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Articoli filtrati per data: Tuesday, 12 Ottobre 2021

L'estendersi dell'agroindustria e l'espropriazione delle comunità rurali si tingono di "verde". Il mondo dei crediti del carbonio è popolato da fondi di investimento ed imprese che sviluppano monocolture industriali spacciandole per riforestazione, sottraendo terra fertile alle popolazioni locali ed alle loro produzioni di cibo, provocando sgomberi manu militari, generando miseria dove prima non c'era. Imprese che guadagnano due volte - dallo sfruttamento delle piantagioni e dalla vendita di "certificati verdi" ad altre imprese inquinanti - e i cui progetti vengono sostenuti dalla finanza "green", dagli Stati e dalle ONG "ecologiste".

Un articolo di Witness Radio pubblicato sul Bollettino n. 257 del Movimiento Mundial por los Bosques Tropicales.

Traduzione in italiano a cura di Ecor.Network.

All'inizio degli anni 2000 le comunità vicine invidiavano gli abitanti di Kanamire, un villaggio del distretto di Mubende nell'Uganda centrale. Si era resa famosa per l'agricoltura, e la storia della sua prosperità si era diffusa a macchia d'olio.
Chiunque praticasse l'agricoltura su piccola scala godeva di una posizione molto alta. La terra fertile e le pratiche agricole erano le magie dietro il suo successo. Gli abitanti di Kanamire erano soliti trascorrere l'intera giornata coltivando i loro orti o sarchiando i loro campi per preparare un raccolto abbondante.

“La popolazione della comunità era aumentata e prosperava pienamente grazie all'agricoltura. I commerci si diffondevano dappertutto. Le case di mattoni sostituivano quelle con il tetto di paglia. Con orgoglio le chiamavamo "casa", afferma Obutu Danial, 54 anni, ricordando i bei tempi.

Normalmente c'è un principio non scritto tra le donne delle campagne: mantenere la pace con i loro vicini. La prima persona che raccoglieva condivideva almeno una parte del raccolto con i vicini. Questa usanza era stata preservata per molto tempo e le donne di Kanamire non facevano eccezione. “Avevamo abbastanza terra. Coltivavamo abbastanza cibo per le nostre famiglie. Eravamo soliti condividere con i nostri vicini, ad esempio i fagioli, e in cambio anche loro avrebbero fatto lo stesso quando i loro fossero stati pronti. Ed eravamo abituati a vendere anche l'eccedenza per soddisfare altre esigenze”, rivela un contadino.

Vent'anni dopo, la comunità esemplare non esiste più. Sono state distrutte, tra le altre, le grandi coltivazioni di banane, caffè e mais, e le famiglie sono state brutalmente sgomberate dalla New Forests Company (NFC) con sede a Londra.


La New Forests Company e il mercato del carbonio

L'impresa New Forests Company venne fondata nel 2004 con la “vision” di produrre legno “sostenibile” in Africa Orientale, nel contesto di una deforestazione dilagante. Venne finanziata da Agri-Vie Agribusiness Fund, fondo di investimento di private equity, e dalla banca britannica HSBC Private Equity. La regione dell'Africa Orientale in cui si trova l'Uganda è una delle più fertili ed è stata quindi scelta per le attività di piantagione.

Nel 2005, l'impresa delle piantagioni firmò un accordo con la National Forestry Authority ugandese (NFA) per installare piantagioni di alberi su 20.000 ettari nella riserva forestale di Namwasa e Luwunga. Il progetto era inserito nel quadro di un programma di commercio del carbonio, un approccio commerciale per privatizzare l'anidride carbonica immagazzinata negli alberi e venderla sotto forma di crediti di carbonio agli inquinatori. Una modalità per produrre profitto aggiuntivo per l'impresa. NFC sta inoltre beneficiando di un nuovo progetto sostenuto dal Dutch Fund for Climate and Development (DFCD), un fondo di 160 milioni di euro (più di 185 milioni di dollari) del governo olandese che ha come obiettivo quello di raccogliere finanziamenti dal settore privato per progetti sul carbonio. Il DFCD è gestito dal gestore di investimenti Climate Fund Managers (CFM), dalle ONG Worldwide Fund for Nature Netherlands (WWF-NL) e Netherlands Development Organization (SNV), ed è guidato dalla Entrepreneurial Development Bank (FMO).1

Nell' agosto 2020, DFCD ha approvato un finanziamento di 279.000 euro (circa 327.000 dollari) e un pacchetto di assistenza tecnica del WWF per la New Forests Company (NFC), con l'obiettivo di sviluppare una proposta di investimento commerciale per la certificazione del carbonio in Uganda, finalizzata alla crescita sostenibile dei piccoli agricoltori ed alla diversificazione del mercato del legname. In realtà, questo si è tradotto nella generazione di finanziamenti per il mercato del carbonio come mezzo per sostenere l'espansione delle sue piantagioni di monocolture e l'accaparramento di terre.

Lo sgombero del villaggio di Kanamire

la National Forestry Authority ugandese(NFA) è un'agenzia governativa creata ai sensi della legge nazionale per la silvicultura e la piantagione di alberi del 2003, come ente responsabile del cosiddetto "sviluppo sostenibile", la gestione delle Riserve Forestali Centrali (CFR) e la fornitura di supporto tecnico ai soggetti interessati al settore forestale.

Tra il 2006 e il 2010, più di 10.000 persone sono state sgomberate dalle loro terre nel distretto di Mubende per far posto alle piantagioni della NFC. Nonostante questo, nel 2008, l'Uganda Investment Authority, che ha il compito di "consigliare il governo sulle politiche opportune per la promozione e la crescita degli investimenti”2, ha nominato la NFC come "Investitore dell'anno" per l'impianto di monocolture di alberi di pino ed eucalipto, mentre gli abitanti delle comunità vivono miseramente su un appezzamento di terreno sovraffollato e sterile.

New Forests Company en Uganda1
Nel febbraio 2010, i residenti di Kanamire si sono svegliati con una folla di rappresentanti e valutatori della NFC, che agivano sotto la protezione dell'esercito e della polizia ugandese, sotto il comando dell'allora commissario del distretto di Mubende, Nsubuga Bewaayo. Prima di sgomberare con la forza i membri della comunità, hanno distrutto le loro proprietà del valore di miliardi di scellini ugandesi, per installare una piantagione di monocoltura della NFC.  Anche le comunità di Kyamukasa, Kigumya, Kyato, Kisita, Mpologoma e Bulagano, nel distretto di Mubende, sono state sgomberate con la forza dalle piantagioni della NFC.

Tre anni dopo gli sfratti, NFC ha accettato di reinsediare le vittime, dopo tesi compromessi con gli attivisti per i diritti umani ed altri difensori impegnati a far fronte alle violenze subite dagli abitanti locali durante gli sgomberi. In seguito a un accordo firmato dalla compagnia e dai residenti di Kanamire, la NFC ha accettato di risarcirli con un totale di 1.200 milioni di scellini ugandesi (circa 340.000 dollari). È stato chiesto ai residenti di costituire e aderire a una società cooperativa, che avrebbe assegnato la metà del denaro per acquistare terreni e l'altra metà per partecipare a progetti di sviluppo, come pozzi e scuole. Gli sfrattati sono stati costretti a pagare le quote di abbonamento per diventare membri. Coloro che non avevano i soldi per unirsi alla cooperativa non sono stati inclusi nel processo di reinsediamento.3

“Abbiamo formato la Bukakikama Cooperative Society e sono stati trasferiti 600 milioni (di scellini ugandesi, circa $170.000) sul suo conto, destinati all'acquisizione di terreni ", ha detto il signor Bakesisha William, ex presidente della cooperativa.

Bakesisha ha affermato che con i 600 milioni di scellini ugandesi hanno comprato dei terreni equivalenti a 473 acri (circa 190 ettari) nel villaggio di Kampindu, nel distretto di Mubende. Delle 901 famiglie, a 453 è stato assegnato 1 acro (meno di mezzo ettaro) di terreno. Le restanti 448 non sono state risarcite o reinsediate. Tutti nella cooperativa hanno dovuto pagare 30.000 scellini ugandesi (circa 8,5 dollari) per aderire. E le vittime hanno dovuto effettuare pagamenti aggiuntivi, vale a dire: 3.000 Scellini ugandesi (quasi un dollaro) per avere una partecipazione nella Cooperativa e 5.000 Scellini ugandesi ($ 1,42) come fondo di risparmio iniziale. Una volta effettuati i pagamenti richiesti, il presidente della cooperativa avrebbe dato loro un numero di identificazione. E solo coloro che avrebbero soddisfatto tali requisiti sarebbero stati registrati come membri ammissibili dalla cooperativa per beneficiare di un acro di terra per il reinsediamento.

A Kampindu, il luogo in cui gli sfrattati di Kanamire vennero "risistemati", la prima cosa che si vede è bambini malnutriti con vestiti stracciati che vagano per la città. I giovani, arrabbiati, affamati e dall'aspetto miserabile, insieme ai vecchi stanchi, si stringono in case fangose ​​improvvisate. Altri con le zappe sulla schiena e i piedi sporchi rivelano la loro indigenza. Quelli che hanno ricevuto un acro di terra non sono in condizioni migliori di chi non l'ha ricevuto.
Anche loro sono impantanati in una situazione di povertà. Sono stati reinsediati in un pezzo di terreno sterile. È stato denunciato che nemmeno è stato rispettato ciò che di solito viene definito reinsediamento. Non è stata offerta alcuna assistenza in materia di alloggi di base, cibo, acqua o vestiti. Sono stati scaricati e abbandonati lì dalla società multimilionaria con sede nel Regno Unito.

“Entrambi i gruppi vivono in povertà. Coloro che hanno avuto l'opportunità di reinsediarsi in un acro di terra soffrono perché la terra è troppo piccola per essere coltivata. Si trova in una zona montuosa dove non si può costruire o coltivare. E chi non ha avuto nessuna possibilità muore di fame e lavora come bracciante nelle piantagioni altrui per sopravvivere. Circa 5 morti sono stati registrati nella zona come conseguenza dello sgombero”, ha affermato un ricercatore della piattaforma mediatica ugandese Witness Radio.

Il signor Rwabinyansi Charles è uno di quelli che hanno ricevuto la terra a Kampindu. Settantacinque anni e padre di 11 figli, non può dimenticare il modo spietato con cui NFC si è impossessata della sua terra e l'ha scaricato a Kampindu, un luogo che descrive come l'inferno. “È come se non avesse terra. Guarda, è pieno di pietre, il che rende difficile costruire o coltivare. Quando pianti le colture, si seccano. Guarda il mais che è stato piantato nella passata stagione", ha detto, riferendosi a un pezzo di terra che ha ricevuto da NFC. Undici anni fa il signor Rwabinyansi era un membro felice della comunità. Prima del suo sfratto aveva 30 acri (circa 12 ettari) coltivati - tra le altre cose - a caffè, banane, manioca.

New Forests Company en Uganda2

E allevava anche animali nella sua terra. “In una buona stagione raccoglievo più di 30 sacchi di caffè, 20 di mais e 15 di manioca. Li vendevo mentre mia moglie coltivava ciò che ci dava da mangiare a casa. Vendevamo anche il latte delle nostre quattro mucche, era davvero una bella vita", ha detto. 
Ora, su un appezzamento di terreno a Kampindu c'è una tenda improvvisata che il signor Rwabinyansi e la sua famiglia chiamano casa, ma questa è solo la punta dell'iceberg. Anche la morte non allevierà il dolore associato allo sfratto, perché anche nella morte lo sfratto ha continuato a perseguitarli. “Non posso costruire su quella terra. Non è sicura per me. Non posso costruire neanche qui, perché in qualsiasi momento il proprietario potrebbe volerla utilizzare. Recentemente ho perso mia nuora e non avevo un posto dove seppellirla ", rivela.

Tra gli indigeni Baganda, quando qualcuno muore il cordoglio è accompagnato da una degna sepoltura ed un messaggio di addio al defunto o alla defunta, "Wummula mirembe", che è simile a un "Riposa in pace". Tuttavia non era il caso della nuora di Rwabinyansi. “Non siamo riusciti a trovare dove seppellirla. Dio finalmente ha avuto pietà di noi. Un caro amico le ha dato una parte della sua terra in modo che lei possa riposare". 

Il presidente delle comunità colpite dalla NFC, il sig. Julius Ndagize, critica i criteri dei processi di assegnazione di un acro di terra agli sfrattati.
“Prima di tutto, la terra è troppo piccola per ospitarci tutti, e le prime procedure di acquisto delle azioni e del contributo al fondo della cooperativa non hanno favorito la mia gente, che non aveva soldi. Le persone, anche quelle che hanno avuto la terra, non avevano niente da mangiare. Immagina una famiglia di 15 bambini: sono cresciuti tutti e hanno costruito sulla stessa terra. Dove vanno a scavare? L'unico vantaggio che ha il gruppo di chi ha avuto la terra rispetto a chi non ha avuta è che hanno un posto dove seppellire i loro cari".
 

Il dolore di perdere una generazione giovane e promettente

Gli sfrattati stanno ora facendo i conti con le scandalose conseguenze legate allo sgombero, comprese le gravidanze infantili, il lavoro minorile e l'abbandono scolastico.  “I casi di matrimoni precoci e di lavoro minorile sono tanti nella zona, i bambini già non vanno a scuola, perché se un padre non ha da mangiare, come può pensare ad educare suo figlio? E le persone muoiono perché non hanno soldi per andare negli ospedali”. Ndagize afferma che i piccoli agricoltori ora lavorano come braccianti giornalieri. "Dato che la terra è scarsa e sterile, queste persone vanno a lavorare nelle fattorie vicine per ottenere qualcosa da mangiare".

Il contributo dei piccoli agricoltori al paniere alimentare nazionale continua ad essere enorme, ma quando si parla con loro, dicono che credono che il loro governo li abbia frodati e che le multinazionali come NFC li abbiano fatti fuori. “Se l'agricoltura è la spina dorsale dell'Uganda, come si dice, perché ci tolgono quel poco che abbiamo? Non stavamo morendo di fame e non abbiamo pregato nessuno. Ma guardami adesso. La prossima volta mi troveranno per strada a mendicare, o morto dentro casa mia”, conclude depresso un membro della comunità Rwoga Nyange.

I tentativi di parlare con il responsabile del Programma di Responsabilità Sociale della New Forests Company, il sig. Kyabawampi Alex, non hanno avuto successo. Al momento di andare in stampa ancora non aveva risposto alle e-mail inviate da Witness Radio.

Materiali:

- Una lettera di Oxfamlettera di Oxfam ai finanziatori della New Forests Company.

NOTE:

1) WWF, The DFCD supports in carbon certification in Uganda, August 2020, https://www.wwf.nl/wat-we-doen/aanpak/internationaal/Dutch-Fund-for-Climate-and-Development/The-DFCDsupports-in-carbon-certification-in-Uganda
2) Uganda Investment Authority, https://www.ugandainvest.go.ug/about/
3) Witness Radio, Uganda: La agonía de un proyecto de plantación de árboles en tierras comunitarias, en el Boletín 251 del WRM, Septiembre de 2020, https://wrm.org.uy/es/articulos-del-boletin-wrm/seccion1/uganda-la-agonia-de-un-proyecto-de-plantacion-de-arboles-en-tierras-comunitarias/

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Le autorità sono tenute a chiarire la sua morte, avvenuta questa domenica nel quadro della repressione di una marcia da parte dei Carabineros.

Combattenti sociali, giovani, attivisti per i diritti umani, comunità, tra gli altri, hanno partecipato dalle 21:00 ora locale questa domenica in Cile a una fiaccolata in segno di rifiuto e condanna alla morte di Denisse Cortés Saavedra, gravemente ferita nel quadro della repressione dei Carabineros contro la marcia mapuche avvenuta nel centro di Santiago (capitale).

L'appello per la fiaccolata è stato diffuso attraverso i social network, dove gruppi e organizzazioni riferiscono di unirsi alla protesta da questo lunedì, e allo stesso tempo chiedono che vengano chiarite le circostanze in cui è morta. La fiaccolata è stata organizzata su base nazionale, anche se le reti hanno ripetuto le adesioni all'appello delle comunità della Regione metropolitana e di Valparaíso.

Molti internauti si chiedono quanto tempo dovranno aspettare prima di salutare i loro compagni che hanno perso la vita nelle manifestazioni e non sono più tornati a casa.

La morte di Denisse

Cortés Saavedra era una studentessq di legge del terzo anno e ha svolto un lavoro di osservazione con l'Ufficio del Difensore Civico durante la "Marcia per la resistenza mapuche e l'autonomia dei popoli", che si è svolta questa domenica a Santiago.

È stata una manifestazione pacifica di mille persone, per lo più donne, ma i Carabineros li hanno attaccati usando gas e serbatoi d'acqua.

In un video pubblicato su un media locale, si osserva che la giovane donna, in compagnia di un uomo, si è avvicinata a un gruppo di agenti dei Carabineros che si trovavano all'incrocio tra le strade Alameda e Lastarria.

Secondo un suo collega, l'avvocato Rodrigo Román, si è avvicinata per parlamentare. In quel momento si è udito un forte rumore ed è caduta a terra.

Aveva una grave ferita al collo, che ha causato una grande perdita di sangue e ha costretto il suo trasferimento urgente al centro sanitario dove è morta ore dopo.

Il capo dei Carabineros nell'area metropolitana, il generale Enrique Monrás, ha detto ai media locali che la morte è avvenuta a seguito di fuochi d'artificio sparati dai manifestanti.

Tuttavia, i testimoni hanno assicurato ai media locali che il ferimento non era dovuto a fuochi d'artificio ma a una granata di gas lacrimogeni sparata da un ufficiale dei Carabineros.

Román ha detto ai media che la morte della giovane donna è avvenuta nel contesto dell'estrema brutalità della polizia che ha caratterizzato le azioni dei Carabineros contro i manifestanti fin dalla prima ora della marcia. La repressione ha lasciato almeno dieci persone detenute e 18 ferite.

In mezzo a queste circostanze, la Procura di Flagrancia Centro-Norte ha incaricato un'indagine sulla morte della defensora dei diritti umani e ha commissionato il primo procedimento alla Polizia Investigativa (PDI).

Originariamente pubblicato su teleSUR

 

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Oggi pubblichiamo questo ulteriore contributo, giunto la settimana scorsa, sulla gestione della pandemia e l'applicazione del Green Pass all'interno della rubrica Green Passion. Buona lettura!

 

Nel dibattito sul green pass assistiamo oggi ad una divisione tra chi è favorevole alle misure messe in atto dal governo e chi invece vi si oppone fermamente. All’interno di questo movimento di opposizione non esiste un’ideologia univoca catalogabile sotto un’unica etichetta, cercare di identificarne una sarebbe eccessivamente semplificante e stravolgerebbe quella che è la realtà con le sue molte sfaccettature. Quello che è vero è che al centro c’è il rifiuto dell’imposizione del green pass come strumento discriminatorio nei confronti dei non vaccinati, ma come spesso accade più importante del risultato è il processo messo in atto per arrivarci. Infatti, le riflessioni che generano il rifiuto di questa misura si differenziano tra di loro proprio perché rispecchiano le differenti concezioni di società e le diverse visioni politiche di chi le affronta. Risulta perciò più utile analizzare ciò che sta alla base di questa presa di posizione che non la presa di posizione stessa.

In queste settimane ho letto molti articoli interessanti che proponevano letture della situazione da punti di vista originali. Sono stato molto felice di leggere articoli scritti da persone che non si sono piegate per paura di cadere sotto l’etichetta semplificante e delegittimante che i media mainstream sono ormai soliti appioppare a qualsiasi posizione contro il pass, ma hanno invece dato una loro visione indipendente e in qualche modo audace della questione. Vorrei dare un contributo condividendo una mia interpretazione politico-sociologica su ciò che l’imposizione del green pass (specialmente per avere accesso alla retribuzione) ha prodotto nelle nostre coscienze nella speranza di fornire un ulteriore punto di vista, certamente discutibile, ma credo altrettanto condivisibile.

 

Le proteste di piazza contro il green pass, che pure è un bene che abbiano luogo, si focalizzano maggiormente su due questioni: i rischi del vaccino sulla persona e la violazione dei diritti fondamentali dei cittadini. Tali argomentazioni riflettono una concezione di società che certamente appartiene a molti, ma non a tutti coloro che si oppongono a queste misure. Dal mio punto di vista esse sono comprensibili ma fallaci e non forniscono le motivazioni più rilevanti a sostegno della causa no pass: l'una perché dettata dalla paura e dall’individualismo, l'altra perché non tiene conto del fatto che in uno stato civile diritti e doveri sono profondamente incordati tra loro.

Escluderò da questa analisi gli aspetti scientifici (ai quali comunque dobbiamo sempre rimanere ancorati nelle nostre valutazioni sull’utilizzare o meno il vaccino, pena il rischio di distacco completo dalla realtà) poiché voglio mantenere l’attenzione su altri aspetti legati alla questione. 

 

Lo strumento green pass viene ufficialmente utilizzato dal potere per garantire la sicurezza dei cittadini. Con questo presupposto, attraverso l'utilizzo di modalità comunicative catastrofiche e distorcenti in cui le evidenze scientifiche sono state sistematicamente “sporcate” dalle esigenze politiche ed economiche, si è generata quell'opposizione dicotomica tra i vaccinati che hanno a cuore il bene comune e i non vaccinati egoisti che non sanno guardare oltre il proprio naso. Siamo giunti, insomma, all'imposizione di una morale di stato.

Quest’ultimo ha scaricato sui cittadini la responsabilità del prolungamento della pandemia (se volete che finisca, dovete fare così) e ha generato una forte tensione sociale. Ha subdolamente insinuato nella trama della società un odio profondo: dei vaccinati nei confronti dei “no vax” perché “fanno circolare il virus e prolungano le nostre pene”, dei contrari al vaccino nei confronti dei vaccinati “perché i pecoroni lasciano che i propri diritti vengano calpestati senza opporsi”.

L’utilizzo di questa tattica non è una novità: nel corso della storia la stessa tensione sociale è stata generata dal potere (in genere da stati fortemente autoritari) proprio per perseguire i propri scopi. Funziona bene perché sgrava l’apparato istituzionale dall’opera di convincimento forzato e impegna in questa i cittadini stessi, i quali generano una forte pressione sociale nei confronti dei concittadini che non vogliono piegarsi.

Da operaio di fabbrica ho l’opportunità di vivere uno degli ambienti che più fedelmente rispecchiano le dinamiche della società. Da questo contesto riporto un aneddoto che rende l’idea in modo efficace.

Dal 6 agosto 2021 è stato impedito l’accesso alla mensa aziendale a tutti i dipendenti sprovvisti di green pass.

Per questi ultimi (in maniera esclusiva visto che ne è vietato l’utilizzo ai provvisti di green pass) è stato allestito un gazebo all’aperto attrezzato con tavoli e sedie. Il “gazebo no vax” si è trasformato in un mezzo di identificazione, emarginazione e discriminazione per tutti gli utilizzatori. Per completare il quadro devo dire con gioia che, chi per piacere chi per solidarietà, qualcuno ha trasgredito le direttive aziendali pranzando “promiscuamente” con i “dissidenti” pur essendo vaccinato.

Trasportando questo esempio, sembra che la perversa strategia funzioni anche su larga scala: la quasi totalità di noi si è focalizzata sui “nostri” doveri, sul “nostro” senso civico, sulla “nostra” moralità. In tutto questo abbiamo dimenticato di chiederci in modo critico se tutte queste cose siano davvero nostre nel vero senso della parola. Soprattutto abbiamo smesso di considerare le responsabilità del potere.

Il punto è: come può un potere immorale imporre una morale di stato?

 

In tempo di pandemia abbiamo sempre parlato di covid come fosse un nemico invisibile calato dall’alto, arrivato all’improvviso per distruggerci senza che noi, povere vittime indifese, avessimo alcuna responsabilità in merito. Questa potrebbe essere la trama di un romanzo fantascientifico ma purtroppo non corrisponde alla realtà.

Tutto ciò che avviene in questo mondo segue un principio di causalità e, specialmente nell’ ultimo secolo, l’umanità (se vogliamo essere più precisi potremmo dire la parte occidentale di essa) rappresenta la principale causa generatrice di effetti nefasti per il pianeta e, di conseguenza, per lo stesso genere umano (questa volta, per essere più precisi, potremmo dire che quelli che subiscono i disagi maggiori sono i non occidentali).

La pandemia non costituisce un’eccezione: essa è il risultato dello sfruttamento smodato delle risorse, è il risultato di un’invasione sistematica dei territori abitati da esseri viventi non umani. È il risultato di un’incorreggibile mentalità antropocentrica. È il risultato dell’individualismo e della progressiva eliminazione di tutto ciò che è collettivo. È il risultato di una società che mette al centro il profitto.

In ultima istanza è il risultato di un sistema liberista e capitalista che ha fallito ma non vuole morire. Si oppone alla sovversione dello stato attuale delle cose perché non vuole rinunciare ai suoi privilegi e alla sua posizione di potere.

Ebbene la nostra classe dirigente, che in quanto tale dovrebbe avere una visione globale e lungimirante nelle sue politiche, ci ha visto corto. Ci ha visto corto o non ha voluto vedere oltre pensando solo a prendere tutto il possibile nell’immediato a discapito delle generazioni future.

Di certo i movimenti che rifiutano questo sistema e denunciano le conseguenze devastanti che provoca non sono recenti. Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario di Genova 2001: cito il G8 perché viene ricordato in maniera indelebile da molti di noi. Proprio in corrispondenza del forum politico ed economico, ebbe luogo un incontro collettivo per la critica dell’oggettificazione della terra in cui associazioni e gruppi si organizzarono e proposero l’adozione di sistemi alternativi denunciando quello esistente. Purtroppo, quel momento viene oggi ricordato soprattutto per le condotte ignobili dei rappresentanti dello stato, meno per i messaggi che venivano espressi.

I movimenti non avevano la forza per imporre il cambiamento, però avevano la forza per farsi ascoltare. Sono stati invece oggetto di una repressione senza precedenti.

Oggi, vent’anni dopo, il potere si scontra con le stesse questioni. Oggi più incombenti di ieri.

 

Si potrebbero pubblicare interi volumi sulle politiche che non sono state attuate in questi decenni ma non è questo il mio scopo e nemmeno sono fornito delle competenze per farlo. Ciò che invece vorrei trasmettere è il sentimento che porta ad un rifiuto così radicale non solo del green pass come misura isolata, ma di un atteggiamento ipocrita e autoritario di uno stato che oggi vuole imporsi come moralizzante pur continuando a rifiutarsi di rinunciare ai propri interessi a favore di un cambiamento reale. In queste circostanze non accettiamo una morale imposta. 

Queste emozioni affondano le proprie radici nella percezione di una classe dirigente che negli scorsi decenni ha messo in atto una mercificazione della salute pubblica a vantaggio del capitale e a discapito soprattutto delle fasce medio basse della popolazione.

Inoltre, ricordiamo tutti i processi mediatici ai runners e ai furbetti della passeggiata col cane mentre i pendolari viaggiavano regolarmente stipati nei vagoni dei treni affollati e mentre le aziende continuavano a produrre. I contagi aumentavano notevolmente proprio nelle zone a ridosso dei siti di produzione.

Ma veniamo a questioni più contemporanee: i brevetti e l’operazione Covax.

Ormai ce lo sentiamo ripetere tutti i giorni. Siamo in una situazione emergenziale e certe misure che normalmente non lo sarebbero, oggi diventano lecite. Siamo in emergenza. Eppure, queste misure straordinarie non vengono prese nei confronti delle multinazionali produttrici dei vaccini. Se i brevetti sui vaccini decadessero, una produzione più rapida e in maggiore quantità sarebbe possibile e di conseguenza anche un accesso paritario ai vaccini da parte delle popolazioni che in questa lotta di classe, oggi, soccombono. E questo sarebbe certamente per il bene comune. Ma in questo caso, nonostante l’emergenza in corso, le colonne portanti del liberismo non possono essere abbattute. Sarebbe un precedente troppo grave.

Covax: programma internazionale in cui i paesi ricchi promettono cooperazione per garantire l’accesso ai vaccini da parte dei paesi che non possono permetterseli. Questo programma di grande solidarietà nelle intenzioni, nei fatti non sta funzionando. Purtroppo, gli stati occidentali, Italia compresa, mentre sono occupati ad impartire la propria morale di stato all’interno delle mura domestiche, si dimenticano che in strada ci sono tutti quelli che, pur avendo necessità o volontà di proteggersi da questo virus, non lo possono fare. Nel frattempo, è il via alle terze e quarte dosi, pur contro le indicazioni dell’OMS.

Il potere che vuole ergersi a difensore morale della salute pubblica si rivela per quello che è: pavido e classista difensore degli interessi del capitale.

Ora, lo stato è quell’istituzione che detiene sì il monopolio della forza, ma lo detiene perché i cittadini glielo affidano (e qui mi rifaccio al concetto di contratto sociale che dovrebbe essere la base dei cosiddetti stati liberali). I cittadini glielo affidano perché vogliono garanzie di giustizia e di protezione. Vogliono uno stato che prenda decisioni mettendo al centro i loro interessi e che non sacrifichi la purezza della giustizia. Che quest’ultima non sia frutto di una trattativa in cui le norme vengono applicate alla lettera solo con chi ha poca leva contrattuale, mentre con chi ne ha molta si scende a compromessi. 

Sembra evidente che lo stato stia utilizzando il proprio potere nei confronti dei cittadini perché può farlo: essi sono ricattabili avendo bisogno di accedere a una retribuzione per la sopravvivenza, ma che non stia facendo lo stesso nei confronti di grandi entità come le big pharma proprio perché non può. Al centro rimane una questione di possibilità, non di giustizia. Questo atteggiamento incoerente genera un senso di prevaricazione e lo stato perde ogni legittimità agli occhi dei suoi cittadini che non si sentono né protetti né partecipi, ma si rendono conto di essere esclusivamente dei mezzi atti alla protezione dei privilegi di chi, in questo mondo, comanda e detiene il potere.

In questo contesto, vista l’assenza di una condotta esemplare e coerente da parte delle istituzioni, ritengo che ognuno debba essere padrone nell’esercitare la propria morale in maniera libera e discrezionale, esattamente come fanno i nostri governanti. L’unico modo per pretendere di esercitare questo diritto diventa quello di rifiutarsi di utilizzare il green pass.

Concludo semplicemente con un appello a tutti e tutte: cerchiamo di essere critici. Chiediamoci perché certe misure vengono prese e altre no. Chiediamoci chi realmente deve essere messo al sicuro da queste misure. Informiamoci in modo libero e indipendente. Sono certo che nessuno possiede la verità, ma tutti abbiamo la possibilità di cercare la nostra senza che essa ci venga imposta da qualcun altro.

 

Per inviarci eventuali contributi scriveteci alla pagina facebook di Infoaut o ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Vi invitiamo a proporci riflessioni ragionate ed articolate al fine di evitare di riprodurre la tribuna da social network che, ci pare, non sia molto fruttuosa in termini di possibilità di avanzamento collettivo.

Qui i primi contributi pubblicati.

 

 

 

 

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Condividiamo le dirette e gli approfondimenti di Radio Onda Rossa, Radio Onda d'Urto e Radio Blackout sulla giornata di ieri:

Sciopero generale oggi di tutto il sindacalismo di base e conflittuale in Italia. Uno sciopero unitario che coinvolge sia il settore pubblico che privato promosso da Confederazione Cobas, Usb, Cub, Si.Cobas, Adl Cobas, Sgb, Orsa, Unicobas, Slai cobas, Usi, Sol Cobas, solo per ricordare alcune delle sigle sindacali alle quali danno sostegno anche tante realtà politiche e sociali autorganizzate insieme ad organizzazioni studentesche che partecipano ai presidi e manifestazioni convocate in tante città. In piazza contro lo sblocco dei licenziamenti e la macelleria sociale del governo Draghi, contro precarietà e sfruttamento, per la sicurezza sul lavoro e il rilancio degli investimenti su scuola, sanità e trasporti.

Tante le piazze italiane che vedono manifestazioni alle quali vanno aggiunte anche i picchetti fuori dai posti di lavoro. A Napoli bloccata una rampa di accesso all’autostrada nella zona Porto della città, mete Alitalia ha cancellato 127 voli, complice anche la vertenza interna in vista del passaggio a Ita il prossimo 15 ottobre. A Milano la manifestazione è partita dalla sede di Assolombarda e si è portata sotto la Prefettura. A Brescia dove un presidio si è tenuto fuori dalla stazione FS, anticipato da un picchetto di facchini e corrieri alla sede GLS dove è in corso una vertenza promossa dal Si.Cobas.

Nella lunga diretta di questa mattina i collegamenti con le piazze di Brescia, Milano, Roma, Genova e Modena con le interviste ai partecipanti a picchetti, presidi e cortei Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

Vi riproponiamo alcuni dei contributi dalla giornata di sciopero generale di oggi 11 febbraio:

abbiamo sentito un compagno dell’assemblea “Lotte lavoro” che ci ha raccontato della loro esperienza, delle lotte e delle vertenze che si seguono e degli appuntamenti che hanno in programma nelle prossime settimane. Nell’audio anche le motivazioni della partecipazione alla giornata di sciopero generale dell’11 ottobre.

Di seguito, diretta ai microfoni in compagnia di Alina, sindacalista Cub, sul settore scuola.

Un ulteriore aggiornamento dall’esperienza del collettivo di fabbrica GKN di Firenze.

Infine, abbiamo sentito un compagno dei S.I. Cobas di Piacenza che ci ha raccontato le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici di Amazon e Zara.

Da Radio Blackout

 

Sciopero generale: interventi dal corteo di Roma

Varie corrispondenze dal corteo di Roma. Diamo spazio anche ad alcuni interventi di ascolatori sul tema del Green Pass.

Intervista GKN

Precari scuola

Il corteo è a piazza della Madonna di Loreto

Intervento dallo spezzone No Green Pass

Primo intervento telefonico sul tema del Green Pass

Secondo intervento telefonico sul tema del Green Pass

Conclusione cortei

Da Radio Onda RossaRadio Onda Rossa

 

 

 

 

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Nuova aggressione squadrista contro i lavoratori del SI Cobas di Prato avvenuta nella giornata dello sciopero generale dei sindacati di base.

Ieri nel pomeriggio i lavoratori sono stati aggrediti violentemente durante un picchetto di fronte ad uno dei diversi prontomoda del macrolotto, Dreamland. L'azienda a luglio era stata sottoposta ad una sospensione dell'attività, per via del lavoro nero e dei turni massacranti di 12 ore per 7 giorni, proprio grazie ad una denuncia all'ispettorato del lavoro dei Si Cobas. Dopo aver pagato le sanzioni ha ricominciato a sfruttare i lavoratori secondo gli stessi carichi di lavoro.

Il picchetto è stato attaccato con bastoni di legno e mazze da baseball da un gruppo di squadristi che già in passato si era reso responsabile di azioni del genere. Quattro operai sono finiti in ospedale, mentre per l'ennesima volta, la polizia presente sul posto rimaneva a guardare durante il pestaggio.

Di seguito il video dell'aggressione, e a questo link il racconto dei SI Cobas di quanto avvenuto.

 

 

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