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Articoli filtrati per data: Wednesday, 13 Gennaio 2021

Dall'interno del nostro territorio ancestrale esprimiamo all'opinione pubblica il nostro più assoluto rifiuto al terrorismo dello Stato del Cile che ancora una volta mantiene e riproduce le pratiche colonialiste che storicamente ha esercitato attraverso violenza e genocidio sulla nostra nazione mapuche. 

DICHIARAZIONE DI ALLEANZA TERRITORIALE MAPUCHE.

Terrorismo di stato in Ercilla: il tentativo di far passare i colpevoli come vittime.

L'incursione militare che è stata effettuata oggi con più di 800 agenti di polizia pesantemente armati è un affronto diretto non solo al territorio di Temuicucui, ma una nuova offesa alla lotta viva della nostra nazione mapuche e alla resistenza territoriale dei popoli che resistono all'America Latina / Abya Yala. Sono le stesse pratiche coloniali che, qualche tempo fa, sono state utilizzate nel sangue e nel fuoco per ucciderci e spogliarci dei nostri territori della vita.

Temucuicui è un esempio emblematico a livello nazionale e internazionale di una lunga lotta che ha permesso il recupero di terre ataviche che erano state espropriate dai coloni latifondisti con il sostegno dello Stato del Cile. Queste terre non ci sono state date in dono, ma ci sono costate diversi decenni di lotta, e la caduta in combattimento di preziosi combattenti come il nostro fratello Camilo Catrillanca. Non è un caso che l'azione militare di oggi sia avvenuta lo stesso giorno della condanna dell'assassino del nostro fratello Camilo Catrillanca e del compleanno di sua figlia Wakolda.

In queste terre che oggi sono state recuperate abbiamo generato un efficace controllo del territorio in diverse aree. Tuttavia, visti i progressi che abbiamo fatto nella nostra lotta, oggi vogliono intimidirci di nuovo, tenerci sottomessi, proprio come hanno fatto una volta grazie al potere delle armi. Ma oggi, grazie a chao ngenechen, il messaggio di lotta della nostra nazione mapuche continua a vivere in ogni angolo di questo territorio, e ha lasciato la gente mobilitata a difendere la propria terra. Per questo stesso motivo, esercitiamo il nostro diritto al libero transito nei nostri territori, e non ci lasceremo intimidire dalle armi dei terroristi dello Stato del Cile, questo è l'atteggiamento che mettiamo in pratica quotidianamente, coerenza e dignità.

Come sottolinea il nostro Werken Mijael Carbone Queipul: "Vogliamo dire al governo che sono loro che ci hanno ucciso, che hanno interrotto il dialogo, che hanno voluto portarci via la nostra storia. Così quando un popolo si solleva, quando una comunità rivendica i suoi diritti, quando i suoi giovani sono disposti a dare la vita per difenderlo autonomamente, vorranno criminalizzarci dicendo che questo è un territorio di terroristi, di trafficanti di droga, di ladri di legname, per giustificare l'intervento militare nel nostro territorio.

Per questo chiediamo attenzione, perché la situazione è critica per tutti: non sappiamo cosa accadrà domani, ma sappiamo chiaramente che inizierà una caccia alle streghe per trovare dei responsabili a fronte dei due ufficiali morti.

L'obiettivo è criminalizzare la nostra lotta, cercando di abbandonare le vittime in quanto vittime.

Wallmapu, 7 gennaio 2021.

Articolo originale https://cctt.cl/2021/01/07/wallmapu-estado-policial-chileno-nuevamente-reprime-masivamente-comunidad-de-temucuicui/

Da: https://rebelion.org/

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Sette persone sono state condannate all’ergastolo con la motivazione di aver partecipato alle proteste ad Antep durante la rivolta del 6-8 ottobre contro gli attacchi di invasione delle bande dell’ISIS contro Kobanê nel 2014. 

Le proteste di Kobanê sono state innescate dall’allora primo ministro Recep Tayyip Erdoğan. Le proteste si sono svolte in decina di città dopo che il primo ministro turco, che cooperava con Isis, aveva affermato: “Ayn-al Arab (Kobanê) sta per cadere”. Durante le rivolte del 6-8 ottobre,ad Antep 5 persone erano morte e 42 erano rimaste ferite. Durante l’udienza del verdetto tenutasi presso il tribunale penale di Antep contro 10 persone in relazione alle proteste di Kobanê, 7 sono state condannate all’ergastolo per “violazione dell’unità e dell’integrità territoriale dello Stato” oltre a 3 anni, 6 mesi e 14 giorni in totale per 3 reati separati. Poiché nessuno degli imputati è attualmente agli arresti in relazione al procedimento penale, solo uno di loro, Ayhan Işık, e il suo avvocato hanno partecipato all’udienza. Işık e gli avvocati degli altri imputati hanno chiesto l’assoluzione. Le persone condannate all’ergastolo sono: Ayhan, Imam, İbrahim, Mehmet e Muhittin Işık, Mehmet Caymaz e İzzet Nas. Dopo che è stato emesso un mandato di cattura per i sette imputati, Ayhan Işık, che era presente all’udienza, è stato immediatamente arrestato e mandato in carcere. N.Ü, A.I. e A.K. sono stati assolti.

“Processo Kobanê” ad Ankara

Giovedì scorso, il tribunale di Ankara ha accettato l’accusa del processo Kobanê, criticato a livello internazionale, contro l’allora leadership HDP. L’atto di accusa coinvolge un totale di 108 politici per reati terroristici, inclusi gli ex co-presidenti Figen Yüksekdağ e Selahattin Demirtaş, che sono in detenzione insieme ad altri 25 politici. Sei imputati del caso sono sotto controllo e altri 75 sono ricercati. Sono accusati anche diversi membri del Comitato Esecutivo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel Kurdistan meridionale, tra cui Murat Karayılan, Duran Kalkan e Cemil Bayık. Sono tutti accusati di “aver distrutto l’unità dello Stato e dell’intero Paese”, oltre a 37 altri capi di accusa per omicidio e decine per tentati omicidi in relazione alle proteste di più di sei anni fa.

Proteste per Kobanê

La sera del 6 ottobre 2014 dopo 21 giorni di resistenza da parte delle YPG / YPJ e della popolazione, la milizia terroristica “Stato Islamico” (IS) era riuscita a penetrare nel centro della città della Siria del nord est di Kobanê. In considerazione della situazione critica, HDP aveva invitato la popolazione del Kurdistan settentrionale e della Turchia a protestare a tempo indeterminato contro il governo dell’AKP, poiché non aveva posto fine al suo sostegno all’ISIS. Nel corso di quelle proteste in molte città c’erano state vere e proprie battaglie di strada tra le forze di sicurezza turche e i manifestanti. Soldati, poliziotti, guardiani di villaggio nonché membri e sostenitori di Hezbollah avevano condotto una lotta comune contro i curdi che avevano partecipato alle proteste. Il numero di persone uccise, la maggior parte delle quali erano partecipanti alla rivolta, oscilla tra le 46 e le 53. Secondo un rapporto dell’Associazione dei diritti umani (IHD), sono rimaste ferite durante le proteste 682. Almeno 323 persone sono state arrestate. Nel corso della rivolta, ci furono anche attacchi incendiari contro negozi e strutture pubbliche.

Da: http://www.retekurdistan.it/http://www.retekurdistan.it/

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Karim Younis, il prigioniero palestinese recluso più a lungo nelle carceri israeliane, ieri ha compiuto 38 anni di detenzione nelle carceri di occupazione, ha affermato in una dichiarazione la Palestinian Prisoner Society (PPS). 

Younis è nato nel 1956 nel villaggio di Ara, Israele.

Mentre si recava all'università il 6 gennaio 1983, è stato arrestato dalle forze di occupazione israeliane e incarcerato. È stato accusato di aver aiutato la resistenza palestinese e gli è stato inflitto un ergastolo. La pena fu poi ridotta a 40 anni.

Yunis era tra i circa 20 prigionieri israeliani che dovevano essere rilasciati nell'ambito di un accordo tra il presidente dell'Autorità Palestinese (AP), Mahmoud Abbas, e Israele per riprendere i colloqui di pace. Tuttavia nel 2014 Israele non ha adempiuto ai suoi obblighi e i colloqui sono naufragati.

In prigione, Younis scrisse due libri: "La realtà politica in Israele" nel 1990 e "La lotta ideologica e l'insediamento" nel 1993.

Da: https://www.middleeastmonitor.com/

 

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Dall’ateneo di Bogazici la protesta coinvolge altre università contro la nomina dall’alto dei rettori, politica erdoganiana per modificare la geografia politica delle istituzioni e annullarne l’indipendenza. Lettera di sostegno da oltre 1.500 accademici di tutto il mondo

di Chiara Cruciati

Roma, 12 gennaio 2020, Nena News – La nomina di Melih Bulu a rettore dell’Università di Bogazici, a Istanbul, non è pratica chiusa per chi da dieci giorni si oppone alla decisione calata dall’alto, direttamente dalla presidenza.

La protesta di studenti e accademici si è allargata negli spazi e nelle rivendicazioni: ieri a ritrovarsi in piazza Beyaziti, di fronte al proprio campus, in solidarietà con Bogazici sono stati gli studenti dell’Università di Istanbul.

CIRCONDATI DALLA POLIZIA, gli studenti hanno intonato slogan anche contro i loro vertici e chiesto le dimissioni del rettore Mahmut Ak: «Siamo contro rettori nominati (da fuori). La nostra battaglia va oltre i confini di Bogazici: chiediamo le dimissioni immediate di tutti i rettori nominati come commissari. Poi chiediamo un’elezione democratica».

Intanto nell’ateneo di Bogazici gli studenti marciavano dall’Istituto Ataturk fino all’ufficio del rettore, mentre i professori gli davano le spalle in segno di protesta.

Un gesto chiarissimo, di totale rigetto della nomina presidenziale, tra le politiche preferite di Recep Tayyip Erdogan: porre ai vertici delle istituzioni nazionali, che si tratti di educazione o magistratura, uomini a lui fedeli che stravolgano così la geografia politica nazionale e locale, appiattendola su un’omologazione cara al governo e ai suoi obiettivi di censura occulta delle diverse forme di opposizione interna, o semplicemente di indipendenza dall’esecutivo.

Bulu – che nel 2015 è stato candidato alle elezioni parlamentari in quota Akp, il partito di Erdogan – è solo l’ultimo esempio. Ma stavolta lo schiacciasassi governativo ha incontrato una reazione durissima: le più prestigiose e antiche istituzioni educative del paese non intendono far passare altri precedenti pericolosi, come le nomine dall’esterno delle loro leadership politiche e amministrative.

ALLE PROTESTE IN STRADAaffrontate dalla polizia con decine di arresti e perquisizioni nelle case degli studenti, si aggiungono quelle sui social. E le raccolte firme.

Tra gli appelli più impressionanti per volume di adesioni c’è quello firmato (a ieri) da oltre 1.500 accademici in giro per il mondo, da Berkeley a Yale, dalla Soas alla Sorbonne, a sostegno dell’indipendenza universitaria. Tra i primi firmatari Judith Butler, Seyla Benhabib e Noam Chomsky. Nena News

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Il 12 gennaio 2010 un terremoto devastante colpiva la capitale di Haiti distruggendo completamente la città, portando via 316.00 vite e lasciando circa 2 milioni di senzatetto.

Da allora sono passati 11 anni, 4 presidenti (uno a interim), 3 missioni ONU, una epidemia di colera.

In questi mesi la situazione politica e sociale sta collassando. Il presidente haitiano Jovenel Moïse, che governa senza parlamento dopo che i termini sono scaduti a gennaio senza che si tengano nuove elezioni, si trova ad affrontare crescenti interrogativi su quando, esattamente, terminerà il suo mandato presidenziale. Moïse ha assunto la presidenza dopo le elezioni presidenziali del 2015, che hanno dovuto essere ripetute dopo la scoperta di diffuse irregolarità che hanno minato la credibilità del voto. Il mandato presidenziale dovrebbe scadere il 7 febbraio del 2021, cinque anni dopo la fine del mandato del presidente Martelly, ma probabilmente vorrà rimanere in carica fino al 7 febbraio 2022, 5 anni dopo il suo insediamento.

Da 11 anni Moïse sta anche governando senza un Parlamento, dichiarato decaduto a gennaio 2020 dopo che si erano compiuti i termini del mandato e che non sono state convocate dal presidente le elezioni a fine del 2019. Da allora non sono più state celebrate, ed oggi sono state annunciate per il 19 settembre e il 21 novembre 2021.

Da allora, senza più un organo legislativo controllato dall’opposizione, Moïse sta ricostruendo l’architettura dello stato a colpi di decreto: ha ridotto il potere indipendente di istituzioni autonome come la magistratura, l’università statale, il Consiglio elettorale provvisorio e Corte superiore dei conti, quest’ultima era un organo di controllo contro la corruzione governativa che è stata fortemente ridotta nei poteri dopo che ha osservato alcuni contratti firmati con General Electric. Con un decreto è stato reso possibile per Moïse e il suo team firmare unilateralmente contratti discutibili come uno con un gruppo turco-americano per chiatte elettriche.

Ha nominato il suo primo ministro e il suo gabinetto senza un consenso politico con l’opposizione; ha licenziato il capo della polizia e ha scelto un altro nonostante domande sulla sua legittimità per il posto; nominato numerosi ambasciatori senza ratifica parlamentare; ha sostituito tutti i sindaci eletti con nominati agenti ad interim nei 141 comuni di Haiti e, più recentemente, ampliati l’impronta diplomatica della sua nazione povera nel Sahara occidentale del Marocco regione con una nuova ambasciata a Rabat e un consolato a Dakhla. Attraverso i decreti, Moïse ha anche accumulato potere su se stesso al di fuori della Costituzione e ha stabilito le proprie istituzioni, compresa una commissione elettorale, un comitato di redazione della costituzione e la nuova National Intelligence Agency, i cui agenti segreti sarebbero totalmente immuni dal sistema giudiziario del paese. Moïse si lamenta da tempo del fatto che l’attuale costituzione di Haiti conferisce più potere al parlamento rispetto all’esecutivo, ma anche prima del licenziamento del parlamento, Moïse ha spesso ignorato il loro ruolo costituzionale e mantenuto il controllo sui funzionari chiave non inviandoli alla ratifica.

Ogni volta che è stato contestato per aver violato la Costituzione, Moïse lo ha fatto rispondendo che l’attuale Magna Carta del 1987 ha reso Haiti ingovernabile, e che il suo lavoro come presidente è pensare per le persone che lo hanno eletto e fare ciò che è buono per loro.

Nel 2017 Moïse raccolse 600.000 voti su un bacino elettorale di circa 6 milioni di persone. La partecipazione allora fu del 18%.

Il programma di Moïse è quello di riscrivere la Costituzione rafforzando il presidenzialismo e di andare ad elezioni solo dopo il plebiscito (annunciato oggi per il 25 aprile 2021) che dovrebbe approvarla.

Nel frattempo ricordiamo che i fondi raccolti a livello internazionale dell’immediatezza del terremoto solo stati ingenti, ma in gran parte gestiti da agenzie straniere e esterne ai governi eletti.

Ecco qualche numero:

1 Importo promesso dai donatori per la ricostruzione a breve e lungo termine in una conferenza dei donatori del marzo 2010: $ 10,7 miliardi

2 La percentuale di 2,4 miliardi di dollari di donatori ha fornito assistenza umanitaria andata al governo haitiano dal 2010 al 2012: 0,9

3 Miliardi di aiuti umanitari e per la ricostruzione erogati dai donatori dal 2010 al 2012: $ 6,4

4 Percentuale di quella erogata direttamente a organizzazioni, istituzioni o aziende haitiane: meno dello 0,6%

5 Percentuale di famiglie statunitensi che hanno donato per i soccorsi dopo il terremoto: 45 %

6 Importo stimato del denaro privato raccolto, prevalentemente da ONG: 3,06 miliardi di dollari

7 Spesa totale USAID per Haiti da gennaio 2010: $ 2.479.512.152

8 Percentuale di tale importo che è andata agli appaltatori all’interno della Beltway (Washington, DC; Maryland; e Virginia): 54,1%

9 Percentuale di spesa USAID che è andata direttamente a società o organizzazioni haitiane locali: 2,6%

10 Assistenza estera totale erogata ad Haiti dal terremoto del 2010, a partire dal 2018: $ 11.581.637.407,32

Insomma, la situazione, per il paese che Trump definì “shit hole”, dimostrando la sua grande considerazione per queste terre, non è per nulla rosea e c’è già chi parla di un pericoloso scivolamento verso una nuova dittatura.

Per un approfondimento  della storia post-terremoto di Haiti, la casa editrice People ha appena pubblicato HAITI: IL TERREMOTO SENZA FINE, libro curato dallo stesso Roberto Codazzi che ospita diversi contributi, tra cui uno a firma del nostro Fabrizio Lorusso (già autore di La fame di Haiti), dedicato proprio alle recenti mobilitazioni popolari, e uno di Raúl Zecca Castel, dedicato alla diaspora haitiana in Repubblica Dominicana.

Per poche settimane, dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, i riflettori del mondo si sono accesi su quella terra, e molti vip hanno promosso in prima persona l’idea del build back better, ‘ricostruire meglio’. Le cose, però, non sono andate proprio secondo le intenzioni dichiarate.

Nel libro si racconta di come i Caschi blu dell’Onu abbiano lavorato sull’isola, ma anche di come abbiano portato il colera e siano stati coinvolti in diversi scandali sessuali; di come l’Italia abbia inviato una costosissima portaerei e di come si siano persi due milioni di euro raccolti tramite una campagna sms.

Se Haiti è ancora oggi in grave difficoltà, lo è anche a causa di una comunità internazionale che si è dimostrata più interessata a perseguire i propri obiettivi strategici che a lottare contro la povertà.

Di Roberto Codazzi per lamericalatina.net

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Riceviamo e  pubblichiamo volentieri...

Di Bernardo Bertenasco (l'articolo è stato originariamente pubblicato su ilmalpensante.it)

 

Quattro anni fa moriva Mark Fisher. Il suo Capitalist realism. Is there no alternative? è uno dei testi più forti che abbia letto per l’onestà con cui descrive i dogmi del capitalismo neoliberale post-sovietico in cui viviamo. Fisher riprende l’idea di Fukuyama, secondo il quale la caduta del muro di Berlino coincide con la fine della storia: non c’è, per ora, un’alternativa ideologica capace di contrastare quella pervasive atmosphere che si è impossessata della nostra carne e della nostra anima, fino a farci credere che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Sembra catastrofico, ma per avere nozione della perdita di controllo sulla realtà e della crisi sistemica (politica, ambientale, sociale, psicologica) in atto non dobbiamo lanciarci in possibili previsioni sul futuro, basta semplicemente rileggere la parte finale de Il secolo breve di Hobsbawm, non a caso intitolata “la frana”.

Ciononostante sappiamo che per imporre un sistema sociale, qualunque esso sia, è sufficiente presentarlo come un fatto naturale e non un valore o un’ideologia: così si è imposto il neoliberismo negli ultimi trent’anni con la sua business ontology, secondo la quale è ovvio che tutto (istruzione, sanità, spazi naturali, relazioni sociali) deve essere gestito secondo logiche aziendali.

Molto prima del covid, K-Punk (epiteto da blogger di Fisher) parlava anche della pandemia mentale, che non può essere compresa se ci ostiniamo a considerarla un fatto privato, individuale e non sociale; come tutto il resto d’altra parte. Fisher ci invita a studiare i livelli crescenti di disagio e patologie delle capitalist societies oltre l’interpretazione fallace della privatization of stress, fino ad affermare che la diffusione del malessere psicologico dimostra che il capitalismo, lungi dall’essere l’unico sistema sociale che funzioni, è intrinsecamente disfunzionale al benessere delle persone.

Un saluto, compagno Fisher. Lo “sbagliato” non sei tu, anche se hai sempre sofferto di depressione e, giustamente, non solo non te ne sei mai vergognato, ma ne hai parlato e scritto diffusamente. Già li vedo, caro Mark, i detrattori della pubblica felicità, i sostenitori dell’ossessione meritocratica promotrice di oggettive disuguaglianze mascherate eticamente, nonché della morte della conflittualità sociale – sinistra neoliberale inclusa, orfana della propria tradizione culturale socialista ed egualitaria -, del business as usual, della società della prestazione che sfuma in “disagiotopia”, criticarmi perché sto elogiando un loser, un “buono a nulla”, come tu stesso ti sei definito in un articolo (per approfondimenti Mauro Boarelli e Federico Chicchi).

In fondo, però, un punto ci accomuna nella lotta: nessuna critica ha senso se non riusciamo a concepire qualcosa di diverso dal fango in cui siamo impantanati.

I veri colpevoli non sono i “deboli”, come recita il ritornello che colpevolizza senza remore, quanto piuttosto quelli che mandano avanti questo sfruttamento, queste guerre, questa distruzione della terra, della vita, della diversità antropologica e biologica. Sono loro che alimentano quest’ideologia distruttiva, senza un minimo senso sociale, senza pudore, senza etica. L’etica, quel valore che è stato cancellato dalle nostre mappe mentali, spazzato via dal nuovo “ordine naturale delle cose”, perché «neoliberalism has sought to eliminate the very category of value in the ethical sense.» (Mark Fisher, Capitalist realism. Is there no alternative?)

Questo articolo è per te e per tutti quelli che soffrono. Tu parlavi di “volontarismo magico” e coscienza di classe in un mondo dove più la disuguaglianza cresce più il popolo desidera consumare per essere. Con il boom di vendite su Amazon durante il lockdown, il cellulare nuovo come obiettivo esistenziale e il “sogno nel cassetto” di “fare i soldi su Youtube”, il rilancio etico è compito ingrato della minoranza.

Tra una notizia e l’altra qualche opinionista dice che domina il nichilismo, ma come potrebbe essere diversamente se durante la quarantena non è stato dato nessuno spazio reale alla questione sociale, alla scuola, all’università, al sapere? Se l’unica ossessione dei nostri governanti è stata quella di riaprire i centri commerciali e far “ripartire i consumi”, lasciando inabissare i precari e qualsiasi cosa avesse a che fare con la cultura (cinema, teatri, diverse associazioni e cooperative). I luoghi della cultura sono attualmente tutti chiusi; in ambito scolastico fanno eccezione, per fortuna, alcuni gradi di istruzione come la primaria. Una buona parte delle scuole non sono state messe in condizioni di continuare a garantire la didattica in presenza, obbligando i ragazzi a ripiegare sulla DAD, per ovvie ragioni non in grado di offrire veramente il diritto all’istruzione garantito dalla Costituzione. La risposta di Priorità alla scuola e Società della cura non si è fatta attendere: “a Natale regala la scuola”, “ci si vede il 7 gennaio”; ripristiniamo la possibilità di offrire un significato oltre la logica dei consumi per i ragazzi confinati nelle proprie stanze.

In effetti quando i ragazzini del I.C. Tommaseo o del liceo Gioberti di Torino chiedono come sia possibile poter andare in profumeria e non a scuola, cosa dovremmo rispondere? Cosa ne è stato del potenziamento del corpo docenti, delle classi dimezzate e dei mezzi di trasporto per gli studenti?

I centri commerciali e il fast tourism sono ciò che il mondo aggredito dalla pandemia ha più fretta di ripristinare. La crisi ambientale e culturale scompare totalmente dai radar di chi ha i mezzi per prendere decisioni, il dibattito pubblico si arrovella su fasi pandemiche, bonus monopattini, cashback di Natale e colori delle regioni mentre l’urgenza di una rapida transizione socio-ecologica muore sotto il chiacchiericcio degli “esperti”, dei “tecnici”, dei talk show.

Le tue pagine sull’illusione della “crescita continua” per la quale anche il cambiamento climatico viene incorporato nel marketing e nella pubblicità, che inglobano il problema come “risolvibile dal mercato”, sono di una lucidità unica.

Per l’uomo neoliberale però la terra non esiste, esistono solo i soldi; tuttavia è innegabile che «the relationship between capitalism and eco-disaster is neither coincidental nor accidental: capital’s ‘need of a constantly expanding market’, its ‘growth fetish’, mean that capitalism is by its very nature opposed to any notion of sustainability» (Mark Fisher, Capitalist  realism. Is there no alternative?). È impossibile non cogliere il legame indissolubile tra capitalismo ed eco-disastro, come sarebbe ipocrita negare la “retorica green” di un sistema che in realtà fa di tutto per finire il petrolio fino all’ultima goccia e per disboscare quel che resta della foresta amazzonica per sostituirla con l’olio di palma, ma certo più subdolo è interessante è aprire gli occhi sul modo in cui il capitalismo sfrutta le stragi ambientali a proprio favore, tra le quali c’è anche quella del covid-19 chiaramente, secondo la logica del disaster capitalism di Naomi Klein.

Quale miglior momento per investimenti immobiliari redditizi se non quello della bomba che ha distrutto Beirut nel 2020 o dell’uragano Katrina che ha spazzato al suolo una parte della east coast statunitense nel 2005? Questi sono solo due esempi della shock doctrine che mi fanno pensare alla coincidenza tra “capitalismo della distruzione” e “capitalismo della disuguaglianza”, dove la mancanza di diritti sociali del mondo neoliberale incontra l’assenza di diritti ambientali, entrambi totalmente sottoposti alla logica del profitto.

Vogliamo davvero continuare a fare finta che si possa trattare la questione ecologica e il suo legame con il nostro modello di “sviluppo” e consumo, come chiaramente mostrato dalle scelte attuate durante la pandemia, con la leggerezza del jusqu’ici tout va bien (“fin qui tutto bene”)?

Neanche il Covid può farci fermare un attimo e riflettere sulla “cronaca di una morte annunciata”?

Capisco il senso di impotenza e solitudine di fronte alla distruzione del pianeta, davanti alla quale non appare strano che in molti non vedano un futuro per l’umanità (Fridays for future lotta per avere una prospettiva oltre la distruzione planetaria) e pensino quindi alla prospettiva dell’estinzione della nostra specie come un fatto plausibile e non lontano (il movimento Extinction Rebellion è nato proprio per contrastare le scelte governative e imprenditoriali che accelerano la nostra estinzione), così come si diffondono teorie del collasso per comprendere l’era finale dell’uomo sulla terra: l’antropocene.

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Esistono tante politiche basilari utilissime (diminuzione dell’uso di combustibili fossili, uso di fonti rinnovabili, efficienza energetica per edifici pubblici e privati, ridimensionamento dei continui spostamenti turistici e lavorativi, aumento delle tasse per le imprese inquinanti…), ma il nodo fondamentale è quello dell’eccesso di consumi, che ci deve necessariamente portare verso alcune scelte collettive fondamentali per rendere più lieve il nostro passaggio sulla terra. In primis dovremmo considerare quest’epoca come una fase di transizione necessaria verso un mondo post-capitalista, almeno per come intendiamo questo sistema ora, nel quale la logica del profitto e dell’accumulo è limitata a favore di quella della condivisione; in tal senso appare fondamentale, accanto all’istituzione di un reddito minimo universale di cui scriverò a breve, quella di un “reddito massimo” o comunque di un tetto massimo di beni che possono essere posseduti da un singolo cittadino.

Quest’idea lega di nuovo transizione sociale ed ecologica perché, diminuendo la possibilità di accentramenti di ricchezza esorbitanti e quindi di consumi eccessivi estremamente inquinanti, offre la possibilità di redistribuire il reddito e contemporaneamente diminuire l’impatto ambientale, evitando a pochissimi individui di muoversi su uno yacht o su un jet privato, inquinando l’aria, l’acqua e la terra che sono di tutti.

Certamente queste idee di cambio paradigmatico non si possono imporre facilmente davanti alle passerelle dei politici che dicono “il covid non è un danno perché colpisce soprattutto gli anziani improduttivi”, “vaccineremo prima i lombardi perché valgono di più”, “venite in vacanza al sud perché qua il covid non c’è” oppure che bisogna far ripartire i consumi e “pazienza se qualcuno morirà” (presidente Confindustria Macerata).

Colgo l’occasione per un ennesimo accorato plauso agli “improduttivi”, agli “inessenziali” e ai “sognatori” che hanno la forza di immaginare qualcosa oltre quel che c’è, ma anche a tutti coloro che, non agendo, non fanno male agli altri, agli animali, all’ambiente. Siamo onesti: vogliamo paragonare un pensionato pacifico e “nullafacente” con un “caporale” sfruttatore, un bravo killer dell’esercito o un industriale che inquina le acque e i cieli di gente inerme?

Chiaramente no, perché secondo le logiche vigenti, l’unico valore sono i soldi e l’importante è guadagnarne di più, se poi lo si fa vendendo armi  o sventrando montagne non conta.

Caro K-Punk, il cammino è in salita, ma convertire la disaffezione individuale in rabbia politicizzata rimane l’obiettivo più importante, proprio come desideravi tu. La distopia si è realizzata, il nulla è diventato tutto, siamo immersi nel mondo post-politico che ti causava sofferenza immensa, dove regna la mancanza di fini e in pochi sanno immaginare orizzonti di significato nuovi, anche se forse la pandemia ci offre qualche possibilità di ricostruzione.

Lo “spirito del ’45” di Ken Loach appare ancora lontano. Quella è la storia di una palingenesi postbellica basata sulla forza dei diritti e sulla nazionalizzazione dei servizi strategici. Sanità, scuola e welfare state: così il Regno Unito del Labour Party di Attlee è riuscito a creare una delle democrazie più solide ed egualitarie del pianeta.

In poche parole esisteva la società e non solo gli individui.

Tale realtà è tramontata con la Thatcher (1979-1990). Da lì in poi il neoliberismo è diventato la nouvelle raison du monde (Pierre DardotChristian Laval): è diminuito fino quasi a scomparire lo stato sociale, la povertà è considerata uno stigma individuale e non una realtà collettiva, la maggior parte di ciò che era pubblico è stato privatizzato sotto lo slogan di “meritocrazia, risparmio, produttività, competenza, competitività”, sono sorti l’austerity e i paradisi fiscali, è aumentata la disuguaglianza sociale e fiscale (oggi una proposta di patrimoniale blandissima, nonostante il disastro della pandemia, viene accolta male dalla politica, pur sapendo che il 53% dei redditi italiani non deriva dal lavoro ma da vari profitti con cui il fisco è generosissimo e senza dimenticare che, in seguito alla crisi del ’29, pur in un momento molto più duro del 2008, il New Deal di Roosevelt, per risanare i danni della “libertà d’iniziativa individuale”, spinse l’aliquota delle imposte attorno al 90%, fino a che, nei “ruggenti anni ’80”, si abbassò al 28%).

Forse proprio questo intendevi tu nel parlare di un certo tipo di capitalismo, quello privo della controparte sovietica, dell’alternativa ideologica e concreta, delle masse lavoratrici politicizzate che si organizzavano attorno al PCI, al Parti communiste français, al Labour Party per promuovere la coscienza di classe, il senso etico, la giustizia sociale, il femminismo, il pacifismo.

Tuttavia, come dice Ken Loach, «Another world is possible and necessary».

La pandemia mostra l’emergenza di un’altra “ragione del mondo”: potrebbe quindi essere un’occasione per cambiare l’intera economia politica della nostra società in maniera più redistributiva e progressiva, ispirandosi – se non proprio al socialismo – almeno alla socialdemocrazia capace di coniugare i diritti universali “dalla culla alla morte” con il libero mercato. Thomas Piketty vede nell’epidemia una crisi utile a cambiare il sistema: egli sostiene l’importanza di una tassa patrimoniale mediante la quale finanziare un’eredità di cittadinanza per i giovani; mentre altri, in maniera analoga a quella dello studioso francese, puntano su imposte progressive, eliminazione dei paradisi fiscali, diminuzione delle “grandi opere” spesso inutili e inquinanti e riduzione delle spese militari (per le quali il governo ha annunciato in questi giorni altri 6 miliardi di euro!) per finanziare un reddito di base incondizionato.

ubi bin italia

Il reddito di base incondizionato è una formula universale, individuale e permanente che sostituirebbe il welfare dei sussidi condizionati e frammentati che hanno mostrato la loro inconsistenza in questi mesi di chiusure, costellati da una miriade di bonus a termine che non rispondono a nessuna reale esigenza strutturale, fingendo che il problema reddituale sia confinato al periodo del lockdown.

La sua forza, rispetto al “reddito di cittadinanza” e ad altre forme di sostegno alla povertà, oltre alla garanzia di una giustizia sociale minima che varca lo scandalo della stigmatizzazione dell’indigenza e che arriva a tutti aggirando il ginepraio burocratico categoriale, è che non confligge in nessuna maniera con il lavoro, che può essere svolto liberamente – o no – senza nessun problema (Philippe Van ParijsGuy StandingDaniel RaventósFederico ChicchiRoberto Ciccarelli). Va comunque riconosciuto un merito all’introduzione del “reddito di cittadinanza” che, pur con i suoi numerosi paletti, porta la dignità delle persone al centro del dibattito politico. Il maggior limite di questa formula è il legame con il lavoro che, siccome in molti casi non viene ottenuto, porta i detrattori del sussidio a definirlo un “fallimento”.

Di fatto, nella maggior parte dei casi, il “reddito di cittadinanza” funge da basic income e viene regolarmente evaso, indipendentemente dalla “prestazione lavorativa”. La rivendicazione di un reddito di base incondizionato, rispetto a quella di un salario minimo (con il quale può comunque convivere tranquillamente) ha l’onestà di guardare la realtà, nella quale, come dice Philippe Van Parjis, «il lavoro non c’è o è povero» e ancora «una società che si aspetta che le persone trovino ciò che è impossibile da trovare e li biasima per non averlo trovato può solo generare demoralizzazione, risentimento e rivolta» (Il Manifesto, 16/10/2020).

Lo scrittore Juan José Millás, in una bellissima intervista in cui parla delle assurdità del tardo-capitalismo, rincara la dose dicendo «La única solución real para el mundo que viene es la renta básica universal, porque va a haber un ejercito de gente que no va a trabajar en su vida. (…) Si queremos construir un mundo digno, la única solución es el reparto de la riqueza, porque riqueza hay para todos, lo que pasa es que está mal repartida. Por el mero hecho de nacer, uno tiene derecho a un salario que le permita llevar una vida digna» (Público, 10/07/2020).

Il sociologo Zygmunt Bauman, di fronte alla solitudine dell’uomo globale che non riesce a stare al passo con la realtà caratterizzata dalla rapida perdita di molti impieghi a causa dell’automazione del lavoro e delle delocalizzazioni (prima che arrivasse la pandemia ad accelerare questi processi), così come incapacitato ad opporsi adeguatamente alla cultura neoliberale, afferma che i passaggi delle rivendicazioni politiche sono tappe di avvicinamento ad una consapevolezza collettiva che sfocerà nello universal basic income.

Una volta che il “reddito di cittadinanza” sarà trasformato in reddito universale senza vincoli, indipendente dai means test che accertano “l’effettivo stato di indigenza” del richiedente e soprattutto dalle “politiche attive del lavoro”, sarà più semplice definirlo un “successo”, una rivoluzione positiva per il 99% dell’umanità, uno slancio di nuova fiducia verso gli altri, che valica le divisioni “categoriali” (statali contro partite iva, precari contro garantiti..), nonché verso le istituzioni, assolutamente insperato. Si tratta di un mondo nel quale l’identità e la dignità della persona, in presenza di un minimo garantito per tutti, non sono interamente subordinate alla condizione lavorativa e patrimoniale: praticamente il superamento della business ontology secondo la quale ogni aspetto della vita è aziendalizzato e finanziarizzato. Il reddito di base aiuta l’uomo ad affrancarsi un po’ dal perimetro della continua competizione, considerata giusta e sana secondo i dettami “darwinistici” delle (il)logiche neoliberiste.

Un altro beneficio immenso del basic income, come dimostrano molti test pilota, è l’effetto positivo sulla salute mentale di coloro che escono dalla paura della mancanza materiale, indipendentemente dalla propria condizione reddituale (working poor, autonomi, precari, disoccupati, inattivi..). Appare inoltre fondamentale al fine di ridurre la quantità dei cosiddetti bullshit jobs (lavori inutili, privi di senso), nonché per limitare gli spostamenti non necessari al fine di ridurre le emissioni inquinanti, così come per creare un futuro dominato dalla tecnologia avanzata che sia pacifico e non di contrasto luddistico con la realtà che si sta imponendo sempre di più (sostituzione dell’uomo con le macchine, in particolare per quanto riguarda il lavoro).

Per concludere questa breve panoramica sul reddito di base voglio considerare le obiezioni più comuni: è una misura per nullafacenti che disincentiva il lavoro e l’impegno, non è sostenibile economicamente, dare soldi ai poveri è “pericoloso”.

La prima obiezione mi porta in Lettonia, dove ho vissuto un anno, ricordandomi un discorso dal quale è poi nata un’intervista (“Generazione sovietica e generazione europea a confronto”, Cafébabel, 22/05/2017) relativa alla differenza tra il modello sociale e di welfare sovietico e quello capitalista neoliberale dell’Unione Europea.

L’intervistata descrisse il modello sovietico come positivo per quanto concerne l’assenza di differenze enormi come quella attuale tra un manager e un semplice cittadino, la mancanza di un’ansia perenne circa la possibilità di essere licenziati dall’oggi al domani, di non poter progettare il futuro con un minimo di serenità, di rimanere senza soldi e senza tutele non sapendo cosa fare. In seguito però sostenne l’idea secondo la quale, sulla base della “libertà individuale” e della “democrazia”, chi “si dà da fare”, può avere “successo”.

Devo ammettere che non ci potevo credere, mi trovavo in una piccola cittadina della Lettonia orientale al confine con la Russia, fredda e isolata, nella quale la maggior parte delle persone vive con poche centinaia di euro al mese, eppure il vento del “sogno americano” aveva soffiato fin là.

In questa sede mi limito a porre qualche domanda ai lettori.

Si può parlare di “libertà individuale” con 300 euro al mese?

Credete veramente che la “meritocrazia” sia democratica?

Perché quando parliamo di Unione Sovietica si grida subito allo scandalo dell’ideologia e quando parliamo di capitalismo neoliberale lo trattiamo come fosse un dato di natura?

Sinceramente pensate che un reddito di sussistenza renda il mondo un locus horribilis pieno di poltroni e non un luogo con maggiore giustizia sociale e benessere psicologico?

Credete davvero che tutti, avendo giusto il minimo per vivere, smetterebbero di lavorare o svolgere attività sociali, artistiche, ricreative?

Per quanto riguarda la possibilità di finanziare un reddito di base, oltre le linee guida che ho già espresso in precedenza (imposte progressive, limitazione evasione/elusione fiscale, risparmio su “grandi opere” e spese militari), siccomme dovrebbe prendere diverse pagine, mi limito ad affermare che è economicamente possibile: la sua attuabilità, come quella di una riconversione ecologica, è solo subordinata a scelte politiche (Daniél Raventós, Guy Standing, Philippe Van Parjis, Roberto Ciccarelli).

Riporto infine una battuta di Daniél Raventós, con il quale ho avuto il piacere di partecipare ad una chiacchierata sulla iniciativa ciudadana europea por la renta básica incondicional, relativa al “pericolo” di dare soldi “a fondo perduto” a chi ne possiede pochi o nulla, in quanto li potrebbe spendere in alcol o droghe.

Daniél, mostrando il limite prettamente ideologico di questo “timore” ha detto: «Perché nessuno si preoccupa di come spendono i soldi i milionari? Forse i ricchi non bevono o non si drogano? No, il problema è nello scarto tra lo champagne e la birra in lattina».

Insomma siamo veramente sicuri che milioni di esseri umani non meritano di esistere?

È così scandaloso conferire una dignità minima a tutti?

Siamo talmente immersi nella “nuova ragione del mondo”, per la quale l’esclusione e la sopraffazione fanno parte della realtà introiettata, che pensare di riconoscere un minimo garantito a tutti desta scandalo. Ci sembra invece normale ed “accettabile” che 2000 super ricchi posseggano lo stesso patrimonio di 4,6 miliardi di persone. Così come riteniamo “normale” che buona parte di loro, pur avendo incrementato il proprio patrimonio durante la pandemia, mentre milioni di persone sono rimaste senza niente, continuino a non pagare quasi nessuna tassa in quanto con sede offshore o mediante altri “trucchi legalizzati”.

Carità, donazioni, empori, banchi alimentari, sussidi condizionati e altre forme di sottomissione pietistica non avrebbero più ragione d’essere: il reddito di base è un diritto incondizionato all’esistenza sul quale costruire un futuro collettivo.

Al momento è in corso l’iniziativa dei cittadini europei per introdurre redditi di base incondizionati, per la quale si può firmare direttamente sul sito dell’UE ( https://eci-ubi.eu./ ).

Siccome ho aperto l’articolo con Capitalist realism, ci tengo a chiuderlo con un tema per te fondamentale, carissimo Mark: quello della depressione, della tristezza, della difficoltà del vivere in senso psicologico. Quest’anno, a causa delle misure adottate per cercare di contrastare la pandemia, il disagio mentale è purtroppo aumentato. Sicuramente una maggiore redistribuzione delle risorse aiuterebbe moltissimo ad aumentare il benessere psicologico delle persone, ma forse è insufficiente se non accompagnata da una risignificazione dell’esistenza dell’uomo che vada oltre il monopolio del capitale sulla capacità desiderante, oltre la religione dell’egoismo, l’ingiustizia istituzionalizzata, le mancanze concrete ed emotive vissute esclusivamente come fallimenti personali, la spoliazione del pianeta finalizzata al mero profitto.

Oltre la riforma del welfare – verso la dignità incondizionata – e del modo di consumare ed inquinare ci vorrebbe quindi una riforma psicologica, capace di infondere obiettivi, sogni, significati e desideri nuovi.

È la nuova frontiera esistenziale e interpretativa che supera il disagio del mondo e della vita irregimentati nel pensiero unico post-sovietico e ci porta a volere naturalmente qualcosa di alternativo rispetto a ciò che è dato, perché «i filosofi hanno interpretato il mondo, ma ora si tratta di cambiarlo» (K. Marx). Questo desiderio, lungi dall’essere confinato in strette cerchie, sta diventando pian piano desiderio collettivo, in grado di creare un mondo meno diseguale, meno inquinato e meno violento, nel quale possiamo ridefinire i nostri parametri, ritrovando il significato di un’esistenza condivisa che vada oltre lo stress dei continui piani e obiettivi espansionistici – personali, aziendali, nazionali… – che creano uno sfruttamento di se stessi e degli altri (Byung-Chul Han) che, spesso in maniera subdola e inconscia, non ci permette di comprendere e vivere a pieno il senso della vita sulla terra.

È Il desiderio postcapitalista, come lo chiamavi tu.

Post scriptum: questo articolo deve molto alle riflessioni portate avanti – in questi mesi pandemici – insieme a Marco Occhipinti, con il quale siamo determinati a sviluppare una riflessione politica più ampia che possa scardinare alcune linee di pensiero inculcateci dalla “nuova ragione del mondo”.

 

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Rientro in classe ieri, lunedì 11 gennaio, per 300 mila alunni delle superiori in Toscana, Abruzzo e Valle D’Aosta. Le altre regioni rinviano le riaperture. Proteste, in diverse città, con inviti a “disertare la DAD” – la didattica a distanza: a Milano ieri, in 250 hanno risposto all’appello della Rete Studenti per un’assemblea pubblica sotto la Regione. A Brescia, una decina di studenti e studentesse del liceo Calini ha seguito le lezioni in DAD fuori dall’istituto di via Monte Suello, nonostante la temperatura sottozero.

Anche questo martedì sono proseguite le proteste scaturite dalla continua incertezza sul loro percorso scolastico, reso precario dalla DAD, dalle lezioni alternate in presenza e dal continuo ricambio dei professori. Gli studenti e le studentesse del liceo classico Manzoni di Milano hanno infatti, questo martedì mattina, occupato il giardino esterno dell’istituto, dicono “per ribadire il dissenso contro le continue decisioni e promesse fasulle che vengono fatte ogni giorno nei nostri confronti”, scrivono dalla pagina Facebook Collettivo Manzoni. Sono una quarantina intenzionati a restare, mentre polizia e Preside sono impegnati in queste ore per scongiurare che si fermino ad oltranza. Nel frattempo i liceali del Manzoni si sono organizzati con tende e sacchi a pelo per proseguire la protesta anche domani.

La corrispondenza con Rebecca del liceo classico Manzoni, membro della Rete Studenti Milano, che si trova in questo momento nel cortile insieme ad altri studenti come lei in protesta. Ascolta o Scarica.

Da Radio Onda d'Urto

 

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