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Articoli filtrati per data: Saturday, 30 Ottobre 2021

A Khartoum, capitale del Sudan, altri due morti nella repressione delle manifestazioni antigolpe, corroborate dallo sciopero generale. A denunciare le vittime il sindacato dei medici, che accusa le milizie Janjaweed e il Consiglio militare golpista di essere dietro queste morti, che portano a 14 le vittime ufficiali riscontrate nel Paese.

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha intanto invitato ai militari in Sudan a ripristinare il governo a guida civile, rovesciato lunedì. In una dichiarazione approvata all’unanimità i 15 hanno espresso “seria preoccupazione” per il colpo di stato, domandando l’immediato rilascio dei prigionieri ed esortando “le parti a impegnarsi in un dialogo senza precondizioni”.

Dal canto loro i militari tengono però duro, puntando nei prossimi giorni a un ammorbidimento delle reazioni della comunità internazionale, che per ora ha congelato gli aiuti: sauditi, Egitto e anche Israele guardano infatti con malcelato interesse al golpe.

Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto e direttore del sito d’informazione pagineesteri.it Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Operazione Lince è il nome del processo ai danni di 45 militanti del movimento sardo “A-Foras” che si batte contro la militarizzazione dell’isola. Sono passati alcuni mesi da quando la presidenza del consiglio dei ministri si è costituita parte civile. Ieri la prima buona notizia, il Tribunale di Cagliari ha respinto la richiesta del Pubblico Ministero di sottoporre alla sorveglianza speciale 5 persone ritenute “vertici” dell’organizzazione.

Commentiamo questa decisione e le prossime tappe dell’iniziativa con Tommaso di A Foras:

Da Radio Blackout

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Si fa sentire la stanchezza popolare per le politiche neoliberali. Forte repressione poliziesca. Gli indigeni sfidano Lasso e gli oppositori ricordano quando festeggiava la sua “ribellione”.

Rapporto di Boyanosky Bazán

Questo martedì il movimento indigeno dell’Ecuador ha bloccato le strade di varie province per protesta contro la politica economica del governo di Guillermo Lasso e in aperta sfida allo stato d’emergenza e alla militarizzazione che ha stabilito nel paese nell’ambito della lotta contro il narcotraffico.

Nelle reti sociali, il settore che segue l’ex presidente Rafael Correa ha ricordato che quando le marce erano contro il governo dell’economista esiliato in Belgio, Lasso solidarizzava e celebrava la “ribellione del popolo indigeno”, secondo un video che Correa ha rituittato.

L’ex mandatario ha ricordato anche che Lasso, quando appoggiava le manifestazioni popolari, evidenziava il valore di “affrontare nelle strade” il governo, mentre oggi avverte che “se dobbiamo brandire con la forza la costituzione per affrontare i golpisti, lo faremo”.

Il governo conservatore ha fatto appello alla cittadinanza a difendere Quito per evitare atti di vandalismo come nelle manifestazioni del 2019 che durarono 12 giorni. Ha avvertito che non permetterà violenze e che sarà applicato “tutto un dispositivo per evitare la chiusura delle strade, affinché imperi la legge perché la chiusura delle vie e l’ostacolo alla libera circolazione delle persone e delle mercanzie è proibito dalla legge”.

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La misura di forza a cui hanno fatto appello la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE), il Fronte Unitario dei Lavoratori (FUT), la principale centrale operaia del paese, l’Unione Nazionale degli Educatori (UNE) e la Federazione degli Studenti Universitari dell’Ecuador (FEUE), tra le altre, colpisce cinque delle 24 province del paese, tra le quali Pichincha, la cui capitale è Quito.

Avviene a solo cinque mesi dall’insediamento di Lasso, e riunisce varie richieste come l’alta criminalità e i massacri carcerari, con più di 2.000 morti, la rivelazione dei Pandora Papers dove sono stati resi noti i conti offshore del presidente, e l’aumento dei prezzi dei combustibili.

“Questa convocazione l’abbiamo fatta per rifiutare tutto quello che il governo nazionale sta imponendo. Non vengono accolte le proposte, il dialogo delle organizzazioni sociali, delle organizzazioni indigene”, ha aggiunto Julio César Pilalumbo, uno dei dirigenti dell’estesa comunità indigena, che rappresenta il 7,4% dei 177 milioni di abitanti dell’Ecuador.

“Il problema è quando non si ascolta. Logicamente il Governo mette dei poliziotti, dei militari. Lì vengono gli scontri”, ha avvertito il presidente della CONAIE, Leonidas Iza, aperto oppositore di Lasso, che propone di fissare e congelare i prezzi a 1,50 dollari per il diesel e due dollari per la benzina normale.

Il Governo non ha finora sospeso le libertà di manifestare o riunirsi, nonostante che stia rendendo facile farlo con la figura dell’emergenza dichiarata in tutto l’Ecuador, situato tra la Colombia e il Perù, i maggiori produttori mondiali di cocaina.

Repressione in varie zone del paese

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Le proteste, che puntano ad essere le più nutrite da quando Lasso si è insediato al potere a maggio, avvengono sotto lo stato d’emergenza per 60 giorni decretato una settimana fa, che ha disposto la presenza dei militari nelle strade per appoggiare i poliziotti nella lotta contro la criminalità.

Mobilitazioni e blocchi delle strade

Nell’ambito dello Sciopero Nazionale in Ecuador dei contadini riportano la chiusura delle vie Ambato-Puyo. La cittadinanza si mobilita contro l’aumento dei combustibili e le misure economiche che impoveriscono del Governo dell’Incontro.

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Le organizzazioni del movimento indigeno e sociali del paese, dalle ore 00:00 di questo martedì, hanno iniziato la giornata di mobilitazioni e blocchi delle vie in varie province: Pastaza (Troncal Amazónica), Azuay (Panamericana Cuenca-Loja), Pichincha (Tabacundo).

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Blocco delle vie in almeno 5 tratti del tronco Amazzonico Puyo-Macas, dal km 50 in territorio della Federazione della Nazionalità Shuar di Pastaza.

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Continua lo Sciopero Nazionale in Ecuador nel nord di Pichincha, la strada Cayambe-Pedro Moncayo si trova occupata dall’indignazione cittadina dopo l’aumento dei combustibili.

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Rapporto delle mobilitazioni in Amazzonia-Sucumbios, settore Taracoa, cantone Cuyabeno e Yamanunka, cantone Shushufindi-Pastaza, strada Puyo-Macas, 5 tratti dell’arteria Morona Santiago, Macas, il trasporto interprovinciale e intercantonale si unisce alla misura.

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A Chimborazo, Cantón Alausí, parrocchia Tixan continuano le azioni territoriali.

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CONAIE: 26 Ottobre giornata nazionale di resistenza e mobilitazione. A Pichincha la Confederazione Cayambi effettua azioni in differenti punti del Cantone Cayambe, Nord di Quito e Pedro Moncayo.

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Incomincia la militarizzazione dei territori, così si trova la comunità San Agustin de Cajas appartenente alla provincia di Imbabura. La protesta viene realizzata in modo pacifico.

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La Nazionalità Shuar di Sucumbios, del cantone Shushufindi nel comune Yamanunka continua le azioni territoriali.

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La Federazione dei Popoli Kichwas della Sierra Nord dell’Ecuador “CHIJALLTA FICI” inizia delle azioni territoriali pacifiche a Imbabura.

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26 ottobre 2021

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

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Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 1918 iniziò la grandiosa rivolta dei marinai tedeschi, che mise fine al primo massacro mondiale.

In quella notte, alcuni equipaggi rifiutarono di obbedire agli ordini. A bordo di tre navi del Terzo Squadrone i marinai si rifiutarono di levare l’ancora a Wilhelmshaven, dove la flotta militare tedesca d’alto mare era andata all’ancora in attesa della progettata battaglia in mare.

Nonostante i quattro anni di guerra già trascorsi che avevano massacrato e affamato gran parte del proletariato europeo, i vertici militari drogati di un nazionalismo fascistoide in combutta con la frenesia degli imprenditori volevano continuare “l’affare guerra”.

Dalle fila della classe operaia più cosciente, attiva e organizzata d’Europa, partì un secco rifiuto alla continuazione di quella porcheria omicida. Il massacro, di cui erano co-responsabili i dirigenti dello stesso movimento operaio (socialdemocratici) avendo votato i crediti di guerra e appoggiato la borghesia dei rispettivi stati nazione per rilanciare l’economia in crisi con un massacro di vite e di ambienti umani, doveva cessare. Così gridarono i marinai in quella notte della fine di ottobre del 1918.

Già nelle fabbriche di armamenti la produzione si riduceva continuamente per la non-collaborazione della classe operaia che, da un po’ di tempo, era passata a veri e propri atti di sabotaggio. Senza un’industria di guerra che sostenesse il peso di una guerra meccanizzata, le armate tedesche rallentavano, i generali tempestavano il governo di richieste di mezzi corazzati, armi e munizioni. Richieste che cadevano nel vuoto!

Altro che guerra lampo promessa! …anni e anni in fangose trincee ad ammazzarsi reciprocamente per un metro di terra, perso dopo una settimana.

Nella follia imbecille, propria dei vertici militari ed economici, il Comando della Marina tedesca (Marineleitung) guidato dall’ammiraglio Franz von Hipper aveva progettato di inviare la flotta in una disperata ultima battaglia contro la Royal Navy nel Canale della Manica.

Sarebbe stato un altro massacro, inutile! Con grande lucidità e coscienza di classe, sulle navi da battaglia del Primo Squadrone la “Thuringen” e la “Helgoland” si verificarono veri e propri atti di ammutinamento e sabotaggio.

Il comandante dello squadrone, il viceammiraglio Kraft, riportò indietro la flotta ma, durante il tragitto attraverso il Canale di Kiel, fece arrestare 47 marinai della “Markgraf”, considerati i principali artefici della rivolta, e li fece rinchiudere nella prigione militare di Kiel (Arrestanstalt).

Ma i marinai non dormivano e insieme ai fuochisti tentarono di impedire una nuova partenza della flotta e di ottenere il rilascio dei loro compagni. 250 rivoltosi si riunirono la sera del 1° novembre 1918 nella “casa sindacale” di Kiel (Gewerkschaftshaus), e chiesero agli ufficiali il rilascio immediato degli ammutinati. Il comando navale rifiutò e il 2 novembre fece chiudere dalla polizia la “casa sindacale”. I marinai cercarono un contatto con il sindacato e con i partiti “operai” la USPD (socialdemocratici indipendenti, una scissione a sinistra della SPD) e la SPD (socialdemocratici) e, il 3 novembre, diverse migliaia di marinai, si riunirono all’aperto nella grande piazza d’armi (Großer Exerzierplatz), al grido di “pace e pane” (Frieden und Brot), grido lanciato dal marinaio Karl Artelt e dall’operaio del cantiere navale Lothar Popp.

L’assemblea ribadì la volontà di liberare gli arrestati, la cessazione immediata della guerra ed inoltre un migliore approvvigionamento di generi alimentari. Il primo punto fu messo in pratica recandosi in massa alla prigione militare per liberare i marinai arrestati.

Per impedire che la massa dei marinai procedesse la sua marcia il tenente Steinhäuser ordinò alla sua pattuglia prima di esplodere colpi di avvertimento e poi di sparare direttamente tra i manifestanti provocando 7 persone uccise e 29 gravemente ferite. Ma anche i dimostranti risposero al fuoco. Steinhäuser fu gravemente ferito e ci mancò poco che venisse linciato.

La rivolta, quando ha buoni obbiettivii si diffonde, così la mattina del 4 novembre gruppi di rivoltosi si mossero per la città coinvolgendo le numerose caserme del territorio. Karl Artelt organizzò il primo consiglio dei soldati, cui presto ne seguirono altri. I soldati e i lavoratori presero il controllo delle istituzioni civili e militari di Kiel. Il governatore della base della marina Wilhelm Souchon si vide costretto a negoziare e ritirare le accuse ai marinai imprigionati. Ma i potenti hanno la lingua biforcuta e, nel mentre si trattata e si raggiungeva l’accordo, truppe di terra avanzavano per stroncare la ribellione. Ma questa era ormai ben organizzata e le truppe furono intercettate dagli ammutinati, i soldati dell’esercito in parte si ritirarono, in gran parte si unirono al movimento dei rivoltosi. Così la sera del 4 novembre 1918 Kiel era saldamente nelle mani di circa 40.000 marinai, soldati e lavoratori ribelli e organizzati in Consigli.

Fino a qui era andato tutto bene!

Fino a qui…la sera stessa, però, giunse a Kiel il deputato della SPD Gustav Noske che fu accolto entusiasticamente dai rivoltosi, sebbene avesse l’incarico dal nuovo governo imperiale e dalla direzione della SPD di porre sotto controllo la rivolta. A tal fine si fece eleggere presidente del consiglio dei soldati. Alcuni giorni più tardi assunse la carica di governatore, mentre Lothar Popp della USPD divenne presidente del consiglio superiore dei soldati. Man mano e con attività a volte subdole e corruttrice, ma anche grazie alle sue capacità oratorie, Noske riuscì a limitare l’influenza dei consigli a Kiel, ma non poté impedire la diffusione della rivoluzione a tutta la Germania. Gli eventi si erano già estesi oltre i confini della città:

*ormai la rivoluzione abbraccia tutto l’Impero. Delegazioni dei consigli dei marinai a partire dal 4 novembre si recarono in tutte le maggiori città tedesche. Il 6 novembre Wilhelmshaven era nelle loro mani; il 7 novembre la rivoluzione abbracciava città come Hannover, Braunschweig, Francoforte e Monaco di Baviera. A Monaco un consiglio dei soldati e dei lavoratori costrinse l’ultimo re di Baviera, Ludovico III, ad abdicare. La Baviera fu il primo stato dell’Impero ad essere proclamato repubblica da Kurt Eisner della USPD. Nei giorni seguenti anche negli altri stati tedeschi tutti i principi reggenti abdicarono, l’ultimo il 22 novembre fu Günther Victor dello Schwarzburg-Rudolstadt.

I Consigli dei soldati e dei lavoratori erano composti quasi interamente da aderenti alla SPD e alla USPD. Il loro orientamento era democratico, pacifista e antimilitarista. Oltre ai principi essi privarono del potere solo i comandi militari, fino ad allora onnipotenti. I consigli rivendicarono per il momento solo la supervisione delle amministrazioni che in precedenza erano state nelle mani dei comandi militari. Purtroppo l’abbattimento delle strutture del potere venne procrastinato in un periodo successivo e tutte le autorità civili dell’Impero del Kaiser: polizia, amministrazioni cittadine, tribunali, rimasero intatte. Non vi fu alcuna requisizione di proprietà e nemmeno occupazione di fabbriche. Ancora una volta i marinai, i soldati e gli operai nutrivano una dannosa fiducia nei vertici dei partiti e si aspettavano che queste misure le prendesse il nuovo governo.

Fiducia deleteria: i vertici socialdemocratici già si accordavano con imprenditori, banchieri e vertici militari per stroncare la rivolta e ricostruire la Germania post-bellica secondo le regole del più feroce capitalismo: lo “stato del lavoro”. Ebert, il leader dell’Spd era d’accordo con Max von Baden, il capo del governo imperiale e portavoce dei poteri forti, che una rivoluzione sociale, sul modello sovietico, dovesse essere impedita e che l’ordine statale-capitalistico dovesse essere mantenuto ad ogni costo. Per controllare la situazione era però necessario concedere alle masse in rivolta la testa dell’imperatore, fuggito in Belgio, che non voleva abdicare.

Il 9 novembre –Max von Baden, pressato da Ebert, prese la situazione in pugno e senza attendere la decisione dell’imperatore inviò un telegramma con la seguente dichiarazione:

«L’Imperatore e Re ha deciso di rinunciare al trono. Il Cancelliere imperiale resta ancora in carica fino a quando saranno regolate le questioni collegate all’abdicazione dell’Imperatore, alla rinuncia al trono del Principe della Corona dell’Impero tedesco e della Prussia e all’insediamento della reggenza».

A questo seguì l’invito ai rivoltosi di rientrare nelle loro case. Ma le masse rimasero nelle strade.

Karl Liebknecht, da poco rilasciato dal carcere, era subito ritornato a Berlino e aveva rifondato la Lega Spartachista. Ora progettava la proclamazione della Repubblica socialista.

Philipp Scheidemann, vice presidente della Spd, non voleva lasciare l’iniziativa agli Spartachisti e si affacciò su un balcone del Reichstag (parlamento) e con mossa molto astuta e contro la volontà dichiarata dello stesso Ebert – davanti ad una folla di dimostranti proclamò la Repubblica con queste parole:

«Il Kaiser ha abdicato. Egli e i suoi amici sono scomparsi, il popolo ha vinto su di loro su tutta la linea. Il principe Max von Baden ha ceduto la sua carica di Cancelliere imperiale al deputato Ebert. Il nostro amico formerà un governo dei lavoratori, del quale faranno parte tutti i partiti socialisti. Il nuovo governo non deve essere disturbato nel suo lavoro per la pace e nella preoccupazione per il lavoro e il pane. Lavoratori e soldati, siate consapevoli del significato storico di questo giorno: l’inaudito è accaduto. Davanti a noi un lavoro grande ed immenso ci attende. Tutto per il popolo. Tutto per mezzo del popolo. Nulla deve accadere, che torni a disonore del movimento dei lavoratori. Siate concordi, fedeli e consapevoli del vostro dovere. Il vecchio e il marcio, la monarchia è crollata. Viva il nuovo. Viva la repubblica tedesca».

Liebknecht nel Giardino zoologico di Berlino – nello stesso momento – aveva proclamato la Repubblica socialista, alla quale giurò verso le 16.00 insieme a una folla radunata al Castello di Berlino:

«Compagni, io proclamo la libera Repubblica socialista di Germania, che deve abbracciare tutte le classi. Nella quale non vi devono più essere servi, nella quale ogni onesto lavoratore deve trovare l’onesto salario per il suo lavoro. Il dominio del capitalismo, che ha trasformato l’Europa in un campo di cadaveri, è spezzato».

Obiettivi degli spartachisti era la riorganizzazione dell’economia, delle forze armate e della giustizia e l’abolizione della pena di morte. Si scontravano con la Spd sulla nazionalizzazione di alcuni settori economici di importanza bellica e per sottoporli al controllo diretto dei rappresentanti dei lavoratori, già prima dell’elezione di un’assemblea nazionale costituente».

Nelle stesse ore, indipendentemente dalla rivolta dei marinai, a Berlino i Delegati Rivoluzionari delle grandi industrie avevano progettato un sovvertimento per l’11 novembre, ma erano stati colti di sorpresa dagli eventi rivoluzionari iniziati a Kiel. La sera del 9 novembre questi operai occuparono il Reichstag e formarono un parlamento rivoluzionario.

Per strappare di mano l’iniziativa a Ebert, decisero di proclamare le elezioni per il giorno seguente: ogni impresa di Berlino e ogni reggimento avrebbero dovuto votare consigli dei lavoratori e dei soldati, che avrebbero poi dovuto eleggere un governo rivoluzionario in carica dai due partiti operai (Spd e Uspd). Un governo sul modello di un Consiglio dei Commissari del Popolo, che avrebbe dovuto eseguire le risoluzioni del parlamento rivoluzionario secondo la volontà dei rivoluzionari e sostituire Ebert nella funzione di cancelliere dell’Impero.

Ma la direzione della Spd, con mossa repentina, la notte stessa e il primo mattino seguente inviò oratori a tutti i reggimenti di Berlino e nelle imprese. Essi dovevano influenzare le elezioni a favore dell’Spd.

Nell’assemblea che si riunì il pomeriggio del 10 novembre nel Circus Busch, la maggioranza si schierò dalla parte della Spd. E fu la fine!

Il motivo di questa sconfitta dei rivoluzionari non fu dovuta solo alla capacità oratoria degli emissari della Spd di conquistare la maggioranza nei Consigli, ma alla concezione “democraticista” diffusa tra la classe operaia tedesca, grazie alla quale la dirigenza Spd pretese che nei Consigli ci fossero i rappresentanti dei 2 partiti socialisti, dei sindacati, delle cooperative, del commercio, ecc., svuotando così il consiglio, organismo della espressione autentica dell’autonomia della classe operaia, del suo potere decisionale!

Il “Consiglio dei Commissari del Popolo” ossia il governo provvisorio che coabitava con quello “ufficiale e imperiale” di Ebert, venne composto da tre rappresentanti della Uspd (presidente: Haase, i deputati del Reichstag Wilhelm Dittmann e Emil Barth per i Delegati Rivoluzionari) e tre rappresentanti della Spd (erano Ebert, Scheidemann e il deputato Otto Landsberg di Magdeburgo)

Fattore decisivo in questa lotta di potere fu una telefonata la sera del 10 novembre tra Ebert e il generale Wilhelm Groener, il nuovo Primo Generale Quartiermastro di stanza in Belgio. Questi assicurò a Ebert l’appoggio dell’esercito e ottenne perciò da lui la promessa di restaurare la gerarchia militare e di intervenire contro i consigli, con l’aiuto dell’esercito.

Impegnati a controllare il movimento rivoluzionario e una situazione che rischiava in ogni momento di sfuggirgli di mano, la dirigenza dell’Spd e i rappresentanti dei funzionari imperiali non prestarono alcuna attenzione alle condizioni di pace che le potenze vincitrici, l’Entente (intesa) franco-inglese, premute da un’opinione pubblica animata di vendetta e del più becero nazionalismo fascista, imponevano. Queste vennero firmate l’11 novembre del 1918. erano condizioni capestro che furono decisive per la crisi della repubblica tedesca e per l’avvento di Hitler.

Finiva quell’11 novembre il grande macello del primo conflitto mondiale. Un macello voluto da capitalisti, da banchieri, da finanzieri e da potentati militari. Finiva in un tumulto rivoluzionario che poteva e doveva infiammare tutta l’Europa per spazzare via quei poteri criminali che, due decenni dopo, si ingegnarono a realizzare l’altro e più terrificante massacro del 2° conflitto mondiale. Bauer e consorti".

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