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Articoli filtrati per data: Monday, 18 Ottobre 2021

In molti stati dell’Unione non c’è un’età minima per subire l’arresto. In altri è stato fissato a dieci anni. E in molti casi i minori finiscono davanti ai tribunali penali per adulti. Inquietante poi l’abituale ricorso ad ammanettare bambini e adolescenti. Soprattutto quando appartengono a minoranze, provengono da famiglie povere o hanno disabilità.

di Marco Cinque  (*)

Sono passati più di trent’anni da quando gli Stati Uniti hanno firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, un trattato teso a proteggere i bambini in ogni luogo della Terra. Malgrado ciò, gli Stati Uniti sono il paese coi più alti tassi di arresti e di detenzione di minori al mondo. Anche se contano meno del cinque per cento della popolazione mondiale, gli Usa detengono circa il 25 per cento della popolazione carceraria di tutto il pianeta, rimpolpata da un sostanzioso numero di detenuti minorenni, anch’essi sottoposti alle stesse discriminazioni razziali ed economiche che vengono inflitte agli adulti.

Nel quinquennio 2013-2018 sono stati arrestati 30.467 bambini sotto i dieci anni e 266.321 tra i dieci e i dodici anni, mentre tra il 2009 e il 2018, ogni 43 secondi un bambino o un adolescente è finito in manette. Sempre nel 2018 sono stati arrestati 728.280 minori e anche se recentemente i numeri sono sensibilmente calati, restano comunque di un’enormità inammissibile, sopratutto per un paese che si autoconsidera e viene considerato democratico e civile.

Secondo i dati governativi, in 34 stati degli Usa non c’è un’età minima per subire l’arresto, mentre buona parte degli altri stati ha fissato il limite a dieci anni. Inoltre, secondo l’Ufficio per la giustizia minorile, 24 stati non hanno un’età minima che impedisca loro di trasferire i casi minorili ai tribunali penali per adulti. Questo evidenzia un sistema politico e giudiziario profondamente malato, un sistema che facilita i comportamenti disumani di agenti di polizia, tribunali e personale carcerario, facendo carta straccia della succitata Convenzione sui diritti dell’infanzia.

Inquietante poi l’abituale ricorso ad ammanettare bambini e adolescenti, prelevandoli dalle scuole, cioè da quei luoghi sacri che dovrebbero proteggerli ed educarli ed è vergognosa la pratica frequente di usare le manette persino per i bambini sotto i sei anni, compresi quelli disabili. Un’analisi del Center for Public Integrity sui dati del Dipartimento dell’Istruzione ha rilevato che vengono arrestati in modo sproporzionato soprattutto alunni e studenti che appartengono a minoranze, che provengono da famiglie povere o che hanno disabilità.

Una volta in carcere, i bambini sono messi a rischio di abusi fisici e psicologici, aggressioni sessuali, suicidi e altri danni che lasciano strascichi indelebili nella loro psiche. I rischi aumentano per i minori destinati al sistema di giustizia penale degli adulti, che si concentra sulla punizione piuttosto che sull’educazione e sulla riabilitazione. I minori nelle carceri per adulti hanno maggiori probabilità di subire traumi permanenti ed hanno cinque volte più probabilità di morire per suicidio rispetto ai bambini detenuti nei centri di detenzione minorile.

I minori negli Usa vengono perseguiti e condannati in base ai cosiddetti “reati di stato”, vale a dire quei reati che non sarebbero punibili, secondo la legge, se commessi da un adulto. Per l’American Bar Association, si tratterebbe di piccoli reati come bere alcolici, assenteismo scolastico, fughe da casa e altri cattivi comportamenti, che possono far finire i bambini in prigione per anni, mettendoli in contatto con autori di reati violenti e tenendoli fuori dalle scuole. Il 66per cento dei giovani detenuti nelle carceri minorili non torna mai a scuola.

Emblematico il caso della dodicenne Ansche Hedgepeth, che salì alle cronache nel 2000, a Washinghton. La bambina tornava da scuola e, mentre aspettava un’amica alla fermata della metropolitana, venne arrestata dalla polizia per aver consumato delle patatine all’interno della stazione, grazie a un rigurgito repressivo del Distretto di Columbia che prevedeva la cosiddetta “tolleranza zero” anche per reati di piccola entità, tra cui era previsto il divieto di consumare cibo all’interno delle stazioni della metropolitana.

Così Ansche Hedgepeth dovette subire tutte le degradanti procedure dell’arresto: ammanettata, perquisita, umiliata, privata dei lacci delle scarpe ed anche dell’inviolabilità di quella dignità umana che dovrebbe essere garantita a tutte le persone, soprattutto ai bambini. Terrorizzata, la dodicenne pianse per tutto il tempo. Fu poi fatta sedere nella vettura della polizia, in uno scompartimento chiuso, condotta in un centro di detenzione per minorenni dove le vennero prese le impronte digitali e scattate foto segnaletiche come a un qualsiasi criminale.

Oltre alla vicenda di Ansche, le cronache statunitensi sono tutt’oggi piene zeppe di casi assurdi, dove i bambini debbono subire i soprusi più inimmaginabili, non dal delinquente o dal mostro di turno, ma dalle stesse autorità che dovrebbero proteggerli e tutelarli. Tra questi casi se ne elencano a seguire una piccola parte, per far capire quello che avviene quotidianamente in un paese che vorrebbe essere regola e righello per il mondo in tema di diritti umani, soprattutto quelli dei minori.

Idaho, 2008: Evelyn Towry, una bambina di otto anni, affetta da sindrome di Asperger, è stata prima maltrattata dal personale della scuola elementare di Kootenai, riportando segni e lividi sul corpo, poi ammanettata e arrestata dalla polizia.

New York, 2010: la dodicenne Alexa Gonzalez è stata ammanettata e trasferita nella stazione di polizia per aver scarabocchiato con dei pennarelli sul suo banco scolastico frasi innominabili come: «Io amo i miei amici Abby e Fede».

California, 2011: Michael Davis, un bimbo di appena cinque anni affetto da ADHD, viene ammanettato mani e piedi  con delle fascette da un ufficiale di polizia, nella scuola di Stockton.

Florida, 2017: John Haygood è un bambino autistico di dieci anni che, sebbene non capisca cosa gli stia accadendo, viene ammanettato senza tanti complimenti all’interno dell’istituto scolastico da due agenti di polizia, caricato sul sedile posteriore dell’auto e arrestato mentre impreca e si dispera.

Indiana, 2017: Devin Shepherd è un altro bambino autistico di nove anni, che frequenta la quarta elementare alla Needham Elementary School di Franklin. Durante la ricreazione litiga con un compagno di classe. L’insegnante chiama la polizia e gli agenti ammanettano Devin, che in lacrime viene condotto in prigione.

Georgia, 2018: Corey Jackson, un bambino di dodici anni viene arrestato in un centro commerciale con l’accusa di aver venduto illegalmente dei CD. Dalla registrazione di una Tv affiliata alla NBC, si sente un ufficiale di polizia minacciare Corey: «Hai dodici anni? Stai per andare in prigione».

Colorado, 2019: Gavin Carpenter, un bambino di dieci anni, è stato arrestato dalla polizia di Colorado Springs con l’accusa di aver giocato assieme a un suo coetaneo con una pistola finta. In una testimonianza la madre del bambino ha affermato:

Questa storia ha colpito immensamente tutta la nostra famiglia. Soprattutto il nostro Gavin, che ora è terrorizzato dalle forze dell’ordine ed ha dei flashback dell’evento terrificante. Il mio scopo è raccontare al mondo quello che è successo e informare tutti i genitori che questo potrebbe accadere a chiunque abbia dei bambini.

Florida, 2020: Kaia Rolle è una bimba di 6 anni che soffre di apnea notturna, un disturbo che le rende difficile riposare a sufficienza durante la notte. Una mattina Kaia si sente stanca e in difficoltà durante la sua prima lezione nella scuola elementare. Kaia fa i capricci, ma invece di offrirle sostegno, il personale scolastico la spedisce prima nell’ufficio del preside, poi vengono chiamati gli agenti di polizia che l’ammanettano, la prelevano dalla scuola e la portano in prigione.

New York, 2021: dopo un litigio in famiglia, una bambina di 9 anni fugge in strada sotto la neve. La polizia di Rochester viene avvertita e raggiunge la ragazzina che non vuol saperne di tornare a casa dalla madre e chiede di incontrare il padre. Ben nove agenti la circondano e la ammanettano. Mentre lei piange e supplica disperata, le spruzzano in faccia uno spray al peperoncino e la arrestano, costringendola a salire sul retro dell’automobile.

L’elenco sarebbe ancora piuttosto lungo e potrebbe sembrare uno scherzo di cattivo gusto, se non il tentativo di offuscare la credibilità di un paese considerato così importante e influente, ma in verità questa vuole essere semplicemente una presa d’atto dell’amara realtà che si consuma con inquietante regolarità negli Stati Uniti, dove ben 70 ragazzini di 13 e 14 anni sono stati condannati all’ergastolo senza la possibilità di liberazione (come documentato dall’organizzazione Equal Justice Initiative) e dove attualmente ci sono oltre 2000 giovani condannati a morire in carcere.

Tutti gli studi neurologici, psicologici e sociologici confermano che i bambini di 12 e 13 anni hanno spesso un senso di responsabilità non sufficientemente sviluppato. Proprio per questo sono considerati immaturi per votare, guidare, sposarsi senza il consenso dei genitori, bere alcolici e hanno ancora l’obbligo della frequenza scolastica. Ma sono incomprensibilmente considerati maturi per essere arrestati, processati e rinchiusi in prigione, come qualsiasi adulto.

Oltre alle mostruosità quotidiane che negli Stati uniti si consumano ai danni dei minori, vale la pena ricordare anche la tragica realtà che riguarda i bambini immigrati. Un rapporto di Amnesty International del 2019 denunciava le condizioni tragiche di questi bambini, rinchiusi e ammassati nelle Homestead, le strutture di “emergenza temporanea”. Queste strutture sono ambienti impersonali, industriali e altamente restrittivi in cui i bambini devono indossare badge identificativi con codici a barre, dormire in alloggi in stile caserma, seguire linee segnate con il gesso quando si spostano da un luogo all’altro e seguire un programma rigoroso. Insomma, ambienti più simili a complessi carcerari che ad alloggi pensati per accogliere bambini già provati da traumi e difficoltà.

Alla luce dei fatti descritti e dei casi riportati, che sono solo la punta di un iceberg ben più vasto e profondo, verrebbe da pensare che la pedagogia sia una materia totalmente sconosciuta a molti legislatori, insegnanti, giudici e poliziotti statunitensi. La caccia ai bambini cattivi è aperta ormai da troppo tempo, forse sarebbe il caso che i governi dei paesi alleati aiutassero i “cacciatori” a chiuderla al più presto.

(*) ripreso da qui  –  https://ytali.com/

Da La Bottega del Barbieri

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Continua a non esserci dialogo da parte del governo.

Questo giovedì 14, decine di migliaia di manifestanti appartenenti a differenti organizzazioni sociali che fanno parte dell’Unità Piquetera hanno effettuato blocchi degli accessi alla Città di Buenos Aires. La misura si è moltiplicata anche in altre città del paese. Coloro che si sono mobilitati chiedono che il ministro dello Sviluppo Sociale, Juan Horacio Zabaleta, dia una risposta al piano integrale contro la disoccupazione, la fame e la povertà, che gli hanno presentato più di un mese fa, che prevede la creazione di un milione di posti di lavoro veri concordati attraverso un “Grande Piano di Lavori Pubblici e Abitazioni” finanziato dallo Stato Nazionale, che includa la costruzione di abitazioni in tutto il paese, e l’universalizzazione di una previdenza sociale per le persone disoccupate che copra il paniere familiare minimo. Chiedono, inoltre, alimenti per le mense popolari. Nella Città di Buenos Aires sono stati effettuati blocchi dalle ore 9.00 nelle autostrade Buenos Aires-La Plata e Dellepiane, nell’Avenida General Paz e la Strada 3, e nei ponti Pueyrredón, Saavedra e La Noria, mentre migliaia di piqueteri e piquetere hanno chiuso tutti gli accessi al quartiere Puerto Madero, di primo piano perché lì vive la maggioranza dei funzionari dei diversi governi, molte persone legate al narcotraffico e di altre simili piaghe. Il prezzo degli appartamenti di lusso in questa zona non sono più bassi di un milione e mezzo di dollari.

Da ultimo, tutte le colonne piquetere hanno marciato verso il Ministero dello Sviluppo Sociale, dove nonostante la grandezza della mobilitazione di protesta non sono stati ricevuti dai funzionari. Questo rifiuto di dialogo pone la situazione al bordo di altre proteste nella prossima settimana che sicuramente saranno più radicali.

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Le organizzazioni sociali convocanti, facenti parte dell’Unità Piquetera, si sono riunite venerdì 3 settembre con l’allora nuovo ministro dello Sviluppo Sociale, Juan Zabaleta, al quale hanno presentato un piano integrale contro la disoccupazione, la fame e la povertà, che prevede la creazione di un milione di posti di lavoro vero. “Il piano che proponiamo deve essere finanziato con le risorse che attualmente lo stato destina al pagamento del debito, ai sussidi, alle vecchie privatizzate e al grande capitale”, hanno specificato in quel momento.

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Da quel momento, non hanno ottenuto risposte alla loro proposta dal ministro. In cambio, quello che ha fatto il governo di Alberto Fernández è inviare al Congresso il suo progetto per convertire i programmi di lavoro in lavoro formale, quello che da anni si conosce come “collegamento”, una iniziativa legislativa che non apporta alcuna sostanziale modifica alle proposte portate a termine da altri governi, che si sono dimostrate un fallimento, oltre a promuovere nuovi benefici per quegli impresari che salgono sulla barca del programma.

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Marcia verso il Ministero dello Sviluppo Sociale per l’Av. Belgrano

https://www.instagram.com/p/CVA6rkuAPaW/?utm_source=ig_web_copy_link

Condividiamo il comunicato:

Questo giovedì 14 ottobre, noi organizzazioni sotto firmatarie abbiamo realizzato una misura d’azione a livello nazionale per chiedere veramente una volta di più lavoro vero e non briciole. In mezzo ad una crisi devastatrice per la classe lavoratrice chiediamo di essere riconosciuti come lavoratori giacché siamo coloro che diamo risposte alle necessità urgenti dei nostri/e vicini/e nei quartieri.

Un mese fa ci siamo riuniti con il ministro Juan Zabaleta per presentargli un progetto che punta a creare nuovi posti di lavoro attraverso le opere pubbliche, la creazione di abitazioni, la cura dell’ambiente e le politiche pubbliche per combattere la violenza di genere. Con questa iniziativa proponiamo che per creare lavoro vero si debbano colpire i guadagni dei multimilionari, bisogna smettere di girare fondi al FMI per un debito illegittimo e illegale, e si deve mettere a disposizione tutto il ricavato dalla Imposta Paese. Per questo oggi ci troviamo nel cuore della zona imprenditoriale per segnalare loro e il governo come principali responsabili della nostra emarginazione e della fame di milioni di persone.

Il Piano Collegamento che il governo presenta come una grande innovazione, ha una lunga storia di fallimenti. Successivi governi hanno cercato in questo modo di sussidiare le imprese, ma i risultati sono stati scarsi, perché gli impresari chiedono una flessibilizzazione lavorativa ancor più profonda. In questa crisi che colpisce con più forza, e da anni, le donne e le dissidenze sessuali, i bambini/e i giovani, non possiamo continuare ad aspettare le elargizioni di quelli in alto.

Vogliamo una risposta formale al nostro progetto.

È inammissibile che il governo stia in modo sistematico inadempiendo su questioni fondamentali come l’accesso al cibo di milioni di persone che si recano nelle nostre mense. È anche inammissibile che sia lo stesso governo quello che prospetti che non lavoriamo, quando durante la pandemia abbiamo rivestito un ruolo essenziale senza alcun tipo di riconoscimento.

Per tutto questo, scendiamo in strada in una grande giornata nazionale per il lavoro vero, per la dignità del nostro popolo e perché il debito è contro di noi! Fuori il FMI!

 

Chiediamo lavoro vero!

Basta aggiustamenti e precarizzazione!

Fuori il FMI, il debito è con il popolo!

Pandora Papers: portino il denaro per fare un piano di opere pubbliche!

Convocano: FOL (FRENTE DE ORGANIZACIONES EN LUCHA) – MOVIMIENTO DE LOS PUEBLOS (FRENTE POPULAR DARÍO SANTILLÁN CORRIENTE PLURINACIONAL; IZQUIERDA LATINOAMERICANA SOCIALISTA; MULCS MOVIMIENTO POR LA UNIDAD LATINOAMERICANA Y EL CAMBIO SOCIAL; MOVIMIENTO 8 DE ABRIL; IGUALDAD SOCIAL) – FAR Y COPA EN MARABUNTA – FOB AUTÓNOMA (FEDERACIÓN DE ORGANIZACIONES DE BASE, AUTÓNOMA) – OLP RESISTIR Y LUCHAR.

14 ottobre 2021

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

 

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È il 15 ottobre del 2011. A Roma. Una turba inferocita devasta il centro storico. Il tentativo di convogliare l’opposizione sociale alle misure di austerity sotto un cartello di compatibilità riformista va in fumo, assieme a un blindato dei carabinieri, in frantumi con la celeberrima madonnina di coccio. L’indignazione ha ceduto il passo alla rabbia. E menomale.

di Jack Orlando da Carmilla

È un biennio movimentato, quello del 2010-2011, in mezza Europa.

Nel portare avanti lo scontro c’è una composizione eterogenea di lavoratori, disoccupati, teppisti, occupanti di casa e democratici arrabbiati, ma soprattutto c’è una grossa componente di giovanissimi, a cavallo tra le scuole superiori e l’università, reduci e colpo di coda dell’Onda studentesca che, nel loro piccolo, hanno appreso l’arte dell’esercizio della forza in piazza, sanno come respirare in mezzo ai gas lacrimogeni, sanno avanzare e indietreggiare, erigere una barricata e disselciare un viale. Una componente che vive quel giorno anche come un salto di qualità, un possibile inizio.

Invece il salto è un inciampo. Si cade a terra tra i distinguo e i “però”, tra le dissociazioni e le dietrologie, tra le scuse al capo dello Stato e il paternalismo forcaiolo dei salotti TV.

Un giorno è poca roba nel grande schema delle cose, eppure quel giorno il mondo guarda Piazza San Giovanni, una festa di fuoco e pietre che volano, i giornali sono in fibrillazione, i commentatori tra lo scatenato e l’attonito, la politica dissimula il brivido sulla schiena con una caterva di contumelie e intimidazioni. La Grande Minaccia, il pericolo per la democrazia, è una gioventù che ha scritto sul suo vessillo di guerra “non chiediamo il futuro ci prendiamo il presente!”.

Non ci si è presi nulla poi, se non carichi pendenti. Ma son cose che capitano. Essere giovani e non essere schedati è una contraddizione quasi biologica.

Dieci anni fa. Un secolo, un mondo fa. A guardarsi attorno viene quasi un senso di vertigine a pensare alla distanza incolmabile con quel ieri. Di mezzo ci stanno le stagioni dei populismi, degli odiati tecnocrati, dei movimenti sociali che tentano la via della rappresentanza, delle mareggiate sovraniste. È invecchiato tutto in un batter di ciglia. Gli incendiari populisti si son fatti tiepidi amministratori della miseria, i malefici tecnocrati sono diventati i primi ministri del consenso unanime, il NO dei referendum alle riforme strutturali capovolto nel NO della catena di comando, perché gli ordini si eseguono non si discutono; i sovranisti tentano di dismettere con imbarazzo le vecchie croci uncinate e i cappucci a punta.

In coda alla carrellata, la Pandemia: il colpo apoplettico che fa stramazzare l’organismo ormai sfinito e manda tutto a carte e quarantotto.

Di quella gioventù che un decennio fa accarezzava la minaccia del rovesciamento dell’ordine delle cose è rimasta a malapena un ombra sbiadita, l’assalto al cielo le è scivolato tra le dita, piano, giorno per giorno, in una generosa pantomima di militanza sempre più autoreferenziale e sconnessa dai propri soggetti di riferimento ed in una quotidiana precarietà che ha inibito il riscatto.

Ora, dopo un decennio di anniversari di quella giornata campale a San Giovanni, celebrati a colpi di post malinconici e altisonanti sulle bacheche dei social, tipo veterani di una guerra di indipendenza dimenticata dal resto del mondo, gli antagonisti si scervellano sulle nuove mobilitazioni contro il green pass, quelle per cui questo 15 ottobre sarebbe dovuto diventare (l’ennesimo) “primo giorno della rivoluzione”. Starci dentro, stare contro, o dentro e contro?

Ancor di più, si scannano sul dare o meno solidarietà a un sindacato confederale attaccato da una banda di neofascisti durante un corteo No Green Pass.

È un vecchio vizio, radicato come un riflesso pavloviano, quello della tifoseria e della solidarietà automatica, per cui qualunque cosa accada bisogna schierarsi dal lato di uno dei due pretendenti, pure quando entrambe le parti ci sono egualmente nemiche, pure se schierarci vuol dire stare dalla parte dei garanti dello status quo, soprattutto, senza mai chiedersi qual è il nostro possibile peso nelle vicende. Questo, specialmente, quando di mezzo ci sono i fascisti; la tara del frontismo antifascista non molla mai la presa.

E allora, quel sindacato il cui servizio d’ordine che esattamente dieci anni fa placcava i dimostranti strappandogli il passamontagna, consegnandoli ai gendarmi e a giorni di galera, mesi di cautelari e anni di peripezie giudiziarie e personali; quel sindacato che (pur andando lungamente a ritroso nel tempo) ha sempre ostacolato l’iniziativa dei lavoratori, ha boicottato, avversato e criminalizzato qualsiasi ipotesi lo travalicasse, che si è immancabilmente schierato dalla parte dei padroni; ora sembra un fratello ferito, un baluardo di dignità. Solo perché si è preso due ceffoni da un paio di gorilla neonazisti e cocainomani.

E si scomodano paragoni roboanti, a sottolineare la misura dello scollamento dalla realtà, che verrebbe da ridere se non scadessero nell’osceno: due vetri rotti, qualche scrivania scassata rievocano il 1921, quando ai sindacalisti li prendevano di notte e gli sparavano in faccia davanti alla famiglia o li appendevano ai lampioni nudi e massacrati; tre vasi di fiori schiantati in terra e una cornicetta frantumata equivalgono alla strage di Odessa, quella dove la sede dei sindacati è bruciata da cima a fondo, con donne incinte strangolate col filo del telefono e innocenti con le gambe fracassate per essersi buttati dalla finestra nel tentativo di fuggire dal fuoco vennero finiti a bastonate sul selciato.

Landini pare un novello Di Vittorio, che manco quando prese le manganellate con gli operai della Thyssenkrupp, la CGIL come le truppe del maresciallo Tymoshenko alla riva del Volga.

Bisogna dargli solidarietà! Anche se li abbiamo sempre (giustamente) considerati dei venduti, dei collaborazionisti, dei nemici. Bisogna essere affianco a loro perché altrimenti si è automaticamente e inequivocabilmente dalla parte dei fascisti!

Da queste pagine si è parlato a più riprese di epidemia delle emergenze, ovvero della produzione di emergenzialità come forma di governo e della difficoltà a sottrarsi all’agenda stabilita dal nemico.

Sempre là stiamo. Nell’incapacità di uscire da dicotomie imposte e problemi falsati, nel non trovare lo spazio per fare un passo a lato e schivare il colpo: fanculo la CGIL e fanculo ai camerati!

Semmai il punto dev’essere, perché l’iniziativa è potuta partire da un gruppuscolo insignificante che vive di pagliacciate mediatiche, di estetica del conflitto patriottarda, e non dalla nostra parte?

Perché può esprimersi quella forma della politica e non un’altra?

Senza stare a rimestare il tema della crisi della militanza, pur sempre valido, si può cominciare guardando alle stesse mobilitazioni cui stiamo assistendo.

Una composizione acefala ed eterogenea, spuria, che si mobilita contro un dispositivo di controllo sociale in difesa della propria libertà, personale e di impresa. Ci stanno lavoratori, ci stanno imprenditori grandi e piccoli, studenti, qualche prete, qualche gruppo di matti complottari e anche strutture politiche, Forza Nuova come anche collettivi a noi più vicini.

Di certo interessante, se fossimo sociologi. Se siamo animali politici, molto meno.

Questo perché in politica, come nello sport, il tempo è fondamentale. Il timing.

La medesima piazza, la medesima composizione, in differenti momenti può esprimere un segno completamente opposto. Il 6 novembre è troppo presto, dice Lenin, l’8 sarà troppo tardi.

Così, le piazze datesi alla chiusura del Lockdown potevano essere attraversate con spirito d’inchiesta, con la curiosità verso uno spazio inedito che si stava aprendo, ma nulla se ne poteva cavare fuori: troppa la confusione sotto il cielo, troppa l’impreparazione nostra.

Meglio le proteste dello scorso ottobre, quelle del “Tu ci chiudi, tu ci paghi”, dove il rapporto tra spontaneità, rivendicazione e disposizione al conflitto faceva presagire dei margini di intervento e radicamento in quella composizione, dove le parole d’ordine erano ancora sufficientemente ambigue e contraddittorie da permettere una loro torsione in senso antagonista. Così non è stato, e non avrebbe senso star qui a dire “è colpa mia, è colpa tua”. È un dato di fatto, come si è aperta quella parentesi, così si è chiusa.

Ora, in quella chiusura si dà l’opposizione al Green Pass, il focus si è ristretto, la parola d’ordine è netta. Il Green Pass deve essere ritirato. Perché lede il nostro diritto a disporre del nostro corpo, perché è obbligatorio, perché mette un’ipoteca sulla nostra libertà personale, perché sono io a decidere quello che posso o non posso fare. Eccolo qua, il nocciolo.

Probabilmente mai, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad un sussulto così liberale dell’opinione pubblica. A fare mostra di sé per le strade è il vessillo della libertà personale: il cardine morale, culturale e antropologico di una società incentrata sul suo ceto medio con la sua propria libertà di impresa e la sua mentalità bottegaia elevata a spirito di popolo, all’apice di una crisi di nervi. Io faccio il cazzo che mi pare. Questo è il vero mantra di fondo.

A chi dice che in mezzo a quei cortei non ci si può stare perché son tutti fascisti, vorremmo sottolineare questo non secondario aspetto, della centralità assoluta e inarginabile della libertà personale, che ne fa la piazza perfetta per la difesa della cultura liberale di questo paese, allattata a decenni di Democrazia Cristiana e berlusconismo. Altro che fascismo, che legge e ordine, qua si grida “aprite le gabbie”. Poi, certo, si potrebbe pure notare che le sortite dei camerati, in un frangente di mobilitazioni diffuse a livello nazionale, si sono concentrate praticamente tutte su Roma, unica città dove sussiste il nocciolo duro di una formazione abbastanza spregiudicata da mettersi puntualmente in mostra sotto i riflettori.

Chi invece guarda ai quei dimostranti come una massa di trogloditi creduloni, terrapiattisti, maniaci del complotto e fuori di testa vari, dovrebbe far mente locale, tornando a quel 15 ottobre di dieci anni fa, al seguito che avevano le stramberie sui massoni che governano l’UE, sul “signoraggio bancario”, lo straseguito pseudo-documentario Zeitgeist. Certo i complottismi avranno pure subito una mutazione qualitativa e quantitativa, ma la differenza fondamentale con oggi, la faceva la presenza di una determinata parte e ipotesi politica, la “nostra”, in grado di tenere banco. E gli altri vengono a catena. Anche la stessa rivendicazione piccolo-borghese, a ben vedere era presente dieci anni fa. Ma sono i rapporti di forza a stabilire il segno della parola d’ordine e dentro quelle piazze, di forza da mettere sul piatto, ce ne stava.

Che il Green Pass sia buono oppure no, che venga ritirato o no, lo spazio di possibilità si è già chiuso. Per noi e pure per i camerati. Se ne sta, bello e buono, tutto dentro il campo di internità al sistema democratico. Non è una strada, è un vicolo cieco.

E che di istanza liberale si tratta, ce lo dimostra questo nuovo 15 ottobre, questo nuovo appuntamento con la Storia risoltosi in un nulla di fatto. Come per tutte le fasi di questo movimento, vige la norma della ciclotimia, per cui ad una fase di crescita, di comizi partecipati e belle marce segue l’appello all’insurrezione, il rilancio in grande stile, magari preceduto da qualche tafferuglio, come stavolta. Ma al giorno dell’appello non si presentano in molti, era successo alle stazioni dei treni, è successo stavolta. Finché si tratta di berciare, di fare teatro o di minacciare di bastonare il sindacato e di giustiziare i giornalisti son tutti d’accordo, quando si chiama all’adunata generale tutti fanno sì con la testa. Poi, quando il sindacato viene bastonato, il giornalista preso a calci, quando si tratta di affrontare la potenza dello Stato, scuotono la testa inorriditi. La violenza, l’azione diretta, lo scontro reale sono estranei a tale composizione che, nonostante i toni, non chiede altro che un intervento dello Stato e dei suoi apparati, per la difesa della libertà individuale. Un corto circuito su impianto democratico.

Ecco dove urge quel passo a lato, quella rottura del dispositivo di produzione d’emergenzialità.

La rivendicazione della libertà soggettiva è il grido di un mondo che si vede scivolare la terra sotto i piedi, domandandosi se ci sarà posto per lui dopo la ripresa, dopo la grande ristrutturazione del mercato. La libertà del cittadino democratico resta, volente o nolente, la libertà proprietaria. Quella vecchia e consunta di lockesiana memoria, per la quale chi non ha, semplicemente, non è.

Ma cosa ci dovrebbe fare con questa libertà, quello strato di popolazione che di terra sotto ai piedi non ce ne aveva nemmeno prima, cui la pandemia ha oscurato una prospettiva di futuro che già di per sé aveva ben poca luce e tante nebbie?

È il caso di tornare al quel primo 15 ottobre, a quel Ci prendiamo il presente. Riprendere l’iniziativa, riprendere la centralità del conflitto, riprendersi un proprio Tempo per tornare ad essere.

Essere soggetto e motore di sconvolgimento sociale, di rovesciamento dello stato di cose. Ecco l’unica libertà per chi da questo modo di produzione non ha nulla da guadagnare, per chi aspira ad essere classe e avanguardia di classe. Ribaltiamo la questione, la nostra di libertà è disciplina collettiva, lavoro di talpa, predisposizione allo scontro. È decisione politica.

Il passo a lato, dicevamo poco sopra. Il merito più grande di queste ultime mobilitazioni è stato di rendere esplicito, più di quanto non fosse, il tema davvero centrale della fase: la Ripresa. Nella condanna unanime dello Stato agli eccessi delle piazze si è subito parlato di stretta repressiva e di intolleranza verso qualunque “attacco alla ripartenza”. Come se al porto di Trieste o di Genova avessero messo in piedi uno sciopero per bloccare il PNRR.

Lo strumento Green Pass è una minuzia appariscente in un mastodontico piano di ristrutturazione del capitale che muterà gli assetti dell’economia del paese e, di riflesso, della sua politica interna ed estera, con grosse quanto ancora imprevedibili ricadute sociali; della collocazione dell’Italia all’interno del sistema Europa, oggi più impaziente che mai di aumentare il suo peso in un incerto e mobile scacchiere internazionale.

Dalle strette di mano nei vertici globali, ai piani d’investimento, alle aziende che chiudono battente, giù fino all’ultimo fattorino che bestemmia per il rincaro della benzina, c’è un enorme sommovimento tellurico che ancora non ha fatto sentire i suoi scossoni più pesanti e che è comunque sotto i nostri occhi.

Questo è un passo a lato che occorre fare, una battaglia che è tutta da preparare, con cura, prima ancora che da combattere; l’unica progettualità autonoma possibile è quella che gioca d’anticipo sui tempi dello scontro. Per discutere di green pass, giusto o sbagliato che sia, è bello che tardi, figuriamoci per conquistarsi una centralità antagonista lì dentro. Altre piazze si daranno, altri tumulti, altre parole d’ordine, altri 15 ottobre. Ma perché siano fecondi, quello a cui occorre prestare attenzione è al grande processo e alle sue ricadute materiali e particolari. Quello che occorre fare è organizzare l’imprevedibile.

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Dopo una nota congiunta di CGIL, Cisl e Uil che chiedeva di lasciare libero lo scalo di Trieste per riprendere la continuità produttiva, da questa mattina è in corso lo sgombero dei manifestanti da parte delle forze dell'ordine con l'utilizzo di idranti, lacrimogeni e cariche.

Lo avevano annunciato implicitamente i giornali diffondendo la nota dei sindacati confederali e alle 7 di questa mattina è iniziato a tutti gli effetti lo sgombero del porto di Trieste. Centinaia di poliziotti e carabinieri in antisommossa sono intervenuti sul posto e sono stati usati idranti e cariche e lacrimogeni contro i manifestanti che da quattro giorni presidiano l'ingresso del porto per chiedere l'abolizione del Green Pass sul posto di lavoro o per lo meno un rinvio dell'applicazione.

Il Coordinamento dei Lavoratori Portuali di Trieste aveva deciso comunque di mantenere il presidio fino al 20 ottobre nonostante le pressioni che arrivavano da più parti per fermare la protesta. Negli scorsi giorni le tensioni interne ai lavoratori del porto rispetto all'opportunità di proseguire o meno la mobilitazione aveva portato, secondo i giornali, alle dimissioni di Stefano Puzzer dal CLPT. Si evidenzia il tentativo quotidiano degli scorsi giorni di Corriere, Stampa e Repubblica nello scomporre il fronte dei lavoratori.

I lavoratori del porto e i manifestanti No Green Pass che si trovavano da questa mattina a presidiare il varco stanno provando a fare resistenza passiva allo sgombero. L'impressione è che i numeri dei manifestanti stiano progressivamente aumentando.

Il tentativo di sgombero di oggi è l'ulteriore segnale dell'intesa implicita tra governo, sindacati confederali e Confindustria per tentare di ristabilire l'ordine sui posti di lavoro e garantire la continuità produttiva ad ogni costo. Infatti il presidio al porto sebbene non fosse un blocco a tutti gli effetti aveva portato a significativi danni economici, tra rallentamenti ed itinerari cambiati per via delle proteste. D'altronde la portata delle mobilitazioni di questi giorni nel resto d'Italia è stata piuttosto ondivaga come numeri e radicalità e dunque ha permesso al governo di considerare l'opportunità di uno sgombero manu militari.

Il dato che al momento si evidenzia è che sebbene le proteste contro il Green Pass abbiano assunto una caratteristica di massa e intercategoriale non riescono ad arrivare ad inquadrare temi generali in grado di ampliare i terreni ed i fronti di lotta, sebbene l'anomalia triestina e le proteste sui posti di lavoro possono ancora riservare alcune sorprese.

Rimane il fatto che lo sgombero di oggi a Trieste è l'ennesima manifestazione della crisi di legittimità di uno Stato che è costretto ogni qual volta ad imporre manu militari le proprie scelte e che lavora quotidianamente e con metodo nel divide et impera tra le masse popolari del nostro paese.

Aggiornamento:

In questo momento si sono intensificate le cariche e l'uso dei lacrimogeni da parte delle forze dell'ordine, il tentativo è di sgomberare definitivamente l'area del porto e spingere i manifestanti verso i viali della città.

Qui gli aggiornamenti di Radio Onda d'Urto:

Al Varco 4 del capoluogo giuliano la polizia ha sgomberato i manifestanti, circa duemila, facendo largo e copioso uso di idranti e lacrimogeni, fino a liberare l’accesso dalla folla, che ha replicato muovendosi in corteo per la città fino alla centrale piazza Unità d’Italia, dove prosegue (aggiornamento delle ore 14.30) un presidio.

Da Trieste a Genova, dove dopo una mattinata di presidio al varco Etiopia senza blocco, per un paio d’ore bloccato il varco Albertazzi, che porta sia a uno scalo mercantile che al terminal traghetti, da dove in mattinata passavano persone e merci deperibili. A Ravenna un centinaio di persone, in zona porto San Vitale, bloccano a intermittenza la corsa d’ingresso allo scalo, consentendo invece l’uscita del Tir.

A Livorno, Marghera, Napoli e negli altri scali del centrosud non si segnalano invece particolari manifestazioni. A Gioia Tauro 20 i portuali respinti all’ingresso: da domani dovrebbe arrivare un gazebo effettuerà tamponi gratuiti, per i prossimi 15 giorni.

Dai porti alle città, con alcune manifestazioni a macchia di leopardo. In 200 stamattina a Pisa, soprattutto studenti, hanno sfilato in città arrivando poi davanti al Palazzo de La Sapienza, visitata dal presidente della Repubblica, Mattarella. A Firenze invece alcune decine di studenti si sono riuniti sulle scale di piazza Santissima Annunziata a Firenze per seguire la prima lezione del ciclo ‘Lezioni universitarie libere e all’aperto’ organizzate dagli studenti contro il Green pass.

Infine Milano, dove oltre centinaio di persone ha protestato contro il green pass davanti ad AMSA, municipalizzata dei servizi ambientali, in via Olgettina. Sempre nel capoluogo lombardo, dopo il corteo di sabato con almeno 10mila persone, le veline di Questura annunciano 40 denunce per interruzione di servizio pubblico, violenza privata, istigazione a disobbedire alle leggi e per manifestazione non preavvisata. Sempre le stesse veline parlano di denunce “riferibili all’area anarchica di Milano e della Lombardia settentrionale, da Varese a Como”. Salgono così a 220 le persone denunciate a Milano nell’ultimo mese e mezzo di cortei green pass, oltre ai due arrestati – un 20enne e un 58enne – di sabato per resistenza a pubblico ufficiale.

CORRISPONDENZE DEL MATTINO – Da Trieste Fabio, compagno del Coordinamento No Green Pass, raggiunto verso le ore 13.00.  Ascolta o scarica

Dal capoluogo ligure Claudio lavoratore del porto attivo nella lotta, raggiunto poco dopo le ore 11. Ascolta o scarica

 

Aggiornamento 19/10 ore 10:

Nel pomeriggio di ieri dopo lo sgombero dell'area del porto le proteste sono continuate senza sosta fino a sera. Il presidio è stato spaccato in due dal fitto lancio di lacrimogeni. In almeno due punti della città di Trieste sono andati in scena scontri tra la polizia ed i manifestanti, intanto un corteo selvaggio ha attraversato il centro per poi fermarsi sotto la prefettura fino a sera per protestare contro lo sgombero. Secondo quanto si apprende dai giornali una delegazione con a capo Stefano Puzzer sarebbe stata ricevuta dal Prefetto ed in un tentativo di normalizzazione sarebbe stato promesso un incontro con il ministro Patuanelli per sabato, al fine di discutere del ritiro del Green Pass. In cambio il presidio sotto la Prefettura che aveva raggiunto le 5000 persone si sarebbe dovuto spostare al Porto Vecchio. Una parte del presidio ha accolto l'indicazione di Puzzer e si è spostata al Porto Vecchio per passare la notte mentre un'altra parte dei manifestanti ha scelto di rimanere in Piazza Unità d'Italia dove hanno dormito con sacchi a pelo e tende da campeggio. Intorno al varco 4 del porto intanto sono stati piazzati new jersey con le reti da parte della polizia per impedire l'accesso ai manifestanti.

 

 

 

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