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Articoli filtrati per data: Friday, 22 Gennaio 2021

Mentre in una Washington militarizzata avveniva l'insediamento di Biden e gli incontri lanciati dall'estrema destra fallivano quasi ovunque centinaia di antifascist* ed antirazzist* si sono mobilitati in diverse città degli USA.

In diverse città degli States in concomitanza con l'insediamento del neopresidente hanno avuto luogo mobilitazioni "per chiedere lo smantellamento dell'ICE (agenzia federale di controllo dell'immigrazione ndr) e il rilascio di coloro che sono in detenzione, e dare voce a una chiara opposizione anticapitalista all'arrivo dell'amministrazione neoliberista di Biden che ha contribuito a dare vita all'incarcerazione di massa e alla globalizzazione delle multinazionali."

I manifestanti scesi in piazza hanno ricordato il passato di Biden e le sue scelte politiche centriste e neoliberali in materia di guerra, immigrazione ed economia. Il tentativo è quello di non lasciare il campo dell'opposizione sociale alla presidenza democratica all'estrema destra, dando un segnale chiaro: "meet the new boss, same as the old boss."

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A Portland, dopo che centinaia di persone sono scese in strada, il DHS e le truppe federali hanno attaccato violentemente e gassato una folla riunita in protesta davanti a un edificio ICE. A Seattle i manifestanti hanno attaccato le vetrine delle grandi multinazionali ed hanno gridato a gran voce che "Biden non è la soluzione". A Denver una contromanifestazione, organizzata contro un ritrovo di estrema destra nei pressi del Campidoglio (poi annullato), ha marciato per le strade della città con determinazione. Da Los Angeles a Pittsburgh, da Minneapolis a Philadelphia, hanno avuto luogo presidi, contromanifestazioni, striscionate e murales.

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I manifestanti hanno contestato l'appello all'unità ed alla descalation lanciato più volte dalle compagini democratiche reputandolo come un tentantivo di riassorbire la polarizzazione e il conflitto di classe che attraversa il paese ormai da diversi anni. La presidenza Biden infatti sembra nascere sotto il segno di una "war on terror" questa volta anche interna che, a seguito dei fatti di Capitol Hill, viene propagandata come una lotta contro la violenza di estrema destra, ma che in realtà, come in parte dimostrano le piazze degli scorsi giorni, verrà ampiamente utilizzata contro BLM ed i movimenti anticapitalisti.

Come scrive It's going down:

"Mentre la transizione da Trump a Biden cambierà sicuramente drasticamente il contesto delle lotte sociali, dei conflitti di classe e dei movimenti di massa negli Stati Uniti - le realtà fondamentali della disuguaglianza razziale e della ricchezza, la repressione statale, le ricadute ecologiche e il declino delle condizioni materiali non lo faranno molto presto, non importa chi è il presidente. Il compito dei movimenti autonomi anticapitalisti e anticoloniali quindi non è solo quello di adattarsi e crescere con il terreno in evoluzione, ma di continuare a organizzarsi e mobilitarsi nelle rispettive comunità; costruire basi di sostegno e comunità di resistenza di fronte al capitalismo neoliberista e al suprematismo bianco."

 

 

 

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La lista delle 67 località indicate dal governo come potenziale sito per il deposito unico nazionale di scorie nucleari ha risvegliato incubi mai sopiti.

Com’è ovvio, l’ipotesi di diventare la pattumeria radioattiva d’Italia non piace a nessuno e da ogni territorio si sono già levate le dichiarazioni contrarie delle amministrazioni locali, pronunciatesi perlopiù secondo il canovaccio della difesa localista interessata solo a evitare il danno nel “proprio giardino”. Si può quindi assistere alla destra piemontese, al governo della regione e da sempre pro-nucleare, promettere assistenza legale e politica alle rappresentanze istituzionali dei territori interessati. (Ma il copione sembra più o meno identico nelle altre regioni).

Su un altro piano stanno iniziando a muovere comitati, collettivi e soggettività politiche antagoniste per tentare di portare un altro discorso, sistemico e valido per tutti, per opporsi alle decisioni che dall’alto tenterannoranno d’imporre la sciagura nucleare in un punto del paese. Consapevoli che la questione del deposito di scorie è oltremodo delicata e spinosa da maneggiare. Perché, se l’opposizione al nucleare come modello energetico dovrà continuare ad essere “senza se e senza ma”, il problema di come gestire un rifiuto già esistente perché già prodotto (dal presedente ciclo nucleare chiuso dalle lotte di massa, coronate dal referendum del 1987) impone considerazioni e scelte più complicate.

Ma la fretta mostrata dal governo in carica puzza di ambiguità e totale assenza di considerazione per le popolazioni interessate: perché vengono dati 60 giorni per sbrogliare una matassa di documenti sterminata e le “consultazioni democratiche” si riducono, come quasi sempre accade quando si tratta di scaricare le esternalità negative che il capitalismo produce sui singoli territori-pattumiera, a qualche compensazione monetaria o singoli avanzamenti di carriera per gli amministratori locali che si fanno catturare dalle promesse del dialogo.

Ragion per cui l’unica vera risposta politica sensata, egualitaria e realmente dalla parte delle popolazioni interessate, sarà la resistenza in prima persona esenza mediazioni, perché solo ponendo un problema di rigidità ed ordine pubblico sarà possibile ottenere un modo più corretto di affrontare un problema già presente perché prodotto da questo tipo di società. Ben sapendo che la questione della gestione degli scarti e del modello di produzione dell’energia “di cui abbiamo realmente bisogno” (quanta?, prodotta come? per fare cosa?) interroga l’organizzazione complessiva delle società in cui viviamo.

Di tutto questo abbiamo discusso in una lunga intervista con Giorgio Ferrari, tecnico nucleare e militante anti-nuclearista dagli anni ‘70.

 

Sui temi che Giorgio affronta nell’ultima parte dellla chiacchierata segnaliamo:

Scenari globali: le aspettative mal riposte delle nuove tecnologie – di Giorgio FerrariScenari globali: le aspettative mal riposte delle nuove tecnologie – di Giorgio Ferrari

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(Aggiungiamo inoltre – non mandata in onda lunedì per mancanza di tempo – un altro pezzo dell’intervista a Giorgio, in cui prova a rispondere sulla temporalità sospetta della proposizione governativa e sulle profonde incertezze circa il deposito definitivo delle scorie, non ancora conoscibile… Buon Ascolto!)

Da Voci dall'Antropocene - Radio Blackout

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I drammatici scontri che stanno avvenendo nella costa peruviana per lo sciopero dei lavoratori delle imprese agro esportatrici che chiedono migliori condizioni di lavoro e salari giusti, e che lo stato legiferi a favore della popolazione lavoratrice, ci devono portare a comprendere che siamo di fronte ad un movimento sociale che segna l’inizio di nuovi movimenti sociali in Perù.

Considerare che non siamo più di fronte a conflitti sociali ma a movimenti sociali con caratteristiche particolari mi sembra più appropriato per l’analisi della profonda crisi che attraversa il paese.

I rapporti della Difensoria del Popolo stavano già avvisando dell’aumento dei conflitti sociali anche durante la pandemia e il confinamento sociale (presuntamente). Come si potrà apprezzare nel grafico annesso, la cifra dei conflitti si manteneva costante e alta, ma costante; e si spiega perché il suo trattamento era soggetto a lunghi processi negoziali che mantenevano attiva la conflittualità.

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Due fatti nuovi hanno potenziato la già critica situazione di conflittualità: la pandemia generata dal Covid-19 e la crisi politica. Il tremendo impatto della chiusura della maggior parte dell’attività produttiva e commerciale, la sospensione delle attività e il confinamento sociale, che all’inizio si pensò che sarebbe stato per pochi mesi, all’improvviso, la devastante espansione del virus ha generato massicci licenziamenti di lavoratori, chiusura di negozi, ha costretto centinaia di abitanti a ritornare ai propri paesi, di fronte alla disperazione non potendo contare su entrate e al pericolo di rimanere esposti al contagio e alla morte che aumentavano in modo sostenuto.

Si pensò che la chiusura del Congresso del 30 settembre 2019 e la convocazione delle elezioni congressuali avrebbe fatto diminuire la crisi politica. Non fu così. Lo scontro tra l’Esecutivo e il nuovo Congresso raggiunse i livelli più alti di conflittualità che sfociò in una crisi senza precedenti: il Congresso rese vacante il presidente Vizcarra per “incapacità morale comprovata”, designò Manuel Merino come presidente; di fronte al rifiuto spontaneo della cittadinanza nella maggiore delle città e al tremendo scontro nelle strade e piazze, questi rinunciò; rinunciò anche il tavolo direttivo del Congresso che lo elesse; la nuova direzione del Congresso designò Francisco Sagasti come presidente di transizione. Nonostante ciò, la crisi politica si mantiene nello stesso momento in cui i conflitti sociali aumentano.

La crisi politica che vive il paese non è un fatto degli ultimi mesi. L’antefatto immediato dell’attuale crisi inizia il 30 settembre con la chiusura del Congresso. Se si pensò che la decisione del presidente Vizcarra di convocare elezioni congressuali avrebbe risolto lo scontro Esecutivo-Legislativo, si sbagliarono, non solo perché questo conflitto si è intensificato, ma perché la persistenza del conflitto ha evidenziato che in Perù si trascinava una lunga crisi politica i cui picchi più alti si sono raggiunti durante il periodo di governo 2016-2020.

È in questo processo che i numerosi conflitti sociali posero le condizioni per il risorgere dei movimenti sociali con le particolarità che di seguito descriviamo.

L’OPPORTUNITÀ DEI MOVIMENTI SOCIALI

È necessario differenziare un Conflitto Sociale da quello che è un Movimento Sociale. I conflitti sociali devono essere studiati come parte di un processo storico e delle tendenze e regolarità che si vanno formando, che possono portare a cambiamenti significativi della società 1).

I Conflitti Sociali, come li definisce Charle Tilly, hanno come base le grandi e profonde disuguaglianze. La disuguaglianza, “è un frutto storico, risultato dello sfruttamento, dell’accaparramento di opportunità…, è soggetto all’agire umano; consiste nella distribuzione disuguale di attributi tra un insieme di unità sociali così come individui, le categorie, i gruppi o le regioni 2). “La disuguaglianza e l’esclusione esistente sono, a loro volta, frutto di un processo storico 3). Nonostante ciò, essendo i conflitti una interazione tra due o più attori, possono essere decisi di comune accordo ad un tavolo di negoziato tra le parti.

Un Movimento Sociale, così come lo definiscono autori come Sydney Tarrow, deve essere solo considerato come tale “quando le azioni collettive si basano su reti compatte e strutture di connessione e utilizzano ambiti culturali consensuali orientati all’azione, dove potranno mantenere la propria posizione nei conflitti 4). I movimenti più che un’espressione di violenza e mancanza, è una considerazione di sfide collettive succitate da persone che condividono obiettivi comuni e solidarietà con un’interazione mantenuta con le élite, i rivali o le autorità.

L’esistenza di un certo numero di azioni di protesta non costituisce di per sé stessa un movimento sociale, “a meno che queste azioni siano percepite tanto dai simpatizzanti come dai rivali come parte di un movimento più grande, per quanto molto radicali siano rimarranno isolate e non si accumuleranno” 5).

Quali sono le sfide collettive che ha affrontato la società peruviana che va dai primi anni della caduta del fujimorismo alla data odierna? In modo sommario possiamo evidenziare quelle che considero importanti:

I cambiamenti sostanziali di un modello economico che nella sua manifestazione superficiale mostrava la crescita economica e il rafforzamento dei gruppi di potere economico che controllavano il potere politico, ma che, alla base, aumentava le profonde disuguaglianze sociali ed economiche esistenti.

Ora si riconosce che la crescita delle imprese agro esportatrici, con i profitti per più di venti anni, si sosteneva sul pagamento di salari base, meno imposte e un minor apporto a EsSalud (4%) (previdenza sanitaria, ndt) per curare i lavoratori; quest’ultimo ha fatto sì che i costi di attenzione alla salute dei lavoratori di queste imprese fossero sostituiti con il sussidio degli altri contribuenti dell’assicurazione sanitaria che pagavano il 9% del salario base.

Anche se forse il tratto più grave di questo modello è che si è basato sulla liquidazione dei sindacati e dei meccanismi di negoziazione collettiva. Certamente il sindacalismo peruviano aveva già una lunga crisi e, alla fine del decennio degli ottanta, il movimento sindacale aveva perso protagonismo. La nuova politica economica imposta durante il fujimorismo per proteggere le imprese agro esportatrici si basò sull’eliminazione della negoziazione collettiva dei salari base e il non riconoscimento dei sindacati dei lavoratori e dei braccianti. Questo divenne più critico con il protagonismo delle cosiddette “services” come meccanismo di intermediazione tra l’impresa e il lavoratore per evitare così di assumere costi lavorativi che, d’altronde, non era esterno al modello: tutte le imprese, grandi o medie. La fattura di questo modello la stiamo pagando oggi: questo movimento dei lavoratori non ha alla base organizzazioni sindacali con le quali dialogare, e questo lo rende più esplosivo e violento.

Questo è successo anche con i conflitti delle comunità native e delle organizzazioni contadine contro gli investimenti delle industrie estrattive. Dopo lo stato ha riconosciuto che alla base delle proteste delle comunità c’era una migliore distribuzione della ricchezza generata dallo sfruttamento delle risorse naturali. Una legge del canone male applicata e peggio distribuita è stata alla base delle proteste che hanno reso esplosiva la relazione dei popoli con le imprese estrattive. Ancor più, ha generato aspettative di dirigenti e abitanti per la distribuzione immediata e diretta delle risorse; mentalità redditiera che ha reso insaziabile e senza prospettive la relazione impresa-comunità.

La pandemia ha evidenziato i gravi problemi della salute pubblica, non solo per la mancanza di infrastrutture e di professionisti della salute. Certamente alla base di tutto c’era il modo con cui i governi da Fujimori in poi, non hanno effettuato gli investimenti necessari per migliorare le infrastrutture sanitarie e la dotazione di personale medico e di tecnici della salute. Una dimostrazione di questo è che prima di dichiarare la pandemia nel paese c’era negli ospedali un deficit di 50 mila medici e una cifra molto superiore ai 100 mila di infermiere, tecnici della salute. La crisi della pandemia ha messo a nudo questa orribile precarietà della salute pubblica. A questo dobbiamo aggiungere che in una situazione di grave crisi il governo è stato permissivo negli adempimenti delle cliniche private e delle farmacie che hanno depredato le scarse risorse della popolazione con le incredibili tariffe delle medicine e delle cure delle cliniche private, lo stato non ha potuto applicare i meccanismi di controllo necessario…

I conflitti che si sono verificati riguardo a questi problemi non erano più, né sono possibili da risolvere in questo quadro di regole che hanno sostenuto il modello economico creato dal fujimorismo e sostenuto dai gruppi di potere economico. Gli atti di negoziato e gli accordi dei tavoli di dialogo sfiorano i più di mille; alcuni degli accordi sono impossibili da rispettare sia perché li firmarono senza tener conto dei cambiamenti politici che quelli contenevano, sia per l’ampiezza delle risorse da impegnare.

La richiesta da parte di una cittadinanza di un pieno diritto. Forse non si sono resi conto che dopo la caduta della dittatura di Fujimori, il recupero della democrazia non era solo elezioni libere; ciò che è andato germogliando nei disordinati processi di conflitti e mobilitazioni sociali è stato una concezione democratica dei cittadini: essere consultati nelle decisioni che colpivano il loro contesto sociale. Il denominatore comune in alcune mobilitazioni cittadine era il loro diritto ad essere consultati nelle decisioni del potere come per esempio il caso dell’approvazione da parte del Congresso della cosiddetta “Legge Pulpín”. La consultazione previa che chiedevano le comunità native riguardo all’autorizzazione dei progetti di sfruttamento delle risorse che si trovavano nei loro territori, aveva una relazione diretta con la richiesta cittadina che nelle leggi fondamentali che approva il Congresso o l’Esecutivo si considerino le loro opinioni e i loro interessi.

I NUOVI MOVIMENTI SOCIALI IN PERÙ

Riguardo alle particolarità del movimento sociale che è andato configurandosi nel periodo 2010-2020, ne possiamo segnalare due:

In primo luogo, la sfiducia cittadina nel potere politico è aumentata quando poco a poco si sta scoprendo la smisurata rete di corruzione in cui erano tutti i presidente della Repubblica, congressisti, governatori regionali, sindaci, giudici, procuratori. Ancor di più, verificare che i gruppi di potere economico sostenevano questa relazione corrotta tra la politica e l’economia, ha aumentato la richiesta di un maggior controllo del potere politico e una maggiore trasparenza nella gestione pubblica.

In secondo luogo, la richiesta di essere consultati dal potere politico. Le reiterate mobilitazioni sociali che sono avvenute negli ultimi due decenni sono state segnate dalla richiesta dei cittadini di essere considerati, di essere consultati dal Governo o dal Parlamento prima di approvare leggi.

Ci furono quattro manifestazioni che evidenziavano che eravamo di fronte ad un rinascere dei movimenti sociali, guidati da giovani indignati:

1 Le mobilitazioni del 22 luglio 2013 contro la decisione del Congresso della Repubblica di designare i titolari del Tribunale Costituzionale (sei magistrati), Difensoria del Popolo (il presidente), Banca Centrale di Riserva del Perù (tre direttori), mediante uno scandaloso accordo per ripartirsi detti incarichi tra i propri amici. Sebbene gli accordi nel Congresso per designare i loro titolari di istituzioni chiave siano di loro competenza, questa volta fu fatto mediante un “oscuro accordo” nel quale i partiti nel Congresso si spartirono questi incarichi senza che i designati avessero meriti professionali che li sostenessero.

Lo scandalo scoppiò quando furono diffusi degli audio della ripartizione nella quale i congressisti evidenziarono che non gli interessavano i meriti dei designati anteponendo a quello i propri interessi di partito e di gruppo. Le mobilitazioni furono immediate: il 22 luglio centinaia di giovani si riunirono a Plaza San Martín, cantarono l’Inno Nazionale, e si diressero a protestare fuori del Congresso. Con i giorni l’intensità della mobilitazione andò crescendo, si fecero mobilitazioni il 27 e il 28 luglio, fino a quando il Congresso, alla fine rese senza effetti queste nomine, o meglio “questa ripartizione”. La conseguenza di questo fatto è che non fu screditato solo il Congresso ma anche i partiti che vi partecipavano.

2 L’11 dicembre 2014 il Congresso approvò la Legge N. 30288 con il titolo: “Legge che promuove l’accesso dei giovani al mercato del lavoro e alla protezione sociale”. Detta Legge era una iniziativa del MEF che, a sua volta, aveva raccolto la proposta che l’Associazione degli Esportatori ADEX, la Società Nazionale delle Industrie e la CONFIEP avevano fatto giungere al Governo. Questa legge contemplava quanto segue: i giovani da 18 a 24 anni che entravano a lavorare nelle imprese non avrebbero contato sulla Compensazione per Tempo di Servizio (CTS), non erano benificiati dal pagamento di utili, non contavano su una assicurazione per il lavoro a rischio e le vacanze sarebbero state solo di 15 giorni.

La reazione dei giovani fu immediata, furono convocate mobilitazioni; in modo spontaneo il 22 dicembre a Plaza San Martín si riunirono circa ventimila manifestanti, si diressero alla sede della CONFIEP; i giorni seguenti: il 29 dicembre e il 15 gennaio, avvennero delle mobilitazioni in altre città del paese. Il 26 gennaio centinaia di giovani si riunirono nei pressi del Congresso per chiedere l’abrogazione della Legge Pulpín, quel giorno il Congresso abrogò la norma.

Quello che mise in evidenza questa mobilitazione era che l’iniziativa della Legge era partita dai gruppi delle organizzazioni imprenditoriali, e che tanto l’Esecutivo come il Congresso avevano solo inoltrato questa iniziativa e l’avevano convertita in Legge. Non ci fu una consultazione né delle associazioni dei lavoratori né dei giovani che già contavano su reti di comunicazione e organizzazioni sociali che li rappresentavano.

3 Nel giugno del 2017, il Congresso mise in agenda la discussione del Progetto di Legge N. 1104 – 2016 – PE “Legge di Formalità Lavorative” diretta a promuovere la contrattazione di giovani dai 18 ai 29 anni. La reazione dei giovani e dei sindacati fu immediata. La chiamarono “Legge Pulpín 2.0”. Quello che questo Progetto di Legge proponeva era un sussidio da parte dello stato alle imprese affinché potessero contrattare personale senza pagare il 9% corrispondente all’apporto ad EsSalud; detto pagamento sarebbe stato assunto dallo stato.

Evidentemente, l’iniziativa era sorta dalle grandi imprese e appoggiata dal gruppo di Forza Popolare, dato che le imprese abbisognavano di contrattare del personale ma senza i costi equivalenti al pagamento ad EsSalud. La mobilitazione contro l’approvazione di questa norma fu immediata: iniziarono il 27 giugno e si prolungarono fino al 30 agosto fino a quando alla fine ottennero che detto progetto di Legge fosse ritirato.

4 Le mobilitazioni convocate dai collettivi “No a Keiko”, sono state un’altra delle manifestazioni di un movimento sociale che cercava di impedire che il Fujimorismo tornasse al Governo. Sebbene i suoi inizi risalissero alla campagna elettorale del 2011, negli anni seguenti queste manifestazioni divennero ricorrenti non solo prima del processo elettorale ma anche di fronte ai tentativi di liberazione di Alberto Fujimori. Nella campagna presidenziale del 2016 questo movimento “No a Keiko” divenne più solido e determinante: avvennero manifestazioni di massa a Lima il 12 marzo, il 5 aprile, il 31 maggio. Alla fine riuscirono a far perdere a Keiko le elezioni al secondo turno. Questo movimento, nonostante la sua costanza e capacità di mobilitazione non ebbe mai dei dirigenti visibili, nemmeno avanzarono verso il consolidamento di collettivi con proposte o iniziative politiche. Fu una semplice manifestazione di rifiuto, fu uno stato d’animo che cercava di chiudere il passo al fujimorismo che Keiko incarnava.

I NUOVI PROTAGONISTI 

I fatti descritti devono essere interpretati come la manifestazione di una ribellione giovanile che chiede di essere protagonista della costruzione di un paese più inclusivo, democratico e tollerante con le nuove forme di far politica in Perù.

La ribellione giovanile aveva alla base una realtà molto drammatica: la disoccupazione, l’inattività e la mancanza di qualità del lavoro. La mancanza di prospettive per una gioventù senza possibilità di contare su una salute e un’educazione che gli permettesse di competere in un mercato del lavoro già di per sé stesso ristretto, ma anche di un disgusto dei partiti e dei dirigenti politici immersi in processi per nulla chiari di designazioni di incarichi pubblici, approvazione di leggi e con processi giudiziari per delitti di corruzione, violenza familiare tra le altre denunce; alcuni di loro finirono in carcere.

Ma, così come sorsero con l’intensità di mobilitazioni massicce e violente (alcune) per opporsi ad una legge o ad un “negoziato”, così anche scomparvero dallo scenario politico per riapparire dopo di fronte a fatti simili; dopo tutto, le opportunità politiche per riattivarsi si presentavano ogni volta con più frequenza. Queste mobilitazioni resero manifesto l’uso di nuove forme organizzative così come delle reti sociali e delle loro applicazioni come Tik Tok, Instagram – Facebook, che furono tremendamente efficaci nel momento di lottare contro obiettivi molto concreti.

Questi nuovi movimenti appoggiati da reti sociali ogni volta più efficienti, non sono stati intesi né contenuti, soprattutto dalle autorità politiche; queste, lontano dal vedere le cause che originavano queste ripetute esplosioni di mobilitazione sociale, cercarono di identificare coloro che consideravano gli “autori intellettuali”, mentre qualificavano come “terrucos” (termine spregiativo per dire terroristi, ndt) tutti coloro che partecipavano alle mobilitazioni. Vale a dire, all’inizio davano a queste proteste un trattamento poliziesco e militare, e di conseguenza mettere sotto processo coloro che consideravano autori intellettuali e materiali dei movimenti sociali.

Nonostante ciò, c’è un fatto che deve essere messo in rilievo in tutti i processi di mobilitazioni verificatesi: i protagonisti, nella loro maggioranza erano giovani. La loro presenza, tanto nelle manifestazioni di protesta, nelle azioni di strada, come nei differenti tavoli di dialogo e negoziato, era ogni volta di più protagonista. Così lo potei apprezzare ai tavoli di dialogo ai quali partecipai; e così si può osservare nei ripetuti conflitti sociali.

Probabilmente siamo di fronte ad un cambio generazionale di dirigenti sociali e popolari; non sono propriamente dirigenti politici che rappresentano un partito o movimento politico; nemmeno si può osservare un legame diretto di questi dirigenti con le campagne politiche elettorali. Non si intravede che ci sia un’organizzazione politica o religiosa dietro di loro; e se così fosse, la miglior cosa è farsi carico con loro del compito di costruire una società più democratica e tollerante, più inclusiva con la garanzia dei diritti cittadini.

I movimenti sociali stanno ritornando. Che dubbio rimane. Non c’è da temere il movimento sociale che solleva bandiere democratiche. Questo ciclo di venti anni di una cattiva transizione democratica deve concludersi. È ora del rinnovamento della politica, dei partiti, e di mettere la politica al comando per la costruzione di una società più democratica e inclusiva.

Considerare che la democrazia sia a rischio per la presenza dei movimenti sociali è un grave errore. “Il futuro della democrazia -afferma Tilly- dipende dalle connessioni tra reti di fiducia e i regimi politici; la ritirata generalizzata di queste reti dalla politica pubblica, quando avviene danneggia la democrazia. La privatizzazione della previdenza sociale o della cura della salute, la ritirata delle élite o delle minoranze dalle scuole pubbliche e la sostituzione del contatto diretto attraverso la comunicazione elettronica tra gli attivisti politici ha il potenziale di produrre giustamente ai nostri giorni questa ritirata distruttiva delle reti di fiducia dalla politica pubblica nelle democrazie e, pertanto, di danneggiare la stessa democrazia”.

Recuperare la fiducia è basilare in questi tempi, la la fiducia senza cambiamenti, e senza includere le nuove generazioni che cercano di esprimersi e di essere protagoniste dei cambiamenti, non è realizzabile. 

Note:

1- Mills, Wright: “Los marxistas”. Ediciones Era S.A. 3ª Edición. México 1970, página 3.
2- Tilly, Charles: “La desigualdad persistente”. Editorial Manantial SRL. Buenos Aires 2000, página 25.
3- Dahrendorf, Ralf: “Oportunidades vitales. Notas para una teoría social y política”, página 82  Espasa Calpe S.A. Madrid 1983.
4- TARROW, SIDNEY: El Poder En Movimiento: Los Movimientos Sociales, la Acción Colectiva y la Política    Segunda edición. Alianza Editorial, 2004
5- Sydney Tarrow: “Teoría de la acción colectiva y los movimientos sociales”

Víctor Caballero Martin

Fonte: Otra mirada

5 gennaio 2021

Resumen Latinoamericano

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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12 ore di camera di consiglio, un’attesa infinita ha accompagnato una sentenza per la quale la Procura di Torino aveva chiesto un totale di oltre 80 anni di condanne per 32 imputati.

Il processo d’Appello Bis, legato al Maxi Processo No Tav, messo in piedi contro la giusta resistenta della Valsusa nell’estate del 2011 si conclude così: con una rimessa in discussione delle richieste della Procura torinese, riducendole a 45-46 anni circa complessivi. Le condanne per le singole posizione vanno dai 2 mesi fino ai 2 anni.

L’iter processuale è stato particolarmente intricato, con la pesantissima sentenza del primo processo rimessa in dubbio dalla cassazione due anni fa. La procura torinese, nel processo bis, ha sostanzialmente mantenuto la stessa attitudine: nessun tipo d’inchiesta sulle violenze delle forze dell’ordine che sparavano lacrimogeni dai cavalcavia in faccia ai manifestanti e pesantissime richieste per i notav che resistettero allo sgombero della Maddalena. Se il dispositivo è stato sostanzialmente confermato dai giudici, le pene sono comunque state ridotte in maniera significativa creando un’evidente frustrazione del procuratore generale ieri alla lettura della sentenza.

Nell’attesa di commentare più approfonditamente l’esito del processo, a tutti gli imputati la nostra solidarietà e la promessa che continueremo a camminare vicini in questa lunga e grande lotta. Avanti notav!

Da notav.info

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Abbiamo appreso la notizia che da questa mattina (21 gennaio 2021) Dana e altre due detenute hanno cominciato lo sciopero della fame, costrette dalla grave situazione che stanno vivendo all’interno del carcere delle Vallette.

Sono importanti le motivazioni che le hanno spinte a questa forma di protesta pacifica:

La diminuzione delle ore di colloquio previste per legge (anche in videochiamata)
Le sei ore che ogni detenuta ha a disposizione per legge per effettuare colloqui in presenza che, sospesi per via della pandemia Covid-19, sono stati sostituiti da video chiamate che però non mantengono mai il monte ore settimanale complessivo, ma al contrario lo diminuiscono se non direttamente dimezzato.

Questo mancato mantenimento delle ore di colloquio familiare previste per legge, colpiscono duramente il diritto all’affettività garantito dal Ministero di Grazia e Giustizia, ma non solo, vanno a calpestare la dignità delle detenute e dei detenuti.

Il secondo punto delle motivazioni dello sciopero tratta il tema dei colloqui in presa in tempi di restrizioni dettate dai DPCM emanati dal Governo.

Dal momento in cui il carcere ha riaperto la possibilità di effettuare le visite familiari, tantissimi parenti si sono recati al carcere per effettuare le prenotazioni, solo che una volta presentatisi in loco, a tutti quelli provenienti da fuori Torino è stato vietato l’accesso al carcere con la scusante della Zona Arancione. Come se non fosse un motivo di primaria necessità quello di incontrare i propri parenti detenuti. Ma non solo, sono stati respinti e colpevolizzati per essersi presentati, nonostante non sia giunta a loro alcuna comunicazione da parte della Casa Circondariale.

A fronte di questa immotivata privazione, il carcere delle Vallette non prevede ad oggi alcuna forma sostitutiva che garantisca le 6 ore di colloquio anche sottoforma di video chiamata.

Per queste ragioni da questa mattina Dana, S. Calabria e M.E. Piazza hanno iniziato lo sciopero della fame che porteranno avanti ad oltranza fino a che non saranno nuovamente garantiti i loro diritti.

Le loro istanze invocano alla possibilità che vengano immediatamente riammesse le videochiamate, la telefonata ordinaria e anche quella aggiuntiva introdotta proprio durante la sospensione dei colloqui in presenza. Ma, siccome il problema del taglio delle ore non è solamente per chi non ha ancora accesso alle visite in presenza, viene richiesto che tutti i detenuti e le detenute abbiano possibilità di integrare con videochiamate le ore in presenza così da raggiungere comunque il monteore complessivo settimanale.

Altra importante richiesta si riferisce alla necessità di ristabilire al più presto le prenotazioni dei colloqui via mail, che ancora oggi è in disuso. Questo certamente renderebbe più agevole e più sicuro, a livello sanitario, la possibilità per le famiglie di effettuare la prenotazione alla visita.

Inoltre, viene richiesto che la chiamata con il proprio legale non rientri nell’elenco delle telefonate ai familiari, evitando così che quella chiamata ne sottragga una con i propri cari. D’altronde le visite in presenza degli avvocati sono certamente escluse dal monte ore settimanale. Pertanto la logica vorrebbe che lo stesso avvenisse con le telefonate.

Il Covid-19 in carcere è già stata fonte di paura e enorme stress per tutte le detenute e i detenuti, basti pensare alle rivolte che si sono scatenate lo scorso marzo, pertanto al centro di questo sciopero c’è anche la richiesta urgente di ricevere reali misure di tutela sanitaria che il carcere di Torino ancora non ha previsto. E quindi, di ricevere notizie in merito al vaccino e alla sua somministrazione, di mettere in atto in tempi brevi un’indagine medica accurata su tutti i detenuti così da riuscire ad effettuare una reale mappatura dei contagi e poter prevenire terrificanti scenari.

Aggiungiamo che a Dana, S. Calabria e M.E. va tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà, mentre vogliamo sottolineare ancora una volta, la responsabilità di tutte le istituzioni che si occupano direttamente e/o indirettamente delle carceri ( o meglio non se ne  occupano) in questa continua violazione dei minimi diritti delle detenute e dei detenuti e dei loro familiari.

Da notav.info

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