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Articoli filtrati per data: Friday, 01 Ottobre 2021

Si sono espressi questa mattina i giudici della Corte d’Appello di Torino, in merito alla misura cautelare e al processo che si dovrebbe svolgere in territorio francese, specificando, invece, che l’eventuale condanna dovrà poi essere scontata in Italia.
Riteniamo questa decisione scorretta, anche i legali di Emilio si ritengono insoddisfatti, tant’è che ricorreranno in Cassazione con l’obiettivo di far revocare questo provvedimento.

Ci piacerebbe dire che questa notizia arriva come un fulmine a ciel sereno, ma purtroppo conosciamo fin troppo bene il modus operandi del Tribunale di Torino nei confronti di chi ogni giorno spende la sua vita a fianco di chi vive ai margini di questa società e di chi si spende nelle lotte territoriali per la salvaguardia e cura dell’ambiente.
Ci sembra veramente assurdo che Francia e Italia continuino a giocare a scacchi con le vite delle persone, semplicemente per mantenere “buoni rapporti” tra i due stati.

Non intendiamo accettare le ingiustizie portate avanti dai tanti tribunali nei confronti di tutte quelle persone che provano a dare un’alternativa allo status quo della mala gestione della situazione delle migrazioni, che i vari Stati Membri continuano a mantenere, in un’Europa sensibile e solidale solo di facciata.

Dall’indecente trattamento destinato a Lorena Fornasir e al suo compagno Gian Andrea Franchi accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a scopo di lucro, passando per l’infame sentenza a 13 anni e due mesi di reclusione per Mimmo Lucano, arrivando oggi alla concessione dell’estradizione per Emilio da parte della Corte d’Appello, sono tanti gli esempi che ancora si potrebbero elencare di vicende analoghe, dove si recrimina la solidarietà in nome di una giustizia che perde ogni giorno la sua dignità.

Noi continueremo a stare al fianco di Emilio, abbracciando tutte quelle battaglie contro chi vuole frontiere chiuse per le persone in cerca di una vita più dignitosa è lontana da guerre e miseria, ma aperte alle merci e alla devastazione dei territori.

Emilio Libero!

Libertà per i/le No Tav!

Da notav.info

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Organizzazioni dei diritti umani hanno denunciato la repressione della polizia per mano dell’ESMAD a Bogotá e Bucaramanga.

Gli organizzatori della protesta e dei diritti umani hanno denunciato che martedì notte agenti dello Squadrone Mobile Antisommossa (ESMAD) hanno represso le manifestazioni che si svolgevano durante la giornata dello Sciopero Nazionale contro il Governo del presidente colombiano Iván Duque.

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Anche se la maggior parte della giornata si è svolta senza incidenti, al termine della giornata sono cominciati i rapporti sugli abusi delle autorità in differenti città della Colombia, inclusa la capitale, Bogotá.

Secondo le denunce nelle reti sociali, l’ESMAD avrebbe attaccato in modo smisurato i manifestanti, in particolare nella sede dell’Università Industriale del Santander (UIS) a Buracamanga.

Secondo questi rapporti, nel momento in cui l’ESMAD ha circondato il posto, all’interno del campus sono rimasti intrappolati i manifestanti, tra questi feriti e minori d’età, per cui i giovani temono de abbandonare il luogo.

Durante il giorno centinaia di cittadini in differenti zone del paese sono scesi nelle strade per chiedere, tra le altre cose, di portare avanti i dieci progetti di legge presentati al Congresso dal Comitato dello Sciopero lo scorso mese di luglio.

D’altra parte, nella capitale del paese sono stati riportati scontri tra i manifestanti e la forza pubblica in due punti specifici, al Portal de las Américas, chiamato durante l’esplosione sociale “Portal de la Resistencia”, e nella località di Usme, nelle vicinanze del “Puente de la Dignidad”.

Come d’abitudine durante lo Sciopero Nazionale, alcuni cittadini hanno effettuato trasmissioni dal vivo per documentare la situazione dell’ordine pubblico.

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29 settembre 2021

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

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di Giulia Arrighetti da Le Parole le CoseLe Parole le Cose

Nel 2019, l’anno delle prime grandi mobilitazioni transnazionali per la giustizia climatica, nonché l’anno dei Gilets Jaunes in Francia, trovai sul comodino di un’amica la prima edizione Einaudi (1972) de L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura, di Dario Paccino. In quei giorni la tematica ecologica, che fino a quel momento avevo incontrato solo nel dibattito accademico e nella riflessione politica tra attivist* impegnati in lotte territoriali, trovava un inedito protagonismo sia nei mass media sia sui social network. Nessuno però parlava di un possibile “imbroglio” in relazione all’ecologia. Per questo il titolo del libro catturò immediatamente la mia attenzione: che cosa significava l’espressione “imbroglio ecologico”? Da quel momento ho cercato diverse volte di recuperare il libro, purtroppo introvabile, per rispondere a queste domande con la lettura.

Sono finalmente riuscita a soddisfare il mio desiderio poche settimane fa, grazie alla nuova edizione del testo pubblicata da Ombre Corte, introdotta da un importante saggio di Gennaro Avallone, Lucia Giulia Fassini e Sirio Paccino, capace non solo di contestualizzare l’opera nel suo tempo, ma anche di evidenziare come le intuizioni di Paccino siano ancora rilevanti nella contemporaneità.

In questa mia recensione cercherò di chiarire perché, secondo me, le nuove generazioni di ecoligist*, attivist* climatici e militant* dovrebbero leggere questo libro.

Un primo motivo è l’occasione di entrare in contatto con il pensiero di un “ecologo inquieto”, secondo la definizione che Giorgio Nebbia diede di Paccino al momento della sua morte. Rapportarsi all’opera di Paccino permette, infatti, di confrontarsi con la figura di un uomo che ha cercato di coniugare, nel corso della sua esistenza, la ricerca intellettuale con l’azione politica, entrando in aperta contraddizione con chi ricerca l’autoaffermazione nel sapere specialistico senza alcuna tensione rispetto all’agire nella società in cui abita, nel suo tempo come nel nostro. È lo stesso Paccino che nel descriversi afferma: “da questo punto di vista non sono un intellettuale: mi limito a svolgere una funzione, sia pure schizofrenicamente, poiché in me convivono (per quella grande ‘volgarità’ che è il pane) il professionista e il militante. Non sentendomi prigionierio di alcun ruolo” (p. 8) Ex partigiano durante la Resistenza, Paccino è stato militante del movimento antinucleare nonché giornalista e saggista, impegnato in un’opera di divulgazione critica rispetto alla questione ecologica finalizzata al superamento dello iato tra sapere esperto e senso comune. Come scrisse infatti Valerio Giacomini, il ruolo di Paccino come intellettuale/divulgatore può essere visto come quello di “un terzo uomo che si incarica di creare una comunicazione fra il produttore specialistico di scienza e di tecnica (‘primo uomo’) e qualsiasi altro uomo (‘secondo uomo’) che manifesti ben legittime esigenze di informazione e conoscenza […] quando si tratta di questioni che riguardano interessi fondamentali della sua stessa esistenza e sopravvivenza” (p.8), come quelle ecologiche.

Entrare in relazione con il lavoro di Paccino può quindi essere di stimolo per chi si sente un “ecologo inquiet*” a sua volta: c’è un enorme bisogno di “terze persone” – liberandoci dal binarismo di genere – capaci non solo di divulgare il sapere specialistico, ma di metterlo in discussione e in relazione con i saperi situati (per usare l’espressione di Donna Haraway) e subalterni in merito ai conflitti ambientali.

Un secondo motivo è l’opportunità di confrontarsi con un’argomentazione radicale che guida il lettore – attraverso l’analisi dei rapporti socio-ecologici, di produzione e di potere all’interno dell’organizzazione capitalistica – alle radici delle cause strutturali che non solo hanno prodotto, ma riproducono continuamente la crisi ecologica.

L’obiettivo dichiarato è infatti quello di presentare un’importante critica all’ambientalismo istituzionale e all’uso capitalistico della natura, mostrando quanto il nesso capitale-natura sia fondamentale per i processi di accumulazione capitalistica, così come per le prospettive di lotta di classe.

Infatti, già nell’“Avvertenza” Paccino dichiara:

“Assunto dell’opera, la proposta di mettere l’ecologia con i piedi sulla terra, la terra di tutti gli uomini, e perciò anche delle loro verità ed ideologie: il sistema dei rapporti di produzione. E ciò in polemica sia con quegli ecologi che si librano al di sopra delle parti, sia con quei materialisti storici che accolgono la riduzione idealistica della storia naturale e della storia umana.”

Rimettere l’ecologia con i piedi sulla terra significa per Paccino denunciare ed illustrare l’“imbroglio” attraverso cui si realizza l’interesse del capitalismo, a lui contemporaneo, per l’ecologia.

Le classi dominanti non salgono “sul palcoscenico ecologico” perché realmente interessate alla sopravvivenza della totalità degli esseri umani e non umani, ma unicamente per proteggere loro stesse e i loro profitti dalle minacce della crisi ecologica, che loro stesse hanno generato.

“Gli effetti mutageni delle radiazioni nucleari non sono trattenuti nelle mura d’acciaio del palazzo d’inverno, anche nei giardini del palazzo cadono le scorie avvelenate dell’attività industriale. […] Ma lui stesso [il padrone], o suo figlio (andato a studiare in Usa), sa che gli sconquassi portati al metabolismo della biosfera, quelli visibili, e forse ancor più quelli che non si vedono a occhio nudo, sono talmente gravi e generalizzati che non c’è arca di Noè che possa mettere qualcuno al riparo dalle conseguenze”. (pp. 80-81)

Il padrone quindi

“si è accorto dell’ecologia […] quando le conseguenze dei costi ambientali hanno incominciato a minacciarlo direttamente, nello stesso tempo che gli hanno fatto intravedere nuove possibilità di guadagno con l’industria ecologica.” (p. 50)

L’“imbroglio ecologico” si configura dunque nell’elaborazione di un “ideologia ecologica” capace non solo di nascondere le reali responsabilità politiche del padrone nella degradazione della biosfera – assolvendolo – ma anche di orientare le politiche ecologiche (ciò che oggi sarebbe definita transizione) in modo che i costi ambientali e sociali siano scaricati unicamente sulle classi subalterne. Grazie alla suddetta “ideologia ecologica” il capitalismo è capace di giustificare le opportunità di guadagno e speculazione che la crisi ecologica gli offre, per esempio attraverso la riconversione in chiave falsamente ecologica dell’apparato produttivo – “l’industria ecologica” – o tramite i processi di finanziarizzazione della natura.

“…ideologia ecologica […], oltre ad essere caratteristica falsa coscienza, è anche il tentativo di impostare il problema in modo da far pagare lo scotto ai danneggiati, e guadagnarci”. (p. 56)

Paccino giustifica queste sue tesi proponendo una serie di esempi legati a tematiche di forte rilevanza nella nostra contemporaneità: la questione decoloniale, il ricatto salute-lavoro, la prevenzione come tema di salute pubblica – soprattutto in relazione all’uso di prodotti cancerogeni nella produzione di cibo – le politiche miopi sia sul fronte dell’organizzazione dei trasporti sia dell’urbanistica…

Ritengo, quindi, che gli strumenti interpretativi proposti da Paccino cinquant’anni fa possano essere utili per comprendere i reali interessi economici e di potere che stanno dietro agli attuali programmi di transizione ecologica promossi dalla politica statale oltre che dall’iniziativa privata, nonché suffragati da gran parte della scienza ufficiale. Le parole di Paccino ci insegnano a essere vigil* e a mettere a critica le forme in cui “l’ideologia ecologica” promossa dalle odierne classi dominanti oggi impedisce che si trovi una soluzione reale all’eco-catastrofe a cui ci hanno condannat*.

Un esempio fra tutti è la proposta di poche settimane fa del ministro per la transizione ecologica Cingolani di ripensare il ruolo dell’energia nucleare nel nostro paese in quanto energia sostenibile. Non siamo forse davanti a un “imbroglio ecologico” 4.0?

Un terzo e ultimo motivo che rende questo testo meritevole di essere letto riguarda la proposta politica espressa da Paccino: lavorare alla costruzione di un’ecologia conflittuale capace, proprio grazie all’esercizio dell’antagonismo sociale, non solo di invalidare “l’ideologia ecologica” del padrone, ma anche di impostare un’inedita lotta rivoluzionaria anticapitalista per l’ambiente proprio a partire dallo smascheramento dell’imbroglio ecologico vigente.

“C’è un criterio infallibile per distinguere l’ideologia ecologica dalla lotta rivoluzionaria per l’ambiente, ed è la conflittualità.” (p. 199)

Secondo Paccino l’agire per un’“ecologia conflittuale” non può essere rimandato a un momento successivo alla “presa del palazzo d’inverno”, e quindi al momento di emarginazione del padrone capitalista, ma si deve dare nel presente data l’urgenza immanente di contrastare la politica predatoria delle classi dominanti responsabili della catastrofe ecologica.

“Certo, non è con l’ecologia conflittuale che si arriva, finchè c’è un padrone, alla fabbrica a misura d’uomo. Ma si otterrebbe almeno il risultato di spuntar un’arma ideologica, mostrando chi sia il vero responsabile della quotidiana strage ecologica. E si contribuirebbe a rimettere la filosofia marxista sulle sue gambe, ponendo come prius di tutto (anche dell’essere sociale, e non solo come antefatto dato una volta per tutte) l’essere naturale.” (Ibid)

Paccino, quindi, arriva a scontrarsi direttamente con il posizionamento della sinistra italiana del suo tempo in merito alla questione ecologica, compresa la sua espressione statuale che si richiama al comunismo in Unione Sovietica e quella filosofico-politica che si richiama al marxismo ufficiale. L’accusa è quella guardare alla questione ecologica a partire da un indebito e problematico idealismo: considerando la storia umana come indipendente da quella naturale/biologica, il marxismo ufficiale abbandona la sua vocazione materialista divenendo incapace di cogliere la realtà della relazione strutturale tra lo sfruttamento della forza lavoro e quello della biosfera, nonché l’urgenza di contrastarne gli effetti più nefasti.

“La stessa impostazione della consequenzialità meccanica dei problemi ecologici dal ribaltamento del sistema e perciò il loro rinvio a rivoluzione avvenuta, può ben dirsi derivata dal ‘giocar fuori casa’, che solo chi sia stato contaminato da idealismo può credere, in una società come la nostra, all’inevitabilità (sia pure garantita dalla lotta, anziché da pacifica evoluzione) delle magnifiche sorti progressive, e non avvertire perciò l’urgenza dell’attacco del padrone, oltre che sul terreno dello sfruttamento, anche su quello del suo planetario “biocidio ed ecocidio”, che potrebbe cancellare la vita sulla terra ben prima dell’avvento della rivoluzione mondiale.” (p. 201)

Secondo l’autore, dunque, nell’“ecologia conflittuale” la lotta contro lo sfruttamento delle classi lavoratrici deve coniugarsi con quella contro lo sfruttamento dell’ambiente.

“Non solo dunque lotta per liberare l’uomo dallo sfruttamento, ma anche per liberarlo dalla vendetta della natura nel senso di impedire che il padrone continui a metterla in condizione di doversi vendicare.” (p. 205)

Ritengo quindi che questa lezione di Paccino debba essere recuperata dalla nostra generazione: è necessario provare a esercitare una nuova “ecologia conflittuale” nel nostro presente, che si ponga in aperta critica con le istituzioni e con la politica partitica che si prefiggono la “gestione” della crisi climatica, rimanendo scettici davanti alle opzioni riformiste proposte. Per questo è importante mobilitarsi accanto ai movimenti transnazionali (FFF, XR, ecc.) e con le lotte territoriali che attraversano i nostri territori. Un primo appuntamento importante per questo è la mobilitazione contro la pre-COP 26, cioè l’incontro preparatorio alla ventiseiesima Conferenza delle Parti che si terrà a Milano nel primo weekend di ottobre. Operare una critica dei processi di governance climatica tenendo le gambe ben salde nelle piazze: il modo migliore per dare nuova vita al grande libro di Dario Paccino.

 

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La pesantissima sentenza nei confronti di Mimmo Lucano dovrebbe far riflettere su cosa rappresentano nel nostro paese i tribunali, le magistrature e le questure. Dovrebbe portarci ad aprire gli occhi sulla profonda differenza tra la giustizia e la cosiddetta legalità.

La condanna di Mimmo a tredici anni è solo l'ennesimo evidente caso di uso politico dei tribunali per orientare l'opinione pubblica, schiacciare l'attivismo sociale e normalizzare ogni anomalia che potrebbe rappresentare nel panorama del nostro paese una possibilità di forzare gli odiosi rapporti di sfruttamento e dominio in cui viviamo.

La persecuzione continua nei confronti degli attivisti e delle attiviste No Tav, con Dana che sta ancora scontando ai domiciliari due anni di detenzione per aver distribuito dei volantini ed Emilio che rischia di essere espatriato per aver portato la propria solidarietà ai migranti sul confine. La vicenda di Eddi, a cui è stata da poco confermata la sorveglianza speciale per essere andata a combattere in Siria contro Daesh. Le diverse inchieste per associazione a delinquere inventate di sana pianta per mettere pressione nei confronti di chi lotta a fianco di lavoratori, disoccupati e sfrattati.

Ma non si tratta solo di questo, non solo della repressione delle lotte sociali, ma di un quadro molto più ampio in cui la "giustizia" rappresenta un vero e proprio sistema corporativo, corrotto e al servizio dei potenti. Le aule di tribunale sono piene di fascisti camuffati, affaristi senza scrupoli, corrotti e corruttori che però non siedono sul banco degli imputati. Il caso Palamara che da anni ormai riempie le pagine dei giornali è solo l'apice dell'iceberg, ma centinaia di vicende simili di più piccola portata accadono ovunque e rimangono sulla cronaca locale, quando non vengono direttamente insabbiate. E' interessante in questo senso la vicenda dei due ex-Pm anti No Tav, l'uno, Padalino indagato per vicende corruttive e di scambio di favori, l'altro, Rinaudo, che dopo aver garantito a Cirio e alla Regione Piemonte lo scudo legale rispetto alla disastrosa gestione della pandemia adesso punta a diventare assessore alla sicurezza a Torino partecipando alle "ronde per la sicurezza" in San Salvario, in prima fila.

Ben oltre la magistratura, l'intero sistema è marcio, tra torture nelle carceri e caserme dei Carabinieri dediti al traffico di droga, una banda di corsari in divisa impegnati a far valere un'unica legge, quella del più forte.

D'altronde certa sinistra in Italia si è abbeverata volentieri per anni del mito dei PM antimafia, del superpoliziotto liberale, della presunta lotta alla corruzione, quando in realtà a ben guardare la "giustizia" dei tribunali è quella su cui si è edificato dopo tangentopoli lo Stato neoliberale con tutta la sua violenza. L'uso politico della magistratura non è una novità, ma è sistematico, e non serve tornare agli anni '70 per scoprirlo.

Da poco è uscita la serie di Netflix "Vendetta: la guerra nell'antimafia" che al di là della vicenda in sé, evidenzia come anche questo mito sia diventato logoro, uno strumento dell'arricchimento personale e della corruzione, che quando portata alla luce vede una risposta corporativa e sistemica per coprire le proprie vergogne.

Qui non si discute la moralità individuale dei singoli magistrati, giudici, ecc, ma si evidenzia come questo sia strutturalmente un sistema dedito alla sopraffazione. "Esistono anche magistrati buoni" dirà qualcuno, noi diremmo ingenui, e sì, forse esistono, ma sono quelli che vengono regolarmente cacciati.

Le poche volte che in questo paese viene fatta giustizia per davvero, magari momentaneamente, è quando sorgono motivazioni di opportunità, conflitti sociali che è meglio tentare di far rientrare (si veda la vicenda di GKN e Texprint), casi che suscitano rabbia nell'opinione pubblica (come Cucchi), oppure occasioni di carrierismo e ascesa per i singoli che tentano di mettersi in mostra di fronte ai media.

Le galere sono piene di proletari che non arrivano a fine mese, mentre coloro che hanno consciamente fatto pressioni perché durante la fase acuta della pandemia le fabbriche restassero aperte, provocando la diffusione del contagio e migliaia di morti, loro sono chiamati imprenditori.

Mimmo Lucano, come ammesso dallo stesso PM del processo, non ha tenuto un soldo per sé, un progetto nato per ridare vita ad uno dei tanti paesi morenti della Calabria viene trasfigurato nella narrativa giudiziaria in un sistema di clientele. Eppure il quotidiano porta a porta che fanno altri candidati nel periodo elettorale elargendo promesse per comprare voti, che è tutt'ora pratica comune a certe latitudini, non ha mai avuto come risposta una tale severità. La Calabria è una regione praticamente fallita, in cui un patrimonio boschivo senza precedenti è andato in fiamme quest'estate e il tribunale di Locri ha tra le sue priorità la cancellazione totale di una delle poche esperienze che, con le sue contraddizioni, ha aperto uno squarcio di futuro possibile sulla regione. Il timing elettorale è solo un aspetto di quanto sta succedendo.

Allo stesso modo la vicenda di Morisi può suscitare qualche ironia, perché mostra tutta l'ipocrisia della "Bestia", ma non si dovrebbe essere entusiasti per quanto accaduto, perché non sarà un conflitto sociale ampio e generalizzato a portare al declino della Lega, ma le solite manovre di palazzo e ciò che verrà dopo probabilmente non sarà molto meglio.

Più la crisi di legittimità dello Stato si approfondisce, più assisteremo a situazioni del genere. Oggi non dobbiamo lasciare solo Mimmo Lucano, non va riprodotto l'eroe romantico solitario nella sua tragedia, ma dobbiamo aprire una discussione seria ed approfondita sulla necessità della contrapposizione, della costruzione di un rapporto di forza in grado di ribaltare la violenza di questo Stato. Perché la "giustizia" dei tribunali non è altro che la politica con altri mezzi, che poi è la guerra. Guerra contro i proletari e le lotte sociali, ed in extrema ratio per regolare i conti interni alla borghesia. Dunque quanto sta succedendo a Mimmo ci riguarda tutti e tutte.

A questo link l'intevista che abbiamo avuto occasione di fargli alcuni anni fa.

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