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di Matilde Flamigni per Il Lavoro Culturale

 

L’amore non c’entra nulla con questo; l’amore c’entra eccome.

Originariamente pubblicato con il titolo Lose Your Mother. A Journey Along the Atlantic Slave Route (Farrar, Straus and Giroux, New York, 2007), il libro di Saidiya Hartman offre una potente riflessione sull’utilizzo della storia e della memoria per affrontare le questioni della tratta atlantica, della schiavitù e delle sue ricadute sul presente. Oggi Perdi la Madre è finalmente disponibile in italiano, grazie all’impegno della casa editrice indipendente Tamu e all’ottima traduzione di Valeria Gennari, che con cura permette di meglio avvicinarsi ad un testo complesso e, al contempo, necessario.

A metà tra il saggio storico e l’autobiografia, nell’incedere dei capitoli Hartman affronta diversi temi rilevanti che rimangono tuttora, o forse ora più che mai, aperti e conflittuali. Tra questi, il nodo della cittadinanza e della giustizia razziale, l’aspetto contraddittorio delle riparazioni e delle petizioni di risarcimento per gli eredi degli schiavi, il legame indissolubile tra il lavoro forzato e l’ascesa delle società capitaliste. Alcune riflessioni vengono riprese nell’introduzione alla nuova edizione della traduttrice e attivista Barbara Ofosu Somuah, capace in poche pagine di declinarli all’interno del movimento globale per le vite nere e nel contesto italiano della realtà vissuta della nerezza, dando particolare centralità alla questione delle leggi di cittadinanza e delle politiche di appartenenza.[1]

Il racconto segue le tappe del viaggio dell’autrice dall’America al Ghana. Lì, attraverso le nove rotte degli schiavi che ne tagliavano il territorio, Hartman visita il castello portoghese di Elmina, entra nelle segrete della fortezza di Cape Coast, cerca le rovine della piazza del mercato di Salaga e percorre la capitale asante di Kumasi, sulle tracce di uomini e donne che, una volta divenuti merci, vennero depredati delle loro vite e  trasportati al di là dell’Atlantico.

È un libro scomodo, nel senso letterale, di quelli per cui devi riaggiustare il cuscino sulla poltrona mentre leggi. Nel suo viaggio, Hartman rievoca i fantasmi della schiavitù e ti obbliga fare i conti con la sua «vita postuma». Il questo senso, «il passato non è né inerte né dato», e la questione della costruzione della memoria affatto neutrale. Riconoscere nella tratta e nella schiavitù una storia complessa, impossibile da confinare alle Americhe, ma fatta di attori diversi e a volte inaspettati, lungi dall’assolvere, obbliga invece a mettere in gioco molto più di quello che pensavi. Come ricorda l’autrice, infatti, «non è possibile che gli autori della devastazione siano anche innocenti. È l’innocenza che costituisce il crimine» (p. 210).

Ogni anno diecimila africani americani raggiungono il Ghana, percorrendo all’inverso il viaggio che aveva portato i loro antenati nel Nuovo Mondo, alla ricerca di un legame con il passato che gli permetta di trovare un’identità nel presente, oltre il trauma della diaspora. Sin dalle prime pagine, Perdi la madre mostra come l’essenza stessa della schiavitù si identifichi con un senso di spaesamento costante, che ti segue ovunque tu sia. Per Hartman, è questo sentimento di estraneità che non permette di abitare una quotidianità, ma di “stare” precariamente in un luogo come in un altro e, quindi, «di vivere in un paese senza esercitare alcuna pretesa sulle sue risorse» (p.115).

Passando dagli Stati Uniti alla storia imperiale europea, il mio pensiero è andato all’articolo 22 della Costituzione liberale di Cadice del 1812 (www.congreso.es/docu/constituciones/1812/ce1812_cd.pdfwww.congreso.es/docu/constituciones/1812/ce1812_cd.pdf). Esso apriva la possibilità di diventare cittadini «agli spagnoli che per qualsiasi linea sono considerati e reputati nativi dell’Africa […] attraverso la porta della virtù e del merito». Il passaggio è particolarmente ambiguo poiché rivela, da un lato, che i neri di condizione libera non erano di per sé inclusi nella cittadinanza e, dall’altro, che per esserlo avrebbero dovuto provare la loro condizione sociale, morale ed economica. Queste disposizioni particolari, per la verità comuni a tutto il mondo Atlantico, esplicitavano una più sottile condizione: chi discendeva dagli schiavi poteva essere trattato come straniero. Ciò, permetteva inoltre di delimitare i confini dell’esclusione e dell’inclusione nella società, nella comunità, nella famiglia.

A diventare schiavi erano coloro considerati estranei, costretti a dimenticare il proprio passato e condannati  a quella che Orlando Patterson definisce la «morte sociale»». Al contrario, durante i “viaggi del ritorno” alla ricerca di un’appartenenza, la solidarietà razziale viene espressa nel linguaggio della parentela, utilizzata per ricostruire il legame con la famiglia africana. In questo senso, per la comunità della diaspora il passato diventa un paese in cui tornare, dove poter riabbracciare la madre perduta e non sentirsi più orfani.

A partire dagli anni ’90, intorno alle rotte degli schiavi e ai ritorni dei loro discendenti americani si sviluppa un nuovo settore turistico, che diviene presto indispensabile per le entrate economiche di diversi paesi africani. Viene così assecondata la costruzione di una memoria pubblica della schiavitù, convenientemente declinata rispetto al rapporto tra il continente africano e i suoi figli dispersi.

Una volta giunta in Ghana, Hartman è comunque una obruni (straniera). Essere considerata semplicemente una ricca turista non è l’unico boccone amaro da digerire. Durante il suo viaggio, l’autrice deve fare i conti con una rivelazione ben più profonda e dolorosa: anche se non si identifica con la linea del colore, il solco tra schiavi e padroni rimane indelebile. In effetti, anche il linguaggio della parentela è pervaso dalla disuguaglianza e, dato che esso «riguardava tanto l’esclusione come la filiazione» (p.62), la realtà è che persino nell’intimità e nell’amore esiste il possesso.

Tuttavia, l’autrice custodisce in sé la nostalgia di una identità collettiva panafricana, il sogno degli africani americani che avevano attraversato l’Atlantico e abbracciato le lotte decoloniali degli anni ‘50 e ’60. Intellettuali, tecnici, attivisti si erano trasferiti in Ghana inseguendo un desiderio di libertà, un luogo immaginato, nutrito dalla fantasia. Ma per lei l’Utopia si sbriciola nella sfiorita pensione Marcus Garvey di Accra. «La mia non era l’epoca dei sogni, ma quella del disincanto» (p. 58), prende nota.

Nella sua ricerca, Hartman incontra mercanti, aristocrazie guerriere, reali delle grandi città costiere e altri agenti che fungevano da intermediari nella tratta atlantica. Per secoli, le élite africane avevano messo in vendita la gente comune, incessantemente minacciata dal pericolo di essere fatta prigioniera in cambio di tessuti, pistole, polvere da sparo, alcol e conchiglie di ciprea. Il prestigio si basava infatti su denaro, beni di lusso e merci ricercate che non generavano nuovo benessere, ma servivano semplicemente a mantenere le gerarchie di classe e di status.

La frattura dell’Atlantico si rivela quindi ancora più complessa e dolorosa da elaborare, poiché dall’altra parte non c’è nessun nobile passato da ritrovare o di cui essere fieri. Le parole Aime Cesaire in Diario di un ritorno al paese natale tornano alla mente con la loro potenza disarmante:

No non siamo mai stati cavalieri del re del Dahomey, né principi del Ghana con ottocento cammelli, né dottori a Timbuctù mentre era re Askia il grande, né architetti a Djenné, né soldati nel Sudan e neppure guerrieri. […] confesso che siamo stati in ogni epoca mediocri lavapiatti, lustrascarpe di scarso rilievo, nel migliore dei casi stregoni coscienziosi e il solo indiscutibile primato che abbiamo battuto è quello della resistenza alla frusta… […]

Sento salire dalla stiva le maledizioni incatenate, i singulti dei moribondi, il rumore di uno che viene buttato in mare… i lamenti di una donna che partorisce… il raschiare di unghie che cercano la gola… i ghigni della frusta… il rimestare dei parassiti fra la gente sfinita.

Se questo «frantumava ogni illusione di unanimità di sentimento nel mondo nero» (p.100), per Hartman indica anche la direzione da intraprendere nella sua ricerca della storia dimenticata e silenziata degli schiavizzati. Le loro vite non solo non erano ricordate, ma era stata negata loro anche la memoria. La spoliazione si era concretizzata nella sottrazione sistematica dei beni, dei diritti e anche dei ricordi. E per questo parte da sé.

Per riannodare i fili di un albero genealogico impossibile, l’autrice prova a ripercorre la storia taciuta della sua famiglia. Nei diversi tentativi di ricostruire il proprio passato, si rivolge alle zie Laura e Beatrice, custodi delle poche informazioni a disposizione. Esse le raccontano una storia tutta declinata al femminile. Infatti, secondo il principio del partus sequitur ventrem, nel mondo Atlantico era la condizione della madre schiava a definire lo status legale dei figli, che ne ereditavano la posizione sociale. In questo passaggio, la dimensione di genere e il suo intersecarsi con l’esperienza della schiavitù, presente in sottotraccia in ogni pagina del libro, ma forse poco affrontata direttamente, emerge maggiormente. I figli della spoliazione portano il marchio della schiava e ne sono la progenie. Al contempo, le eredità custodite da Beatrice e Laura hanno in sé la potenzialità di «valorizzare una rete di intimità e di filiazione estranee alla legge dell’approvazione paterna» (p.107).

Malgrado ciò, per Hartman la ricerca dei senza nome e delle memorie interrotte dalla schiavitù si rivela un’impresa impraticabile. Il suo lavoro di indagine si muove nelle mancanze, in luoghi vuoti e nei silenzi dell’archivio sfuggevole della schiavitù. In mondo fatto d’oro e di sporcizia, abitano i mostri. Nei sentieri che dalle province del nord portavano alla costa, nelle celle dei castelli, nelle stive delle navi, uomini cannibali si cibano degli schiavi e delle schiave. La loro carne era il nutrimento del sistema atlantico della tratta e il loro sangue vampirizzato dal capitale mercantile. Nelle segrete delle fabbriche[2] di materia umana dell’Africa occidentale rimanevano solo gli scarti dei dimenticati, delle cui vite era impossibile riempire i vuoti: «la folla stipata in quella stanza sarebbe rimasta senza nomi e senza volti» (p. 170). Nelle pagine più difficili del libro, emerge in tutta la sua violenza la natura del crimine della schiavitù.

L’antropologa Adeline Masquelier, a proposito dell’immaginario Mawri sulla Nigeria, mostra come le forme stregoneria, vampirismo e cannibalismo siano alcuni dei modi in cui le persone si confrontano con l’esperienza dolorosa della migrazione. Anche Hartman indica una connessione tra la migrazione – forzata o meno, passata e presente – e il capitalismo mostruoso e atropofago.

Nonostante ciò, per l’autrice il dislocamento e la spoliazione possono diventare il terreno su cui costruire un nuovo insieme di possibilità. L’ultima tappa del viaggio è a Gwolu, nel nord ovest del paese. Sulle tracce di vecchi sentieri polverosi, dell’ombra degli alberi di baobab e delle rovine di antichi muri difensivi, Hartman arriva in uno dei tanti luoghi remoti in cui uomini e donne comuni avevano scelto di fuggire dall’economia della predazione. «Alla fine, quando la distanza tra loro e il vecchio mondo sembrava incolmabile, iniziarono a sentirsi al sicuro» (p.275) e le genti  sisala, letteralmente “coloro che si mettono assieme”, decisero di unirsi, dando inizio a una storia di resistenza e rivalsa.

Se nelle storie degli imperi non c’è posto per gli schiavi, il desiderio di libertà accomuna invece in un modo inatteso le due sponde dell’Atlantico. Per Hartman, l’esperienza della fuga diventa l’eredità da rivendicare e la base per un’identità comune fondata da e nella spoliazione. Le pagine finali del libro sono un potente invito a costruire “comunità maroons”, in cui essere chiamato schiavo non è più un marchio di disonore, ma un nuovo impegno di affiliazione attraverso cui «accettare il rischio e la promessa di essere senza patria» (p. 128). In pratica, perdere la madre.

Bibliografia di riferimento:

Aimé Césaire, Diario del ritorno al paese natale, trad. Graziano Benelli,  Jaka Book, Milano, 2004.

Adeline Masquelier, Of Headhunters and Cannibals: Migrancy, Labor, and Consumption in the Mawri Imagination, «Cultural Anthropology», vol. 15, n. 1, (2000), pp. 84–126.

Federica Morelli, Free People of Color in the Spanish Atlantic: Race and Citizenship, 1780–1850, Routledge, London, 2020.

Orlando Patterson, Slavery and Social Death: A Comparative Study, Harvard University Press, Cambridge, 1982.

Eric Williams, Capitalism and Slavery, University of North Carolina Press, Chapel Hill, 1944.

[1]  Hartman interviene diverse volte sulla questione della cittadinanza e su ciò che rappresenta nel contesto statunitense: «Anche io vivo nell’epoca della schiavitù, e con questo voglio  dire che vivo nel futuro che essa ha creato. Questo futuro è la crisi della cittadinanza ancora in atto» (p. 167). Per quanto riguarda la dimensione italiana, ho trovato la stessa attenzione al tema nella recente pubblicazione di Nadeesha Uyangoda, L’unica persona nera nella stanza, 66thand2nd, Roma, 2021. Inoltre, Barbara Ofosu-Somuah si sta occupando di tradurre in inglese Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (Effequ, Firenze, 2019), la prima antologia interamente scritta da donne afroitaliane a cura di Igiaba Scego.

[2] Harman ci ricorda che il termine “fabbrica” fu utilizzato inizialmente dai britannici per riferirsi ai forti commerciali africani, dimostrando un’ulteriore connessione tra il sistema schiavista e la rivoluzione industriale delineato dal trinidadiano Eric Williams.

 

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“Non esiste un sistema giudiziario per giudicarli in modo equo. Non c’è nessuno all’interno del carcere che possa appoggiare le loro richieste. Quindi l’unico strumento che i prigionieri palestinesi possono usare per protestare e combattere per i loro diritti sono i loro corpi”. — La portavoce di Addameer Milena Ansari

Fonte: english version
Di Jessica Buxbaum – 18 ottobre 2021

Immagine di copertina: Asmaa Jalal Quzmar con suo figlio protesta contro la detenzione amministrativa di suo marito, Alaa Al Araj, presso la sede del Sindacato degli Ingegneri a Nablus. Credito: Assem Shannar

RAMLA, PALESTINA STORICA — Il prigioniero palestinese Miqdad al-Qawasmeh è entrato nel suo 86° giorno di sciopero della fame. È sopraffatto dalla debolezza e non può muoversi dal letto d’ospedale, nemmeno per fare la doccia o usare il bagno. Soffre di dolori articolari, renali, muscolari e addominali, alla testa, alle ossa. Ha difficoltà a parlare e ha perso più di 34 chili. Nonostante la sua salute deteriorata, al-Qawasmeh non vuole porre fine allo sciopero della fame, poiché lui e altri sei prigionieri rifiutano il cibo per protestare contro la loro detenzione amministrativa in corso.

Kayed Fasfous è in sciopero della fame da 92 giorni; Alaa Al Araj ha trascorso 68 giorni senza cibo; Hisham Abu Hawash ha iniziato il suo sciopero della fame 61 giorni fa; Rayeq Bsharat non mangia da 56 giorni; Shadi Abu Akar è ora al suo 52° giorno senza cibo; e Hassan Shouka è in sciopero della fame da 27 giorni. Inoltre, almeno 250 prigionieri associati all’organizzazione della Jihad Islamica hanno iniziato uno sciopero della fame il 13 ottobre in segno di protesta per il loro trasferimento in celle isolate.

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Il figlio di Alaa Al Araj protesta contro la detenzione amministrativa del padre.

La Corte Suprema israeliana ha congelato le detenzioni sia di al-Qawasmeh che di Fasfous a causa del peggioramento delle loro condizioni di salute. Al-Qawasmeh è stato arrestato il 2 gennaio e Fasfous nel luglio 2020. Tuttavia, i parenti dei prigionieri e le organizzazioni governative palestinesi affermano che la decisione israeliana non deriva da un senso di moralità, ma piuttosto da preoccupazioni di responsabilità. La Commissione per gli Affari dei Detenuti e Degli Ex Detenuti ha dichiarato in una nota:

“La decisione di congelare non significa annullare, ma in realtà, è la rinuncia dell’Amministrazione delle Carceri di Occupazione e del servizio di sicurezza Shin Bet alla responsabilità per il destino e la vita del prigioniero Fasfous, trasformandolo in un “prigioniero” non ufficiale durante la sua permanenza in ospedale. Rimane sotto la supervisione degli agenti della “sicurezza” dell’ospedale invece che delle guardie della prigione. I familiari e i parenti possono fargli visita come tutti i pazienti secondo le regole dell’ospedale, ma non possono trasferirlo da nessuna parte”.

La Commissione ha aggiunto che la salute di Fasfous peggiora ogni giorno. Il 32enne soffre di vertigini persistenti, ha grave affaticamento e dolore al petto, e la sua pressione sanguigna e i livelli di zucchero nel sangue sono bassi. Fasfous si rifiuta anche di assumere integratori o di sottoporsi a esami medici, affermando di non aver sofferto di problemi di salute o malattie prima del suo arresto.

Fasfous e al-Qawasmeh sono stati trasferiti dalle cliniche della prigione agli ospedali israeliani. La madre di al-Qawasmeh, Umm Hazem, ha detto che la famiglia ha ricevuto un permesso per entrare in Israele (Palestina occupata nel 1948). “Il Servizio Carcerario Israeliano vuole sollevarsi da ogni responsabilità per la sua vita nel caso succeda qualcosa”, ha detto Hazem. “Non è una questione di diritti umani”.

Aumento delle detenzioni amministrative

La politica di detenzione amministrativa di Israele consente di imprigionare a tempo indeterminato persone sulla base di informazioni segrete senza accusarli o consentire loro di essere processati per un periodo di sei mesi, con possibilità di rinnovo. Né il detenuto né il suo avvocato possono accedere alle prove secretate. Anche se israeliani e stranieri possono essere soggetti a detenzione amministrativa, la pratica è usata principalmente contro i palestinesi.

A settembre, l’organizzazione palestinese per i diritti dei prigionieri Addameer ha inviato un appello urgente alle Nazioni Unite affinché intervenga e faccia pressione su Israele per porre fine alla detenzione amministrativa. La lettera di Addameer ha sottolineato il fatto che recentemente le detenzioni amministrative sono aumentate. Milena Ansari, avvocato difensore internazionale di Adameer, ha dichiarato:

“L’uso della detenzione amministrativa da parte dell’occupazione israeliana è drasticamente aumentato, specialmente quest’anno, dove la detenzione arbitraria è stata una caratteristica chiave per mantenere il controllo sui palestinesi, specialmente per quanto riguarda ciò che stava accadendo a Gerusalemme, allo Sheikh Jarrah e in Cisgiordania, e soprattutto  con la fuga dei sei prigionieri dalla prigione di Gilboa.”

Nel 2020, Israele ha emesso almeno 1.114 ordini di detenzione amministrativa contro palestinesi, mentre da gennaio a giugno 2021 ne sono stati emessi non meno di 759. Attualmente, 520 palestinesi sono detenuti in detenzione amministrativa. Ansari sospetta che il numero di fermi amministrativi subirà un ulteriore aumento prima della fine dell’anno.

Ciò che è diventato particolarmente preoccupante è il drammatico aumento dei bambini palestinesi detenuti in detenzione amministrativa. In seguito ad un accesso agli atti pubblici, l’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked ha scoperto che tre minori sono stati detenuti in detenzione amministrativa nel gennaio di quest’anno. A giugno, quel numero era salito a otto.

Amal Nakhleh, 17 anni, è stato arrestato e posto in detenzione amministrativa il 21 gennaio 2020. Gli è stata diagnosticata la miastenia grave, una condizione medica rara che richiede cure mediche e monitoraggio costanti. “Anche un minore che soffre di problemi di salute è sottoposto a detenzione amministrativa”, ha detto Ansari, aggiungendo che la sua detenzione è stata rinnovata tre volte. “Quindi si può vedere l’uso arbitrario di questo contro i minori quando secondo il diritto internazionale la detenzione dei minorenni dovrebbe essere l’ultima risorsa e per il minor tempo possibile. Ma questo è in totale contrasto con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa”.

Per questioni di sicurezza

La detenzione amministrativa è consentita dal diritto internazionale, ma solo entro i limiti di circostanze estreme legate a un’emergenza nazionale e a motivi di sicurezza. Israele abusa di questo diritto dichiarando di trovarsi in uno stato di emergenza continuo (cioè perpetuo).

Addameer ha sostenuto in una pubblicazione del luglio 2017 che Israele usa la detenzione amministrativa come una forma di punizione collettiva, osservando come il numero di detenuti amministrativi sia salito a 8.000 durante la Prima Intifada, la rivolta di massa palestinese contro l’occupazione israeliana durata dal 1987 al 1993. Dopo l’evasione dalla prigione di Gilboa, più di 100 palestinesi sono stati arrestati, compresi i familiari dei prigionieri evasi. E a maggio Israele ha emesso 155 ordini di detenzione amministrativa durante le proteste contro lo sfollamento forzato dei palestinesi a Gerusalemme e la guerra a Gaza. Secondo HaMoked, più del 10% dei palestinesi incarcerati da Israele sono detenuti amministrativi.

“Quando c’è stato un aumento dell’uso della forza a Gerusalemme, per quanto riguarda la repressione alla Porta di Damasco e allo Sheikh Jarrah, Israele ha usato la detenzione amministrativa per riarrestare gli ex prigionieri sulla base del fatto che avrebbero potuto rappresentare un rischio per l’occupazione”, ha detto Ansari. A lei, Israele spiega questi arresti dicendo: “Li deteniamo preventivamente e senza motivo solo per assicurarci di non compromettere la sicurezza di Israele”. Che è 100 volte maggiore del potenziale di qualsiasi palestinese.

Il fratello del detenuto Hisham, Saad Abu Hawash, ha detto che Hisham è stato incarcerato con il pretesto della sicurezza. “Il servizio di sicurezza Shin Bet ha detto a Hisham: Finché sei libero, la tua esistenza è pericolosa per gli israeliani”. Hisham, 38 anni, è stato arrestato il 28 ottobre 2020 e la sua detenzione amministrativa è stata rinnovata ad aprile. Attualmente è detenuto nella prigione di Ramleh a Ramla, dove Saad ha affermato che la sua salute è in pericolo. “L’unica cosa che può muovere nel suo corpo è la lingua, anche se riesce a malapena a muoverla  tanto  è stremato dallo sciopero della fame”, ha aggiunto Saad. “E nel momento in cui beve acqua, la vomita immediatamente con un po’ di sangue”. Hisham rifiuta anche medicine e integratori.

Nonostante le sue condizioni debilitanti, Hisham è stato riportato in cella, che secondo il suo avvocato è sporca, piccola e priva di luce solare. Questa settimana, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha presentato una richiesta al Ministero della Sanità per il trasferimento di Hisham in un ospedale civile. Al momento della stesura della presente relazione, nessun ente governativo aveva risposto alla richiesta

Storia degli scioperi della fame in Palestina

I prigionieri palestinesi hanno iniziato a eseguire scioperi della fame nel 1968 dopo che Israele  occupò  la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, come un modo per protestare contro i maltrattamenti e le condizioni all’interno delle carceri israeliane. Questa tattica in seguito è diventata una dimostrazione specifica contro la detenzione amministrativa. Gli scioperi della fame dei prigionieri palestinesi hanno avuto vari gradi di successo nel corso dei decenni. Alcuni sono riusciti a soddisfare le loro richieste, mentre altri sono stati sottoposti a isolamento, alimentazione forzata e divieto di visite familiari.

Ansari di Addameer ha affermato che gli scioperi della fame sono usati come mezzo estremo per ottenere un tenore di vita dignitoso in carcere, spiegando:

“I prigionieri palestinesi non hanno altro mezzo per combattere per i propri diritti se non usare il proprio corpo come strumento. Non esiste un sistema giudiziario per giudicarli in modo equo. Non c’è nessuno all’interno della prigione che possa appoggiare le loro richieste. Quindi l’unico strumento che possono usare per protestare e combattere per i loro diritti sono i propri corpi.

Comprendiamo la polemica su quanto sia rischioso per la loro salute. Ma questo ci fa solo capire quanto i prigionieri siano disperati e come debbano guadagnare un po’ di dignità quando sono detenuti nelle carceri israeliane”.

“Una vita normale”

Asmaa Jalal Quzmar non vede suo marito, Al Araj, dal suo arresto il 30 giugno.

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Asmaa Jalal Quzmar  protesta con suo figlio contro la detenzione amministrativa di suo marito, Alaa Al Araj.

“Un’unità speciale delle forze israeliane  ha fatto  saltare l’ingresso principale della casa, lo ha picchiato ed arrestato”, ha ricordato Quzmar. Ha ricevuto il permesso di fargli visita a settembre, ma il Servizio Carcerario Israeliano ha revocato i diritti di visita di Al Araj come punizione per il suo sciopero della fame. “Non sta in piedi. Se beve acqua, gli esce dal naso. Non riesce a concentrarsi. E fa fatica a respirare”, ha detto Quzmar. Anche Al Araj soffre di attacchi di panico e ha perso 20 chili. Al Araj voleva fare uno sciopero della fame durante la sua prima detenzione amministrativa l’anno scorso, ma Quzma lo  convinse  a non farlo. Questa volta non è riuscita a fermarlo.

La madre di Al-Qawasmeh, Hazem, non ha lasciato il suo capezzale da quando è stato trasferito al Centro Medico Kaplan di Rehovot. Hazem sta pregando suo figlio di assumere gli integratori, ma lui rifiuta, sapendo che nel momento in cui la sua salute migliorerà,  verrà rimandato in prigione. “Vorrebbe vivere la sua vita liberamente e avere un esistenza normale, non essere arrestato ogni pochi periodi”, ha detto Hazem.

Al-Qawasmeh ha promesso di non tornare mai più in prigione. Questo sentimento lo sta motivando a persistere con lo sciopero della fame. “Dice: Quando non faccio niente, sono in prigione. Cosa succederà quando farò qualcosa? Anche se alla fine, sono uno Shahid (Martire), merito di continuare lo sciopero della fame”, ha detto Hazem. Shahid ha origine dal Corano e si riferisce a una persona che muore per ciò in cui crede.

Saad spera che lo sciopero della fame di suo fratello eserciterà una pressione sufficiente sul governo israeliano per rilasciarlo in modo che Hisham possa vivere una vita normale. Anche la famiglia di Hisham ha bisogno di lui, ha detto Saad. Sua madre è morta quando era in prigione nel 2008, e ora a suo figlio di sei anni, che ha un problema ai reni, potrebbe aver bisogno di un trapianto.

“È molto duro perdere una persona a causa di uno sciopero della fame, e per alcune situazioni ingiuste in cui non ci sono accuse, non sta succedendo nulla”, ha detto Saad. “Merita di avere una vita tranquilla”.

Jessica Buxbaum è una giornalista con sede a Gerusalemme per MintPress News che copre Palestina, Israele e Siria. Il suo lavoro è apparso su Middle East Eye, The New Arab e Gulf News.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Poiché siamo abituati a dare a Cesare ciò che è di Cesare e al cielo ciò che gli appartiene, va detto che un merito, per ora forse l’unico, che il movimento No Green Pass può vantare è quello di aver contribuito indirettamente a far sì che, non certo per la prima volta ma in maniera più consistente, i sindacati confederali risplendessero alla luce del servilismo e del collaborazionismo che da sempre ne contraddistingue azione e funzione politica.

di Sandro Moiso per Carmilla

Contro la marmaglia ribelle, nei giorni precedenti il 15 ottobre, i media, il PD e il governo stesso si sono sperticati gola e mani nell’esaltazione dell’opera di pacificazione sociale portata avanti da CGIL, CISL e UIL e in particolare dalla figura, ormai prossima alla beatificazione, di Luciano Lama in occasione delle celebrazioni per il centenario della sua nascita.

Mentre si sorrideva, giustamente, della richiesta di Salvini a Draghi affinché il presidente del consiglio contribuisse a riportare la pace sociale in vista delle elezioni amministrative e dei successivi ballottaggi, molti, quasi sempre offuscati da qualsiasi superficiale richiamo alla mistica dell’antifascismo istituzionale, ignoravano o sembravano soprassedere sull’autentica e definitiva dichiarazione d’intenti manifestata dai leader sindacali, “unitari” nel sostenere la necessità di evitare qualsiasi tipo di conflittualità sociale al fine di permettere la ripresa economica promessa dal PNRR.

Certo non è la prima volta che i sindacati della concertazione, uscita pari pari dalla Carta del Lavoro di mussoliniana memoria, chiedono sacrifici e compartecipazione dei lavoratori in nome del supremo interesse nazionale. La storia degli ultimi cinquant’anni ne è piena, ma tale funzione di collaborazione spesso è apparsa più sfumata rispetto alle dichiarazioni attuali.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con le sue “opportunità”, o spacciate come tali ai giovani e alle donne soprattutto, appare come una sorta di novello Piano Marshall, cui è stato paragonato più volte. Un’occasione da non perdere sia per gli imprenditori che per i lavoratori e le lavoratrici e i disoccupati. Discorso che, basandosi sulla promessa della crescita del PIL, dovrebbe annullare qualsiasi altra reazione alle sue reali e differenti conseguenze per i primi e per i secondi.

Come ha scritto l’economista, saggista ed editorialista di Limes, Geminello Alvi: «La percezione del mondo in forma di Pil serve non alla conoscenza, ma alla retorica degli stati. […] Il Pil e i suoi abusi sono il più perfetto esempio […] di omologare chiunque, equalizzandolo alle proprie manie di benessere e di potenza […] Il Pil è un indice della potenza statale, e di una qualche vera efficienza solo in tempo di guerra.»1

Per questo motivo l’idea di reddito netto, che era nata nel Seicento proprio per misurare ed accrescere tale potenza, «evolvette a prodotto o reddito nazionale moderno durante la seconda guerra mondiale, per opera di mediocri burocrati ai quali neppure Keynes credeva[…] E cosa si propone oggi nel tanto dissertare sul Pil? Di renderlo ancora più comprensivo, della felicità e di indici ecologici alla moda. Quando si dovrebbe invece lavorare per restringerlo, indi per limitare l’economicizzazione omologante.»2

Il riferimento a Keynes non è casuale poiché proprio il teorico dell’intervento dello Stato nell’economia finì con l’essere il vero, anche se spesso indiretto, ispiratore delle politiche che finirono col caratterizzare le scelte delle maggiori economie uscite devastate dagli effetti della Grande Crisi o Grande Depressione.
Nella competizione allora in corso per uscire da quegli effetti e per la ridistribuzione di quote importanti del mercato e della ricchezza mondiale, sempre secondo Alvi, sulla base degli studi di Costantino Bresciani Turroni3:

il keynesismo hitleriano funzionò pure meglio del New Deal. Nel 1938 gli Stati Uniti producevano un reddito nazionale del 23% inferiore a quello del 1929, e la Germania hitleriana già nel 1938 aveva raggiunto un reddito superiore del 5% a quello del 1929. La svolta tedesca era certo dipesa dal riarmo che provocò inflazione ma anche da spese pubbliche non troppo diverse da quelle dei borgomastri che negli anni venti indebitarono la Germania: autostrade e stadi. Per non dire degli aumenti salariali4.

Il fatto che la ripresa definitiva dalla Grande Depressione fosse poi giunta soltanto con la guerra (mondiale) non può costituire altro che un corollario delle scelte basate su un incremento gigantesco delle spese statali destinate a “grandi opere” (tra le quali occorre inserire il “riarmo” delle maggiori potenze dell’epoca), maggiori consumi (e quindi maggior produzione di merci) e controllo e uso indiscriminato di risorse umane, naturali ed energetiche.

Lo spesso declamato, ancor oggi da certa sinistra, keynesismo necessita di governi autoritari, oppure per usare un eufemismo “fortemente centralizzati”, spesso imposti attraverso la forza, il ricatto o l’inganno (e spesso da tutti e tre questi elementi insieme), in un contesto in cui: «Fare della statistica il criterio della verità è l’ipocrisia indispensabile di qualunque democrazia, la quale favorisce l’omologazione capitalistica.»5
E se qualcuno si stupisse del sentire parlare di democrazia in un contesto in cui si è parlato anche di nazismo, è sempre utile ricordare il fatto che Hitler andò al potere come cancelliere, nel gennaio del 1933, dopo aver vinto le elezioni del 6 novembre 1932 con il 33,1% dei voti (pur perdendo circa il 4% dei voti rispetto a quelli ottenuti nel luglio dello stesso anno) ed essersi alleato in parlamento col Partito Popolare Nazionale Tedesco (8,5% dei voti e 52 seggi).

In democrazia vincono i numeri delle maggioranze, vere o artefatte che siano, e da lì sembra derivare anche l’alto valore assegnato alle scienze statistiche come strumenti di “verità assolute” (Pil, numero dei vaccinati sulla popolazione, etc. solo per fare degli esempi). Pertanto oggi, anche se spesso il tema è rimosso ed ignorato, a farla ancora da padrone è lo schema keynesiano dell’intervento pubblico in economia, che si tratti di TAV, ponti sullo stretto, riarmo dell’esercito, dell’aviazione o della marina militare, reddito di cittadinanza a 5 (o meno) stelle o altro ancora.

Subissati di cifre e da una girandola di informazioni sulla ripresa o meno dei consumi, sull’aumento o diminuzione dei posti di lavoro, tutte basate su dati spuri e nudi che non tengono conto della qualità dei beni necessari ed effettivamente consumati o dei lavori riproposti a salario ribassato e orario inalterato, precipitiamo in un mondo indifferenziato di cittadini consumatori e utenti di servizi (sempre più spesso privati, ma finanziati col pubblico denaro come accade soprattutto per la sanità) in cui il problema delle “tasse” sembra sopravanzare quelli della “classe”6.

La democrazia rappresentativa, ovvero quella che ci ostiniamo a chiamare “borghese”, si nutre innanzitutto di cifre e se i numeri non ci sono, all’occorrenza, come nel caso dell’attuale governo o di quello Monti, si trovano. Gli utili idioti dei partiti, di ogni cifra e colore, disposti a tutto pur di restare a galla sugli scranni parlamentari, nonostante la presenza di quasi un 60% di cittadini non votanti, delusi, scazzati e arrabbiati, si troveranno sempre.
Talmente idioti da non rendersi conto di come questa ripetuta, ormai, tradizione di presidenti del consiglio non eletti, ma nominati, tutto sommato risalente in Italia fino al primo governo Mussolini, non contribuisce ad altro che a privarli ulteriormente di qualsiasi autorità e funzione reale.

Così, mentre si urla al lupo fascista e si convocano grandi manifestazioni di pensionati antifascisti (Che è…sarà mica che poi vengono quelli e ce decurtano la pensione e i diritti acquisiti. Daje, non pensamoce, cantamo n’altra volta “Bella ciao”…), il settore sindacale che conta ormai il più alto numero di iscritti ma di peso specifico politico ed economico pari a zero, l’autoritarismo si rafforza all’ombra della vulgata democratica e delle coperture finanziarie europee o straniere. Perché, lo si dica con chiarezza almeno per una volta, Draghi sembra ripetere i fasti di un altro “grande statista italiano”: Alcide De Gasperi.

Quello eletto con l’appoggio del Vaticano e del Piano Marshall, cui guarda caso oggi spesso si paragona il Recovery Fund europeo, l’attuale con alle spalle i voti delle burocrazie finanziarie europee e i fondi da distribuire con il PNRR. Entrambi autorizzati ad esercitare la loro autorità e portare a termine un disegno politico in nome di interessi altri da quelli della maggioranza dei lavoratori e dei cittadini meno abbienti. Evviva la ricostruzione! Evviva tutte le ricostruzioni post-belliche e post-pandemiche, sempre a vantaggio di pochi ma ripagate dal sudore, dal sangue (che diciamo a proposito del vertiginoso e vergognoso aumento dei morti sul lavoro?) e dai sacrifici di tutti gli altri, soprattutto se proletari, giovani disoccupati e donne.

Pil docet et impera. Tanto che anche il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, appena celebrato dai media nazionali con lo stesso clamore riservato ai vincitori di medaglie d’oro nelle competizioni olimpiche o paralimpiche, è stato bruscamente messo da parte e dimenticato appena ha osato affermare, criticando in parlamento questa misura delle prestazioni economiche di un paese, che incremento del Pil e lotta contro le cause del cambiamento climatico non possono essere compatibili7. Evidentemente per i soloni della politica e dell’informazione un fisico non può vantare competenze nel campo di scienze economiche sempre più attente al paranormale finanziario che alla quotidianità della vita della specie.

Il sindacato invece può farlo, eccome: basta che dica sempre sì e sia più realista del re nel promuovere la partecipazione dei lavoratori agli interessi dell’incremento del Pil e del capitale privato (spacciato per “nazionale”). Soprattutto se nel farlo invoca, come a Trieste ed ovunque vi sia anche soltanto il fantasma di una lotta, l’intervento delle forze dell’ordine contro i facinorosi, quasi sempre dipinti a prescindere come violenti e fascisti.

Per quanto riguarda la generazione cui appartiene chi scrive, si può tranquillamente affermare che diede una sonora ed inequivocabile risposta a tale scelta, sia a Roma in occasione della cacciata di Luciano Lama, gran promotore delle politiche dei sacrifici e della pace sociale insieme al suo sindacato, dall’Università che sulle scale delle Facoltà umanistiche di Torino, pochi giorni dopo i fatti romani. Era il 1977 e tanto basti per restare dell’idea che proprio ciò è quanto compete ai sindacati confederali, adusi a sedersi al tavolo delle trattative ancor prima di dichiarare scioperi o manifestazioni, per definire in partenza con i funzionari del capitale e dello Stato ciò che sia lecito richiedere ed attendersi.

Atteggiamento sindacal-confederale che, insieme all’opportunismo e alla vaghezza delle proposte politiche della sinistra istituzionale e limitrofa, ha finito col determinare la sconfitta del movimento operaio italiano. Nella riclassificazione del Pil italiano in profitti, rendite e salari, tentata da Geminello Alvi, lo stesso ha scritto:

Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito nazionale netto; nel 1972 era il 62,9%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del ’51. dell’Italia prima del boom. Il che vuol dire, esagerando in furia del dettaglio, non troppo distante da quel 46,6% che era la povera quota del 1881. Siamo regrediti, e intanto però mi arresterei dal dire altro. Perché so che al nostro lettore verrebbe da eccepire: “ Bella forza, ma di quanto nel 2004bpartite Iva e indipendenti sono più numerosi di trentacinque anni fa? “. Lecita obiezione, che ha tuttavia pronta replica statistica: nel 1971 c’erano 2,13 lavoratori dipendenti per ogni indipendente, nel 2004 sono 2,15. Il che significa che i dipendenti sono addirittura cresciuti in proporzione rispetto a ventiquattro anni prima. Si può dire: la quota dei lavoratori dipendenti è regredita alle cifre di un’Italia della memoria, quella prima del boom8.

Dall’epoca dei dati appena ora citati molta acqua sporca e alluvionale è corsa sotto i ponti: crisi del 2008, ristrutturazioni aziendali, tagli alla spesa pubblica, riduzione dei lavoratori dipendenti o garantiti, trasferimento delle imprese all’estero o in mani straniere, crescita dei settori maggiormente caratterizzati dal lavoro precario e non garantito, automazione sempre più diffusa anche nel settore dei servizi, aumento della povertà assoluta, concentrazione della ricchezza in un numero sempre più ristretto di mani. Eppure, come al solito, eppure…

Quei dati ci servono, forse ancora di più adesso, per mostrare come il taglio del personale nei settori produttivi, la riduzione dei salari e, per converso, una falsa redistribuzione delle ricchezze basata su “redditi di cittadinanza” ridicoli, se non offensivi per chi ne avesse realmente bisogno, fanno parte di quello stesso processo e stanno alla base delle attuali promesse di ripresa legate al PNRR.

Piano che, nonostante le sonore sberle pur affibbiate al ceto medio e ai lavoratori autonomi, continuerà a poggiare principalmente sull’incremento dello sfruttamento dei lavoratori produttivi e/o a basso reddito. La legge dell’estrazione del plusvalore non è cambiata mai, nonostante tutti gli artifici messi in campo per negarla o giustificarla, in nome dell’interesse nazionale, agli occhi di chi la subisce quotidianamente.

Nonostante le fasulle promesse del segretario della UIL di portare a “zero” le morti sul lavoro e la solita, retorica, citazione delle stesse ad opera di Landini durante la manifestazione romana oppure del presidente Mattarella e del presidente del consiglio Draghi, è inevitabile che gli omicidi sul posti di lavoro siano destinati ad aumentare. Motivo per cui, lasciatelo dire per una volta a chi scrive, sia la richiesta del Green Pass per accedere al posto di lavoro che la “fiera” opposizione alla stessa, in termini di vite dei lavoratori e di qualità del lavoro, non cambieranno nulla. Assolutamente nulla, anche quando si parla della difesa di “posti di lavoro”, in un senso o nell’altro.
La lotta di classe per la liberazione della specie dal giogo capitalistico si giocherà su altri fronti e in altre forme, al di fuori delle logiche confederali, dell’antifascismo istituzionale e delle logiche liberali e individualistiche.
Speriamo, prima o poi, di ritrovarle e, soprattutto, di saperle riconoscere.

Dixi et salvavi animam meam.

1 Geminello Alvi, Il capitalsimo. Verso l’ideale cinese, Marsilio Editori, Venezia 2011, pp. 31-32 

2 G. Alvi, op. cit., pp. 32- 40 

3 Costantino Bresciani Turroni, Osservazioni sulla teoria del moltiplicatore, «Rivista bancaria», 1939, 8, pp. 693-714 

4 G. Alvi, op. cit., p. 93 

5 Ivi, pp. 70-71 

6 Si vedano qui un interessante articolo uscito su Codice Rosso, oltre all’intervento pubblicato su Carmilla sabato 16 ottobre da Jack Orlando 

7 Si veda qui 

8 Geminello Alvi, Una Repubblica fondata sulle rendite, Mondadori, Milano 2006, p. 9

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La recente inchiesta Mala pigna dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto ampio sia il circuito del business dei rifiuti e soprattutto di quanto sia “trafficata” la strada del loro smaltimento. Rimandiamo alle tante informative di cronaca per la conoscenza dei nominativi di politici, magistrati, forze dell’ordine e professionisti che rendevano agevole tale traffico. A noi interessa soprattutto il dato sociale e politico e i numeri che rendono il ciclo dei rifiuti appetibile al capitale e alla borghesia mafiosa.

Il Ministero della transizione ecologica ha recentemente pubblicato i decreti con cui sono stati approvati i criteri di selezione di progetti relativi a raccolta differenziata, a impianti di riciclo e a iniziative “flagship” (si tratta di una delle sette iniziative “faro” della strategia Europa 2020) per le filiere di carta e cartone, plastiche, RAEE e tessili. È una voce importante del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Missione 2, Componente 1) che prevede 2,10 miliardi di euro di investimenti.

In tandem con il Governo, non poteva mancare lo studio padronale di settore necessario ad avallare le scelte del primo. Fra qualche giorno Utilitalia, l’Associazione di categoria che riunisce numerose imprese operanti nei servizi idrici, ambientali ed energetici, presenterà a Ecomondo, l’evento riminese di riferimento in Europa per la cosiddetta transizione ecologica e l’economia circolare, il suo ultimo rapporto sul settore rifiuti e sui fabbisogni impiantistici fino al 2035. Capire bene come le multiutilities del settore, nel prossimo decennio, intendono muoversi è propedeutico a qualsiasi ragionamento che non voglia fermarsi sulla soglia del dato di fatto o a un’analisi del fenomeno ex post.

Secondo tale rapporto le regioni del Centro-Sud spediscono in giro per il resto d’Italia circa 2,8 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti, con spese extra e multe UE che finiscono caricate direttamente sulle tariffe di smaltimento e, dunque, sulle tasse dei cittadini. Si parla di 140 milioni di euro di cui 75 aggiuntivi sulla Tari e altri 70 milioni di multe per violazione delle direttive dell’Unione europea. Sugli utenti finali, inoltre, pesano le spese di trasporto dei rifiuti verso altre regioni o Paesi europei. Una cifra destinata ad aumentare se non verranno presi provvedimenti, poiché Bruxelles impone a tutti i Paesi membri di ridurre la quota di conferimento entro i prossimi quindici anni. Secondo Utilitalia, si tratta di una spesa causata soprattutto da ritardi cronici nell’implementazione di una adeguata impiantistica e dall’eccessivo ricorso alle discariche. Stando ai dati del 2019 raccolti da Utilitalia (che si dovrebbero confermare anche a fine 2021) finisce in discarica il 21% dei rifiuti urbani, pari a 6,2 milioni di tonnellate all’anno. 

Ma su quale sistema di gestione del ciclo dei rifiuti oggi punta Utilitalia dopo aver foraggiato, per decenni, l’utilizzo indiscriminato del “sistema discariche”? Il rapporto è abbastanza chiaro al riguardo: via le discariche e dentro ecodistretti, biodigestori anaerobici (dai quali produrre gas) e inceneritori (per la produzione di energia).

La fotografia nel settore rifiuti che traccia Utilitalia evidenzia il divario tra le regioni settentrionali e quelle del centro-sud, con gli impianti di smaltimento che sono concentrati nelle prime. 

Di fatti il vicepresidente dell’associazione di settore, Filippo Brandolini, ha recentemente affermato che «gli attuali impianti di trattamento di rifiuti urbani sono numericamente insufficienti e mal dislocati sul territorio, costringendo il nostro Paese a continui viaggi dei rifiuti tra Regioni e a ricorrere ancora in maniera eccessiva allo smaltimento in discarica». E in assenza di provvedimenti che individuino una soluzione «sarà impossibile raggiungere gli obiettivi Ue che prevedono, entro 15 anni, il raggiungimento del 65% di riciclaggio effettivo e un utilizzo delle discariche per una quota inferiore al 10%»[1].

È un’affermazione senz’altro vera, ma propedeutica all’affondo di parte. Il rapporto stima che occorrano almeno 30 nuovi impianti per centrare gli obiettivi Ue. Impianti che comprendano sia quelli per il trattamento di rifiuti urbani come i biodigestori anaerobici (da cui si può ricavare il cosiddetto biogas che di bio ha ben poco) sia inceneritori per il “recupero” della frazione non riciclabile (da cui ricavare energia): il tutto per smaltire 5,8 milioni di rifiuti che non andranno più in discarica, ma che diventeranno ulteriore “materia prima” necessaria per la riproduzione del capitale.

Considerando poi la dotazione attuale, il dossier mette in evidenza il divario tra Nord e Sud del Paese: per quella data, il Nord risulterà autosufficiente per ciò che attiene all’organico e in debito di 240 mila tonnellate per quanto concerne l’incenerimento; il Centro avrà bisogno di incenerire ulteriori 1,2 milioni di tonnellate di organico e di trattarne altrettante; il Sud avrà un fabbisogno di 600 mila tonnellate di scarti da bruciare negli inceneritori e di 1,4 milioni di tonnellate di frazione organica. Per la Sicilia il deficit arriverebbe a 500 mila tonnellate per l’incenerimento e 600 mila tonnellate per l’organico, mentre la Sardegna sarebbe invece autosufficiente per l’organico, ma presenterebbe un deficit di 90 mila tonnellate per l’incenerimento.

Brandolini spinge, dunque, per l’implementazione di nuovi impianti: senza impianti di digestione anaerobica e termovalorizzatori non è possibile chiudere il ciclo dei rifiuti in un’ottica di economia circolare. Si continuano a ipotizzare scenari con tecnologie che al momento non sono disponibili o immediatamente applicabili su scala estesa, e intanto si rimanda un problema non più procrastinabile[2].

Dunque, la soluzione migliore, in attesa di nuove tecnologie “green”, è quella dell’impiantistica “old style”: incenerire rifiuti e produrre gas da biodigestione anaerobica, due tecnologie non propriamente a impatto zero su ambiente e salute.

Nel frattempo, fintantoché anche la nuova impiantistica, che nascerà già obsoleta, non verrà implementata, i rifiuti continuano ad andare in giro per l’Italia. Delle 30,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotte nel 2019 circa il 10% non viene smaltita nella regione che le produce. In particolare, è il Nord Italia che accoglie almeno 2 milioni di tonnellate all’anno, pari al 14% dei rifiuti prodotti in tutto il Settentrione. Le Regioni del Nord conferiscono in discarica appena l’8% dei rifiuti, non per virtuosismo ambientalista, ma per la presenza di una rete di inceneritori che riduce, bruciandoli, al minimo gli scarti da conferire in discarica. Da solo, il Settentrione ha già ora raggiunto gli obiettivi europei.

Non sono però le regioni del meridione quelle messe peggio. Il Centro Italia, per insufficienza di impianti, esporta il 17% dei rifiuti prodotti e ne conferisce in discarica il 37,5%. Poco distante il Sud, con il 16% della produzione di rifiuti che viene spedita fuori regione e una quota di conferimento in discarica del 37%. Sono percentuali che violano le direttive Ue e per le quali paghiamo multe salatissime ogni anno; non è un caso che l’Arera, l’Autorità nazionale di regolazione per energia, reti e ambiente, sta predisponendo un nuovo meccanismo tariffario per la Tari (la tassa comunale sui rifiuti) attraverso il quale verranno assegnati premi ai comuni che aumenteranno la quota di raccolta differenziata e penalizzazioni per quelli che si manterranno sotto un certo standard. Il che, tradotto in soldoni, significa che la Tari sarà ancora più salata per chi abita in regioni poco “efficienti” come la Calabria, ad esempio.

In questo sistema, che non sembra per il momento destinato a mutare, i cittadini pagano un doppio scotto. Il primo legato alle politiche inefficienti di gestione del ciclo dei rifiuti che ha come effetto un pessimo servizio di raccolta, riciclo e smaltimento; il secondo è quello più  oneroso, perché legato agli effetti sociali ed economici indotti dal meccanismo capitalista di centralizzazione dell’intero ciclo di valorizzazione dei rifiuti attraverso la logica di accorpamento macro-territoriale auspicata dal capitale per facilitare un’economia di scale i cui profitti risultano direttamente proporzionali alla centralizzazione del ciclo dei rifiuti in pochi enormi impianti settorializzati come discariche, ecodistretti e inceneritori[3].

I fenomeni legati allo smaltimento illegale dei rifiuti sono strettamente funzionali al ciclo di valorizzazione del capitale: gli scarti di produzione (e, dunque, del consumo) eccessivamente onerosi da smaltire per il comando capitalista, trovano strade secondarie, scorciatoie da percorrere senza pastoie burocratiche, per poi essere occultati in aree industriali abbandonate, in vecchie cave dismesse, in discariche illegali, spesso trovando anche la via extra-continentale dello smaltimento. La ‘ndrangheta ha da anni fiutato l’affare trasformandosi in soggetto imprenditoriale o fornendo servizi di smaltimento occulto (ma spesso anche legali) e questo perché, al di là dell’epifenomeno cronachistico, la ‘ndrangheta e il capitalismo sono anelli della stessa catena di valore. È un dato di fatto che le mafie si siano rafforzate e continuino a svilupparsi dentro il capitalismo, oggi più di ieri. Nel 1972 Umberto Santino sviluppò un’ipotesi analitica che poi farà scuola: la mafia come borghesia, cioè non solo come organizzazione criminale ma come classe, o frazione di classe, dominante. Più esattamente, l’organizzazione criminale viene  considerata come componente di un blocco sociale transclassista, al cui interno la funzione egemonica è svolta dagli strati più ricchi e potenti, legali e illegali, definita «borghesia mafiosa»[4]. Dal canto suo lo Stato corre ai ripari attraverso le eroiche gesta giudiziarie di pm e giudici, ma senza mai smettere di assecondare le necessità del grande capitale industriale. Così facendo lo Stato, gli imprenditori e la ‘ndrangheta si muovono su un piano di “mutuo aiuto” finalizzato allo stesso obiettivo di accumulazione capitalistica  e di potere. 

La redazione di Malanova

Note

[1] L. Pagni, Il “turismo” dei rifiuti urbani ci costa 150 milioni in più all’anno, “la Repubblica (Affari&Finanza)”, 18 ottobre 2021.

[2] Ibidem.

[3] A. Gaudio – G. Montuoro, Emergenza o lotteria? Qual è lo stato dei rifiuti in Calabria?, “Il Ponte”, n. 2, marzo-aprile 2020.

[4] U. Santino, La borghesia mafiosa, CSD Giuseppe Impastato, Palermo 1994.

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