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Articoli filtrati per data: Monday, 11 Gennaio 2021

In questa pagina raccoglieremo alcuni dei contenuti che sono apparsi in rete o che ci sono stati inviati e segnalati dai nostri lettori e dalle nostre lettrici sulla battaglia di Capitol Hill per provare a comprendere cosa ha significato un evento di questa portata, quali sono stati i fenomeni che ne hanno costituito le premesse e dibattere sugli scenari che si aprono.  Buona lettura!

 

Il nostro editoriale: Assalto a Capitol Hill: le convulsioni dell'impero

 

Altri sguardi:

per farsi un'idea del dibattito

Altri sguardi: Radio Onda d'Urto intervista Bruno Cartosio su Capitol Hill - da Radio Onda d'Urto

Altri sguardi: Occupy Capitol hill - da Radio Onda Rossa

Altri sguardi: Il declino dell’impero americano - da Carmilla

Altri sguardi: American tragedy - da Volere la luna

Altri sguardi: 6 Gennaio 2021 attacco al Capitol: riflessioni dall’America di classe, degli oppressi, anticapitalista e antirazzista - da Noi non abbiamo patria

 

Traduzioni:

dal campo di battaglia

Il fascismo delle finestre rotte - da It's going down

 

Contributi dei lettori/delle lettrici:

Altri sguardi: USA, il contributo di un lettore

 

Segnalazioni:

La presa di Capitol Hill. L'America non è questo. No, l'America è proprio questo

Riot on the Hill

The Battle of Capitol Hill

USA: THE DAY AFTER. ANALISI E VALUTAZIONI DOPO L’EXPLOIT DELL’ULTRADESTRA TRUMPIANA A WASHINGTON

 

Altro:

The Journey of Ashli Babbitt

January 6: A Mass Base for Fascism? – Meanwhile, as the Republicans Fracture, a New Political Center Emerges—Further to the Right

The Big Takeover

 

 

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Abbiamo tradotto questo interessante contributo di It's going down sull'assalto al congresso da parte dei sostenitori di Trump. Se da un lato ci pare eccessiva la definizione di colpo di Stato, dall'altro lato ci sembra che il testo individui alcune delle tendenze che potrebbe aver innescato questo evento nel futuro prossimo. Buona lettura!  

Three Way Fight sostiene che il recente fallito golpe rappresenta una potenziale fine alla coalizione trumpiana tra conservatori convenzionali e estrema destra e offre alcune riflessioni su ciò che verrà dopo.

1 Quando Donald Trump si è candidato per la prima volta alla presidenza nel 2015-16, molti sostenitori dell'alt-right lo hanno sostenuto non perché pensavano che potesse vincere, ma perché speravano che avrebbe aiutato a distruggere il partito repubblicano. Non l'ha fatto bene, ma ha creato una grave crisi all'interno del partito, che ora è profondamente diviso tra chi accetta e chi rifiuta la legittimità del sistema elettorale esistente. Un GOP rotto potrebbe sembrare motivo di festeggiamenti, ma è probabile che possa avvantaggiare soprattutto l'estrema destra. L'assalto fisico di oggi alle houses of Congress è stato il margine militante di un movimento molto più grande, e mentre alienerà o spaventerà alcuni simpatizzanti galvanizzerà e incoraggerà altri.

2 In termini più ampi, l'insistente negazione da parte di Trump dei risultati delle elezioni di novembre ha stimolato un massiccio cambiamento politico all'interno della destra statunitense, poiché milioni di persone si sono spostate, almeno temporaneamente, dalla lealtà al sistema all'opposizione al sistema, come simboleggiano i Proud Boys che calpestano una bandiera della Thin Blue Line. Dovremmo aspettarci che questa destra di opposizione rimanga attivo e violenta molto tempo dopo la fine dell'attuale lotta per la Presidenza, come ha sostenuto ieri Natasha Lennard. E come documenta Robert Evans, la destra di opposizione è un luogo di incontro in cui convergono e interagiscono diverse correnti e ideologie di destra, come il neonazismo e QAnon. Resta da vedere quanto sarà unificata o ben organizzata la destra di opposizione, che tipo di strategie e tattiche useranno e se lo stesso Trump continuerà a svolgere un ruolo attivo.

3 L'attacco al Campidoglio degli Stati Uniti è, come molti lo hanno descritto, un tentativo di colpo di Stato. Drammatizza l'autoritarismo, la demagogia e il ripudio del sistema elettorale di Donald Trump che lo ha messo alla Casa Bianca, ma evidenzia anche uno dei limiti chiave che hanno separato l'amministrazione Trump dal fascismo. Il fascismo richiede un'organizzazione di massa indipendente per portare avanti il suo attacco all'ordine politico stabilito. Trump non ha mai cercato di costruire un'organizzazione del genere. Ha abilmente usato i social media e i raduni per mobilitare i sostenitori, ma dal punto di vista organizzativo si è affidato alle istituzioni esistenti, soprattutto al Partito Repubblicano, che fa parte del motivo per cui la sua amministrazione era una coalizione tra America Firsters e conservatori convenzionali di vario tipo. Ora quella coalizione sta cadendo a pezzi. E anche il controllo di Trump sull'apparato di sicurezza federale si è rivelato piuttosto limitato. Ha potuto mobilitare agenti della Sicurezza Nazionale e Marshal degli Stati Uniti per reprimere i manifestanti di Black Lives Matter la scorsa estate, ma non è riuscito a schierare alcun agente federale per aiutarlo a ribaltare i risultati delle elezioni del 2020. La folla odierna di sostenitori di Trump non ha mai avuto la possibilità di prendere il potere, ma ha portato il Congresso a un completo stallo per ore. Con una migliore organizzazione e leadership, il movimento che rappresentano potrebbe rapidamente trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso.

4 Una domanda per i prossimi mesi e anni è: in che misura l'apparato repressivo statale sarà utilizzato per reprimere la destra opposizionale? Certamente, i poliziotti non andranno dietro agli attivisti della MAGA e i Proud Boys nel modo in cui vanno dietro a Black Lives Matter e antifa, ma c'è una lunga storia di forze di sicurezza federali che prendono di mira gli aderenti all'estrema destra, specialmente attraverso operazioni sotto copertura. A Joe Biden piace parlare di unità, ma non è difficile immaginare che la sua amministrazione rinforzi ed espanda le capacità dell'FBI e della Sicurezza Nazionale per rintracciare i suprematisti bianchi e altri di estrema destra. Inoltre, non è difficile immaginare che alcuni conservatori convenzionali sostengano attivamente questo sforzo. Ricordiamo che lo sforzo più serio e sistematico del governo federale per reprimere la destra opposizionale negli ultimi 40 anni - dall'Ordine alla rete Lyndon LaRouche - è avvenuto sotto Ronald Reagan. E ricordiamo anche che nelle mani dello stato capitalista, l'antifascismo può essere una potente logica per costruire l'apparato repressivo, che finisce per essere usato principalmente contro gruppi oppressi e sfruttati. Anche quando la polizia e il Klan non vanno di pari passo, nessuno dei due è nostro amico.

5 Invece di guardare allo Stato per tenere le cose sotto controllo, c'è urgente bisogno di un'azione militante su due fronti: combattere sia le forze apertamente suprematiste della destra di opposizione che i sistemi meno evidenti ma ancora mortali di privilegio e potere consolidati. Gli ultimi quattro anni sono stati da incubo in molti modi, ma sono stati anche un periodo di attivismo liberatorio dinamico su larga scala. Ci sono molti esempi potenti di organizzazione militante e creativa da cui possiamo cercare lezioni e ispirazione.

foto via: Beth Macdonald su Unsplash

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Nella sua dichiarazione di Capodanno il gruppo ribadisce il suo rifiuto dell’Accordo del Venerdì Santo e del Northern Ireland Act del 1998 che prevede la convocazione di un referendum se sembra che la maggioranza delle persone nel nord sosterrebbe un’Irlanda unita.

Tuttavia, riconosce il mutato panorama politico determinato dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. “Il 2021 deve essere l’anno in cui i repubblicani recuperano questo terreno perduto”, affermano i repubblicani. Il cambio di paradigma nella direzione politica determinato dalla Brexit si è consolidato, ora che l’accordo è stato raggiunto tra Londra e Bruxelles. Il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord ora, ad ogni occasione che gli si presenta, eserciterà la sua politica e la sovranità economica come mezzo per distinguersi dall’UE agli occhi delle nazioni del mondo. Che tali azioni violino la sovranità irlandese dimostra la loro completa indifferenza per il benessere del popolo irlandese. Il 32CSM continua a rifiutare un sondaggio di confine nel nord, come è stato chiarito. Questo ha anche messo in luce il pensiero politico emergente in merito a una disposizione sullo scrutinio di frontiera contenuta nell’accordo del Venerdì Santo. Dublino sta ora rendendo assolutamente chiaro che una semplice maggioranza numerica non sarà sufficiente, né giustificherà, la convocazione di un referendum per porre fine alla partizione. Dato che lo svolgimento di un tale referendum nelle Sei Contee è per capriccio di un Segretario di Stato (democraticamente inspiegabile per chiunque in Irlanda), la definizione politica di ciò che costituisce una maggioranza favorirà fermamente lo status quo costituzionale. Questo è ora il il pensiero politico dominante su questo tema. Come ha recentemente osservato un portavoce dei provisionals riguardo al GFA, “ci hanno venduto un cucciolo”. In un cambiamento significativo, tuttavia, il movimento afferma di non poter ignorare le “realtà politiche” stabilite sulla scia della Brexit.”

“La realtà di questa traiettoria politica deve essere colta dai repubblicani se vogliamo avere qualche speranza di esercitare un’influenza politica su di essa. Devono essere tenute conversazioni radicali sul concetto e la funzione di un sondaggio di confine in modo che una posizione chiara e coerente possa essere concordata. Va sottolineato che qualsiasi posizione assunta, sia essa in opposizione a, o partecipazione a, (o qualsiasi altro corso) riguardo a tale sondaggio, deve contenere una strategia politica praticabile per dare effetto a qualunque posizione venga adottata. Il 32 County Sovereignty Movement rifiuta il concetto di uno scrutinio di confine come meccanismo per risolvere la violazione di Westminster della nostra sovranità nazionale. La nostra posizione su questo punto è stata chiarita nel nostro ricorso alle Nazioni Unite e non possiamo discostarci da questo. Tuttavia, riconosciamo anche che sia la questione di un sondaggio di confine che lo svolgimento di un sondaggio di questo tipo sono questioni politiche significative che non possono essere semplicemente ignorate. Questo è il motivo per cui chiediamo ai repubblicani di unirsi per forgiare una strategia concordata al riguardo. basata sul principio guida che dobbiamo impegnarci con la politica a cui ci opponiamo senza esserne compromessi. Il prossimo anno segnerà il centenario dell’imposizione della partizione nel nostro paese. Il centenario rappresenta un duplice fallimento sia della partizione stessa che del fallimento dei repubblicani nel rimuoverla. La longevità della partizione, l’immaginario trampolino di lancio, ha anche cambiato il suo la natura lo è ancora di più ora che la Brexit ha trasformato il confine in una frontiera europea. Ciò significa che una nuova dinamica è ora richiesta negli argomenti repubblicani per porre fine alla partizione e questi argomenti devono essere presentati al nostro popolo in modo chiaro e lucido. Se ignoriamo queste realtà politiche, se limitiamo il nostro pensiero allo storico a scapito dei contemporanei la nostra unica ricompensa sarà una maggiore emarginazione. Il 32 County Sovereignty Movement è pronto a fare la nostra parte”.

da lesenfantsterribles.org

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Si conclude oggi una settimana carica di iniziative No Tav.  Il 5 e l’8 gennaio il Movimento si è dato appuntamento all’ex autoporto di San Didero per pensare insieme a forme nuove di cura del territorio per rendere il nuovo presidio, nato là dove la controparte vorrebbe costruire e devastare , un luogo accogliente e attraversabile da tutti e tutte. La giornata dell’Epifania è stata dedicata interamente ai più piccolini : la Befana No Tav a bordo della sua scopa a bassa velocità è atterrata a San Didero per portare giochi e leccornie a grandi e piccini.
Giovedì ci siamo ritrovati al consueto appuntamento davanti al Carcere delle Vallette per portare sostegno e solidarietà a Dana e Fabiola e a tutte e tutti i No Tav privat* della propria libertà.

Un nuovo anno di lotta e resistenza è stato dunque inaugurato a partire dai primissimi giorni di gennaio, per arrivare ad oggi, giornata in cui il Movimento si è ritrovato in assemblea a Giaglione a seguito del vergognoso allargamento del cantiere avvenuto in piena zona rossa durante le Feste Natalizie e che ha visto l’abbattimento di altri ettari di bosco composto da alberi secolari.

Sin dai primi interventi il movimento No Tav ha espresso la voglia di intraprendere la strada per raggiungere il Presidio Permanente dei Mulini.

Imboccato il sentiero Gallo romano gli attivisti hanno incontrato il solito cancello di ferro a sbarramento della strada. La voglia e la determinazione di     raggiungere i resistenti ai Mulini era tanta e così diversi No Tav hanno preso alcuni sentieri per provare ad aggirare le barriere posizionate dalle forze dell’ordine.

Quando finalmente un gruppo di No Tav è riuscito ad avvicinarsi al blocco vicino allo svincolo autostradale, le forze di polizia che presidiavano la zona sono letteralmente scappate a gambe levate nascondendosi sotto il cavalcavia, lasciando così sguarnita la postazione di controllo situata all’ingresso del cantiere.

Una strabiliante mossa che dà la cifra di come viene gestita l’intera vicenda dell’alta velocità e di quanto, nella realtà, l’apparato di sicurezza posto a difesa del cantiere non sia così forte come vuole far apparire.Nel frattempo, da un altro versante della Val Clarea, venivano lanciati fuochi d’artificio sulla zona interessata ai lavori, per far caprire che non vi è alcuna pacificazione e che la Valsusa non ha nessuna intenzione di subire questa squallida devastazione.
In conclusione dell’iniziativa, anche al cancello sulla strada principale, i No Tav hanno provato ad aprire un varco nel cancello utilizzando dei flessibili, accompagnati da cori e battiture. La polizia ha risposto con un fitto lancio di lacrimogeni, senza però tenere in considerazione che la natura è No Tav e di conseguenza la neve che ricopre le montagne della Val Clarea li ha spenti uno dopo l’altro.

Continueremo senza fermarci fino a che l’ultimo bullone di quel cantiere non sarà stato smontato. Con Dana, Fabiola, Stella, Stefano, Emilio, Mattia e tutte/i le/i No Tav che stanno subendo ingiuste limitazioni della propria libertà, c’eravamo, ci siamo e ci saremo sempre. Avanti No Tav!

da notav.info

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Fabrizio De André nasce il 18 febbraio 1940 a Genova (Pegli).

Nella primavera del 1941, il padre, il professor De André, antifascista, visto l'aggravarsi della situazione a causa della guerra, si reca nell'Astigiano alla ricerca di un cascinale ove far rifugiare i propri familiari e acquista nei pressi di Revignano d'Asti la Cascina dell'Orto ove Fabrizio trascorre parte della propria infanzia con la madre e il fratello Mauro, maggiore di quattro anni.

Qui il piccolo "Bicio" - come viene soprannominato - impara a conoscere tutti gli aspetti della vita contadina, integrandosi con le persone del luogo e facendosi benvolere dalle stesse. E' proprio in tale contesto che cominciano a manifestare i primi segni di interesse per la musica: un giorno la madre lo trova in piedi su una sedia, con la radio accesa, intento a dirigere un brano sinfonico a mo’ di direttore d'orchestra.

Nel 1945 la famiglia De André torna a Genova. Nell'ottobre del 1946 il piccolo Fabrizio viene iscritto alla scuola elementare presso l'Istituto delle suore Marcelline (da lui ribattezzate "porcelline") dove inizia a manifestare il suo temperamento ribelle e anticonformista. Nel 1948, constatata la particolare predisposizione del figlio, i genitori di Fabrizio, estimatori di musica classica, decidono di fargli studiare il violino.

Nel '51 De André inizia la frequentazione della scuola media Giovanni Pascoli ma una sua bocciatura, in seconda, fa infuriare il padre in maniera tale che lo demanda, per l'educazione, ai severissimi gesuiti dell'Arecco.

Nel 1955 la prima esibizione in pubblico. Il suo primo gruppo suona genere country e western, girando per club privati e feste ma Fabrizio si avvicina poco dopo alla musica jazz e, nel '56, scopre la canzone francese nonché quella trobadorica medievale. Seguono gli studi ginnasiali, liceali ed infine universitari (facoltà di giurisprudenza), interrotti a sei esami dalla fine. Il suo primo disco esce nel '58 (l'ormai dimenticato singolo "Nuvole barocche"), seguito da altri episodi a 45 giri, ma la svolta artistica matura diversi anni dopo, quando Mina gli incide "La Canzone di Marinella", che si trasforma in un grande successo.

Il giovane cantautore s'accompagna con la chitarra acustica, si batte contro l'ipocrisia bigotta e le convenzioni borghesi imperanti, in brani diventati poi storici come "La Guerra di Piero", "Bocca di Rosa", "Via del Campo". Seguirono altri album.

Solo dal 1975 De André, schivo e taciturno, accetta di esibirsi in tour. Nel 1977 nasce Luvi, la seconda figlia dalla compagna Dori Ghezzi. Proprio la bionda cantante e De André vengono rapiti dall'anonima sarda, nella loro villa di Tempio Pausania nel 1979. Il sequestro dura quattro mesi e porta alla realizzazione dell'"Indiano" nel 1981 dove la cultura sarda dei pastori viene accostata a quella dei nativi d'America. La consacrazione internazionale arriva con "Creuza de ma", nel 1984 dove il dialetto ligure e l'atmosfera sonora mediterranea raccontano odori, personaggi e storie di porto. Il disco segna una pietra miliare per l'allora nascente world music italiana ed e' premiato dalla critica come miglior album dell'anno e del decennio.

Il 27 agosto del 1979 Fabrizio De André e la cantante Dori Ghezzi, sua compagna, furono rapiti in Sardegna. Vissero per 117 giorni all'aperto, in una tenda tra le montagne di Pattada, nella provincia di Sassari, e vennero liberati separatamente, il 20 e il 21 dicembre, a seguito del pagamento di un riscatto.

Negli anni Settanta Fabrizio De André e Dori Ghezzi avevano comprato alcuni terreni in Sardegna e ristrutturato una tenuta agricola, l’Agnata, a una quindicina di chilometri da Tempio Pausania. Il 27 agosto del 1979, dopo cena, erano circa le 23, mentre si preparavano per andare a dormire, lei sentì qualcuno salire le scale del piano superiore.

A quel punto venne aggredita da due uomini armati e col volto coperto da un cappuccio con due fori all'altezza degli occhi, mentre un terzo malvivente puntava un fucile contro Fabrizio. “Fummo presi e fatti scendere al piano terra - raccontarono i due in seguito -, dopo averci fatto calzare scarpe chiuse e portato con noi alcune paia di calze. Ci fecero uscire dal retro della casa e fatti sedere sulla nostra macchina, una Citroen Diane 6, targata MI. Prima di chiudere la porta chiesero a Fabrizio dove fosse l’interruttore per spegnere le luci del giardino”. Dalla casa venne portato via anche il fucile Winchester che Fabrizio teneva nella sua camera da letto e una confezione di munizioni.

Dori e Fabrizio vennero fatti salire sui sedili posteriori della Citroen con due banditi a fianco, l'altro guidò la vettura viaggiando verso la statale Tempio-Oschiri. Tra Monti e Alà dei Sardi vennero fatti scendere dall'auto e consegnati ad un quarto "malvivente" che, nonostante gli accordi prevedessero un trasferimento ad Orune, li condusse a Sa Linna Sicca, nelle montagne di Pattada, dopo ore di marcia forzata. Dori ricorderà: “Scendemmo definitivamente dalla macchina e iniziammo il tragitto a piedi per la campagna che alternava tratti scoscesi a tratti pianeggianti e poi ripidi, tra cespugli e rovi, con la testa incappucciata. Camminammo per circa due ore. Dopo una sosta di riposo, riprendemmo il trasferimento in percorsi ancora più accidentati, camminando per qualche ora ancora. Dopo di che, sfiniti, ci fermammo, trascorrendo la notte all’addiaccio. Il cammino riprese il giorno successivo, percorrendo un tragitto interamente in salita, fino all’imbrunire. Raggiunta la destinazione, per la prima volta ci tolsero le maschere e alla nostra vista si presenta la sagoma di un bandito incappucciato. Apprendemmo che si trattava di uno dei nostri custodi, che ci accompagnerà per tutta la prigionia e che Fabrizio battezzerà col nome "il rospo” per via della sua voce gracchiante”.

I prigionieri rimasero nel primo nascondiglio per circa una settimana dormendo all'aperto, i due custodi rimasero sempre incappucciati. Ogni sera arrivava un terzo componente della banda che portava viveri e indumenti. Le parole d'ordine erano "San Pietro" per il vivandiere e "San Giovanni" per i custodi. Poi la coppia viene spostata in un nuovo rifugio, dove rimarrà per qualche mese. Racconterà Dori: “Quando è iniziata la stagione fredda ci hanno dotato di una piccola tenda per ripararci dalle intemperie. Abbiamo sostato in quel luogo fino alla interruzione delle trattative condotte dai secondi emissari. Le informazioni che ci davano erano che il padre di Fabrizio non volesse pagare il riscatto. Ci proponevano di liberare Fabrizio per pagare il mio riscatto o, viceversa, di liberare me affinché Fabrizio convincesse il padre a pagare la mia liberazione. Alla supplica di Fabrizio di alleviarci dalla torture delle bende i banditi acconsentirono, legandoci però con delle catene perché non scappassimo. Uno dei banditi, che di tanto in tanto veniva per accertarsi delle nostre condizioni, raccomandando ai custodi di trattarci bene, comunicava in italiano corretto e forbito, si esprimeva in modo calmo e gentile, che Fabrizio chiamava "l’avvocato". Dopo il 5 novembre siamo stati nuovamente spostati su un altro versante della montagna. In quel rifugio le tende erano due, una per noi e una per i custodi; ci dotarono anche di un fornello da campo e di una bombola di gas per preparare cibi caldi. Fino ad allora ci nutrivano con pane e formaggio, salsiccia e scatolame”. Nei mesi autunnali ed invernali, nei monti di Pattada, vi è un freddo pungente.

Fin dalla prime fasi delle indagini del Comando dei Carabinieri di Tempio, gli inquirenti ritennero che il sequestro fosse maturato in ambiente orunese. Una volta individuate quelle che potevano essere persone chiave nella vicenda, gli investigatori fecero mettere sotto controllo gli apparati telefonici dei sospettati. Il nucleo originario della banda risultò essere composto proprio da due orunesi e da un veterinario di Radicofani (Siena), vicino all'ambiente pastorale sardo in Toscana. I tre, nei mesi precedenti il rapimento, si erano recati spesso a Tempio per cercare i contatti che consentissero di avere informazioni per portare a compimento il progetto criminale. Vennero contattate diverse persone residenti in Gallura di origine barbaricina e, una volta individuato il basista, era necessario completare la banda con quegli elementi che avrebbero dovuto prelevare le vittime, trattare con la famiglia e portare a termine altri compiti minori. Vennero così coinvolti alcuni componenti di Pattada e alcuni latitanti che avrebbero potuto sorvegliare la coppia durante la prigionia. Gli inquirenti capiscono anche che, all’interno della banda, stanno maturando due diverse correnti che vedono l’anima orunese a tratti contrapposta a quella pattadese, contrasti che causeranno ritardi nelle trattative e nella liberazione degli ostaggi. Persino il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, amico del padre di Fabrizio, si recò in Sardegna per favorire un buon avvio delle indagini.

Dalle indagini emerse come le vittime avessero indirizzato una lettera al padre di Fabrizio, nella quale gli riferivano che i rapitori avevano richiesto, per rilasciarli, un riscatto di 2 miliardi di lire. La famiglia De André incaricò l'avvocato Pinna di Sassari di seguire la vicenda e prese contatti col parroco del Sacro Cuore di Tempio, don Salvatore Vico, al quale fu chiesto di fungere da emissario. Così don Vico, assieme ad una Guardia forestale di Tempio, prese contatto con i rapitori e li incontrò nelle campagne di Orune, ricevendo un ritaglio di giornale con le firme dei prigionieri che dimostrava la loro buona salute. Il sacerdote tentò di convincere i banditi a ridimensionare le pretese, poiché la famiglia De André non era in grado di recuperare una simile somma di denaro, ma il tentativo di mediazione fallì. A inizio novembre, dopo un lungo e preoccupante silenzio, vi fu un nuovo contatto fra sequestratori e famiglia. Emissari della famiglia, in quel caso, furono Gesuino Dessì e Francesco Giuseppe Pala, che risultò poi essere il basista del sequestro. Gli emissari incontrarono per due volte i rapitori nella valle di Marreri, a Orune, e i banditi minacciarono di uccidere gli ostaggi se la famiglia non avesse pagato al più presto 300 milioni di lire come anticipo del riscatto. Seguirono altri incontri, ma le linee divergenti all'interno della banda stessa resero infruttuosi tutti i contatti. Una terza fase vide nuovamente don Salvatore Vico e Giulio Carta, facoltoso commerciante di Orune, impegnati nel ruolo di emissari. Fu la volta buona: il parroco del Sacro Cuore di Tempio riuscì a portare a compimento le trattative, con il riscatto che venne fissato a 550 milioni di lire e pagato, portando alla liberazione degli ostaggi. Altri 50 milioni sarebbero dovuti essere consegnati dopo la liberazione, impegno che venne onorato da De André. Si scoprì poi che Giulio Carta, che doveva consegnare i soldi ai banditi, tenne per sé 50 milioni di lire.

Alle 23 del 20 dicembre, a pochi chilometri da Alà dei Sardi, venne rilasciata Dori Ghezzi, che fu soccorsa da don Vico. Alle 21 del 21 dicembre, invece, venne liberato Fabrizio, nei pressi di Buddusò. Erano passati 117 giorni dal sequestro. Raccontò Dori: “Il 20 dicembre il mio guardiano mi disse che avevano deciso di liberarci. Verso le 15, dopo aver mangiato pane e formaggio, ci incamminammo a piedi percorrendo un tratto di terreno molto scosceso, col viso incappucciato. Mi accompagnano due banditi, di cui il mio guardiano e un altro che non avevamo mai sentito, né visto. Camminammo per almeno 3 ore. Passammo vicino ad una cascata d’acqua, poi attraversammo un fiume. Sentivo l’abbaiare di cani, presumo vicino ad un casolare o forse un ovile; lo intuisco da alcuni rumori. Aspettammo tante, tantissime ore vicino ad una strada nascosti tra i cespugli fino a notte inoltrata. Sono circa le 23 quando finalmente arriva una macchina, una Citroen, che ci carica a bordo. Io ero sempre con le mani legate e mascherata, sorvegliata dai due banditi. Dopo un po’ di strada, forse mezz’ora, mi fecero scendere lasciandomi sul ciglio della strada in attesa che gli emissari mi venissero a prendere.” Fabrizio, nel frattempo, era rimasto nella tenda col suo carceriere. L'indomani, dopo aver ripulito il nascondiglio, si allontanarono anche loro. “Dopo alcune ore di marcia in compagnia del mio guardiano raggiungemmo una strada asfaltata. Mi disse di aspettare che sarebbero venuti a prendermi per accompagnarmi a casa.”

La banda risultò essere composta da sei orunesi, un toscano e tre pattadesi. Le condanne in tribunale andarono dai 9 ai 25anni.

L'11 gennaio 1999 Fabrizio De André muore a Milano, stroncato da un male incurabile.

 

Guarda "Hotel Supramonte FABRIZIO DE ANDRE. L'originale":

 

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PIERO PINETTI di anni 20.

Nato il 3 dicembre 1924 a Genova.

Di professione meccanico, assunto presso l’Ansaldo di Sampierdarena (GE).

Membro del partito comunista clandestino, dopo l’armistizio partecipa alla lotta di liberazione impegnandosi, almeno inizialmente, in diversi compiti organizzativi.

Entrato nelle fila della 175ª Brigata Garibaldi SAP (poi Brigata Guglielmetti, dislocata a Genova-Val Bisagno), nell’agosto del 1944 ne diventa il vice-comandante. Caduto in una trappola tesagli da alcuni elementi della X Mas, che gli danno un falso appuntamento per un rifornimento di armi, Pinetti viene arrestato in via Bobbio, a Genova, l’11 gennaio 1945.

Imprigionato nelle carceri cittadine di Marassi, il 29 gennaio viene processato e condannato a morte dal tribunale militare straordinario, riunitosi a Palazzo Ducale. All’alba del 1º febbraio 1945 viene prelevato dalla cella e condotto presso il Forte Castellaccio, un antico bastione situato nell’entroterra della provincia di Genova, dove viene fucilato dalle Brigate Nere assieme a Sabatino Di Nello (Pietro Silvesti), Alfredo Formenti (Brodo), Angelo Gazzo (Falco), Luigi Achille Riva (Foce) e Federico Vinelli (Ala-Seri), tutti partigiani condannati a morte e detenuti nel penitenziario di Marassi.

 

Il seguente racconto, tratto dal giornalino “Il Quartiere”, è stato narrato dalla signora Ida Folli:

“Quel mattino del 1^ febbraio 1945 una nebbia fitta e densa permetteva di vedere a pochi metri di distanza; erano circa le sei quando venni svegliata da alcuni colpi battuti alla porta di casa. Erano le Brigate Nere che volevano sapere dove fosse l’ingresso del Forte Castellaccio; mi portai sulla strada per indicarglielo e notai che vi erano alcuni automezzi fermi con il motore acceso che invertirono poi il senso di marcia e ridiscesero. Circa un’ora e mezza dopo, come di consueto, mi avviai per la strada che scende al Righi per recarmi al lavoro ma, giunta sull’ultima curva prima del ponte levatoio, venni fermata dalle Brigate Nere e invitata a tornare indietro.

Mentre discutevo con costoro per vedere di riuscire a passare e proseguire, le grida di un giovane che invocava la mamma mi fecero ammutolire e trasalire; subito dopo alcune raffiche di mitra soffocarono quelle invocazioni. I colpi isolati che seguirono furono più eloquenti e mi fecero capire cosa stava succedendo.

Non contai più il tempo e quando mi fecero proseguire, stavano caricando le casse funebri precedentemente allineate ai margini della strada sui terrapieni dopo il ponte.

I soldati del Comando dell’Artiglieria della Repubblica Sociale Italiana, alloggiati nel Convento delle Suore Crocifisse sfollate a Stazzano (AL) , avevano fornito loro le sedie prese in chiesa e servite per i condannati a morte, e adesso le riportavano indietro. La nebbia aveva impedito loro di trovare l’ingresso del Castellaccio e così, con il servizio ausiliario di becchini, i soldati fucilarono i Partigiani sotto il ponte levatoio. Se fossero entrati nel Forte, sedie e becchini li avrebbero forniti molto probabilmente i Risoluti o i Bersaglieri.”

 

LETTERA DI PIERO PINETTI ALLA MADRE

“Genova 29 gennaio 1945

Carissima mamma,

quando tu leggerai queste

mie ultime righe il mio sangue avrà forse da

un pezzo smesso di circolare nel mio corpo.

L’ultima volta che ti vidi mi dicesti di farmi coraggio e mantenendo fede alla parola data vado incontro alla morte senza paura e senza sgomento.

Ti riuscirà forse difficile comprenderlo, ma sappi che chi ha reclamato il frutto del tuo sangue e chi lo ha giudicato, sono stati gli uomini.

A parer mio tutti gli uomini sono soggetti

a fallire e non hanno perciò diritto di giudicare

poiché solo un ente superiore può giudicare tutti

noi che non siamo altro che vermi di passaggio su questa terra.

Ciò che ho fatto è dovuto al mio fermo carattere

di seguire un’idea e per questo pago con

la vita come già pagarono in modo ancora più

orrendo ed atroce migliaia di seguaci di Cristo

la loro fede.

Io ho creduto in questo, sia giusto o sbagliato,

ed ho combattuto per questo fino alla fine, non negandolo a nessuno. Con questo non posso far altro che dirti di combattere il dolore che ti ho causato e di perdonarmi se ti riesce nella possibilità di farlo.

Ti prego di rimanere calma e di non lasciarti battere e di non pensare a combinare sciocchezze

poiché allora implicheresti la tua stessa esistenza ed allora la sventura verrebbe duplicata.

Devi adattarti al pensiero che io avrei potuto mancare a te, in migliaia di casi, di malattia, al fronte, ecc. Come vedi il fato era diverso la sorte sempre la stessa. Tu sai che in vent’anni io ho avuto molto a che fare con la vita ed ho avuto pure dei profondi abbattimenti morali tanto che in questi momenti la vita mi pesava.

Con ciò non voglio dirti di perdonarmi del dolore e dell’ingratitudine che ho avuto per te.

Ricordati però che ciò nonostante non ho mai cessato di amarti e di ricordare ciò che hai fatto per me.

Con questo ti invio un aff.mo bacio come ultimo

ricordo del tuo carissimo figlio

Pinetti Pietro”

 

LETTERA DI PIERO A MARIA

“Genova 29 gennaio 1945

Pinetti Pietro

Signorina Cappellotto Maria

Via Ponte Carrega 7/6

Carissima Maria,

come immaginerai chi ti scrive per la

prima e l’ultima volta è Piero.

Come vedi, attendo di ora in ora la fucilazione per reati politici. Voglio che tu comprenda da queste mie

poche righe che un ultimo pensiero come lo rivolgo ai miei genitori ed alla zia lo rivolgo anche a te.

Credo capirai quanto ti ho rispettato e non abbia mai disperato sull’avvenire. Vorrei che dessi con questo un ultimo sguardo all’affezione che ho avuto per te per comprendere quanto abbia potuto amarti. Oggi non spero più, ho seguito una strada che mi ha condotto alla tomba e che non mi ha permesso neppure di rivederti, come non rivedo da 19 giorni i miei cari parenti. Ricordati che tu sei stata sempre e nonostante tutto la mia più cara e testarda amica, che ha fatto tanto fantasticare il mio povero cervello, e che perciò a te sola, di tanti scrivo.

Non so se tu proverai un sincero dolore per questa disgrazia che strazierà il cuore della mia povera mamma, ed è per questo che ti prego di cercarla, e cercare di farla dimenticare, di rincuorarla ed incoraggiarla. Chi ti parla in questo momento non è altro che un fantasma, un moribondo che spera ancora in una cosa:

che la sua povera mamma si dia pace; ed è per questo che t’invoco che tu voglia cercare di far qualcosa per lei. Ti ringrazio contento che tu non mi negherai questa mia ultima ed umana preghiera.

Ti prego volermi pure salutare la zia e tutti i tuoi parenti, soprattutto la piccola Elsa. Ti auguro per l’avvenire la più assoluta felicità e ti prego volermi ricordare come un fratello. Attendendo impazientemente la morte t’invio un carissimo e fraterno abbraccio.

Tuo aff.mo e sincero amico Piero”

 

 

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