correttivi con il reddito di cittadinanza per alleviare la povertà di tante famiglie o chi demanda tutto al mercato e che i fannulloni si arrangino da soli, ma tutto rimane chiuso in uno stesso paradigma che fa dei soldi, del mercato e della proprietà privata dei totem indistruttibili e immarcescibili. 

Ritorniamo più rasoterra: oggi ci si candida per una malcelata voglia di riconoscimento e di poltrona o, più semplicemente (forse la più nobile tra queste motivazioni), per trovare un posto di lavoro sicuro e ben retribuito. Per fare questo è sufficiente accumulare più crocette rispetto all’avversario. Proprio qui si corrobora il nostro assunto di una democrazia occidentale sostanzialmente farlocca e utilizzata come specchietto per le allodole per le semplici anime dei sinistri. Fare collezione di crocette nella situazione data (tra l’altro, ignorata dai più) diventa un’impresa sempre più difficile per il sognatore, possessore del fuoco della politica, che magari partecipa solo per fare la “rivoluzione”. 

Sì, diventa difficile, perché se sei un medico condotto sempre gentile e sempre disposto a prescrivere farmaci, a fare visite magari anche domiciliari e a indulgere alle esigenze, anche inesistenti, di certificati di malattia, rischi di superare i cinquecento voti anche in piccoli borghi. Se sei un grande imprenditore, stimato, con un fatturato importante e, proprio durante la campagna elettorale, ti metti a fare le selezioni, capita che un’orda di disoccupati (facile quaggiù in Calabria) ceda alle lusinghe e ti prometta il voto. Stessa cosa vale per i collaboratori che già hai assunto, meglio se precari. Basta che indichi il cavallo di razza su cui scommettere perché ti ha promesso, una volta eletto, una commessa importante, oppure la vittoria del bando per la gestione dei rifiuti o dell’acqua o della riscossione dei tributi. Il precario che ha davanti a sé la promessa di altri cinque anni di stipendio con cui far campare la famiglia sarà ovviamente fedelissimo nel segreto delle urne. La rivoluzione non si mangia! La falce e martello può aspettare. Occorre il soviet, certo, ma anche l’elettrificazione.

Basta vedere i nomi che ricorrono di elezione in elezione, comune per comune, per comprendere come questa prassi sia diventata sistemica.

Eppure, ancora oggi, nonostante le prove irrefutabili, qualche buontempone sinistro crede ancora che basti riesumare una falce e martello, pubblicare il proprio casellario giudiziale, proclamarsi onesti, dunque, per sperare nella conquista del potere. Oppure fare i nomi di corrotti e corruttori nel tentativo di svegliare agilmente le coscienze del popolo, a questo punto pronto a infiammarsi al nuovo ottobre.

Ma supponiamo che sia pure così. Una squadra di giovani antagonisti inossidabili e assolutamente onesti, una candidata a sindaco o un presidente di regione rivoluzionario e indefesso. Poniamo il caso, addirittura, di un premier alternativo candidato in uno Stato sovrano e che ce la fa, viene eletto. La storia abilita lo scherzo e il vento lo sospinge. Be’, anche qui abbiamo grandi esempi di come la “democrazia” occidentale sappia funzionare bene. Eleggi un manipolo di ragazzotti inediti e assolutamente onesti. Falli guidare da un leader nuovo, tranquillo, per bene e dalle mani pulite. Mettili al governo per un po’, giusto il tempo per smobilitare il malcontento che monta ma, quando arrivano i soldoni post-pandemici, in un giorno e una notte, fai cadere il governo e metti al suo posto il maggior euroburocrate che l’attualità ci possa consegnare, un “drago” dell’amministrazione, un genio delle banche, uno su cui puoi contare veramente e che di certo non farà colpi di testa. Il tutto con il consenso dei voti e del sostegno di quegli stessi ragazzotti inediti e assolutamente onesti.

Stessa cosa nell’occidentalissima Grecia. Prima consenti agli “alternativi” di acquisire il potere in un paese allo sbando anche per dimostrare plasticamente che la democrazia funziona. Il sistema regge, è credibile. Dopo un po’, ovviamente, mandi la Troika a chiedere il conto e a stabilire il percorso lacrime e sangue per aggiustare i conti pubblici. Neanche un partito conservatore avrebbe gestito meglio la fase e seguito le istruzioni provenienti dall’alto.

Metti. ancora, che la rivoluzionaria diventi sindaca. Si siede sulla poltrona, guarda i conti, prende atto del disavanzo e dei tagli agli enti locali, spera nei fondi europei già programmati; senza grande potere di spesa, deve limitarsi all’ordinaria amministrazione. Non ha rubato certo, ha bene amministrato forse, ha decorato le aule del palazzo con grandi drappi rossi, ha fatto foto a pugno chiuso, ma comunque rimangono le buche nelle strade, i debiti in bilancio, non viene raccolta la spazzatura e manca l’acqua corrente nelle case. Allora cosa succede? Avanti un altro che, con il bilancio risanato dal “governo dei responsabili”, ora avrà margine di spesa!

Non è così semplice, purtroppo. Non basta mettere una croce su una scheda per prendere il potere e fare la rivoluzione. Intanto, occorrerebbe un soggetto, un movimento, uno straccio di partito del terzo millennio (sicuramente in base alle esigenze tattiche della fase) che sia capace di anticipare le mosse del nemico, concorde sul grande imbroglio del sistema democratico occidentale, capace di smascherare i suoi epigoni. Ma, si sa, la costruzione di una soggettività non avviene a tavolino: è un processo, mai del tutto dato, dove la controparte padronale gioca un ruolo attivo. Un processo, però, che non può non avvenire dentro il conflitto e attraversando i processi sociali reali. Solo così, quando diverrà qualitativamente, ancor prima che quantitativamente, massa, potrebbe avere una qualche speranza di eccedere e travolgere la realtà per trasformarla.

Per quanto possano essere oneste le speranze del lato sinistro della storia, qui in Calabria, risulteranno vane se si basano sulla perenne depressione e non su un lavoro politico capillare e permanente che, dentro la materialità della vita e dei processi, diventa capace di generare consenso a una visione del mondo, a un affresco di vita futura possibile proprio perché radicalmente alternativa.

La redazione di Malanova

Sui risultati delle elezioni regionali della Calabria e sulle comunali di Cosenza, le riflessioni di Gennaro Montuoro, redattore di Malanova.info. Ascolta o scarica.

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Ora libera, il cuore della deputata femminista soffre per la figlia defunta e per altre donne palestinesi che rimangono imprigionate.

Fonte: English version

TRT World – 29 settembre 2021


Dopo il suo rilascio da una prigione israeliana, la parlamentare palestinese Khalida Jarrar è sopraffatta da molti sentimenti, ma nessuno di questi è gioia. Nei suoi 58 anni, la maggior parte trascorsi come leader politico, umanitario e della società civile, è stata detenuta più volte, ma questa volta, ammette, è stato particolarmente difficile, più duro.

La figlia 31enne di Jarrar, Suha, anche lei attivista per i diritti umani, è morta improvvisamente per arresto cardiaco a luglio a Ramallah e le autorità israeliane non le hanno permesso di partecipare al funerale.

“Avevo sentimenti contrastanti, che volevo davvero correre da lei, ora che sono libera”, ha detto Jarrar dopo il suo rilascio. “Ma allo stesso tempo, ero davvero triste che questa volta non ci fosse Suha ad aspettarmi “.

Il suo ultimo arresto è avvenuto nell’ottobre 2019, quando l’esercito israeliano ha bussato alla sua porta pochi mesi dopo essere stata rilasciata dalla sua precedente detenzione durata 20 mesi. Detenuta senza processo o accuse diverse volte in passato, Jarrar è stata condannata a due anni per essere un membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina in quanto gruppo politico di sinistra che comprendeva sia un partito politico che un’ala armata dal 2006. Israele, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali elencano l’organizzazione come   gruppo terroristico.

Jarrar è stata eletta membro dell’ormai defunto Consiglio Legislativo Palestinese nello stesso anno ed è stata nominata membro del Consiglio Nazionale Palestinese. Il suo lavoro si è concentrato principalmente sull’organizzazione della comunità e sulle questioni relative al cambiamento sociale e agli ex detenuti.

Le autorità israeliane non sono riuscite a trovare alcuna prova del coinvolgimento personale di Jarrar con “aspetti organizzativi o militari dell’organizzazione”.

Più di 400 organizzazioni sono etichettate come “ostili” o “terroristiche” da Israele. Oltre al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, tutti i principali partiti politici palestinesi, incluso il partito al potere Fatah, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, così come alcune organizzazioni di beneficenza e di informazione sono incluse nella lista nera.

In pratica, ciò significa che qualsiasi attività politica o attivismo all’interno della Palestina in relazione a queste organizzazioni designate può portare a accuse penali da parte di Israele. Nel caso di Jarrar, le sue incriminazioni in continua evoluzione su diversi capi d’accusa ogni volta, riguardavano “reati” come la partecipazione a una fiera del libro e la visita a un ex prigioniero.

Il primo arresto di Jarrar è stato nel 1989, meno di un anno dopo la nascita della sua seconda figlia Suha, per aver partecipato alle proteste della Giornata Internazionale della Donna. Suo marito da oltre 40 anni, Ghassan, produttore di giocattoli e mobili per bambini, era già in prigione, dove sarebbe rimasto per 11 anni in totale. Crescendo, le due figlie di Jarrar hanno visto entrambi i loro genitori essere arrestati e rilasciati più e più volte, e nella loro età adulta, anche loro sono diventate attiviste.

Lasciando la prigione, la prima cosa che Jarrar ha fatto è stata dirigersi verso il cimitero di Ramallah, dove le è stato permesso solo di inviare “fiori e un bacio dalla prigione” per salutare Suha. Mentre Ghassan la teneva stretta, ha abbracciato la lapide di sua figlia in lacrime prima di fare qualsiasi dichiarazione politica.

Nel corso degli anni, Jarrar è stata in grado di attirare un immenso sostegno internazionale e l’attenzione dei media con la sua posizione resiliente. Ma non si scusa per aver dato la priorità al suo lutto.

“Siamo esseri umani e non ci dobbiamo vergognare di piangere”, ricorda Jarrar spiegandosi durante il funerale. Per lei, abbracciarci e mostrarci ciò che la rende umana è una testimonianza dell’essere umani.

“L’occupazione non si rende conto che siamo esseri umani”, dice. “Non ci tratta in modo umano”.

Le donne che sono rimaste indietro

Nonostante il lutto, la principale priorità per Jarrar era la libertà di circa 40 donne palestinesi che sono ancora incarcerate. “La libertà è un bisogno umano fondamentale”, ha ripetuto più volte Jarrar.

“Ciò di cui le donne detenute hanno bisogno (prima di tutto) è solo di essere libere, fuori dalla prigione”, ha detto. “Spero che anche la mia gente sarà libera dall’occupazione”.

La deputata difendeva le donne palestinesi e si è avvicinata ai diritti delle donne quando è stata imprigionata nel 2015 raccogliendo testimonianze di altre donne palestinesi in carcere. Ha insegnato loro l’inglese facendo rivivere la vecchia tradizione dei prigionieri palestinesi di istruirsi durante il periodo carcerario.

A quel punto, Jarrar era l’unica donna sottoposta a quella che Israele chiama “detenzione amministrativa”, una controversa politica israeliana che consente di trattenere i sospetti senza accuse o processo per periodi di sei mesi rinnovabili senza alcuna sentenza,   spesso si trasformano in lunghe detenzioni con l’approvazione dei tribunali militari. Secondo il diritto internazionale, la pratica è consentita solo in caso di emergenza e solo se c’è un’udienza equa in cui l’indagato può contestare l’accusa.

“Non ci sono accuse specifiche contro di lei, tranne che è stata eletta al Consiglio Legislativo in una lista che Israele rifiuta”, ha detto il marito di Khalida, Ghassan Jarrar. “È una persecuzione politica”.

Ci sono circa 4.850 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, inclusi 520 detenuti amministrativi e almeno 220 bambini.

Non poter essere con sua figlia nei suoi ultimi momenti è stata solo la conseguenza più recente della situazione di Khalida. Dopo aver partecipato a un vertice dei difensori dei diritti umani a Parigi nel 1988, Israele le ha vietato di viaggiare al di fuori dei territori palestinesi occupati.

“Appartengo al mio popolo, che è sotto occupazione. Qualunque cosa ho fatto in passato e farò in futuro, è per loro”, dice senza rimpianti.

“Continuerò il mio impegno per la libertà del mio popolo e contro tutte le ingiustizie”.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons