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Articoli filtrati per data: Monday, 25 Ottobre 2021

Nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 ottobre Luca, 29 anni, ultras del gruppo Brescia 1911 e attivo nei movimenti sociali bresciani, ha denunciato di essere stato picchiato da due agenti della Polfer presso la stazione dei treni di Brescia.

Dopo una nottata trascorsa con gli amici, nelle prime ore del mattino Luca ha deciso di fare due passi e si è fermato in stazione a fumare una sigaretta.

Qui si è addormentato e – racconta Luca – “svegliato da due agenti a suon di ceffoni, ammanettato e portato in uno stanzino della centrale della Polfer dentro la stazione”.

La denuncia di Luca prosegue sostenendo di essere stato picchiato con i manganelli e, infine, “congedato” con un verbale (secondo il quale lui avrebbe aggredito i poliziotti) e la minaccia di non presentarsi in ospedale e di non denunciare la vicenda.

Luca, però, in ospedale c’è andato: l’accaduto gli è costato diverse contusoni e la frattura di una costola guaribili – secondo la prognosi dei medici – in non meno di 30 giorni.

Nel pomeriggio di sabato 23 ottobre, gli ultras del gruppo Brescia 1911 hanno denunciato pubblicamente il pestaggio esponendo striscioni all’esterno dello Stadio Mario Rigamonti (poco prima che vi si giocasse il derby Brescia-Cremonese), alla Stazione Fs e all’esterno delle redazioni di Giornale di Brescia e Bresciaoggi.

Il collegamento telefonico con Diego Piccinelli, portavoce del gruppo ultras Brescia 1911 – Ex Curva nord. Ascolta o scarica.

Da Radio Onda d'Urto

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Appello per una manifestazione antirazzista per Youns. 31 ottobre ore 15, Piazza Meardi, Voghera.

Youns El Boussettaoui  fu assassinato la  notte del 20 luglio 2021, in una piazza centrale di Voghera, con un colpo di pistola al petto, partito dall’arma dell’ex assessore leghista Massimo Adriatici.

Massimo Adriatici era famoso nella cittadina per vantarsi di girare con l’arma carica, e per divulgare espliciti messaggi razzisti.

Immediatamente la sorella di Youns, e il resto della famiglia, si esposero pubblicamente, nominando l’accaduto con il suo nome, un assassinio di matrice razzista, e lanciarono una manifestazione antirazzista che rivendicasse giustizia per Youns, nella piazza dove Youns era stato ammazzato, a Voghera.

Cosi il 24 luglio, migliaia di persone, per lo più stranieri, ma non solo, riempirono la città, per tutto il giorno,  superando i blocchi della polizia, arrivando sotto il comune, sotto la casa di Adriatici e quella della sindaca, che nel frattempo si era esposta solo per creare un clima di terrore in città in vista della manifestazione, evitando accuratamente di prendere posizione sul gravissimo episodio. Il messaggio era chiaro: basta omicidi razzisti e basta razzismo.

Adriatici non è “un pazzo”, un caso estremo, ma un figlio perfettamente sano del razzismo di cui è intrisa la nostra società. A dimostrazione di ciò, Massimo Adriatici era un uomo potente: un avvocato, un poliziotto e un politico, assessore alla sicurezza, e perfettamente inserito nel contesto della giunta comunale: l’assessore Gabba, che l’ha sostituito dopo il suo arresto aveva precedentemente dichiarato informalmente che per risolvere i problemi degli stranieri bisogna sparargli, e la sindaca, si augurava la morte dello stesso Youns.

Salvini si schierò subito a fianco di Adriatici descrivendo l’avvenuto come legittima difesa.
Il capo d’accusa, nei confronti dell’assassino, non è infatti omicidio ma eccesso di legittima difesa, il che è evidentemente assurdo, visto che si trattava di una persona disarmata, e che per lo più era affetta di disturbi psichiatrici che gli provocavano una forte sofferenza.
Con questo capo di imputazione, l’ex assessore è stato messo ai domiciliari, in una località protetta e dopo pochi mesi ha ottenuto diversi permessi per uscire, fino alla liberazione, il 20 ottobre, fino alla scadenza delle indagini.
Adriatici è in giro nonostante in questi mesi da testimonianze, video, perizie e rivelazioni sia emerso chiaramente che condivideva con tutta la giunta di Voghera un razzismo feroce, disumano, che ha trovato nella sua mano e nella sua pistola gli strumenti per mettere in pratica idee suprematiste, lasciando aperta l'ipotesi della premeditazione dell'omicidio.

Questa liberazione dimostra che la vita di Youns, poiché immigrato, è considerata priva di valore, non solo dal suo assassino, ma neanche da Procura, Tribunale, inquirenti, organi di governo locale e nazionale, tutti intrisi di razzismo istituzionale e schierati a tutela di uno dei loro. La liberazione di Adriatici ha suscitato la giusta rabbia da parte della famiglia di Youns, e molti/e immigrati/e e soggetti razializzati in generale che vivono in Italia.

La sorella di Youns ha quindi lanciato un appello chiaro: VENITE TUTTI A VOGHERA IL 31 OTTOBRE ALLE ORE 15, manifestiamo perché vogliamo giustizia per Youns, e contro il razzismo che c’è in Italia, ma soprattutto a Voghera.

Di seguito il video con l’appello della sorella di Youns:


“Mio fratello Yunes ucciso, ammazzato, sparato al petto dall’assessore di sicurezza Massimo Adriatici. Adriatici ex poliziotto, avvocato.
Massimo Adriatici ha tolto la vita a Yunes, padre di due bambini.

Massimo Adriatici, un assassino, a differenza della normalità, non è finito in galera, ma gli hanno subito dato gli arresti domiciliari, poi la possibilità di uscire, e dal 20 ottobre è libero fino a scadenza di indagini. Da quando è stato liberato, il 20 ottobre, continuano a chiamarmi familiari e non da Italia, Marocco, Francia, Belgio.
“l’assassino di tuo fratello è libero? Ma perché? Uno che toglie la vita a un’altra persona, uno che  spara a una persona disarmata, come mai è libero?”

Io vi rispondo: è libero perché in Italia la legge non è uguale per tutti come si dice. È solo un detto, una frase che si dice, nella pratica, la verità non esiste. La legge non è uguale per tutti in Italia, la legge dipende da chi è la vittima e da chi è l’assassino.

Visto che la vittima è un marocchino straniero che non vale nulla e l’assassino è un assessore di sicurezza, un leghista, un avvocato, un ex poliziotto, ha un gruppo di potere , un gruppo di politici che lo coprono, fanno in modo che non paga per quello che ha fatto, non paga perché ha ammazzato una persona, ha tolto un padre a due persone.

Io vi chiedo, vi invito, stranieri e italiani di venire con me il 31 ottobre alle 15 in piazza Meardi a Voghera, con me a urlare contro l’ingiustizia che ha subito mio fratello, ma anche contro il razzismo che c’è in Italia e c’è soprattutto a Voghera.

Avrete visto tutti la chat della giunta l’assessore Gabba, nuovo assessore di sicurezza, consiglia, per risolvere i problemi degli stranieri è sparargli e a marzo, la sindaca di Voghera, la sindaca della città dove è morto mio fratello, non è riuscita neanche a fare le condoglianze alla famiglia che ha perso un figlio, un padre, ha chiesto “ma il marocchino che chiede l’elemosina è annegato?”

Vorrei dirgli che il marocchino che chiede l’elemosina è mio fratello, la persona a cui la sindaca augura la morte, perché straniero, malato, dorme nelle panchine e solo per questo da fastidio, non perchè è violentoChiedo a tutte le persone che lottano contro il razzismo, stranieri e italiani, di venire il 31 ottobre a Voghera in piazza Meardi e manifestiamo contro il razzismo e l’ingiustizia, e facciamo valere il detto che la legge è uguale per tutti.

Abbiamo doveri, ma abbiamo anche diritti, la giustizia è un diritto. La legge è uguale per tutti"

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È di qualche giorno fa la richiesta di 12 stati membri1 dell’Unione Europea di costruire nuove barriere fisiche per proteggere i confini europei dai flussi migratori. Gli stati in questione appartengono in maggioranza allo spazio geo-politico attraversato dalla cosiddetta Rotta Balcanica. Diversi tra questi paesi hanno già costruito muri per bloccare i flussi migratori – si pensi al Muro di Orbán - provenienti prevalentemente da Pakistan, Bangladesh e Afghanistan. Gran parte dei paesi proponenti la costruzione di più barriere fisiche sono già coinvolti direttamente o indirettamente nella Rotta Balcanica, già una delle zone di frontiera più militarizzata al mondo, e (quindi) una delle più violente. Al di là delle ragioni morali e politiche che dovrebbero far disprezzare questa richiesta e chi la supporta, può essere utile riflettere sull’economia dei muri di frontiera e su chi andiamo ad arricchire nel momento in cui accettiamo un discorso securitario e militaristico sulla migrazione.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri...

Siamo italiani, per fortuna o purtroppo, e abbiamo imparato sulla nostra pelle che dietro le grandi opere pubbliche, troppo spesso, si nascondono interessi ben lontani da quelli della collettività. Abbiamo imparato, con cinismo, ad annusare corruzione e opportunismo tra le colate di cemento, sotto i ponti e dietro i grattacieli. Abbiamo imparato che il mondo delle infrastrutture è un terreno fertile per corrotti e corruttori. Lontano dal nostro immaginario quotidiano, anche i muri di frontiera sono infrastrutture. Infrastrutture che definiscono e articolano lo spazio in cui si inseriscono, modificando la vita di chi quello spazio lo attraversa.

Tralasciamo, in questa sede, la dimensione umana ed etica della questione. Che i muri, visibili e invisibili, distruggono vite. Che nella distruzione e nella sofferenza che producono non sono nemmeno efficaci nel tenere le persone a casa loro. Concentriamoci, invece, sugli interessi che dietro questi muri si nascondono, sui profitti che da essi si generano.

Negli studi sulla criminalità organizzata si usa l’espressione “follow the money”, che invita a ripercorrere a ritroso il flusso di denaro generante, e generato da, un dato fenomeno criminoso per identificarne i responsabili. Proviamo a tenere in mente questo motto mentre facciamo quattro passi, anzi tre, tra i districati muri della frontiera europea.

Criminalità organizzata

Si è detto e si è ridetto, le barriere, naturali o infrastrutturali, non impediscono il flusso migratorio: lo alterano o lo rendono più complesso2, ma la volontà dei migranti di procedere è tale da sapersi reinventare davanti a ogni ostacolo. Per reinventare il proprio percorso migratorio, per attraversare le tante e variegate frontiere che dividono il paese d’origine da quello d’arrivo, servono però collaborazioni. Nella stragrande maggioranza dei casi questa collaborazione proviene dai cosiddetti facilitatori dell’immigrazione clandestina3. Organizzati in reti su più livelli, i network del traffico di esseri umani rendono le frontiere un po’ meno impenetrabili, un po’ più accessibili, seppur a caro, carissimo prezzo. Maggiori e più complessi gli ostacoli imposti dalle politiche nazionali e internazionali, maggiore potrà essere il costo del servizio offerto al migrante. E maggiore sarà anche la disponibilità del migrante ad accettare le condizioni imposte dal trafficante. Nel dibattito pubblico, e soprattutto in quello politico, il trafficante è il passeur che attraversa la frontiera coi migranti, sia per terra o per mare. Seppur fondamentali per il passaggio delle persone in transito, queste figure costituiscono solo un minuscolo tassello della macchina migratoria che lucra sull’inaccessibilità dei regimi migratori. Per garantire l’attraversamento clandestino di un confine è infatti necessaria la collaborazione di molte ‘competenze’. Si pensi alla creazione di documenti falsi, ma anche all’organizzazione dei luoghi di sosta. Si pensi ai mezzi di trasporto che devono essere controllati per poter garantire il transito. Non è un caso che il settore dei trasporti sia uno dei più vulnerabili alle infiltrazioni criminali. Le società di logistica, le compagnie di navigazione e le società di noleggio di camion sono utilizzate dai gruppi criminali organizzati per il trasporto dei migranti, ma anche per trasportare altri beni di contrabbando4. I mezzi e le vie usate dalla criminalità organizzata per controllare i flussi migratori si costruiscono sulle stesse infrastrutture, materiali e immateriali, preesistenti e impiegate nel traffico di altri ‘beni’. I primi ad arricchirsi coi muri, pertanto, sono i grandi gruppi criminali e le mafie transnazionali, che monitorano e influenzano i flussi migratori fuori dai margini, sfibrati, della legalità. Non è quindi un caso che alcuni degli snodi migratori in cui prosperano attività criminali della portata di milioni di euro siano anche i più blindati d’Europa5.

Le guardie di frontiera

La militarizzazione delle frontiere è fatta di muri e filo spinato, ma anche di soggetti, in uniforme o in borghese, incaricati di controllare ed eventualmente prevenire il passaggio delle persone in transito. Per quanto organizzati e potenti, ai network criminali manca quella (presunta) legittimità che permette invece a governi e istituzioni europee di giustificare l’uso della violenza per contrastare i flussi migratori. In nome di questa legittimità, le terre di confine pullulano oggi di polizia e militari, cui è stato affidato un compito che non solo non rientra nelle legittime mansioni di questi corpi ma per il quale non possiedono nemmeno le competenze necessarie, in materia di diritti umani e in particolare d’asilo. Così è stato dagli anni 80, da quando la nascita dello spazio di Schengen ha reso quello delle frontiere un tema di interesse comune, affidandone la gestione ai club internazionali di polizia6. Le politiche e gli strumenti di contrasto all’immigrazione clandestina sono quindi stati profondamente condizionati dalla visione delle agenzie nazionali di law enforcement, che hanno inserito il fenomeno migratorio nella lista di ‘minacce’ transfrontaliere di propria competenza. All’inadeguatezza delle competenze si aggiunge, ancor più grave, l’elevato livello di corruzione riscontrabile tra i funzionari di frontiera. Anche (e soprattutto) lo smuggler più potente ha bisogno di un amico poliziotto. Considerate le immense risorse investite per blindare i confini europei, infatti, nessuno di questi potrebbe essere penetrata senza il consenso di chi quella frontiera7 la controlla. Non è quindi un caso che molti migranti temano o abbiano sofferto della mancanza dei servizi di uno smuggler durante il viaggio, mancanza che si traduce in un’elevata possibilità di essere intercettati, detenuti e/o respinti. Se i muri costituiscono una fonte di profitto per i trafficanti, possono esserlo anche per alcuni funzionari corrotti, che in cambio di una percentuale sul viaggio del migrante possono acconsentire ad agire con omertà e condividere informazioni strategiche. La corruzione, quindi, non è solo un effetto collaterale della migrazione, ma piuttosto una parte costitutiva e necessaria della stessa.

Il settore della sicurezza privata

Col pretesto della crisi migratoria non si è solo giustificato un ancor più massiccio impiego delle forze dell’ordine ai confini, ma si è anche resa necessaria una maggiore collaborazione tra agenzie di sicurezza privata, da un lato, e autorità pubbliche e forze dell’ordine8. Quello della sicurezza privata è uno dei settori di mercato maggiormente esposti alla corruzione da parte delle grandi reti criminali. Ciò significa che l’infiltrazione privata nella gestione delle migrazioni ha indirettamente offerto ai gruppi criminali organizzati la possibilità di avvicinarsi ulteriormente alle autorità pubbliche.

L’industria della sicurezza privata resta invisibile nel dibattito pubblico sulle migrazioni, eppure è stata molto influente nel plasmare le politiche dell'UE, rendendo la migrazione prima di tutto una minaccia alla sicurezza da combattere con mezzi militari. Tre sono, in particolare, le gigantesche compagnie militari e di sicurezza europee autrici dei molti tipi di frontiere che imbrigliano il nostro continente: Thales, Leonardo e Airbus. Il dato più critico è che queste aziende giocano un ruolo di primo piano in gruppi di pressione come l’Organizzazione europea per la sicurezza (EOS) e l’AeroSpace and Defense Industries Association of Europe (ASD). Questo gli permette di indirizzare significativamente la direzione delle politiche di confine nella comunità politica europea9. Si tratta, peraltro, delle stesse imprese che trafficano ‘legalmente’ armi europee in Medio Oriente e Nord Africa, contribuendo così a monte all’insicurezza che genera la migrazione forzata.

Con questa premessa, le agenzie di sicurezza privata generano una continua domanda di quelle attrezzature e servizi che l'industria stessa produce. I muri d’Europa si rivelano così immense fonti di profitto per un'ampia gamma di società tra cui produttori d’armi, fornitori di sicurezza, imprese informatiche, di spedizioni e di costruzioni. Il fatto che le agenzie di sicurezza privata siano determinanti nell’elaborazione delle politiche migratorie europee le rende ancora più attraenti agli occhi dei grandi gruppi criminali, per cui la migrazione clandestina continua a essere un business in crescita.

Conclusioni

Dagli anni 90 ad oggi gli stati europei hanno costruito quasi 1000 km di muri per prevenire l’immigrazione e il budget destinato alle frontiere è destinato a crescere. Per il prossimo ciclo di bilancio dell'UE (2021-2027), la Commissione europea ha stanziato 8,02 miliardi di euro per il Fondo per la gestione integrata delle frontiere, 11,27 miliardi di euro a Frontex e almeno 1,9 miliardi di euro di spesa totale per le banche dati di identità e Eurosur (il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere). Di muri se ne continua a costruire, ma l’immigrazione non si è fermata. È diventata solo più violenta, più pericolosa, e più redditizia per qualcuno. Nel qualcuno troviamo organizzazioni criminali, ufficiali e funzionari corrotti e grosse imprese capitalistiche. Lo spazio del confine è un luogo liminale, a cavallo tra il legittimo e l’illegittimo, lo spazio dove si sperimentano nuove normalità. Le modalità di controllo esercitate oggi sui migranti in transito sono e saranno le stesse che verranno lentamente integrate anche nel ‘nostro’ modo di vivere. Gli spazi di frontiera sono insomma laboratori del controllo, dove si testano le potenzialità di quelle che diventeranno le politiche e le pratiche di tutti. Alla luce di ciò sarebbe bene imporre una discussione collettiva su chi elabora queste politiche e queste pratiche, e su chi trae profitto da esse.

 

 1 Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia.

 2 Menjivar C. and Abrego L. J., “Legal Violence: Immigration Law and the Lives of Central American Immigrants”, AJS, 117, 5, Mar. 2012, pp. 1380-1421.


 3 Hummerdal B., We Paid and Then We Could Continue. Corruption during the Migration Trajectory, the Experience of Afghan Migrants, Master Thesis of Global Studies, University of Gothenburg, 2015.

 4 Savona E. U. e Ricciardi M., Mapping the risk of serious and organised crime infiltration in Euroean Businesses – Final report of the MORE Project, Milano: Transcrime Cattolica del Sacro Cuore, 2018.

 5 Si veda Kemp W., Amerhauser K. e Scaturro R., Spot Prices. Analyzing flows of people, drugs and money in the Western Balkans, Global Initiative Against Organized Crime, Maggio 2021.

 6 Longo F., “Identità, Sicurezza, Frontiere. I paradigmi della lotta alla criminalità organizzata nell’Unione Europea”, Meridiana, 43, 2002 pp. 135-158.


 7 Hummerdal B., We Paid and Then We Could Continue. Corruption during the Migration Trajectory, the Experience of Afghan Migrants, Master Thesis of Global Studies, University of Gothenburg, 2015.

Gammeltoft-Hansen T. and Sorensen N. N., The Migration Industry and the Commercialization of International Migration, Routledge, 2012.


 8 Savona E. U. e Ricciardi M., Mapping the risk of serious and organised crime infiltration in Euroean Businesses – Final report of the MORE Project, Milano: Transcrime Cattolica del Sacro Cuore, 2018.

 9 Akkerman M., Border Wars II: an update on the arms industry profiting from Europe’s refugee tragedy, TNI and Stop Wapenhandel, Dicembre 2016.

 

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Riprendiamo per la rubrica Green Passion queste interessanti riflessioni di Sebastiano Isaia che ci sono state segnalate. L'articolo, ci pare, argomenta bene il problema di certe posture eccessivamente "puriste" rispetto alle movimentazioni No Green Pass. Alle riflessioni di Isaia andrebbero aggiunti i continui tentativi da parte di questure, giornali e governo di construire il caso, il capro espiatorio, di trasformare una mobilitazione confusa e contraddittoria in un pericolo pubblico intorno a cui ricostruire l'unità nazionale. Allo stesso tempo però va detto che confrontarsi, osservare e provare a comprendere queste mobilitazioni non vuol dire che in esse vi siano le potenzialità per costruire itinerari anticapitalisti alla luce di come stanno le cose attualmente. Anzi ci pare che per la natura di come si stanno dando queste mobilitazioni ciò sia ampiamente da escludere, dunque anche l'eccessivo entusiasmo per quanto sta accadendo ci pare fuori luogo. A dire la verità più che evidenziarsi premesse promettenti per il futuro, le movimentazioni contro il Green Pass ci pongono davanti allo sguardo tutta la complessità del presente, ed in quanto tali vanno colte, non per rimanere nell'inazione o per farne tribune ideologiche, ma piuttosto per conquistarsi un angolo prospettico all'altezza della sfida. Buona lettura!

Oggi i cosiddetti giornaloni concordano su quanto segue: «Ha vinto la linea dura di Draghi» (ma anche della Confindustria e del PD). Come se qualcuno di intelligenza normale si aspettasse davvero un esito diverso! Per giorni i mass media creano l’aspettativa dell’Evento, e poi ci ricamano sopra per altri giorni commentando inesistenti aspettative: «Ci si aspettava questo, è successo invece quest’altro».

Un’esigua minoranza di lavoratori ha espresso, nel modo politicamente limitato, confuso, contraddittorio ecc. che sappiamo, la propria insofferenza nei confronti di un obbligo imposto dallo Stato (borghese, ma quei lavoratori questo non lo sanno, mentre alcuni che affettano di saperlo mostrano di non capirne il concetto e la prassi sottostanti): di questi calamitosi ed emergenziali tempi già solo questo piccolo fatto è qualcosa che non può non suscitare simpatia politica e umana alla coscienza dell’anticapitalista, il quale, per come la vedo io, è politicamente e per principio contro gli obblighi imposti alla popolazione in generale, e alle classi subalterne in particolare, dallo Stato (borghese). Scrivo è e non deve o dovrebbe essere perché do la cosa per assolutamente scontata: si tratta del minimo sindacale per un autentico anticapitalista, il quale è politicamente, “filosoficamente” e umanamente contro ogni forma di obbligo imposto dallo Stato (borghese).

L’obbligo imposto dallo Stato io lo subisco (per i noti rapporti di forza sfavorevoli ai proletari), non lo supporto, non lo difendo, non lo giustifico, ma anzi lo denuncio, lo critico, lo combatto nei limiti consentiti dai rapporti di forza di cui sopra. La reazione agli obblighi imposti dallo Stato serve all’anticapitalista per combattere l’idea, molto radicata anche (e direi soprattutto) tra le masse dei nullatenenti, che quegli obblighi rappresentino nella loro esistenza di oppressi e sfruttati qualcosa di normale, di naturale, perché «da che mondo è mondo» sono sempre esistiti quelli che danno ordini e quelli che questi ordini devono rispettare.

Il riflesso condizionato di molti sedicenti anticapitalisti è stato invece affatto diverso da quello che personalmente mi aspetto da un anticapitalista anche di modestissime capacità teoriche e politiche – qui ovviamente sono autobiografico. Essi hanno usato la dialettica nell’accezione volgare del termine, ossia per sparare sulla Croce Rossa, nel dimostrare cioè quanto poco “di classe” e “rivoluzionario” sia il movimento No green Pass (ma va? mo’ me lo scrivo e rifletto sopra), e non come strumento inteso a comprendere la complessa e contraddittoria realtà del processo sociale, il quale quasi mai (per non dire mai) si dà secondo schemi dottrinari costruiti a tavolino o ripresi senz’altro da altre epoche storiche – spesso abissalmente lontane dalla nostra.

Questi sedicenti “anticapitalisti” salutano con soddisfazione la (scontatissima) vittoria della linea dura governativa e confindustriale, e danno degli acchiappa farfalle a quei compagni che si sono sforzati di comprendere le ragioni di un movimento “complesso e composito”, come s’usa dire, andando oltre gli stereotipi e le criminalizzazioni veicolate dai mass media – peraltro delusi per come sono andate le cose ieri: solo qualche piccola baruffa, niente sangue! Personalmente mi sono talmente illuso che ho già pronto un saggio (La Comune di Trieste) e una piattaforma programmatica da inviare al Soviet dei No Green Pass. Si costruiscono caricature per una facile, quanto insulsa polemica, solo per non confessare di non capire niente di ciò che gli capita intorno e che, soprattutto, non si conforma alle loro aspettative rigorosamente e puramente “di classe”.

Anziché provare un minimo (non un massimo) di simpatia, anche solo umana («Ah, questo non è marxismo!»), nei confronti dei pochissimi dissidenti, certi “anticapitalisti” si affannano a praticare nei loro confronti un accuratissimo esame del sangue, inteso a stabilire il grado di “purezza classista” della loro rivendicazione “libertaria”. Si viene così a scoprire che nelle vene di quei quattro gatti insubordinati non scorre un sangue limpidamente classista, tutt’altro (addirittura alcuni sono “fascisti dichiarati”, altri sono “qualunquisti”, quasi tutti sono ostili al pensiero scientifico e forse qualcuno  confida nel terrapiattismo; leninisti, trotskisti e bordighisti manco a parlarne!), tanto più che le rivendicazioni libertarie sarebbero “storicamente” appannaggio della “destra”, mentre gli operai come Dio (Capitale) comanda si batterebbero per il salario, l’orario e per quel che riguarda i loro bisogni materiali immediati. Altro che questa piccolissima seccatura del Green Pass! E che sarà mai! I lavoratori sono abituati a ben’altri sacrifici! Aspettando la grande ripresa della lotta di classe alcuni “anticapitalisti” hanno perduto ogni sensibilità politica e umana – decisamente non sono un “marxista”, ma questo lo dico da sempre: mi si creda!

A certi “anticapitalisti” interessa insomma solo la lotta di classe dura e soprattutto pura, e se la complessità del processo sociale capitalistico genera fenomeni sociali “spuri”, di questo è meglio che si occupino altri, non certo gli “anticapitalisti” devoti al barbuto di Treviri. Bisogna dunque lasciar passare il momento di confusione e di agitazione priva di contenuti di classe, e intanto esercitarsi a prendere in giro quegli imbecilli dei No-Vax e No Green Pass. Chi cerca di capire la complessità di cui sopra è preso a male parole e deriso: «Ma guarda che questi non vogliono mica fare la rivoluzione». Ma va? Come diceva il grande Troisi, «Mo’ me lo scrivo, me lo scrivo proprio».  Si tratta invece di giocare a carte scoperte con l’impotenza sociale del proletariato e delle sue supposte avanguardie politiche, anziché perdere tempo a fare battute sui No Vax brutti, sporchi e cattivi – e pure fascisti – e a deridere chi si sforza di capire e a tenere fermo il principio della radicale opposizione all’obbligo imposto dallo Stato (borghese).

E invece no! Ecco dunque i nostri ineccepibili “anticapitalisti” con la bava ideologica alla bocca pronti a enfatizzare contraddizioni (ma va?), errori (ma va?), divisioni (ma va?), strumentalizzazioni (ma va?), limiti (ma va?); tutti pronti a tifare, più o meno apertamente, per un clamoroso insuccesso del “movimento”.

Più realisti del re e più governativi del governo, certi “anticapitalisti” hanno sostenuto con uno zelo degno di miglior causa le ragioni scientifiche della campagna vaccinale e dell’obbligo al Green Pass, come se la politica sanitaria fosse una prassi socialmente e politicamente neutra e non avesse invece profonde implicazioni sociali, psicologiche, ideologiche, esistenziali. Che esaltazione della scienza! E poi c’è sempre quella faccenda del materialismo dialettico… Altro che quegli ignorantoni dei No Vax! Insomma, Incartapecorito illuminismo scientista in luogo del pensiero critico-radicale che individua proprio nella tecno-scienza lo strumento più potente del dominio capitalistico.

«La rappresentanza oggi è in grande difficoltà e in grande crisi. Gli attacchi alla politica di questi giorni sono attacchi alla rappresentanza»: sono parole pronunciate da Enrico Letta in un videomessaggio all’assemblea nazionale elettiva della CNA tenutasi nel 2013. Nel 2012 a commento del cosiddetto movimento dei forconi ho scritto un post intitolato Più lotta per tutti! Poi ne scrissi un altro di analogo contenuto: La sindrome del contagio.  Ricevetti molte critiche da parte dei soliti analisti del sangue, i quali mi dissero che non si trattava affatto di un movimento di classe (ma va?), e che in gran parte esso era composto da gente che votava per Berlusconi (il “fascista” di ieri!) e luogocomunismi di analogo tenore. Con quel titolo volevo semplicemente dire che il problema non era il “ribellismo” dei forconi, né il prodursi di un generico “ribellismo sociale” nelle cui torbide acque amano nuotare squali “populisti” d’ogni colore; il problema per gli “anticapitalisti” era (ed è) la mancanza del “ribellismo” dei lavoratori e dei proletari tutti. «Il mondo della rappresentanza» di cui oggi parlano tutti i quotidiani, per metterne in luce la crisi, è proprio questo tipo di «deriva ribellistica» che teme come la peste, e non a caso oggi Mario Draghi tesse l’elogio del collaborazionista Luciano Lama.

È evidente che tra i lavoratori si è aperto un conflitto tra coloro che si sono vaccinati, la maggioranza, e coloro che non intendono vaccinarsi, un’esigua minoranza. Questa divisione può essere superata in due modi: la maggioranza accetta l’obbligo al Green Pass senza discutere e passa sopra la testa della minoranza, lasciandola al suo triste destino; oppure la maggioranza rifiuta la logica della divisione utile solo al Capitale e al suo Stato, e cerca di arrivare insieme ai compagni di lavoro che non vogliono vaccinarsi a una soluzione che sia vantaggiosa per entrambi. Occorre insomma lavorare per la solidarietà di classe: trattasi di minimo sindacale! Lavoratori vaccinati e lavoratori non vaccinati sono entrambi vittime di questa società che crea ogni sorta di problemi, soprattutto agli “ultimi”. Bisogna respingere le opposte ideologie (Sì Vax e No Vax) sul vaccino: chi si vaccina non è un venduto al “sistema” e chi non si vaccina non è un deficiente. Si tratta di due scelte che vanno comprese e rispettate attraverso un confronto fraterno, una libera discussione tra compagni di lavoro. Se l’anticapitalista non si sforza di dare il contributo che è in grado di dare a questo difficilissimo lavoro politico, a mio avviso è un anticapitalista solo a parole, soprattutto se non avverte “a pelle” come oppressivo l’obbligo al Green Pass imposto dallo Stato. Si dirà: «Ma il Green Pass rappresenta il male minore!» Ecco, è proprio la logica del “male minore”, trionfante ormai da oltre un secolo su scala planetaria, che l’anticapitalista deve combattere. Chi accetta la logica del “male minore” sorvola sul fatto che comunque ha accettato il male, il quale com’è noto ha la pessima tendenza a peggiorare.

Per come la vedo io, non c’è autentico anticapitalismo senza un’opposizione politica e di principio agli obblighi imposti dallo Stato ai proletari, com’è appunto il caso dell’obbligo a esibire il cosiddetto Green Pass anche per accedere al posto di lavoro – leggi di sfruttamento. All’oppressione del lavoro salariato si aggiunge l’oppressione politico-esistenziale del lasciapassare!

Si obietta: ma la lotta contro l’obbligo vaccinale o contro l’obbligo a esibire il green Pass (cioè l’obbligo vaccinale introdotto surrettiziamente per fottere meglio la gente) non è una lotta di per sé anticapitalista. Verissimo! Stavo per dire: banalissimo! Ma qual è la lotta sociale che è “di per sé” anticapitalista? Non tocca forse agli anticapitalisti cercare i modi per dare alle lotte sociali (per il lavoro, la casa, l’agibilità politica e quant’altro) un contenuto anticapitalista, un orientamento “di classe”? Anche qui siamo al minimo sindacale di un pensiero autenticamente anticapitalista.

Niente ha rivelato l’inconsistenza politica (e umana) di taluni “anticapitalisti” del loro risibili tentativo di mettere in opposizione cose che in opposizione non sono, essendo lati dallo stesso problema: l’oppressione sociale in regime capitalistico. «I lavoratori vengono licenziati, e c’è chi pensa all’obbligo del Green Pass»: ma cosa c’entra? La lotta contro i licenziamenti esclude forse la lotta contro il Green Pass (e viceversa)? Ma siamo seri! «In Africa e in Asia la gente muore perché non può accedere ai vaccini, e qui si pensa al Green Pass»: ma che senso ha questo ragionamento? Come se la colpa di questa mostruosità fosse dei No Vax o dei No Green Pass, e non del sistema capitalistico planetario! Anche qui si china il capo alla logica della divisione internazionale dei nullatenenti. Si tratta di un ridicolo tentativo di buttare la palla in tribuna solo perché la lotta contro l’obbligo al lasciapassare imposto dallo Stato (borghese) non rientra nello schemino ideologico di certi “anticapitalisti”.

Questa crisi sociale sta avendo quantomeno il merito di rivelarci per quel che davvero siamo, così che possiamo comprendere nel loro autentico significato le parole che usiamo (“anticapitalismo”, “rivoluzione”, “lotta di classe”, “marxismo”, ecc.). Su questo dato di fatto converranno certamente anche coloro che non condividono il mio punto di vista.

 

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