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Articoli filtrati per data: Thursday, 21 Gennaio 2021

Nel 2011 il Movimento de Pobladores Ukamau costituisce un comité de vivienda nel quartiere semicentrale di Estaciòn Central nella regione metropolitana di Santiago del Cile. Intorno alla Casa Ukamau si riuniscono circa quattrocento venti famiglie. Un comitè de vivienda è un’assemblea di pobladores: famiglie senza casa o che vivono come allegadas a casa di parenti o amici. Come mi spiega Boris Cofrè, storico e membro della direzione politica di Ukamau e della fondazione Femàn che si occupa di ricerca su temi legati alla città neoliberale, «anche volendo affittare un appartamento, i prezzi a Santiago sono altissimi. Molte famiglie sono costrette a trasferirsi in accampamenti informali senza tutele e diritti riguardo alla terra. I pobladores sono soggetti marginali, espulsi dalle campagne verso la città: il segmento impoverito della classe lavoratrice».

Victoria Herrera è stata eletta nell’agosto scorso portavoce nazionale del movimento. È una pobladora. Ha iniziato a far parte degli Ukamau nel 2011 dopo che un’amica l’ha informata dell’esistenza del comité. A quell’epoca viveva con i genitori insieme ai suoi due figli. Aveva cercato un’alternativa ma si era resa conto delle difficoltà per ottenere un prestito dalle banche, cercare un appartamento a buon mercato, oppure accedere ai risicatissimi sussidi messi a disposizione dallo stato. Così, «per necessità», come ripete più volte, è entrata nel comité.

«A poco a poco, senza quasi volerlo – racconta con una punta d’ironia –, ho iniziato a politicizzarmi ed essere sempre più attiva nel movimento. Non me l’aspettavo. Io avevo un obiettivo: trovare una casa alla mia famiglia. Però se c’è qualcosa che ho imparato dopo tutti questi anni, è che non si può concepire uno spazio fisico, una casa, un habitat, senza considerarlo all’interno di qualcosa di più grande. La lotta di Ukamau va oltre la rivendicazione di una casa per chi non ce l’ha. Noi lottiamo per una vita degna, lottiamo per democratizzare la città o meglio per democratizzare tutti gli spazi, anche quelli istituzionali».

Quando ho iniziato a interessarmi al Movimento Ukamau mi sono reso conto con stupore che tutte le portavoce del movimento erano, e sono, donne. «Al momento – dice Herrera – circa il novanta per cento del movimento è formato da donne. Gli uomini hanno sempre avuti altri spazi di formazione e azione politica: il sindacato, il partito, il luogo di lavoro. Le pobladoras vivono la casa e il territorio, lo organizzano e lo amministrano; tengono i contatti con il quartiere, i legami con i vicini in maniera diversa rispetto agli uomini. Il lavoro che portiamo avanti, oltre alla partecipazione al processo costituente, è riuscire a politicizzare la comunità, ovvero trovare spazi dove discutere, crescere e generare un cambiamento. Lavoriamo qui, vendiamo la nostra forza lavoro però allo stesso tempo ci organizziamo, lottiamo insieme per costruire qualcosa di diverso».

Quando le chiedo se si siano mai creati dei conflitti di genere con i loro compagni a causa della militanza risponde di no, e che «fortunatamente sono disposti ad accompagnarci in questa lotta». Specialmente quando vedono che funziona.

Il 25 ottobre 2020 per il Cile è stato un giorno importante. A un anno dallo scoppio delle rivolte che hanno portato i militari nelle strade, manifestazioni di massa, omicidi e violenze di stato ormai documentate, una consultazione referendaria ha deciso a maggioranza assoluta l’inizio di un processo costituente volto alla creazione di una nuova “carta magna”. Chiedo a Herrera come può la lotta per la casa essere parte del processo di democratizzazione delle istituzioni.

«Da anni – dice – portiamo avanti una riflessione sulle mancanze del sistema neoliberale. Siamo convinti che come organizzazione non dobbiamo soltanto rimanere attivi sul territorio rispondendo a tali mancanze, ma anche portare nei palazzi del potere le nostre rivendicazioni. Gli spazi della politica istituzionale devono aprirsi a noi, cioè alla maggioranza della popolazione cilena. Parliamo di democratizzare perché non vogliamo che gli stessi dinosauri della politica che hanno mantenuto in vita questo sistema siano poi gli stessi che si mettono al tavolo a scrivere la nuova costituzione. Vogliamo che in questo processo ci sia lo spazio per coloro che arrivano da anni di lotte nei movimenti sociali. Perciò reclamiamo la presenza di nostri rappresentanti all’interno dell’Assemblea costituente, come la nostra ex-portavoce nazionale Doris Gonzalez. Ma come lei tante altre che si sono mobilitate in questi anni mettendo in luce le enormi disuguaglianze di questo paese. Questa poi è solo una parte di ciò che per noi significa democratizzare le istituzioni. Bisogna che si aprano spazi di discussione, vogliamo che il sistema ascolti e risponda alle istanze di ciascun territorio, vogliamo che si affermino con decisione alcuni diritti sociali prioritari come la casa, la salute, l’educazione, la previdenza».

“Le case non sono isole”, scrivono sul loro manifesto per il diritto alla città. «Non lottiamo solo per una casa, ma per il buen vivir», sottolinea Herrera più volte. Creare luoghi dove si parli e si discuta e si formino legami. Questa è l’immagine di una città e di una società più democratica a cui aspirano i pobladores Ukamau. Un’immagine che si oppone alle politiche urbane neoliberali sopravvissute alla dittatura. Di recente, il movimento ha ottenuto una grossa vittoria in questa direzione: il complesso residenziale della Maestranza 1, dove Ukamau ha terminato gli ultimi ritocchi e ha aperto le sue porte alle quattrocento venti famiglie del comitè dopo nove anni di lotte.

«Ce lo siamo conquistati questo barrio. Altri comitati aspettano anche vent’anni prima di vedere realizzati i progetti delle case popolari a cui aspirano. Costruire l’edificio era tanto importante quanto tessere legami tra le famiglie. Abbiamo organizzato assemblee, ma anche attività ludiche e sociali: gite estive, attività per las fiestas patrias [si svolgono intorno al 18 settembre e sono molto sentite dalla popolazione cilena, Ndr], partite di bingo, ne abbiamo fatte davvero di tutte e di più».

Diverso da analoghi progetti di edilizia popolare, il piano architettonico della Maestranza è stato messo a punto con la partecipazione delle famiglie Ukamau. Gli appartamenti sono ampi, come ampi sono gli spazi interni pensati per le occasioni di socialità collettiva. «Il disegno dell’opera si basa su un progetto postumo dell’architetto cileno Fernando Castillo – racconta Boris Cofre –. Lui lavorava negli anni Sessanta, prima della reazione neoliberale. Ora in termini architettonici a noi sembra di fare qualcosa di rivoluzionario, ma non è molto diverso da ciò che veniva realizzato per le classi medie sessant’anni fa».

Fiducia e senso di appartenenza a una comunità di vicini. Quando entrano in gioco i sentimenti, dice Victoria Herrera, si crea una comunità che si prende cura delle persone e dei luoghi in cui si abita insieme. Aumenta il controllo sociale e il mutuo aiuto tra le famiglie, agendo così anche su altri fenomeni presenti nei quartieri popolari di Santiago come la violenza, l’uso di droghe e la piccola criminalità. «Quando prendi parte alla costruzione della tua abitazione, trasformandoti in disegnatore e architetto del tuo stesso quartiere, si genera un sentimento di appartenenza insolito per chi semplicemente entra in una casa popolare. Il Barrio Maestranza lo abbiamo ottenuto insieme. Tutto questo è nostro, non è mio. Questo è il cambiamento per cui lottiamo».

Si svegliano all’alba le donne del movimento Ukamau per andare a bloccare le strade della capitale. Così danneggiano l’imprenditore che aspetta l’arrivo della manodopera e non il lavoratore o la lavoratrice che il pomeriggio tornano a casa a riposare. E poi dopo il blocco della strada bisogna comunque andare a lavorare. «Forse non si creava molta simpatia negli altri – dice Herrera –, in chi si spostava, ma quando ti accorgi che funziona, che si riesce ad aprire un tavolo con le istituzioni e che il problema era soltanto che a quelle stesse istituzioni non interessava in alcun modo comunicare con noi, allora ti rendi conto che d’accordo, i blocchi al mattino forse non erano il modo migliore, ma era l’unico modo per raggiungere i nostri obiettivi».

E ora che il Barrio Maestranza è stato costruito, che le famiglie sono entrate nelle loro case, quali sono i prossimi obiettivi del movimento? «Abbiamo diversi tavoli aperti con le istituzioni per altri progetti residenziali come la Maestranza 2, e altri nei quartieri di Penaflor e il Serrillo. Anche altri comitati ora vengono a chiederci consigli. Continueremo a lottare per estendere il modello della Maestranza, però intanto il movimento è cresciuto, tante persone si sono unite e ora il prossimo obiettivo è far entrare le nostre rappresentanti nelle istituzioni, perché da lì si possono cambiare davvero le cose. Non ci importa delle critiche di coloro che dicono “diventeranno come tutti gli altri politicanti”».

Al pari di altri servizi basici, anche l’acqua in Cile non è un bene a disposizione di tutti. In alcuni quartieri popolari della regione metropolitana di Santiago non c’è acqua corrente e in altre zone del paese la privatizzazione dell’acqua e il suo utilizzo da parte di compagnie minerarie come l’Anglo American, hanno prodotto vere e proprie siccità. Come sta succedendo nella zona di El Melòn, nella regione di Val Paraiso, dove Ukamau è presente per rivendicare il diritto all’ uso dell’acqua.

«Quando sono iniziate le proteste – dice Herrera – si parlava molto della violenza dei manifestanti. Ma la violenza che subisce la gente quotidianamente chi la considerava? Si parla spesso di un’oasi di progresso economico descrivendo il Cile, quando la realtà è che lo sviluppo della nostra capitale è talmente diseguale che le donne dei settori occidentali, quelli popolari, vivono in media diciotto anni in meno rispetto alle donne dei settori benestanti. I protagonisti delle proteste dell’ultimo anno sono stati cittadini e pobladores non politicizzati che provenivano spesso da quei quartieri. Questa è la grande novità. Per molti di loro il movimento ha assunto un significato importante, perché noi già lottavamo da anni per tutto questo, e senza dubbio continueremo a farlo». (giovanni d’ambrosio) da NapoliMonitor

 

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I ritardi di Pfizer che occupano le nostre cronache e mandano in tilt i piani, già molto precari, della grande campagna vaccinale sono, giustamente, oggetto di scandalo e denuncia, anche a livello europeo. Di fatto il problema chiave sta ‒ ed è stato chiaramente confermato ‒ nella (incredibile!) segretezza dei contratti firmati dai Governi e dall’Europa con Pfizer e la sua associata tedesca: per quanto riguarda sia i termini precisi delle consegne che i prezzi. A conferma esplicita, in un modo che se non fosse drammatico sarebbe ridicolo, di politiche di completa soggezione della responsabilità pubblica agli interessi di mercato di una multinazionale: una di quelle più note (anche in Italia, oltre che negli USA) per aggressività, spregiudicatezza, politiche provocatorie di violazione anche delle regole commerciali più elementari. In attesa che il “segreto” venga risolto con un colpo di trasparenza, è forse utile guardare più a fondo al rapporto tra promesse, proprietà, responsabilità delle conoscenze scientifiche, sottolineando che quanto segue nasce dall’interno della “comunità scientifica”: non come critica ma come esercizio di normale trasparenza. Il patentino HI (indice di autorevolezza scientifica internazionale dei ricercatori, ndr) di chi scrive è sempre stato rispettabile, così come il suo contributo anche internazionale nei campi della sperimentazione innovativa di farmaci, delle politiche della loro valutazione, della epidemiologia (di cittadinanza, al di là delle malattie).

Non c’è dubbio che, tra i tanti protagonisti degli scenari (concreti e di immaginario) che ormai da un anno occupano nei modi più diversi tutti gli orizzonti, il ruolo delle conoscenze scientifiche è stato, ed è, determinante. Trasversalmente. Dalla biologia, all’economia, alla salute pubblica, alla sicurezza, alla politica… Dietro tutte le decisioni ci si assicura che ci siano una o più commissioni, e tanti, diversi, esperti. Il tempo dei vaccini che stiamo vivendo riassume e rappresenta alla perfezione l’intreccio stretto e ambiguo delle conoscenze scientifiche più specifiche per la gestione di una pandemia ‒ quelle biologico-mediche e quelle epidemiologiche e di salute pubblica ‒ con i processi decisionali che le prendono come criterio di riferimento e di legittimità. Un’ultima notazione importante: al di là di qualsiasi discussione, più o meno finta, l’unico mantra che non si discute e che è fondante di tutta la fiducia in un futuro diverso dice: il Covid-19 ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la scienza ha fatto la differenza tra questa e le altre pandemie della storia, con la sua capacità di produrre rimedi che ci porteranno fuori dal tunnel in tempi che non ci saremmo mai potuti neppure sognare.

Una griglia di analisi-valutazione

Come tutti i processi che producono conoscenze complesse e strategiche per la vita della società, i “percorsi” di ricerca delle scienze che qui interessano sono inscindibili dai loro contenuti puntuali: osservazione ovvia, ma che è bene esplicitare per motivare connessioni o affermazioni che potrebbero suonare come pessimistiche, se non irriverenti.

Vaccini. È bene partire da qui, visto che siamo nel pieno di una vera e propria guerra mondiale, oltre che nazionale ed europea. Il mantra sopra citato come indiscutibile è stato applicato specificamente e in modo messianico ai vaccini. Fake news? Di fatto i vaccini sono in giro in tempi rapidi. Ma quale è stato il loro percorso? Le conoscenze e le tecnologie che li hanno permessi erano parte ben consolidata del know how e delle possibilità operative della “comunità scientifica” (privata e pubblica). La novità è stata la comparsa di un mercato inaudito che ha fatto mettere a disposizione capacità di sviluppo applicativo attraverso politiche di finanziamento come quelle di tempi di guerra (non si esagera: i dati sono ben disponibili). Nulla di scientificamente nuovo. E perfetta conferma che la logica dello sviluppo non è stata quella della cooperazione tra vari attori, ma della competizione più secretata e senza esclusioni di colpi: “reclutando” popolazioni sperimentali con criteri che sarebbero risultati inaccettabili in termini di informazione e di gestione, annunciando risultati solo con un occhio alle quotazioni in borsa, promuovendo campagne di massa senza neppure aver messo a punto una politica collaborativa almeno nel monitoraggio della effettività oltre che della sicurezza dei diversi vaccini.

Eppure la “novità”, il vero risultato scientifico che porterebbe fuori dal tunnel sarebbe il sapere modalità, intensità, durata della difesa immunitaria: si richiede tempo, certo! Ma, soprattutto, una collaborazione molto trasparente tra i diversi attori, per mettere insieme dati, garantirne una analisi indipendente, tempestiva, con una forte interazione tra ricerca di base ed epidemiologia… Tracce, anche solo informative, di questo processo? Segnali critici della intollerabilità (etica? di normale civiltà democratica?) professionale, metodologica, culturale di un silenzio comunicativo che sembra raccogliere nella connivenza su interessi e politiche strettamente di mercato, privato e pubblico, di ricercatori “indipendenti” e produttori industriali?

Salute pubblica e diritti umani

I termini di riferimento di questo secondo punto di riflessione sembrano, a prima vista, essere più lontani dal tema che ci interessa. Ma di fatto ne sono il cuore: la priorità data ai vaccini è dovuta al loro carattere più esemplare. E il messaggio è chiaro: il mercato ha ancora una volta travestito la scienza di bontà e di futuro, per avere mano libera nel farne un uso ottimale a suo vantaggio. Non è una denuncia “specifica” per il Covid-19: la pandemia, prima ancora che la guerra vaccinale divenisse evidente, ha purtroppo documentato che il primo fallimento della “comunità scientifica” globale è stato, e continua ad essere, quello dell’assenza di una cultura di condivisione di dati sulla vita delle persone in vista di una comprensione dei rischi e di una ricerca di soluzioni mirate alla specificità dei bisogni.

La non-risposta della comunità scientifica globale ha coinvolto tutte le più alte autorità. Non per aver fatto qualcosa di male ma per la loro assenza e incapacità (o impossibilità programmata) nel farsi carico in modo tempestivo e collaborativo di un problema preannunciato da tempo, ma la cui causalità multipla poteva essere bloccata solo toccando “tradizioni” ed equilibri di potere che da tempo la scienza mainstream ha rinunciato a mettere in discussione: è da questi centri (pubblici e privati), conniventi, che derivano infatti le quote più importanti di finanziamento. Questo “fallimento per assenza” è stato diagnosticato in modo molto preciso, dall’editore di una delle riviste scientifiche più prestigiose e globali, come “catastrofe”. Con la conseguenza esplicita che per una diagnosi che è culturale e politica potrebbe solo rispondere un cambiamento di paradigma rispetto alle cause della catastrofe. La risposta messa in evidenza dallo scenario “vaccini” non va certo in quella direzione. L’opposizione, senza clamore ma molto fattuale, di tutti i poteri che contano all’ipotesi anche solo di una sospensione (eccezionale, come è eccezionale la gravità della pandemia) del regime dei brevetti, promossa dalle reti dei diritti umani e dei popoli, afferma che la unica “scientificità” che si deve garantire è quella della arbitrarietà-segretezza degli algoritmi economici.

Contare i morti o esserne responsabili per esplorarne-comprenderne l’evitabilità?

I bollettini che puntualmente, da ormai un anno, in Italia e a livello globale, pretendono di raccontare l’andamento della pandemia, con descrizioni che oscillano tra quelle metereologiche (le ondate!) e quelle restrittive-accusatorie (assembramenti, centri culturali chiusi, scuole chiuse o aperte), sono un altro dei segnali drammatici della inesistenza di una scientificità responsabile della “scienza dei big data”.  In un tempo che assicura (e fa vedere come concreta nei campi più diversi) la possibilità di “tracciare”, di spiegare, di utilizzare i flussi di tutte le transazioni, i movimenti, le interazioni tra gli umani e le merci, non esiste a tutt’oggi un solo esempio di confronti epidemiologici che permettano di comparare e comprendere (lungo i tempi o nei diversi territori) le incredibili diversità degli andamenti dei contagi e delle popolazioni più colpite. Nel piccolo dell’Italia i colori si modificano seguendo la vignetta di Altan, che sull’Espresso del 15 gennaio indica la strategia dell’estrarre a sorte i biglietti di una lotteria, più che spiegazioni ragionevoli e riconoscibili. Il Veneto virtuoso diventa come la Lombardia della prima ondata, per ritornare virtuoso contro ogni aspettativa. La Svezia che si affida alla fiducia nella responsabilità della sua popolazione si rivela un disastro rispetto alla sostanziale “assenza di problemi” delle nazioni contigue e simili come la Norvegia e la Finlandia. Le scuole si aprono, si chiudono, si confondono in tutti i paesi senza che ci sia un solo dato di confronto sulla contagiosità, diretta o indiretta, attribuibile alle popolazioni giovani e/o alle loro famiglie. La Germania e l’Olanda fanno lockdown durissimi, dopo essere passate per essere virtuose. Senza parlare, in un mondo globale che produce statistiche economiche puntuali e puntigliose sulla povertà e le diseguaglianze su tutti i paesi, di stime credibili sulla pandemia in interi continenti come Africa, America Latina, India, Cina…. Il monitoraggio, globale e locale, che invoca senza mai poterlo applicare, il “tracciamento dei percorsi-gruppi a rischio”, sembra riprodurre la storia della “spagnola” in tempi che non potevano neppure immaginare la nostra società digitalizzata.

La scientificità della epidemiologia comunitaria e di cittadinanza da anni si era applicata a rendere visibili ed evitabili i diritti violati delle minoranze più a rischio attraverso un lavoro “di prossimità e partecipazione” con le popolazioni interessate: l’epidemiologia mainstream, specializzata nelle descrizioni dall’alto e da lontano della distribuzione della malattia, ne impone la cancellazione. La sua scientificità è quella dei bollettini sopra citati: i numeri e le percentuali travestono il non-sapere in una pretesa conoscenza oggettiva garantita da commissioni che non si confrontano pubblicamente (non solo in Italia) sulle loro incertezze. Dimenticando che l’informazione condivisa dell’incertezza e della parzialità è la conditio sine qua non di una scienza che voglia essere una fonte indipendente e responsabile di informazione al servizio di una civiltà democratica.

Guardare avanti

I punti che si sono toccati non hanno evidentemente la pretesa di essere completi né tanto meno “veri”. Esplicitano semplicemente il rischio ‒ e l’imbroglio ‒ dell’affidarsi a un potere che si pretende indipendente da una verifica trasparente perché espressione di una conoscenza “scientifica”. Ma soluzioni lineari di situazioni che hanno messo in discussione tutti i modelli di società e di scienza che hanno portato a una “catastrofe” non possono essere credibili. Il ruolo primario della “comunità scientifica” dovrebbe essere quello di mettere in evidenza e farsi carico, con la stessa forza, del proprio sapere e del tanto non-sapere: per coerenza con la sua identità e responsabilità culturale, metodologica, di democrazia. Il “dopo-pandemia” affidato all’attuale politica dei vaccini esprime tutta la cecità di una scienza che sa benissimo (e programmaticamente non ricorda) che pandemie ancor più mortali di quella che viviamo dipendono dal mantenimento della logica proprietaria e competitiva del mercato dei brevetti, dei prezzi, delle diseguaglianze. È ovvio che ciò è responsabilità primaria dei Governi. Ma fa parte della credibilità della scienza essere dalla parte di chi dice tutta la verità sul come stanno le cose, e prendere partito. Un editoriale autorevole di un giornale scientifico come il New England Journal of Medicine lo diceva, prima ancora della diagnosi sopra citata di “catastrofe”: la sfida ‒ culturale ed etica, e perciò scientifica, identitaria ‒ della scienza per un dopo “diverso” passa per un allearsi tra coloro che, senza illusioni o demagogia, sul lungo periodo, assumono e rispettano, come criterio di legittimità, il produrre conoscenze che non siano strumento di inequità.

Di Gianni Tognoni per volerelaluna

 

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Usando una parola in codice riconosciuta dai servizi di sicurezza britannici, la Continuity IRA ha fatto sapere di aver sparato almeno nove colpi da un fucile semiautomatico contro l’elicottero della PSNI a Wattlebridge, vicino al confine col freestate nelle aree tra Fermanagh e di Cavan.

Ieri sera la polizia nordirlandese ha negato le ipotesi secondo cui un velivolo sarebbe stato costretto a intraprendere un’azione evasiva, ma ha aggiunto che “se ci fosse del vero nelle affermazioni” le operazioni dei repubblicani dovevano essere condannate. Gli osservatori pensano che la CIRA – che negli ultimi anni è stata l’autore di gravi attacchi al confine di Fermanagh – abbia tentato di attirare gli agenti nell’area con un falso allarme bomba. Considerata la minaccia, a seguito di una bomba in un attacco simile nel 2019, l’elicottero della  PSNI è stato inviato. L’organizzazione, che sostiene di aver recentemente acquisito armi da un ex deposito di armi del Provos, ha dichiarato in un comunicato di rivendicare la responsabilità “di un attacco a un elicottero della PSNI intorno alle 11 di giovedì”.

“Un falso dispositivo era stato posizionato per attirare la PSNI nell’area in un attacco pianificato con armi da fuoco, un elicottero che volava basso per ispezionare l’area è stato colpito. Il pilota ha effettuato una manovra di emergenza e se n’è andato… Nove colpi sono stati sparati all’elicottero da un fucile semiautomatico ad alta potenza all’incrocio di Drumcrin Road, a Wattlebridge.”

La CIRA ha inoltre minacciato ulteriori attacchi in futuro nella zona di confine. Nell’agosto 2019, la formazione repubblicana ha rivendicato un attacco alla PSNI e agli ufficiali dell’esercito britannico sempre nella stessa zona vicino a Wattlebridge Road. Molto critica la deputata dello Sinn Féin, Michelle Gildernew, che ha detto:  “è stato un futile e patetico attacco da parte di questo gruppo alla nostra comunità”. Di altro avviso il sovrintendente Alywin Barton, comandante del distretto di Fermanagh e Omagh della polizia, che ha dichiarato: “posso confermare che nessun velivolo della polizia, schierato nell’area, è stato tenuto a intraprendere azioni evasive e che, ad oggi, non abbiamo ricevuto segnalazioni di colpi uditi o sparati nell’area. . Posso anche confermare che nessun velivolo della polizia ha subito danni. Se c’è del vero in questa affermazione, i criminali dietro di essa non hanno mostrato altro che uno sconsiderato disprezzo per la comunità di Fermanagh. Condanno inequivocabilmente le azioni di coloro che tentano di danneggiare le nostre comunità con le loro azioni e rivendicazioni criminali e cercano di interrompere le attività di polizia e la vita quotidiana dei cittadini rispettosi della legge. Abbiamo lavorato a stretto contatto con la comunità locale durante le nostre indagini e le nostre indagini continueranno”.

Da lesenfantsterribles

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