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Articoli filtrati per data: Wednesday, 13 Ottobre 2021

Riprendiamo il testo del volantino che ha distribuito Ecologia Politica Torino in occasione dello Sciopero Generale dell’11/10/21 lanciato dal sindacalismo di base. Buona lettura!

Proponiamo un inizio di dibattito intorno al tema dell’aumento delle bollette da un punto di vista ecologista e di classe, con l’intenzione di continuare a ragionarci allargando il confronto a tutti i soggetti coinvolti.

Come è noto, da questo mese è previsto un rilevante aumento del costo delle bollette: si parla di un 30% per quanto riguarda l’energia elettrica e di circa 15% per il gas. La ripresa della domanda globale successiva alla fase più acuta della pandemia sembra essere l’asse principale di questo aumento. L’offerta di energia nel 2021 non è stata in grado di crescere allo stesso ritmo della domanda, anche a causa del progressivo esaurimento delle fonti fossili, come il gas, che si dimostra una risorsa assolutamente non affidabile e dal prezzo fortemente pilotabile.

Ma l’aumento delle bollette è soprattutto uno dei primi fenomeni delle politiche di quella che viene definita “transizione ecologica”. Lo stesso governo italiano parla di “costi sociali della transizione ecologica”: la svolta verde del nostro sistema produttivo non si potrebbe realizzare senza dei sacrifici da parte della popolazione. In effetti, molti tra i fattori che influenzano l’aumento dei costi dell’energia sono direttamente legati alle politiche economiche messe in campo per contenere i costi di produzione di CO2 e di utilizzo di fonti fossili, come le carbon tax e la finanziarizzazione del mercato energetico.

Ma di quali costi si parla se Eni ha fatturato un utile netto di 1,2 miliardi nell’ultimo semestre ? È evidente che il costo crescente dell’energia sta venendo scaricato unicamente sul pubblico e sui consumatori. La stessa politica che ha scommesso tutto sul gas e in grandi opere come il TAP, ritardando una transizione che si sarebbe dovuta avviare almeno un decennio fa, ora sceglie di farci pagare questa scelta sbagliata. Quello che si sta materializzando non è il costo della transizione, ma di decenni di intenzionale sostegno a un modello inquinante, ingiusto e radicato nelle fossili.

Quello del governo italiano però non è però l’unico modo di affrontare le problematiche legate alla transizione ecologica: in Spagna e nel Regno Unito per esempio si considerano misure orientate a stabilire un tetto massimo sul prezzo regolamentato del gas. I costi della transizione potrebbero essere fatti pesare su chi vuole trarne profitto? Quali possono essere le alternative per una transizione ecologica dal punto di vista della classe lavoratrice?

Due cose ci sembrano sicure:

1.La transizione ecologica prospettata dal ministro Cingolani, che punta sulla centralità del gas come fonte energetica principale, è insufficiente a garantire una reale preservazione dell’ambiente e dei territori.

2.Neanche il passaggio da un sistema energetico “fossile” ad uno fondato sulle fonti rinnovabili risolverebbe la questione sociale della transizione: se il modello energetico e produttivo rimarrà lo stesso, ovvero centralizzato e fondato su mega-impianti, gli unici a guadagnarci saranno ancora una volta i profitti delle grandi compagnie.

Ciò di cui abbiamo bisogno è sicuramente comprendere che la transizione ecologica è uno dei problemi fondamentali di questo momento storico, che è necessario informarsi e formarsi, organizzarsi subito per non pagarne i costi sociali e ambientali!

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E finalmente il giorno dell’incontro delle ribellioni è arrivato anche su questa malridotta geografia che convenzionalmente chiamiamo Italia. La Gira zapatista, la Traversata per la vita, arriva in parecchie città, con decine di incontri in cui, secondo un linguaggio che ci è caro, semi incontreranno altri semi per ascoltare, raccontare, scambiare esperienze e opinioni su come si possa resistere al dominio del denaro e del capitale sulle persone, cioè su come si possa difendere la vita. Per farne cosa? Per imparare insieme a costruire molti altri mondi in cui si affermino la ribellione e la dignità, la felicità di ogni essere vivente. È abbastanza assurdo, no?

A 529 Anni dal viaggio di Cristoforo Colombo e dall’inizio della Colonizzazione delle Americhe… #AntiColumbusDay Ad altrettanti anni di Resistenza Indigena suggellati dal 25° anniversario della nascita del CNI Congreso Nacional Indígena… #FestaDeiPopoliOriginari Inizia la #GiraZapatista nella nostra Penisola + Isole!

Un momento costruito in un anno di incontri, percorsi, relazioni tra territori diversi, vicini e più lontani, uniti dallo stesso intento, di offrire un’accoglienza degna a popoli indigeni che dal Chiapas e dal Sud Est del Messico hanno deciso di intraprendere un Viaggio per la Vita!

#EZLN#CNI#CIG e #FronteDelPopolo in difesa della Terra e dell’Acqua di Morelos, Puebla e Tlaxcala hanno deciso di ripercorrere al contrario la rotta di Colombo e Cortés e di Invadere l’Europa, già ribattezzata SLUMIL K’AJXEMK’OP (Terra che non si rassegna o Terra Indomita), seminando una scia di Vita, Lotta e Bellezza al contrario di quello che fecero i colonizzatori europei con al seguito Morte, Schiavitù e Devastazione.

 Ci saranno decine di appuntamenti e di incontri, di scambio, di semi che incontrano altri semi, alcuni aperti e pubblici, di fiesta, condivisione e locura oppure di confronto di esperienze pluridecennali di Resistenza in tutto il Pianeta, altri ancora intimi e piccoli che metteranno in contatto le Lotte dei nostri territori a quelle Rivoluzionarie del Chiapas dove da più di 30 anni si sta svolgendo un pezzetto di quell’Altro Mondo Possibile, senza sfruttamento della Terra nè della Dignità Umana, che in Diverse parti del Mondo tutte le persone che Lottano e Resistono al Capitalismo stanno provando a costruire.

Ovunque e sempre attent*: Alla Salute di chi incontriamo, pretendendo le giuste pratiche di tutela sanitaria e utilizzando i relativi dispositivi. Alla Sensibilità di chi incontriamo, rispettando la temperatura emozionale, evitando categoricamente lo sfruttamento socialmediatico e momenti di incoscienza collettiva ed individuale. L’invasione da una geografia Europea si irradierà per tutta al Penisola fino alle Isole coinvolgendo #12Macroaree di cui di seguito trovate la lista (in aggiornamento) e alle quale fare riferimento per avere maggiori informazioni:

- PIEMONTE Mail : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

- NORDEST Mail : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

- LOMBARDIA Mail : a breve…

- LIGURIA Mail : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e/o Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

- TOSCANA EMILIA ROMAGNA Mail : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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NAZIONALE : https://girazapatista2021italia.noblogs.org/

Gli aggiornamenti e tutte le informazioni sul viaggio li trovate su Lapaz

Se tu potessi andare in tutti quegli angoli di questo pianeta morente, cosa faresti? Beh, non lo sappiamo. Ma noi, zapatiste e zapatisti, andremmo ad imparare. Certo, anche per ballare, ma una cosa non esclude l’altra, credo. Se ci fosse questa opportunità, saremmo disposti a rischiare tutto, tutto. Non solo la nostra vita individuale, ma anche la nostra vita collettiva. E se questa possibilità non esistesse, lotteremmo per crearla. Per costruirla, come se fosse una nave. Sì, lo so, è pazzesco. Qualcosa di impensabile. Chi penserebbe che chi resiste alla centrale termoelettrica in un minuscolo angolo del Messico, possa interessarsi alla Palestina, ai mapuche, ai baschi, al migrante, all’afroamericano, alla giovane ambientalista svedese, alla guerriera Curda, alla donna che combatte in un’altra parte del pianeta, in Giappone, in Cina, nelle Coree, in Oceania, in madre Africa?

Non dovremmo, invece, andare, per esempio, a Chablekal, nello Yucatán, nella sede di Equipo Indignación e chiedere: “Ehi! Siete di pelle bianca e siete credenti, chiedete scusa!”? Sono quasi sicuro che risponderebbero: «nessun problema, ma aspetta il tuo turno, perché ora siamo [email protected] ad accompagnare coloro che si oppongono al Tren Maya, coloro che subiscono espropriazioni, persecuzioni, carcere, morte». E aggiungerebbero:

«Inoltre dobbiamo rispondere all’accusa che il supremo ci fa di essere finanziati dai progressisti come parte di un complotto interplanetario per fermare la 4T». Di quello che sono sicuro è che userebbero il verbo «accompagnare», e non «dirigere», «comandare», «condurre».

O meglio dovremmo invadere l’Europa al grido di «Arrenditi viso pallido!», e distruggere il Partenone, il Louvre e il Prado e, invece di sculture e dipinti, riempire tutto con ricami zapatisti, specialmente di mascherine zapatiste – che, per inciso, sono efficaci e carine; e invece di pasta, crostacei e paella, imporre il consumo di mais, cacaté e yerba mora; al posto di bibite, vini e birre, pozol obbligatorio; e chi esce senza passamontagna, multa o carcere (sì, facoltativo, perché non bisogna neanche esagerare); e dichiarare «E a quei rockers, marimba obbligatoria! E d’ora in poi solo cumbias, basta con il reggaeton (ti tenta, vero?)! Su, tu, Panchito Varona e Sabina, e gli altri del coro, cominciate con «Cartas Marcadas», e in loop, anche se sono le dieci, le undici, le dodici, l’una, le due e le tre … e poi basta, perché domani dobbiamo alzarci presto! Ehi tu, ex re dei fuggiaschi, lascia in pace quegli elefanti e comincia a cucinare! Minestra di zucca per tutta la corte! (lo so, la mia crudeltà è squisita)?

Da Comune-info

 

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di Elisabetta Michielin da Carmilla

“Che queste mie memorie
siano la coscienza sporca
dei giorni che state vivendo”

Fra tutti gli anniversari celebrati quest’anno uno è passato più sotto silenzio degli altri: l’inizio delle guerre nella ex Jugoslavia 30 anni fa, nel 1991, con la dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia. Eppure le guerre Jugoslave inaugurano le cosiddette guerre postmoderne replicate poi con modalità simili in Congo, in Ruanda, nelle infinite guerre in Iraq e Afghanistan contro il terrorismo e per la democrazia… guerre che, dopo il fracasso e la dissoluzione del mondo del socialismo reale e del sistema bipolare, hanno rimesso al centro, nel modo più violento possibile, i confini su base etnica, producendo uno spazio e relazioni adeguate alla globalizzazione della creazione della ricchezza, una vera e propria nuova accumulazione di capitale. E le accumulazioni originarie sono per definizione violente e fondate sul furto per tradursi poi in nuove istituzioni che occulteranno la propria origine da rapina.

I territori della ex Jugoslavia durante e subito dopo le guerre sono stati oggetto di una selvaggia privatizzazione, riallocazione di risorse e ricchezze, delocalizzazioni di fabbriche favorite dalle differenze di salario e di tutele del lavoro, di una massiccia emigrazione di operai e di donne impiegate in Europa nei settori domestici e di cura. Inoltre permangono in un indefinito dopoguerra e continuano a produrre una economia mista fra quella umanitaria e quella illegale di armi, stupefacenti e tratta di persone.

I confini continuano ad essere prodotti e riprodotti ininterrottamente con tensioni permanenti, e sono oggi i luoghi di una guerra a bassa intensità condotta contro i richiedenti asilo che cercano di attraversare la cosiddetta Rotta Balcanica in cerca di una vita migliore.

Significativa è, a questo proposito, la prima sezione del libro di Michele Guerra, intitolata Tutta la Jugoslavia balla il rock and roll, dedicata alla scena musicale alternativa jugoslava, che tanto aveva a che spartire con analoghi gruppi musicali no future occidentali. Viene descritta la breve e bruciante epifania del gruppo Ekatarina Velika e dei suoi componenti presi in un vortice autodistruttivo che li porterà alla morte nel giro di pochi anni per AIDS o per eroina. Oggi, forse, sono pochi quelli  che li ricordano ma – come giustamente racconta Guerra per assonanza – Klaudusha Velika è il nome di una delle cittadine ai confini fra Bosnia e Croazia, già allora teatro di guerra, oggi più tristamente celebre per essere uno dei luoghi dove si ammassano i richiedenti asilo che tentano di oltrepassare la Croazia, in un game che sfida le torture da parte dei poliziotti croati; poliziotti fra i quali ci sono sicuramente molti ex miliziani degli anni Novanta pagati dall’Europa per tenere fuori dai confini i profughi che, se riescono ad arrivare in Italia, ancora una volta rischiano di essere rimandati indietro.

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Se pochi ricordano gli Ekaterina Velica e troppo pochi sanno cosa succede oggi ai richiedenti asilo intrappolati a Velika Kladusha, quasi nessuno sa e men che meno ha voglia di ricordare chi siano gli attuali amministratori della cittadina bosniaca e quali fossero i loro traffici in tempo di guerra, oggi ripuliti e rilavati.

Ben venga quindi la scrittura romanzo di Michele Guerra che in questo magma si immerge senza remore né sguardi moralistici e risputa il lettore a bordo campo con il compito – esplicitato nella dedica ai tanti attivisti e volontari italiani che a quell’orrore si sono opposti, morendoci – di “cercare le loro vite e tradurle nel presente”.

Tigre di Arkan sceglie di raccontare uno spicchio temporale delle guerre jugoslave fra il 1991 e il 1992, e lo fa attraverso l’autobiografia romanzata di Srđan Golubović, un miliziano delle truppe mercenarie di Arkan, quelle che agivano per conto del governo di Milošević  Golubović, che non è mai stato incriminato e oggi è unfamoso  dj delle discoteche belgradesi, nonostante esistano una serie di foto (ancora visibili in rete) che lo immortalano mentre sferra un calcio in testa a una donna morente nel 1992 a Bijeljina in Bosnia, durante i massacri di civili, gli stupri e i saccheggi contro i mussulmani bosniaci e i serbi considerati non leali.

La voce narrante di Golubović, voce sempre sopra le righe, produce un rumore assordante in cui a volte è difficile orientarsi, come è difficile orientarsi nelle battaglie cruente e nel precipitare degli eventi con cambi di alleanze continui in un tempo ristrettissimo; un cervello febbrile che produce senza soluzione di continuità descrizioni secche di eventi terribili, considerazioni, riflessioni, nascoste dietro un cinismo che ha il pregio di svelare la coscienza sporca di chi quei giorni di guerra ha campato e di chi nei nostri campa ancora nascondendo la testa sotto la sabbia o usando cinicamente il sistema confinario per i propri affari e le proprie politiche più o meno democratiche.

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La fotografia che immortala Golubović armato, con vistosi occhiali bianchi da sole e una sigaretta in mano mentre alza con nonchalance la gamba per colpire la testa della donna è l’immagine perfetta e pop di una macchina da guerra e del. terrore che fa il paio con quella del suo capo, Arkan, che a volto scoperto, tiene in mano un mansueto tigrotto quasi disneyano ritratto sullo sfondo di spaventosi individui incappucciati e armati. Un contrasto disorientante e per questo ancora più terrorizzante fra qualcosa che riconosciamo come domestico e innocuo e qualcosa di platealmente spaventoso, che nel caso della fotografia di Golubović ci fa un effetto di dèjà vu, ricordandoci la celebre scena di Arancia Meccanica quando Alex fischiettando un allegro motivetto prende a calci un uomo a terra.

Le guerre postmoderne sono combattute da individui trasformati in criminali cui si dà l‘occasione straordinaria e la legittimità di affermarsi come tali a prescindere da qualsiasi legame sociale, costruirsi un gruzzolo per l’avvenire attraverso il saccheggio, i furti e la redistribuzione dei proventi frutto degli accordi delle bande paramilitari con i politici per i quali lavorano, o che si mettono direttamente in proprio servendo vari padroni. Individui che possono soddisfare le proprie pulsioni sessuali con lo stupro e quelle sadiche accanendosi sui civili (che poi per l’appunto si possono derubare) e che se saranno fortunati e accorti – come in questo caso – finita la guerra avranno anche la completa immunità e non dovranno mai rispondere dei propri crimini.

Le milizie private fanno il lavoro sporco e terroristico aprendo la strada all’esercito lì dove non può intervenire in prima persona per ragioni di immagine internazionale e di accordi locali, ma anche perché “il quarto esercito d’Europa visse qui la sua prima, vera crisi. Già all’inizio di luglio, il numero delle mancate risposte agli “appelli della Patria” raggiunse livelli esorbitanti: della Jugoslavia federale socialista, della Grande Serbia o della redenzione dei territori celesti oltre il Danubio, in sostanza non fregava un cazzo a nessuno”.

I miliziani vengono anche forniti di una ideologia nazionalista ed etnica semplice, efficace e vittimistica. Ogni guerra nazionalista ha bisogno di una propria retorica fondativa e di una propria storia da rivendicare: in particolare i serbi hanno la battaglia di Kosovo Polje, perduta contro gli ottomani nel 1389, usata da Milošević a partire dal suo celebre e minaccioso discorso del 28 giugno 1989 a una folla enorme: «Sei secoli dopo, adesso, noi veniamo nuovamente impegnati in battaglie e dobbiamo affrontare battaglie. Non sono battaglie armate, benché queste non si possano ancora escludere».

Ma quando i serbi combatteranno contro i Croati vien bene anche l’antifascismo; che poi il nostro Golubović ci creda o meno a questi miti e all’antica religione ortodossa è del tutto secondario.

In ogni caso la sua è la rappresentazione perfetta – seppur estrema – dell’”individuo proprietario”, dell’imprenditore di se stesso, spregiudicato e opportunista in concorrenza assoluta con gli altri, completamente desolidale e incapace di empatia.  Insomma il tipo che va per la maggiore ancora oggi, pieno di livore contro i buonisti privilegiati dell’epoca che stana subito: “I rampolli dei proprietari delle aziende o dei professionisti, che la guerra l’avrebbero condotta occultamente, con le forniture regolarmente pagate dal governo di Slobo e che perciò potevano permettersi il lusso di schifarla pubblicamente”. Ma anche capace di individuare con sicurezza i propri nemici: “gli studenti serbi, gli oziosi, gli sballati, i paraculi, gli antimilitaristi di comodo, i pacifisti da riporto, i musicisti alternativi”.  Fra questi sicuramente anche i pacifisti italiani morti su quei fronti e tutti quelli che hanno saputo fare una scelta etica e personale diversa, o quelli che hanno la lucidità di pensare che dopo tutto alla fine della guerra “noi saremo solo i parassiti, i parassiti, ci sbatteranno indietro a ogni confine, l’Italia diventerà lontanissima come l’America”.

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Un pericolo che si rischia nelle descrizioni delle guerre jugoslave con il loro portato di tragici eventi è la spettacolarizzazione degli stessi dietro i quali si cela il rischio di una visione orientalista ed essenzialista, come se l’etnicismo e la violenza fossero connaturati all’essere nati in quei territori. Ma Golubović non ci sta e lo dice chiaro: “Da quando il tizio col sigaro e le dita a V disse che noi balcanici produciamo più storia di quanta ne riusciamo a digerire, qualsiasi cretino ritiene di avere in mano la pietra filosofale per spiegare ogni aspetto della nostra vita. La realtà è leggermente diversa: noi consumiamo la storia che voi producete in continuazione”

La lettura di Tigre di Arkan ci lascia una inquietudine non da poco: con la scelta della forma dell’autobiografia l’autore si è preso la libertà, propria del romanzo, dell’ambiguità, della interrogazione senza facili e risolutive risposte.

Se è evidente che il socialismo reale era fallito specialmente a causa delle differenze e stratificazioni basate su criteri politici e nella riduzione al silenzio dello spazio pubblico, c’è della verità e anche del condivisibile nella frase di Golubović “Per una volta, niente più glorie declinate al passato, né eroi del milletrecentoefanculo, Né partigiani cui succhiare il cazzo. C’era solo il presente, il nostro”, che svela un non poterne più di essere dei bravi e ubbidienti pionieri in un quadretto edulcorato e nel sentire che un mondo sta crollando. Gli Ekaterina Velika entrano nel buco dell’autodistruzione, i personaggi come Golubović distruggono gli altri mentre, cosa più tragica ancora, i “pacifisti” scontano tutta l’impotenza delle proprie scelte etica. Né possiamo rasserenarci pensando che non poteva che andare così mentre ancora ci chiediamo cosa si doveva fare per evitare il disastro.

Dall’altra è davvero terribile ogni volta leggere le biografie dei criminali di guerra come Milosević, Mladić, ecc.: da figli di famiglia partigiana a nazionalisti guerrafondai con un uso spregiudicato che del proprio passato e delle parole antifascismo, comunismo, socialismo. Una narrazione – per inciso – a cui molti intellettuali e persone famose hanno creduto e fatta propria, come Peter Handke o il regista Emir Kusturica o l’allenatore di calcio Sinisa Mihajlović, che in questi mesi rilascia dichiarazioni sul cancro di cui soffre, molto poco guerresche e controcorrente (“non posso sconfiggere la malattia, spero che lei si stanchi di me”), ma con una amicizia mai negata per Arkan, che iniziò la propria fortuna proprio fra i tifosi delle curve degli stadi di calcio, come ben racconta la seconda sezione del romanzo di Guerra che descrive la dissoluzione forzata delle squadre di calcio jugoslave, composte da campioni provenienti dalle diverse repubbliche che l’unificazione delle consorterie di tifosi ripulite dagli elementi non serbi e riciclate fra le sue tigri. Golubović era proprio uno dei tifosi della Stella Rossa di Belgrado e l’adrenalina che lo invade nel partecipare ai massacri contro i civili è un distillato potenziato di quella che provava durante gli scontri con i tifosi avversi. Non è peregrina la domanda che si faceva Pasolini allorché abiurava e si chiedeva se il male di oggi era già contenuto nel bene di ieri…

La scrittura di Guerra è erede originale di Luca Rastello che su quelle guerre e quei territori ha scritto testi fondamentali e ci interpella su questo groviglio di problemi ma anche sulle scelte che ognuno di noi deve fare nel proprio presente e nella situazione storica in cui si trova a vivere.

Michele Guerra, Tigre di Arkan, Infinito edizioni, pagine 255

Michele Guerra (Codroipo, 1978) è un attivista sui temi legati alle migrazioni, si occupa di letteratura balcanica per Pulplibri, nel 2018 ha pubblicato il romanzo Le tigri nelle gabbie invisibili per Stampa Alternativa.

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Ieri in Grecia c’è stato lo sciopero degli insegnanti. L’adesione è stata dell’85%.

Il mondo dell’istruzione è in agitazione da qualche settimana contro l’introduzione di un principio di valutazione degli insegnanti interno ed esterno alle scuole, contro il numero chiuso all’accesso di alcune facoltà (frutto della riforma dell’istruzione approvata a gennaio scorso), contro le classi pollaio e la mancanza di strumenti adeguati e gratuiti, test rapido e salivari, per fronteggiare l’emergenza Covid nelle scuole e, infine, contro la decisione del ministro dell’istruzione di citare in tribunale una sigla sindacale anziché provare ad aprire un tavolo di trattativa.
Ieri un corteo di circa settemila lavorator* si è mosso dal tribunale dove era in corso l’udienza contro il sindacato ed ha attraversato il centro cittadino. Una risposta alle cariche dei precedenti cortei di protesta.

Processo a Rouvikonas
Due anarchici di Rouvikonas sono sotto processo, perché accusati dell’omicidio di uno dei capi della piazza di spaccio di Exarchia. Un processo che arriva a quasi cinque anni dai fatti e che si basa sulle testimonianze di altri spacciatori, sui quali la polizia ha ampio potere di ricatto.
Se l’accusa dovesse essere confermata in tribunale, per due compagni si aprirebbero le porte del carcere, mentre il gruppo Rouvikonas rischierebbe per l’ennesima volta l’accusa di associazione terrorista.

I fascisti, che dopo il processo che aveva investito Alba Dorata si erano mossi in sordina, sono stati i protagonisti principali delle proteste contro il Green Pass che hanno animato l’estate greca, prima di esaurirsi. I fascisti, dal canto loro, hanno ripreso una forte presenza pubblica sui temi loro consueti: contrasto dell’immigrazione, nazionalismo, populismo etnico.

Ce ne ha parlato Gabrio da Atene.

Ascolta la diretta:

Da Radio Blackout

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Dopo il maxi corteo di lunedì 11 ottobre a Trieste contro il Green pass, arriva la proposta da parte delle aziende operanti nel porto di Trieste di pagare di tasca propria i tamponi ai lavoratori fino al 31 dicembre.

Lo hanno deciso le stesse società al termine di un incontro con il prefetto, Valerio Valenti, e il segretario generale dell’Autorità portuale del Mare Adriatico Orientale, Vittorio Torbianelli.

Tra gli operatori presenti all’incontro c’erano spedizionieri, agenti marittimi e terminalisti. La disponibilità delle aziende arriva dopo che, da giorni, i lavoratori minacciano il blocco del porto se non salterà l’obbligo di certificazione anti-Covid previsto dal 15 ottobre per tutti i lavoratori pubblici e privati.

Sembrerebbe trattarsi però di un anticipo dei costi. “Gli operatori presenti – ha spiegato il prefetto Valenti – sono disposti ad anticipare il pagamento dei tamponi dal 15 ottobre, ma solo fino al 31 dicembre e a patto che dal 16 ottobre, però, riprenda l’attività“. A Trieste, come anche in altri porti, è alta la quota di lavoratori sprovvista di Green pass, il 40% secondo il CLPT – Coordinamento Lavoratori Portuali Trieste.

L’intervista di questa mattina, prima che arrivasse l’esito dell’incontro in Prefettura, a Stefano Puzzer, portavoce del Coordinamento Lavorati Portuali di Trieste. Ascolta o Scarica.

Da Radio Onda d'Urto

P.S. I lavoratori del porto hanno annunciato in serata che manteranno lo sciopero se l'obbligo del Green Pass non verrà ritirato.

 

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