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Articoli filtrati per data: Wednesday, 27 Ottobre 2021

 

«Come si esce dalla sindemia?» è il secondo step di una sperimentazione che è nata dall’esigenza di costruire in modo collettivo delle coordinate per orientarsi nel presente. Un tempo duro, difficile, complesso, in cui la violenza pandemica ha fatto emergere con forza una lunga serie di contraddizioni: la radicale insufficienza e inadeguatezza del sistema sanitario, la prevalenza dell’interesse economico privato sulla salute comune, la necessaria intersezionalità del concetto di salute, che non può essere legato alla semplice presenza di una qualche forma di “malattia” ma deve essere considerato in modo olistico, prendendo ad esempio in considerazione determinanti sociali e ambientali.

Perché questo congresso nazionale? Perché gli effetti del Covid-19 esplosi nel 2020 hanno superato quelli di una pandemia, configurando una vera e propria sindemia, in cui la sovrapposizione di problemi di salute con fattori ambientali, economici e sociali si è scaricata sulla società colpendo con durezza le fasce più deboli della popolazione e aggravando le diseguaglianze. E noi vorremmo invece rovesciare questa situazione.

Per provare ad affrontare e approfondire questi e altri nodi, già il 28 marzo 2021 organizzammo un primo convegno online, come momento aperto di discussione e confronto per strutturare anche un tessuto di connessioni e relazioni orientato a produrre sapere e possibilità di iniziativa all’interno e al di là del momento pandemico.

La risposta è stata importante e sorprendente, con la partecipazione di 34 soggettività che, pur nella loro profonda (e aggiungeremmo «irrinunciabile») diversità, hanno saputo confrontarsi condividendo i propri saperi, le proprie esperienze e le proprie prospettive. Troppo spesso infatti le lotte e le vertenze territoriali rimangono abbandonate nell’atomizzazione; in ciò il convegno del 28 marzo si è dimostrato uno strumento importante per riuscire in qualche modo a superare questa atomizzazione.

L’ottica di questo congresso nazionale per la salute, che si terrà il 6-7 novembre a Bologna, non è dunque quella di un singolo evento, bensì quella di un percorso permanente, una processualità capace di muoversi anche in una visione di lungo periodo. Per questo invitiamo sin da ora a considerare questo congresso come una tappa, anzi una «seconda» tappa dopo la prima del 28 marzo 2021, e che auspichiamo possa ripetersi con una periodicità sostenuta. Ci piace pensare, e ci muoveremo per costruire, sia futuri nuovi congressi nei prossimi mesi e anni, che altri momenti di incontro, approfondimento, iniziativa. Da questo punto di vista il sito ospiterà sia i materiali del congresso che uno spazio di discussione aperto dove poter sviluppare un discorso collettivo.

Sito del convegno con informazioni logistiche, programma completo e adesioni

Sindemia 0202, il precedente convegno del 28 marzo scorso

 

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Questo è il testo proposto dal Movimento di lotta dei disoccupati 7 novembre per l’indizione della manifestazione contro il governo Draghi e la Confindustria di sabato 13 novembre a Napoli. E’ in corso la raccolta delle adesioni.

La crisi pandemica e la gestione dell’emergenza sanitaria hanno palesato, una volta di più, le priorità del sistema di sfruttamento capitalistico.

Il governo italiano ha subordinato la salute e la sicurezza agli interessi del profitto e del mercato sin dall’inizio della diffusione del Covid 19 obbedendo servilmente ai diktat di Confindustria.

I risultati di questa gestione criminale sono sotto gli occhi di tutte e tutti: le 132 mila vittime che ad oggi si contano in Italia sono il risultato della totale inadeguatezza e del carattere caotico delle misure sanitarie di contenimento dei contagi in un paese con un sistema sanitario pubblico devastato da decennali politiche di privatizzazioni e tagli degli investimenti, del personale lavorativo e dei servizi socio-sanitari sul territorio.

Lo Stato e i padroni, come sempre accade, hanno provato e stanno provando in tutti i modi a disconoscere le proprie responsabilità in questo disastro.

Misure come il “green pass” sono la foglia di fico dietro cui nascondere le proprie responsabilità, misure ipocrite e inutili che non agiscono sulle criticità sistemiche, ma utilissime per i padroni che sono autorizzati a ridurre ulteriormente i costi della sicurezza nei luoghi di lavoro, eliminando sanificazioni, tamponi, mascherine, igienizzante, ecc..

Il possesso del “green pass” vincola l’accesso a servizi essenziali e diritti fondamentali, dal diritto al lavoro e al salario, dai treni alle università, diventando nei fatti una fonte di discriminazione e divisione, in particolare, tra i lavoratori nei luoghi di lavoro, un altro strumento di ricatto nelle mani dei padroni e di produzione di lavoro al nero.

Nel frattempo assistiamo al netto peggioramento delle condizioni di vita per milioni di sfruttati e sfruttate dopo questi lunghi mesi di emergenza socio sanitaria tutt’altro che finita.

Licenziamenti sempre più numerosi, una precarietà dilagante, tassi reali di disoccupazione alle stelle: milioni di lavoratori e lavoratrici sono spinti verso la povertà e un’insicurezza insostenibile anche perché aumentano i prezzi e il costo degli affitti, e il governo Draghi ha dato il via libera all’aumento delle bollette e agli sfratti. Mentre nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro gli operai e i salariati vengono spremuti all’estremo con orari di lavoro intensi e interminabili, che sono la prima causa dell’epidemia di morti sul lavoro, e mentre il governo Draghi di fatto porta ad oltre 70 anni l’uscita dal lavoro degli attuali precari, con pensioni ancora più da fame di quelle attuali. 

Dei primi, importanti segnali di risposta a questa aggressione capitalistica e statale alle nostre vite e alla nostra dignità, che viene anche dalle istituzioni dell’Unione europea, ci sono stati un po’ in tutta Italia: innanzitutto la irriducibile lotta contro il gigante multinazionale FedEx dei facchini della logistica organizzati con il SI Cobas, la forte resistenza ai licenziamenti degli operai della Gkn, dei dipendenti dell’Alitalia, etc., lo sciopero unitario del sindacalismo di base dell’11 ottobre, gli scioperi operai e dei porti contro il “green pass” il 15 ottobre, le iniziative dei movimenti per la giustizia climatica, per il diritto all’abitare, per la difesa dei territori, la tenace azione di lotta organizzata del Movimento dei disoccupati napoletani 7 novembre, etc.

È arrivato il momento di fare un ulteriore passo avanti nel senso della estensione e organizzazione delle lotte.

La lotta contro il governo Draghi va sottratta alla dannosa concentrazione intorno al “no al green pass” e chi se ne frega di tutto il resto, e deve dispiegarsi con ancora maggiore forza su tutto il fronte della politica economica, sociale, “ecologica”, amministrativa, e repressiva del governo. Già perché, se si denuncia l’intervento della polizia contro la piazza di Trieste (con la assurda, secondo noi, richiesta di “scuse”), che dire, allora, dei colpi sistematici dati sia dagli apparati dello stato che dalle squadracce di mazzieri al soldo dei padroni (con dentro anche i fascisti) contro le lotte della logistica, contro gli operai di Prato, i lavoratori Alitalia, il movimento No Tav? E che dire dei fogli di via, delle denunce, multe, minacce di ritiro dei permessi di soggiorno ai proletari immigrati in prima fila nelle lotte, e dell’accusa di associazione a delinquere per i disoccupati organizzati di Napoli?

Occorre smascherare la politica reazionaria di Confindustria e del governo Draghi continuando a mobilitarsi, organizzandosi, moltiplicando le lotte operaie e di tutti gli sfruttati e le sfruttate, e solidarizzando con esse.

Per un fronte unico di classe da contrapporre al fronte unico dei capitalisti che governa il paese.

Per queste ragioni, come ulteriore momento di mobilitazione unitaria in continuità con il percorso dello sciopero generale dell’11 ottobre invitiamo tutte le realtà interessate a partecipare alla riunione organizzativa il 29 a Roma prima della mobilitazione del 30 contro il G20 a Roma.

Verso la mobilitazione di Napoli, 13 Novembre, Piazza Garibaldi ore 14:00

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Riprendiamo da Comune.info questo articolo di Guido Viale sulle mobilitazioni contro il Green Pass... Buona lettura!

 

Tanti e tante tra coloro che scendono in lotta contro il green pass, e non solo a Trieste, sono vaccinati e alcuni hanno anche il gp. Già solo per questa ragione è sbagliato tacciare di egoismo chi si mobilita. I motivi della protesta sono diversi – a cominciare dal rifiuto dell’ordine dall’alto di non turbare in alcun modo l’ordinario svolgimento della produzione e del consumo – e certo non tutti allo stesso modo condivisibili. Ma abbiamo tutti il dovere di esplorarli, anche per reinventare dal basso i concetti di cura e di medicina di comunità

È un errore tacciare di egoismo – o, peggio ancora, di “individualismo piccolo borghese”, proprio di chi si cura solo dei propri interessi, fregandosene degli altri – coloro che si sono mobilitati contro l’imposizione del green pass per accedere al lavoro o coloro che si sono schierati contro l’eventualità di una imposizione dell’obbligo vaccinale per il covid-19.

Caso mai, è vero il contrario: chi si vaccina lo fa innanzitutto per proteggere se stesso (cosa sacrosanta, che non chiamerei mai egoismo). Il fatto che ciò protegga anche le persone con cui si entra in contatto viene dopo.

Chi rifiuta il vaccino sa benissimo di essere “meno protetto”: se contrae il Covid rischia di ammalarsi, in modo grave, in misura molto maggiore di chi è vaccinato (ormai lo sanno tutti, tranne i pochi che sostengono che il covid non esiste o che è una semplice influenza). E proprio per evitare di contagiarsi o di contagiare gli altri, i non vaccinati prendono in genere delle precauzioni, verso sé e verso il prossimo, molto più accurate di chi si sente sicuro perché ormai è vaccinato. Queste precauzioni sono possibili – anzi, andrebbero adottate da tutti fin che il virus circola – non solo in famiglia e nella vita quotidiana, ma anche in fabbrica o in ufficio. So che prima del 15 ottobre in alcune aziende, dove non vige una disciplina da caserma, ci si era organizzati con turni, postazioni e incarichi, per consentire a tutti di lavorare in sicurezza anche con i colleghi non vaccinati. Ovviamente, senza alcuna garanzia assoluta di non contrarre il contagio e di non trasmetterlo. Ma quella garanzia non è assoluta neanche se tutti sono vaccinati.

A sgombrare il campo dalla tesi dell’egoismo bastano pochi fatti. Molti dei portuali scesi in lotta contro il green pass, e non solo quelli di Trieste, sono vaccinati e alcuni hanno anche il green pass. Sono scesi in lotta non certo “per egoismo”, bensì “per altruismo”: per permettere che anche i loro compagni non vaccinati possano lavorare. E quando è stato offerto, a loro e a tutti i portuali, di avere i tamponi gratis hanno detto no: o a tutti i lavoratori o niente. Un bell’esempio di solidarietà: di classe. Ma anche a mobilitarsi contro un eventuale obbligo vaccinale – ora come quattro anni fa, al tempo del decreto Lorenzin – non sono stati solo i cosiddetti “no-vax”, ma anche molte persone vaccinate che ritengono sbagliato quell’obbligo: si chiama “libera scelta”.

Ora, se in presenza di un maggior rischio, della stigmatizzazione, della concreta possibilità di venir esclusi da lavoro e stipendio (in sostanza, venir licenziati) o di un regime costoso e logorante a base di tamponi, la mobilitazione ha preso un andamento così travolgente, è ovvio che le ragioni del rifiuto sono altre, diverse dal mero egoismo; e che, senza doverle per questo condividere, vale la pena esplorarle.

La prima, valida solo per il rigetto del green pass, è di ordine giuridico: è una discriminazione nei confronti di alcuni cittadini. Se accettata, potrebbe ripetersi in molte altre occasioni. Ma sui luoghi di lavoro è un ricatto: o fai quello che nessuna legge prescrive, o sei fuori. Il contrario di ciò che succedeva al tempo del lockdown: o vieni a lavorare o sei fuori. La ratio è sempre la stessa: niente deve turbare l’ordinario svolgimento della produzione, dell’accumulazione del capitale. Così si potrà escludere dal lavoro – e licenziare – ogni lavoratore che non si adegui a qualsiasi prescrizione, anche non prevista dalla legge o dal contratto. I lavoratori hanno tutti i motivi per temere un dispositivo del genere.

Ma ci sono motivazioni anche più profonde. Per esempio, la convinzione che una intrusione chimica o molecolare nel proprio corpo, in particolare di una sostanza sperimentale non sufficientemente testata, come i vaccini anticovid, possa alterare in maniera permanente l’equilibrio fisiologico. La questione è oggetto di un continuo dibattito: se alcuni vaccini hanno contribuito a liberarci da molte infezioni letali o debilitanti – non senza il contributo essenziale della sanificazione delle acque e di una buona alimentazione, perché in molti paesi le stesse infezioni continuino a serpeggiare nonostante i vaccini – la garanzia che essi non provochino “reazioni avverse” debilitanti o letali è oggetto di dispute; che invano si cerca di ricondurre a una contrapposizione tra “la Scienza”, che pretende di escluderlo, e “la stregoneria”, a cui vengono assimilate anche le osservazioni di tanti medici che esercitano con competenza e dedizione il loro lavoro.

Ma c’è di più: il vaccino è l’unica pratica medica senza diagnosi, uguale per tutti, che non tiene in alcun conto, se non molto superficialmente, delle specificità di ogni individuo: la sua costituzione, la sua storia clinica, la sua reattività, la sua condizione sociale e psicologica, il suo ambiente: l’opposto della “cura”, che prende in considerazione tutti questi fattori e che in molti casi, compreso questo del Covid-19, avrebbe potuto, se praticata in modo diffuso e personalizzato, individuare per tempo l’insorgere del male e prevenirne l’aggravamento, fino ai suoi esiti, in troppi casi, letali.

I vaccini si sono rivelati una gigantesca fonte di profitti per chi li produce; tra l’altro, grazie a cospicue sovvenzioni pubbliche e al fatto che gli stessi Stati che li hanno sovvenzionati accettano poi di pagarli uno sproposito, con questo escludendone dall’accesso la maggior parte del genere umano. Ciò lascia adito alla convinzione che questa sia destinata a diventare la forma prioritaria di sanità riservata alla maggioranza della popolazione; mentre una medicina sempre più personalizzata, sempre più tecnologica, ma anche sempre più costosa, sia sviluppata solo per chi può pagare. Convinzione rafforzata dal fatto che ormai si sa che questo virus continuerà a ripresentarsi in nuove varianti, insieme ad altri malanni del tutto simili di cui il degrado del pianeta lascia prevedere la prossima comparsa (era stata prevista anche questa; ma senza adottare alcuna misura preventiva, meglio intervenire dopo, per far dipendere la salvezza dal proprio esclusivo rimedio).

Questo incontestabile dato di fatto fa da sfondo alle tante teorie complottiste che in esso hanno trovato facile quanto fallace “riscontro” e su cui si sono parzialmente innestati, con altrettanta facilità – anche in mancanza di un impegno a comprenderne e sostenerne le ragioni – folclore, bigottismo reazionario, e anche nazismo. Ma irridere o condannare quelle convinzioni finisce per schierare chi lo fa dalla parte di chi dice: “si fa così e basta”; che è la cifra dell’attuale governo e di molti altri governi del mondo che non hanno fatto niente per aprire una discussione – e impegnare i fondi del Recovery fund – sulle alternative che una medicina di comunità potrebbe offrire tanto al dilagare delle prossime e probabili infezioni, quanto alla predisposizione di nuovi presidi senza doverli mettere a punto in fretta e furia quando ormai il male si è diffuso.

 

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Dal 18 ottobre i cieli dell’Italia settentrionale e centrale sono teatro di una grande esercitazione NATO, Steadfast Noon 2021: vi partecipano numerosi cacciabombardieri e aerei radar e tanker. I war games simulano le operazioni di mobilitazione aerea e rifornimento armi in vista di una guerra nucleare. Le due principali basi operative di Steadfast Noon sono Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) dove sono ospitate le testate nucleari tattiche B-61 aggiornate e potenziate per poter essere utilizzate dai nuovi cacciabombardieri F-35 “Lighting II” acquistati da diversi paesi NATO ed extra-NATO, Italia in testa.

“Lunedì 18 ottobre la NATO ha dato il via alla sua esercitazione annuale di deterrenza con decine di aerei di tutta l’Alleanza per prepararsi alla difesa degli alleati europei”, riporta la nota emessa dall’ufficio stampa NATO. “L’esercitazione che durerà una settimana è denominata Steadfast Noon e si sta svolgendo in Europa meridionale con la partecipazione di velivoli e personale di 14 paesi NATO”.

“Quest’esercitazione è un’attività addestrativa di routine e non è legata a nessun evento mondiale odierno”, aggiunge la NATO. “Essa è ospitata da un paese differente ogni anno. Steadfast Noon prevede voli addestrativi con cacciabombardieri a doppia capacità (dual-capable), così come caccia convenzionali, supportati da velivoli di sorveglianza e per il rifornimento in volo. Nessun sistema d’arma con munizioni operative è utilizzato. Quest’esercitazione aiuta a far sì che il deterrente nucleare della NATO si mantenga sicuro ed efficace”. L’ufficio stampa dell’Alleanza ricorda infine come al summit NATO tenutosi lo scorso giugno a Bruxelles, i Capi di Stato e di Governo hanno dichiarato che lo scopo fondamentale della capacità nucleare della NATO è preservare la pace, prevenire la coercizione e dissuadere l’aggressione. Sempre a Bruxelles i leader di governo dei paesi alleati hanno rimarcato che dato il deterioramento del clima di sicurezza in Europa, un’Alleanza credibile e nucleare è essenziale.

Nessun’altra informazione è stata fornita sull’esercitazione di simulazione di una guerra nucleare: top secret la tipologia dei velivoli impiegati, l’identità dei paesi coinvolti e le aree del sud Europa teatro delle manovre. Il ruolo chiave dell’Italia centro-settentrionale e delle due grandi basi aeree di Aviano e Ghedi per Steadfast Noon 2001 è però stato documentato dagli analisti di ItaMilRadar, il sito web che traccia quotidianamente i voli militari sui cieli italiani e del Mediterraneo centrale.

“E’ iniziata stamani l’esercitazione NATO Cross-Servicing e una serie di missioni sono state effettuate dalle basi di Ghedi ed Aviano”, riportava martedì 19 ottobre ItaMilRadar. Nello specifico venivano tracciati i decolli dallo scalo aereo bresciano di due cacciabombardieri “Panavia Tornado” del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana e di un “Tornado” della Luftwaffe, la forza aerea militare tedesca. Sempre da Ghedi decollavano in mattinata tre cacciabombardieri F-16 tedeschi; dalla base di Aviano decollavano invece un caccia F-16 del Belgio e alcuni velivoli F-15 dell’US Air Force. I velivoli incrociavano le loro rotte sui cieli del nord Italia con quelle degli aerei da guerra Saab JAS-39 “Gripen” della Repubblica ceca ed F-16 della Polonia.

Mercoledì 20 ottobre ItaMilRadar riportava ancora una volta l’intensivo via vai di aerei da Ghedi ed Aviano e dalle basi di Preveza in Grecia e di Pratica di Mare. Nel dettaglio venivano tracciati i decolli dallo scalo bresciano dei “Panavia Tornado” italiani e tedeschi e di un cacciabombardiere F-16 dell’Aeronautica olandese; operavano invece da Aviano gli F-16 di US Air Force e dallo scalo romano di Pratica di Mare il velivolo d’intelligence e per la guerra elettronica Gulfstream E.550 CAEW e un aereo-tanker KC-767A dell’Aeronautica militare. Un altro grande velivolo per il rifornimento in volo KC-767A con le insegne NATO raggiungeva lo spazio aereo italiano dalla base di Colonia (Germania), così come faceva un Boeing E-3A della flotta di pronto intervento e allarme NATO decollato da Preveza. In cielo anche tre cacciabombardieri F-16 della Turchia e i Saab JAS-39 “Gripen” della Repubblica ceca.

Per il 21 ottobre non veniva emessa alcuna nota dal sito web mentre in tutta la giornata di venerdì 22 veniva registrato un traffico record di aerei da guerra. “Il terzo giorno dell’esercitazione NATO Cross-Servicing è stato ancora interessato da problemi tecnici o relativi alle condizioni atmosferiche”, scrive ItaMilRadar. “Nella prima parte dell’esercitazione abbiamo tracciato differenti velivoli tanker e assetti AEW che hanno raggiunto l’area operativa: un Boeing KC-135R dell’US Air Force; un Boeing KC-767A e un Gulfstream E.550 CAEW dell’Aeronautica italiana; un Boeing E-3A della NATO. Nella seconda parte hanno preso parte anche differenti cacciabombardieri: i Lockheed Martin F-35A dell’Aeronautica italiana dalla base aerea di Amendola (Foggia); gli Eurofighter F-2000 italiani dalle basi di Grosseto e Gioia del Colle; i General Dynamic F-16 dell’Aeronautica belga e dell’US Air Force e i McDonnell Douglas F-15 USA dalla base di Aviano; gli EF-2000 di Luftwaffe presumibilmente decollati dalla Germania”.

Nel designare i war games, ItaMilRadar utilizza il termine Cross-Servicing e non quello di Steadfast Noon. Si tratta di un refuso oppure sono due distinte esercitazioni aeree che si sovrappongono temporalmente e territorialmente? Desk Aeronautico, il portale che diffonde le informazioni e gli avvisi relativi al traffico aereo, con una nota del 12 settembre 2021 aveva annunciato così l’esercitazione multinazionale di media scala: “Prenderà luogo dal 14 settembre al 27 ottobre 2021 sull’Italia centro-settentrionale NATO Cross-Servicing 2021. Le attività avranno il seguente calendario: 14-16 settembre, 19, 20, 22, 26 e 27 ottobre. Le attività comprenderanno aree per rifornimento in volo, Airborne Early Warning, intensa attività aerea militare, lanci paracadutistici e mezzi a pilotaggio remoto”.

Per il giornalista David Cenciotti, fondatore e direttore di The Aviationist, uno dei più accreditati blog d’informazione sulle forze aeree militari, ci sarebbe una spiegazione dietro i diversi nomi in codice delle esercitazioni NATO. “Come già accaduto in passato, l’edizione di quest’anno di Steadfast Noon si svolge accanto ad un’altra esercitazione, denominata Cross Servicing o X-Servicing, il cui obiettivo è testare l’abilità di ogni partner di mettersi a servizio degli aerei di un’altra nazione in uno scalo NATO e operare sul suo territorio”, scrive Cenciotti. “Attualmente si vede come X-Servicing od ogni altra esercitazione che precede o coincide con Steadfast Noons è in un certo senso usata per nascondere l’attività principale data la sensibilità politica sulle missioni nucleari in molti paesi NATO (…) Dal momento che sono esercitazioni del tipo back-to-back, X-Servicing e Steadfast Noon impiegano gli stessi velivoli sulle stesse basi: le missioni vengono svolte infatti da DCA (aerei dual capablet) di Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Stati Uniti d’America che sono in grado di svolgere sia compiti convenzionali o nucleari di teatro trasportando bombe nucleari tattiche statunitensi B61, insieme ad aerei non-nucleari che supportano la missione nell’ambito del cosiddetto programma SNOWCART (Support of Nuclear Operations with Conventional Air Tactics), che consente agli asset militari dei paesi non nucleari di sostenere gli strike nucleari senza formalmente prenderne parte”.

Ancora l’analista di The Aviationist spiega come Steadfast Noon venga ospitata annualmente a rotazione in un paese europeo diverso, utilizzando sempre le basi aeree in cui vengono stoccate le bombe B61. “Quest’anno sono state scelte due basi aeree italiane, Ghedi e Aviano, dove secondo la Federation of American Scientists sono presenti 35 bombe nucleari”.

A Steadfast Noon 2021 e al ruolo centrale dell’Italia nelle strategie di guerra nucleare NATO ha dedicato un lungo articolo Hans Kristensen, direttore del Nuclear Information Project della Federazione degli scienziati americani. “Le basi nucleari in sud Europa sono state al centro di diversi lavori di potenziamento negli ultimi anni, in particolare sono stati realizzati perimetri addizionali per rafforzare la protezione delle testate ivi stoccate”, scrive Hans Kristensen. “Due di queste basi, Aviano nell’Italia nord-settentrionale e Incirlik nel sud della Turchia, sono state potenziate più di cinque anni fa. Nella seconda base nucleare in Italia – Ghedi – che ospita l’edizione annuale di Steadfast Noon, sono in corso processi di modernizzazione dell’arsenale nucleare che le consentiranno di servire le missioni di strike NATO per anni”.

“L’esercitazione Steadfast Noon coincide con il meeting dei ministri della difesa NATO della scorsa settimana, anche se non è chiaro se si tratta di una coincidenza”, aggiunge il direttore della Federation of American Scientists. “La NATO ha ridotto tanto (come la Russia) il numero delle armi nucleari non-strategiche in Europa dopo la Guerra fredda. Le armi rimanenti non sono state smantellate probabilmente a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2014. E con le affermazioni che la Russia sta accrescendo il suo arsenale nucleare non-strategico, la NATO ha enfatizzato nuovamente l’importanza delle armi nucleari tattiche statunitensi in Europa. Si stima che l’US Air Force disponga in Europa di un centinaio di bombe nucleari, contro le 180 esistenti nel 2010 e le 480 nel 2000”.

Hans Kristensen ricorda come in passato le basi italiane abbiano già ospitato l’esercitazione Steadfast Noon (Aviano nel 2010 e nel 2013), ma stavolta c’è una novità: il rischiaramento a Ghedi dei cacciabombardieri F-35A dell’Aeronautica militare italiana, attualmente operativi ad Amendola ma che presto saranno trasferiti anche nella base bresciana. “La base di Ghedi è sede del 6° Stormo dell’Aeronautica che è incaricata di impiegare le bombe B61 USA con i PA-200 Tornado del 102° e 154° Squadrone cacciabombardieri”, spiega Kristensen. “Si stima che nei depositi sotterranei della base siano stoccate 15 bombe B61, sotto la custodia del 704th Munition Support Squadron (MUNSS) di US Air Force, un’unità di massima sicurezza e manutenzione armi con 130 militari di stanza a Ghedi”.

“Le opere di miglioramento e potenziamento infrastrutturale dei depositi per le armi nucleari in corso a Ghedi le consentiranno di supportare le missioni di strike nucleare della NATO per decadi in futuro e i cacciabombardieri F-35A che arriveranno probabilmente già nel 2022 hanno una capacità operativa significativamente maggiore dei Tornado”, aggiunge Hans Kristensen. “Inoltre le bombe di gravità B61-12 sono tre volte più precise delle B61-3/-4 attualmente stoccate nella base. L’accresciuta precisione dipende dal nuovo kit di guida della coda che consentirà di colpire gli obiettivi con maggiore efficacia rispetto all’odierna versione delle B61. Come quelle esistenti nella base, le B61-12 copriranno quattro range selezionabili di potenza, da 1 a circa 50 kiloton. Ma con la maggiore precisione, il pianificatore di un attacco sarà in grado di scegliere una più ridotta opzione di strike e di creare così un minore fallout radioattivo, o di attaccare obiettivi che richiedono oggi bombe con un più alto livello strategico come quelle lanciate da un bombardiere B-2”.

La combinazione F-35 e nuove bombe B61-12 che si realizzerà proprio nelle basi aeree NATO come quella di Ghedi, rappresenta dunque un rilevante salto di qualità nelle strategie di guerra e nella postura nucleare in Europa. “Seguendo il test finale di lancio da un F-35A un paio di settimane fa – conclude Kristensen – il responsabile del Comando per il combattimento aereo e della divisione per la deterrenza strategica e l’integrazione nucleare dell’U.S. Air Force, colonnello Daniel Jackson, ha dichiarato che avere un cacciabombardiere di quinta generazione dual capacity ci consente di avere una nuova capacità di livello strategico che si aggiunge a quella del bombardiere B-2, l’aereo stealth sino ad oggi prominente per l’attacco nucleare…”.

La pericolosissima portata dell’esercitazione in corso sui cieli italiani non è certamente sfuggita alle autorità militari russe. Il ministro della difesa Sergei Shoigu ha stigmatizzato Steadfast Noon e la modernizzazione delle strategie e degli asset nucleari NATO in Europa: “Siamo particolarmente allarmati dal fatto che i piloti degli stati membri dell’Alleanza atlantica non-nucleari partecipino ad esercitazioni in cui vengono utilizzare queste armi. Consideriamo tutto ciò una diretta violazione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari”.

A riprova della pericola escalation delle tensioni tra USA-NATO e Russia, in contemporanea ai war games sui cieli italiani, il 19 ottobre sul Mar Nero si è svolto un vero e proprio confronto muscolare tra velivoli strategici “nemici”: due cacciabombardieri Su-30 hanno intercettato due aerei tanker statunitensi KC-135 “Stratotanker” mentre rifornivano in volo due bombardieri nucleari B-1B “Lancer”, da poco trasferiti nel teatro europeo dalla base aerea di Dyess in Texas. Una missione, quella ai confini con la Crimea, che è stata considerata da Mosca una grave provocazione. E il mondo torna indietro di un quarto di secolo.

Antonio MazzeoAntonio Mazzeo

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