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Articoli filtrati per data: Thursday, 21 Ottobre 2021

Stanotte nell'hub SDA di Bologna Yaya Yafa, un giovane di 22 anni da poco assunto tramite agenzia interinale è stato ucciso sul colpo, schiacciato tra un tir e la ribalta del magazzino per cause ancora da accertare.

Di seguito alleghiamo il comunicato stampa del SI Cobas di Piacenza su quanto accaduto e sulle logiche di organizzazione del lavoro che stanno dietro alle cause di questi incidenti.

Il S.I.Cobas piacentino esprime il più grande dolore per la perdita del nostro fratello Yaya Yafa, operaio ventiduenne impiegato presso il sito SDA di Bologna e ucciso sul lavoro dallo schiacciamento fra il retro di un camion e la ribalta di scarico del magazzino.

Il bollettino di guerra dei morti sul lavoro in Italia si allunga di ora in ora, procedendo a sincrono con i dati sulla “ripresa” sbandierata dal governo: una ripresa dalle gambe di burro, fatta di precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro e in cui la precarietà non è solo quella dei contratti, ma direttamente quella di vita. A lavoro precario, condizioni di lavoro precarie.

Ciò è ancor più vero se si analizza la tragica realtà degli appalti di manodopera in Italia, che nel caso di Yaya vedevano un lavoratore assunto da agenzia interinale, somministrato ad una cooperativa a sua volta parte di un consorzio che gestisce in appalto la manodopera presso il magazzino di una ramo d’azienda esternalizzato delle Poste Italiane.

Un vero dedalo di livelli e regolamenti che ha due unici risultati: comprimere i salari (e i dati sull’allargamento del divario fra ricchi e poveri in Italia non mentono) e determinare condizioni di ingovernabilità della sicurezza, di proliferazione dei rischi e delle morti conseguenti.

Lacrime di coccodrillo quelle che piange la politica, se è vero che chiunque abbia cercato di contrastare questo meccanismo perverso, S.I.Cobas su tutti, è stato regolarmente massacrato dallo stato con sgomberi violenti, denunce, fogli di via ed “avvisi orali”. Il caso più specchiato lo abbiamo proprio a Piacenza, con la recrudescenza subita dai lavoratori Fedex-TNT proprio per essersi opposti allo sfondamento di questa giungla contrattuale rivendicando il mantenimento delle migliori condizioni di vita e salario conquistate in opposizione al “modello Amazon” assunto dalla

Fedex, che prevede appunto il massiccio ricorso a manodopera somministrata, sottopagata e precaria tanto nel conto in banca quanto nelle condizioni di sicurezza in magazzino.

Ci si ferma pochi secondi a piangere la morte di una ragazzo giovanissimo, ma poi si procede a ritmo spedito verso la totale ristrutturazione del mercato del lavoro nel senso appena delineato, e si ignorano sistematicamente i troppi campanelli d’allarme rispetto alla repressione di chi si oppone a questa barbarie.

Nel frattempo, il governo stringe su un ulteriore allungamento dell’età pensionabile. Un “fine pena mai” per tutti quei milioni di uomini e donne costretti a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere, in condizioni sempre più rischiose come la morte di Yaya conferma una volta di più. Un vero scandalo che racconta con chiarezza come gli asset del potere capitalista vedano la vita umana come null’altro da energia da spremere a qualsiasi costo.

Di fronte a questa vera barbarie continueremo a muoverci e lottare sulla scia dello sciopero generale dell’11 ottobre, senza tentennare di fronte alle aggressioni repressive perché un semplice dato di realtà non ce lo permette.

S.I.Cobas Piacenza

 

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casamatta. s.f. [nel significato di “edificio che ha l’apparenza di casa ed è invece ben altra cosa”]

A Pisa il 29, 30 e 31 ottobre stiamo organizzando “Casematte”, un evento di discussione e confronto sul movimento di lotta per l’abitare. “Casematte” sarà un incontro capace di accogliere tutte e tutti coloro che anche da altre città fuori Pisa volessero partecipare. Attrezzeremo uno spazio anche per i più piccoli e sarà garantito pernottamento e pasti. Con questo testo vogliamo condividere con tutte le realtà che si battono per il diritto all’abitare la proposta di questo meeting!

Nella nostra città le esperienze di lotta degli abitanti del quartiere popolare di sant’ermete contro gli alloggi malsani di edilizia residenziale pubblica e quella dei picchetti antisfratto per la riduzione dei canoni di affitto, hanno aperto da alcuni mesi la Piattaforma per le soluzioni abitative: una coalizione che vuole riunire i tanti nodi dell’abitare per rilanciare una mobilitazione contro la rendita immobiliare. Abbiamo iniziato a costruire “casematte” spinti dalla profonda necessità di formarci, come compagne e compagni, come persone impegnate nei picchetti antisfratto e nelle attività sociali nei quartieri. Formarci per apprendere da altre esperienze e per studiare i meccanismi di oppressione che rendono l’insieme degli inquilini, dei residenti e degli abitanti una massa impaurita e tendenzialmente atomizzata di fronte alle leggi della grande proprietà edilizia. Ma questa esigenza è anche la medesima di conoscere e consolidare nuovi rapporti per vincere le battaglie per la giustizia abitativa.

Considerazione preliminare di questo meeting è la profondità politica della contraddizione abitativa che si riversa in molteplici dimensioni sui territori. E’ stress finanziario per i bassi salari della working class globale; è il principale ambiente dove si concentrano le tensioni della gestione pandemica e l’aumento della violenza domestica, maschile e di genere; e’ il teatro del lavoro messo al centro dalle piattaforme del web e vettore del consumismo di massa; è dove prende forma la segregazione sociale delle periferie. E molto altro. Il mercato abitativo ha infatti continuamente bisogno di investire, costruire, predando il territorio e creando enormi danni al livello ambientale (sostenendosi sulla retorica della mancanza di risorse), mentre milioni di abitazioni giacciono in disuso e le persone non hanno un tetto sulla testa. Si verifica quindi una contraddizione insanabile tra i bisogni voraci del mercato e le effettive esigenze delle persone. Il complesso e massificato disagio abitativo quindi non rappresenta una stortura negativa dello stato sociale: è invece il profondo sintomo della polarizzazione della ricchezza e la base materiale del saccheggio su cui avvengono le grandi trasformazioni finanziarie delle città globali. Come dire, senza bidonville e senza sfrattati non esiste alcuna smart city.

Per questo siamo convinte e convinti che la lotta per la casa non sia di retroguardia. E’ invece una lotta per cambiare modello sociale, è una lotta di potere, inteso come possibilità di riscatto collettivo contro lo stesso sistema industriale e nocivo che ha prodotto la pandemia.

Nel nostro paese la misura temporanea ed insufficiente del blocco degli sfratti è stata tolta dal Governo, a scaglioni, dalla fine di giugno 2021, e la subalternità tecnocratica della politica istituzionale ai fondi immobiliari e alle lobby del mattone si è resa esplicita anche nelle indicazioni di utilizzo dei miliardi del PNRR. Nessun progetto di controllo pubblico degli affitti né di redistribuzione e investimento sul patrimonio pubblico, ma rilancio dei vari project financing ed “housing sociale”.

Nelle nostre città, dalle province suburbane ai quartieri delle metropoli, assistiamo a una ripresa dell’organizzazione di base delle lotte nei territori, sempre più spostate nella provincia e nelle periferie, per autodeterminare i bisogni abitativi contro sfratti, pignoramenti, sgomberi ma anche contro i distacchi delle utenze. Questa dinamica avviene con la partecipazione anche di quelle esperienze che nei momenti più sofferti della pandemia hanno costruito supporto e solidarietà con le raccolte alimentari ed altri progetti di condivisione.

Ma le lotte per l’abitare stanno anche in una dimensione globale contro la natura predatoria del mercato immobiliare. Il referendum vinto a Berlino per la confisca delle proprietà detenute dai fondi finanziari, le mobilitazioni per l’ottenimento di un controllo pubblico degli affitti nelle regioni della Cataluna, l’intervento Onu sollecitato dai movimenti per il diritto alla casa romani per bloccare sfratti e sgomberi, sono delle preziose indicazioni che vorremmo approfondire e che già indicano un grande spazio politico per coloro che vogliono mettere dei freni all’espansione del capitalismo finanziario e la ricerca di nuovi modelli di eguaglianza e giustizia sociale.

Il titolo dell’evento, si richiama a una citazione di Antonio Gramsci sui caratteri ipotetici della rivoluzione “a venire” in Italia. L’abbattimento rivoluzionario dell’egemonia capitalistica doveva passare dalla conquista dei suoi presidi di potere: se nella prima guerra mondiale le “casematte” rappresentavano i contenitori dell’artiglieria ed i centri di controllo dei fronti militari, nella civiltà occidentale del primo ‘900 erano simboleggiate dalla società civile e dai punti nevralgici da cui la borghesia emanava il proprio potere in modo multiforme, in una serie di postazioni istituzionali rappresentate dalla religione, dalla cultura e dalla sfera politica. Oggi la casamatta del capitalismo è il sistema del debito che totalizza il vivente, modellando i territori come infrastrutture della produzione economica, logistica e culturale. Per questo pensiamo all’abitare, il luogo domestico e urbano, anche come “variabile impazzita” per la conduzione di una lotta generale e compositiva contro l’ordine costituito.

Il meeting “Casematte” vuole essere uno spazio di ascolto, partecipazione e riflessione per: approfondire l’analisi e la discussione politica della lotta per la casa, per dare forza alla battaglia contro il libero mercato immobiliare. Perciò riteniamo fondamentale il confronto diretto per la condivisione di pratiche, ed esperienze delle reti e delle realtà di lotta per la casa.

L’idea è quella di strutturare uno spazio di discussione in tavole rotonde su:
sciopero dell’affitto contro stress finanziario: la battaglia per l’abolizione del libero mercato.
Occupazioni, mutualismo, riqualificazione, servizi: lotte di comunità nei quartieri popolari.
Territori domestici: la lotta per la casa come organizzazione femminista nel territorio.
Protezione sociale vs capitalismo finanziario: vertenze, campagne e piattaforme contro i padroni delle città mattone.
La lotta per l’abitare e la transizione ecologica. Costi, inquinamento, fonti energetiche.

Queste sono solo delle proposte indicative, ovviamente il programma è in formazione e saremo contenti di ricevere proposte di metodo e nel merito!

Per contattarci scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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I compagni e le compagne di Pisa della Piattaforma Soluzioni Abitative

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Proteste contro il Green Pass obbligatorio: a Genova la polizia ha sgomberato, nelle prime ore di giovedì 21 ottobre, il presidio al varco Etiopia del porto ligure, dove erano presenti una trentina di persone. C’è un fermo, un cittadino francese, per resistenza.

Prosegue invece a Trieste in piazza Unità d’Italia il presidio contro l’obbligatorietà del Green Pass, con la presenza che varia tra alcune decine e qualche centinaia di persone, a seconda delle ore della notte e del giorno. in attesa venerdì di una nuova manifestazione, che dovrebbe partire alle ore 14 da Largo Riborgo. La Prefettura di Trieste ha comunicato di attendere la partecipazione di circa 20mila persone.

Sabato, invece, è atteso l’incontro con il ministro Patuanelli, come richiesto alcuni giorni fa proprio da una delegazione di manifestanti guidata da Stefano Puzzer, portuale, ex portavoce Clpt (poi dimessosi) e ora animatore del neonato “Coordinamento 15 ottobre“. L’ipotesi di incontro con esponenti istituzionali e governativi non è vista di buon occhio dal “Coordinamento No Green Pass Trieste”, che anima le proteste dai primi di settembre. “Pensiamo – si legge in una nota – che le proposte di incontri ufficiali siano l’arma che lo Stato sta usando per prendere tempo in modo da togliere ossigeno a questo fuoco in crescita”. Dai sindacati FISI e Fiscal Confsal arriva infine una nuova indizione di sciopero, dal 21 al 31 ottobre.

Fuori dai vari coordinamenti e dalle piazze di queste ore si è invece detto il CLPT, Coordinamento lavoratori portuali di Trieste, che in un comunicato spiega: “Visti gli ultimi sviluppi delle mobilitazioni contro il Green pass il Coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste non intende partecipare alla gestione complessiva delle stesse e/o a qualsiasi coordinamento/associazione relativa…continueremo comunque l’impegno sindacale contro l’obbligo di pagare per poter lavorare”.

Su Trieste e il CLPT la nostra intervista a Sandi Volk – ricercatore storico, autore di numerosi volumi sulla storia complessa del confine orientale e compagno triestino – che fa parte del Clpt, il Coordinamento lavoratori portuali di Trieste. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Militari italiani sono da tempo in Niger e Mali. Missioni militari in Somalia e Gibuti. La polizia italiana che addestra quella della Costa D’AvorioCosta D’Avorio (e in segreto anche quella dell’Egitto), e poi  in Mozambico. La presenza militare italiana in Africa cresce di mese in mese. In questo articolo comparso su Africa Express, Antonio Mazzeo rivela l’ultima operazione: l’addestramento della polizia di uno dei paesi più repressivi dell’Africa – il Ruanda – da parte dei Carabinieri. L’accordo di collaborazione è stato siglato il 12 ottobre.

Ma che ci stanno a fare i carabinieri italiani in Ruanda, Paese che dopo il genocidio del 1994 stenta a trovare la stabilità politica e a vedere affermati gli standard minimi di agibilità democratica e il rispetto e la protezione dei diritti umani?

Dal 10 al 12 ottobre il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Teo Luzi, si è recato in visita ufficiale in Ruanda per incontrare alcune delle maggiori autorità militari. In particolare lunedì 11, presso il quartier generale della RNP – Rwanda National Police di Kacyiru (distretto di Gasabo), Luzi ha avuto un lungo colloquio con l’ispettore generale ruandese delle forze di polizia, Dan Munyuza, per “cementare la partnership tra le due istituzioni di polizia militare”, così come riportano i maggiori quotidiani di Kigali.

Al meeting hanno partecipato anche l’ambasciatore italiano in Uganda, Ruanda e Burundi Massimiliano Mazzanti e il vice ispettore generale della polizia ruandese, Felix Namuhoranye.

La Rwanda National Police e l’Arma dei Carabinieri collaborano strettamente e con successo dal 2017, ma la cooperazione prospera su solide fondamenta grazie all’antica amicizia tra il Ruanda e l’Italia”, ha dichiarato l’Ispettore generale Munyuza a conclusione dell’incontro.

“Noi siamo stati in grado di lavorare insieme a favore della pace e della sicurezza dei nostri due Paesi e di altre nazioni. La RNP ha beneficiato parecchio dell’esperienza e della competenza dei carabinieri. Grazie all’accordo di cooperazione con l’Italia più di 900 ufficiali di polizia sono stati addestrati sia in Ruanda che in Italia. L’addestramento serve innanzitutto a stabilire quell’ambiente sicuro di cui il nostro popolo ha bisogno”.

“In quest’era di sorveglianza è più che mai necessaria una partnership di sicurezza bilaterale o globale più forte che mai per rispondere ad un panorama criminale maggiore e più impegnativo, specialmente per affrontare la minaccia del terrorismo violento e dei crimini informatici – ha commentato Dan Munyuza -. Dovremo apportare miglioramenti nella condivisione delle informazioni e delle esperienze in queste due aree critiche”.

Il comandante generale dei carabinieri Teo Luzi ha assicurato che l’Italia continuerà a impegnarsi a cooperare con la polizia nazionale ruandese, definita un’efficiente e moderna istituzione legata ai carabinieri da vincoli forti e fraterni.

“Le relazioni tra le nostre due istituzioni hanno raggiunto livelli di assoluta eccellenza – ha aggiunto il  Luzi -. Sono certo che continueremo a operare per raggiungere obiettivi più ambiziosi. Il nostro impegno è di essere parte di un più ampio contesto di supporto alle forze di polizia impegnate contro le minacce globali per garantire sicurezza e stabilità”. Prima di lasciare il Paese africano il comandante generale dell’arma ha visitato la scuola di addestramento della polizia di Gishari, nel distretto di Rwamagana.

Sino a qualche tempo fa erano rari gli incontri e i confronti tra i vertici delle forze armate e di polizia di Italia e Ruanda. L’ufficio stampa della Difesa ricorda che il 21 settembre 2016 alcuni ufficiali delle Rwanda Defence Forces, guidati dal Capo di Stato Maggiore dell’aeronautica, Charles Karamba, avevano fatto visita alla base aerea di Galatina (Lecce), sede del 61° Stormo e della Scuola di Volo dell’aeronautica militare italiana.

“Gli ufficiali africani hanno visitato le principali strutture predisposte per lo svolgimento dell’iter istruzionale attualmente in uso: tra gli altri i simulatori del velivolo d’addestramento MB339, le flights del 213° gruppo volo e le strutture dedicate al Ground Based Training System, il settore terrestre del sistema addestrativo  connesso al T-346, il nuovo caccia-addestratore dell’aeronautica”, riporta la nota.

“Il personale della ditta Leonardo, unitamente agli istruttori del 212° gruppo volo, ha illustrato il comparto di simulazione, utilizzando il simulatore delle missioni del velivolo per dimostrare le procedure normali e quelle di sicurezza essenziali per l’attività di volo”.

Il 12 gennaio 2017, in occasione della visita a Roma di una delegazione di ufficiali delle forze di polizia ruandesi guidata dall’allora ispettore generale Emmanuel K. Gasana, veniva firmato un accordo tecnico di cooperazione tra l’arma dei carabinieri e la Rwanda National Police, il primo tra i due Paesi nel campo della difesa e della sicurezza.

“Considerato che i carabinieri italiani hanno una lunga esperienza e competenza nel settore della gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza generale e che la Rwanda National Police è impegnata a rafforzare le proprie capacità nella sicurezza pubblica e generale, le due parti sono desiderose di rafforzare la loro cooperazione nel campo dell’addestramento, in accordo con le procedure di rilevante standard internazionale, e di scambiare le migliori pratiche relative ai loro servizi istituzionali”, si legge nel preambolo dell’accordo tecnico.

Innumerevoli e delicatissime le aree di mutua cooperazione individuate dall’art. 2 del memorandum: la gestione dell’ordine pubblico; l’anti-terrorismo; le operazioni di sostegno alla pace, la sicurezza aerea e del traffico stradale; l’investigazione della criminalità informatica e ambientale; l’acquisizione di moderne attrezzature di polizia e lo scambio di documenti, pubblicazioni e materiali scientifici nel campo del controllo della folla, della gestione di dimostrazioni e meeting pubblici, di situazioni di rivolta nel rispetto dei diritti umani, della gestione dell’ordine pubblico in generale; il cybercrimine; le tecniche per le intercettazioni legali e per combattere il terrorismo e altri pericoli legati al crimine organizzato; il comando e il controllo; l’attività forense; le nuove tecnologie; l’addestramento di unità cinofile; il controllo del territorio; l’equipaggiamento, la logistica e l’engineering; lo scambio di esperti per iniziative organizzate dalle due parti, inclusi corsi, seminari, workshop e meeting ad hoc; l’assistenza nella costruzione di capacità di sicurezza; l’istituzione di desk permanenti e specializzati presso le rispettive istituzioni di formazione; la partecipazione a progetti finanziati da controparti o donatori nazionali e internazionali”.

A firmare l’accordo tecnico per i Carabinieri italiani l’allora comandante generale Tullio Del Sette, poi insignito di una delle maggiori onorificenze militari statunitensi, la Legion of Merit. La motivazione? “L’eccezionale e meritoria attività svolta a supporto della Combined Joint Task Force della missione Inherent Resolve, dal 1º marzo 2015 al 1º marzo 2016, nel corso di una fase cruciale della battaglia Alleata contro lo Stato Islamico dell’Iraq, ove ha creato le condizioni per la realizzazione di attività addestrative, di supporto ed assistenza alle articolazioni della polizia irachena”.

Sempre Del Sette si recava in Ruanda il 24 febbraio 2017 per incontrare ancora una volta l’ispettore capo della polizia ruandese Emmanuel K. Gasana e visitare il quartier generale della RNP di Kacyiru e alcuni centri operativi di “protezione ambientale” nel Parco nazionale di Virunga.

Corso Rangers Ruanda

Corso ai ranger di Ruanda National Police

Nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno si teneva a Kigali il primo corso di formazione dei carabinieri a favore della polizia ruandese. “Si è trattato di un pacchetto formativo della durata complessiva di 4/5 settimane, finalizzato a fornire competenze specifiche nella prevenzione e nel contrasto del danno ambientale e a formare operatori di polizia con elevata capacità di movimento e controllo del territorio in aree impervie o caratterizzate da presenza di elementi ostili”, spiegava il comando generale dell’Arma.

Rivolto a una cinquantina di poliziotti ruandesi, il corso veniva coordinato da cinque istruttori della 2^ brigata mobile carabinieri, la stessa già impiegata nello scacchiere di guerra afgano e nella violenta repressione delle manifestazioni NoG8 a Genova del luglio 2001.

Il 24 aprile 2018 l’ispettore generale Emmanuel K. Gasana si recava un’altra volta a Roma per incontrare il neocomandante dei carabinieri generale Giovanni Nistri e fare le prime valutazioni sulle attività di formazione avviate dalle due istituzioni militari.

Sette mesi più tardi era il generale Nistri a volare in Ruanda; a fare gli onori al quartier generale della RNP di Kacyru il nuovo capo della polizia ruandese, Dan Munyuza. Il comandante dell’arma dei carabinieri veniva accompagnato a conoscere alcune strutture delle forze di polizia: il National Police College (NPC) nel distretto di Musanze; il centro di formazione anti-terrorismo di Mayange; il Peace Support Training Center istituito all’interno della scuola di formazione di Gishari per addestrare le unità assegnate alle operazioni di peacekeeping; il centro Isange One Stop creato per fornire assistenza medica e legale ai minori vittime di abusi.

Per “rafforzare la cooperazione bilaterale” l’ispettore ruandese Dan Munyuza e Giovanni Nistri si incontravano ancora a Roma, l’1 e il 2 aprile 2019. Nel corso della sua missione in Italia, Munyuza aveva modo di recarsi in visita ad alcuni importanti centri dell’arma dei carabinieri, tra cui l’Operation Control Room e la Scuola Ufficiali di Roma. L’ultimo meeting tra i vertici delle due istituzioni, come abbiamo visto, risale al 10-12 ottobre scorso.

Le forze di polizia nazionali ruandesi hanno potuto contare in tutti questi anni anche su uno dei centri di formazione internazionale d’eccellenza dell’arma dei carabinieri, il CoESPU (Center of Excellence for Stability Police Units) che ha sede a Vicenza nella caserma “Antonio Edoardo Chinotto”. Fondato il 1º marzo  2005 dal ministero degli Esteri e dal ministero della Difesa con la collaborazione del Dipartimento di Stato e l’esercito USA, il CoESPU è indirizzato a formare e addestrare prevalentemente il personale militare proveniente da paesi mediorientali e del continente africano nella gestione dell’ordine pubblico e delle missioni d’intervento di peacekeeping e peace enforcing in teatri critici.

La prima sessione di formazione del CoESPU a favore del personale di polizia ruandese risale all’autunno del 2014 e ha riguardato 23 ufficiali che sono stati poi impiegati nell’addestramento degli agenti della RNP assegnati alla missione degli osservatori delle Nazioni Unite in Sud Sudan. Una seconda sessione è stata realizzata nella primavera del 2015: tre ufficiali-formatori dei carabinieri in forza al centro d’eccellenza di Vicenza, guidati dal colonnello Francesco Borretti, sono stati inviati al quartier generale della polizia nazionale di Kacyiru per svolgere il training dei futuri trainer.

Il 13 marzo 2019 una delegazione della polizia ruandese, tra cui il direttore del dipartimento di formazione Robert Niyonshuti e il responsabile della scuola d’addestramento di Gishari Vianney Nshimiyimana, veniva ospitata nella caserma “Chinotto” di Vicenza. Due corsi di formazione intensiva a favore del personale ruandese venivano svolti ancora una volta a Vicenza dal 17 al 28 maggio e dal 10 giugno al 9 luglio 2021.

Tema delle lezioni CoESPU le Operazioni ad alto rischio. “In partnership strategica con il Dipartimento di Stato statunitense nell’ambito della sua iniziativa GPOI – Global Peace Operations, il corso punta ad accrescere le abilità e le capacità di un team specializzato composto da otto addestratori della Rwanda National Police nel settore delle armi speciali e delle tattiche di polizia e delle manovre ad alto rischio, in vista del loro futuro impiego in operazioni multinazionali di supporto alla pace”, riporta il comunicato emesso dall’ufficio stampa di CoESPU.

La rilevanza data dal centro di formazione dell’arma dei carabinieri e del Dipartimento di Stato USA alla formazione della polizia ruandese è sottolineata da un lungo articolo pubblicato recentemente da CoESPU Magazine (2-2021), il periodico informativo del Center of Excellence for Stability Police Units di Vicenza. “Lo sviluppo di una serie di attività finalizzate a rafforzare le capacità della Rwanda National Police in campo addestrativo e della ricerca dottrinale sulla Stability Policing viene effettuata anche in collaborazione con il CoESPU”, riporta Magazine.

“Nel gennaio 2021, durante la visita della delegazione del comando generale dell’arma dei carabinieri, è stato firmato l’accordo per pianificare innanzitutto un workshop a Kigali, tenuto poi in aprile da un team del CoESPU e, in aggiunta, un’attività preparatoria a favore di un’unità specializzata della Polizia ruandese che sarà inviata in Sud Sudan all’inizio del 2022”.

“Un gruppo di formatori composto da personale del dipartimento addestramento del CoESPU è volato alla volta di Gishari per visitare la scuola di formazione della Polizia e prendere conoscenza delle strutture dove saranno tenuti i corsi di formazione”, si legge ancora nella rivista. “La visita ha evidenziato l’eccellente preparazione del personale e l’efficienza dei veicoli e delle attrezzature esistenti, in particolare l’area destinata allo svolgimento delle attività addestrative”.

“La relazione è cresciuta ulteriormente e recentemente, in occasione di un workshop tenutosi dal 12 al 16 aprile a Kigali, le due istituzioni hanno deciso di stabilire un hub addestrativo per le operazioni di peacekeeping. L’hub punta ad elevare l’esistente centro per le operazioni di pace ruandese agli standard internazionali in modo da rafforzare i risultati delle forze di polizia del Ruanda che operano nel continente africano e fuori di esso. La Rwanda National Police ha più di un migliaio di ufficiali, di cui 230 sono donne, attualmente impegnati in operazioni di peacekeeping in varie parti del mondo.

Essi operano in quattro missioni delle Nazioni Unite in Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Haiti e Repubblica del Sudan. L’hub beneficerà della conoscenza e dell’esperienza del CoESPU dei Carabinieri. Il programma dell’hub includerà il training dei trainers in accordo con le necessità esistenti in particolari contesti di intervento e corsi sulla protezione di civili, donne e bambini, ecc.”.

Nei mesi scorsi unità della polizia ruandese sono state trasferite in Mozambico per operare nell’ambito della controversa missione internazionale “antiterrorismo” che ha preso il via nella tormentata regione di Cabo Delgado, nel nord-est del paese, vero e proprio eldorado delle transnazionali degli idrocarburi.

Antonio Mazzeo

da Africa ExPress

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Lo sgombero arriva poche settimane dopo che gli abitanti della capitale tedesca hanno votato a stragrande maggioranza per l'espropriazione dei maggiori promotori immobiliari in un referendum di iniziativa popolare.

Il Køpi è un terreno e un enorme edificio occupato sin dagli anni '90, quando dopo la caduta del muro di Berlino, un'ondata di occupazioni travolse la capitale tedesca. In questo spazio autogestito si svolgono attività culturali e politiche. Luogo di accoglienza e solidarietà, fa parte degli storici squat della città. Sul terreno intorno sono state installate delle roulotte. Al suo interno si è sviluppata una comunità, uno stile di vita diverso. L'edificio, costruito nel 1905 con una superficie di oltre 1900 m², si trova in un quartiere alla periferia del centro di Berlino diviso tra edilizia residenziale e parchi industriali. Un'occupazione che è diventata uno dei punti focali del movimento autonomo berlinese.

Venerdì 15 ottobre, le autorità tedesche hanno lanciato un'operazione di polizia titanica. Diverse centinaia di poliziotti antisommossa, accompagnati da dispositivi di ingegneria civile e veicoli blindati, hanno rapidamente sfondato le varie cataste di oggetti che fungevano da barricate per sgomberare i circa trenta abitanti. Dopo alcune ore di resistenza, il pezzo di terra occupato da uno dei più grandi squat di Berlino è caduto.

Da venerdì sera, manifestazioni anti-gentrificazione si sono svolte in molte città tedesche in solidarietà con il Køpi sgomberato. A Berlino la rabbia era palpabile. I manifestanti hanno distrutto veicoli ed edifici di lusso e hanno dovuto affrontare la brutalità della polizia con feriti e arresti.

Come tutti i grandi centri urbani, Berlino non fa eccezione alle logiche di mercato. È soggetto agli appetiti divoratori degli speculatori immobiliari. A gran velocità la gentrificazione e l'imborghesimento delle metropoli stanno accelerando. Una riqualificazione delle città che allontana dal centro quelli considerati “indesiderabili”. Politiche urbane al servizio dei proprietari che rosicchiando e distruggendo questi spazi e quartieri popolari, cancellano dalla memoria collettiva, a colpi di milioni e di grandi progetti la storia degli sfruttati e delle lotte sociali. A beneficio di una storia dei vincitori, dei promotori e degli ultra ricchi.

Da Nantes Révoltée

PS. Ci viene segnalato che ad essere stato sgomberato non è l'intero stabile, ma solo il Køpi wagenplatz, cioè il terreno prossimo allo spazio.

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