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Articoli filtrati per data: Tuesday, 05 Gennaio 2021

La magistratura di Londra ha detto no all’estradizione chiesta dagli Usa per Julian Assange, 49enne australiano, fondatore di Wikileaks.

Un verdetto a sorpresa, quello della Corte londinese di Old Bailey, dove la giudice distrettuale Vanessa Baraister ha respinto la richiesta di Washington, che insegue da una decina d’anni Assange, “reo” di aver contribuito a svelare dal 2010 file riservati delle agenzie di sicurezza Usa, tra cui quelli che certificavano i crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan.

Per la Corte di Londra l’istanza Usa è irricevibile per una questione di tutela della “salute mentale” del 49enne. Bollate come insufficienti le garanzie carcerarie Usa ed evocati rischi concreti “di suicidio” nelle condizioni d’isolamento cui Assange sarebbe andato incontro. Festeggiano sostenitori e legali di Assange, che lavorano al rilascio su cauzione.

Obiettivo: permettere al fondatore di WikiLeaks, contro accuse che – negli Usa – gli varrebbero 175 anni di carcere duro. Per Assange il futuro potrebbe essere in Messico, dove il presidente Andres Manuel Lopez Obrador gli ha offerto “asilo politico”, anche se condizionato alla rinuncia all’attività politica, sia interna al paese centroamericano che al di fuori. Le parole di Lopez Obrador, tradotte dalla nostra Redazione.

L’intervista più complessiva al no all’estradizione negli Usa di Julian Assange a Arturo Di Corinto, giornalista de Il Manifesto e Repubblica che si occupa in particolare di web e libertà digitali. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Il testo seguente è stato pubblicato originariamente sul sito studiquestionecriminale.

Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Alessandro Senaldi (Università degli Studi di Genova) sui primi importanti risultati dell’attività di ricerca svolta durante il suo PhD.

Ringraziamo Alessandro e vi auguriamo buona lettura!

di Alessandro Senaldi

Precisazioni sulla ricerca

Questo testo è stato immaginato come un contributo al dibattito – pubblico, professionale e accademico – che si sta sviluppando1 a seguito degli ultimi eventi giudiziari riguardanti la cultura giuridica locale torinese2. È mia intenzione, quindi, fornire – sotto forma di una nota di ricerca e senza l’inclusione di troppi elementi teorico-interpretativi – alcuni risultati emersi durante il lavoro svolto nel corso della mia esperienza dottorale3.

I dati di seguito presentati, sono stati elaborati attraverso lo studio della (quasi) totalità dei processi aventi come imputati e imputate militanti del movimento No Tav. Per la precisione, la ricerca riguarda i processi che, al termine dell’assunzione del materiale empirico (il 31 dicembre 2017), erano giunti (almeno) alla conclusione del primo grado di giudizio. Complessivamente, quindi, ho analizzato i materiali giudiziari prodotti in quasi 12 anni (4.061 giorni) – per un totale 7.301 documenti – e identificati 151 procedimenti iscritti (dal 2005 al 2016) al Registro Generale Notizie di Reato, di cui di 86 è stato possibile ricostruire in maniera completa la storia processuale.

La speranza è che, attraverso questa didascalica restituzione di elementi tecnico-giuridici, storici e statistico-descrittivi, sia possibile – osservando attraverso la lente focale della criminalizzazione secondaria4 della “questione criminale No Tav” – mettere in luce tendenze e specificità della cultura giuridica locale torinese.

Evoluzione dei processi contro attivisti e attiviste No Tav

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Dal punto di vista temporale l’azione penale legata alla vicenda del TAV/TAC in Val di Susa comincia a strutturarsi nel 1998, con il processo contro gli anarchici Edoardo Massari, Maria Soledad Rosas (entrambi tragicamente morti suicidi in condizioni detentive) e Silvano Pellissero. Segue, fino al 2005, una sorta di pax giudiziaria, motivata anche da una certa inattività da parte della compagine promotrice dell’opera. Per un notevole incremento delle notizie di reato, si dovrà attendere il 2010, anno in cui si registra una brusca impennata degli RGNR iscritti. Tale impennata, se per alcuni versi appare naturale conseguenza della radicalità espressa dal movimento a fronte dei primi passi concreti mossi dalla compagine promotrice, può anche essere letta come l’effetto della nascita del “Gruppo Tav”, ovvero il pool di magistrati istituito, contestualmente alle prime operazioni di implementazione dell’opera, dal procuratore capo Caselli (il 13/1/10)5. A partire dal 2013, poi, il numero di iscrizioni discende nuovamente tornando ad una situazione di “normalità” nel 2016.

Sul punto occorre, inoltre, porre un’evidenza. Infatti, se è vero quanto riportato da LaRepubblica Torino (1/3/14) – cioè che secondo il Registro Informatico della Procura tra il 2010 e il 2014 sono state indagate più di mille persone (123 i fascicoli aperti tra il 2010 e il 2012 per un totale di 707 indagati, mentre, nel 2013 sono stati aperti 70 fascicoli con un totale di 280 indagati) – vi è un’importante una discrasia tra quanto riportato ai media dalla Procura di Torino e quanto emerso da questo studio. In quanto, dalla ricerca svolta, risultano essere – in un arco temporale maggiore – solamente 477 gli imputati. Questo, se non può mettere in dubbio la veridicità della notizia, sta quantomeno a significare che, a fronte di un’alta attività investigativa della procura, solo una parte minoritaria di questa si conclude con un addebito.

Imputat*: età, provenienza e selettività dell’organizzazione procura-polizia sen2 copia

Gli imputati sono di un’età compresa tra i 17 e gli 78 anni, il che dimostra una spiccata inter-generazionalità del movimento. Sul punto, l’aspetto più saliente riguarda il dato della popolazione “anziana”. Il numero di coloro che hanno più di 64 anni rappresenta il 6,7% del totale. Tale risultato è interessante, in quanto emerge come la percentuale degli attivisti ultrasessantenni imputati sia assai superiore rispetto a quella che si incontra nelle statistiche nazionali, le quali descrivono un’incidenza del numero di indagati over 64 solo del 2,5%incidenza del numero di indagati over 64 solo del 2,5%. Inoltre, la percentuale di attivisti imputati sopra ai 45 anni è sostanzialmente costante (imputati fino ai 34 anni sono il 54,8%, mentre gli imputati con più di 35 anni sono il 45,2%.), indice di come la radicalità non sia un fenomeno esclusivamente giovanile. Cade, cioè, la narrazione dell’esistenza di “manifestanti buoni” e “manifestanti cattivi” che si poggia sulla coppia concettuale oppositiva buoni/cattivi=vecchi/giovani.

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Per quanto riguarda la provenienza degli imputati, la maggioranza di questi (37,1%) è residente in uno dei comuni valsusini, in seconda posizione vi sono coloro che risiedono a Torino (27,9%), mentre, il terzo gruppo è quello che comprende gli imputati che risiedono fuori dal Piemonte (21,4%). Ancora, vi è poi pochissimo scarto tra gli imputati residenti in provincia di Torino e quelli residenti in regione, rispettivamente il 7,6% e il 5,9%, infine, tra gli imputati vi è un’unica presenza straniera. È possibile constatare la crisi del meccanismo di criminalizzazione che ascrive la conflittualità espressa unicamente ai “forestieri”, distinguendo tra coloro che vivono sul territorio conteso, che sarebbero legittimati alla protesta e quindi “buoni”, e coloro che non vivono sul territorio conteso, che sono “cattivi” in quanto accusati di “turismo da protesta”. Infatti, non solo il gruppo di imputati residenti in valle è il più consistente ma, in termini percentuali, gli imputati residenti fuori dal Piemonte sono solo un quinto del campione (il 21,4%).

Tentando, poi, di capire quali sono i soggetti di fatto interessati dai procedimenti giudiziari, al di là quindi del mero numero assoluto di imputati, emerge una selettività di polizia e procura. Tale affermazione è suffragata da due elementi: l’uno (per l’appunto) di natura numerica, l’altro di tipo qualitativo. Per quel che riguarda il primo elemento, se è vero che negli atti giudiziari analizzati vi sono 477 imputati, molti procedimenti hanno come protagonisti i medesimi soggetti, infatti, le persone realmente coinvolte sono 301. Mentre, dal punto di vista qualitativo, il meccanismo selettivo – esempio lampante di come si esprime nel caso di specie la criminalizzazione secondaria – è così spiegato dal capo della Digos torinese Petronzi durante il maxi processo: «[…] si è scelto di concentrare l’attenzione di carattere investigativo su quei soggetti potenzialmente identificabili […]. Quindi non ci si è concentrati su quelle altre figure […] ma si è concentrata l’attenzione su questi soggetti […] perché diciamo altresì che non si stava lavorando su una massa indistinta di soggetti arrivata da chissà dove, quindi si operava altresì su di una soggettività in buona parte anche nota, sia perché facente parte del variegato movimento No Tav, sia perché molti facenti parte di circuiti antagonisti, anche anarchici, nazionali e non solo nazionali».

I numeri degli altri attori coinvolti sen4

I dati riferibili al numero degli attori coinvolti, evidenziano come, escludendo la triade di parti necessarie nel processo penale (giudice, PM e avvocati difensori), vi sia una netta sovra-rappresentazione degli agenti di pubblica sicurezza. Tale sovra-rappresentazione, inoltre, arriva ad assumere tratti ancora più imponenti se si scompone la seconda categoria di attori presi in considerazione – nel grafico “Testimoni-Gente Comune” – che comprende tutta una serie di soggetti che vanno dai “semplici” attivisti alle parti terze offese, da testimoni che con il movimento non c’entrano nulla a lavoratori addetti all’implementazione dell’opera o di sue parti, da giornalisti e professori universitari a personaggi famosi.

Viene qui introdotto un tema centrale della storia processuale analizzata: la figura delle FF.OO. e i loro ruoli. L’importanza di tale questione, tuttavia, non deriva solo dall’assai nutrito numero di agenti coinvolti, come testimoni, nei dibattimenti dei vari processi instaurati, quanto piuttosto da un’analisi ad ampio spettro dei materiali processuali raccolti. Attraverso questa operazione si comprende come le FF.OO. non solo siano presenti, in grande numero, in tutte le fasi processuali analizzate, ma anche “attore dai mille ruoli” in grado di recitare una parte fondamentale in ognuna di esse (sono cioè: gatekeeper del processo; dediti ad attività di controllo, prevenzione e repressione di quanto accade dentro e fuori dall’aula di tribunale; testimoni; parti offese; parti civili; periti; membri di enti collettivi di rappresentanza; incaricati del controllo e messa in sicurezza dell’aula e del palazzo di giustizia, nonché le scorte di magistrati ed altri soggetti istituzionali).

Tipologia di reati maggiormente contestati sen5

Per quanto vi sia una grossa gamma di reati addebitati, i reati maggiormente contestati dalla procura sono quelli che derivano dal contatto diretto con le FF.OO.: art. 336 cp (Violenza o minaccia a pubblico ufficiale); art. 337 cp (Resistenza a pubblico ufficiale); art. 4 L. 110/75 (Porto di armi od oggetti atti ad offendere); art. 341bis cp (Oltraggio a pubblico ufficiale). Da tale constatazione emerge come i comportamenti politici collettivi costituenti reato prendano forma su di un rapporto di biunivocità stretta tra attivisti e polizia, de facto l’unico referente istituzionale che il governo centrale ha lasciato sul territorio. Conseguentemente a tale dato, vi è, tra le parti offese, un alto numero di appartenenti alle FF.OO., questo ha reso possibile un fenomeno peculiare, ovvero la costituzione di parte civile da parte di sindacati delle FF.OO. e di loro organismi di coordinamento e rappresentanza interna. A riguardo, tuttavia, è bene precisare che, se in un primo momento, il tribunale di primo grado ammette tali costituzioni, in secondo grado e cassazione la costituzione di tali soggetti è negata6.

Sovradimensionamento del fatto di reato: concorso di persone e aggravanti

Nel materiale studiato è presente un sovra-dimensionamento del fatto di reato, operato principalmente attraverso due strade, per un verso, con una elefantiasi delle imputazioni (che rimane principalmente inalterata durante tutto il procedimento)7, trasformando, nel processo di sussunzione della fattispecie concreta a quella astratta, in abnormi le singole fattispecie concrete (ad esempio, trasformando in “terrorismo” un “danneggiamento”), per un altro verso, utilizzando largamente gli istituti del concorso di persone e delle aggravanti – il concorso di persone è contestato in più della metà dei processi di cui sono riuscito a costruire la storia, ovvero 44 volte su 81 procedimenti, e in più di un terzo dei procedimenti (59 su 150) di cui ho il materiale, le aggravanti (comuni e/o) vengono contestate nella quasi totalità dei casi. Tale sovra-dimensionamento produce alcuni importanti effetti dal punto di vista giuridico, infatti: permette alla procura di richiedere ed ottenere le misure cautelari, l’eventuale proroga delle indagini preliminari e l’uso di strumenti probatori invasivi e lesivi delle libertà individuali; rende praticamente impossibile il raggiungimento della prescrizione8; comporta – rispetto a fatti analoghi – un indurimento delle pene comminate dai giudici.

Misure cautelari

Le misure cautelari trovano un notevole spazio di applicazione, soprattutto le misure cautelari personali. Infatti, su 86 procedimenti, queste vengono richieste 19 volte dalla procura, la quale formula (con richieste cautelari talvolta riferite a più posizioni soggettive): 40 richieste di custodia cautelare in carcere; 26 richieste di arresti domiciliari, 14 richieste di obbligo di presentarsi alla autorità di polizia giudiziaria, 15 richieste di obbligo di dimora, 10 richieste di divieto di dimora. Le misure cautelari reali, invece, vengono emesse, nella forma soprattutto del sequestro preventivo, 11 volte.

Quanto avanzato dalla procura, salvo in 4 casi di accoglimento parziale, viene concesso nella quasi totalità dei casi dal GIP, tuttavia, in sede di riesame si assiste ad filtraggio maggiore da parte dei giudici.

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Come si evince dal grafico, contro le misure cautelari personali, i difensori degli attivisti hanno sempre proposto istanza di riesame, ottenendo spesso esiti favorevoli (nel 46,4% dei casi si ha la riforma delle misure cautelari e nel 22,7% un loro annullamento). Da questi dati, si può dedurre come la maggior parte delle istanze proposte dai difensori abbia avuto “successo”. Quindi, se la quasi totalità delle richieste di misure cautelari formulate dai PM vengono pedissequamente accettate dagli uffici del GIP, in sede di giudizio dinanzi al tribunale delle libertà vi è un esame più rigoroso, il quale finisce per mitigare gli effetti, prodotti dall’intervento di PM e GIP.

Dall’incrocio del dato riferibile all’alto tasso di custodie cautelari in carcere richieste e alle numerose pronunce “favorevoli” ottenute in sede di riesame e nei diversi gradi di giudizio (Infra par. 10 e 11), emerge una sorta di effetto degenerativo nell’applicazione dell’istituto delle misure cautelari. Molti soggetti, infatti, che si sono visti richiedere e (a volte) applicare la misura cautelare della custodia in carcere, sono stati poi assolti in giudizio, oppure, dopo un primo periodo di applicazione della misura detentiva, hanno visto le loro istanze di riesame accolte. Vi è, quindi, una sorta di punizione anticipata che cozza sia con la ratio dell’istituto, che prescrive la custodia in carcere come extrema ratio, sia con la giurisprudenza affermatasi in ambito nazionale e internazionale volta alla tutela della libertà individuale.

Durata ed esito delle indagini preliminari

Le indagini preliminari hanno una durata media, calcolata su di un campione di 83 procedimenti in cui è possibile ricavare questo dato, di 279 giorni. Questo elemento denota come questa fase processuale subisca, nel caso di specie, un’ingente accelerazione. Infatti, il tempo medio di durata delle indagini preliminari sul territorio nazionaleil tempo medio di durata delle indagini preliminari sul territorio nazionale è, quando si tratta di reati con autore noto, di 404 giorni.

La fase delle indagini preliminari di solito si conclude, visto anche l’alto numero di reati previsti dal 2° comma dell’art. 550 c.p.p (come violenza o minaccia a pubblico ufficiale o resistenza a pubblico ufficiale), con un decreto di citazione diretta a giudizio da parte dei PM. Infatti, su 80 procedimenti – quelli da cui è stato possibile ricavare il presente dato – sono il 62,5% quelli in cui la fase delle indagini preliminari si conclude con tale atto. Il 37,5% delle indagini, invece, si conclude con la richiesta di rinvio a giudizio formulata dai PM al GIP, il quale, salvo in due casi in cui viene emessa dal GUP una sentenza di non luogo a procedere, emette un decreto che dispone il giudizio.

Processi ad “alta velocità”

È giunto il momento di prendere in considerazione l’importante elemento della durata dei processi studiati, solitamente ricavato dalla durata del processo di primo grado e dalla frequenza dei rinvii. Proprio sotto questo aspetto, emerge dal “Rapporto sul Processo Penale 2008Rapporto sul Processo Penale 2008” (Unione delle camere penali italiane), come presso il tribunale torinese il rinvio ad altra udienza abbia tempi medi di 102 giorni per i processi monocratici e 82 giorni per quelli collegiali (mentre, la media nazionale è di 139 giorni per i primi e 117 per i secondi). Per quanto riguarda i processi analizzati, invece, la media dei rinvii è più veloce: 57 giorni.

Per quel che riguarda la durata del primo grado, dalla comparazione con le statistiche fornite da fonti ministeriali in tema di velocità dei processi, emerge come quelli contro il movimento siano ad “alta velocità”, ovvero, 2,5 volte più veloci della media nazionale.

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Esiti sul piano sanzionatorio

Nei processi analizzati in primo grado vi sono 30 sentenze di condanna (il 45,5%), 20 che combinano assoluzioni e condanne (il 30,3 %) e 16 di assoluzione. Complessivamente le sentenze di condanna di primo grado hanno comportato: un totale di 664 anni, 4 mesi e 17 giorni di reclusione e di 1 anno 4 mesi e 29 giorni di arresto; la comminazione di 5 pene accessorie di interdizione dai pubblici uffici per 5 anni; circa 791.590,01 euro i debiti maturati da parte degli attivisti con Stato e privati, tra multe, ammende, risarcimenti alle parti civili e spese processuali. Si tratta di un livello alto di risposta sanzionatoria, vista la qualità delle fattispecie criminose poste in essere. Inoltre, le pene di tipo economiche rappresentano una parte considerevole del trattamento sanzionatorio comminato, quasi ad indicare che, accanto ai “classici” meccanismi di controllo sociale e giudiziario, vi sia la necessità di affiancare ai meccanismi coercitivi di contenimento un uso aggressivo delle sanzioni economiche.

Nonostante la risposta giudiziaria assai importante, sul totale dei processi analizzati solo nel 45,5% dei casi i giudici del tribunale accolgono in toto l’impianto accusatorio avanzato dalla procura, infatti, sono 233 gli imputati assolti e nel 94,7% dei casi lo sono perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto (le cd. formule assolutorie piene). Quindi, da un lato, il tribunale sembra non assecondare le pretese punitive della procura, dall’altro lato, quando la procura riesce a convincere della propria ricostruzione il tribunale questo provvede a comminare pene esemplari.

Esito dei successivi gradi di giudizio

Nei successivi gradi di giudizio l’esito del piano sanzionatorio subisce una parziale mitigazione. Infatti, per quel che riguarda il giudizio di secondo grado – richiesto 33 volte dai difensori degli imputati, 3 dalla procura – i giudici emettono, nella quasi totalità dei casi, delle sentenze di riforma della sentenza appellata, pur spesso trattandosi di riforme parziali. L’opera di mitigazione di cui sopra, poi, diventa ancor più evidente nel caso dei (pochi) ricorsi in Cassazione, per cui è possibile parlare di un vero e proprio “Caso Torino”, ovvero un cortocircuito tra la cultura giuridica locale torinese e la suprema corte, la quale – pur non mancando mai di fare emergere la particolare gravità degli atti posti in essere – emette pronunce sistematicamente in contrasto sia con quanto stabilito dal tribunale torinese che con l’impianto accusatorio della procura.

Quindi, a fronte di una procura che interpreta e implementa il quadro normativo in maniera molto dura nei confronti degli imputati e di un tribunale di primo grado che commina “pene esemplari”, i magistrati giudicanti dei gradi superiori mitigano il carattere afflittivo e le risposte sanzionatorie prodotte nel corso dell’iter giudiziario.

Note

1 Peraltro, il dibattito in questione non è nuovo, ma è la riproposizione di un dibattito oramai permanente sulla reazione dimostrata da procura e tribunale torinesi al cospetto di istanze radicali di tipo politico (Senaldi, 2016).

2 Sarebbero molti, a dire il vero, gli eventi che potrebbero giustificare la necessità di un lavoro di raccolta e esposizione sistematica di dati giudiziari, ma mi riferisco qui agli ultimi recenti avvenimenti riguardanti le attiviste Dana Lauriola e “Eddi” Marcucci.

3 Il lavoro di dottorato a cui faccio riferimento, che riguarda la reazione che si instaura sul campo giuridico (Bourdieu, 2017) tra diritto e politica, è stato svolto grazie al fondamentale contributo dell’Associazione Bianca Guidetti Serra, che mi ha dato la possibilità di reperire il gran numero dei fascicoli giudiziari analizzati.

4 Tra le diverse definizioni è qui utile riportare quella di Sarzotti: «ovvero la fase di implementazione della legge penale che vede coinvolte soprattutto l’attività delle agenzie di repressione del crimine e l’istituzione giudiziaria» (2007: 5).

5 Tale sezione rimarrà attiva fino al 2015, quando verrà sostituita da Spataro con quella sul “Terrorismo ed eversione dell’ordine democratico, reati in occasione di manifestazioni pubbliche”.

6 In quanto, non vi sono né violazioni della condizione lavorativa e di vita dei lavoratori, né violazione di norme a tutela della sicurezza dell’ambiente di lavoro, né, tanto meno, è stato prospettato un addebito o un comportamento illecito nei confronti del datore di lavoro. Ma vi è, piuttosto, la produzione di «fatti delittuosi che, in realtà, sono espressione del rischio intrinseco della professione delle forze dell’ordine e del servizio che esse rendono sul territorio dello Stato» ( Sentenza Corte di Cassazione N. 54424/2018).

7 Normalmente, infatti, la formulazione dell’addebito operata dalla procura, così come comunicatogli dalla PG/DIGOS, viene accolta dal GUP durante l’udienza preliminare e mai modificata in sede dibattimentale.

8La prescrizione, ad esempio, in 12 anni di storia processuale analizzata interviene solo due volte, una volta in primo grado una volta in secondo. Ovviamente, tale dato soffre del fatto che la maggior parte dei procedimenti analizzati riguardano il primo grado di giudizio.

Bibliografia

Bourdieu P, 2017, La forza del diritto. Elementi per una sociologia del campo giudiziario, (Roma: Armando Editore).

Sarzotti C., 2007, (a cura di), Processi di selezione del crimine. Procure della repubblica e organizzazione giudiziaria, (Milano: Giuffrè Editore).

Senaldi A., 2016, Cattivi e primitivi. Il movimento No Tav tra discorso pubblico, controllo e pratiche di sottrazione, (Verona: Ombrecorte).

Per citare questo post:

Senaldi, A. (2020) I dati dei processi contro i/le No Tav: un contributo al dibattito. in Studi sulla questione criminale online, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/12/17/i-dati-dei-processi-contro-i-le-no-tav-un-contributo-al-dibattito/

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Riceviamo e pubblichiamo questa lettera scritta da Francesca, attivista per i diritti umani attualmente presente al confine tra la Serbia e la Croazia dove migliaia di migranti affrontano l'inverno e la pandemia in condizioni di vita disumane. Le responsabilità, come ben descritto nel testo, sono molteplici e ci impongono di non abbassare l'attenzione su quanto avviene sulle rotte migranti balcaniche. Buona lettura!

Negli ultimi giorni la Rotta Balcanica è tornata a richiamare l’attenzione della comunità europea a causa dell’incendio nel campo di Lipa, in Bosnia, e per gli innumerevoli appelli da parte di organizzazioni locali e internazionali impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti. La Rotta Balcanica è diventata, negli ultimi anni, l’ennesimo inferno provocato da politiche egoistiche, nelle zone grigie della legalità, che costringono migliaia e migliaia di persone a condizioni di vita e di viaggio inammissibili secondo qualsiasi codice di condotta internazionale. Eppure, nonostante gli appelli incessanti, le dichiarazioni e le denunce, la situazione non migliora, al contrario, sembra peggiorare giorno dopo giorno.

Nel rimbalzarsi le responsabilità, governi e istituzioni continuano a perdere tempo e a procrastinare azioni, urgenti e necessarie, che permetterebbero viaggi regolari e sicuri per chi si trova in transito verso l’Europa.

L’Europa, con i suoi fallimenti istituzionali e morali, è fatta però anche di tante realtà sub e trans nazionali, fatte di singoli individui e organizzazioni che, stanchi e frustrati da questo spettacolo della disumanità, hanno deciso di assumersi quelle responsabilità che i loro governi continuano imperterriti a ignorare e calpestare. Sopperendo alle carenze della politica, questi difensori dei diritti umani si impegnano a portare beni di prima necessità alle persone sulla rotta, che si tratti di cibo, di vestiti e scarpe, o di una chiacchierata intorno a un fuoco, condividendo lingue ed esperienze diverse e cercando di ricreare un po’ di umanità là dove ogni diritto umano sembra aver perso di significato. “Grazie per quello che fate”, ci dicono alcuni ragazzi, ventenni afghani cui abbiamo portato un po’ di acqua e legna, nel loro rifugio tra i cespugli lungo la ferrovia. Intorno è notte, è buio ed è silenzio. Solo le loro e le nostre voci, accompagnate dallo scoppiettio del piccolo falò improvvisato. “Grazie”, ci dicono. E noi gli rispondiamo che è davvero il minimo che si possa fare. Lo è. È davvero il minimo, se si pensa quanto poco costerebbe, economicamente e politicamente, replicare queste piccole azioni di solidarietà ovunque siano necessarie. Ma non è facile. Le donazioni ci sarebbero, ma alle frontiere bloccano qualsiasi carico sia destinato ai migranti. I volontari ci sarebbero, ma alla dogana non possiamo dire quello che stiamo venendo a fare, non siamo i benvenuti.

Basterebbe poco, in realtà, se ci fosse collaborazione tra le parti, se le istituzioni fossero almeno capaci di offrire a volontari e operatori umanitari spazi e strumenti adeguati e garantirgli sicurezza e supporto morale.

Purtroppo, però, non è così.

La criminalizzazione e la repressione della solidarietà in Serbia è un dato di fatto, e di legge, che costringe i volontari ad agire nell’ombra, aspettando il calar del sole per poter distribuire alimenti, acqua, vestiti e altri beni essenziali. Beni che non salveranno certo delle vite, vite che sono state capaci di salvarsi attraverso i continenti e le violenze, ma che si fanno almeno simbolo di un’umanità parallela, resistente e resiliente. Costretti a prendere strade secondarie, a camminare lungo le ferrovie nascosti tra la boscaglia.

Costretti a tenere un occhio e un orecchio sempre allerta, controllando ogni luce e ascoltando ogni rumore sospetti. Persino le strade, per raggiungere i ragazzi, sembrano voler scoraggiare dal portare a termine il proprio lavoro di solidarietà. Dissestate, sporche e piene di buche. Senza indicazioni e senza luci.

L’esercizio della violenza da parte delle forze dell’ordine al confine tra Serbia e Croazia è trasversale.

A volte questa violenza si manifesta verbalmente, con insulti e minacce, a volte fisicamente, con spintoni e ceffoni. Questo è quello che è successo qualche settimana fa a un gruppo di volontari, intercettati dalla

polizia durante una distribuzione. Durante il controllo, condotto al limite della regolarità, i volontari sono stati insultati, sbeffeggiati e minacciati, spintonati e colpiti da uno degli ufficiali, costretti ad accettare una perquisizione non autorizzata e ostacolati nella comunicazione con il proprio assistente legale. Erano accompagnati da un locale, un “amico” della loro organizzazione, che è stato portato in commissariato e trattenuto per quasi tre ore. La criminalizzazione colpisce infatti anche gli autoctoni, che nel farsi tramiti e mediatori mettono in pericolo la propria incolumità e quella delle loro famiglie.

Quando la violenza diretta, verbale o fisica, non è sufficiente a spaventare gli operatori, la repressione si fa ‘legale’. La legge serba, che limita l’attività umanitaria alle organizzazioni registrate nel paese, presenta zone grigie in materia di distribuzioni di pasti e alimenti alle persone sulla rotta. Grazie alla confusione generata dai cavilli legali la polizia trova quindi spazio per perseguitare i volontari, costringendoli a scegliere se abbandonare il campo e la causa o rimanere in modo irregolare sul territorio serbo, compiendo così un atto di resistenza politica e umana. Lo scorso 28 dicembre, una volontaria belga di 23 anni che aveva scelto la resistenza è stata fermata, portata in commissariato e deportata, o meglio, trasportata oltre la frontiera serba e abbandonata nel mezzo del nulla, alle otto di sera, senza che il suo avvocato avesse il tempo di raggiungerla e mediare per lei.

Per chi si occupa di questioni umanitarie il tema della sicurezza impone una riflessione costante, una messa in discussione perenne di se stessi e delle proprie motivazioni, ma soprattutto un compromesso a volte molto faticoso tra queste motivazioni e gli ostacoli politici e sociali dei contesti in cui si lavora. Non è però ammissibile che questi compromessi avvengano a due passi dal cuore della “civilizzazione” occidentale, a due passi dalla terra dell’umanesimo, a due passi dalla terra dei diritti dell’uomo e del cittadino. A due passi da questa Europa che criminalizza i migranti e abbandona chi cerca di aiutarli. Nel frattempo decine, centinaia, migliaia di persone restano nascoste nelle foreste e nei casolari abbandonati. Coperte di vestiti fradici e sporchi. Indossando scarpe troppo piccole o troppo rotte, che lasciano intravedere pezzi di piedi sofferenti. Vivono nascosti, negli spazi di confine delle frontiere europee.

Il problema, allora, non è la Serbia, non è la Bosnia, non sono i singoli paesi. Il problema è l’infrastruttura istituzionale, formale e informale, che nel criminalizzare i migranti delegittima anche l’azione e la voce di chi mette la propria persona accanto a queste persone. La colpa è di chi, non riuscendo o non volendo rendere la migrazione un percorso sicuro, nega anche quegli spazi di azione e di dialogo che cercano di compensare tali carenze.

Questa breve riflessione vuole allora essere un appello alle istituzioni europee e agli stati del continente. Se vi rifiutate di fornire supporto a queste persone che migrano, almeno garantite delle condizioni decenti per chi è disposto ad assumersi questo compito al posto vostro. Un appello alle organizzazioni internazionali, affinché oltre alle dichiarazioni mettano in atto azioni concrete per creare spazi di legittimità e giustizia in questi luoghi dimenticati dalle leggi umane e sovrumane. Questa breve riflessione vuole essere un appello a tutti coloro che credono nella lotta e rivendicano la resistenza. Venite, venite a lottare qui, dove non è rimasto più nessuno a lottare. Venite, venite a inneggiare alla libertà qui, dove ogni diritto a una vita degna e dignitosa viene calpestato quotidianamente. Venite e tornate, a raccontare ciò che potrete vedere, ascoltare, sentire. Venite a vedere i volti sporchi e stremati di questi ragazzini. Venite qui, a vedere coi vostri occhi il fallimento di questa umanità.

Šid, 3 gennaio 2021

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Il 2020 ha prodotto risultati positivi da parte di attivisti, studenti, difensori dei diritti civili e legislatori per sostenere il diritto di boicottare Israele.

Fonte: English Version

Nora Barrows-Friedman – 30 dicembre 2020

Immagine di copertina: Il 2020 ha prodotto risultati positivi da parte di attivisti, studenti, difensori dei diritti civili e legislatori per sostenere il diritto di boicottare Israele.  (Konrad K.)

Il 2020 è stato sicuramente un anno come nessun altro.

Eppure, nonostante la pandemia COVID-19, è stato un anno di successi per il movimento globale per i diritti dei palestinesi. Ci sono state molte azioni dirette, vittorie in tribunale e appelli significativi a sanzionare Israele per le sue violazioni del diritto internazionale.

Quest’anno sono stati conseguiti risultati da attivisti, studenti, difensori dei diritti civili e legislatori nel sostenere il diritto di boicottare Israele, anche se i legislatori, i gruppi di pressione israeliani e lo stesso governo israeliano hanno tentato di danneggiare, diffamare, attaccare e imprigionare gli organizzatori.

“Nonostante il suo massiccio investimento di risorse finanziarie, politiche, diplomatiche, di propaganda e di intelligence nella sua guerra contro il movimento BDS, Israele ha fallito, come ammettono oggi alcuni dei suoi stessi gruppi di pressione”, afferma il Comitato Nazionale per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BNC), il gruppo direttivo della campagna BDS guidata dai palestinesi.

Un modo appropriato per celebrare i 15 anni della campagna BDS.

All’inizio dell’anno, le Nazioni Unite hanno pubblicato il tanto atteso elenco di società che traggono profitto dai crimini di guerra di Israele.

Il rapporto diffuso dall’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i diritti umani elenca 112 società coinvolte in determinate attività negli insediamenti, compresa la fornitura di attrezzature e materiali per la costruzione o la demolizione di case, sorveglianza e sicurezza, trasporto e manutenzione, inquinamento e scarico di  rifiuti e sfruttamento delle risorse naturali, comprese l’acqua e la terra.

Il BNC ha accolto con favore la pubblicazione del rapporto, che è avvenuto “nonostante le intimidazioni da parte di Donald Trump e del governo di estrema destra di Israele”.

Ad aprile, l’ufficio del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) in Giordania ha annunciato che non rinnoverà il suo contratto con G4S, una società di sicurezza privata con una lunga storia di coinvolgimento nei crimini di Israele.

Ciò significa che tutte e sei le agenzie delle Nazioni Unite in Giordania hanno ora annullato i loro contratti con l’azienda britannica.

Anche una società anonima in Giordania ha annunciato che non rinnoverà il contratto con G4S, hanno dichiarato gli attivisti di BDS Giordania.

Nel Regno Unito, gli attivisti sono saliti sul tetto di una fabbrica di proprietà del produttore di armi israeliano Elbit Systems. La fabbrica è accusata di produrre motori per il drone Hermes.

Il drone è stato utilizzato dall’esercito israeliano per lanciare missili sulle abitazioni civili palestinesi nella Striscia di Gaza.

Ecco alcune delle migliori vittorie per i diritti dei palestinesi documentate da The Electronic Intifada nel 2020.

Aumento delle richieste di sanzioni

Personaggi pubblici, politici, sindacati e altre organizzazioni in tutto il mondo hanno chiesto sanzioni contro Israele per i suoi piani per formalizzare l’annessione illegale della Cisgiordania occupata.

Durante l’estate, il Comitato Nazionale Palestinese BDS ha esortato tutti gli stati ad adottare “contromisure efficaci, comprese le sanzioni, per porre fine all’acquisizione illegale da parte di Israele del territorio palestinese attraverso l’uso della forza, il suo regime di apartheid e la sua negazione dell’inalienabile diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.”

Queste misure dovrebbero includere un embargo sulle armi, la fine degli accordi di libero scambio con Israele, il divieto di ogni commercio con gli insediamenti israeliani e la responsabilità per i criminali di guerra israeliani, ha detto il BNC.

Con quasi 60 legislatori canadesi che si sono impegnati a sostenere le sanzioni diplomatiche ed economiche sul piano di annessione, un sondaggio di giugno ha rilevato che quasi la metà di tutti i canadesi sosterrebbe tali misure.

Il BDS più forte nei tribunali

Le organizzazioni di pressione israeliane hanno subito grandi sconfitte nel 2020 quando i tribunali statunitensi ed europei hanno ostacolato i loro sforzi per eliminare il Movimento di Boicottaggio.

A febbraio, una corte d’appello dello stato di Washington ha confermato una sentenza del 2018 che ha archiviato una causa contro gli ex membri del consiglio di amministrazione dell’Olympia Food Co-op.

Nel 2010, il negozio di alimentari è diventato il primo del suo genere negli Stati Uniti a rimuovere i prodotti israeliani dagli scaffali come parte della campagna BDS.

Per quasi dieci anni, i querelanti che operano a stretto contatto con il gruppo di pressione israeliano StandWithUs hanno cercato di bloccare il boicottaggio del negozio e intentato cause di risarcimento finanziario contro i membri del consiglio che hanno votato a favore della misura, appellandosi a un tribunale superiore ogni qualvolta perdevano una battaglia legale.

StandWithUs collaborò segretamente con i funzionari del governo israeliano nel pianificare la causa.

A giugno, un gruppo di tre giudici della Corte d’Appello degli Stati Uniti a Washington, DC, ha confermato all’unanimità un precedente rigetto di una causa intentata contro l’American Studies Association (ASA) per il suo sostegno al boicottaggio accademico di Israele.

La causa, che è stata originariamente presentata nel 2016 dopo che l’ASA aveva approvato il boicottaggio delle istituzioni israeliane tre anni prima, sostenendo che l’approvazione del boicottaggio da parte dell’associazione era contraria al suo statuto.

Ma un giudice ha respinto quella causa emblematica nel 2017.

In particolare, la causa è stata sostenuta dal Centro per i Diritti Umani Louis D.Brandeis, un’organizzazione di difesa di Israele che si è impegnata per anni nel diffamare l’attivismo di solidarietà palestinese come antisemitismo e tenta di ostacolarlo con frivole cause legali e falsi reclami per i diritti civili.

L’ex presidente dell’organizzazione, l’avvocato Kenneth Marcus, ha rappresentato i querelanti fino a febbraio 2018, quando è stato nominato principale garante dei diritti civili dell’amministrazione Trump presso il Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti.

Marcus si è dimesso a luglio tra gli appelli dei gruppi per i diritti civili a indagare su possibili violazioni della legge federale nel dare la priorità alle denunce presentate da organizzazioni anti-palestinesi. Ora è tornato al Centro Louis Brandeis.

Difendere il diritto al boicottaggio

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha sostenuto il diritto di boicottare Israele quando ha annullato le condanne penali contro 11 attivisti per i diritti dei palestinesi in Francia, sferrando un duro colpo agli sforzi anti-BDS di Israele.

La corte ha stabilito all’unanimità che le condanne contro gli attivisti per aver invitato gli acquirenti a boicottare le merci israeliane hanno violato la garanzia di libertà di espressione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Anche se la Francia ha sfidato la sentenza della corte dicendo ai pubblici ministeri di continuare a indagare su coloro che chiedono il boicottaggio di Israele, gli attivisti francesi continuano ad organizzarsi.

I rappresentanti delle Nazioni Unite hanno avvertito il governo tedesco in ottobre che la sua stretta repressione sui sostenitori dei diritti dei palestinesi viola la libertà di espressione.

Cinque relatori speciali sulla libertà di espressione e di riunione, difensori dei diritti umani e diritti umani in Palestina, e libertà di religione hanno inviato al governo tedesco una lettera critica del suo comportamento repressivo.

In aprile, la Corte Suprema del Regno Unito ha abolito una normativa anti-Disinvestimento voluta dal governo nel 2016.

La norma stabiliva che i consigli non potevano utilizzare le loro politiche pensionistiche “per perseguire boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni contro le nazioni straniere e le industrie della difesa del Regno Unito”.

Ma la Campagna di Solidarietà per la Palestina ha sfidato il governo e nel 2017 l’Alta corte si è pronunciata a suo favore.

Tale decisione è stata annullata nel 2018 dalla Corte d’Appello, ma con la sentenza finale della Corte Suprema non è possibile presentare ricorso.

Negli Stati Uniti, la giornalista e regista Abby Martin ha citato in giudizio lo stato della Georgia per la sua repressiva legge anti-BDS.

Martin avrebbe dovuto tenere un discorso di apertura a una conferenza sull’alfabetizzazione mediatica tenutasi presso la Georgia Southern University. Quando i funzionari le hanno chiesto di firmare un contratto dichiarando che non si sarebbe impegnata in un boicottaggio di Israele, Martin ha rifiutato di farlo e il suo discorso è stato annullato, così come l’intera conferenza.

La causa di Martin contro la Georgia è una delle numerose intentate da attivisti, avvocati, educatori e giornalisti negli stati degli Stati Uniti.

Nel 2020, i governatori del Missouri e dell’Oklahoma hanno convertito in legge misure anti-BDS, ma i difensori dei diritti civili li stanno combattendo in tribunale.

Accuse di whitewashing e pinkwashing

A settembre, i palestinesi hanno chiesto il boicottaggio di The Next Nas Daily, un’impresa gestita da Nuseir Yassin, un cittadino palestinese di Israele, i cui critici lo accusano di aver mascherato i crimini di Israele equiparando falsamente un occupante coloniale con le sue vittime.

A dicembre, i gruppi BDS nei paesi arabi hanno lanciato una delle loro più grandi campagne recenti sui social media per estendere l’appello.

Dopo le proteste dei palestinesi e dei sostenitori dei diritti palestinesi, la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez si è ritirata da un evento di ottobre per onorare Yitzhak Rabin, il primo ministro israeliano assassinato da un estremista sionista 25 anni fa.

La sua defezione ha inferto un duro colpo ai lobbisti israeliani che cercavano di nascondere l’eredità di violenza coloniale in Palestina di Rabin.

All’inizio dell’anno, più di 130 cineasti queer e artisti di tutto il mondo si sono impegnati a boicottare il TLVFest, il Festival Internazionale del Film LGBT di Tel Aviv, in segno di protesta alla campagna di pressione israeliana.

Gli studenti si mobilitano

Gli studenti universitari continuano a battersi per i diritti palestinesi, anche se gli amministratori delle università cedono alle richieste della lobby israeliana.

L’Università di Manchester in Inghilterra ha donato più di 5 milioni di dollari a Caterpillar e alla società capogruppo del sito di viaggi Booking.com.

Gli attivisti hanno detto che è stata “una vittoria colossale per il movimento di solidarietà palestinese in Gran Bretagna” e una “svolta decisiva”.

L’università è stata l’obiettivo principale degli attivisti dal 2016 a causa dei suoi investimenti in imprese complici dell’occupazione israeliana della terra palestinese.

Anche se l’università ha negato che il loro disinvestimento avesse qualcosa a che fare con la crescente pressione da parte dei difensori dei diritti umani, l’attivista Huda Ammori ha detto a The Electronic Intifada che l’Università di Manchester “disinvestendo da società complici avvalora il potere del movimento studentesco popolare di chiedere conto alle nostre istituzioni.”

Negli Stati Uniti, gli studenti della Tufts University di Boston hanno votato a favore della fine di ogni addestramento militare straniero del dipartimento di polizia dell’Istituto, mentre altri nei campus della State University della California a San Francisco e Fresno hanno approvato risoluzioni che chiedevano il disinvestimento da società che svolgono un ruolo attivo nell’occupazione israeliana.

Un plebiscito all’Istituto di Arti Liberali della Columbia University a New York City che invitava l’università a disinvestire da “azioni, fondi e donazioni da società che traggono profitto o si impegnano nelle azioni criminali dello Stato di Israele nei confronti dei palestinesi” è stato sostenuto da oltre il 60% degli studenti.

Mentre alla Butler University dell’Indiana, due risoluzioni che avrebbero condannato la campagna BDS e confuso le critiche a Israele con il fanatismo antiebraico sono state ribaltate dai rappresentanti degli studenti.

Ecco l’attivismo e le vittorie nel 2020, con altre in arrivo nel 2021.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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AI POPOLI DEL MONDO
ALLE PERSONE CHE LOTTANO IN EUROPA

FRATELLI, SORELLE, COMPAGNI, COMPAGNE:

Durante i mesi precedenti, abbiamo stabilito contatti tra di noi attraverso diverse forme. Siamo donne, lesbiche, gay, bisessuali, transgender, travestiti, transessuali, inter-sessuali, queer e altro, uomini, gruppi, collettivi, associazioni, organizzazioni, movimenti sociali, popoli originari, comitati di quartiere, comunità e un ampio “eccetera” che ci dà un’identità.

Ci differenziano e distanziano terre, cieli, montagne, valli, steppe, foreste, deserti, oceani, laghi, fiumi, torrenti, lagune, razze, culture, idiomi, storie, età, luoghi geografici, identità sessuali, fama, popolarità, seguaci, likes, monete, gradi di scolarizzazione, modi di essere, compiti, virtù, difetti, pro, contro, se e ma, rivalità, inimicizie, concezioni, argomentazioni, contro-argomentazioni, discussioni, controversie, denunce, accuse, disprezzo, fobie, amori, elogi, rifiuti, fischi, applausi, divinità, demoni, dogmi, eresie, gusti, disgusti, modi e un ampio eccetera che ci rende distinti e a volte opposti.

Solo poche cose ci uniscono.

Facciamo nostri i dolori della terra: la violenza contro le donne; la persecuzione e il disprezzo verso i diversi nelle identità affettive, emozionali, sessuali; l’annichilimento dell’infanzia; il genocidio contro gli indigeni; il razzismo; il militarismo; lo sfruttamento; l’espropriazione; la distruzione della natura.

La consapevolezza del fatto che è un sistema il responsabile di questi dolori. Il boia è un sistema sfruttatore, patriarcale, gerarchico, razzista, ladro e criminale: il capitalismo.

La consapevolezza che non è possibile riformare questo sistema, educarlo, attenuarlo, limarlo, addomesticarlo, umanizzarlo.

L’impegno a lottare, in ogni luogo e in ogni tempo – ognuno nel suo territorio – contro questo sistema al fine di distruggerlo. La sopravvivenza dell’umanità dipende dalla distruzione del capitalismo. Noi non obbediamo, non siamo in vendita, non ci arrendiamo.

La certezza che la lotta per l’umanità è mondiale. Così come la distruzione in corso non riconosce frontiere, nazionalità, bandiere, idiomi, culture, razze; così la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni tempo.

La convinzione che sono molti i mondi che vivono e lottano nel mondo e che la pretesa di omologazione e di egemonia attenta all’essenza dell’essere umano: la libertà. L’uguaglianza dell’umanità risiede nel rispetto della differenza. Nella sua diversità risiede la sua somiglianza.

La comprensione del fatto che non è la pretesa di imporre il nostro punto di vista, i nostri passi, compagnie, strade e destini che ci permetterà di avanzare, bensì l’ascolto e il punto di vista dell’altro che, distinto e differente, ha lo stesso desiderio di libertà e giustizia.

Grazie a queste consonanze, e senza abbandonare le nostre convinzioni né smettere di essere quello che siamo, abbiamo deciso di:

Primo. Realizzare incontri, dialoghi, scambi di idee, esperienze, analisi e valutazioni tra tutti coloro che si impegnano, da distinte concezioni e su differenti terreni, nella lotta per la vita. Poi ciascuno seguirà o meno il suo cammino. Guardare e ascoltare l’altro ci aiuterà o meno nel nostro cammino. Ma conoscere ciò che è differente fa parte della nostra lotta e del nostro impegno, della nostra umanità.

Secondo. Svolgere questi incontri e attività nei cinque continenti. Per quanto riguarda il continente europeo, si concretizzeranno nei mesi di luglio, agosto, settembre e ottobre del 2021, con la partecipazione diretta di una delegazione messicana composta dal CNI-CIG, dal Frente de Pueblos en Defensa del Agua y de la Tierra de Morelos, Puebla y Tlaxcala, e dall’EZLN. In date successive appoggeremo secondo le nostre possibilità la realizzazione di questi incontri in Asia, Africa, Oceania e America.

Terzo. Invitare coloro che condividono la stessa preoccupazione e portano avanti lotte simili, tutte le persone oneste e tutti quelli che dal basso si ribellano e resistono in tutti gli angoli del mondo, a unirsi, a contribuire, ad appoggiare e a partecipare a questi incontri e attività e a firmare e a fare propria questa dichiarazione PER LA VITA.

Dal ponte di dignità che unisce l’Europa dal basso e a sinistra con le montagne del Sudest Messicano.
Noi, Pianeta Terra.
1° gennaio 2021

Su Enlace Zapatista l’appello originale

Elenco completo delle adesioni: https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2021/01/01/primera-parte-una-declaracion-por-la-vida/

Per aderire: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Foto di Simona Granati

02.01.2021

Pressenza

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Il 5 gennaio 1937 muore in combattimento, durante la battaglia di Guadalajara, Guido Picelli (47anni) orologiaio, attore, ardito del popolo e volontario in Spagna.

La sua fu una vita contrassegnata nel DNA dall’antifascismo: fu infatti l’anima della leggendaria Difesa di Parma del 1922, durante le Barricate in Oltretorrente, quando 350 Arditi del Popolo, affiancati dalla popolazione, riuscirono a mettere in fuga decine di migliaia di squadristi fascisti, comandati prima da Farinacci e poi da Italo Balbo.

Dopo un lungo periodo in Russia si trasferisce a Parigi. Raggiunta Barcellona nel 1936 assunse il comando di un battaglione del POUM, una colonna di 500 volontari del IX battaglione delle Brigate Internazionali (cosiddetta "Colonna Picelli").

Ad Albacete, Picelli addestrò i volontari della sua colonna per il fronte madrileno. Il 13 dicembre 1936, a seguito dell'accordo firmato a Parigi per la formazione di un'unica legione antifascista italiana sotto il patronato politico dei partiti socialista, comunista e repubblicano e con il concorso delle organizzazioni aderenti al comitato italiano pro Spagna, la Colonna Picelli fu inglobata nel Battaglione Garibaldi. Picelli vide nei volontari internazionali la realizzazione del sogno di vedere finalmente combattere un fronte unico antifascista.

Picelli fu nominato vicecomandante del battaglione e della prima compagnia della formazione italiana. Il 1º gennaio 1937 conquistò Mirabueno, villaggio strategico sul fronte di Guadalajara, suscitando l'ammirazione del comandante in capo della 12ª Brigata, il generale Lukacs (l'ungherese Mate Zalka).

Quattro giorni dopo, il 5 gennaio 1937, a 47 anni, Picelli, fu colpito a morte da una raffica di mitragliatrice nemica durante un combattimento sul fronte. La testimonianza ufficiale di Anacleto Boccalatte, combattente e commissario politico della 1ª compagnia del "Garibaldi", rilasciata su un giornale nel 1938 è la seguente: «Il 4 gennaio [1937] riprendemmo l’avanzata. Assieme al Battaglione polacco, marciammo alla conquista del Monte di San Cristobal. Su una piccola altura [El Matoral] – dopo qualche chilometro di marcia – sorprendemmo una compagnia di fascisti che si rifugiò nelle trincee costruite sulla cresta. Pacciardi ordinò al grosso delle truppe di fermarsi mentre la nostra prima sezione si trovava in un posto avanzato. Brevi secondi di riflessione: dovevamo proseguire o ritirarci? Noi ci trovavamo in basso; se il nemico fosse arrivato prima di noi sulle alture delle colline, ci avrebbe falciati tutti con il fuoco delle sue mitragliatrici. Decidemmo di proseguire, costasse quello che costasse. A marcia forzata, ci lanciammo all’attacco, e inviammo un agente di collegamento a Pacciardi per dirgli che facesse proseguire il grosso della truppa. Così fu fatto. Picelli, coraggioso e gagliardo come sempre, alla testa dei militi della nostra compagnia, ci guidava all’attacco ... Fu lui che ci fece rimarcare che su una cresta che dominava una parte delle alture dove ci trovavamo, vi era un nido di mitragliatrici. Dette subito l’ordine di piazzare una mitragliatrice pesante per non essere preso ai fianchi. Io e Picelli con tre o quattro volontari andammo a piazzare la mitragliatrice. Ma prima che ci raggiungesse il grosso della compagnia fummo scoperti e fatti segno a scariche nemiche. Picelli cadde colpito a morte. Accorsero i porta-feriti, ma le scariche di mitragliatrice impedirono il trasporto del nostro capitano. Fummo costretti a metterlo nella barella e attendere la notte per trasportare la sua salma. Così cadde Guido Picelli, eroe purissimo».

 

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