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Articoli filtrati per data: Tuesday, 12 Gennaio 2021

In piazza a Cagliari il 19 e il 27 gennaio

 

Sono 26 le organizzazioni politiche, le associazioni e i sindacati che hanno firmato l’appello intitolato “Contra a s’ocupatzione militare! Solidarietà con tutte e tutti gli indagati dell’Operazione Lince”.

L’obiettivo dei firmatari è duplice: da un lato tornare nuovamente in piazza, stavolta a Cagliari, per ribadire la contrarietà ai poligoni militari e alle esercitazioni; dall’altra manifestare una solidarietà fraterna ai 45 indagati e indagate dalla Procura di Cagliari per il loro impegno nella lotta contro le basi.

«Il movimento sardo contro le basi, le esercitazioni e l’occupazione militare è una realtà variegata ed eterogenea – spiegano le ventisei organizzazioni firmatarie dell’appello – e, a partire dalla grande manifestazione di Capo Frasca del 13 settembre 2014 ha vissuto una nuova fase di espansione. Appena due settimane prima del ritorno unitario a Capo Frasca, nel 2019, vennero rese pubbliche le denunce a carico di 45 militanti del movimento sardo contro le basi: accuse pesantissime e inverosimili che arrivano fino al terrorismo e all’associazione eversiva (art. 270 bis), per aver partecipato alle manifestazioni che si svolsero nei pressi dei poligoni militari dal 2015 al 2017. Molti di noi pensarono che quello strano tempismo non fosse affatto casuale, ma che mirasse a spaventare il movimento».

«Ora quelle 45 persone – proseguono i firmatari – si troveranno davanti ad un giudice per aver preso parte alle lotte contro le basi militari e noi intendiamo dimostrare piena solidarietà e sostegno verso tutti e tutte loro, costruendo un’altra dimostrazione di unità per ribadire che non abbiamo niente da temere e che non accetteremo mai passivamente i poligoni e le esercitazioni militari nella nostra terra».

Per questo le ventisei organizzazioni annunciano per il 27 gennaio, giorno della prima udienza legata all’operazione Lince, una manifestazione a Cagliari, in piazza Repubblica davanti al Palazzo di Giustizia. «Invitiamo tutti i sardi a partecipare – si legge nell’appello – per esprimere la propria solidarietà verso gli attivisti e le attiviste coinvolte e per dimostrare la propria contrarietà alle esercitazioni militari e ai poligoni che occupano la nostra terra».

Inoltre, le ventisei organizzazioni annunciano la propria partecipazione al presidio che si terrà il 19 gennaio sempre di fronte al Tribunale di Cagliari, in occasione dell’udienza sulla richiesta di sorveglianza speciale per cinque dei 45 indagati e indagate. « Se tale richiesta venisse accolta gli imputati si vedrebbero privati per anni della propria libertà personale, col divieto di partecipare ad iniziative politiche e di uscire di casa, pur in assenza di condanne e senza essere riconosciuti colpevoli di alcun reato».

In allegato l’appello completo

A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna

Ardauli Antifascista

Assemblea Permanente Villacidro

Associazione Libertade

Associazione Sarda Contro l’Emarginazione

BDS Sardegna

Caminera Noa

Casa del Popolo – Bosa

Centro Sperimentazione Autosviluppo – Iglesias

COBAS Sardegna

Collettivo Furia Rossa – Oristano

il Manifesto Sardo

Liberu – Lìberos Rispetados Uguales

Movimento Nonviolento Sardegna

Movimento Omosessuale Sardo

Potere al Popolo – Sardegna

Progres – Progetu Repùblica de Sardigna

Rete Antifascista Sulcis Iglesiente

Rete Kurdistan Sardegna

Sardegna Palestina

Sardegna Pulita

Sardigna Libera

Sardigna Natzione Indipendèntzia

Spazio Antifascista – Nuoro

Partito Comunista Italiano – Federazione Cagliari

USB Sardegna

 

 

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Riprendiamo questo testo di Giovanni Iozzoli per Carmilla che sebbene non ci trovi d'accordo in diversi dei suoi assunti pone il problema di come è stata trattata la narrazione militaresca della campagna vaccinale in Italia e del fatto che al di là del dibattito sui vaccini la scienza si autonomizzi sempre più come campo presuntamente tecnopolitico sganciato dalla società.

Come volevasi dimostrare, questa maledetta pandemia sta devastando quel po’ di residui democratici di cui il mondo occidentale menava ancora vanto. In Italia ci siamo rapidamente assuefatti alla sospensione delle libertà costituzionali a mezzo DPCM; e il punto non è tanto l’utilità profilattica del lockdown (su cui esistono ampi margini di discussione) quanto la terribile passività con cui la società ha accettato e introiettato questa nuova schiacciante prassi: le libertà fondamentali non sono più indisponibili ai governi – non sono più naturalmente “nostre”, come recita il catechismo liberale; appartengono a chi ha in mano gli strumenti di coercizione e il monopolio della forza (l’esecutivo). Un bel salto all’indietro di circa 250 anni, nel rapporto tra cittadini e Sovrano.

Oggi è la pandemia, domani potrebbe essere qualsiasi altra emergenza, più o meno fondata: la strada è ormai tracciata, la società si sta tristemente abituando al coprifuoco come governo delle crisi sociali. Ma il bello deve ancora venire. È cominciata infatti in questi giorni la rinomata campagna vaccinale; si è partiti con le fanfare e il giubilo a reti unificate, inscenando uno dei più ridicoli spettacolini mai allestiti nella lunga storia della patria retorica, con un esercito di giornalisti e soldati ad aspettare trepidanti un furgoncino DHL. Ma visti gli esiti di alcuni sondaggi, non all’altezza di tanti entusiasmi, il clima gioioso è presto degenerato: e adesso comincia a tirare un vento fetido di fascismo e coercizione. Chiunque osi manifestare una qualche timida obiezione o resistenza alla nuova “grande campagna”, viene immediatamente tacciato di essere “no vax” (epiteto ingiurioso che fa il paio con negazionista, affibbiato allo stesso modo al gen. Pappalardo e al filosofo Agamben) e minacciato esplicitamente di gravissime conseguenze. Anche solo per aver parlato.

Il docente di Infermieristica dell’Università di Firenze dott. Festini, ha detto a voce alta quello che molti sussurrano con preoccupazione: “lo capite che è impossibile mettere a punto e sperimentare un farmaco in sette mesi? Lo capite che, a meno di essere dei veggenti, in sette mesi non è possibile sapere nulla di attendibile riguardo alla sua efficacia, alla sua sicurezza ed agli effetti indesiderati?”. Parole di semplice buon senso (riportate da “Repubblica”) che immediatamente hanno fatto finire alla gogna il docente, più o meno come era toccato a Crisanti due settimane fa (tra l’altro il virologo che parla in romanesco ha risolto tutti i suoi dubbi con fulminea velocità, chissà perché…)

Il fatto è che la questione vaccini sfugge ormai a qualsiasi ragionamento scientifico; e non ci riferiamo solo all’enorme business delle aziende farmaceutiche o alla competizione geopolitica tra blocchi – tutti elementi che hanno condizionato pesantemente la pretesa “purezza scientifica” della ricerca. Il messaggio è che ci si deve vaccinare per “ragioni morali”, per il “bene della comunità”, per “battere questo nemico”. Recalcati ci informa che vaccinarsi è “un gesto etico”: bene, chi è chiamato a garantire, l’adempimento di tale gesto, se non uno Stato Etico? La scienza pretende di inverare il punto più alto della modernità, ma si arrocca sempre più spesso in una dimensione sostanzialmente premoderna.
E il linguaggio marziale che adotta è quello tipico dell’arruolamento militare: i riottosi sono disertori o addirittura sabotatori dello sforzo bellico, nemici della Patria.

Qua non si tratta di essere “pro o contro i vaccini” (questione aperta, su cui, anche all’interno di questa redazione convivono legittime opinioni diverse). Qui si tratta di capire se è ancora praticabile il diritto al Dubbio, che è il cardine di ogni progresso scientifico e, in ultima analisi della storia moderna dell’Occidente. La pseudo scienza da regime, che blandisce, promette, minaccia, riproduce piuttosto una logica essenzialmente religiosa: è necessario riporre fede nel vaccino (che è ormai è assurto al ruolo di elisir mitologico) e nei suoi sacerdoti. Punto. Il resto è eresia. O apostasia.

Il problema è che gli italiani sono poco marziali, non muoiono dalla voglia di arruolarsi. E non mostrano una grande spinta, non manifestano abbastanza fede, vorrebbero capire un po’ meglio la faccenda, sentire più campane; tra molti di loro serpeggia addirittura il sospetto che la sperimentazione reale degli effetti del vaccino comincerà proprio con la campagna vaccinale di massa. E allora, contro cacadubbi, panciafichisti e renitenti alla leva, partono i sinistri avvisi a reti unificate: se i virologi giurano su un vaccino che pochi di loro conoscono davvero, i costituzionalisti affermano che è lecito costringere gli italiani ad un TSO di massa senza violare la Carta (e si risveglia anche Ichino, che era un po’ fuorigioco, da tempo non poteva licenziare nessuno, e sentenzia che sì: lo scetticismo sanitario può anche essere giusta causa di licenziamento).

In ogni caso, se non fosse giuridicamente possibile l’obbligo vaccinale di massa (maledetta Costituzione, sempre in mezzo ai piedi dei governi) saranno messe in campo misure proscrittive o punitive – liste di reprobi, tesserini sanitari, divieti all’accesso di determinati servizi offerti dai privati, intralci alla mobilità, piccole e grandi rappresaglie contro i riottosi – all’insegna del motto: scoraggiare e punire.

Il bello è che tra i più prudenti nella corsa alla punturina, troviamo proprio infermieri e medici; chissà perché: forse perché la pensano come il docente universitario Festini – ma non possono dirlo pena radiazione dall’albo o magari fucilazione alla schiena. Del resto, anche all’epoca della Lorenzin i sindacati di categoria e alcuni ordini professionali si dichiararono contrari all’obbligo vaccinale per i loro iscritti (l’italianissimo: fate quello dico ma non fate quello che faccio). Sulle ragioni della prudenza vaccinale di molti sanitari di ogni ordine e grado, non c’è molto da dire, ognuno deve parlare per sé e per le proprie ragioni: ma se per questi lavoratori la libera espressione è sostanzialmente proibita, cosa resta se non le vie di fuga individuali, le allergie frettolosamente certificate, l’escamotage che permette di procrastinare la sgradita procedura senza perdere il posto?

Sulla questione vaccini, il governatore Toti (personaggio inquietante, ma al quale non difetta certo la sincerità), ha chiosato candidamente ai microfoni di un tg nazionale: “visto che sono già state violate le libertà costituzionali di movimento e di impresa, perché non si potrebbe imporre per legge a tutti il vaccino?” Già perché? Abbiamo fatto trenta… È questo è proprio l’orlo del baratro su cui stiamo danzando tutti; l’eccezionalità è sfuggita ad ogni controllo; l’inanità del governicchio, la faccia da democristiano di provincia del premier, non deve tranquillizzarci: immaginiamo cosa succederà quando questa nuova strumentazione decisionale sarà in mano a gente dalle idee pericolosamente più chiare. E la cosa più allarmante è la mancanza di discussione pubblica su questi temi, come se in pochi mesi queste enormità fossero state totalmente digerite e introiettate dalla società civile. Assunte come nuova inquietante normalità.

Questo è un campo che precede ogni dibattito vaccini si/vaccini no (sul cui merito la stragrande maggioranza di noi non avrebbe gli strumenti per intervenire); qui ci collochiamo un passo prima, sul terreno della crisi ideologica e politica dell’occidente: quell’ordito di suggestioni e prassi che assegnano il primato all’individuo e alle sue libertà, e che hanno consentito al nord euro-anglosassone di esibire da sempre una fasulla superiorità morale, rispetto al resto del mondo “illiberale” – spesso fornendo alibi alle proprie protervie militari ed economiche. Ecco: siamo oltre quella storia, siamo al di là di quello schema. Probabilmente ci eravamo arrivati anche prima, ma l’epidemia ha affrettato i tempi e squagliato il cerone di scena. Si apre uno spazio di dibattito sconfinato, per quanto in pochi al momento sembrano avere voglia di attraversarlo.

Oggi “l’Occidente delle libertà” è il campo in cui il controllo sociale, l’uso massiccio del carcere e dell’invadenza della magistratura, le terribili tecnologie dell’intercettazione e del pedinamento elettronico, l’interventismo amministrativo nei conflitti di classe, i divieti antisciopero, i daspo sociali e oggi il nuovo decisionismo anticontagio, stanno diffondendosi come metastasi. E sono pratiche speculari a quelle dei deprecati regimi autoritari (quei regimi accusati di controllare capillarmente i loro cittadini e negare la libera espressione!) che i liberali hanno sempre bollato come intollerabili e sulla cui opposizione hanno costruito l’idea e la suggestione del “mondo libero”. Quanto siamo lontani dai “patentini di cittadinanza digitale a punti” – il famigerato SCS – già in uso a Pechino? La Cina è vicina, decisamente.

La crisi del vecchio mondo sta sgravando un nuovo assetto sociale e l’epidemia rappresenta solo le doglie dolorose di questo parto travagliato. Tutti gli elementi erano già in incubazione, più o meno sottotraccia – li leggevamo e li temevamo. Oggi i processi si stanno compiendo: dovremo misurarci con nuove tecnologie di governo dei corpi, della salute, del lavoro, della conoscenza e della società nel suo complesso.
Negli anni scorsi, quando si strologava di biopolitica in tutte le salse, probabilmente nessuno immaginava che il nostro sistema immunitario sarebbe stato l’ultima frontiera da difendere dall’invasività della nuova governance capitalista. Il Covid esiste, è temibile e va contrastato: ma stiamo attenti a non risvegliarci in un mondo in cui la sua eredità sulle nostre società e sulla nostra salute, potrebbe essere anche più pesante del male.

 

 

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in NOTES

L'evento commemorativo annuale Luxemburg-Liebknecht ha riunito 3.000 persone a Berlino. 

La polizia ha usato lo spray al peperoncino per attaccare la manifestazione e ha arrestato almeno 15 persone. La ragione dell'intervento della polizia è stata la presenza delle bandiere del DFJ nella manifestazione. La Gioventù Libera Tedesca (Freie Deutsche Jugend, FDJ) era il movimento giovanile ufficiale della Repubblica Democratica Tedesca (DDR). La sua ramificazione autonoma nella Germania occidentale è stata vietata nel 1951 durante la guerra fredda. Questo divieto è ancora in vigore!

A seguito dell'intervento della polizia vi sono stati numerosi manifestanti feriti e la totale impossibilità di mantenere le distanze di sicurezza poiché la polizia ha bloccato la manifestazione.

https://www.youtube.com/watch?v=kWQQkHcqleE&feature=emb_title 

Da: https://secoursrouge.org/

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L'HPG ha rilasciato i nomi di due combattenti caduti martiri nel Nord Kurdistan. 

L'HPG Press Center ha pubblicato i nomi di due combattenti caduti martiri. Arjîn Kurdistan è caduta nell'agosto 2019 durante una battaglia contro l'esercito turco nei pressi del villaggio di Aşutê a Çukurca, nella provincia di Hakkari. Zinar Rengîn è caduto, come era già stato segnalato, il 2 dicembre 2020, e oggi sono stati resi noti tutti i suoi dati identificativi. Zinar Rengîn è caduto insieme ad altri quattro combattenti nel settembre 2020 durante un'operazione militare nella zona di Deriyê Doxana sul monte Herekol a Siirt.

Nome in codice: Arjîn Kurdistan

Nome e cognome: Şükran Kızılaslan

Luogo di nascita: Siirt

Nome della madre e del padre: Zeliha - Reşit

Data e luogo del decesso: Agosto 2019 / ÇelêÇukurca

La dichiarazione dell'HPG diceva: "Arjîn Kurdistan è nata in una famiglia patriottica a Siirt ed è cresciuta ascoltando le storie dei caduti della lotta di liberazione curda. La lotta delle donne curde della regione di Garzan è stata molto stimolante per lei. È così che Arjîn Kurdistan ha sviluppato una forte personalità. Si unì alla guerriglia di Garzan e prese il nome della comandante caduta Arjîn Garzan. Fu in grado di affrontare le difficili condizioni della guerriglia nel Nord Kurdistan. In seguito trascorse un po' di tempo nelle aree di difesa di Medya, dove continuò il suo addestramento ideologico e militare. Tuttavia, il suo obiettivo era sempre quello di tornare a Garzan. Era una donna entusiasta, felice e sincera, che ha contribuito a creare un'atmosfera positiva tra i guerriglieri e ha svolto senza esitazioni i suoi doveri di militante sacrificale".

Nome in codice: Zinar Rengîn

Nome e cognome: Yusuf Esmer

Luogo di nascita: Mardin

Nome della madre e del padre: Saliha - Mehmet

Data e luogo del decesso: 28 settembre 2020 / Herekol

La dichiarazione aggiunge: "Zinar Rengîn proveniva da una famiglia patriottica di Mardin e ha conosciuto il movimento di liberazione curdo quando era molto giovane. Motivato dal suo ambiente sociale, era attivo in molte aree e si è unito alla guerriglia nel 2013 con un gruppo di giovani curdi. In montagna era noto per il suo morale e per il suo grande entusiasmo e continuava la sua formazione ideologica e militare. Come combattente di guerriglia si è poi recato in Botan ed è diventato un militante di primo piano nella resistenza contro l'occupazione turca.

L'HPG esprime le sue condoglianze ai parenti e al popolo patriottico del Kurdistan e dichiara che la lotta dei caduti continuerà fino alla vittoria".

Da: https://anfenglish.com/

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Julián Raso - In mezzo ad un nuovo assalto delle mega imprese minerarie, la lotta di Esquel e di tutto il Chubut compie diciotto anni.

Quelle prime assemblee e la prima marcia di massa il 4 dicembre, il plebiscito e la legge provinciale, le nuove imprese che sono giunte con i loro lavoratori nei media e nei governi, le assemblee che hanno preso l’iniziativa e non hanno mai lasciato la strada. Un ripasso per la storia di un popolo cosciente e lottatore, che di nuovo sta dando lezioni a coloro che governano voltandogli le spalle.

Nell’ottobre del 2002, si realizzavano le prime assemblee municipali di fronte all’allarme che generò nella popolazione la conoscenza di ciò che si voleva realizzare, a solo sei chilometri dalla città, una mega attività mineraria che avrebbe mosso tonnellate di pietra e avrebbe utilizzato acqua con cianuro per estrarre oro.

Alla fine di novembre, dopo questi dibattiti, fu fatta la prima marcia con la parola d’ordine “No alla Miniera” e, in quegli agitati giorni, la popolazione si diresse al Consiglio Deliberante per chiedere ai rappresentanti informazioni e una posizione al riguardo. Si ottenne “una sessione aperta” nella Società Spagnola per il 2 dicembre e la successiva sospensione dell’Udienza Pubblica che doveva realizzarsi il giorno 4.

Per quel giorno, era convocata una nuova marcia nella quale, lontani dall’annullarsi, il popolo scese nelle strade per riaffermare la propria posizione e festeggiare il trionfo popolare. Fu la prima mobilitazione realmente di massa, alla quale parteciparono anche manifestanti di Trevelin e del Territorio del 42° Parallelo. In questo modo, i governanti che avevano voluto far entrare l’impresa mineraria senza consultare la società, accettarono di convocare un plebiscito che, in principio, non era vincolante, ma il livello di partecipazione sociale e il risultato fecero sì che non rimanessero dei dubbi: più di 8 ogni 10 abitanti di Esquel erano contro il progetto minerario nella propria cintura montana.

Ma perché tanto chiasso?

Quello che in pochi mesi la società esquelense dovette apprendere, informarsi e condividere con i propri pari, era di cosa si trattava la mega attività mineraria. All’inizio, mettendosi in contatto con altre popolazioni del paese e del Latinoamerica per conoscere le loro esperienze, si calcolò la dimensione delle conseguenze che il progetto avrebbe avuto: dai danni all’ambiente, ai cambiamenti dei modi di vita e come le sensazionali promesse di lavoro e sviluppo non si realizzavano nelle regioni minerarie.

La prima cosa che mise in allarme fu il cianuro che l’impresa mineraria voleva usare per separare l’oro dalla pietra. Ma non era l’unico aspetto ambientale. L’impresa mineraria avrebbe utilizzato grandi volumi d’acqua, avrebbe creato polvere in sospensione, drenato sabbia, deforestazione e avrebbe aperto un enorme pozzo nella montagna dalla quale sgorga l’acqua che in parte rifornisce la laguna Willimanco e che da lì si dirige verso il bacino dal quale si rifornisce la città. Nella misura in cui si indagava sull’attività megamineraria in altre regioni del mondo, si confermava che oltre ai ricorrenti incidenti, per le sue stesse caratteristiche l’attività genera un’inevitabile contaminazione.

Così la popolazione esquelense si rese conto che all’attività megamineraria partecipano imprese transnazionali che si quotano in borsa e funzionano attirando azionisti. Imprese realmente grandi e deterritorializzate: la maggioranza figura con la sede in Canada, ma i suoi investitori sono di tutte le parti del globo e non hanno legami con i territori che sfruttano.

L’attività megamineraria occupa superfici estese, di migliaia di ettari. E attraverso le esplorazioni si determina il luogo possibile da sfruttare, dato che il metallo non si trova puro, in vene, ma disseminato nell’ambiente in ragione di pochi grammi per tonnellata di pietra. Per questo parliamo di “attività megamineraria”, che è attività mineraria su grande scala. Grandi estensioni, milioni di tonnellate di pietra macinata e polverizzata, milioni di litri d’acqua, tonnellate di prodotti chimici ed enormi necessità energetiche: un uso smisurato di energia elettrica e combustibile.

Per questo, affinché un progetto sia fattibile, le imprese analizzano la legge minerale (qual è la relazione grammo di metallo per tonnellata di pietra), che estensioni si devono dinamitare e rimuovere, che infrastruttura bisogna sviluppare, com’è l’accesso all’acqua e quanto costerà il trasporto dell’elettricità, la mano d’opera, il macchinario, gli investimenti e l’esportazione di quanto estratto.

A questi calcoli, si aggiungono aspetti sociali e politici. Nel nostro paese, le imprese godono di leggi che assicurano loro l’affare, molte più garanzie e sussidi di qualsiasi attività sostenibile. Sembrerebbe perfino che le abbiano redatte le medesime imprese, se non fosse che nemmeno quello che c’è è sufficiente e chiedono sempre di più.

Tutta questa informazione fu raccolta e messa in comune nelle prime assemblee. Gli/le abitanti apportarono le proprie conoscenze di chimica, medicina, economia, o le loro proprie esperienze: erano ancora fresche le promesse incompiute nella costruzione della diga sul fiume Futaleufú.

Le imprese avevano fatto tutti i calcoli, e i numeri chiudevano. Tutta l’infrastruttura era a loro disposizione (strada nazionale, aeroporto, linee ad alta tensione, una cintura montana che rifornisce acqua, una città a pochi chilometri) e una molto buona relazione in grammi d’oro per tonnellata di pietra.

Quello di cui ancora non tenevano conto in quel momento era che avrebbero incontrato l’opposizione della società, e che dovevano investire abbastanza di più se volevano dar battaglia.

Primi trionfi popolari

Con il risultato del plebiscito di Esquel, le azioni della Meridian Gold andarono a picco. Ma la mobilitazione popolare non si fermava e, da parte del legislativo, un mese dopo si cercò di bloccarla (o contenerla) con una legge che, sebbene non fosse completa, fino ad oggi proibisce l’attività mineraria a cielo aperto e l’uso di cianuro, la ex Legge 5001, oggi chiamata LEGGE XVII-Nº 68. Sebbene la legge contemplasse una possibile divisione del terreno in zone -che si dovevano realizzare nei 120 giorni consecutivi- l’articolo scadde senza essere applicato, per cui la legge è effettiva in tutta la provincia.

La legislazione vigente complica i piani economici delle imprese minerarie. Sebbene non sia proibita l’attività megamineraria nella sua totalità, lo sono le sue varianti più redditizie. Questo ha portato a che le imprese minerarie continuassero a sfruttare il territorio chubutense e a soppesare alternative per avanzare con alcuni progetti. L’unica cosa che le ha fermate è stata la mobilitazione popolare.

Da quel 4 dicembre, Esquel marcia tutti i mesi. A questo bisogna aggiungere tutte le mobilitazioni spontanee o sorte in poco tempo, e quelle dei 23 marzo in cui si commemora il plebiscito. Per alcuni anni, quando non si vedevano le intenzioni delle imprese minerarie, la marcia si manteneva con minor partecipazione, come una fiamma pilota di una caldaia. Ogni volta che le imprese minerarie o i governanti insinuavano qualche possibilità di riattivare un progetto minerario, la fiamma pilota si trasformava in un fuoco più grande e la popolazione tornava a ratificare il suo NO massiccio nelle strade.

Imprese minerarie di maggior peso entrano in campo

Come si dice all’inizio, le imprese minerarie transnazionali non hanno neanche minimamente un attaccamento territoriale. La loro patria sono i profitti straordinari e possono comprare e rivendere progetti, esplorarli e venderli, cambiarli come figurine e, anche, abbassare le tende e andarsene quando non le offrono ciò che si aspettano.

C’è di più, ci sono imprese che si dedicano a comprare progetti a basso prezzo per l’opposizione sociale già generata, per imporre il loro potere di lobby e aspettare qualche tempo per dare la zampata. Una di queste è la Pan American Silver (PAS), che comprò il progetto Navidad sull’altopiano chubutense. La scoperta era stata effettuata da un’impresa chiamata IMA, a partire da informazioni confidenziali dell’impresa mineraria Aquiline che aveva scoperto il giacimento Calcatreu a Río Negro, ma dentro al medesimo massiccio roccioso. Un tribunale canadese obbligò l’IMA a consegnare il progetto all’Aquiline e questa lo vendette alla Pan American Silver, che aveva già realizzato il principale lavoro sporco: rimuovere un chenque (una sepoltura di 1200 anni) che metteva in pericolo il progetto per il suo valore archeologico e sacro per i popoli originari.

La PAS è una delle imprese minerarie dell’argento più grandi del mondo. Ha sede in Canada ma, salvo per una miniera d’oro in quel paese, le sue operazioni sono disperse per il Latinoamerica. Si caratterizza per comprare progetti conflittuali e i suoi investimenti più rilevanti si trovano in Guatemala, in una miniera bloccata dall’opposizione della popolazione, e in Messico, dove si installò nei territori e si appoggiò alla violenza narco per allontanare la popolazione che viveva nella zona del progetto. In Perù, fece il contrario: dopo aver ricevuto 22 multe per danni ambientali, invece di farsene carico, vendette il progetto ad un’altra impresa mineraria. I nuovi padroni lasciarono Quiruvilca e, da allora, la miniera è abbandonata, con l’instabilità nei suoi depositi di rifiuti e generando un drenaggio acido, contaminando le acque degli agricoltori ai quali nessuno offre risposte.

A Chubut, la PAS punta ad un affare simile. Nel 2009, comprò il progetto Navidad sapendo della legge che proibisce il suo sfruttamento e si dedicò all’attività di lobby politica, puntando fortemente sui mezzi di comunicazione. L’impresa mineraria si appoggia sull’abbandono statale della regione per proporsi come chi porterà nell’altipiano centrale l’energia elettrica, trasporti e internet: servizi e diritti che lo stato non adempie.

L’altra impresa mineraria che ha acquisito un progetto svalutato con l’intenzione di poterlo sfruttare in futuro è la Yamana Gold, ugualmente con sede in Canada. Per evadere la legge che proibisce l’attività mineraria a cielo aperto, ideò un progetto attraverso gallerie, ma cominciò anche ad operare in modo sotterraneo, come dire, di nascosto della società.

La nuova impresa mineraria si appoggiò alla filiale locale “Minas Argentinas S. A.” proponendosi un lento lavoro per riuscire a cambiare la percezione della società sull’attività. Cominciò a cambiare il nome del progetto e, di passaggio, quello del paese di Esquel: nel suo rapporto annuale dell’anno 2010, offriva un progetto nella “Sierra de Suyai”, a sei chilometri dalla località con il medesimo nome. Per coincidenza, nel presunto Suyai, l’impresa stava lavorando per ribaltare l’opposizione generalizzata della popolazione che, con un plebiscito, aveva bloccato il progetto di una precedente impresa. Un altro paradosso, la traduzione di Suyai in quichua è sperare, o bene, speranza.

Ugualmente in modo sotterraneo, la Yamana Gold contrattò un operatore mediatico che, come giornalista, si installò nelle trasmissioni mattutine esquelensi senza sbiancare chi erano i suoi padroni. Alla fine del 2011, Ricardo Bustos consegnò ad una giornalista una tessera personale, nella quale si presentava come “Amministratore delle Relazioni Comunitarie della Suyai del Sur S. A.” con il logo dell’impresa mineraria canadese. Bustos non solo operava dal microfono, ma si occupava di organizzare conferenze alle quali invitava particolarmente abitanti con la necessità di lavoro, e gli inviava un’auto a noleggio il giorno della riunione clandestina.

Le operazioni sotterranee furono scoperte, le assemblee tornarono a riempirsi di partecipazione e la popolazione si mobilitò per chiudere simbolicamente gli uffici della Minas Argentinas S. A., fatto che si sarebbe riusciti ad ufficializzare nel 2013, con la ratifica di un’ordinanza che negò l’abilitazione commerciale per l’esercizio di attività proibite. La Yamana Gold, salvo aver perso in appello nel 2014 e non essendo riuscita nel 2017 a collocare un suo vassallo nella Radio Nacional, non sarebbe tornata a far notizia fino al 2020.

Le assemblee prendono l’iniziativa

Parallelamente a queste operazioni della Yamana Gold, il governo di Martín Buzzi nel 2012 cercò di adottare un quadro normativo per l’attività idrocarbonifera e mineraria. Con l’appoggio della Nazione e di gran parte dei legislatori, il governatore dovette aver creduto che il popolo non avesse memoria, o forse confuse il sostegno di qualche sindacato e del legislativo con l’avere un permesso sociale. Ma la società riprese massicciamente le assemblee e la strade, di nuovo disse presente e manifestò, e nella legislatura ricevette, in cambio, la repressione parastatale dell’UOCRA.

In quei mesi, si andò formando l’UACCh (allora Unione delle Assemblee Cittadine di Chubut, oggi Assemblea delle Comunità). Buzzi avrebbe tentato di tornare a presentare un suo quadro normativo l’anno seguente, ma già era sempre più chiaro che la lotta era provinciale. Stavano arrivando le elezioni legislative del 2013 e fu lanciata “L’altra campagna”, che avrebbe cercato di mettere in discussione dal basso quello che i candidati evitavano di discutere: il No all’attività megamineraria era definitivo ed era necessario cercare modelli di sviluppo senza saccheggio e senza contaminazione.

Per questo, si decise di far uso di un’interessante strumento di democrazia partecipativa che la Costituzione Provinciale autorizza, attraverso il quale la società può presentare i suoi propri progetti di legge. Se questi sono avallati dalla firma di almeno il 3% della base elettorale, la legislatura deve trattare obbligatoriamente il progetto in un lasso massimo di sei mesi.

Questo strumento non era stato ancora utilizzato nella provincia. Le assemblee si proposero di elaborare un progetto che migliorasse la legge 5001, dato che questa non proibisce diverse modalità di attività megamineraria (come quella sotterranea attraverso gallerie) e permette l’esplorazione del territorio da parte delle imprese, dato che a Natale era stato permesso alle imprese minerarie di contaminare il territorio e alcuni pozzi, così come di rimuovere la tomba.

Nell’Agosto del 2013, fu lanciata la campagna e, per maggio dell’anno seguente, il progetto entrò nella legislatura avallato da 13.007 firme. Compiuti i sei mesi, la legislatura dovette trattarlo obbligatoriamente, e, alla fine del 2014, sarebbe stato portato a termine il più alto tradimento da parte di coloro che dovrebbero stare nei propri seggi per rappresentare la popolazione. In una sessione imbarazzante, che ebbe rilevanza nazionale per la foto ottenuta da un cellulare del legislatore Gustavo Muñiz, che riceveva istruzioni in diretta da parte dell’amministratore della Yamana Gold, Gastón Berardi, su come redigere il progetto, legislatori e legislatrici fecero dell’Iniziativa Popolare un legge mineraria. Ma fu tale lo scandalo che, dopo l’insediamento del governo, fu abrogata prima che si fosse messa in moto.

Il cambio il governo nazionale nel 2015 non avrebbe modificato molto la situazione per cui da parte del potere centrale si cercavano di imporre alle province dei modelli di sviluppo primario, basati sullo sfruttamento della natura a spese della salute del territorio e della popolazione. Le riunioni presidenziali con il CEO della Pan American Silver e con i rappresentanti russi delle imprese minerarie che cercano di estrarre uranio nel Chubut anticipavano quello che sarebbe avvenuto. A livello provinciale, emergeva lo sbarco del sindacato gerarchico minerario ASIJEMIN, che si dava da fare e riceveva curricula, e la raccolta di 20.000 firme in dieci giorni contro un nuovo progetto di lottificazione.

Il fatto più rilevante fu la Riunione Mineraria realizzata a Telsen nel febbraio del 2018, che ebbe la visita dell’allora Ministro dell’Energia e Mineraria della Nazione, Juan José Aranguren: la Riunione terminò con la repressione dei manifestanti dopo l’invio, da parte del governo del Chubut, di 300 poliziotti in una località che non arriva a 600 abitanti. Di nuovo, la mobilitazione cittadina frustrava i piani della Nazione e dei suoi soci locali. Impossibile non evidenziare la presenza degli allora sindaci di Madryn (Sastre), Comodoro (Linares) e Trelew (Maderna), che insieme ai capi comunali dell’altipiano facevano da connessione con la Nazione.

Mariano Arcioni, che aveva fatto campagna elettorale contro l’attività megamineraria e che nelle interviste televisive si dichiarava un difensore di un rotondo NO, così come aveva partecipato alla Riunione Ambientale nella quale applaudì un Das Neves che era diventato difensore dell’acqua, evitò di mostrarsi a Telsen e scappò tutte le volte che poté quando lo consultavano se sosteneva la sua posizione elettorale sull’attività megamineraria. Nella sua campagna elettorale del 2019, dichiarò che l’attività mineraria non era un dibattito urgente, che poteva farsi in 50 e 100 anni, che non era qualcosa di immediato. Una menzogna più in linea di quella già ben conosciuta: “il mese che viene finiremo con il pagamento scaglionato”.

2020: nuevo assalto minerario

Questo 2020, in termini di attività megamineraria, in verità, è cominciato a dicembre del 2019. In un pranzo di fine anno dell’Associazione Imprenditoriale Argentina, un recentemente insediato Alberto Fernández dichiarava che erano riusciti a far uscire una legge per fare attività mineraria nel Mendoza e che erano riusciti a sfruttare oro e argento nell’altipiano del Chubut. In ambedue le province, le leggi che limitano o proibiscono l’estrazione di metalli a cielo aperto o l’uso di sostanze tossiche come il cianuro continuavano ad essere vigenti.

Alcuni giorni dopo, il 20 dicembre, sarebbe stata trattata in una sessione straordinaria della legislatura di Mendoza la modifica di questa legge per permettere l’uso di sostanze tossiche prima proibite, come il cianuro e l’acido solforico. L’approvazione fu effettuata in un edificio completamente recintato, con proteste in tutta la provincia, ma con un forte sostegno dei legislatori e delle legislatrici del fronte Cambiemos e del Partido Justicialista.

Quello che il governo nazionale aveva confuso, era che contare sul consenso dei principali partiti politici non comportava, di fatto, contare sull’approvazione sociale: un’enorme carovana verso la capitale, una moltitudine di mobilitazioni, blocchi stradali e sfilate di trattori dimostrarono che la popolazione non condivideva il cambiamento di legge. La cancellazione della Festa Nazionale della Vendemmia e di altre attività turistiche finirono con il dimostrare che l’opposizione era quasi totale. In pochi giorni, e non senza prima reprimere le concentrazioni nella Casa del Governo, il governatore Rodolfo Suárez annunciava che avrebbe fatto marcia indietro; dieci giorni dopo la sessione straordinaria, sarebbero tornati a riunirsi in ambedue le camere per abrogare la fallita legge e ristabilire la vigenza della 7722. 

Alcuni mesi dopo il Mendozazo (la protesta a Mendoza, ndt), senza aver appreso nulla, avrebbero puntato i cannoni sul Chubut. Cominciò l’isolamento sociale preventivo e obbligatorio, dentro il quale fu inclusa l’attività megamineraria tra le attività essenziali. Questo non implicava solo le imprese minerarie che già stavano sfruttando ed estraendo metalli, ma incluse anche la lobby e il lavoro sotterraneo delle imprese e dei funzionari.

Già in aprile, il governo provinciale pubblicava nel Bollettino Ufficiale la contrattazione di un “servizio di monitoraggio dei media” per il quale pagavano 450.000 pesos a José Luis Gaud, un consigliere della Pan American Silver nel Progetto Natale che, nel suo curriculum pubblico virtuale di Linkedin, si vantava di aver fatto “un manuale per interpretare come lavorano gli attivisti del No alla Miniera”.

Quello stesso mese, l’impresa mineraria Yamana Gold informava nel proprio sito web che aveva chiuso un accordo con Eduardo Elsztain, impresario argentino-israeliano padrone del gruppo IRSA, la compagnia immobiliare più grande del paese, che conta anche su importanti investimenti bancari e nell’agro-affare, non solo a livello nazionale ma anche a New York e Israele. L’affare di uno dei principali milionari del paese consiste nell’occuparsi degli “aspetti legali, sociali e di governo” del Progetto Suyai, e, nel caso si fosse ottenuta la sua approvazione, entrare come socio principale nello sfruttamento.

Nella provincia stava arrivando un nuovo assalto minerario, e le assemblee, che avevano già sospeso la marcia del 4 e l’anniversario del plebiscito, compresero che mentre ci chiedevano di rimanere a casa i progetti minerari stavano approfittando per avanzare. Si decise, allora, con i relativi protocolli, di iniziare la raccolta di firme per presentare una Seconda Iniziativa Popolare che tornasse a dimostrare che, se bisogna modificare qualche legge, sia per scacciare di più dalla provincia l’attività megamineraria.

Tra giugno e la fine di ottobre, furono raccolte migliaia di migliaia di firme. Parallelamente, fu portato a termine un intenso lavoro di verifica con il corpo elettorale provinciale, attraverso il quale si riuscirono a presentare 30.916 firme provenienti da tutta la provincia. Il requisito del 3% del corpo elettorale fu più che duplicato. In pochi mesi, si dimostrò che è sempre più forte l’opposizione all’attività megamineraria e che questo abbraccia tutta la provincia: i popoli dell’altipiano firmarono con un’ampia partecipazione.

Nonostante ciò, il governo di Mariano Arcioni stava avanzando in direzione contraria. Tra i fatti pubblici, fu evidente l’autorizzazione dell’Istituto Provinciale dell’Acqua all’impresa mineraria Pan American Silver per pompare acqua dal bacino acquifero Sacanana e rifornire un accampamento minerario che non avrebbe avuto ragione di esserci se non ci fosse stato sfruttamento. A livello nazionale, fu rilevante l’elezione del Ministro degli Idrocarburi del Chubut, Martín Cerdá, come presidente del Consiglio Federale Minerario, un organismo dipendente dal Ministero dello Sviluppo Produttivo della Nazione al quale il Chubut neppure stava partecipando. A livello provinciale, fu modificata la struttura di detto ministero, nel quale fu creata la Sottosegretaria dell’Attività Mineraria e un’infinità di uffici destinati all’attività. 

Si tratta di un piano coordinato con la Segreteria dell’Attività Mineraria della Nazione, guidata dal sanjuanino Alberto Hensel, che giunse al governo nazionale dopo aver avuto dei meriti come delegato della Barrick Gold nella Segreteria dell’Attività Mineraria di detta provincia; lì, si occupò di garantire l’impunità dell’impresa responsabile degli sversamenti di acqua al cianuro che avvelenò con metalli pesanti il fiume Jáchal. Giustamente fu Hensel che fece conoscere questi lavori in una riunione della Commissione Energia, Mineraria e Combustibili del Senato: davanti alla domanda del senatore del Chubut Alfredo Luenzo su ciò che stavano facendo nel Chubut, rispose che stavano accompagnando l’iniziativa del governatore per sviluppare l’attività mineraria nell’altipiano e che avevano avuto almeno sette riunioni da gennaio fino ad ottobre su questo tema. Nel frattempo, Arcioni continuava a non sbiancare i propri piani con la società chubutense.

Un mese dopo, quando il Tribunale Superiore di Giustizia di Rawson, dopo la relativa verifica delle firme, inviava alla legislatura la Seconda Iniziativa Popolare, Arcioni presentava nel medesimo giorno il suo progetto con la firma di tutti i suoi ministri, inclusa quella di Fabián Puratich, il Ministro della Salute che giorni prima aveva dichiarato che non aveva un’opinione formata sull’attività megamineraria nella provincia.

E ora che succede?

Nella legislatura ci sono due progetti che si contrappongono. Uno rappresenta il risultato di 18 anni di dibattito sociale, è pubblico da più di sei anni ed è stato discusso e sostenuto da più di 30 mila firme. L’altro, che i media provinciali presentano come quello che “inaugura il vero dibattito”, vuole essere approvato attraverso Zoom a tempo di record, evitando le commissioni che dovrebbero dibatterlo e alle spalle della società, in un contesto segnato dalla peggiore crisi economica e sociale che la provincia ricordi, a cui si aggiunge una pandemia.

Nonostante ciò, non sono solo le assemblee, gli abitanti e le abitanti in storiche mobilitazioni che si oppongono al progetto governativo. Conviene riesaminare l’ampiezza dei settori sociali che in quest’ultimo tempo hanno alzato la propria voce contro l’attività megamineraria e contro la lottizzazione, o, almeno, che hanno chiesto che qualcosa di così fondamentale e controverso sia discusso seriamente, e non come vuole il governo provinciale, cominciando dalle autorità scientifiche, accademiche e tecnologiche, le principali autorità dell’INTA, l’Università Nazionale della Patagonia San Juan Bosco, il CENPAT-CONICET e l’Università Tecnologica Nazionale, che hanno dichiarato di non essere state tenute in conto per l’elaborazione del progetto e che senza un permesso sociale non c’è una comunità che possa avere uno sviluppo sostenibile.

Una moltitudine di parlamenti di popoli originari si è espressa già mille volte chiedendo di essere ascoltati e di non avanzare senza aver realizzato la Previa Consultazione che è prevista dal Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Diversi Consigli Deliberanti hanno manifestato la propria opposizione all’attività megamineraria, alla zonificazione, e anche il proprio sostegno all’Iniziativa Popolare (Esquel, Trevelin, Puerto Madryn, Rawson, Lago Puelo, Cholila, Río Pico). Coloro che rappresentano la nostra provincia nel Congresso Nazionale, quasi la totalità delle associazioni provinciali, le organizzazioni di commercianti, i produttori agropastorali, i prestatori di servizi turistici, i lavoratori di aree protette, i lavoratori della salute, gli artisti nazionali… una lista interminabile nella quale risaltano anche organizzazioni dei Diritti Umani e le Chiese Cattolica e Metodista fanno appello al governatore a convincersi e ad ascoltare il popolo.

Se ci fissiamo su coloro che devono legiferare, e, in fin dei conti, alzare la mano per rappresentare o tradire la società chubutense, nella legislatura non dovrebbe essere approvata nessuna zonificazione. Basta ripassare le dichiarazioni di legislatori e legislatrici provinciali per verificare che, se fossero conseguenti con ciò che hanno detto, non ci sarebbe una possibilità matematica che questa sia approvata. Giustamente il problema è che nessuno può affermare che non finiranno con il dare la priorità agli interessi personali.

Il popolo è in strada per chiedere con grida che il resto del paese metta gli occhi sul tradimento che si avvicina. Il presidente Alberto Fernández ha fatto appello sul fatto che, se qualche volta si sbagliava, il popolo scenda in strada a farglielo sapere. L’esempio di Mendoza dimostra che, anche se confondono il sostegno politico e imprenditoriale con un permesso sociale, la società nelle strade li farà mille volte retrocedere. La Nazione dovrà intendere che, anche se ha un piano minerario per tutto il paese, non può essere imposto alle province che hanno già deciso un altro futuro. La società chubutense si è già espressa in tutti i modi pacifici e istituzionali possibili. Rimane da vedere fino a dove sono disposti ad avanzare coloro che governano contro la definitiva volontà popolare che ha già deciso di puntare su un futuro sostenibile, per un Chubut degno, senza saccheggi e senza contaminazione.

Foto: Nicolás Palacios – Fotografíe Con Voces

2 dicembre 2020

Observatorio de Conflictos Mineros de América Latina – OCMAL

Da Comitato Carlos Fonseca

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Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600) è stato un filosofo, scrittore e frate domenicano italiano, condannato al rogo dall'Inquisizione cattolica per eresia.

Giordano Bruno, negli interrogatori cui fu sottoposto durante il tragico processo che segnò gli ultimi anni della sua vita, diede delle informazioni sui suoi primi anni. «Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città», e più precisamente nella contrada di San Giovanni del Cesco, ai piedi del monte Cicala, forse unico figlio del militare, l'alfiere Giovanni, e di Fraulissa Savolina, nell'anno 1548 - «per quanto ho inteso dalli miei» - e fu battezzato col nome di Filippo, in onore dell'erede al trono di Spagna Filippo II. La sua casa - che non esiste più - era modesta, ma ricorda con commossa simpatia l'ambiente che la circondava, l'«amenissimo monte Cicala», le rovine del castello del XII secolo, gli ulivi - forse in parte gli stessi di oggi - e di fronte il Vesuvio che egli, pensando che oltre quella montagna non vi fosse più nulla nel mondo, esplorò ragazzetto: ne trarrà l'insegnamento di non basarsi «esclusivamente sul giudizio dei sensi», come faceva, a suo dire, il grande Aristotele, imparando soprattutto che, aldilà di ogni apparente limite, vi è sempre qualche cosa di altro. Imparò a leggere e a scrivere da un prete nolano, Giandomenico de Iannello e fece gli studi di grammatica nella scuola di un tale Bartolo di Aloia. Proseguì gli studi superiori, dal 1562 al 1565, nell'Università di Napoli, che era allora nel cortile del convento di San Domenico, per apprendere lettere, logica e dialettica da «uno che si chiamava il Sarnese» e lezioni private di logica da un agostiniano, fra' Teofilo da Vaiano. A «14 anni o 15 incirca», rinuncia al nome di Filippo come imposto dalla regola monastica, e assume il nome di Giordano, forse in onore del frate Giordano Crispo, suo insegnante di metafisica, prende quindi l'abito di frate domenicano dal priore del convento di San Domenico Maggiore a Napoli, Ambrogio Pasca,: «finito l'anno della probatione, fui admesso da lui stesso alla professione»: in realtà fu novizio il 15 giugno 1565 e professo il 16 giugno 1566, a diciotto anni. Valutando retrospettivamente, la scelta di indossare l'abito domenicano può spiegarsi non già per un interesse alla vita religiosa o agli studi teologici - che mai ebbe, come affermò anche al processo - ma per potersi dedicare ai suoi studi prediletti di filosofia con il vantaggio di godere della condizione di privilegiata sicurezza che l'appartenenza a quell'Ordine potente certamente gli garantiva. Che egli non fosse entrato fra i domenicani per tutelare l’ortodossia della fede cattolica lo rivelò subito l’episodio – narrato dallo stesso Bruno al processo – nel quale fra’ Giordano, nel convento di San Domenico, buttò via le immagini dei santi in suo possesso, conservando solo il crocefisso e invitando un novizio che leggeva la Historia delle sette allegrezze della Madonna a gettar via quel libro, una modesta operetta devozionale, pubblicata a Firenze nel 1551. Episodio che, pur conosciuto dai superiori, non provocò sanzioni nei suoi confronti, ma che dimostra come il giovane Bruno fosse del tutto estraneo alle tematiche devozionali controriformistiche. Nel 1570 fu ordinato suddiacono, diacono nel 1571, studente di teologia nel 1572 e sacerdote nel 1573, celebrando la sua prima messa nel convento di San Bartolomeo a Campagna, presso Salerno, e nel 1575 si laureò in teologia con due tesi su Tommaso d'Aquino e su Pietro Lombardo. Non bisogna pensare che un convento fosse esclusivamente un'oasi di pace e di meditazione di spiriti eletti: soltanto dal 1567 al 1570, nei confronti dei frati di San Domenico Maggiore furono emesse diciotto sentenze di condanna per scandali sessuali, furti e perfino omicidi: non deve pertanto stupire il disprezzo che Bruno ostentò sempre nei confronti dei frati, ai quali rimproverò in particolare la mancanza di cultura; e non solo: egli fece protagonista della sua commedia Candelaio proprio un suo confratello, un fra' Bonifacio da Napoli, candelaio, ossia sodomita. Tuttavia, la possibilità di formarsi un'ampia cultura non mancava certo nel convento di san Domenico Maggiore, famoso per la ricchezza della sua biblioteca ma dove, come negli altri conventi, erano vietati i libri di Erasmo da Rotterdam che però Bruno si procurò in parte, leggendoli di nascosto. L'esperienza conventuale di Bruno fu in ogni caso decisiva: vi poté fare i suoi studi, formare la sua cultura leggendo di tutto: di Aristotele e di Tommaso d'Aquino, di san Gerolamo e di san Giovanni Crisostomo, di Marsilio Ficino, di Raimondo Lullo e di Nicola Cusano. Nel 1576 la sua indipendenza di pensiero e la sua insofferenza verso l'osservanza dei dogmi si manifestò apertamente: Bruno, discutendo di arianesimo con un frate domenicano, Agostino da Montalcino, ospite nel convento napoletano, sostenne che le opinioni di Ario erano meno perniciose di quel che si riteneva, dichiarando che Ario «diceva che il Verbo non era creatore né cretura, ma medio intra il creatore e la creatura, come il verbo è mezzo tra il dicente e il detto, et però essere detto primogenito avanti tutte le creature, non dal quale ma per il quale si refferisce et ritorna ogni cosa all'ultimo fine, che è il Padre, essagerandomi sopra questo. Per il che fui tolto in sospetto e processato, tra le altre cose, forsi di questo ancora». Così riferì nel 1592 all'inquisitore veneziano dei suoi dubbi sulla Trinità, ammettendo di aver «dubitato circa il nome di persona del figliolo e del Spirito Santo, non intendendo queste due persone distinte dal Padre» ma considerando, neoplatonicamente, il Figlio l'intelletto e lo Spirito, pitagoricamente, l'amore del Padre o l'anima del mondo, non dunque persone o sostanze distinte, ma manifestazioni divine. Denunciato da fra' Agostino al padre provinciale Domenico Vita, questi «fece processo contro di me sopra alcuni articuli, ch'io non so realmente sopra quali articuli, né di che in particular; se non che me fu detto che si faceva processo contra di me di eresia [...] per il che, dubitando di non esser messo in preggione, mi partii da Napoli ed andai a Roma» Bruno raggiunse Roma nel 1576, ospite del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva.

Sono anni di gravi disordini: a Roma sembra non farsi altro, scriveva il cronista marchigiano Gualtiero Gualtieri, che «rubare e ammazzare: molti gittati in Tevere, né di popolo solamente, ma i monsignori, i figli di magnati, messi al tormento del fuoco, e nipoti di cardinali erano levati dal mondo [...] i frati [...] lasciate le chiese e i conventi, correvano a questa vita esecranda» e ne incolpava il vecchio e debole papa Gregorio XIII. Anche Bruno è accusato di aver ammazzato e gettato nel fiume un frate: scrive il bibliotecario Guillaume Cotin, il 7 dicembre 1585, che Bruno fuggì da Roma per «un omicidio commesso da un suo frère, per il quale egli è incolpato e in pericolo di vita, sia per le calunnie dei suoi inquisitori che, ignoranti come sono, non concepiscono la sua filosofia e lo accusano di eresia». Oltre all'accusa di omicidio, Bruno ebbe infatti notizia che nel convento napoletano avevano trovato suoi libri di opere di san Giovanni Crisostomo e di san Gerolamo annotati da Erasmo e che si sta istruendo contro di lui un processo d'eresia. Abbandona allora l'abito domenicano, riassume il nome di Filippo e fugge in Liguria, raggiungendo nell'aprile 1576 Genova: scrive che allora, nella chiesa di Santa Maria a Castello, si adorava come reliquia e si facesse baciare ai fedeli la coda dell'asina che portò Gesù a Gerusalemme - e poi Noli, allora Repubblica indipendente, dove per quattro o cinque mesi insegna grammatica ai bambini e cosmografia agli adulti.

Nel 1577 è a Savona, poi a Torino, che giudica deliciosa città ma, non trovandovi impiego, per via fluviale s'indirizza a Venezia, dove alloggia in una locanda nella contrada di Frezzeria, facendovi stampare il suo primo scritto, andato perduto, De’ segni de’ tempi «per metter insieme un pocco de danari per potermi sustentar; la qual opera feci veder prima al reverendo padre maestro Remigio de Fiorenza», domenicano del convento dei Santi Giovanni e Paolo. Ma a Venezia scoppia un'epidemia di peste che farà decine di migliaia di vittime, anche illustri, come Tiziano e Bruno va a Padova dove, dietro consiglio di alcuni domenicani, riprende il saio e se ne va a Brescia, si ferma nel convento domenicano dove un monaco, «profeta, gran teologo e poliglotta», sospettato di stregoneria per essersi messo a profetizzare, viene da lui guarito, ritornando a essere - scrive Bruno - il solito «asino». Da Bergamo, nell'estate del 1578, decide di andare in Francia: passa per Milano e Torino, ed entra in Savoia, passando l’inverno nel convento domenicano di Chambéry; nel 1579 è a Ginevra, città dove è presente una numerosa colonia di italiani riformati. Bruno depone nuovamente il saio e si veste di cappa, cappello e spada, aderisce al calvinismo e trova lavoro come correttore di bozze, grazie all’interessamento del marchese napoletano Gian Galeazzo Caracciolo il quale, transfuga dall'Italia, nel 1552 aveva fondato la comunità evangelica italiana. Il 20 maggio s’iscrive all’Università come «Filippo Bruno nolano, professore di teologia sacra». In agosto accusa il professore di filosofia Antoine de la Faye di essere un cattivo insegnante e definisce «pedagoghi» i pastori calvinisti. È probabile che Bruno volesse farsi notare, dimostrare l’eccellenza della sua preparazione filosofica e della sue capacità didattiche, per ottenere un incarico d’insegnante, costante ambizione di tutta la sua vita. Anche la sua adesione al calvinismo era mirata a questo scopo; Bruno fu in realtà indifferente a tutte le confessioni religiose: nella misura in cui l’adesione a una religione storica non pregiudicasse le sue convinzioni filosofiche e la libertà di professarle, egli sarebbe stato cattolico in Italia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra e luterano in Germania. Scomunicato e processato per diffamazione, il 27 agosto è costretto a ritrattare; lascia allora Ginevra e si trasferisce brevemente a Lione per passare a Tolosa, città cattolica, sede di un'importante Università, dove per quasi due anni occupò il posto di lettore, insegnandovi il De anima di Aristotele e componendo il trattato di arte della memoria, rimasto inedito e andato perduto, la Clavis magna, che si rifarebbe all' Ars magna del Lullo. A Tolosa conobbe il filosofo scettico portoghese Francisco Sanchez che volle dedicargli il suo libro Quod nihil scitur, chiamandolo «filosofo acutissimo»; ma Bruno non ricambiò la stima, se scrisse di lui di considerare «stupefacente che questo asino si dia il titolo di dottore».

Nel 1581 a causa della guerra fra cattolici e ugonotti raggiunge Parigi dove scrive le prime opere parigine: Il De umbris idearum, nell’opera, la prima parte, la Triginta intentiones idearum, individua i modi con i quali si percepiscono le ombre, le immagini della realtà; la seconda, la Triginta conceptus umbrarum, individua l’ordine dell’universo, retto platonicamente dalle idee, e la terza parte è costituita da un trattato di mnemotecnica. Il Cantus Circaeus: Dello stesso anno è il Cantus Circaeus, opera composta da due dialoghi: nel primo la maga Circe, rovesciando il noto mito narrato da Omero, mostra all'allieva Meri come rivelare la vera natura bestiale di esseri che hanno una forma umana; nel secondo, due allievi di Bruno, Borista ed Alberico, imparano le tecniche dell'arte della memoria insegnate dal maestro. La trasformazione degli uomini in bestie non è dunque un capriccioso sopruso ma la ricomposizione della corrispondenza fra anima e corpo, fra essenza e apparenza, la restituzione del naturale aspetto di ciascun individuo, una corrispondenza che si è perduta nella decadenza dei tempi attuali. Pochissimi saranno gli esseri umani che, al termine della dimostrazione, manterranno l’aspetto originario: «di tanti uomini che prima potevamo vedere, solo tre o quattro sono rimasti tali e corrono tremanti a mettersi al sicuro. Di tutti gli altri, chi si rifugia nella caverna più vicina, chi vola sui rami degli alberi, chi si getta a precipizio nel vicino mare mentre altri, di indole più domestica, si avvicinano in fretta alla nostra casa." il candelaio: Ancora nel 1582 Bruno pubblica il Candelaio, una commedia in cinque atti in cui alla complessità del linguaggio, un insieme di latino, di toscano e di napoletano, corrisponde l’eccentricità della trama, fondata su tre storie parallele. Il candelaio Bonifacio, pur sposato con la bella Carubina, corteggia la cortigiana Vittoria, l’alchimista Bartolomeo si ostina a cercare inutilmente di trasformare i metalli in oro, il grammatico Manfurio si esprime in un linguaggio incomprensibile e il pittore Gioan Bernardo, insieme con una corte di servi e malfattori, si fa beffe di tutti e conquista Carubina. In questo classico della letteratura italiana, appare un mondo assurdo, violento e corrotto, rappresentato con amara comicità, dove gli eventi si succedono in una trasformazione continua: «il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo. Con questa filosofia l'animo mi si aggrandisce, e me si magnifica l'intelletto» e nulla è «di sicuro, ma assai di negocio, difetto a bastanza, poco di bello e nulla di buono». Nel titolo della commedia Bruno definisce se stesso un accademico di nessuna accademia, ilare nella tristezza e triste nell'ilarità e si fa una sorta di autoritratto: «par che sempre sii in contemplazione delle pene dell'inferno [...] un che ride solo per far come fan gli altri: per lo più lo vedrete fastidito, restio e bizarro: non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d'ottant'anni, fantastico com'un cane chìha ricevuto mille spellicciate, pasciuto di cipolla» Nell’aprile 1583 «andai in Inghilterra a star con l'ambasciator di Sua Maestà, che si chiamava il signor della Malviciera, per nome Michel de Castelnovo; in casa del qual non faceva altro, se non che stava per suo gentilhomo. Et me fermai in Inghilterra doi anni et mezo; né in questo tempo, ancora che si dicesse la messa in casa, non andavo né fuori a messa, né a prediche, per la causa sudetta». A giugno, a Oxford, nella chiesa di St Mary, sostenne con uno di quei professori una disputa pubblica. Tornato a Londra, vi pubblicò l' Ars reminiscendi – che riproduce la parte finale del Cantus circaeus - il Sigillus sigillorum e l' Explicatio triginta sigillorum, nella quale inserì una lettera indirizzata al vice cancelliere dell'Università di Oxford, nella quale scrisse che a Oxford «troveranno dispostissimo e prontissimo un uomo col quale saggiare la misura delle proprie forze». È una richiesta di poter insegnare nella prestigiosa Università che viene accolta e nell'estate del 1583 Bruno vi tiene lezioni sulle teorie copernicane. I buoni pedanti di Oxford non gradiscono quelle novità, come testimonierà venti anni dopo, nel 1604, l'arcivescovo di Canterbury Georg Abbot, che fu presente alle lezioni di Bruno, «quell'omiciattolo italiano [...] intraprese il tentativo, tra moltissime altre cose, di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo». Le lezioni furono così interrotte con l'accusa di aver plagiato il De vita coelitus comparanda di Marsilio Ficino. Ritornato a Londra, nel 1584 vi pubblicò La cena de le ceneri, il De la causa, principio et uno, il De l'infinito, universo e mondi e lo Spaccio de la bestia trionfante, mentre l'anno successivo uscirono De gli eroici furori e la Cabala del cavallo pegaso. Gli Eroici furori: Nei dieci dialoghi che compongono Gli eroici furori, pubblicati a Londra nel 1585, Bruno individua tre specie di passioni umane: quella per la vita speculativa, volta alla conoscenza, quella per la vita pratica e attiva, e quella per la vita oziosa. Le due ultime tendenze sono espressione di un furore di poco valore, un «furore basso»; il desiderio di una vita volta alla contemplazione è l'espressione di un «furore eroico», con il quale l'anima, «rapita sopra l'orizzonte de gli affetti naturali [...] vinta da gli alti pensieri, come morta al corpo, aspira ad alto». Nell'ottobre 1585 l'ambasciatore Castelnau è richiamato in Francia e Giordano Bruno s'imbarca con lui; la nave diretta in Francia è assalita dai pirati, che derubano i passeggeri d'ogni avere. Bruno abita a Parigi, presso il Collège de Cambrai, e ogni tanto va a prendere in prestito qualche libro nella biblioteca di Saint-Victor, nella collina di Sainte-Geneviève, il cui bibliotecario, il monaco Guillaume Cotin, ha l'abitudine di annotare giornalmente quanto avveniva nella biblioteca. Entrato in qualche confidenza col filosofo, da lui sappiamo che Bruno stava per pubblicare un'opera, l' Arbor philosophorum, che non ci è pervenuta, che aveva lasciato l'Italia per «evitare le calunnie degli inquisitori, che sono ignoranti e che, non conoscendo la sua filosofia, lo prenderebbero per eretico. Ammiratore di san Tommaso, Bruno disprezzava «le sottigliezza degli scolastici, dei sacramenti e anche dell'eucaristia, ignote a san Pietro e a san Paolo, i quali non seppero altro che hoc est corpus meus. Dice che i torbidi religiosi sarebbero facilmente eliminati se fossero spazzate via tali questioni e spera che questa sarà presto la fine della contesa. Detesta in sommo grado gli eretici di Francia e d'Inghilterra, perché non tengono conto delle buone azioni e predicano la certezza della loro fede e giustificazione, mentre tutta la cristianità tende al buon vivere». Il 28 maggio 1586 fa stampare col nome del discepolo Jean Hennequin l'opuscolo antiaristotelico Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos, partecipando alla successiva pubblica disputa nel Collège de Cambrai, ribadendo le sue critiche alla filosofia aristotelica. Contro tali critiche si levò un giovane avvocato parigino, Raoul Callier, che replicò con violenza chiamando il filosofo Giordano Bruto. Sembra che l'intervento del Callier abbia ricevuto l'appoggio di quasi tutti gli intervenuti e che si sia scatenato un putiferio di fronte al quale il filosofò preferì, una volta tanto, allontanarsi, ma le reazioni negative provocate dal suo intervento contro la filosofia aristotelica, allora ancora in grande auge alla Sorbona, unitamente alla crisi politica e religiosa in corso in Francia e alla mancanza di appoggi a corte, lo indussero a lasciare il paese. Raggiunta in giugno la Germania, soggiorna brevemente a Magonza e a Wiesbaden, passando poi a Marburg, nella cui Università risulta immatricolato il 25 luglio 1586 theologiae doctor romanensis. Ma non trovando possibilità di insegnamento, probabilmente per le sue posizioni antiaristoteliche, il 20 agosto 1586 s'immatricola nell'Università di Wittenberg come doctor italicus, insegnandovi per due anni. Il nuovo duca Cristiano I, succeduto al padre morto l'11 febbraio 1586, decide di rovesciare l'indirizzo degli insegnamenti universitari che privilegiavano le dottrine di Pietro Ramo a svantaggio delle classiche teorie aristoteliche. Dovette essere questa svolta a spingere Bruno, l'8 marzo 1588, a lasciare l'Università di Wittenberg, non senza la lettura di una Oratio valedictoria, un saluto che è un ringraziamento per l'ottima accoglienza della quale è stato gratificato: «sebbene fossi di nazione forestiero, esule, fuggiasco, zimbello della fortuna, piccolo di corpo, scarso di beni, privo di favore, premuto dall'odio della folla, quindi sprezzabile agli stolti e a quegli ignobilissimi che non riconoscono nobiltà se non dove splende l'oro, tinnisce l'argento, e il favore di persone loro simili tripudia e applaude, tuttavia voi, dottissimi, gravissimi e morigeratissimi senatori, non mi disprezzaste, e lo studio mio, non del tutto alieno dallo studio di tutti i dotti della vostra nazione, non lo riprovaste permettendo che fosse violata la libertà filosofica e macchiato il concetto della vostra insigne umanità». In aprile va a Praga, dove rimane sei mesi. Pubblica il De lampade combinatoria lulliana e il De lulliano specierum scrutinio, dedicati all'ambasciatore spagnolo don Gugliemo de Haro, il quale vantava Raimondo Lullo fra i suoi antenati, mentre all'imperatore Rodolfo II dedica gli Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos, che trattano di geometria, e nella dedica rileva come per guarire i mali del mondo sia necessaria la tolleranza, sia in campo strettamente religioso. Ricompensato con trecento talleri dall'imperatore, in autunno lascia Praga e, dopo una breve sosta a Tubinga, giunge a Helmstedt, nella cui Università, chiamata Accademia Julia, si registra il 13 gennaio 1589. Il 1° luglio 1589, per la morte del fondatore dell'Accademia, Julius von Braunschweig, vi legge l' Oratio consolatoria, ove presenta se stesso come forestiero ed esule: «spregiai, abbandonai, perdetti la patria, la casa, la facoltà, gli onori, e ogni altra cosa amabile, appetibile, desiderabile». In Italia «esposto alla gola e alla voracità del lupo romano, qui libero. Lì costretto a culto superstizioso e insanissimo, qui esortato a riti riformati. Lì morto per violenza di tiranni, qui vivo per l'amabilità e la giustizia di un ottimo principe». Le Muse dovrebbe essere libere per diritto naturale eppure «sono invece, in Italia e in Spagna, conculcate dai piedi di vili preti, in Francia patiscono per la guerra civile rischi gravissimi, in Belgio sono sballottate da frequenti marosi, e in alcune regioni tedesche languono infelicemente».

Poche settimane dopo viene scomunicato dal sovrintendente della Chiesa luterana della città, il teologo luterano Heinrich Boethius : Bruno riesce così a collezionare le scomuniche delle maggiori confessioni europee, cattolica, calvinista e luterana. Benché scomunicato, poté tuttavia rimanere ancora a Helmstedt dove compone diverse opere sulla magia, tutte pubblicate solo nel 1891: il De magia, le Theses de magia, un compendio del trattato precedente, il De magia mathematica, il De rerum principiis et elementis et causis e la Medicina lulliana, nella quale presume di aver trovato forme di applicazione della magia nella natura. Alla fine di aprile del 1590 lascia Helmstedt e in giugno raggiunge Francoforte , che prosegue verso l'Italia per studiare a Padova. Avrebbe voluto alloggiare dallo stampatore Johann Wechel, come richiese il 2 luglio al Senato di Francoforte ma la richiesta è respinta e allora Bruno andò ad abitare nel locale convento dei Carmelitani i quali, per privilegio concesso da Carlo V nel 1531, non erano soggetti alla giurisdizione secolare. Nel 1591 vedono la luce tre opere: il De triplici minimo et mensura ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V; verso febbraio parte per la Svizzera, accogliendo l'invito di Hans Heinzel von Dagernstein e di Raphael Egli, ove per quattro o cinque mesi insegna filosofia a Zurigo: le sue lezioni, raccolte con il titolo di Summa terminorum metaphisicorum, saranno in parte pubblicate a Zurigo nel 1595 e poi a Marburg nel 1609, insieme con la Praxis descensus seu applicatio entis. Ritornato a Francoforte in luglio, vi pubblica il De monade, numero et figura liber consequens quinque, il De imaginum, signorum et idearum compositione, dedicato ad Hans Hainzel, e il De innumerabilibus, immenso et infigurabili, seu De universo et mundis libri octo.

Allora come oggi, Francoforte era sede di un'importante fiera del libro, alla quale partecipavano i librai di tutta l'Europa. Fu così che due librai, il senese Giambattista Ciotti e il fiammingo Giacomo Brittano, entrambi attivi a Venezia, conobbero Bruno. A Venezia, il patrizio Giovanni Mocenigo, avendo comprato nella libreria del Ciotti il De minimo del filosofo nolano, affidò al Ciotti una sua lettera nella quale invitava Bruno a Venezia per insegnargli «li secreti della memoria e li altri che egli professa, come si vede in questo suo libro». Nell'agosto 1591 Bruno giunse a Venezia dove si trattenne per pochi giorni e poi andò a Padova tenne per qualche mese lezioni agli studenti tedeschi che frequentano quella Università e sperò invano di ottenervi la cattedra di matematica. Qui compone anche le Praelectiones geometricae, l' Ars deformationum, il De vinculis e il De sigillis Hermetis et Ptolomaei et aliorum, andato perduto. A novembre Bruno tornò a Venezia ma per mesi non si recò dal Mocenigo: solo dalla fine del marzo 1592 si stabilì in casa del patrizio veneziano, interessato alle arti della memoria e alle discipline magiche. Il 21 maggio informò il Mocenigo di voler tornare a Francoforte per stampare delle sue opere: questi pensò che Bruno cercasse un pretesto per abbandonare le lezioni e il giorno dopo lo fece sequestrare in casa dai suoi servitori; il 23 maggio presentò all'Inquisizione una denuncia scritta, accusandolo di blasfemia, di disprezzare le religioni, di non credere nella Trinità divina e nella transustanziazione, di credere nell'eternità del mondo e nell'esistenza di mondi infiniti, di praticare arti magiche, di credere nella metempsicosi, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine. Quella sera stessa Bruno fu arrestato e rinchiuso nelle carceri dell'Inquisizione di Venezia, in San Domenico a Castello. Naturalmente Bruno sa che la sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse dell'Inquisizione veneziane: nega quanto può, tace, e anche mente, su alcuni punti delicati della sua dottrina, confidando che gli inquisitori non possano essere a conoscenza di tutto quanto egli abbia fatto e scritto, e giustifica le differenze fra le concezioni da lui espresse e i dogmi cattolici con il fatto che un filosofo, ragionando secondo «il lume naturale», può giungere a conclusioni discordanti con le materie di fede, senza dover per questo essere considerato un eretico. A ogni buon conto, dopo aver chiesto perdono per gli «errori» commessi, si dichiara disposto a ritrattare quanto si trovi in contrasto con la dottrina della Chiesa. L'Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano: il 27 febbraio 1593 Bruno è rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant'Uffizio. Nuovi testi, per quanto poco affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione, confermano le accuse e ne aggiungono di nuove. Interrogato anche sotto tortura, Giordano Bruno non rinnegò i fondamenti della sua filosofia: ribadì l'infinità dell'universo, la molteplicità dei mondi, la non generazione delle sostanze - «queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s'aggionge mai, o mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione, e congiuntione, o compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell'altro» - e il moto della Terra. A questo proposito spiega che «il modo e la causa del moto della terra e della immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue raggioni et autorità e non pregiudicano all'autoritò della divina scrittura». All'obiezione dell'inquisitore, che gli contesta che nella Bibbia è scritto che la «Terra stat in aeternum» e il sole nasce e tramonta, risponde che vediamo il sole «nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro»; alla contestazione che la sua posizione contrasta con «l'autorità dei Santi Padri», risponde che quelli «sono meno de' filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura». Sostiene che la terra è dotata di un'anima, che le stelle hanno natura angelica, che l'anima non è forma del corpo; come unica concessione, è disposto ad ammettere l'immortalità dell'anima umana. Il 12 GENNAIO 1599 è invitato ad abiurare otto proposizione eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell’immortalità dell’anima, la sua concezione dell’infinità dell’universo e del movimento della Terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla Congregazione dei cardinali inquisitori, della quale il Bellarmino è l'anima. Il 10 settembre è ancora pronto all'abiura, ma il 16 cambia idea e infine, dopo che il Tribunale ha ricevuto una denuncia anonima che accusa Bruno di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo Spaccio della bestia trionfante direttamente contro il papa, il 21 dicembre rifiuta recisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire. L'8 febbraio 1600 è costretto ad ascoltare inginocchiato la sentenza di condanna a morte per rogo; si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla»). Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua in giova - serrata da una morsa perché non possa parlare o lanciare maledizioni - muore bruciato in Campo de' Fiori.

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