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Articoli filtrati per data: Friday, 15 Ottobre 2021

In vista dell’introduzione del green pass obbligatorio anche sui luoghi di lavoro, il clima è di tensione crescente.

Come noto dal 15 ottobre tutti i lavoratori e le lavoratrici dovranno essere in possesso del green pass, la certificazione che attesta l’avvenuta vaccinazione, la guarigione o la negatività a un tampone per Covid-19. Tuttavia, circa 2,6 lavoratori del privato e almeno altri 250mila del pubblico non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino né risultano guariti dal coronavirus. Molti di questi sono concentrati in alcuni settori fondamentali, come quello agricolo, portuale e dei trasporti, le cui associazioni di categoria hanno già lanciato allarmi per la possibile carenza di personale e annunciando scioperi se lo stato e le imprese non garantiranno tamponi gratuiti per dare a tutti la possibilità di lavorare, compreso chi ha rifiutato la vaccinazione.

Non esistono stime esatte rispetto a quanti autisti di veicoli industriali siano sprovvisti di green pass, ma secondo gli operatori del settore è possibile che una buona parte di questi, in particolare tra coloro che provengono dall’Est Europa ma sono impiegati in imprese italiane, non sia vaccinata o abbia ricevuto dosi di Sputnik o Sinovac, vaccini non approvati dall’Agenzia del farmaco europea (Ema). Dunque per questi lavoratori sarà necessario, in mancanza di una deroga all’obbligo di green pass, assicurare punti per effettuare i tamponi lungo le autostrade, nei terminal, nei porti o nei distretti logistici.

Il settore agricolo pare essere più a rischio, in particolare per la presenza di un 60% di lavoratori e lavoratrici extra-Ue. Molti di loro infatti non hanno ricevuto i vaccini autorizzati dall’Ema, oppure non possono ricevere il green pass a causa della mancata regolarizzazione dei lavoratori del settore agricolo, quindi dell’assenza di contratti regolari che consentano loro di rifare i permessi di soggiorno scaduti. La stima è fra il 25-30%

A Trieste, il Coordinamento lavori portuali ha affermato che almeno il 40% dei 950 lavoratori e lavoratrici portuali non è in possesso della certificazione e ha annunciato uno sciopero con blocco del porto proprio per il 15 ottobre se l’obbligo del certificato resterà in vigore. Al porto di Genova invece, la percentuale dei lavoratori senza green pass è del 20%, ma mentre a Trieste i portuali (fra i quali pare esserci una percentuale molto più alta del 20% di non vaccinati) hanno chiamato uno sciopero per il 15 Ottobre chiedendo la cancellazione del green pass su lavoro per tutto il territorio nazionale, lunedì a Genova i camalli del Calp e le reti antifasciste hanno deciso di non condividere la piazza con le frange contrarie al certificato verde guidate da Italexit di Paragone. Nelle piazze osserviamo sempre più spesso al contrapporsi fra la ‘Libertà’ scandita nelle piazze, individualista e proprietaria, e la responsabilità collettiva, che riguarda più il concetto di cura.

Sta di fatto che mentre l’attenzione è concentrata sul certificato verde, l’esecutivo di Draghi si prepara a gestire la pioggia di miliardi del PNRR in assenza di qualsiasi dibattito pubblico o politico, senza che alcuna forza antagonista provi almeno a contendersi la torta. La cosiddetta ‘Pax draghiana’ resta oggi il nemico più pericoloso. Soltanto il conflitto può riaprire i giochi. La domanda più urgente è allora capire quali possano essere gli spazi entro cui creare una nuova politicizzazione ampia e non regressiva, che sappia articolare le istanze delle diverse soggettività in lotta con la richiesta di un contrasto alla pandemia che sia equo a livello globale. I punti di un agenda a venire restano le Lotte ambientali, le battaglie femministe, le vertenze contro le delocalizzazioni e i licenziamenti, la richiesta del salario minimo e l’introduzione del reddito universale di base, mobilitazioni interne alle logistica, riforma fiscale e del catasto. Il governo più liberista e servo della storia recente, il peggiore possibile quanto a provvedimenti economici e “riforme chieste dall’Europa”, si è incartato sul green pass. Ossia sull’”arma di distrazione di massa” che si era inventato perché non si parlasse troppo, soprattutto nei dettagli, di quel che ha fatto e va facendo su terreni ben più decisivi per la vita di tutti noi. L’incaglio non è avvenuto per il “sabato fascista” subappaltato a Castellino, Fiore, Aronica e un altro po’ di fascisti scortati fin sotto la Cgil. La gestione di quella giornata è stata talmente demenziale – e inattendibile, per chi frequenta le piazze da una vita – che persino Giorgia Meloni, temendo di pagare un prezzo troppo alto in termini di consensi (lei quei fascisti lì li conosce bene, venendo dalla stessa fucina missina), si è ricordata della “strategia della tensione”. Quella in cui i suoi camerati facevano (e fanno) da manovalanza per il potere. Si parla tanto di squadrismo e di fascismo; le istituzioni si riempiono la bocca di parole vuote ed ipocrite, mentre gli operai che denunciano lo sfruttamento e turni di lavoro massacranti da 12 ore al giorno vengono caricati di botte da squadracce vere e proprie, col silenzio-assenso di quelle forze di governo che in queste ore agitano strumentalmente lo spettro del neofascismo e dei fatti di Roma per imporre una nuova stretta sugli scioperi e sulle lotte sociali. E’ quasi assurdo che il governo più antioperaio e antipopolare della storia recente vada in difficoltà sul “diversivo” la lui stesso inventato per nascondere ben più corposi decreti in materia di privatizzazioni, spesa pubblica, investimenti, mercato del lavoro, “riforme” (dalla giustizia, privatizzata anch’essa, al catasto, dalle pensioni all’esercito). Se è vero che l’opposizione al green pass ha avuto un punto di risalita quando è stato introdotto obbligatoriamente anche per l’accesso al lavoro, non solo per altre attività socio-ludiche, è altrettanto assurdo che una lotta operaia avvenga prioritariamente su questo terreno “innaturale”, dove – a parte la difesa della parte di lavoratori affascinati o impauriti dalla “libera scelta sui vaccini” – di fatto non c’è molto da guadagnare.

In questo senso la piazza triestina rappresenta una novità rispetto a composizione e prospettive. Non si può dire altrettanto dei temi, che restano complessi e scivolosi, difficili da metabolizzare e su cui la Destra ha sicuramente più presa dove sfociano nell’irrazionale o nella propaganda facile.. ma tant’è, a Trieste è ancora tutto in ballo. ne parliamo con Davide direttamente dal varco 4 del molo 7, dove oggi fra portuali e una massiccia componente popolare si sono radunati a migliaia.

 

Riportiamo il testo pubblicato ieri dai compagni di Trieste, che attraversando le diverse fasi di piazza e assemblee ci aiuta a capire come si sia arrivati ad oggi e ci dà alcuni spunti per una lotta ancora da impostare e sulla quale pendono ancora grandi interrogativi all’interno dei movimenti.

https://www.infoaut.org/precariato-sociale/una-prospettiva-sulle-mobilitazioni-contro-il-green-pass-a-trieste

 

da radioblackout.org

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«Gli agenti egiziani vanno informati» La terza Corte d’Assise annulla il rinvio a giudizio. Ora servirà una nuova rogatoria per chiedere l’elezione di domicilio dei quattro membri della National security. La decisione dopo una lunghissima giornata di dibattimento

La terza Corte d’Assise di Roma rientra in aula alle 20.45, dopo quasi sei ore di camera di consiglio. Mezz’ora dopo (causa blackout) arriva la decisione: il processo per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni è sospeso. Gli atti devono tornare al gup, che a maggio scorso aveva deciso per il rinvio a giudizio. Quel decreto è dichiarato nullo, come chiesto dalla difesa.

«Solo una battuta d’arresto – il commento a caldo della legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini – Pretendiamo che chi ha torturato e ucciso Giulio non resti impunito. Chiedo a tutti voi: ribadite sempre il nome degli imputati, che non possano dire che non sapevano». Poi ne legge i nomi, la data di nascita e il documento di identificazione militare, alla fine di una giornata lunghissima.

Sono da poco passate le 9 quando Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme alla sorella di Giulio, Irene, arrivano di fronte all’ingresso delle aule bunker di Rebibbia. C’è il sole su Roma, promessa di un’ottobrata che si fa attendere. La famiglia supera i controlli ed entra, circondata dai fotografi. Poco dopo arriva la vice presidente dell’Emilia Romagna, Elly Schlein. Dentro ci sono il senatore De Falco, Ascanio Celestini, Erri De Luca.

LA CORTE era chiamata a decidere sulla dichiarazione di assenza dei quattro egiziani imputati per il sequestro di Giulio Regeni. Uno di loro è accusato anche di concorso in lesioni personali e in omicidio aggravato. Poco dopo le 10 i giudici fanno il loro ingresso in un’aula che pullula di giornalisti. Lungo le pareti, il vuoto delle celle dei maxi processi.

Ci sono gli avvocati dello Stato per la Presidenza del Consiglio, costituenda parte civile. E ci sono i difensori d’ufficio dei quattro imputati. Loro non ci sono: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.

QUESTA LA RAGIONE del dibattimento: stabilire se sono assenti perché inconsapevoli che un processo è pronto a partire o perché, ai sensi dell’articolo 420bis del codice di procedura penale, si stanno volontariamente sottraendo.

A monte sta la mancata notifica ai quattro ex agenti della National security egiziana (Nsa) dell’iscrizione nel registro degli indagati prima e del rinvio a giudizio poi. La ragione: nonostante rogatorie e pressioni diplomatiche, l’Egitto non ha mai risposto alla richiesta di elezione del loro domicilio.

PER SOTTRARLI al processo. È la tesi della Procura di Roma che con il pm Colaiocco espone i motivi per cui la corte dovrebbe permettere il processo: «I quattro imputati sanno perfettamente che oggi si apriva questo procedimento e di essere accusati di sequestro, lesioni e omicidio. Sono dei finti inconsapevoli», dice citando l’espressione coniata dalla Cassazione.

Colaiocco cita il gup Balestrieri che li ha rinviati a giudizio: non possono non sapere perché la copertura mediatica dell’evento è stata globale, perché come agenti dell’Nsa sono stati sentiti come testimoni, perché direttamente coinvolti nell’inchiesta egiziana e perché la richiesta di elezione del domicilio è stata mossa a ogni livello, giudiziario, politico, diplomatico.

Tesi sposatadalla famiglia, parte civile. Ballerini ripercorre la sequela di pressioni subite: l’arresto al Cairo del consulente dei Regeni, Ahmed Abdallah, e di Amal Fathy, attivista e moglie del legale della famiglia Mohammed Lofty: «Giulio muore perché qualcuno ha deciso che doveva morire. Gli sono stati rotti cinque denti, 15 ossa, incise lettere sul corpo. In un luogo che non poteva che essere della Nsa perché la tortura è stata esercitata con strumenti adeguati».

PER ULTIMI PRENDONO la parola i difensori d’ufficio dei quattro egiziani. Non entrano nel merito delle prove a loro carico, non era la sede, ma chiedono di annullare il rinvio a giudizio: «Ci aspettavamo la sospensione del procedimento, come avviene in questi casi – dice l’avvocata Ticconi, legale di Sharif, citando sentenze europee e la legge italiana – Non si può procedere contro imputati irreperibili. Si viola il diritto al contraddittorio».

Non è possibile affermare con certezza che i quattro siano a conoscenza del procedimento né che abbiamo attuato «comportamenti omissivi come il rifiuto a fornire il domicilio o la comunicazione di un domicilio sbagliato», aggiunge la legale di Tariq, Armellin.

«NON C’È STATO comportamento omissivo degli imputati – dice l’avvocata Pollastro (Helmi) – ma delle autorità egiziane. Non basta la diffusione mediatica di un fatto» per venirne a conoscenza. Tanto più, conclude l’avvocato Sarno (Kamel), che i giornali egiziani non avrebbero riportato la notizia: «Vogliamo giustizia. Ma non ci sono le basi legali. Senza la collaborazione egiziana questo processo non si può fare».

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Tredici fatti, un unico sabotaggio: «Così l’Egitto vuole impedire il processo»»

La ricostruzione in aula del pm Colaiocco, dalle false testimonianze al rifiuto di consegnare le prove. Fino all’ultimo atto: 200 pagine della Procura egiziana per confutare le indagini italiane

Tredici punti che racchiudono anni di indagini in condizioni difficilissime. Il pm Sergio Colaiocco ci impiega un’ora e mezza per mettere in fila gli elementi raccolti dal team investigativo italiano e ricostruire quella che definisce «l’azione complessiva di quattro soggetti e di colleghi ufficiali della National security egiziana (Nsa) dal febbraio 2016 a qualche mese fa» al fine di «bloccare o rallentare le indagini e impedire il processo in Italia».

Nessuna prova regina, specifica Colaiocco, ma elementi indiretti da valutare complessivamente. È insieme che assumono senso: «13 fatti che indicano la volontà di sottrarsi al processo».

IL FASCICOLO NASCOSTO. Dopo il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, il 3 febbraio 2016, la Nsa ha sempre negato un proprio coinvolgimento e indotto il ministro degli interni Ghaffar a dichiarare che «Regeni non è mai stato fermato dalla polizia egiziana». Mesi dopo le stesse autorità egiziane ammetteranno l’esistenza di un fascicolo della Nsa sul ricercatore a seguito della denuncia del sindacalista Abdallah.

IL FALSO TESTIMONE. Nel febbraio 2016 l’ingegnere Mohammed Fawzi dice di aver assistito a un litigio tra Regeni e una persona, il 24 gennaio (il giorno prima del sequestro) dietro il consolato italiano. La Procura di Roma dimostrerà che in quel momento il giovane era a casa a vedere un film in streaming. Fawzi ritratterà dicendo di aver mentito su richiesta di un funzionario della Nsa.

INFILTRATO NELL’INDAGINE. Uno dei quattro imputati, il colonnello Helmi, è entrato nel team investigativo egiziano, secondo la Procura di Roma al fine di condizionarne l’esito. Si è poi scoperto che fu Helmi a ordinare le perquisizioni a casa di Giulio, nelle settimane precedenti al sequestro.

I VIDEO DELLA METRO. La Procura chiede i video della metro del Cairo la prima volta l’8 febbraio 2016. La Nsa li sequestra solo settimane dopo (ogni 15 giorni le telecamere sovrascrivono le immagini). Il team italiano chiede di visionarli comunque con l’aiuto di una società tedesca esperta nel recupero di video sovrascritti. L’Egitto li consegnerà solo due anni dopo: manca il lasso di tempo dalle 19.40 alle 20.10 del 25 gennaio 2016. Il cellulare di Regeni ha agganciato per l’ultima volta una cella alle 19.51.

LA BANDA. Il 24 marzo 2016 agenti della Nsa uccidono in uno scontro a fuoco cinque cittadini egiziani, accusandoli di aver rapito e ucciso Regeni. Tre mesi dopo la stessa magistratura egiziana iscrive gli agenti nel registro degli indagati per omicidio premeditato.

IL PASSAPORTO. Un testimone afferma di aver visto Helmi con il passaporto di Regeni in mano prima di perquisire la casa di uno dei cinque egiziani uccisi. Helmi fingerà poi di aver trovato lì il documento.

I TABULATI. L’Egitto non ha mai consegnato, adducendo motivi di privacy, il traffico telefonico nelle zone di scomparsa di Giulio e di ritrovamento del corpo, il 25 gennaio e il 3 febbraio, traffico utile a verificare l’eventuale presenza nei due luoghi delle stesse persone.

ROGATORIE INEVASE. Delle 64 rogatorie presentate dall’Italia, 39 non hanno avuto risposta. Nel caso delle altre, secondo la Procura, i documenti forniti sono errati o manipolati.

LA NOTA INTERPOL. Le autorità egiziane hanno più volte fatto riferimento a una nota dell’Interpol secondo cui Giulio aveva fatto ingresso in Turchia e in Israele (alla base dell’accusa di lavorare per dei servizi stranieri). La presunta nota non è mai stata consegnata alla Procura di Roma.

I VESTITI DI REGENI. Non sono mai stati consegnati al team italiano, che non ha potuto condurre esami del Dna.

INDAGINI SOLITARIE. Dopo l’iscrizione nel registro degli indagati dei quattro egiziani, Il Cairo ha interrotto ogni collaborazione con la magistratura italiana. Ha però proseguito nelle indagini senza condividerne i risultati.

IL DOMICILIO. L’Egitto non ha mai risposto alla richiesta di elezione del domicilio degli imputati, mossa tramite rogatorie, interventi dei primi ministri italiani e una trentina di incontri dell’ambasciatore italiano al Cairo con il ministro degli interni egiziano.

LA MEMORIA DIFENSIVA. Due settimane dopo la chiusura delle indagini in Italia, a dicembre 2020, la Procura generale egiziana ha pubblicato un rapporto di 200 pagine definito da Colaiocco «una memoria difensiva dei quattro imputati» dove analizza punto per punto le prove raccolte per confutarle.

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Erri De Luca: «Governo parte civile? Un atto dovuto»

Lo scrittore presente nell’aula bunker di Rebibbia: «Tirannia contro la verità. Impressionante la ricostruzione fatta del pm della massa di insabbiamenti e omertà per nascondere la verità»

Lo scorso anno ha dedicato a Giulio Regeni il Premio Giffoni 50, vinto con il pamphlet La parola contraria. Negli anni ha manifestato davanti alla sede dell’ambasciata egiziana a Roma e partecipato alle fiaccolate a Fiumicello. Ha preso parola contro quello che ha definito «servilismo e omertà» della diplomazia italiana, paragonando il governo italiano alle mafie «che antepongono i loro loschi affari a tutto il resto».

Ieri lo scrittore Erri De Luca non ha fatto mancare la sua presenza nell’aula bunker di Rebibbia, durante il dibattimento per decidere della dichiarazione di assenza dei quattro cittadini egiziani imputati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio.

Qual è l’impressione che ha ricavato dal dibattimento?

Non sono in grado di entrare nei dettagli giudiziari. Posso dire che quello che mi ha impressionato è stato il ricapitolo fatto dal pm Colaiocco di tutti i sabotaggi, gli insabbiamenti, le omertà, le minacce contro coloro che volevano arrivare a un accertamento dei fatti. La massa di abuso e tirannia verso la verità mi ha molto impressionato. Sono stati anche uccisi cinque egiziani innocenti, è agghiacciante.

Una ricostruzione capillare.

Impressionante. Un italiano che oggi vada in Egitto o semplicemente transiti per uno scalo tecnico è un temerario.

Su Il Manifesto abbiamo scritto che questo, indirettamente e dal punto di vista simbolico, è in qualche modo anche un processo al rifiuto del governo italiano a interrompere i rapporti con l’Egitto. In aula oggi (ieri per chi legge) la Presidenza del Consiglio si è costituita parte civile.

Sono parte civile, è ovvio. La notizia vera sarebbe stata se il governo non lo avesse fatto. Era un atto dovuto, non ha alcuna rilevanza.

Chiara Cruciani

da il manifesto

Ripreso da Osservatorio RepressioneOsservatorio Repressione

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In questi ultimi 18 anni, la crescente industria pesante, l’inquinamento generato dal consumo di carne e l’utilizzo del mezzo di trasporto privato, la deforestazione e il mal funzionante sistema di raccolta dei rifiuti hanno fatto sì che l’emissione del gas serra aumentasse del 138%.

Di Murat Cinar per Volere la Luna

Intanto Ankara avanzava dei motivi per legittimare la sua mancata firma sull’Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici. Una delle motivazioni accampate da Ankara era quella di trovarsi in difficoltà nell’accedere ai fondi del Green Climate Fund, cioè al fondo istituito nell’ambito dell’UNFCCC (Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici) come entità operativa del meccanismo finanziario per assistere i paesi in via di sviluppo nelle pratiche di adattamento e mitigazione per contrastare i cambiamenti climatici. Tuttavia, secondo i rappresentati del Fondo, il motivo che impediva di accedere ai finanziamenti era legato alle mancate politiche di Ankara nella lotta contro il riscaldamento globale. Oltre a ciò bisogna tenere in considerazione il fatto che la Turchia è stata, dal 2013 al 2016, il paese che ha usufruito maggiormente dei fondi stanziati dagli istituti europei per strutturare nuovi piani di lotta contro il riscaldamento globale: circa 667 milioni di euro all’anno. Secondo l’organizzazione ambientalista internazionale 350.org, tra le motivazioni legate alla mancata firma della Turchia su questo accordo ci sarebbero diversi profili. Considerando che il Paese compra il 70% del suo fabbisogno nazionale di energia da paesi stranieri, diminuire l’emissione dei gas serra farebbe crescere il PIL del 7% già il primo anno, dato che scenderebbe la spesa legata all’acquisto dell’energia dall’estero. Anche se diminuisse lo spreco e il consumo inutile tornasse come un introito al Paese, il fatto che la Turchia dipenda dall’estero per le fonti di energia non rinnovabile avvalora l’ipotesi di una serie di dinamiche geopolitiche in cui i conti economici e i pesi commerciali perversi spesso e volentieri sono dominanti.

Nella settantaseiesima riunione del Consiglio Generale delle Nazioni Unite, tenuta a New York, il 21 ottobre, la Turchia è stata rappresentata dal Presidente della Repubblica, che nel suo discorso ha anticipato che nel mese di ottobre il Parlamento nazionale avrebbe votato l’Accordo di Parigi. Infatti il 6 di ottobre, di notte, con un iter straordinario, il Parlamento ha fatto ciò che aveva promesso il Presidente della Repubblica negli USA: l’Accordo di Parigi è stato approvato. La stessa notte numerosi ministri e parlamentari appartenenti alla coalizione del governo e parlamentari dell’opposizione hanno lanciato vari post sui social media per festeggiare questo momento “storico”. Pochi giorni dopo, l’11 ottobre, in un intervento televisivo, il Presidente della Repubblica ha pure annunciato che al nome del “Ministero dell’Ambiente e Urbanizzazione” sarebbe stato aggiunto anche il “Cambiamento climatico”. Nel suo discorso il Presidente ha annunciato con questa novità l’inizio di una “rivoluzione verde”.

Erano le 22.08 quando il Parlamento ha approvato l’Accordo di Parigi. Una buona parte della popolazione in Turchia si avvicinava verso il letto oppure verso le infinite serie tv. Il canale televisivo ufficiale del Parlamento, Meclis Tv, aveva smesso di trasmettere il dibattito parlamentare in diretta. Ma esattamente sette minuti dopo questa novità storica, è arrivato il secondo punto dell’ordine del giorno: l’approvazione di un nuovo disegno di legge, il n. 88, depositato in Parlamento il 26 aprile del 2019 e passato il 30 maggio dello stesso anno nelle mani del Ministero degli Esteri. Dopo un’attesa di 895 giorni, il Parlamento nazionale, proprio il giorno in cui l’Accordo di Parigi è stato approvato, ha deciso di mettere ai voti anche questo disegno di legge. Ma di cosa si tratta? In tutto questo tempo solo un parlamentare dell’opposizione, l’ex ambasciatore Ahmet Ünal Çeviköz, si è opposto a questo disegno di legge. Secondo Çeviköz si tratta di un cambiamento radicale che farà diventare la Turchia una discarica per i rifiuti nucleari provenienti da diversi paesi. Secondo la Camera degli Ingegneri Elettrici il disegno di legge definisce i rifiuti nucleari come prodotti che possono essere rigenerati e utilizzati. Tranne Çeviköz nessun parlamentare si è opposto a questo disegno di legge. Durante la votazione l’opposizione ha visto addirittura 13 parlamentari che hanno votato a favore, mentre 82 hanno votato contro e 137 si sono astenuti.

Dopo altri 7 minuti è stato messo al voto del Parlamento il terzo punto dell’ordine del giorno. È il disegno di legge 210, è stato preso in considerazione per la prima volta nel mese di novembre del 2019 ed è stato discusso nel mese di aprile del 2020. Dunque per 18 mesi questo disegno di legge ha atteso le riflessioni del Consiglio Generale e il voto del Parlamento. Anche in questo caso, sorprendentemente, proprio nella notte dell’approvazione dell’Accordo di Parigi la minestra è stata riproposta. Si tratta di un accordo internazionale che diventa legge e tutela i terzi nel caso di incidenti e danni avvenuti presso gli stabilimenti nucleari costruiti dai paesi stranieri. Si tratterebbe di una preoccupazione legale molto attuale. Nel 2019 erano state scoperte delle crepe nella base della prima centrale nucleare del Paese ad Akkuyu (la centrale costruita con la tecnologia e l’investimento di Mosca). Anche in questo caso soltanto una parlamentare si è opposta alla proposta di legge. Si chiama Tulay Hatımoğulları Oruç e fa parte del secondo partito di opposizione, il Partito Democratico dei Popoli. Oruç ha obiettato con argomenti come il mancato rispetto da parte della Turchia dei suoi obblighi negli accordi internazionali, la possibilità di un incidente e l’importo del risarcimento. Nonostante tutto anche questo disegno di legge è stato approvato con i voti della maggioranza e nell’opposizione soltanto 23 parlamentari hanno votato contro mentre 196 si sono astenuti.

Come racconta in modo preciso il giornalista Onder Algedik sul sito d’informazione Gazete Duvar non è la prima volta che Ankara prova a fare una manovra furbesca, nascondendo dietro un gesto green una serie di cambiamenti legislativi che aprono la strada alle vecchie strategie di investimento, sviluppo economico e produzione energetica. Nel 2004, il Parlamento aveva approvato il primo Accordo sull’Ambiente e, lo stesso giorno, la legge che permetteva allo Stato di esternalizzare la costruzione delle miniere del carbone e di acquistare carbone dall’estero con l’obiettivo di produrre energia elettrica. Praticamente un modello di produzione energetica che già nel 2004 si iniziava ad abbandonare in alcune parti del mondo. Nel 2009 invece con una votazione massiccia il Parlamento nazionale si era dichiarato a favore del Protocollo di Kyoto, ma la stessa settimana erano stati deliberati i permessi necessari per la costruzione di grandi opere di enorme cementificazione, inutilità e distruzione ambientale: il terzo ponte sul Bosforo, il ponte sullo stretto dei Dardanelli, il terzo aeroporto di Istanbul e il palazzo del Presidente della Repubblica. Progetti costosi, alcuni illegali, figli di una sistematica distruzione di vaste aree verdi e enormi fallimenti progettuali che hanno generato ulteriore traffico, inquinamento e perdita di fondi pubblici.

Otto giorni dopo l’intervento a New York, il Presidente della Repubblica turca si è recato a Sochi, in Russia, per incontrare il presidente russo. In tale incontro, durato circa tre ore, i due leader hanno parlato di una serie di temi legati a geopolitica, investimenti militari e rapporti economici ma anche di energia nucleare. Il presidente turco ha dichiarato che sarebbe possibile inaugurare la prima unità della centrale nucleare di Akkuyu già nel 2022. La prima centrale nucleare della Turchia sarà finanziata da investitori russi, con il 93% dalla filiale Rosatom. Dopo i primi otto anni dalla inaugurazione totale sarà in grado di coprire soltanto il 5.5% del fabbisogno elettrico del Paese. Inoltre numerosi esperti che hanno lavorato per il controllo del progetto l’hanno definito insufficiente e vecchio. Nel 2017, all’interno della relazione in merito all’integrazione della Turchia nell’Unione europea, è stato consigliato vivamente ad Ankara di rinunciare a questo progetto dato che la zona di Akkuyu risulta fortemente sismica. Secondo la relazione dell’Unione delle Camere degli Architetti e degli Ingeneri (TMMOB), pubblicata nel 2019, la centrale nucleare di Akkuyu sarebbe un progetto fallimentare dal punto di vista ecologico, economico e energetico. Secondo i dati dell’Eurostat, nel 2019 la Turchia è la destinazione principale per i rifiuti dei paesi europei e tra quelli che arrivano nel Paese, in prima posizione si vedono i prodotti di plastica. Dopo il voto del Parlamento si aprono due strade: per accogliere i rifiuti nucleari dall’estero e per creare una base legale per i futuri danni che un progetto fallimentare potrebbe creare come quello della centrale nucleare di Akkuyu. Intanto l’Accordo di Parigi ha trovato un nuovo firmatario.

 

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Da alcuni giorni sui social media francesi sta girando l'appello per una Stagione Seconda dei Gilet Jaunes. Per questo sabato si attendono blocchi alle rotonde ed iniziative in tutto il paese. A scatenare la protesta è nuovamente l'aumento dei carburanti, tema che aveva dato inizio alle prime insorgenze di questo movimento particolarmente innovativo ed interessante nei suoi sviluppi. Il movimento dei Gilet Jaunes non si è mai esaurito del tutto, ma ha avuto la capacità di residuare un'attivismo, una militanza, un protagonismo sociale che si è materializzata durante i cicli di lotta che si sono susseguiti durante la pandemia, con la loro discesa in piazza a fianco ad istanze differenti e molteplici. Dunque, per quanto riguarda la Stagione Seconda, si tratta di un ritorno alle origini? Cerveaux non disponibles, network di movimento che ha seguito le mobilitazioni dei GJ fin dall'inizio è convinto di no. Di seguito proponiamo la traduzione di un punto di vista apparso sulla sua pagina.

Il sole in autunno

Perché non ci sarà una stagione 2 del movimento dei gilet gialli, ma una nuova serie, dalla sceneggiatura completamente diversa? Un blockbuster che scotcherà tutti.

 

Da circa 48 ore circolano ovunque appelli per un massiccio ritorno dei gilet gialli a tre anni dall'inizio del movimento. Chiamate di aiuto da alcuni, desiderio di tornare per altri. Il gilet giallo è diventato per due giorni il mantello dell'eroe caduto che deve indossare il prima possibile. In poche ore la macchina da guerra è stata portata via. Il #GiletsJaunesSaison2 trend su Twitter, personaggi del movimento invitati sui televisori, articoli che si moltiplicano sui media.

Ma diciamolo chiaramente, una ′′stagione 2′′ dei gilet gialli non è né possibile né auspicabile.

Niente sarà più come prima

Dal movimento dei gilet gialli, e in un regime sanitario schiacciante, i movimenti si sono moltiplicati appena hanno potuto, come hanno potuto. In 3 anni abbiamo sperimentato non meno di 6 movimenti massicci, con varie forme e aspirazioni. Mai visto.

 

I movimenti antirazzisti (islamofobia e negrofobia) e contro le leggi liberticide hanno riportato in piazza decine di migliaia di giovani, talvolta manifestando per la prima volta e con rara determinazione contro il razzismo, la polizia e la sorveglianza di massa. Chi non ricorda questa folla davanti al tribunal de grande instance, o quella manifestazione che si è conclusa in Place de la Bastille, quando il BRAV-M è stato completamente messo alle strette.

Il movimento contro la riforma delle pensioni è riuscito a riattivare le macchine sindacali e ad iscriverle nella volontà del movimento di massa. Sebbene sia stato interrotto con l'inevitabile arrivo del contenimento, è stato un momento in cui molti sono tornati a scioperi, blocchi, dimostrazioni di forza. Tutti i mestieri erano rappresentati lì. Ricordiamo in particolare i vigili del fuoco in sciopero, da mesi in prima linea, e la cui determinazione ha permesso di svelare il vero volto della loro corporazione vicina: i poliziotti.

 

Il movimento delle occupazioni dei teatri avvenuto in tutta la Francia, anche nei teatri più remoti della Drome, ha permesso di evidenziare la necessità di disporre di spazi in cui organizzarsi. I teatri hanno cercato di diventare le rotonde del 2018. Luoghi dove ci incontriamo, dove mangiamo, dove ci organizziamo, dove scambiamo, dove creiamo qualcosa in comune. Luoghi desiderabili dove ci troviamo faccia a faccia con la realtà.

Il movimento contro il pass sanitario è riuscito a mettere in movimento un mucchio di persone che nessuno si aspettava. A volte le persone indesiderate diciamolo chiaramente. Ma anche tante confusioni che avrebbero il merito di essere chiarite. Il pass sanitario come dispositivo di controllo, come strumento per rendere più precarie molte professioni. Questo è ciò che dobbiamo ricordare.

 

Gli ultimi rapporti dell'IPCC hanno solo ingrossato le fila degli attivisti che difendono il vivente. Contro l'artificializzazione del territorio, progetti di ecocidio come gli sviluppi per le Olimpiadi del 2024.

Le lotte femministe hanno continuato a opporsi al sistema patriarcale, alla violenza di genere e sessuale, di cui la nomina del ministro degli Interni, Darmanin, è stata il volto più esacerbato.

 

Le lotte LGBTQ hanno continuato a diffondersi, in pride radicali e sui social media.

Tutte queste lotte si risuonano a vicenda, si mescolano e affrontano uno Stato e una forza di polizia che perpetuano e accentuano anche le oppressioni razziste, sessiste, LGBTQfobiche e rendono precaria una popolazione già in ginocchio.

 

Tenere insieme

Questi movimenti sono avvenuti tutti in tempi di pandemia, stato di emergenza, contenimento, coprifuoco. Mentre le nostre vite sono dettate dai discorsi napoleonici di un Macron ancora più arrogante di qualsiasi star di Hollywood. Abbiamo tenuto di fronte alla pandemia, mantenuto e consolidato i legami sociali dove il potere ha cercato di isolarci. Coniugare la realtà del rischio per la salute e la necessità di resistere agli attacchi antisociali e liberticidi. Abbiamo tenuto duro, ora è il momento di straripare.

A questo punto del testo, devi sicuramente vedere dove voglio andare a parare. Sarebbe inutile e pretenzioso credere che il movimento dei gilet gialli torni così, schioccando le dita, al richiamo di pochi personaggi e di qualche account Twitter. Non può esserci una stagione 2, perché i sequel sono sempre più blandi. Anche se il gilet tornerà sulle spalle di molte persone nel prossimo movimento. Anche se le rotonde tornano ad essere i punti centrali della mobilitazione, non può essere "il movimento dei gilet gialli". Sarà e dovrà essere più grande, più diversificato, indubbiamente più determinato. Ci saranno i giubbotti verdi, i giubbotti neri, i giubbotti rossi in un movimento arcobaleno, ingovernabile. Ci sarà condivisione di pratiche, di modalità di azione. Alcuni occuperanno quando altri bloccheranno. Alcuni avranno grandi mense e deliziosi barbecue per rifornire i rivoltosi stanchi. Tutto ciò che abbiamo imparato negli ultimi anni, chiunque siamo, ne trarrà beneficio. Abbiamo tessuto dei collegamenti. Leghiamoli in nodi.

Già nella primavera del 2018, pochi mesi prima del movimento dei gilet gialli e durante lo sciopero dei ferrovieri e l'occupazione delle università, diceva l'economista Frédéric Lordon:

 

"Tutti devono sapere che hanno i mezzi per far deragliare il convoglio. E' ciò che vogliamo ? Questo è il movimento di massa. Se l'offensiva è generale, vogliamo lo sfogo generale. Dobbiamo dire a tutti coloro che si sentono infelici che c'è una via d'uscita. Combattiamo, combattiamo, ora è il momento. "

La morte può aspettare

Le ragioni del movimento in arrivo sono molteplici e si sovrappongono alle ragioni dei vari movimenti sociali degli ultimi tre anni. Per molti, attanagliati dall'austerità, dalla precarietà, dalle molteplici oppressioni sistemiche o dalla distruzione delle libertà, si tratta di scendere in piazza o morire. E come ci dice bene l'ultimo 007, La morte può attendere, quindi scendiamo in piazza.

Aumenti di combustibili, gas, elettricità, ma anche grano e materiali come legno e acciaio.

Riforme antisociali, che ci rendono più precarie. (Assicurazione contro la disoccupazione / Pensioni)

Leggi contro la libertà: separatismo, sicurezza globale, stato di emergenza e pass sanitario

Pieno potere a una polizia e a uno Stato di tutte le repressioni, tutte le oppressioni

La proliferazione dei progetti di artificializzazione del territorio (GU 2024, Port du Carnet, Triangle de Gonesse)

A chi non vede un terreno comune nella lotta contro i gesti del potere dovrebbe essere offerta una consulenza oculistica. Dovrebbe bastare il semplice fatto che siano gli stessi ad avere potere decisionale su tutto quanto appena detto. Ma c'è molto in comune tra il sociale, il vivente e le libertà. Trittico interconnesso. Perché influenzano direttamente i nostri corpi.

Farla finita con la mascherata

Per finire, stiamo entrando nella grande mascherata del 2022 e state tranquilli, non c'è bisogno di cercare alcun candidato per un'alternativa desiderabile a quello che stiamo attraversando. La classe politica è senza fiato, gesticola. Guardiamolo da lontano, per ridacchiare di tanto in tanto durante un dibattito folcloristico tra uno Zemmour e un Mélenchon. Ma non cadiamo nella trappola di questi momenti di buffoneria. L'unica cosa che può tirarci fuori da una situazione del genere siamo Noi, insieme e nelle strade.

 

“L'evidenza ha cambiato lato: ci si chiede come avremmo potuto crederci. Tutto quello che hanno lasciato per loro è il frastuono della TV e gli stivali del CRS. Quasi nulla è cambiato, ma non è più come prima. […] È solo dalla comprensione della tua situazione che troverai i mezzi per impadronirti del 2022, per inventare i mille accordi insospettati, intimi, collettivi, linguistici, un respiro, un rifiuto, una folla, che cercheranno proprio di fermare questo brutto scherzo. Se non è per questa volta, sarà per la prossima, o per la prossima. Non sarai solo, perché l'evidenza che questa è una farsa davvero malvagia rende ogni tentativo di contrastarla infinitamente più condivisibile. Colpisci a caso, troverai.», Farla finita con il 2022, Lundi Matin

 

Non ci sarà nessuna stagione 2 dei gilet gialli. C ' è una nuova serie che sta per uscire, con una sceneggiatura completamente diversa. Un blockbuster che scotcherà tutti. Per partecipare, devi smettere di guardare Squid Game e muoverti sul set di riprese più vicino a te. Giù da casa tua. Per strada.

Non abbiamo la data di uscita precisa. Alcuni dicono che è meglio tenere la sorpresa. Prepariamoci, forse ci sarà un bel sole questo autunno o questo inverno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dichiarazione di RAWA sul 20° anniversario dell'occupazione dell'Afghanistan da parte di USA/NATO

Dopo vent'anni di guerra, il massacro di decine e migliaia di innocenti e la consegna dell'Afghanistan ai loro tirapiedi talebani (assicurando loro 85 miliardi di dollari in armi ed equipaggiamento militare), gli Stati Uniti e la NATO hanno parlato di "fallimento strategico" in Afghanistan. Oggi il nostro paese si trova in una situazione ancor più catastrofica rispetto al 2001: è in preda a terrorismo, barbarie, traffici mafiosi di droga, ingerenza di paesi stranieri e a altre miserie devastanti, e sta affrontando il collasso economico, la povertà e l'esodo di massa dei suoi cittadini. Si aggiunge la condizione delle donne, che sotto l'oppressione medievale dei talebani è la cosa più dolorosa. Tuttavia, le coraggiose proteste delle donne a Kabul e in molte altre province nei primi giorni della presa del potere da parte dei talebani e la loro resistenza di fronte ai loro miliziani armati hanno dimostrato che questi ignoranti non saranno mai in grado di imprigionare le donne afghane nelle loro catene tiranniche come hanno fatto durante il loro precedente regime.

Quando gli Stati Uniti e la NATO hanno portato al potere i fanatici jehadisti, all'inizio della loro occupazione dell'Afghanistan, l’8 marzo 2002 l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell'Afghanistan (RAWA) dichiarò che l’Afghanistan si sarebbe trovato ad affrontare un nuovo periodo disastroso:

“Non si può combattere una banda di fondamentalisti sostenendone un'altra. Nella loro guerra ai talebani e ad al-Qaeda gli Stati Uniti hanno usato i jihadisti dell'“Alleanza del Nord”, fornendo armi e supporto ad alcuni famigerati signori della guerra. Così facendo, gli Stati Uniti stanno di fatto aiutando i peggiori nemici del nostro popolo e continuando la stessa politica tirannica contro il popolo e il destino dell'Afghanistan che le amministrazioni statunitensi hanno adottato negli ultimi due decenni. I talebani e al-Qaeda non possono essere sradicati solo con la forza militare e finanziaria. La guerra ai talebani e ad al-Qaeda non può essere combattuta solo sul fronte militare e finanziario, ma anche sul fronte ideologico. Fino a quando la mentalità dei talebani e di Osama & Co. avranno spazio, assisteremo inevitabilmente all’esplosione della loro barbarie, in Afghanistan e in altre parti del mondo.

RAWA ha sempre e coerentemente affermato che in queste circostanze nessun potere, tranne quello del popolo stesso, porterà avanti una lotta seria contro il fondamentalismo; nella storia non esiste alcun precedente in cui una o più nazioni straniere, esse stesse sostenitrici di elementi fondamentalisti, abbiano garantito la libertà a una nazione tenuta in schiavitù da quegli stessi elementi”.

Gli intellettuali che hanno guardato con grande favore alla presenza statunitense e che hanno a più riprese dichiarato che l’Afghanistan si sarebbe trasformato “in un altro Giappone”, hanno cavalcato la massiccia ondata di propaganda e ci hanno accusate di "negatività" e di essere "un'organizzazione negletta", "che guarda solo al passato" e così via. Ma quando coloro che hanno biasimato RAWA sono rimasti orfani dopo la partenza delle forze USA e sono dovuti fuggire dall’Afghanistan nella disastrosa e umiliante evacuazione dall’aeroporto di Kabul, hanno improvvisamente iniziato a criticare gli Stati Uniti e le loro politiche.

I funzionari statunitensi si sono detti "sorpresi" dalla caduta di Kabul, ma in verità è andato tutto secondo i loro piani. Gli Stati Uniti, secondo la loro consueta politica, sono rimasti in Afghanistan per vent'anni, giocando al gatto e al topo con i talebani, finanziandoli e rafforzandoli in vista di un loro futuro utilizzo. La liberazione di diversi leader talebani dalla prigione di Guantanamo Bay, la rimozione di alcuni di loro dalla lista nera delle Nazioni Unite, la firma dell’accordo di Doha, l'apertura di un loro ufficio e il trasferimento dei loro leader in Qatar, il rilascio di oltre 5.000 degli assassini più selvaggi dalle prigioni dell'Afghanistan sono stati solo l’inizio per un loro ritorno al potere e per il loro riconoscimento, alzando il loro morale nell'escalation di guerra e uccisioni. Anche se Ashraf Ghani e i membri del suo entourage corrotto non fossero fuggiti in quel modo vergognoso, un triste destino era già segnato per il nostro popolo.

Durante i colloqui di Doha, i media occidentali e i servi del governo corrotto di Ghani, che includeva le figure più sporche e infami, hanno cercato di raccontare che i talebani erano "cambiati". Fawzia Koofi ha mentito spudoratamente agli afghani, dichiarando che “i talebani hanno una visione diversa delle donne e buoni progetti per loro”. Zalmai Khalilzad [lo statunitense di origini afghane voluto da Mike Pompeo, segretario di stato di Trump, quale “Rappresentante speciale per la riconciliazione in Afghanistan” N.dT.], che ha svolto un ruolo infido nel mantenere e sostenere il fondamentalismo in Afghanistan, è apparso in media come TOLO TV per cercare di indorare la pillola; recentemente ha chiesto persino aiuto a sua moglie, la malvagia Cheryl Benard, che in un articolo sul “National Interest” (24 agosto 2021) ha difeso spudoratamente i talebani per coprire l’amara verità, inventando “fatti” inesistenti e dipingendo questi criminali come "cambiati" e compassionevoli nei confronti del popolo.

Supponiamo che tutti, specialmente le donne afghane, dimentichino la barbarie, gli attacchi suicidi, gli attentati e i massacri avvenuti in meno di due mesi dall’inizio del governo dei talebani; ora però il nostro popolo ha capito quanto siano "cambiati" in virtù dei loro brutali attacchi alle donne, alle libertà individuali, a istruzione, scienza e arte, a media e stampa e ai crimini contro le minoranze etniche. Come previsto, nel loro governo ci sono solo i mullah, i religiosi e gli sceicchi formati nelle fucine di attentatori suicidi pakistani, la maggior parte dei quali sono anche nella lista nera delle Nazioni Unite. Questo è stato oggetto di pesante ironia anche da parte degli stessi afghani sui social media. Com'è possibile, per una forza dipendente da paesi stranieri e nemica di tutte le espressioni di una società moderna e umana, “cambiare” da un giorno all'altro e salvare la nazione?

D'altra parte, gli Stati Uniti e la maggior parte dei governi occidentali e regionali hanno cercato di stabilire relazioni con il regime talebano, chiedendo un "governo inclusivo" come una delle condizioni principali per riconoscere l'Emirato islamico. Alla fine, i talebani saranno i nemici della democrazia e delle donne, e violeranno i diritti umani più elementari.

Per i governi occidentali, salvaguardare i propri interessi strategici è molto più importante del destino di uomini e donne afgani e per questo sono disposti a fare qualsiasi accordo vergognoso con il regime talebano. Temono che l'Afghanistan e le sue enormi ricchezze minerarie restino interamente nelle mani di Pakistan, Cina, Russia, Iran e altri loro rivali, e non ne trarranno beneficio.

Il nostro appello alle persone e alle organizzazioni che amano la libertà e pacifiste degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali è di sostenere il popolo dell'Afghanistan in modo che questa terra e le sue sfortunate donne non siano ancora una volta preda delle politiche disumane delle potenze imperialiste.

Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti e la NATO hanno utilizzato slogan ingannevoli a favore delle donne afgane per giustificare la loro occupazione, il terrorismo e i crimini in Afghanistan. Un gruppetto di donne asservite è stato usato come simbolo dei successi delle donne; alcune di loro sono state insediate in posizioni di potere. Tuttavia, negli ultimi due decenni, la vita di milioni di donne afghane povere non è cambiata. I tassi di violenza, oppressione e abuso sessuale nei loro confronti hanno raggiunto nuove vette e abbiamo assistito alle peggiori atrocità.

Questi ultimi 20 anni di storia afghana hanno dimostrato che un paese che fa affidamento su una potenza straniera, in particolare gli Stati Uniti, dovrà affrontare il destino catastrofico che noi stiamo subendo. Purtroppo, a dispetto della realtà, diversi intellettuali asserviti hanno dato convintamente man forte all’impero statunitense, dipinto come il salvatore del popolo afghano, e hanno sbandierato i benefici della firma dell'accordo di sicurezza bilaterale. Rangin Dadfar Spanta ha definito spudoratamente chi si opponeva a questo accordo “nemico degli interessi nazionali”; Javed Kohistani l'ha definito “l'acqua della vita per l'Afghanistan”; Daud Muradian ha affermato che “questo accordo ci darà l'opportunità di volare” (cosa che è accaduta, ed è costata la vita a diverse persone che si sono aggrappate agli aerei che stavano decollando!); Daud Sultanzoi ha ridicolizzato il significato dell'indipendenza nel ventunesimo secolo, dicendo: "Dobbiamo avere forti alleati per trovare stabilità politica, economica e militare!" (e oggi è proprio grazie a questa “stabilità” che lui stesso si mette al servizio del sindaco talebano di Kabul!); Malik Sitez ha parlato con convinzione di "sicurezza, ricostruzione e modernizzazione delle infrastrutture dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti" oltre che "buon governo e protezione della democrazia e dei diritti umani" come risultati dell'accordo; Lina Roozbeh si è detta offesa per l’atto coraggioso della senatrice Belquis Roshan (che nella Loya Jirga ha urlato che il patto con gli Stati Uniti era un tradimento della nazione!), che ha definito “sciocco” e fatto solo per “diventare famosa”; la lista di queste dichiarazioni è lunga. Queste persone, se hanno ancora un minimo di coscienza, dovrebbero scusarsi per le loro osservazioni ostentate e americaniste.

Il ritiro degli Stati Uniti dall'Afghanistan non è dovuto a una "sconfitta militare" in Afghanistan, ma al graduale declino di questa superpotenza e ai suoi gravi problemi interni. I funzionari statunitensi hanno dichiarato che negli ultimi diciotto mesi nessuno dei loro soldati è stato ucciso nella guerra in Afghanistan: di quale “sconfitta” dovremmo parlare? La verità è che, negli ultimi anni, il catastrofico fallimento delle politiche imperialiste statunitensi in Siria, l'incapacità di sconfiggere il COVID-19, il fortissimo movimento di Black lives matter, la mostruosità chiamata Trump e lo scandalo dei suoi sostenitori che occupano il Campidoglio hanno mostrato al mondo il decadimento e l’aggravamento della crisi negli USA. I leader della Casa Bianca sono stati costretti a porre fine alla costosa "guerra più lunga della storia americana" e a concentrarsi maggiormente sulle questioni interne. Naturalmente, gli Stati Uniti non rinunceranno del tutto all'Afghanistan e cercheranno di mantenerlo come epicentro del terrorismo e dell'insicurezza per danneggiare gli interessi dei suoi rivali.

Analizzando l'attuale situazione disastrosa, l'Afghanistan dovrà vedere ancora giorni bui e dolorosi. Gli Stati Uniti e la NATO hanno già posto le basi per il trasferimento di altri gruppi terroristici, come l'ISIS, in Afghanistan e hanno annunciato che i loro attacchi con i droni continueranno (le principali vittime di questi attacchi, come in passato, saranno i civili innocenti). I talebani sono incapaci di soddisfare anche le minime esigenze della società e rafforzeranno la loro amministrazione solo attraverso la repressione dei manifestanti, il controllo dell'abbigliamento delle donne e la lunghezza della barba degli uomini attraverso il Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio.

Sebbene i talebani abbiano preso il potere non hanno posto nelle menti e nei cuori della cittadinanza e non saranno in grado di governare se non facendo affidamento sulla violenza e sul fascismo. Una nazione che ha capito che cosa significa acquisire conoscenza ed è diventata consapevole del progresso in tutto il mondo attraverso i media e i social media non può essere imprigionata a lungo nelle catene dell'ignoranza e delle leggi medievali. Data l'atmosfera di profondo odio e le proteste delle donne, che sono le prime vittime di questi criminali, la lotta per la liberazione e le rivolte popolari e una leadership indipendente in diverse parti dell'Afghanistan contro le potenze straniere, il desiderio dei talebani di avere un governo “regolare”non si avvererà mai.

L’abbandono del paese da parte degli occupanti americani e della NATO e la conseguente fuga dei loro scagnozzi, anche se accompagnata dall'ascesa dell'odioso regime talebano, a lungo termine apriranno la strada alla formazione di un movimento per la giustizia che coinvolga persone sinceramente democratiche che combatta il fondamentalismo e l’imperialismo. I traditori Jihadisti, che hanno la stessa mentalità dei talebani, e che sono una delle principali cause delle miserie odierne, sono stati immediatamente ripudiati perché non avevano un reale sostegno da parte della popolazione. Tuttavia, dai loro nascondigli, stanno ancora gridando alla "resistenza nazionale"; la loro vera natura deve essere smascherata in modo che la nostra nazione ferita non venga nuovamente ingannata.

In un momento in cui un'ondata di disperazione ha travolto la nostra nazione, specialmente tra i giovani e gli intellettuali che vogliono fuggire, l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell'Afghanistan (RAWA) invita tutti gli individui e le forze che vogliono libertà e rivoluzione a unirsi alla lotta e a utilizzare ogni possibilità, anche se rischiosa, per svolgere il proprio ruolo nel risanare le ferite profonde nel corpo e nell'anima della nostra terra e per lottare per mobilitare le masse. Coloro che eludono questa causa vitale con qualsiasi pretesto saranno svergognati dalla storia.

Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell'Afghanistan (RAWA)

 7 ottobre 2021

 

Da Osservatorio Afghanistan

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Il 15 ottobre a Roma c’era tantissima gente ed ognuno ha visto e vissuto il corteo in base alla parte in cui era posizionato. La manifestazione era già complessa di suo, per organizzazione, per composizione politica e sociale, per gli obiettivi che aveva, e gli eventi la hanno complicata ancora di più.

Non sbaglia chi ha detto che potevano essere 200.000 i partecipanti.

Era un corteo non controllabile perché nessun soggetto organizzato voleva o poteva controllare la piazza. La manifestazione d’altronde era nata come un appello europeo dal basso e al massimo qualcuno poteva provare a metterci un cappello politico senza però essere in grado di portare forze e organizzazione in piazza per determinare il corteo.

Subito in via Cavour questa cosa è stata palese visto che ogni spezzone aveva preparato azioni (simboliche o concrete) in modo indipendente e vari gruppi più o meno grandi sceglievano i propri obiettivi in modo del tutto autonomo. A metà di via Cavour, infatti, sono state date alle fiamme due Suv e un paio di banche oltre che sfondate le vetrine a una catena di supermercati.

Il corteo poi è proseguito per i fori imperiali e il Colosseo, come previsto, mentre dalla parte di piazza Venezia (la zona dei palazzi del potere), blindati e centinaia di poliziotti impedivano eventuali deviazioni.

I problemi veri sono iniziati a poche centinaia di metri da Piazza San Giovanni dove la polizia ha caricato il corteo rompendolo in tre tronconi dopo un’altra serie di incendi a auto e cassonetti e l’attacco a una casermetta della Guardia di Finanza. E da qui la polizia ha iniziato uno show conclusosi a piazza San Giovanni con i blindati che scorrazzavano fino in cima alla piazza per disperdere con gli idranti e a folle velocità la folla di manifestanti.

Da qui è partita una reazione di massa e scontri di due ore per impedire alla polizia di entrare in piazza San Giovanni. Due ore di caroselli coi blindati gettati a folle velocità e dall’altra parte centinaia e centinaia di giovani che tenevano la piazza con sassi e bombe carta.

L’apice è avvenuto quando i blindati hanno cercato di entrare nella piazza al lato di San Giovanni dove stava confluendo il corteo. Per fare ciò i blindati hanno speronato il camion dei Cobas spingendolo di forza nella piazza dei manifestanti. Poi c’è stato l’incendio della camionetta dei carabinieri che si è fermata in panne dopo che aveva cercato di rincorrere le persone fino sulle scalinate della chiesa rimanendo incastrata. Gli scontri poi sono continuati per altre 2 ore in altre zone della città.

La giornata del 15 ottobre era nata male, per altri è andata come era pienamente preventivabile che andasse.

Era nata male perché è stato scelto un “format”, quello della grande manifestazione autunnale con passeggiata e comizio finale che oltre ad essere desueta, non rispondeva certo alle esigenze di chi ha partecipato in massa sull’onda degli eventi nelle altre città europee dove, anche se con diverse forme e contenuti, la parola d’ordine era l’assedio ai palazzi del potere.

L’Italia però non era la Spagna degli indignados, ha altre tradizioni di movimento, altri numeri (più grossi) e altra organizzazione. Era improbabile riproporre il modello della “acampada”, ma era sicuramente più legittimante cercare forme e forzature per andare verso i palazzi del potere e cercare di rimanere lì. In piazza era tangibile questo desiderio. Sia chiaro, per andare laggiù c’era da fare forzature e scontri perché la questura era stata irremovibile vietando quella zona. Quindi deve essere altrettanto chiaro che senza forzature e rischi non vai da nessuna parte e l’unica alternativa è quella della passeggiata autunnale sotto il sole romano che pareva parecchio inappropriata per la situazione che c’era in Italia. Passeggiata che naturalmente fa comodo a chi aveva velleità elettorali o a chi voleva riiniziare una stagione sull’onda dei social forum 2001. Non andò così.

In piazza San Giovanni non c’erano i fantomatici black bloc ma migliaia di giovani che attaccavano la polizia, questa era la realtà.

 

Guarda "ROMA 15 OTTOBRE 2011 SCONTRI A PIAZZA SAN GIOVANNI ATTACCO DEI BLACK BLOC":

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