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Articoli filtrati per data: Thursday, 14 Ottobre 2021

Che si sia a favore o contro la vaccinazione di massa o il green pass non si può non cogliere quale sia l’operazione in corso a livello politico e mediatico dopo l’assalto alla sede della CGIL dello scorso sabato.

L’appello lanciato dal sindacato di Landini alle sensibilità antifasciste per una manifestazione questo sabato a Roma non ci vedrà partecipare. Lavoratori e lavoratrici, anche coloro che stremati e abbandonati mantengono una certa fiducia nella concertazione del sindacalismo confederale, avranno sempre la nostra solidarietà e la nostra partecipazione attiva alle lotte, ma non si possono ignorare le manovre che si celano dietro questo improvviso moto di antifascismo istituzionale. La pratica dell’antifascismo informa la nostra quotidiana azione nelle città, nei quartieri e nei territori dove lottiamo, ma oggi, come in altre occasioni negli ultimi anni l’utilizzo strumentale dell’unità antifascista al fine di conservare lo stato di cose vigenti impone la necessità di un ragionamento più approfondito. Mentre centinaia di compagni e compagne in tutta Italia pagano con processi e denunce la quotidiana prevenzione dal radicamento di compagini neofasciste nei contesti sociali, sempre più spesso lo spauracchio fascista viene utilizzato ad hoc per una rilegittimazione delle istituzioni che puntano a costruire un clima di unità nazionale in cui i conflitti sociali e il dissenso siano sempre più messi ai margini.

Già è iniziato il teatrino mediatico in cui si tenta di equiparare qualsiasi forma di rottura dell’ordine precostituito, in cui i No Tav vengono paragonati a Forza Nuova e la proposta di rendere l’organizzazione neofascista fuori legge diventa la scusa per le destre per rilanciare la campagna per la chiusura dei centri sociali e la repressione dei movimenti. La solita corrida di cui a beneficiare sono solo le compagini istituzionali.

Sabato non andremo alla manifestazione antifascista perche non intendiamo dare legittimità, avallare, camminare fianco a fianco con chi sta marciando sulle crisi di questa epoca. Questa narrazione dei fatti è ciò che fa comodo ai partiti, al governo, a Confindustria, ai ministeri perché possano continuare a gestire la pandemia usando la scusa del green pass, perché possano continuare a produrre indiscriminatamente, perché possano non fare niente per la tutela collettiva.

Non andremo alla manifestazione perché rifiutiamo questa retorica di unità nazionale, sappiamo che si tratta di finzione. È la stessa retorica utilizzata dai vari presidenti europei che davanti agli attentati alla sede di Charlie Hebdo sfilarono per le strade di Parigi per difendere le democrazie occidentali contro le barbarie, costruendo un teatro in cui la difesa della nazione nulla aveva a che vedere con la difesa della comunità reale. Ciò che andrà in scena sarà un fronte unito per preservare i privilegi di sempre e gli interessi di un ceto completamente avulsa dalla realtà.

Per essere antifascisti non ci sentiremo obbligati a scegliere un campo che non ci appartiene, per praticare l'antifascismo scegliamo ogni giorno da che parte stare.

Anche perché proprio mentre si suona l’allerta antifascista, le organizzazioni dell’estrema destra vivono una crisi profonda e sono ridotte al lumicino. Certo, se si ragiona di una diffusa mentalità reazionaria nel nostro paese non c’è nulla da eccepire, ma sarebbe da domandarsi di cosa è il risultato questa mentalità e soprattutto quali sono gli strumenti per affrontarla. Equiparare il neofascismo organizzato a chi nutre una serie di credenze, rancori e disagi è il modo migliore per spingere queste persone in quella direzione. La costruzione mediatica e politica di quanto successo a Roma è per lo più finta: non si può affermare che i fascisti stiano egemonizzando le piazze No Green Pass, sebbene ne siano una delle componenti. Piuttosto è evidente il loro tentativo di utilizzare queste movimentazioni per qualificarsi come forze antistituzionali in un momento di crisi sociale generalizzata. Così come non si può affermare che siamo vicini ad una resurrezione del fascismo nella sua forma storica. Il crescente autoritarismo nel nostro paese ha una chiara connotazione ed ha a che fare con la crisi di legittimità che da anni stanno subendo le istituzioni dello Stato neoliberale, sindacati confederali compresi. Semmai questo è il riflesso nello specchio del sistema odierno e di come funziona, di quali sono le priorità, di quanto le istanze della gente siano intrise di disillusione nei confronti della classe politica (si veda l’astensionismo di massa alle ultime amministrative), mentre con questa narrazione si prova a spostare il focus su un allarme simulato per nascondere le proprie responsabilità.

Responsabilità di cui i sindacati confederali dovrebbero assumersi una parte non indifferente. Se negli ultimi decenni l'individualismo e la difficoltà nel costruire rapporti di forza capaci di spostare gli equilibri sono state le caratteristiche principali con le quali ci si è scontrati ogni volta in cui sarebbe stato necessario organizzarsi contro un potere sfruttatore e disumano non è un caso. Una delle ragioni sta nella sottrazione dei sindacati confederali al loro ruolo storico facendosi totale espressione degli interessi dello Stato, delle aziende e non di chi lavora. In questo senso appellarsi a una solidarietà antifascista - che non tiene conto di questa lettura della realtà - non è altro che una richiesta frivola che sconta le mancanze di anni. In questi anni invece che tendere a una ricomposizione atta a rivolgere il proprio astio e la propria rabbia verso l'alto hanno dato prova di una sorda incapacità che ha avuto il risultato di accrescere questi afflati contro solidali, di alimentare la guerra fra poveri, di far intravedere la salvezza individuale come unica possibilità. C'è chi per comodità vuole indicare in queste tendenze un rinato fascismo, per noi significano solo la rivelazione del nostro tempo, duramente e violentemente neoliberista, senza medietà, senza possibilità di mediazioni, senza punti di riferimento perché è sempre più difficile trovare chi non ha paura di non accettare compromessi con la classe dominante e che non ha paura delle conseguenze che questo possa avere.

Leggiamo questo tempo secondo rappresentazioni del passato totalmente fuorvianti: dal 1921, ai moti di Reggio, alla cacciata di Lama. Quanto successo viene risignificato attraverso categorie farsesche, tanto dai forzanovisti che si fanno fare le foto davanti alla CGIL consapevoli del senso di quella immagine (non tanto per chi sta in piazza con loro, ma per chi coglie le implicazioni sottostanti), quanto da chi mutua eventi del passato per spiegare per immagini quanto sta accadendo. Ognuno piega queste immagini a proprio piacimento per confermare le proprie teorie, a riprova di quanto i social stiano plasmando nel profondo la soggettività. Un’inside joke in una politica sempre più separata dalla realtà sociale, per cui il dato vero rimane la gestione che le istituzioni stanno facendo della pandemia al fine di rilanciare sfruttamento e speculazione anche attraverso la frammentazione dei settori popolari su direttrici ben evidenti e l’opportunismo dilagante delle compagini politico-sindacali interne al quadro istituzionale. I fenomeni che abbiamo davanti sono qualcosa di nuovo, che sebbene contengano in sè alcune tendenze storiche di lungo corso non sono assimilabili in toto ad esse. Quindi osservarli con le lenti del novecento non fa che riprodurre la farsa che a sua volta alimenta una realtà che viene formata dalla visione della controparte e che apre le porte all’applicazione di strumenti e misure funzionali al dominio.

Un'immagine che davvero colpisce è quella del giorno dopo, le strette di mano e gli abbracci con il premier Draghi, artifice dell’ennesima epoca di attacco alla vita ed alla dignità di lavoratori e lavoratrici.

Certo, vedere le immagini di un assalto ad una sede sindacale può far male ed impressionare, specie quando loschi figuri si producono nelle loro comparsate mediatiche, ma prestarsi a questa farsa vuol dire accettare un ruolo in un copione già scritto in cui alla fine a spuntarla è chi vuole che nulla cambi. 

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Riceviamo e ospitiamo volentieri un testo scritto da compagne e compagni di Trieste presenti fin dagli albori delle mobilitazioni contro il green pass, che ne ricostruisce lo sviluppo e le direzioni. Per le specificità di quanto sta avvenendo in città, e l'accelerazione impressa dal movimento contro il green pass nelle ultime settimane, gli autori e le autrici ritengono indispensabile aprire con urgenza un dibattito sulle questioni che pone la piazza triestina. Dunque accogliamo l'appello alla diffusione ed al dibattito. Buona lettura!

Una prospettiva sulle mobilitazioni contro il Green Pass a Trieste  

Premessa 

Scriviamo questo contributo per provare a mettere nero su bianco l’esperienza che stiamo facendo da aprile, ed in particolare nell’ultimo mese e mezzo, all’interno del movimento contro il Green Pass a Trieste, sperando possa essere utile per il dibattito.  

Si tratta di un percorso che, per quanto ci è noto, ha acquisito una serie di specificità che lo differenziano da alcune altre piazze calde nel resto d’Italia, o che perlomeno lo smarcano da una lettura univoca, soprattutto adottando un punto di vista militante. Dopo i recenti fatti romani, infatti, è ritornata ad imporsi su tutto il movimento contro il lasciapassare verde l’ombra di un’egemonia fascista o comunque la sua interpretazione come un fenomeno piccolo borghese, assimilabile alle piazze dei commercianti per le riaperture, organizzate nell’ultimo anno e mezzo.  

Qua a Trieste, invece, abbiamo intravisto e attraversato delle potenzialità nuove, che danno forma ad un movimento per certi versi assimilabile ai gilet jaunes francesi, con una forte connotazione di classe e ben distante dalle derive destrorse che dominano la narrazione mediatica. Non si tratta di negare l’esistenza – in potenza – anche di queste derive, ma al contrario di aprire la complessità di questo movimento, senza ridurla ad un ammasso confuso di pulsioni egoiste, facile preda di gruppi neofascisti e della destra aperturista.  

Nascita  

Dalla primavera del 2021, e per tutta l’estate, si sono susseguite a Trieste diverse piazze che hanno messo in discussione la “verità sui vaccini” e finanche l’esistenza stessa – o la nocività - del virus Sars-Cov2. Diffuse prevalentemente tramite messaggi nelle chat, queste manifestazioni sono state organizzate, di volta in volta, da gruppi come il Movimento 3v (partito nato per opporsi agli obblighi vaccinali che proprio qua a Trieste ha visto il miglior risultato alle recenti elezioni comunali, guadagnando il 4,5 % dei voti – anche se con affluenza bassissima del 45%), o dall’Associazione Alister, storico presidio locale impegnato nella critica ai vaccini.  

Alcune di queste piazze – tuttavia – ci hanno colpito per composizione e discorsi all’opera, anche perché convocate da realtà parzialmente diverse e non completamente sovrapponibili ai due gruppi citati. Per citarne alcune, il No Paura Day Trieste del 2 maggio 2021, le svariate manifestazioni dei sanitari contro l’obbligo vaccinale per gli operatori del settore (svoltesi nei sabati tra aprile e maggio), la piazza sulle cure domiciliari precoci del 19 agosto e, infine, anche se non cronologicamente, le camminate/fiaccolate contro il coprifuoco dell'aprile-maggio 2021, in cui diverse centinaia di persone hanno deciso di sfidare questa misura da stato militare. Si è trattato di momenti in cui abbiamo notato una composizione trasversale, complessivamente una partecipazione molto ampia (nell’ordine delle migliaia di persone: numeri importantissimi, per una città come Trieste), e una serie di ragionamenti (non tutti, ovviamente) estremamente seri e articolati, che certamente non miravano a "buttare in vacca” il discorso sulla pandemia e la sua gestione, tentando, invece, di mettere a fuoco alcune critiche – a nostro dire più che legittime – rispetto al pensiero unico sul Covid ed il vaccino.  

Al tempo stesso, abbiamo notato che i partecipanti a queste piazze, in molti casi, anziché essere gli ignoranti novax di cui ci parlavano i giornali, si scoprivano molto inclini alla riflessione critica, ascoltavano gli interventi con grande attenzione: insomma, stavano lì anche per informarsi attraverso canali alternativi, e, con loro, lo stesso facevano anche quelli/e di noi che le frequentavano. Queste manifestazioni hanno ricevuto una censura senza precedenti da parte dei media locali, alimentando un odio verso quest’ultimi altrettanto inedito. Anche nelle giornate in cui le piazze o i cortei di violazione del coprifuoco erano gremiti, il giorno seguente poteva trovarsi a

malapena un trafiletto che catalogava come novax i manifestanti; in alcuni casi eclatanti, non vi era neppure quello.  

In aggiunta a queste considerazioni, in tutte le occasioni citate non abbiamo mai rilevato la presenza di gruppi organizzati fascisti, che invece ci saremmo aspettati: forse qualche faccia nota, ma di ben poco conto.  

Con la fine dell’estate, in virtù dell’attività sempre più intensa di Alister e 3V, le piazze si sono fatte più frequenti, iniziando a focalizzare il tema del green pass che nel frattempo prendeva corpo nelle misure governative.  

Gli ultimi eventi  

Il 31 agosto 2021 - dopo alcune discussioni con i pochi compagni e compagne dei giri militanti cittadini che avevano frequentato quelle piazze (sempre in forma individuale, e fuori dalle organizzazioni "ufficiali" triestine) e dopo un evento organizzato da un collettivo cittadino sul trinomio scienza/potere/capitalismo - decidiamo di prendere parola.  

Organizziamo un presidio in Piazza della Borsa con un volantino semplice, in cui ribadiamo l’opposizione al green pass e all’obbligo vaccinale (opposizione articolata su vari punti, dalla critica alla digitalizzazione e conseguente ristrutturazione capitalistica, alla questione delle classi pollaio nella scuola). Facciamo girare il volantino nelle piazze di cui sopra, sui muri della città e nelle svariate chat Telegram attive su questi temi (Piccolo inciso: ci pare interessante notare come la diffusione di chiamate e piazze avvenga quasi esclusivamente tramite gruppi telegram e whatsapp, in cui notiamo un forte bisogno di controinformazione, a cui, ci rendiamo conto, non siamo in grado di rispondere prontamente. Questione che - vista anche la prolifica quantità di video-interviste, messaggi vocali, contenuti che riempiono questi gruppi, spesso di provenienza ignota e altrettanto spesso con contenuti discutibili – ci chiama in causa direttamente).  

Ci presentiamo quindi alla “nostra” manifestazione con una serie di discorsi preparati con cura: dalla gestione della pandemia, la sanità territoriale, la questione delle classi pollaio, la digitalizzazione e la non neutralità della scienza, alle cause dell’estrattivismo e dello sviluppismo capitalista nella diffusione del virus, ed al ricatto lavorativo che sta prendendo corpo con l’introduzione del green pass, con scarico di responsabilità verso il basso operato sistematicamente dai governi, in questo anno e mezzo.  

Il presidio riesce bene, ci sono molte delle persone ormai abituate a partecipare a queste iniziative ed alcune nuove, attirate dai manifesti sui muri. Manca, invece, la stragrande maggioranza di quella "sinistra sociale" che di solito si mobilita. A seguito degli interventi preparati, prendono parola anche altre persone, grazie alla scelta del microfono aperto (insegnanti e studenti contro il green pass, un esponente di Alister ed uno di 3v - a patto di non fare comizi); riceviamo molti complimenti per i contenuti portati e le persone presenti manifestano l'intenzione di restare in contatto con noi. 

Prima di concludere il presidio, lanciamo dunque un appuntamento per un’assemblea cittadina. All’assemblea si presentano cento persone: la cosa ci spiazza perché a Trieste un numero così importante di presenze si vede raramente in queste occasioni. E’ evidente che nella pancia del corpo sociale si sta muovendo qualcosa di grosso, che i media mainstream irridono e anzi censurano.  

Come detto, di manifestazioni, nei mesi precedenti, se ne contano a decine, più o meno grandi, e tutte contribuiscono a creare un terreno, delle intese, delle frequentazioni, anche - se vogliamo - una cultura e dei riferimenti comuni: è la formazione di un popolo fuori dalle realtà abituali, estremamente composito e ricco.  

Non è tutto rose e fiori, non è sempre un ambiente congeniale a tutti noi, è spesso estremamente critico verso il vaccino (e anche i pochi compagni/e presenti hanno posizioni diverse, sul tema), riduzionista del virus, altre volte invece sorprende per la maturità delle posizioni che è in grado di esprimere. La domanda di fondo che risuona nelle nostre teste è la seguente: nello spettro dei possibili posizionamenti su su virus e vaccino, perché molto di quello che si discute in questi

ambienti dovrebbe essere per forza più distante da noi dal pensiero unico dei media e dalla gestione politica del governo Draghi e della scienza ufficiale? 

Le conseguenze di questa domanda non convincono tutti/e, spaccano anche l’ambiente antifascista locale, ed anche noi, a dirla tutta, ci troviamo spesso a disagio in questa posizione. Nonostante ciò, in questi ambienti riconosciamo anche una sinistra diffusa che venendo da noi ci dice semplicemente “grazie”, perché per la prima volta dall’inizio della pandemia percepisce l’apertura di uno spazio in cui esprimersi e incontrarsi. Più di questo, alcuni/e di noi, non sono lì semplicemente per osservare dubbiosamente quanto si sta muovendo, ma hanno – viceversa – molto da dire, hanno critiche e pratiche che vogliono portare in quelle piazze (in alcuni casi, le stesse che avremmo voluto agire nelle piazze del 2020 – le manifestazioni del IoApro – dove però qualunque operazioni ci pareva impossibile: i margini di quelle mobilitazioni erano, infatti, occupati dall’ingombrante presenza fascista e dalla composizione sociale mobilitata attorno alla figura del commerciante).  

Le assemblee del nascente comitato No Green Pass Trieste sono partecipatissime, lunghe, estenuanti, e si reggono su un equilibrio fragilissimo. Organizziamo turni di parola, restringiamo il limite di durata degli interventi e cerchiamo di moderare le discussioni per giungere a consensi o a votazioni a maggioranza, promosse esclusivamente per dirimere le questioni pratiche più urgenti. Nel coordinamento riconosciamo anche gruppi un po’ più organizzati, che fanno legittimamente il proprio gioco, pur quasi sempre nel rispetto delle regole imposte (no propaganda elettorale, mantenersi sui punti di critica condivisi). Dei fasci neanche l’ombra.  

Nel tempo si svilupperà una certa fiducia fra le/i partecipanti alle assemblee: ad ogni nuovo incontro, benché si aggiungano sempre più persone, migliora la capacità di tutte/i di stare in questo ambiente ed ognuno/a si sente realmente portavoce di questo movimento. Ci stupisce molto, infatti, quanto ogni impegno pratico (preparare, stampare, attaccare, distribuire i volantini, tradurli in sloveno, diffonderli nelle chat) sia onere realmente distribuito su tutte/i, portando ad una grande diffusione delle iniziative.  

Il coordinamento decide dunque di lanciare un corteo per lunedì 13 settembre. Il volantino è preparato da alcune persone del coordinamento: è fatto in word, la grafica è "da parrocchia". Ma non è questo il punto: sono i contenuti che passano, importa poco se con la grafica fighetta o meno. Centrale campeggia la scritta “Insieme vaccinati e non vaccinati” e subito sotto i pochi punti che il coordinamento sceglie come comune denominatore: il rifiuto del green pass, l’opposizione all’obbligo vaccinale, la denuncia del ricatto lavorativo, l’affermazione del diritto allo studio, la promozione delle cure domiciliari. Sul retro, alcuni contenuti ulteriori: il rifiuto di una digitalizzazione discriminatoria, il no alle limitazioni insensate della vita sociale e culturale, la centralità della democrazia e della costituzione. La costituzione italiana, per molte/i partecipanti al coordinamento, è – infatti – un capo saldo imprescindibile, nonostante i tentativi di alcune/i compagne/i di metterne in luce la sua natura contraddittoria. 

Sono punti, quelli riportati nel volantino, molto complessi, ma che sintetizzano al meglio i ragionamenti complessivi nati in seno al coordinamento no green pass, nella sua varietà di posizionamenti. Vi è, inoltre, una contrarietà chiave condivisa, quella alle discriminazioni, che permetterà di uscire da alcune empasse nelle discussioni, mai risolte del tutto, riguardo ai fascisti.  

Il 13 settembre, dopo qualche intervento veloce, si muovono in corteo circa 1500 persone: la parola d’ordine è ormai NO al GREEN PASS.  

A questa manifestazione, ne segue un'altra, il 20 settembre, rilanciata dalla stessa piazza e poi elaborata in assemblea. Qua avviene qualcosa di nuovo: il salto di qualità. Dopo la rottura del ghiaccio operata dal primo corteo, si presentano in piazza migliaia di persone: c’è di tutto, riconosciamo pezzi di indipendentismo triestino, sinistra diffusa, commercianti, operai, volti noti dell’estrema destra e della curva dello stadio, insieme a tutte quelle persone che si erano mobilitate nei mesi precedenti. 

La piazza, precedentemente appiattita sulle tematiche inerenti al vaccino, si apre ad un composizione che la fa diventare di massa. E’ un corteo popolare in cui stiamo relativamente a nostro agio, nonostante movimenti e presenze estremamente rischiose. A stretto giro, il coordinamento – che intravede una gran voglia di mobilitazione – lancia una nuova manifestazione. Cambia la giornata (non più il lunedì) e l’orario (non più la sera): sabato 25 settembre si mette, così, in marcia un nuovo, enorme, corteo. Per la prima volta, se ne accorgono anche i media, costretti a raccontare di manifestazioni partecipate da una fiumana di gente, come non se ne vedevano da tempo in città (fino al lunedì precedente, nonostante il corteo avesse mobilitato almeno 8 mila persone, i giornali parlavano, infatti, di piccole iniziative, partecipate da qualche centinaio di novax).  

Con questa osservazione, si apre la questione del rapporto del movimento con i media. Tra gli obiettivi che da subito vengono individuati dalle manifestazioni, ci sono, infatti, le sedi della Rai e del giornale locale Il Piccolo. Le tensioni maggiori, durante i cortei, si concentrano lì: è un movimento che non sopporta l’informazione tradizionale, la sua protervia, il suo schiacciamento sulle posizioni governative. Ma soprattutto, è un movimento che non sopporta la censura dei media e le etichette, che, per i dissidenti della versione egemonica sul Covid, sono diventate due nemiche profonde. E’ un elemento centrale che probabilmente la "nostra" area ha sottovalutato e poi abbandonato in tempi recenti: non eravamo noi a fare controinformazione?  

Il venerdì successivo, primo di ottobre, si è ormai a ridosso delle elezioni comunali, che si tengono lo stesso weekend. Il rischio di strumentalizzazioni è altissimo, diversi candidati si buttano nella folla alla ricerca di qualche voto. Eppure, di nuovo, si svolge un enorme corteo senza bandiere, che nessuno è capace di intestarsi. Anche perché in questa occasione, dopo le partecipazioni più morbide delle precedenti occasioni, intervengono in massa i portuali, spinti in particolare dal CLPT, il sindacato autonomo del porto internazionale di Trieste. Il CLPT aveva già iniziato a partecipare alle assemblee del coordinamento, rilanciando il bisogno ormai cresciuto in tutte/i di passare ad una fase successiva: fermare l'economia per essere ascoltate/i. Indicono quindi un'assemblea di portuali in cui capeggia il “se non può entrare in porto anche solo uno di noi perché sprovvisto di green pass, allora non entra nessuno”. All'assemblea vi partecipano anche persone attive nel coordinamento, e 

ci sono delle prese di posizione (anche se in quella sede non esplicitate in questi termini) di chiara solidarietà. Quando ai portuali viene domandato fuori dai denti se, qualora gli fossero stati concessi i tamponi gratuiti dall’autorità portuale, sarebbero rimasti comunque a fianco di tutti gli altri lavoratori e lavoratrici la risposta è chiara: "i portuali sono una categoria solidale, se il 15 non è stato abolito il green pass, il porto si blocca". 

E’ un’espressione di solidarietà di classe, per noi è chiaro. Viene messo agli atti dell'assemblea, poi resi pubblici sui media, ed inizia quindi una sinergia tra il coordinamento no green pass ed i portuali, che vede nella proclamazione di una seconda assemblea sindacale nelle ore del corteo (in modo da potersi astenere dal lavoro) il primo momento concreto.  

La loro presenza si fa visibile, formano uno spezzone grosso, incazzato, con fumogeni e cori da stadio. E’ una presenza enorme e ingombrante allo stesso tempo, ma contribuisce ancor di più ad articolare la composizione del movimento su una dimensione di classe. E’ il lavoro vivo contro il governo. Le parole d’ordine, già da un po’, sono “giù le mani dal lavoro”, “sciopero generale”, no al ricatto lavorativo, insieme al sempre più vibrante No Green Pass. La data successiva è dunque quello dello sciopero generale indetto dai sindacati di base dell’11 ottobre. Nel mentre prendono forma altri gruppi di lavoratori di varie aziende ed industrie, ci incontriamo, facciamo assemblee e manteniamo fisso l'orizzonte dello sciopero e del 15 ottobre, tutti assieme, al porto. Gli stessi sindacati di base, pur se su posizioni ancora distanti dal coordinamento e più in generale dal movimento di massa triestino, sono costretti a interloquire, anche se il rapporto risulta complicato e diverse persone del coordinamento si sentono trattate con un paternalismo poco fondato. Si decide di non calpestarsi i piedi e indire due cortei separati, nel rispetto delle reciproche istanze, ma la contaminazione reciproca è evidente. Il corteo del mattino, indetto dai sindacati di base, conta un migliaio di partecipanti, sui temi dell’opposizione al governo Draghi e alle sue politiche

confindustriali, lasciando emergere anche l’istanza contro il green pass. Il corteo del pomeriggio, del popolo contrario al lasciapassare verde, è di nuovo enorme, se possibile ancora più grande dei precedenti: le stime parlano di 20 mila persone, con la presenza visibile delle categorie lavorative auto-organizzate nell’opposizione al green pass: insegnanti, genitori e studenti, autisti, ferrovieri, tassisti, operai della Wartsila, della Flex, della Fincantieri, della Illy (per citare solo le aziende e le fabbriche più grandi della città).  

Quasi tutte lamentano l’assenza, se non la contrarietà, dei sindacati nella tutela dei lavoratori sotto il ricatto del green pass. Insieme a loro, i portuali, ormai sempre più dominanti nel quadro complessivo. Qui per la prima volta, probabilmente galvanizzati dal precedente romano del 9 ottobre, i gruppuscoli fascisti provano a mischiarsi concretamente negli spezzoni più caldi del corteo. Si registrano all’interno del corteo anche alcune incomprensioni sul messaggio politico, mai cambiato dal coordinamento contro il green pass e che tuttavia incontra anche delle polemiche. Non che in precedenza non fossero accadute delle tensioni: basti pensare al primo corteo di massa, quando la testa del corteo è entrata nella conclusiva Piazza Unità al grido di “No fascismo, No Green Pass”, in seguito ad alcuni movimenti sospetti di alcuni volti noti alla testa del corteo. Il coro, in quell’occasione, era stato ripreso spontaneamente da una parte del corteo, perché in modo naturale la misura del lasciapassare verde era stata accostata al fascismo storico e all’autoritarismo del governo. Ma è anche vero che nel corteo dell’11 ottobre, un gruppo sotto la prefettura di Trieste ha intonato l’Inno di Mameli sotto tre fumogeni tricolori, sintomo evidente di una presenza organizzata di gruppi anche fascisti, con l’immancabile sceneggiata del reparto antisommossa che si toglie il casco seguito dagli applausi dei più scalmanati, che fino ad un attimo prima insultavano la polizia a difesa del potere (tutti momenti simbolici assai cari alla destra nostrana).  

Queste sono alcune delle contraddizioni che si aprono con la generalizzazione del conflitto intorno al green pass, che inevitabilmente inciampa anche sulla presenza di una cultura di destra che negli anni si è ramificata nel corpo sociale. Non la si può negare, ma contestualizzare sì, soprattutto all’interno della complessa stratificazione del movimento contro il green pass triestino e dei cortei oceanici dove, di quell'episodio, si sono accorti pochissimi partecipanti ma moltissime telecamere. Si trattava infatti del momento in cui le delegazioni di rappresentanti dei lavoratori e del coordinamento scendevano dall'incontro in prefettura, richiesto dai portuali per comunicare ufficialmente la contrarietà totale al green pass.  

La composizione e le potenzialità  

Una cosa che salta all’occhio nei cortei triestini è la totale assenza di bandiere tricolori, immancabile simbolo a marcare il territorio dei settori della destra locale, soprattutto in una città come Trieste. Da subito, una delle indicazioni elaborate nel coordinamento è stata quella di non avere alcuna bandiera, tuttavia la facilità nel far rispettare questa norma è anche il sintomo del poco radicamento dei gruppi fascisti all’interno del movimento. È dunque anche una delle misure con cui valutiamo il tipo di generalizzazione che si è verificata nella lotta al green pass nella città di Trieste. Si è composto un popolo non per forza orientato a destra, ma profondamente legato alla dimensione del lavoro ed in forte opposizione al governo del banchiere draghi (“Caro Draghi, la ricchezza sociale la fanno i lavoratori in questo paese” si sente spesso ripetere dall’impianto in testa), il tutto unito ad una diffusa critica all’informazione di potere (anche sul vaccino, innegabile), all’autoritarismo, e quindi, più in generale, estremamente critico alle valutazioni politico-sanitarie del potere costituito. E’ evidente che, se la sua parola d’ordine è l’opposizione radicale al green pass come strumento vessatorio, non sanitario e illegittimo, si tratta di un movimento che si alimenta a partire da diverse linee culturali: la critica al vaccino sperimentale, lo smascheramento di un qualche complotto pandemico, la sfiducia nelle istituzioni, la confusione della campagna vaccinale e dell’introduzione del lasciapassare verde, un malcontento sociale generalizzato, come anche – cosa ampiamente ribadita – la questione del ricatto lavorativo. 

Noi pensiamo che cosa e come prevale non sia una questione decisa in anticipo, come vorrebbe una certa sinistra barricata in casa dalla paura del popolo là fuori, ma da chi e cosa interviene al suo interno. Il movimento contro il green pass, nella sua complessità e ampiezza, è un campo aperto di forze, un'energia nuova, non certo un corpo omogeneo, ed è forse proprio questo uno dei motivi del nostro coinvolgimento appassionato nell’ultimo mese e mezzo.  

Di questo movimento, possiamo dunque tracciarne per ora un’evoluzione, che ci permetta di intravederne i possibili sviluppi. Se era parso fin dall’inizio che il popolo di cui si alimentava era di estrazione trasversale, qualcosa è sicuramente accaduto nella sua composizione sociale. Negli ultimi cortei, in vista soprattutto della scadenza del 15 ottobre (che generalizza le categorie lavorative obbligate a esibire il lasciapassare per poter lavorare) la presenza dei lavoratori e delle lavoratrici ha assunto sempre più rilevanza, se non in termini quantitativi, sicuramente in termini politici, nel messaggio che esprime e nelle modalità con cui prende corpo. L’intervento dei portuali, come si diceva, ha sicuramente aiutato in questo processo, ma non è il solo elemento. Proprio mentre i lavoratori portuali iniziavano a mobilitarsi, infatti, lo stesso accadeva in modo auto-organizzato tra gruppi di lavoratori nelle proprie aziende.  

È qualcosa che a noi sembra molto rilevante, e pensiamo che il contributo dato attraverso il coordinamento sia stato anche quello di creare una piattaforma comune, di piazza, dove esprimersi, riconoscersi, organizzarsi e non soccombere isolati e schiacciati. Verso il blocco del porto? La promessa è stata fatta, ormai pubblicamente e più volte. Da Trieste cerchiamo di essere pronti, la percezione (e la responsabilità) qui, probabilmente falsata rispetto alla scala nazionale, è quella di essere a pochi metri dal traguardo. Ci immaginiamo in tante/i ai varchi del porto, ad oltranza, fino all’abolizione del green pass, in un momento di conflitto generalizzato.  

Su questo vorremmo sottolineare due punti:  

1) Accorreranno in molti quel giorno, anche da fuori città, il rischio che arrivi qualcuno a metterci il cappello come hanno fatto a Roma esiste ed è contrastabile anche con una presenza opposta, nella prospettiva che sia un momento realmente popolare grazie all’intelligenza di chi vorrà esserci. 2) Sappiamo che una vittoria o ulteriori sviluppi di questo movimento sociale potranno avvenire solo con una resistenza e una presenza diffusa, e non solo nella città di Trieste. 

Alcune compagne e compagni di Trieste 

Alleghiamo anche la testimonianza ai microfoni di Radio Onda d'Urto di compagno triestino attivo fin dall’inizio nel cordinamento No GreenPass:

 

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Quello che è accaduto lunedì alla Dreamland non deve più accadere. Quello che è successo alla Dreamland è già successo alla Texprint, alla Gruccia Creations, alla DS di Montemurlo. Operai che manifestano pacificamente aggrediti da sgherri armati capitanati dai padroni delle aziende. Operai che finiscono in ospedale per aver rivendicato di lavorare 8x5 e non più 12x7. Quello che è successo alla Dreamland è successo perché fino ad ora, e tutt’ora, queste aggressioni di matrice mafiosa si sono consumate nell’indifferenza, nel silenzio delle istituzioni e della politica, nell’inerzia della Questura, nelle complicità sempre meno celati di cui questo sistema di sfruttamento gode sul territorio.

Nel 2018 alla DS di Montemurlo due delegati sindacali venivano aggrediti con spranghe, coltelli e bottiglie. Le loro denunce finivano nel vuoto. Oggi sono gli operai sotto processo per essere usciti un giorno di luglio dalla loro fabbrica per conquistare un contratto regolare.

Nel 2019 alla GrucciaCreations, gruccificio di via dello Sprone, azienda collegata alla stessa proprietà della Dreamland un commando di dieci uomini armati di tirapugni attaccava i lavoratori in sciopero. Otto operai feriti. Aggressione documentata da video. Polizia presente. Otto denunce per lesioni, tutte archiviate dalla Procura. Anche in questo caso, è il sindacato sotto processo invece per il sit-in davanti alla fabbrica: “manifestazione non autorizzata”. Davanti a quella fabbrica venivano invece notificati i fogli di via a Sarah e Luca, coordinatori del sindacato: “soggetti socialmente pericolosi”.

Giugno 2021, Texprint. Un commando di quindici uomini armati di battoni e bastoni attacca i tre lavoratori rimasti al presidio. Prognosi fino a 30 giorni. Presidio sindacale devastato. Nei video si riconoscono due soci dell’azienda, il rappresentante legale Hong Bo ed il “famoso” Zhang Sang Yu, noto per i suoi rapporti – certificati da TAR e Consiglio di Stato pronunciatosi sull’Interdittiva Antimafia a carico dell’azienda – con il boss della Ndrangheta calabrese. Tutto tace. Il Sindaco, interpellato sul caso, non condanna l’azienda e parla di “rissa” puntando il dito ancora una volta contro lavoratori e sindacato. Nessuna conseguenza per gli aggressori.

Ripetiamolo insieme: quello che è successo alla Dreamland è successo perché era già successo prima, nel silenzio delle istituzioni e nell’impunità.

Chi come risposta a quello che è accaduto invoca i controlli nelle aziende non ha capito nulla. Di questa storia e delle altre. Quello che è successo alla Dreamland è successo perché i controlli e le sanzioni , con gli strumenti normativi attuali, non sono la soluzione. Lunedì eravamo davanti alla Dreamland dopo che a luglio facevamo con i lavoratori segnalazione all’Ispettorato del Lavoro. Scattava il controllo in fabbrica, scopriva il lavoro nero, i turni massacranti, l’illegalità totale. L’attività veniva sospesa, e venivano fatte le sanzioni. Il giorno dopo l’azienda paga le multe e torna aperta. Il giorno dopo tutto è come prima: lavoro nero, turni massacranti, illegalità totale. Unica differenza: chi ha denunciato no riceve più il suo stipendio per ritorsione. Questa non è la storia della Dreamland ma di tutte le aziende del distretto colpite dai controlli. Si paga e si ricomincia, come prima. Il motivo è semplice: sfruttare e pagare le sanzioni conviene. Dai nostri conteggi emerge un risparmio tra tasse, contributi e retribuzioni che oscilla tra i 2800 euro ai 3900 euro al mese per ogni dipendente impiegato su turni 12x7 a salari da fame. Le multe, messe a confronto con la mole di “risparmio” sul costo del lavoro, fanno il solletico. Ma questo sembra non volerlo vedere nessuno. In particolare chi amministra la città con in testa il Sindaco Biffoni. Certo, più facile continuare a “sbandierare” i numeri di controlli, sanzioni e sospensioni di attività e fingere che “tutto sia sotto controllo” piuttosto che ascoltare e capire come stanno le cose nei capannoni il giorno dopo. Questo lusso, chi in questi capannoni ci lavora, non se lo può permettere. Lo sciopero e la lotta sono una forma di legittima difesa di fronte ad un sistema che schiaccia, offende, svilisce la vita e la dignità umana.

Ripetiamo insieme: chi invoca i controlli nelle aziende non ha capito nulla: Chi come risposta a quello che è accaduto invoca i controlli nelle aziende non ha capito nulla.

E quindi? Le politiche di contrasto allo sfruttamento degli ultimi venti anni hanno fallito. E lo sfruttamento nel distretto invece di diminuire è aumentato. Questo è un dato di fatto. Serve altro? A noi no. E infatti da tre anni ci siamo rim-boccati le mani e abbiamo iniziato a mettere le mani nella m****, cercando di costruire soluzioni nuove, dal basso. Abbiamo messo al centro l’idea che solo i lavoratori sfruttati possono essere i protagonisti del loro riscatto, e che il sindacato doveva essere lo strumento per camminare su questa strada. Per costruire unità, solidarietà, coscienza. Per essere più forti e non farsi schiacciare. Anzi, per rialzarsi. Dopo tante battaglie, tutte vinte dopo scontri lunghi e duri ai cancelli, ci siamo riuniti nel primo “8x5Meeting”. Per continuare a costruire dal basso soluzioni ai problemi e alle ingiustizie che produce questo distretto. Lo abbiamo fatto con professori universitari, ricercatori, avvocati, medici, comitati, insegnanti, volontari. Ma soprattutto, con gli operai. Ma tutti assieme. Abbiamo parlato di sfruttamento, efficacia dei controlli, strumenti normativi, diritto alla salute, nocività delle produzioni sul territorio, sicurezza sul lavoro, diritto alla cittadinanza, permessi di soggiorno. Lo abbiamo fatto mettendo insieme le esperienze di lavoro, di vita e di lotta con le competenze, le idee e i punti di vista più diversi. E’ da un confronto simile che possono nascere soluzioni nuove, soluzioni vere. I lavoratori della GKN ce lo hanno insegnato. Loro hanno detto: “una legge contro le delocalizzazioni può nascere solo dalle teste dei lavoratori, non sulle teste dei lavoratori”. Noi diciamo: “una riforma delle norme contro lo sfruttamento in fabbrica può nascere solo dalle teste dei lavoratori, non sulle teste dei lavoratori”. E abbiamo intenzione di rilanciare questa idea con nuovi incontri. Il progetto di legge su controlli, sicurezza e lavoro nero depositato in parlamento rischia di essere l’ennesima occasione persa per fare davvero qualcosa.

Con queste convinzioni sabato torneremo a manifestare. L’appello a tutta la cittadinanza è a unirsi alla manifestazione che inizierà alle 15:00 davanti alla Dreamland, in via Galvani n.15. Da lì percorremo insieme le strade del Macrolotto. Perché non accada mai più, c’è bisogno di una risposta pacifica e determinata di tutta la città. C’è bisogno che questi luoghi invisibili dove cova lo sfruttamento siano attraversati da un vento nuovo di cambiamento.

 

SABATO #16OTTOBRE H.15:00

MANIFESTAZIONE A PRATO

Partenza ore 15:00 dalla Dreamland (via Galvani n.15)

 

SI COBAS PRATO

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La scrittrice si è rifiutata di vendere i diritti di traduzione in ebraico del suo ultimo romanzo “Beautiful World, Where Are You” a causa della sua posizione sul conflitto israelo-palestinese.

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Lucy Knight – 12 ottobre 2021

Immagine di copertina: Il libro “Beautiful World, Where Are You “è stato lanciato in occasione di un evento sold-out a Waterstones – Londra a settembre. Fotografia: Vickie Flores/EPA

Sally Rooney ha rifiutato un’offerta dall’editore israeliano che ha tradotto i suoi due precedenti romanzi in ebraico, a causa della sua posizione sul conflitto israelo-palestinese.

Il secondo romanzo dell’autrice irlandese “Normal People” è stato tradotto in 46 lingue e ci si aspettava che “Beautiful World, Where Are You2 raggiungesse un numero simile. Tuttavia, i diritti di traduzione in ebraico non sono ancora stati venduti, nonostante l’editore Modan abbia fatto un’offerta.

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Sally Rooney. Fotografia: David Levenson/Getty Images

In una dichiarazione rilasciata martedì, Rooney ha spiegato la sua decisione, scrivendo che mentre era stata “molto orgogliosa” che i suoi romanzi precedenti fossero stati tradotti in ebraico,  ora ha “scelto di non vendere questi diritti di traduzione a una casa editrice con sede in Israele”.

La dichiarazione ha esplicitato il suo desiderio di sostenere il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), una campagna che lavora per “porre fine al sostegno internazionale all’oppressione israeliana dei palestinesi e fare pressione su Israele affinché rispetti il ​​diritto internazionale”.

“All’inizio di quest’anno, il gruppo Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto intitolato “A Threshold Crossed: Israel Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution”. Quel rapporto, che arriva sulla scia di un rapporto altrettanto dettagliato della più importante organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, ha confermato ciò che i gruppi palestinesi per i diritti umani affermano da tempo: il sistema israeliano di dominazione razziale e segregazione contro i palestinesi soddisfa la definizione di apartheid ai sensi della legge internazionale”, si legge nella dichiarazione di Rooney.

“Naturalmente, molti stati diversi da Israele sono colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani. Questo era vero anche per il Sudafrica durante la campagna contro l’apartheid. In questo caso particolare, sto rispondendo all’appello della società civile palestinese, compresi tutti i principali sindacati palestinesi e i sindacati degli scrittori”.

Rooney ha proseguito riconoscendo che non tutti saranno d’accordo con lei, ma che non riteneva giusto collaborare con un’azienda israeliana “che non si distanzia pubblicamente dall’apartheid e non sostiene i diritti del popolo palestinese sanciti dalle Nazioni Unite.

“I diritti di traduzione in lingua ebraica del mio nuovo romanzo sono ancora disponibili e se riesco a trovare un modo per vendere questi diritti conformemente alle linee guida del boicottaggio istituzionale del movimento BDS, sarò molto lieto e orgoglioso di farlo. Nel frattempo vorrei esprimere ancora una volta la mia solidarietà al popolo palestinese nella sua lotta per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza”, ha affermato.

Il comunicato conferma la notizia pubblicata il mese scorso dal quotidiano israeliano Haaretz, secondo il quale “quando Modan si è avvicinato all’agente di Rooney nel tentativo di firmare un altro accordo di traduzione, l’agente ha annunciato che Rooney sostiene il movimento di boicottaggio culturale su Israele e quindi non approva la traduzione in ebraico”.

A maggio, la scrittrice  30enne ha firmato una lettera contro l’apartheid, che chiedeva “una cessazione immediata e incondizionata della violenza israeliana contro i palestinesi” e chiedeva ai governi di “tagliare le relazioni commerciali, economiche e culturali”. Nan Goldin, Mykki Blanco e Naomi Klein erano tra gli altri firmatari.

Gitit Levy-Paz, membro del Jewish People Policy Institute, ha scritto un articolo per la piattaforma di notizie ebraica Forward criticando la decisione dell’autrice. “L’essenza stessa della letteratura, il suo potere di portare un senso di coerenza e ordine nel mondo, è negata dalla scelta di Rooney di escludere un gruppo di lettori a causa della loro identità nazionale”, ha affermato.

Altri hanno sostenuto che Rooney aveva ragione a prendere questa posizione e sostenere il BDS. L’editore della rivista “Tribune” Ronan Burtenshaw ha scritto che la decisione della scrittrice “non è stata una sorpresa”, sulla base delle sue precedenti affermazioni. “Non puoi pubblicare con Modan e rispettare il boicottaggio. Semplice.”

All’inizio di quest’anno, Roger Waters, il co-fondatore dei Pink Floyd, e la cantautrice Patti Smith, avevano assunto una posizione simile a quella di Rooney, unendosi a più di 600 musicisti nella firma di una lettera aperta che incoraggia gli artisti a boicottare le esibizioni presso le istituzioni culturali israeliane al fine di “sostenere il popolo palestinese e il suo diritto alla sovranità e alla libertà”. Nel 2018 sul Guardian  fu pubblicata una lettera aperta in cui gli artisti chiedevano il boicottaggio dell’Eurovision Song Contest 2019, ospitato in Israele.

“Beautiful World, Where Are You2 ha raggiunto la vetta delle classifiche dei libri del Regno Unito da quando è stato pubblicato a settembre, vendendo più di 40.000 copie nei primi cinque giorni di vendita e battendo del 1.200% le vendite del primo giorno di “Normal People2 nella lista di Booker a Waterstones. Sia “Normal People” che il primo romanzo di Rooney, “Conversations with Friends2, sono stati adattati per la TV, con le riprese di quest’ultimo a partire dall’aprile di quest’anno.

Rooney non è la prima autrice a rifiutare la traduzione in ebraico per motivi politici. Nel 2012 Alice Walker, autrice vincitore del premio Pulitzer “Il colore viola”, rifiutò l’autorizzazione per una traduzione in ebraico del suo romanzo a causa di quello che definì lo “stato di apartheid” di Israele.

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” - Invictapalestina.org

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