ssssssfff
Articoli filtrati per data: Friday, 29 Ottobre 2021

Il violento sgombero del porto di Trieste, avvenuto lunedì 18 ottobre, a cui è seguita una resistenza determinata durata l’intera giornata, ha reso Trieste protagonista di tutte le testate nazionali, città ai margini del territorio nazionale in termini sia geografici che di cronaca.

I giorni successivi la città è stato teatro di molto movimento, nonostante l’abile mossa di questura e prefettura per disinnescare una protesta che stava assumendo caratteri nazionali, tramite la strumentalizzazione dell’utile idiota Stefano Puzzer, per pochi giorni volto pubblico della protesta, che invitava a non scendere più in piazza, e un incontro con il ministro dell’agricoltura Patuanelli, che ha portato chiaramente a un nulla di fatto.

Per diversi giorni Piazza Unità, la piazza centrale e più importante della città, dove sono situati tutti i palazzi istituzionali (comune, prefettura, provincia), ha visto una presenza costante, in un presidio  permanete con una percentuale rilevante di persone che venivano da fuori città, che lo hanno reso in alcuni casi quasi parossistico.

WhatsApp Image 2021 10 29 at 12.02.56

Mentre Puzzer e una componente più politicista della protesta no green pass cercava di verticalizzare il movimento, creando comitati e contro-comitati dai diversi nomi (come “la gente come noi”), di fatto però auto-squalificandosi, il coordinamento No Green Pass Trieste, nato ad agosto ha sentito la necessità di riattraversare le strada della città con i/le cittadini/e di Trieste, uscendo dalla dinamica statica della piazza centrale, e di porre l’accento della protesta sulla contestazione al green pass come strumento di governo, atto ad applicare ricatti, principalmente sul lavoro, e aprire la strada per misure di erosione del welfare sociale, oltre che di controllo. Le giornate di mercoledì 27 e giovedì 28 ottobre hanno visto una prima via di fuga dall’impasse in cui era caduto il movimento, attraverso due cortei in città, dislocati in quartieri popolari e/o periferici.

Il primo, svolto durante la mattinata di mercoledì e convocato con poco preavviso genericamente da “i portuali”, è partito da un quartiere popolare ed è andato a toccare la zona industriale della città. Hanno partecipato circa duemila persone. Il secondo è stato indetto alle 17 di giovedì, assieme alla chiamata di una giornata di astensione del lavoro, sfruttando la copertura sindacale di fisi (sindacato che vede nella sua dirigenza alcuni elementi dell'estrema destra), che ha visto una buona adesione, soprattutto nel settore degli autoferrotranvieri.

WhatsApp Image 2021 10 29 at 15.58.00
L’invito per la giornata di ieri era chiaro: scendere in piazza portando le proprie rivendicazioni a partire dal ricatto sul lavoro, senza bandiere e simboli. Il corteo, che ha visto una partecipazione tra le 7 mila e le 10 mila persone, principalmente di Trieste, è partito da Campo San Giacomo, piazza dell’omonimo storico quartiere popolare, non troppo periferico. Da lì il corteo è sceso verso la sede della Trieste Trasporti, dove ha incrociato numerosi striscioni appesi sui muri limitrofi, sia della settimana precedente con slogan del tipo “siamo in sciopero, siamo al porto”, sia nuovi sul tema della difesa del posto di lavoro.
Erano presenti molti spezzoni di categorie: autotramvieri/e, metalmeccanici, insegnanti, educatori/trici, studentesse/i e ricercatrici/tori e anche sanitari/e.

WhatsApp Image 2021 10 29 at 15.58.02

Il corteo è proseguito per il quartiere, passando a fianco alla zona del porto, teatro dei duri attacchi della polizia sui manifestanti della settimana precedente, per arrivare nel quartiere di Campi Elisi, dove si era vista una forte resistenza, durata tutto la giornata.
Nell’attraversare questi luoghi il corteo ha espresso messaggi di rabbia e opposizione alle forze dell’ordine, e nel quartiere di Campi Elisi si è vista solidarietà, principalmente proveniente dai caseggiati popolari.

WhatsApp Image 2021 10 29 at 15.58.01 1

Le parole d’ordine di ieri erano quindi “no ai ricatti sul lavoro” e ferma opposizione alla misura del green pass, con diversi interventi dall’impianto che hanno contestato la malagestione della pandemia dal punto di vista sociale. Citando uno degli interventi: “La pandemia e le misure restrittive per il suo contenimento e gestione hanno portato a un forte impoverimento, e di contro non ci sono state misure atte a contenerlo. Anzi, la gestione autoritaria ha portato molte persone ad essere costrette ad accettare un indurimento delle condizioni sul lavoro, o la perdita improvvisa di esso senza altre tutele.”Altri interventi hanno sancito la differenza tra questo movimento, e la sua opposizione al green pass, con le manifestazioni più spiccatamente novax. Sempre citando interventi provenienti dal furgone di testa: “Noi non siamo no-vax, noi stiamo lottando uniti vaccinati e non vaccinati contro lo strumento del green pass, perché si tratta di un ricatto sul lavoro”. E’ evidente infatti che attraverso questo strumento il governo impone come unica via d’uscita dalla pandemia quella della vaccinazione di massa, senza però occuparsi di una tutela alternativa e diffusa su tutta la popolazione (sia per chi lavora, che per chi non lavora) e di riorganizzare seriamente l’assetto sociale (nella scuola, nella sanità, nei luoghi di lavoro e della socialità).

WhatsApp Image 2021 10 29 at 15.58.01
Si è parlato di tamponi gratuiti non tracciati, cure domiciliari precoci, sanità pubblica accessibile, e anche possibilità di accesso al sapere medico e scientifico; oltre che delle condizioni di vita, studio e lavoro delle classi popolari. I nemici individuati sono Confindustria, Draghi, ma anche le istituzioni locali, come il sindaco Dipiazza, che si appresta a svolgere il suo quarto mandato.

Dopo aver attraversato Campi Elisi, il corteo, che era stato autorizzato ad arrivare in Piazza Venezia, proprio al confine del centro cittadino, ha continuato spontaneamente sulle rive, aggirando i blindati ed approdando in Piazza Unità.

E’ stato lanciato un altro appuntamento per la giornata di sabato 30 ottobre, in campo San Giacomo: assemblee di categorie per auto-organizzarsi sui posti di lavoro.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Martedì centinaia di dipendenti di McDonald’s hanno scioperato in 12 città degli Stati Uniti al grido “basta molestie sessuali sul posto di lavoro”. Una piaga, secondo i manifestanti, sempre più diffusa nei ristoranti della nota catena di fast food americana. McDonald’s ha già annunciato che a partire da gennaio 2022 partiranno dei corsi di formazione anti-molestie per tutelare i dipendenti, obbligatori in tutti i 40mila ristoranti della catena. Ma per molte delle persone scese in piazza questo non è abbastanza e chiedono l’istituzione di uno specifico sindacato.

Sul fronte Amazon invece, impiegati ed ex dipendenti a New York City si sono ritrovati fuori dalla fabbrica di Staten Island per chiedere la formazione di un sindacato. Gli organizzatori hanno raccolto più di duemila firme, uno step fondamentale per costruire la rete sindacale più forte del Paese nello stabilimento. Nello stabilimento ci sono circa settemila dipendenti. In aprile, in Alabama, i lavoratori hanno rifiutato la proposta di formare un sindacato interno. Un’inchiesta del 2019 sul Manifesto racconta della rinuncia di Amazon a costituire il suo “quartiere generale” a New York. In questo senso hanno influito almeno tre fattori: l’affermazione politica dei movimenti anti-gentrificazione nel Queens e delle reti di organizzazione politica comunitaria vicine all’ala sinistra del partito democratico che ha scosso l’establishment democratico (il sindaco di New York Bill De Blasio e il governatore dello Stato Andrew Cuomo) favorevole all’accordo; l’opposizione al modello di organizzazione del lavoro di Amazon; il frutto anticipato della crisi del mercato immobiliare che sta avanzando negli Stati Uniti.

Da Radio Blackout

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Vengono ancora commessi crimini di guerra nel Kurdistan che è stato sottoposto ad attacchi chimici per un secolo.

La storia è piena di atrocità contro popoli indifesi da parte di stati sovrani. Tra le pratiche brutali utilizzate contro i popoli la più grande minaccia è l'uso di armi chimiche. Le armi chimiche, che si sono diffuse con gli sviluppi dell'industria chimica, sono utilizzate dagli stati contro i popoli. Sono state introdotte leggi, meccanismi e organizzazioni internazionali per impedire l'uso di armi chimiche. Sfortunatamente, vediamo che gli attacchi chimici continuano a verificarsi poiché queste organizzazioni non adempiono ai loro obblighi. Soprattutto quando si tratta dei Curdi...

SECOLARE "MASSACRO CHIMICO" IN KURDISTAN

Il Kurdistan è una delle terre in cui le atrocità compiute dagli stati per i loro interessi si vedono permanentemente. Massacri con armi chimiche sono stati compiuti dal 1920 e crimini di guerra sono stati commessi nel Kurdistan, che è stato diviso in quattro parti e sottoposto alle politiche arbitrarie degli stati.

A metà degli anni '20, le forze britanniche hanno ucciso 5-10 mila curdi con gas tossici lanciati da aerei da guerra per sopprimere la resistenza di Şêx Mahmudê Berzencî a Sulaymaniyah. Durante il genocidio di Dersim del 1937-1938, 70.000 persone furono uccise dai gas velenosi usati dalla Turchia. Il regime di Saddam attaccò la città di Halabja, vicino al confine iraniano nel Kurdistan iracheno, con gas velenosi il 16 marzo 1988. Almeno cinquemila persone, la maggior parte delle quali erano donne e bambini, furono uccise nell'attacco. L'attacco è stato chiamato "il massacro di Halabja" nella storia recente.

I RAPPORTI RIVELANO L'USO DI ARMI CHIMICHE DA PARTE DELLA TURCHIA

Un rapporto pubblicato dall'Associazione per i diritti umani (IHD) il 26 agosto 2011 e intitolato "Sulle accuse di uso di armi chimiche e biologiche durante il conflitto armato in Turchia" ha detto che 437 membri del PKK sono stati uccisi da armi chimiche usate 46 volte durante l'intenso conflitto tra il 1994 e il 2011.

Le armi chimiche hanno ferito decine di persone, compresi i bambini, durante le operazioni nella regione di Afrin nel 2018-2019. Questo attacco chimico è stato riportato anche nei rapporti delle Nazioni Unite. È stato anche rivelato che l'esercito turco ha usato armi chimiche in un'operazione lanciata il 23 aprile 2021 nelle regioni di Zap, Metîna e Avaşîn nel Kurdistan meridionale. L'attacco chimico in questione è stato riportato dal quotidiano britannico Morning, con immagini di combattenti del PKK che hanno perso la vita e interviste a funzionari del KCK.

Inoltre, secondo il centro stampa delle Forze di difesa del popolo (HPG), l'esercito turco ha effettuato 138 attacchi chimici negli ultimi 5 mesi, che hanno causato la morte di numerosi combattenti HPG. Il 4 settembre, una famiglia è stata gravemente danneggiata in un attacco chimico nel villaggio di Hirore, e l'ufficio iracheno delle Squadre Cristiane di Pace ha riferito che i problemi di salute della famiglia sono il risultato dell'attacco chimico.

Recentemente è stato riferito che l'esercito turco sta ancora una volta utilizzando armi vietate.

Organizzazioni femminili, politici, scrittori e avvocati hanno reagito all'uso di armi chimiche da parte della Turchia, sollecitando l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) a intervenire. Le dichiarazioni sono frequenti e le proteste sono inscenate in molte parti del mondo contro l'uso di armi vietate da parte della Turchia.

PERCHÉ L'OPCW RIMANE IN SILENZIO?

Il più grande ostacolo nell'affrontare la questione del disarmo è l'incapacità delle istituzioni internazionali. Soprattutto quando si tratta dei curdi...

L'OPCW tace sulle richieste delle organizzazioni non governative, tra cui l'HPG e la KCK di "avviare un'indagine" dopo che l'esercito turco ha fatto frequentemente ricorso alle armi chimiche in Kurdistan.

Le relazioni dell'OPCW, con sede all'Aia, in Olanda, con lo stato turco sono state criticate dopo l'incursione turca contro Gri Spi (Tal Abyad) e Serêkaniyê (Ras al-Ain) nell'ottobre 2019. L'ambasciatore della Turchia all'Aia, Şaban Dişli, avrebbe donato 30.000 euro all'OPCW in un momento in cui sono state rilasciate dichiarazioni riguardanti l'uso di armi chimiche contro i civili da parte dell'esercito turco in questo attacco. L'OPCW proibisce l'uso di tutti i tipi di gas chimici, compresi i gas lacrimogeni usati dalla polizia in manifestazioni pubbliche in aree chiuse come le grotte militari. Tuttavia, dopo l'attacco di invasione dell'esercito turco a Garê tra il 10 e il 13 febbraio 2021, il ministro della difesa nazionale turco Hulusi Akar ha confermato che l'esercito turco ha usato solo "gas lacrimogeni". L'OPCW non ha avviato alcuna indagine dopo la conferma di Akar.

Tradotto da https://anfenglishmobile.com

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Dopo gli incendi di quest'estate la Sicilia ed una parte della Calabria meridionale vivono un nuovo disastro ambientale che sta causando morti, disagi e danni difficili da stimare. Quanto sta avvenendo è la combinazione tra gli effetti dei cambiamenti climatici all'interno del Mediterraneo, la strutturale assenza di investimenti nella prevenzione dei disastri ambientali ed il modello urbanistico estrattivista che tutt'ora domina tanto nelle province quanto nelle grandi città del nostro paese.

Difficile trovare dei precenti a quanto sta accadendo negli ultimi giorni in Sicilia: piogge senza precedenti, alluvioni, mareggiate, frane ed intere zone isolate. In particolare a Catania, dove al momento è impossibile fare una realistica stima dei danni con scuole, ospedali ed edifici pubblici allagati ed a volte soggetti a crolli e moltissime abitazioni private a rischio inagibilità. Ma le piogge anomale stanno creando disagi anche nelle province interne di Sicilia e Calabria, in alcuni casi negli stessi luoghi dove già avevano insistito gli incendi della scorsa estate, generando una certa preoccupazione anche per quanto riguarda frane e smottamenti. In 86 comuni dell'isola è stato emanato lo Stato d'emergenza.

Si parla di medicane, ossia un ciclone tropicale del Mediterraneo che sta creando un gigantesco vortice capace di portare venti di oltre 120 km orari e anche più di 500 millimetri di pioggia sulle coste dell’isola. Questo vortice si sta creando in mare aperto tra Sicilia e Malta e ricorda lo stesso fenomeno che vide qualche tempo fa la Grecia investita da un disastro inedito. Questo nuovo fenomeno sarebbe diretta conseguenza delle trasformazioni dovute al cambiamento climatico in combinazione con il caldo torrido che fino a pochi mesi fa aveva provocato morti e danni ingenti alle economie del Sud. Questo lembo estremo dell'Europa sta sperimentando sulla propria pelle quanto fino a pochi anni fa sembrava impossibile o perlomeno altamente improbabile se non a latitudini ben differenti.

E se è evidente che per affrontare la crisi climatica a partire dai suoi effetti è necessaria una trasformazione sistemica del modo di produrre e di organizzarsi delle nostre società, è altrettanto chiaro che nulla è stato fatto per mettere in campo dei piani di prevenzione dei territori che fossero in grado di rispondere a queste emergenze che, c'è da starne sicuri, si cronicizzeranno inevitabilmente. Gli investimenti nella tutela dei territori e nella loro messa in sicurezza continuano ad essere ridicoli, appaltati a società private, regolati secondo il principio del profitto. Questo perchè, molto spesso, alla prevenzione si preferisce la "ricostruzione" come modello di estrazione di valore dai territori devastati e allo stremo. Man mano che la crisi climatica avanza nella recrudescenza dei suoi effetti, la zona di sacrificio che è sottoposta a questa logica perversa si amplia coinvolgendo nuovi territori, distuggendo ricchezze, economie e vite. Un capitalismo di guerra (climatica) che rovescia la sua stessa categoria di frontiera.

Dunque mentre la crisi climatica allarga il suo spettro devastante ad essere coinvolte sono intere aree urbane. A Catania il combinato disposto tra l'assenza di prevenzione ed il consumo di suolo senza controllo stanno dimostrando la fragilità dei contesti cittadini di fronte a queste emergenze. La cementificazione selvaggia ai piedi dell'Etna ha impermeabilizzato il suolo provocando lo scivolamento dell'acqua a valle e dunque l'alluvione sulla città. Un'intera area di Catania è costruita sulla superficie di un fiume tombato ed a rendere ancora più complessa la situazione è la scarsa efficenza dei servizi di raccolta dell'immondizia che finisce per otturare tombini e canali di scolo. In questa condizione versano molte altre città d'Italia, tanto al Sud quanto al Nord.

L'evidente miopia della politica locale e nazionale e la sua complicità con un modello di capitalismo in cui la valorizzazione dei territori passa unicamente dalla loro devastazione stanno amplificando gli effetti di una crisi che già di per sè ha una portata imprevedibile ed in grado di sconvolgere la vita, le relazioni e le condizioni di milioni di persone nel nostro paese.

Eppure su questo modello di sviluppo si continua ad insistere, con il nuovo PNRR che invece di investire su un serio piano di prevenzione territoriale con una fuoriuscita dalla logica privatistica, continua ad incentivare grandi opere inutili e cementificazione al fine di tutelare ed ampliare l'estrazione di valore sacrificando quelle zone del paese che non sono considerate prioritarie o strategiche. Eppure questo è un gioco al massacro, i danni delle alluvioni (come già quelli degli incendi) non si interromperanno con il fermarsi delle piogge, ma continueranno a segnare il paesaggio economico e sociale delle zone colpite per anni. Gli effetti di questi disastri sull'indotto agricolo si misureranno a breve, le condizioni dell'abitare saranno ancora più drammatiche, non si sa se alcune scuole riusciranno a riaprire e la crisi insiste anche sul campo della sanità già fortemente sotto pressione. Una visione totale di quanto tutto sia collegato e della necessità, ormai divenuta urgenza, di cambiare questo sistema di sviluppo.

Di seguito alleghiamo la trasmissione di Radio Blackout su quanto sta accadendo:

CATANIA: I DISASTRI AMBIENTALI NON SONO UN FLAGELLO DI DIO 

 

In questi giorni la Sicilia e in particolare il catanese sta venendo investita da fortissime piogge che si trasformano in alluvioni devastanti per un territorio già di per sé vulnerabile e lasciato nell’incuria.

Si parla di medicane, ossia un ciclone tropicale del Mediterraneo che sta creando un gigantesco vortice capace di portare venti di oltre 120 km orari e anche più di 500 millimetri di pioggia sulle coste dell’isola. Questo vortice si sta creando in mare aperto tra Sicilia e Malta e ricorda lo stesso fenomeno che vide qualche tempo fa la Grecia investita da un disastro inedito. Pochissimo viene detto dai giornali, la notizia viene riportata allo stesso livello dei trafiletti di cronaca emergenziale mentre un’intera isola e la vicina Calabria potranno a partire da domani vedere un peggioramento importante delle proprie condizioni. Anzi, l’unica tendenza apparente è che la soluzione del disastro annunciato verrà delegata alla prossima Conferenza sul Clima che si terrà a Glasgow il 26 novembre, come se intanto si potesse attendere.

Dalle parole di chi sta vivendo in queste ore ciò che sta accadendo emergono alcuni punti chiari: da un lato, la responsabilità delle amministrazioni che per anni, nonostante gli incendi boschivi della più recente estate, nonostante le eruzioni del vulcano, nonostante le alluvioni passate, continuano a non occuparsi della messa in sicurezza dei territori e dall’altro, la violenza con cui chi abita quei territori deve fare i conti, dopo due anni di pandemia, di chiusure, di impossibilità di accedere a una sanità efficiente e garantita a tutti e tutte, rischiando di annegare in fiumi di fango e spazzatura.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

La Commissione Trasporti della Camera dei Deputati nei giorni scorsi ha approvato un emendamento presentato da Roberto Rosso, vicepresidente di Forza Italia, che ha l’obiettivo di estendere ad altri sette Comuni la qualifica di aree di interesse strategico per procedere con i lavori del Tav.

I nuovi comuni interessati dall’emendamento sono Bruzolo, Bussoleno, Giaglione, Salbertrand, San Didero, Susa e Torrazza Piemonte, secondo Telt l’inizio dei lavori in queste aree avverrà nel 2022. Come già è noto a Salbertrand si tratterà di insediare la fabbrica dei conci, a Susa la stazione internazionale e altre aree di deposito, a Bussoleno il ponte di raccordo tra le due linee ferroviarie e il deposito di smarino a Torrazza, dove da alcuni anni diversi cittadini si sono riunito in un comitato No Smarino che si batte contro l’eventuale possibilità del trasporto e stoccaggio di tali rifiuti nelle zone interessate. Questa estensione implica un allargamento dei “fronti aperti” sin nel Chivassese, zona in cui, tra l’altro, recentemente gli abitanti si stanno mobilitando anche contro la possibilità che la zona venga scelta per il deposito nazionale di rifiuti radioattivi.

La mozione è stata sottoscritta anche da un altro deputato forzista, Diego Sozzani, fervente SI TAV che a breve andrà a processo per corruzione nel quadro di un’inchiesta che riguarda un sistema di appalti e finanziamenti illeciti in Lombardia. L’estensione delle aree di interesse strategico secondo i sostenitori dell’opera servirà a velocizzare i lavori del Tav. È risaputo che quando in Val Susa viene aperto un nuovo cantiere le priorità restano militarizzare la zona e restringere gli spazi di dissenso, ma che i lavori procedano spediti è tutto da vedere. A tal proposito Rosso si è premurato di sottolineare la necessità di aumentare la presenza di forze dell’ordine per impedire qualsiasi azione di disturbo alla macchina del TAV. L’importanza data dalla Commissione Trasporti al raddoppio della Torino-Lione va di pari passo con le nuove strette sui monopattini elettrici, il che è tutto dire sulla sua credibilità e su quali siano le priorità del governo quando su tutto il territorio italiano la rete dei trasporti è malfunzionante da tempo.

Insomma, la ripresa post-pandemia si apre con un nuovo attacco senza remore da parte del governo al movimento No Tav e a tutti gli abitanti della Val Susa e non solo, vista la scelta ben precisa di dare priorità alle opere inutili di fronte alle catastrofi che sempre più spesso attanagliano grosse porzioni della penisola. Altro che transizione ecologica, questi sono atti che minano la qualità della vita delle persone che vivono su questi territori, mettendone a rischio la salute a causa delle nocività e impendendone una normale quotidianità. Difficile parlare di crescita inclusiva quando fuori dalle nostre case staziona l’esercito.

Da notav.info

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons