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Articoli filtrati per data: Sunday, 17 Gennaio 2021

Il 23 maggio del 2019 la Genova Antifascista è scesa in strada per fermare quello che rappresentava uno sfregio intollerabile per la città: il comizio di chiusura della campagna elettorale di Casa Pound, ex partito di matrice dichiaratamente fascista. 

La risposta repressiva dello Stato non è tardata ad arrivare: oltre cinquanta denunce ai danni di altrettanti antifascisti, costituendo un vero e proprio processo contro l'antifascismo militante. Come sempre il filo rosso che collega le nostre sacche di resistenza è la solidarietà. Da allora sono state diverse le iniziative atte a rimpinguare la Cassa Antifascista per le spese legali dei /delle militanti. Siamo orgogliosi di potervi presentare quest'ultima nostra iniziativa che dimostra come una parte del mondo della cultura è dalla nostra parte della barricata: grazie alla complicità di diversi artisti, da Ascanio Celestini a Wu Ming, è stata possibile la realizzazione di un doppio CD i cui proventi andranno a sostenere i denunciati di Piazza Corvetto.

Consapevoli di non essere soli sul nostro cammino, non lasceremo mai nessuno indietro.
L'ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA

https://www.facebook.com/watch/?v=895732454508682 

Per avere il CD scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Di seguito l'intervista a Marco Sommariva su Radio Città Aperta che per l'occasione ha presentato la compilation “Genova Antifascista”, doppio cd e booklet con svariati artisti e scrittori come Caparezza, Subsonica, Assalti Frontali, Zerocalcare, Ascanio Celestini e tantissimi altri. 

Il podcast a questa pagina: https://www.radiocittaperta.it/podcast/intervista-a-marco-sommariva-per-genova-antifascista-15-1-2021/

Da: https://www.facebook.com/genovaantifascista/?ref=page_internal 

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Cara Dana,

questa volta siamo noi che scriviamo a te.

Esattamente oggi sono passati quattro mesi da quel 17 settembre 2020 in cui, all’alba, sono venuti a prenderti per portarti in carcere. L’avevano fatto all’alba, sapevano che non avrebbero trovato strada facile perché il movimento non avrebbe mai voluto vederti andare via. Nonostante i loro programmi pensati per semplificarsi l’operazione, quella mattina in tante/i siamo corse/i sotto casa tua. Furono abbracci, cori, urla, botte e teste rotte. Ad ognuno di noi era tremendamente chiaro quanto quella squallida operazione fosse ingiusta.

Tu, a testa alta, hai preso le tue cose e sei andata via, portandoti dentro i tanti anni di lotta che ci hanno unito, fatto innamorare e legato sotto ad un unico obiettivo, quello di liberare la nostra terra dai soprusi di un’opera devastante e criminale. Dana, sappiamo tutte/i quanto hai dato alla lotta e siamo certi che il tuo cuore continua a battere a ritmo No Tav. L’amore che ci lega è speciale perché è nato “dalla e nella lotta”, una lotta per un mondo libero e una natura di cui ci si prende cura, una lotta che parla di giustizia sociale quella per cui vale davvero la pena di combattere in tutto e per tutto, visto che il sistema economico e sociale attuato dai tanti governi che insieme abbiamo visto passare uno ad uno, sa guardare esclusivamente al profitto di pochi sulla testa di tutte/i le/gli altre/i.

Immaginiamo solamente la difficoltà che stai vivendo, ma sappiamo che il tuo sguardo continua a guardare alla vita con determinazione e forza, e, anche se a volte può essere complesso, sappiamo che a nutrire i tuoi momenti bui sono i ricordi delle tantissime giornate che abbiamo passato insieme sui sentieri della nostra tanto amata Val Clarea. Durante le iniziative notturne che abbiamo passato fianco a fianco sotto la neve a resistere, dando filo da torcere alla controparte, dimostrando volta dopo volta che la vera forza sta nei corpi di chi ha obiettivi ben più alti della pochezza offerta dai promotori di questa opera inutile e dannosa. Sono passati 15 anni da quando insieme abbiamo liberato Venaus, alcuni di noi ancora non si conoscevano nemmeno, ma eravamo già tutte/i lì e quella giornata cambiò a tutte/i il corso delle cose, incise anche nel tuo cuore quelle due paroline magiche che ancora oggi danno forza alla nostra vita: No Tav. No ad un territorio devastato, sciacallato, militarizzato e depredato. No ad un progetto che invade e inficia in modo dannoso la vita di tutte e tutti. No a miliardi di euro sottratti alle vere necessità di chi vive i territori. No ad un sistema che ci vuole schivi e impoveriti.

Dana, insieme siamo cresciute/i, abbiamo passato momenti duri, altri durissimi, ma abbiamo anche riso, riso immensamente e – insieme – siamo diventate/i una grande famiglia. Dove trovare conforto, dove respirare e ancora ridere di gusto. Abbiamo vissuto estati piene di lotta e gioia, più di dieci anni di campeggi No Tav, l’esplosione del Festival Alta Felicità. Le assemblee in cui con chiarezza ci siamo sempre confrontati.

Dana, questo tempo non ce lo toglierà mai nessuno, ma quello che vogliamo urlarti è che nemmeno adesso ti sentiamo distante, nemmeno in questo momento ti percepiamo lontana. Sei e sarai sempre nei nostri discorsi, nei nostri pensieri e nei nostri cuori, fino a che non potremo riabbracciarti e ritrovarti nella tua amata Valsusa.

Ci siamo stretti attorno alla meravigliosa iniziativa organizzata dalle Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso che con tenacia e forza, dall’8 ottobre, ogni settimana si ritrovano sotto al carcere per starti vicino il più possibile e con te portare anche alle detenute e ai detenuti il sostegno umano di cui tutte/i necessitano. Abbiamo abbracciato e fatto nostra questa iniziativa perché dentro questa storia tu non sia sola perché la tua ragione è la nostra e quello che ci separa sono delle sbarre che ci vietano di vederci e toccarci, ma non possono impedirci di arrivare a te e al tuo cuore con tutto il nostro affetto militante che tu conosci molto bene.

La lotta prosegue portandosi dentro anche la spinta e la voglia di rivederti libera al più presto, tutte/i noi si ricordano la tua voce e le tue parole di forza, che ci hanno sempre accompagnato, nei momenti felici e anche nelle situazioni più complesse.

La controparte vorrebbe vederti e vederci indeboliti da tutto questo, dal carcere che è un luogo disumanizzante dove, nel tuo caso, la pena che ti ritrovi a scontare è prettamente punitiva; basti pensare alle motivazioni dettate dal Tribunale di Sorveglianza che ti ha colpevolizzata perché vivi a Bussoleno, dove ci sono tanti de tuoi affetti e perché non hai rinnegato la tua appartenenza al movimento No Tav che tutte e tutti noi condividiamo da oltre 10/20/30 anni.

Dana, vorrebbero vederci impauriti e devastati da questa situazione ignobile, ma la dignità con cui a testa alta ogni giorno continui a resistere è la cifra del loro totale fallimento. Il nostro continuare ad essere quello che siamo, No Tav orgogliosi e determinati, sgretola giorno dopo giorno il loro quadretto che ci vorrebbe zitti, muti e rassegnati.

Ma possono continuare a sperare quanto gli pare, perché la speranza è l’unica cosa che gli resta, visto che noi non faremo un passo indietro perché SIAMO DALLA PARTE DELLA RAGIONE. Perché aspiriamo ad un futuro libero per tutte e tutti per davvero, in un Pianeta salvo dalle incurie come accade in Valsusa dove, nonostante la pandemia abbia messo in luce tutta la fragilità di questo sistema facendo saltare tutti i coperchi (dalla sanità all’assistenza, dal welfare alla scuola, dal lavoro alla povertà), queste figure (vili) che siedono le poltrone delle nostre Istituzioni, scelgono comunque di continuare ad investire miliardi in un’opera ultra-superata e devastante come il Tav Torino – Lione e, fregandosene delle minacce climatiche che incombono, decidono col paraocchi di radere al suolo ettari di bosco – di ossigeno – per dare spazio a cemento e polveri carcerogene.

Dana, sono passati quattro mesi e sentiamo molto la tua mancanza, ma il messaggio che mandiamo a chi ci vuole male è una grassa risata perché quello che ci scorre dentro e più forte del granito, la nostra convinzione, con cui ti mandiamo tutto il nostro sostegno, è così forte perché si basa su scelte etiche molto pure, mentre le loro sono banali e deprimenti. La nostra vita, come la tua, non è in vendita. Questo ci distingue profondamente perché mentre loro distruggono il futuro di migliaia di giovani e giovanissimi, da noi ogni giorno si avvicina qualcuno di nuovo perché nella lotta No Tav trova le risposte ai propri bisogni che spesso parlano di voglia di riscatto, necessità di modifica dell’esistente e cura del territorio e delle relazioni.

Ci rallegriamo molto quando, leggendo le tue lettere, ritroviamo il tuo umorismo dolce, anche quando affronti tematiche delicate e profonde, come quella che stai vivendo ora. Vogliamo mandarti un abbraccio immenso che sappiamo trovare braccia lungo tutto il Paese, da ogni No Tav. Questo abbraccio con il quale ci stringiamo vogliamo però che arrivi anche a Fabiola, che da poco si trova alle Vallette, ma anche a Stella, Stefano, Emilio e Mattia, ancora ai domiciliari e a tutte le compagne e i compagni che stanno subendo ingiuste limitazioni della propria libertà esclusivamente per aver lottato per la libertà della propria terra.

A tutte/i quante/i voi va il nostro sostegno e la nostra solidarietà, a voi che avete saputo donare con grande generosità e che ora ancora una volta siete chiamati in prima persona a dover resistere con coraggio, forza e determinazione. A tutti quanti voi va il nostro affetto perché possiate tornare al più presto liberi sui sentieri della Valle, insieme a tutte e tutti noi che siamo qui ad aspettarvi e che non vi lasceremo mai soli.

Avanti No Tav!

Ciao Dana,

ti vogliamo bene, resisti!

Da notav.info

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India. La Corte Suprema indiana ferma la riforma del settore agricolo del Governo conservatore. Dopo circa 2 mesi di proteste di massa, che proseguono tuttora, e trattative estenuanti ma senza esito, il premier del partito ultranazionalista BJP Narendra Modi aveva chiamato in causa i giudici della per stabilire la legittimità della legge approvata in tutta fretta dal Parlamento il settembre scorso, nella speranza di una decisione favorevole.

La Corte Suprema si è finalmente espressa questa settimana dichiarando che le nuove leggi dovranno considerarsi “sospese” fino a quando un comitato di quattro esperti non valuterà la questione esaminando sia le ragioni del governo che quelle degli agricoltori.

Gli agricoltori hanno comunque respinto la decisione della Corte Suprema, denunciando anzi le simpatie dei giudici nei confronti del primo ministro e del suo esecutivo. In più di un’occasione si erano infatti espressi a favore di questo tipo di leggi. E’ stata quindi confermata la marcia con i trattori fino a Nuova Delhi il 26 gennaio dove si terrà in un’imponente manifestazione. Nel frattempo, proprio nella Capitale, si trovano ancora accampati all’aperto con temperature di 0 gradi, circa 200 mila manifestanti.

Sergio Caprini dello Slai Cobas, sindacato di base che assieme a numerosi lavoratori e operai iscritti, molti dei quali orginari dell’India, sto organizzando iniziative di solidarietà con le proteste degli agricoltori 

Da Radio Onda d'Urto

 

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Sarah Gainsforth, Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?, Eris, Torino 2020, 

«Dal canto suo il turismo è eterotopico: genera i propri luoghi, che adatta ai propri fini […] Per diventare turisticamente compatibile, una realtà deve prima estirpare i modi di vita tradizionali in cui affonda le proprie radici» (Rodolphe Christin)

Nel corso degli ultimi decenni sono diverse le città e le zone paesaggistiche che in ogni parte del mondo sono soggette a processi di trasformazione profonda determinati dal turismo di massa. Espulsione dai centri storici degli abitanti economicamente più svantaggiati e delle attività commerciali tradizionali sostituiti rispettivamente da ondate di turisti a cui vengono destinati gli alloggi e da infrastrutture commerciali ad essi dedicate, abnorme concentrazione di popolazione in spazi ridotti (overtourism), aumento dell’inquinamento, edificazione di opere di forte impatto urbanistico-ambientale realizzate al solo scopo di attrarre visitatori ad eventi di breve durata, cancellazione di quell’identità storica, culturale e paesaggistica che erano alla base dell’attrattività delle località. Insomma, il turismo di massa sta letteralmente distruggendo l’ecosistema urbano e naturale di molte zone del pianeta.

Un esempio su tutti. In seguito alla fortunata serie televisiva Game of Thrones, la città di Dubrovnik (Kings Landing, nella fiction) si è vista letteralmente invadere dai turisti: l’80% del milione di visitatori giunti in città nel 2016 è arrivato sul posto con enormi navi da crociera a gruppi di migliaia di passeggeri per volta. Se si sta diffondendo una certa sensibilizzazione – si pensi a Venezia – circa l’impatto delle grandi navi sull’ecosistema, non deve essere sottostimato l’impatto provocato sulle località dallo sbarco della marea umana da esse trasportata. Anche i voli low cost contribuiscono all’overtourism e in alcuni casi nei confronti dei medesimi luoghi messi a dura prova dalle grandi navi.

Dopo aver analizzato il fenomeno Airbnb, vera e propria piattaforma di gentrificazione digitale che sta riplasmando il volto delle città turisticamente più attrattive1 [su Carmilla], con un suo recente libro, la ricercatrice indipendente e giornalista freelance Sarah GainsforthOltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile? (Eris, 2020), affronta di petto gli effetti del turismo di massa contemporaneo sulle città e sull’ambiente naturale.

Dopo aver ricostruito quella trasformazione del viaggio per pochi in turismo di massa che Rodolphe Christin2 [su Carmilla] ha sintetizzato in maniera efficace affermando che il turista, nato come sperimentatore esistenziale, si è via via convertito in un consumatore del mondo, Gainsforth si preoccupa di evidenziare l’incidenza che su tale processo hanno avuto lo sviluppo dell’economia, le politiche urbanistiche e la cultura, per poi terminare il volume con una riflessione sulla distruttività di questo sistema turistico giungendo a chiedendosi se un altro turismo, sostenibile, sia, oltre che auspicabile, possibile.

Per quanto riguarda il turismo urbano, Gainsforth ricorda come questo sia cresciuto velocemente e in maniera spropositata anche a causa dell’incremento dell’offerta di alloggi turistici a prezzi (inizialmente) convenienti proposta da alcune piattaforme digitali che nel giro di pochi anni hanno trasformato la pratica di condivisione degli alloggi in un business che sottrae le abitazioni ai residenti stabili in favore di turisti di passaggio.

Il turismo di massa ha inoltre contribuito enormemente a rendere le città un po’ tutte uguali; essendosi l’economia locale specializzata in un unico settore, quello turistico, sono state le città ad adeguarsi ai turisti e non l’inverso. Per tentare di arginare l’overtourism si sono mosse alcune amministrazioni comunali attivando meccanismi di regolamentazione del mercato degli affitti di breve durata e si sono sviluppate mobilitazioni dal basso (come nel caso di Barcellona).

Se fenomeni come l’overtourism e la turistificazione dei centri storici sono fenomeni recenti, questi si sono però innestati su processi già in corso da tempo in diverse città e per comprendere come ciò sia potuto avvenire è indispensabile, sostiene Gainsforth, ricostruire i motivi per cui il turismo è diventato un settore portante dell’economia urbana in diverse città.

Secondo la studiosa uno spartiacque importante in tal senso è rappresentato dalla fine degli anni Settanta, quando il consolidato legame tra industrializzazione e urbanizzazione è entrato in crisi e la città si è avviata a trasformarsi da luogo di produzione a centro di servizi. A partire da allora diverse città hanno investito il loro futuro economico sull’innovazione tecnologica e culturale mentre in contemporanea si provvedeva a smantellare il welfare sull’onda della riduzione della pressione fiscale su profitti e rendite, della deregolamentazione dei flussi di capitale e della liberalizzazione del commercio. In tale contesto il settore pubblico ha via via abbandonato il suo storico ruolo di erogatore di servizi trasformandosi in committente di servizi erogati da privati.

Il passaggio da un’economia industriale a una del terziario ha comportato l’abbandono di numerose aree urbane che, da qualche tempo a questa parte, sono state destinate ai nuovi settori economici trainanti, tra cui la stessa produzione culturale: eccoci allora alla stagione dei grandi eventi, dagli Expo ai mega-eventi sportivi, con annessi fenomeni di gentrificazione e trasformazioni urbanistiche in nome del turismo come risorsa, moltiplicatore di lavoro e di ricchezza.

La contraddizione è questa: se le politiche urbane contemporanee sarebbero chiamate a sanare le diseguaglianze e ridurre le dinamiche di esclusione sociale prodotte da un’economia finanziaria, della rendita, i progetti di rigenerazione urbana sono inscritti nello stesso sistema economico che dovrebbero correggere. Per questo il termine “rigenerazione urbana” si riduce spesso a un’etichetta “etica” appiccicata a speculazioni immobiliari private, e il termine “valorizzazione”, tanto ricorrente in queste operazioni, indica non un generico miglioramento di un immobile o di un quartiere, ma la creazione di una rendita. Il turismo è una delle principali strategie di promozione di quartieri, luoghi trattati come prodotti, come brand per attirare capitali privati ed è il pretesto che giustifica la “valorizzazione” immobiliare e finanziaria della città. (p. 17)

Oltre a mostrare i disastri determinati dal turismo come pratica di consumismo di massa, il volume di Sarah Gainsforth ha il merito di invitare a ripensare il turismo a partire da una nuova prospettiva, da un’ecologia popolare.

Di Gioacchino Toni per Carmilla

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