ssssssfff
Articoli filtrati per data: Saturday, 09 Gennaio 2021

Riceviamo e pubblichiamo...

Quanto sta accadendo negli USA mette a nudo la vera crisi dei tempi attuali, il punto di caduta dove rischiano di andare a risolversi tanto la crisi economica quanto quella pandemica: il rischio di uno Stato autoritario. Lo stravolgimento di quella cornice democratico-rappresentativa che, con tutti i suoi limiti e difetti, ha costituito il nostro contesto complessivo dal secondo dopoguerra ad oggi. Quella cornice che ha rappresentato tanto il rilancio del capitale a livello globale quanto un habitat importante per le lotte contro di esso. La maggior parte di noi, che facciamo militanza politica di base, ci è nata ed evidentemente c’è una grande fatica a riconoscere le doglie di questi tempi e soprattutto ad adattare le proprie analisi e la propria prassi. Eppure in Italia abbiamo rischiato un picco di questo processo durante il Governo giallo-verde, scongiurato dall’inciampo di Salvini che, proprio alla vigilia dell’arrivo in Italia del Covid-19, ha inconsapevolmente buttato a mare l’occasione di gestire un periodo in cui leggi speciali si sono rese necessarie. Ma non si è imparato molto. I vertici nazionali del PD sembrano avere la consapevolezza del rischio, ma l’analisi che se ne fa ormai ha lasciato alle spalle quella timida autocritica fatta all’inizio dell’esperienza governativa, necessaria invece in dosi massicce per prendere le contromisure indispensabili soprattutto nel campo del lavoro, della povertà e delle diseguaglianze: il nocciolo duro delle opportunità di un regime in questo Paese. Poi, le catene decisionali del PD sono ancora zeppe di individui di una mediocrità assoluta, che non se ne fregano assolutamente nulla del rischio di un regime, né lo capiscono, ma sono troppo occupati a custodirsi il proprio potentato locale. E soprattutto, non sembra esserci la consapevolezza diffusa che il rischio autoritario non nasce dalla rappresentanza di persone come Salvini e Meloni, ma nello stesso corpo sociale, e che dunque la battaglia si consuma, ci piaccia o meno, innanzitutto nella società. Anche quelli “più a sinistra” del PD credono ancora che la sinistra sia un’alchimia: far trovare la persona giusta al momento giusto, che possa provare a prendere le decisioni giuste che la situazione ci consente. Senza il coinvolgimento SERIO di attori sociali, e soprattutto di quanti sono capaci di pratiche antiautoritarie e inclusive; senza autocritica profonda delle proprie responsabilità dello sfacelo che ha reso fertile il terreno alla destra, questo Governo continuerà a non esser più di un conto alla rovescia. La consapevolezza del rischio di regime diventa solo un’aggravante di colpevolezza. Le realtà dei movimenti di base, invece, sono purtroppo perse, chiuse in un angolo anche dal proprio orgoglio di sconfitti, quali siamo attualmente. Sognando sempre di vivere la situazione in cui le masse cerchino punti di riferimento più radicali, anche qua la profonda messa in discussione è merce rara. Si fa ancora fatica ad inquadrare la differenza del contesto nuovo che avanza, e a prendere le adeguate contromisure. Si urla ancora che il PD e Salvini siano la stessa cosa. Nell’ora più difficile, si rinuncia ancora a costruire vertenze reali che strappino risultati, aprano contraddizioni, INSEGNINO ai soggetti reali che con la lotta le cose possono cambiare. Le lotte che si costruiscono spesso hanno più la finalità di dimostrare come non si possano vincere finché governa questo o quello. Si commette l’errore da cui ci sentiamo immuni: quello dell’idealismo, del credere che le persone possano convincersi sulla base della giustezza di un discorso o di una proposta. Sono tre anni che segnaliamo a chi ci sta intorno la necessità di una riflessione sul rischio dell’autoritarismo. Qualunque sarà la forma di smobilitazione di questo grottesco assalto al Congresso, non possiamo più farne a meno.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Continuiamo la rassegna di contributi su quanto successo negli USA con questa interessante intervista di Radio Onda Rossa a Mattia Diletti sulle contradizioni emerse dentro la narrazione della democrazia statunitense.

I barbari nel tempio della democrazia? A 48 ore dall'irruzione dei militanti trumpiani nella sede del Congresso di Washington proviamo a fare il punto della situazione insieme a Mattia Diletti, ricercatore in scienza della politica alla Sapienza

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Cade l’aggravante di violazione  delle norme sulla sicurezza sul lavoro e quindi va in prescrizione il reato di omicidio colposo per tutti gli imputati nella strage ferroviaria di Viareggio del giugno 2009e. Ci sarà, per tutti, un processo d’appello bis per il reato di disastro ferroviario colposo.

La Corte di Cassazione ha modificato la sentenza della Corte d’appello di Firenze, stralciando il reato di omicidio colposo ritenendo caduta l’aggravante del mancato rispetto delle norme sulla sicurezza sul lavoro.

La Corte fissa un nuovo processo d’appello per disastro ferroviario colposo che, in alcuni casi, come quello dell’ex ad di Fs Moretti e dell’ex ad di Rfi Elia, verificherà la sussistenza di eventuali profili di colpa, mentre per altre posizioni dovrà rivalutare la pena. Moretti ed Elia, nel processo di secondo grado, erano stati condannati rispettivamente a 7 e 6 anni di reclusione.

La Corte ha confermato anche le assoluzioni dei due dirigenti Rfi Di Marco e Costa. Nuovo processo d’appello, anche per l’ex ad di Trenitalia Soprano, che era stato condannato a sei anni, e per Francesco Favo (all’epoca certificatore della sicurezza per Rfi), condannato a 4 anni. Giudizio di secondo grado bis anche per gli allora vertici di Gatx Rail Austria, di Gatx Rail Germania e delle Officine Jugenthal, società incaricate della manutenzione dei carri cisterna, uno dei quali deragliò provocando l’esplosione del gpl.

Abbiamo raccolto un commento da Gabriele Delle Luche, avvocato di parte civile nel processo. Ascolta o scarica

 

 

“L’esito del processo è disastroso”, commenta Marco Piagentini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime del 29 giugno 2009. “Di fatto l’omicidio colposo è prescritto per tutti, l’aggravante sull’incidente sul posto del lavoro non è stato riconosciuto – aggiunge Piagentini -. Moretti ed Elia torneranno in corte d’appello a Firenze ma solo per rideterminare alcuni elementi della colpa”.”Come si faccia ad escludere l’incidente sul lavoro quando è di fatto un incidente sul lavoro, è una cosa che non si spiega”, ha concluso Piagentini. Escluse dai risarcimenti tutte le 22 associazioni che si erano costituite parte civile.

Vi proponiamo un commento alla sentenza anche da Riccardo Antonini, dell’Assemblea 29 giugno. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Anna Kuliscioff nasce in Crimea, nel 1854. Nel 1871 si trasferì a Zurigo per proseguire gli studi di filosofia, poiché in Russia le donne non potevano frequentare l’università. Qui iniziò a maturare la sua coscienza politica.

Nel 1873, fu ordinato agli studenti russi di abbandonare l’università di Zurigo, pena la non ammissione agli esami in Russia. Rientrata, milita nel movimento rivoluzionario russo, periodo in cui la Kuliscioff, come reazione al dispotismo zarista, si convince della necessità dell’uso della violenza nella lotta politica. Aderisce alla cosiddetta “andata verso il popolo”, un movimento politico di massa, iniziato in Russia nel 1873, che raggiunse il culmine nell’estate del 1874, quando fu represso dal regime zarista. Migliaia di studenti lasciarono le città e si trasferirono nei villaggi per vivere a contatto dei contadini e portare la causa rivoluzionaria tra il popolo. Nel 1877 fu costretta a tornare in Svizzera, in seguito appunto alla repressione zarista e all’ondata di arresti che ne scaturirono. Tra il 1873 ed il 1877 ci furono almeno 1600 persone processate di cui 924 carcerati e carcerate o esiliati. Poi dalla Svizzera si trasferisce in Francia; nel 1878 viene arrestata ed espulsa. Da qui il trasferimento in Italia, dove proseguirà la sua attività rivoluzionaria, studiando e aderendo definitivamente al marxismo e militando nel movimento per l’emancipazione delle donne. Anche in Italia, dove venne etichettata come terrorista, subirà vari processi, arresti ed espulsioni.

Dal 1881 passa un periodo di isolamento, anche politico, quando si separa dal compagno Andrea Costa, di cui Anna non poteva condividere la mentalità maschilista, che, soprattutto dopo la nascita della figlia, la voleva relegata alla vita familiare. In questo periodo di isolamento, dovuto anche alla tubercolosi contratta nel carcere di Firenze, si iscrive alla facoltà di medicina in Svizzera, studiando in maniera accanita la sua malattia.

Nel 1888 Anna si laurea in ginecologia a Torino e con la sua tesi scopre l’origine batterica delle febbri puerperali, aprendo la strada per la salvezza di milioni di donne dalla morte post partum. Trasferitasi poi a Milano comincia la sua attività di “dottora dei poveri”, come la definivano i milanesi. Nello stesso tempo, nell’89, fonda con Turati e Lazzari, la Lega Socialista Milanese, per l’affermazione dell’autonomia del movimento operaio dalla democrazia borghese. Entra in contatto con le principali esponenti del femminismo milanese, Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff e Norma Casati, che nel 1882 avevano formato la Lega per gli interessi femminili. Da qui in avanti l’impegno di Anna Kuliscioff nella questione femminile.

Nel ‘90, studia e sviluppa il tema del rapporto uomo-donna, portandolo al circolo filosofico di Milano, riscuotendo numerosi consensi soprattutto da parte delle donne. Secondo la Kuliscioff, solo il lavoro sociale ed egualmente retribuito, potrà portare la donna alla conquista della libertà, mentre il matrimonio non fa che umiliarla e a toglierle l’indipendenza. «Non farò, tuttavia, una requisitoria – così esordisce la Kuliscioff al convegno milanese -. Non è una condanna ad ogni costo dell’altro sesso che le donne domandano; esse aspirano anzi ad ottenere la cooperazione cosciente ed attiva degli uomini migliori, di quanti, essendosi emancipati, almeno in parte, dai sentimenti basati sulla consuetudine, sui pregiudizi e soprattutto sull’egoismo maschile, sono già disposti a riconoscere i giusti motivi che le donne hanno di occupare nella vita un posto degno per averne conquistato il diritto».

Anna Kuliscioff sottolinea che sarebbe semplicistico attribuire la causa della condizione della donna all’egoismo e alla prepotenza maschile. È una condizione complicata e subdola, perché il passare del tempo e l’evoluzione intellettuale e morale dell’uomo ha “trasformato” l’antica condizione di schiavitù della donna ma non l’ha abolita.

Nel 1898, la polizia irrompe a casa di Anna Kuliscioff e Filippo Turati, che era anche la sede e redazione della rivista Critica Sociale, e viene arrestata, in seguito alla repressione per le sommosse dei moti di Milano del 1898, per “aver concertato o stabilito di mutare violentemente la costituzione dello stato, istigando la popolazione alla violenza”. Anna fu condannata a 2 anni di reclusione in carcere. Uscita mette appunto la legge sulla tutela del lavoro minorile e femminile, che viene portata ed approvata in parlamento. Nel 1908 decide di dedicarsi alla lotta per il suffragio femminile, tema su cui aveva avuto dei dubbi, interrogandosi sul valore del voto nella lotta per l’emancipazione della donna. Nel 1911 con il contributo della Kuliscioff nasce il comitato socialista per il suffragio femminile. Ma l’anno successivo il governo Giolitti dice no alle donne, concedendo il voto a tutti i maschi, anche analfabeti, adducendo poi l’analfabetismo femminile come causa della loro esclusione dal voto. Un duro colpo a cui Anna risponde fondando la rivista bimestrale «La Difesa delle Lavoratrici», che dirigerà per due anni. Nel 1914, dopo lo scoppio della guerra, le divergenze politiche con la redazione porteranno Anna Kuliscioff a ritirarsi dall’iniziativa editoriale, sulla quale, però, continuerà sempre a pesare con il suo giudizio. Dopo la fine della guerra e l’avvento del fascismo, la rivista non ebbe vita facile. Chiuse nel 1925, anno della morte di Anna Kuliscioff. Proprio mentre il fascismo si affermava lei si spense. Al suo funerale alcuni fascisti si scagliarono contro le carrozze strappando bandiere, drappi e corone.

 

Guarda "Anna Kuliscioff ed il Femminismo":

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

IL 9 GENNAIO 1950 A MODENA, ROBERTO ROVATTI, EX PARTIGIANO, FU UCCISO IN UN FOSSO DA SEI CARABINIERI CON I CALCI DEL FUCILE.

INSIEME A LUI VENNERO UCCISI ALTRI CINQUE MANIFESTANTI CHE LOTTAVANO CONTRO IL LICENZIAMENTO DEGLI OPERAI ALLE FONDERIE RIUNITE.

Le Fonderie Riunite di Modena costituivano uno dei principali pilastri socioeconomici dell’area e garantivano il sostentamento economico a centinaia di famiglie.

Nel mese di dicembre del 1949 la direzione aziendale utilizzando come pretesto la scarsa produttività degli operai generata “dai continui stati di agitazione”, decise di chiudere gli stabilimenti per un mese. Poi venne stabilito che al momento della riapertura sarebbero stati reintegrati soltanto meno della metà dei dipendenti.

La mattina del 9 gennaio dopo una assemblea i lavoratori decisero di manifestare dirigendosi verso la fabbrica per provare a intavolare l'ennesima trattativa resa di fatto impossibile a causa dell'assenza dell'imprenditore Orsi. La reazione delle forze dell'ordine fu gravissima: iniziarono a sparare ad altezza uomo sia da terra, sia dalle terrazze della fabbrica uccidendo tre manifestanti.

L'ondata di violenza continuo anche nelle ore successive quando Roberto Rovatti, un ex partigiano, venne circondato da un gruppo di carabinieri, scaraventato dentro un fosso e infine massacrato con i calci del fucile.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della camera del lavoro con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma nel primo pomeriggio per un comizio sindacale. Intanto le forze armate continuarono a sparare sulla folla provocando altre due vittime entrambi giovanissime, in via Ciro Menotti.

Dalle testimonianze emerse poi in seguito, una delegazione si recò presso la questura per cercare di porre fine a quel massacro e il prefetto rispose dicendo testuali parole: «Ritirate immediatamente tutti i vostri dalle Fonderie. Qui succederà una strage. Abbiamo tanta forza da sterminarvi tutti».

A processo finiranno solo gli operai, mentre nessuno uomo dello stato pagherà per l'eccidio. Ai funerali delle vittime parteciparono circa 300000 persone.

 

Gianni Rodari dedicò alla vicenda una straziante poesia, "bambino di Modena."

Perché in silenzio

bambino di Modena,

e il gioco di ieri

non hai continuato?

Non è più ieri:

ho visto la Celere

quando sui nostri babbi ha sparato.

Non è più ieri, non è più lo stesso:

ho visto, e so tante cose, adesso.

So che si muore una mattina

sui cancelli dell’officina,

e sulla macchina di chi muore

gli operai stendono il tricolore.

 

Fonte: Cannibali e Re

 

Guarda "09 gennaio 1950 L'eccidio delle fonderie riunite di Modena":

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons