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Articoli filtrati per data: Tuesday, 26 Ottobre 2021

Stamattina (ieri ndr) il leader del Consiglio sovrano, Abdel Fattah al-Burhan, ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale e lo scioglimento del governo di transizione e dello stesso Consiglio.

Alle prime ore dell’alba un gruppo di militari ha arrestato il primo ministro sudanese Abdallah Hamdok e diversi componenti del governo civile, tra questi i ministri dell’Industria Ibrahim al-Sheikh e dell’Informazione Hamza Baloul, nonchè Mohammed al-Fiky Suliman, membro del Consiglio sovrano, Faisal Mohammed Saleh, un portavoce di Hamdok e Ayman Khalid, governatore di Khartoum.

Hamdok sarebbe stato trasferito in un luogo segreto, dopo essersi rifiutato di firmare una dichiarazione a sostegno di un colpo di stato militare in corso. E, secondo quanto riportato dal ministero delle Comunicazioni, il primo ministro avrebbe chiesto alla popolazione di resistere e di difendere in modo pacifico la rivoluzione.

Internet e le comunicazioni telefoniche sono stati interrotti, anche l’aeroporto è chiuso e i ponti di Khartoum sono stati bloccati. Al Arabiya ha fatto sapere che le maggiori compagnie aeree avrebbero sospesi i voli per Khartoum. Mentre il ministero delle Comunicazioni ha detto che i militari avrebbero anche occupato l’edificio dell’emittente di Stato a Omdurman – città gemella di Khartoum, situata sulla sponda occidentale del Nilo – e vietato al personale di uscire.

Migliaia di persone, in difesa della democrazia, si sono riversate nelle strade di Khartoum e Omdurman.

In base alle poche notizie frammentarie che giungono malgrado l’interruzione delle comunicazioni, pare che i militari abbiano iniziato a sparare sulla folla.

Le frizioni tra il Consiglio sovrano e il governo civile erano tangibili da settimane, specie dopo il tentato putsch del 21 settembre scorso ad opera di militari, nostalgici di al-Bashir, l’ex presidente deposto nell’aprile 2019 e condannato a due anni di galera nel dicembre 2019. Ora si mormora che sia stato rilasciato, forse per buona condotta, ma la notizia non è stata confermata.

Sulla testa dell’ex dittatore al-Bashir pende un mandato d’arresto internazionale, emesso nel 2009 dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini di guerra commessi in Darfur.

Nell’agosto scorso il governo di Khartoum aveva approvato l’adesione allo statuto di Roma del 1998 che ha istituito la creazione della CPI, ma finora al-Bashir non è stato estradato.

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Khartoum: manifestazioni dopo l’arresto del primo ministro Hamdok

Da giorni si susseguono marce di protesta in tutto il Paese. Il 16 ottobre è stata organizzata una manifestazione contro il governo civile, capeggiata da fazione dissidente di Alliance Forces Freedom and Change (FFC) – la coalizione civile, che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione. La frangia estremista è stata fondata da due ex capi ribelli, Minnie Minnawi, ex leader del darfuriano  Sudanese Liberation Army e il ministro delle Finanze e leader del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (JEM), Gibril Ibrahim. Nell’agosto 2020 il raggruppamento politico JEM aveva firmato un accordo di pace con il governo di transizione.

E sembra che Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano, nonchè a capo delle Rapid Support Forces (RSF) e uno degli ex leader dei famigerati janjaweed (milizie paramilitari sudanesi diventate famose per le atrocità commesse in Darfur: i diavoli a cavallo bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi n.d.r.), sia uno dei sostenitori della fazione dissidente di FFC.

Il 21 ottobre scorso la gente ha manifestato in tutto il Paese in favore del governo civile. L’adesione è stata massiccia. Allora i partecipanti avevano dichiarato di essere scesi nelle strade, perchè “La transizione è in pericolo”. Infatti, nella capitale Khartoum, qualche rione più in là, un folto gruppo di persone, molti legati ai gruppi islamici, era radunato da sabato davanti al palazzo presidenziale pretendendo le dimissioni di Hamdok con l’esplicita richiesta di un governo militare.

Da Africa ExPress

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Venerdì 30 e Sabato 31 ottobre si terrà a Roma il 16° G-20, meeting internazionale tra i venti paesi più influenti al mondo nato nel 2008 per architettare una risposta globale alla “grande recessione” del 2007-08.

Di seguito tentiamo di fornire delle linee guida ed informazioni circa le mobilitazioni lanciate dal mondo del lavoro e dai movimenti sociali.

Iniziamo dal sottolineare come anche in questo frangente, la costruzione italiana del meeting è divenuta occasione costante di beatificazione del Banchiere Premier Draghi.

E’ superfluo dire che i quattro punti principali dell’agenda: pandemia/vaccini, fiscalità globale, cambiamento climatico, e situazione afghana, già da noi trattati qui e qui,  non sono stati decisi dal “Banchiere” ma chiaramente imposti dal precipitare degli eventi in ognuno degli ambiti citati.

L’unico obiettivo annunciato della leadership internazionale e momentanea di Draghi era persuadere Putin e Xi a partecipare di persona. Obiettivo fallito, e oltre ai già citati rimane a casa e in collegamento anche il neo Primo Ministro Giapponese, Fumio Kishida.

L’assenza di queste tre figure non depone a favore della riuscita del meeting, che come spesso accade viene annunciato come decisivo e radicale.

Senza entrare nuovaamente nel merito dell’agenda, spendiamo qualche parola in più sulla narrazione che sta girando intorno alle mobilitazioni organizzate.

A distanza di anni, il mondo del lavoro e i movimenti sociali sono tornati a lanciare una contestazione alla riunione dei “grandi della terra”.

Nonostante i tentativi intimidatori e liberticidi della questura e prefettura di Roma, la manifestazione si terrà sabato 31 ottobre alle ore 15. (Piramide, evento qui)

Dal 29 al 31 ottobre saranno inoltre possibile partecipare al climate camp, iniziativa che ormai accompagna pressoché tutti i meeting internazionali. (Informazioni disponibili qui.)

Sulla scia delle proteste dei “no green pass” e di quanto avvenuto a Roma sabato 16 ottobre, il giornalistico mass mediatico, ormai ai limiti del monarchico e regolarmente imboccato dalle forze di polizia, ha colto l’occasione per lanciare una campagna allarmistica contro le possibili proteste contro il G20.

In un unico calderone troviamo l’antagonismo sociale, i sindacati di base, i no tav, i lavoratori e le lavoratrici della GKN, i fascisti, i no vax, tutti affrontati tramite una zona rossa nel quartiere EUR di 10 km quadrati.

Consapevoli della parzialità della risposta contro-organizzativa a questo vertice, pensiamo sia necessario ristabilire rapidamente la capacità collettiva di occupare le strade e manifestare, così come invadere nuovamente lo spazio comunicativo pubblico, affermando che l’espressione dell’opposizione sociale non è qualcosa di contrattabile in virtù della gestione pandemica.

Ci vediamo nelle strade.

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“Non nel mio nome”, domenica 24 ottobre a Cortina si è svolta la marcia di comitati, associazioni ambientaliste e singoli cittadini amanti della montagna per denunciare un assalto verso il patrimonio naturalistico rappresentato dalle Dolomiti, “vittime di un irresponsabile e spietato attacco che si nasconde dietro la giustificazione dei prossimi giochi olimpici invernali del 2026”, come scrivono in una nota gli organizzatori Mountain Wilderness Italia, Wwf Terre del Piave Belluno Treviso, Ecoistituto del Veneto Alex Langer, Italia Nostra Belluno, Gruppo Promotore Parco del Cadore, Comitato Peraltrestrade Dolomiti, Insilva.

Le Olimpiadi si stanno trasformando in modo sempre più eclatante in un’occasione per promuovere progetti fortemente invasivi e speculativi, con la realizzazione di quasi 1.300 chilometri di piste e circa 500 impianti di risalita tra vette e valli che sono sito dell’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità. Si tratta di un modello di sviluppo economico e del turismo obsoleto, impattante e irrispettoso della realtà sociale, culturale, ambientale e paesaggistica, trasformando un gioiello come le Dolomiti in un immenso parco dei divertimenti fatto di cemento e funivie.

Ne parliamo con due partecipanti alla manifestazione: Pietro Lacasella curatore del blog e della pagina FB Alto-Rilievo/voci di montagna e Zeno compagno padovano amante della montagna Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Riceviamo e pubblichiamo la piattaforma rivendicativa del Movimento di Lotta Disoccupati/e Perugia. Buona lettura!

 

SITUAZIONE LOCALE

La crisi socio-sanitaria in corso oramai da un anno e mezzo, ha prodotto nella nostra città e nella nostra Regione, tra le altre cose, una forte diminuzione dei posti di lavoro ed un importante incremento dei senza lavoro (in particolare degli inattivi, ossia coloro che sono talmente scoraggiati da non cercare più lavoro e quindi non rientrano nelle statistiche relative alla definizione di disoccupato/a) specialmente tra i più giovani.

I dati che ci fornisce l’Aur (Agenzia Umbra Ricerche) nonostante sottostimino la gravità della situazione (a causa del recente sblocco dei licenziamenti i cui effetti emergeranno nel prossimo futuro), indicano chiaramente un incremento delle famiglie in condizioni di povertà assoluta e relativa anche nella nostra Regione.

Riportiamo di seguito alcuni dati della recente relazione economico-sociale dell’Aur “l’Umbria e l’anno più difficile”:

“Dal 2019 al 2020 l’Umbria ha dunque perso quasi 6 mila e 500 occupati, con un tasso di caduta (-1,8%) che ha penalizzato di più la componente maschile, ma che ha lasciato inalterato il tasso di femminilizzazione dell’occupazione (42%). In Italia, il calo è stato un po’ più elevato (-2,0%) e ha colpito più pesantemente le donne (-2,5% contro -1,5%).

Inoltre la regione ha perso 5 mila lavoratori dipendenti, con una decurtazione più accentuata per gli uomini. Sul fronte del lavoro autonomo, diminuito anch’esso ma meno che in Italia (-1,7% contro -2,9%), la perdita è stata di oltre 1.500 occupati, praticamente tutte donne, a fronte di un ampliamento della compagine maschile.

La scure della crisi si è abbattuta in maniera selettiva sul lavoro subordinato, colpendo esclusivamente i contratti a termine e in Umbria con più forza che in Italia (-17,6% e -12,8% rispettivamente): così, nel 2020, 8 mila 800 dipendenti con contratti a termine, svincolati dal blocco dei licenziamenti e per natura suscettibili di mancati rinnovi, hanno perso lavoro.

Le donne sono state più penalizzate (-18,1% contro -17,2% maschile).

Il 2020 è stato anche un anno segnato dalla diminuzione del part time (-5,0% in Umbria, -4,6% in Italia), altra forma contrattuale particolarmente esposta a subire tagli in casi di difficoltà del mercato, con ritmi più sostenuti di quelli verificatasi nei tempi pieni (-0,9% e -1,3%). In valore assoluto, l’Umbria ha perso 3 mila 700 contratti part time e oltre 2 mila 700 a tempo pieno.

La pandemia, che da un punto di vista sanitario ha penalizzato segnatamente gli anziani, sul fronte economico-lavorativo si è abbattuta soprattutto sulle giovani generazioni.

In Umbria hanno perso lavoro 6 mila e 600 giovani con meno di 35 anni – equamente ripartiti tra maschi e femmine – all’incirca tanti quanti ne sono aumentati nel frattempo tra i Neet nella stessa fascia d’età (+25% in Umbria a fronte del 5% dell’Italia). Il dato è allarmante: la diminuzione di occupati under 35 in Umbria ha superato quella degli occupati totali. In particolare, le giovani lavoratrici che hanno perso lavoro hanno superato di un quinto il calo occupazionale registrato tra le donne complessivamente.

Nello specifico, l’emorragia tra i 25-34enni ha superato le 5 mila unità, un po’ più donne che uomini, per un tasso di caduta praticamente doppio rispetto a quello nazionale: per ogni 10 occupati in meno, in Umbria 8 sono giovani di questa età (meno di 4 in Italia), con pesanti ripercussioni sui tassi di occupazione, sia maschile che femminile. In questo caso, il calo delle occupate totali eguaglia quello subito dalle 25-34enni.

Sempre in Umbria, l’emorragia del lavoro femminile è stata estremamente selettiva: molto forte tra le giovani, più di quanto occorso tra i coetanei regionali e le coetanee nazionali, ha risparmiato invece le donne più mature.”

Relativamente al tasso di disoccupazione regionale (8,2 %, leggermente più basso rispetto alla media nazionale) si è registrato un leggero calo in questi due anni, dovuto però semplicemente a un travaso delle persone dallo status di “disoccupati a inattivi”.

“Gli inattivi In Umbria, in un solo anno sono aumentate di circa 3 mila unità (+26,6% a fronte del 12% italiano), portandosi a 14.715, di cui 8.281 donne. Alla base del dichiarato inattivismo nella ricerca di un lavoro hanno influito, probabilmente, un senso di diffuso scoraggiamento derivante da una situazione economica fortemente critica e, sicuramente, dalle limitazioni imposte dalla pandemia.”

Questi pochi dati evidenziano una banalità che però è essenziale ribadire, ovvero il fatto che i lavoratori precari sono sempre i primi a pagare le spese nei momenti di crisi. Nella nostra Regione la situazione non era assolutamente rosea nemmeno prima della pandemia in quanto aveva subito pesantemente gli effetti della crisi finanziaria del 2008, ora la situazione si è aggravata ulteriormente.

Alcuni recenti misure come lo sblocco dei licenziamenti, l’aumento del caro-vita (come dimostrano gli incrementi in luce e gas) e il mancato rifinanziamento del fondo legato alle indennità correlate alle assenze legate al Covid per i lavoratori del settore privato ci confermano che “non siamo sulla stessa barca”.

Dall’altra parte non si intravedono investimenti importanti in sanità pubblica e scuola.

Come nelle crisi precedenti, il copione intrapreso dalla classe politica e imprenditoriale è lo stesso, scaricare i costi sui lavoratori e i disoccupati.

I tanti disoccupati e inattivi ed il 30% di giovani che cercano un lavoro senza riuscirlo a trovare sono dei dati che non possono lasciarci indifferenti ma che richiedono e meritano uno sforzo ed un impegno politico importante.

ANALISI POLITICA

Malgrado la drammaticità della situazione lavorativa nella nostra regione (evidenziata dai dati statistici sull'occupazione) negli ultimi mesi stiamo assistendo all'assurdo teatrino allestito nel tentativo di delegittimare le misure di sostegno ai/alle disoccupati/e come il reddito di cittadinanza, al quale i nostri politici e giornalisti locali si sono uniti appassionatamente. La realtà dei fatti ci dice che, se i padroni ed i loro amici politici sono infastiditi dalle briciole del Rdc che a dir loro “disincentivano i giovani a venire a lavorare”, significa una sola cosa: che loro vorrebbero pagarci ancora di meno.

Di fronte alla sfacciataggine padronale è ora che si opponga una voce ferma e decisa dei disoccupati e delle disoccupate, dei precari e delle precari, dei giovani e dei proletari/e tutti/e della città: noi vogliamo lavorare dignitosamente e voi dovete pagarci quanto ci spetta!

Un anno e mezzo fa, in corrispondenza con l'inizio della pandemia, a Perugia è nato il comitato Perugia Solidale con l'intento di dare un aiuto alle famiglie in difficoltà.

Il percorso di mutualismo conflittuale del comitato ci ha visto affiancare alla pratica di solidarietà attiva (come quella della consegna dei pacchi alimentari, dei corsi di italiano gratuiti, etc) quella della rivendicazione di un lavoro dignitoso per i disoccupati e le disoccupate. Attraverso gli scioperi alla rovescia abbiamo dimostrato, a partire dai parchi pubblici lasciati al degrado, che le possibilità di lavoro ci sono e che affidare lavori di pubblica utilità ai/alle disoccupati/e sarebbe il modo migliore per riqualificare la città sia a livello urbano che a livello sociale.

Un processo di lotta “embrionale” verso la rivendicazione di lavoro e dignità per i disoccupati è quindi già in corso oramai da un anno, legato per lo più alle famiglie beneficiarie ed ai/alle militanti/e del comitato; ora lo sforzo ed il salto di qualità potrebbe essere quello di puntare a lanciare un movimento di lotta cittadino di disoccupati/e. L'innalzamento della disoccupazione e l'abbassamento dei diritti e delle tutele nei luoghi di lavoro porteranno ben presto (ed in parte già hanno portato) ad una guerra tra poveri, tra occupati precari ed esercito di riserva, tra lavoratori dipendenti ed interinali, tra internalizzati e lavoratori in appalto e cosi via. Questo è il gioco dei padroni, ovvero di mettere gli ultimi gli uni contro gli altri, cosi da far scannare i/le proletari/e per le briciole e nel frattempo ingrassarsi con il sangue dei lavoratori.

Crediamo invece che alla guerra tra poveri si debba rispondere con l'unità degli sfruttati, dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati in un fronte unico di lotta che riconosca lo Stato ed i padroni come unica controparte. Organizzare un movimento di disoccupati/e organizzati significa anzitutto creare una coscienza di classe, rendersi conto che l'unità può trasformare una condizione di svantaggio in una forza dirompente.

PROPOSTA ORGANIZZATIVA

L'agenda politica locale, in continuità con quella nazionale, orienterà lo stanziamento di centinaia di milioni di euro del Recovery Plan in progetti che verranno presentati come innovativi ed utili alla “ripartenza” del paese a seguito della pandemia.

La Regione Umbria, guidata dalla Tesei, ha già presentato una bozza progettuale contenente le linee di intervento che indicano dove spendere e indirizzare i 3,1 Miliardi richiesti del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).

Si tratta di 140 pagine di documento in cui non viene mai nominata la parola disoccupato/a.

La stragrande maggioranza delle risorse sono destinate alle imprese, in continuità con la linea nazionale.

Nessuna misura strutturata e organizzata è prevista per chi ha perso il lavoro, al fine di garantirgli un reddito dignitoso.

Già oggi le misure previste dalla Regione in tema di rioccupazione e di reinserimento lavorativo sono praticamente nulle: le uniche soluzioni individuate sono gli stage retribuiti a 600 Euro al mese o le offerte (poche) del Centro per l’impiego.

Altre Regioni o città invece hanno previsto dei percorsi più strutturati per sostenere il reddito delle persone svantaggiate. Alcuni esempi sono:

Trasporto gratuito per i disoccupati e i precari https://milano.repubblica.it/.../atm_gratis_per.../

Progetti di lavoro di pubblica utilità per i disoccupati (Regione Veneto)

Reddito di dignità (Regione Puglia)

In Umbria, un/a disoccupato/a (soprattutto di lunga durata) brancola nel buio più totale.

Di fronte a questa situazione e tendenza, quelle che sono le fasce di popolazione più fragili, a partire dai/dalle disoccupati/e se vorranno essere ascoltati dovranno imporsi con forza e determinazione ed è in questo senso che intendiamo lavorare.

Gli sportelli sociali che sono stati aperti in vari quartieri della città verranno messi a disposizione per iscriversi alle liste disoccupati/e.

Da queste liste e con le persone che vi si iscriveranno vogliamo far partire un percorso di autorganizzazione e di lotta finalizzato alla rivendicazione verso le istituzioni di tre cose molto semplici:

Vogliamo che parte dei soldi provenienti dal PNRR e dai Fondi europei di riferimento (come il Fondo di Coesione Sociale) siano destinati a prevedere:

-Servizi gratuiti per le persone disoccupate (innalzamento delle soglie di esenzione totale della Tari e delle spese scolastiche, gratuitià del trasporto pubblico cittadino per tutti coloro che hanno un ISEE inferiore a 11.746,68 euro (soglia utilizzata per il gratuito patrocinio).

-Avviamento di numerosi percorsi formativi retribuiti dignitosamente collegati alle esigenze dei LPU (lavori di pubblica utilità) individuati dai vari Comuni.

- approvazione di una legge regionale che preveda e finanzi i Progetti di lavoro di pubblica utilità, con contratti dignitosi per i disoccupati e le disoccupate della città.

Dovrà trattarsi di un percorso che deve essere fatto di concretezza, partecipazione e orizzontalità e che diventi uno strumento per i cittadini e le cittadine di Perugia volto a condizionare l'operato delle istituzioni in favore di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

Le pratiche solidali, affiancate all'organizzazione dei e delle disoccupati/e ed alla lotta dei lavoratori e delle lavoratrici può darci la forza a tutti e tutte di essere protagonisti della vita della nostra città e di non continuare a subire le scelte calate dall'alto, di emanciparci dalla condizione di sfruttati e sfruttate sui luoghi di lavoro, di uscire dalle condizioni di povertà a testa alta, sapendo che l'unica colpa che può avere un povero è quella di credere di meritarselo. Nell'unione: la nostra forza; nel fuoco della lotta: il nostro orgoglio; nella consapevolezza che insieme arriveremo fino alla vittoria: la nostra profonda convinzione. Solo il popolo salva il popolo. Basta piangersi addosso è ora di spezzare le nostre catene!

COMITATO PERUGIA SOLIDALE

MOVIMENTO DI LOTTA DISOCCUPATI_E PERUGIA

 

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Venerdì 15 ottobre a Tonengo di Mazzé, nel Canavese, l’Associazione Mazzé Ambiente e il comitato Atomi Impazziti hanno organizzato un nuovo presidio informativo riguardante l’urgente e controversa questione del Deposito Nazionale (DN) di scorie nucleari che si vorrà probabilmente costruire tra i comuni di Caluso, Mazzé e Rondissone. La mobilitazione locale di risposta al modello decisionale top-down a opera di Sogin – la società di Stato creata appositamente per la progettazione e realizzazione del DN – continua la sua operazione di contestazione e informazione alternativa iniziata a gennaio 2021.

di Ecologia Politica Torino

Le proteste si rivolgono in primis a un approccio metodologico del processo decisionale davvero poco trasparente e coinvolgente, nonché all’impossibilità tecnica di poter considerare il sito adeguato al progetto del DN.

Il territorio in questione è fortemente agricolo, è entrato nel 2015 nel MAB UNESCO come luogo fondamentale per la relazione tra uomo e ambiente e la stessa Regione Piemonte ne ha valorizzato la filiera agricola come meta turistica, la quale offre prodotti tipici come l’Erbaluce. Una realtà così interessante rischia di essere costretta a ospitare contro la propria volontà una grande opera dall’enorme impatto ambientale. Saranno anche completamente diversi gli obiettivi, ma non si può non notare le analogie con i meccanismi decisionali e di usurpazione del territorio a scapito dei suoi stessi abitanti avvenuta a poche decine di chilometri di distanza in Valsusa.

Non si può inoltre ignorare la vicinanza storica e geografica con l’area delle centrali nucleari dismesse di Trino e di Saluggia, anch‘esse gestite dalla Sogin. Nel 2013 vicino al sito della centrale di Saluggia è stata segnalata la perdita di acqua radioattiva dal luogo di stoccaggio delle scorie nucleari ed i pozzi dell’acquedotto del Monferrato, che copre circa 215 comuni, è stato ad alto rischio di contaminazione.

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L’area verde indica l’area in cui la Sogin prevede di costruire il DN a Mazzé

Sogin e il progetto del Deposito

Ma esattamente, cos’è e perché è stato ideato un deposito nazionale di scorie radioattive? Una normativa dell’Unione Europea ha obbligato nel 2011 l’Italia a elaborare un Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi prodotti negli ultimi 50 anni – principalmente attraverso attività di centrali nucleari (chiuse nel 1990) e il loro seguente smantellamento – e quelli che verranno consumati in ambito sanitario, di ricerca e industriale nei prossimi 50.

Il piano prevede la realizzazione di un deposito unico di scorie nucleari e parco tecnologico annesso in cui far confluire tutti i rifiuti ora stoccati in 20 depositi locali sparsi su tutto il territorio nazionale, che hanno e stanno presentando grandi pericoli per l’ambiente circostante a causa della loro ubicazione spesso discutibile. Con il rilascio della CNAPI (Carta Nazionale della Aree Potenzialmente Idonee) sono state individuate da Isin (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare), secondo criteri d’esclusione piuttosto contraddittori, 67 possibili siti “adatti” a ospitare il DN e i suoi 150 ettari di superficie recintati e militarizzati.

Tuttavia, sono sempre più le rimostranze sulla scarsa consultazione pubblica operata da Sogin, la quale ha pubblicato la CNAPI lo scorso 5 gennaio in pieno lockdown e ha consentito solo due mesi ai territori, fino a pochi giorni prima ignari di essere stati individuati come possibili siti, di mobilitarsi e inviare le proprie osservazioni tecniche. Alla fine grazie all’intervento del Parlamento il periodo è stato prorogato di 4 mesi, durante il quale sono stati conferiti a Sogin in tutto 342 invii.

Questa pantomimica consultazione pubblica che opererà a progressiva esclusione dei siti inadeguati si sta completando in queste settimane attraverso il seminario nazionale indetto dalla stessa Sogin, dove gli enti locali, le associazioni, i comitati o singoli cittadini avranno ben dieci minuti di tempo per far valere le proprie tesi. Uno squilibrio tale rende difficile ritenere un procedimento del genere anche solo lontanamente democratico. Piuttosto, sembra rendere chiaro il poco interesse delle istituzioni a coinvolgere i territori interessati in decisioni su opere che li riguardano in modo diretto e invasivo. Le approssimative analisi tecniche di Sogin hanno trasformato l’intero processo di selezione in una gara tra i territori a dimostrare il più validamente possibile la loro inadeguatezza a ospitare il DN.

A luglio sono state inviate a Sogin le istruttorie tecniche realizzate dagli enti locali e regionali, spesso con dati e cartografie aggiornate rispetto a quelle considerate da Isin. E’ stato fatto notare come, in maniera inspiegabile, oltre all’utilizzo di cartografie errate e analisi idrologiche inadeguate, non sia mai stata attuata la VAS (Valutazione Ambientale Strategica) da parte di Isin.

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Come se non bastasse, le 130 pagine tecniche approvate dalla Giunta regionale del Piemonte e inviate a Sogin mostrano diverse osservazioni sull’improcedibilità della localizzazione del sito in Piemonte. In special modo il sito individuato nel canavese da Isin si trova esattamente sopra a un importante punto sotterraneo di ricarica delle falde acquifere. Questo di per sé è già un motivo escludente, ma nonostante ciò, il sito continua a essere considerata uno dei principali candidati.

Il DN viene presentato come una struttura sicura e certa di garantire la gestione efficace dei rifiuti nucleari. Tuttavia, su questo argomento le associazioni e amministrazioni locali di tutta Italia sollevano una grande perplessità: il DN italiano sarebbe uno dei pochi tra quelli dei paesi europei a ospitare contemporaneamente, e attualmente senza una visione a lungo termine, lo smaltimento in via definitiva dei rifiuti a molto bassa e bassa attività e lo stoccaggio temporaneo delle scorie a media e alta attività, queste ultime chiaramente molto più pericolose e ora quasi totalmente in corso di riprocessamento in Francia e Gran Bretagna.

Questa doppia funzione del progetto si basa sulla scelta decisamente opinabile di considerare validi i criteri utilizzati per individuare i siti adatti alla localizzazione di un impianto di smaltimento di scorie a bassa attività anche per lo stoccaggio dei 17.000 metri cubi di rifiuti degli impianti nucleari -la capienza totale è di 95.000 metri cubi.

Questo tipo di rifiuti necessitano di essere smaltiti in depositi geologici profondi. Nonostante ciò, l’Italia ad oggi non ha nemmeno scelto se crearne uno nazionale vincolando un territorio al rischio di contaminazione per centinaia di anni, oppure condividerne la creazione con altri Stati. Sono 14 i Paesi che in Europa continuano le attività nucleari energetiche e in confronto alle loro quantità ad alta attività le nostre sono veramente irrisorie. Perciò, c’è da chiedersi: perché i governi italiani degli ultimi anni non hanno insistito su questo punto in ambito comunitario?

Origine dei rifiuti

Le criticità che abbiamo sollevato ci sembrano più che sufficienti per sostenere la mobilitazione dal basso del comitato Atomi Impazziti e dell’Associazione Mazzé Ambiente, contro ogni tentativo di estromettere i territori dalle decisioni che li riguardano direttamente. 

In previsione dell’appuntamento online al seminario indetto da Sogin specificatamente per il Piemonte il 15 Novembre, il Comitato Atomi Impazziti ha lanciato una manifestazione il 6 Novembre “contro la costruzione del Deposito di scorie nucleari nel Basso Canavese” con ritrovo alle 14.30 al campo sportivo di Mazzé. Con le parole di Roberta, attivista del comitato, l’intento è quello di “coinvolgere la cittadinanza e far vedere che qualcosa si muove, che non stiamo zitti e che ci siamo.” 

Fonti:

https://www.greenandblue.it/2021/01/05/news/nucleare_deposito_scorie_arriva_la_carta_nazionale_delle_aree_idonee-281185837/

https://www.depositonazionale.it/estero/pagine/come-hanno-localizzato-i-depositi-gli-altri-paesi.aspx

https://www.regione.piemonte.it/web/temi/ambiente-territorio/ambiente/rischio-nucleare/deposito-nazionale-dei-rifiuti-radioattivi

https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/nucleare-piemonte-nessun-sito-idoneo

https://www.torinoggi.it/2021/01/05/leggi-notizia/argomenti/cronaca-11/articolo/nucleare-mazze-rondissone-e-caluso-tra-i-comuni-che-potrebbero-ospitare-il-deposito-nazionale-dei.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/19/saluggia-vasca-di-stoccaggio-stracolma-rischio-di-fuoriuscita-per-acque-contaminate/354654/ 

Seminario Sogin: https://www.seminariodepositonazionale.it/calendario/sessione-nazionale/

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