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Articoli filtrati per data: Tuesday, 19 Gennaio 2021

È in corso da questa mattina, martedì 19 gennaio, all’alba, a Torino, lo sgombero della Serrande Occupate, una palazzina di cinque piani in corso Giulio Cesare, 45, diventata un’occupazione abitativa aperta a chi, dentro la metropoli piemontese, non ha un tetto sulla testa, nel disinteresse delle istituzioni locali, regionali e nazionali.

Le Serrande Occupate è uno stabile del quartiere Aurora occupato nel giugno 2014 da compagne e compagni anarchici, dove trovano casa un centinaio di persone, tra cui una decina di minori, portati ora dalla polizia al centro della Protezione civile in via dei Gladioli.

 L’operazione repressiva odierna segue lo sgombero, nel febbraio 2019, del vicino Asilo Occupato di via Alessandria, che avevano reso le Serrande Occupate anche uno spazio di iniziativa politica in quartiere contro sfratti e gentrificazione.Le Serrande Occupate erano state liberate dall’abbandono una prima volta nel 2010 e, dopo lo sgombero, nel 2014. A fine 2019 il Tribunale di Torino aveva decretato il  sequestro preventivo.

Il quartiere Aurora è completamente militarizzato, mentre si è formato un presidio solidale.

La corrispondenza dal quartiere Aurora di Torino con Francesco, compagno anarchico, raggiunto attorno alle ore 7.30. 

Da Radio Onda d'Urto

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Questa domenica 17 gennaio circa 7 mila persone che fanno parte della carovana di migranti sono state represse dall’esercito e dalla polizia, nella comunità di Vado Hondo, Chiquimula, Guatemala.

“Che lo sappia il Papa, che lo sappia l’ONU, questo è colpa del presidente Juan Orlando Hernández”, ha dichiarato con indignazione un honduregno mentre in mezzo alla folla cercava di fuggire dai gas lacrimogeni, dalle pietre e dai bastoni. Tra le persone ferite ci sono bambini, adulti, anziani e donne. Per il momento non si conosce il dato esatto della popolazione colpita e le sue condizioni.

Nella trasmissione di Facebook Live di Radio Progreso, si possono osservare persone al suolo ferite e che vengono catturate dall’esercito. Il giornalista Gerardo Chévez ha narrato la forte repressione contro una popolazione che chiede al governo guatemalteco il permesso di giungere alla frontiera con il Messico, perché in Honduras non ci sono condizioni per continuare a vivere.

Nel dolore per la repressione e la fame, perché da più di due giorni non si alimentano, i migranti hanno chiesto di parlare con i rappresentanti della Migrazione affinché cessi la violenza e sia rispettato il loro diritto universale a migrare. Nonostante ciò, sono stati attesi da un agente che gli ha chiesto di ritornare in Honduras, perché anche se passano il posto di blocco di Chiquimula, più avanti ne incontreranno 10 o più e torneranno ad essere repressi.

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Le autorità guatemalteche giustificano la repressione adducendo che i migranti stanno violando le misure di bio-sicurezza imposte dalla pandemia e che non hanno l’esame PCR che individua il Covid-19. Da parte loro, i migranti hanno dichiarato che sono stati danneggiati dagli uragani e non hanno denaro nemmeno per mangiare, ancor meno per fare il test. Allo stesso tempo chiedono all’Organizzazione Mondiale della Salute di fornirgli un triage per potersi fare l’esame medico.

Nonostante la violenza, gli honduregni e le honduregne che fanno parte della carovana di migranti continuano ad essere fermi nel loro obiettivo di giungere negli Stati Uniti. Hanno dichiarato che fuggono dall’Honduras perché il paese è governato da un gruppo di politici corrotti legati al narcotraffico, situazione che ogni giorno di più rende precaria la vita della gente, perciò, devono andare in altri paesi a cercare il cibo per le proprie famiglie.

Fonte: Radio Progreso

18 gennaio 2021

Resumen Latinoamericano

 Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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Il 16 gennaio l’estrema destra austriaca è tornata in piazza marciando liberamente per il centro di Vienna.

Una grande reunion nazista, a cui hanno partecipato noti personaggi dell’estrema destra locale come: Gottfried Küssel (già condannato e incarcerato più volte per l’equivalente austriaco del reato di apologia di fascismo), arrivato a Vienna organizzando diversi bus per partecipare all’evento, Heinz Christian Strache (ex vice-cancelliere costretto a dimettersi a seguito dello scandalo “Ibiza-gate”, in quanto ripreso mentre provava a comprare con degli appalti pubblici dei giornali per controllare la stampa locale nella successiva campagna elettorale), Martin Sellner (leader degli “Identitari”, noto per ricevere supporto economico dall’attentatore di Christchurch), diversi membri del “Partito della Libertà austriaco” (FPÖ), ben noti per le loro posizioni e politiche razziste, nonché membri del partito estremista di destra “Alternativa per la Germania” (AfD) arrivati per l’occasione in supporto e lasciati passare al confine dopo “attenti” controlli, nonostante l’attuale obbligo di quarantena per chi entra in Austria dall’estero.

Un gruppo di noti neonazisti alla manifestazione “anti lockdown” a Vienna, tra cui Gottfried Küssel (seconda linea sulla sinistra con occhiali da sole e pellicia) e Marco Helfenbein (prima linea, giacca blu con cappello raffigurante simbolo del partito neonazista Der III.Weg). Dietro di loro, striscione del movimento “Identitari”. Foto da Twitter (@LorenzLaurin)

Una protesta per negare l’esistenza e la pericolosità del virus, ufficialmente contro le misure restrittive adottate dal governo, condita da slogan e simboli antisemiti, di varie ideologie di destra o legati alla ormai nota QAnon. Come stiamo purtroppo assistendo in altre parti del mondo ed Europa, gruppi estremisti di destra stanno ottenendo una pericolosa agibilità politica in questi mesi di pandemia. L’assenza di politiche sociali per contrastare la situazione emergenziale rinforza la propaganda di questi personaggi basata su negazionismo e sottostima della malattia. Ancora una volta aleggia il pericoloso slogan “Wir sind das Volk”, adottato anche dai fascisti di Forza Nuova a Roma lo scorso settembre, nella versione tradotta “Noi siamo il popolo”, con cui la feccia nazista prova a far identificare in loro chi sta subendo il peso economico e sociale della pandemia. Gli organizzatori hanno richiesto più volte ai partecipanti di non indossare le mascherine e non rispettare alcun distanziamento. Nonostante le finte garanzie del ministro degli interni che annunciava di non autorizzare possibili nuove manifestazioni che non rispettassero le normative anti-contagio, la polizia viennese scortava allegramente la manifestazione intorno alla città.

La polizia era infatti ben impegnata a controllare le/gli antifascist* riunitesi nel centro città per una contro manifestazione. Diverse centinaia di compagn* hanno comunicato per le vie del centro la vera natura dietro alla manifestazione “anti lockdown” e rilanciato per chiedere un “lockdown solidale”: politiche sociali, solidali ed eque per contrastare l’epidemia, protezioni e tutele per lavoratori/trici e misure che facciano i grandi padroni a pagare la crisi, non chi ha e sta perdendo lavoro per colpa dell’epidemia (l’Austria ha registrato un aumento del 30% del tasso di disoccupazione nell’ultimo anno. Fonte “Der Standard”).

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Contro-manifestazione antifascista, per smascherare le ideologie neonaziste della manifestazione “anti-lockdown” e per chiedere un lockdown solidale nel centro di Vienna. Foto da Twitter (@antifa_w).

Questa manifestazione è stata accompagnata da un impressionante dispiego di polizia, che non ha perso l’occasione di controllare e perquisire compagn* poco prima della partenza. Questa è terminata di fronte al punto di ritrovo dei nazisti e, quando questi hanno cominciato a muoversi, le/i compagn* hanno sciolto la manifestazione. A questo punto un gruppo di circa una cinquantina di antifascist* ha occupato il percorso previsto per la manifestazione “anti-lockdown”. Le/i compagn* hanno bloccato con determinazione la strada, ma un immenso dispiego di forze dell’ordine, con tanto di forze speciali e unità cinofile, ha circondato un primo ed un secondo blocco da parte delle/gli antifascist*.

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Blocco del percorso della manifestazione “anti lockdown” da parte di antifascist* sul Ring di Vienna. Foto da presse-service.net

La polizia ha tempestivamente liberato il percorso per lasciare i neonazisti e i negazionisti sfilare nel pieno non-rispetto di qualsiasi norma anti-contagio. Cinque compagn* sono stati arrestat* e le/i restanti sono stati circondat* per ore da un grosso dispiego di polizia che ha impedito loro di muoversi nonostante le rigide temperature sottozero. Una volta che l’altra manifestazione si è conclusa, le/i compagn* sono stat* lasciat* andare, ma solo dopo identificazione e denuncia.

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Ingente schieramento di polizia circonda per diverse ore e con temperature sottozero le/i compagn* che avevano bloccato il percorso della manifestazione “anti-lockdown”. Foto da Twitter (@antifa_w).

Nel frattempo, gruppi squadristi all’interno della manifestazione “anti-lockdown”, provocavano le/i compagn* bloccati dalla polizia e attaccavano giornalisti durante il percorso, sotto lo sguardo incurante della polizia che interveniva solo tardivamente riaccompagnando i fascisti nel corteo.

Ancora una volta, la polizia di Vienna mostra un inaccettabile comportamento accondiscendente nei confronti dei militanti di estrema destra, mentre reprime duramente e con violenza le/gli antifascist*. Ciò nonostante, la giornata di lotta delle/dei compagn* è stata di fondamentale importanza. Prima di tutto la vera natura di questo “movimento” anti-misure di contenimento è stata denunciata e contestata, mostrando i legami con l’estrema destra istituzionale e non. Ma ha mostrato che l’unico modo di contrastare la pericolosa legittimità che stanno ottenendo i neonazisti, non solo in Austria, in questi difficili mesi è l’antifascismo militante. E infine rilanciando in parallelo con alternative per combattere la crisi economica e sociale che sta scaturendo da questi mesi di misure restrittive, senza tutele sociali per chi questa pandemia la subisce non solo da un punto di vista sanitario, ma anche economico e sociale.

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In concomitanza con il decennale della rivoluzione che ha portato alla cacciata di Ben Ali il popolo tunisino torna in piazza tra vecchie questioni insolute e nuove drammatiche necessità.

Sabato scorso l'ormai tradizionale decennale della Rivoluzione ha assunto un nuovo significato, dando l'innesco a quattro giornate di scontri che si sono diffusi in tutta la Tunisia. La rabbia è esplosa, da Tunisi a Sousse, da Hammamet a Tozeur, da Monastir a Djerba, migliaia di giovani sono scesi in piazza con determinazione per sollevare la questione della propria sopravvivenza stretti tra l'emergenza Covid e la crisi economica dilagante. Il bilancio della serata è stato di 242 arresti, oggi sono diventati 630.

Gli epicentri da cui sono partite le proteste sono stati i quartieri popolari della capitale. La rivolta è generazionale, molti degli arrestati sono giovani o giovanissimi. Quanto sta succedendo è un cocktail esplosivo derivato dal coincidere della malagestione dell'epidemia da parte dei governi (5.528 morti, 175mila casi allo scorso venerdì, inoltre in Tunisia, a differenza di Egitto e Marocco non sono ancora partite le vaccinazioni) con le condizioni economiche che persistono disastrose dal tempo della rivoluzione. Tra disoccupazione giovanile, povertà e bancarotta dietro l'angolo la rottura del 2011 risuona come un'occasione persa per molti. Le conquiste formali di allora, come la Costituzione ed il diritto di parola, oggi diventano simulacri vuoti di fronte alla condizione in cui sopravvivono i settori popolari tunisini.

"Questa è la rivolta degli affamati", annuncia uno slogan dipinto su un muro a Kabbariya, un quartiere nella periferia meridionale di Tunisi. E così i rivoltosi attaccano e saccheggiano supermercati per conquistare beni di prima necessità, distruggono "le agenzie bancarie e postali, la loro presenza in quartieri in cui il risparmio e il credito bancario sono inaccessibili risuona come una provocazione."1

"Questa è la continuazione del 2010 e del 2011, perché nulla è cambiato, il potere ha ulteriormente impoverito le persone e ulteriormente emarginato le regioni. Avevamo un problema con la famiglia corrotta di Ben Ali. Oggi abbiamo un problema con la nuova famiglia al potere, la famiglia di ennahda, e gli uomini d'affari corrotti, gli stessi di prima oltre a quelli nuovi!" annuncia un manifestante di Jelma.

Le istituzioni hanno risposto alle proteste schierando i militari da un lato e dall'altro proponendo un vasto rimpasto di governo. Hichem Mechichi, primo ministro tunisino, non ha riconosciuto il carattere politico della rivolta definendo i giovani che da giorni stanno combattendo nelle piazze come "vandali".

I manifestanti sono stati picchiati, tra gli arrestati persone accusate di "istigare" disordini sui social media, raid della polizia avvenuti in quartieri inondati di gas lacrimogeni e l'esercito è stato dispiegato nei governatorati di Sousse, Kasserine, Siliana e Bizerte. I veicoli corazzati della Guardia Nazionale hanno pattugliato le strade di Hay Tadhamon, uno dei più grandi quartieri della classe operaia alla periferia di Tunisi, lunedì sera.

Mechichi è in carica dal 2 settembre 2020 e nel 2011 fu membro della Commissione Nazionale di Investigazione sulla Corruzione e Appropriazione indebita.

Ennahda, il partito di governo, ha visto ridursi il suo successo elettorale. "Da un sorprendente 37% nel 2011 (89 seggi), al 27% dei voti nel 2014 (69 seggi) e solo al 19% nelle ultime elezioni del 2019 (52 seggi). Da un lato, la decrescente popolarità di Ennahda riflette il malcontento dell'opinione pubblica per la sua gestione dell'economia. Neoliberale nell'orientamento e desideroso di dipingersi come favorevole alle imprese, Ennahda non è riuscita a mantenere le sue promesse di giustizia sociale – uno dei pilastri della sua piattaforma e una richiesta chiave della rivoluzione. Più in generale, non ha attuato veri e propri progetti di riforma strutturale e socioeconomica durante i suoi anni al governo, tanto meno in termini "islamici".

D'altra parte, Ennahda ha pagato per la sua associazione con l'establishment – sempre più percepito come una banda di entità egoiste – e la politica del consenso e del compromesso "a tutti i costi", che ha stabilizzato il paese ma ha impedito le riforme necessarie."2

Il parlamento emerso dalle elezioni del 2019 è estremamente frammentato e tra le formazioni che godono di un maggiore sostegno popolare ve ne è una che rivendica il ritorno al regime di Ben Ali.

Le organizzazioni ufficiali della classe operaia e degli studenti sono rimaste spiazzate da questa emersione e si posizionano tra il timore e la curiosità, tentando una legittimazione politica delle piazze e allo stesso tempo un loro recupero.

Sarà da vedere se la rivolta in corso si solidificherà in un movimento in grado di "riappropriarsi" della rivoluzione incompiuta o se diverrà un'esplosione momentanea destinata a ritornare sottotraccia.

Una cosa è certa, dietro lo slogan che risuona nelle piazze «Il nostro lockdown politico dura da dieci anni!», se la rivoluzione del 2011 è stata l'innesco di sconvolgimenti globali significativi, questa rivolta è un segnale importante.

 

1 https://www.middleeasteye.net/fr/opinion-fr/tunisie-emeutes-revolution-pauvrete-injustice-sociale-corruption-kais-saied

2 https://www.ispionline.it/en/pubblicazione/tunisia-and-ennahdas-post-revolutionary-trajectory-28867

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