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Articoli filtrati per data: Monday, 07 Settembre 2020

Comunicato pubblico rivolto alla nazione mapuche e all’opinione pubblica in generale, noi Prigionieri politici mapuche del modulo dei comuneros del CCP Temuco, denunciamo ciò che segue:

La prigione politica è stata una conseguenza da quando esiste lo storico conflitto tra il nostro popolo nazione mapuche e gli stati argentino e cileno, rendendo ogni volta di più esplicite le contraddizioni che la nostra gente ha reclamato, territorio e autonomia. Di fronte a questa situazione la risposta da parte del governo di turno è stata repressione e militarizzazione di zone chiave, processi politici, criminalizzazione e carcere. Ogni volta gli stati hanno negato una risposta alle giuste rivendicazioni di fondo e si sono rifiutati di trovare una soluzione politica al conflitto. Questo perché il processo di lotta colpisce il modello economico di uno stato che è di tipo capitalista-neoliberale e perché nei territori occupati si trovano imprese forestali, centrali idroelettriche, miniere, latifondi e molti altri interessi di tipo estrattivista. Per questi motivi, noi come popolo mapuche, e in particolare coloro che sono più impegnati con la causa di recupero dei territori e della libertà, uniti nel movimento mapuche autonomista, dobbiamo accumulare le forze e scontrarci direttamente con questi interessi che tentano di depredare la nostra Ñuke Mapu. Per questo ci definiamo autonomi e anticapitalisti, essendo parte delle comunità lof e delle organizzazioni che provano attraverso i nostri weichafe e la gente mobilitata a ricostruire politicamente, territorialmente,  culturalmente, spiritualmente e militarmente il nostro popolo. In altre parole facciamo parte di un progetto politico che, come militanti del movimento mapuche, ha deciso di assumersi il confronto diretto con il sistema capitalista a causa delle frequenti carcerazioni, a causa delle idee che il movimento autonomista mapuche porta avanti.

Come già detto, la caratteristica di questo conflitto è che gli stati, rappresentati da diversi governi, non hanno dubitato a mettersi fedelmente al servizio dell’imprenditoria e hanno tentato in varie maniere, di farsi carico del conflitto a danno del nostro popolo, un conflitto che si trascina da più di due decenni, attraverso la cooptazione, integrazione, infiltrazione, militarizzazione e carcere per coloro che non hanno abbandonato la linea della ricostruzione del nostro popolo mapuche, applicando rigidamente le loro leggi, le tecniche repressive, e molte volte bypassando le stesse istituzioni per tenere in prigione la nostra gente. È per tutte queste ragioni che rivendichiamo noi stessi come prigionieri politici mapuche. Così come il nostro nemico cerca di continuare il suo assalto, con l’appoggio di infrastrutture e dotazioni militari, noi lanciamo l’appello a continuare lungo il sentiero della liberazione nazionale, il weichan, il controllo territoriale e il sabotaggio contro le grandi imprese capitaliste che occupano il territorio mapuche, tornando a insediarci nelle terre che oggi si trovano nelle mani dell’estrattivismo, riappropriandoci della vita mapuche all’interno di queste proprietà, esercitando il controllo territoriale perché non tornino mai più nelle mani del capitale. La ricostruzione nazionale del popolo mapuche si ottiene con la lotta, il sabotaggio, con le nostre proprie pratiche e i nostri principi, non a fianco di istituzioni che intralciano le nostre rivendicazioni, settori che quando erano al governo non hanno fatto altro che perseguitarci, incarcerarci, e metterci in ginocchio di fronte all’imprenditoria. Per questo invitiamo la nostra gente a non accettare di ricevere le briciole. La nostra richiesta é chiara: lo stato deve restituire il territorio usurpato, ritirarsi insieme alla grande imprenditoria che allunga le mani sulla nostra terra, anche se, grazie alla stampa borghese, sono omesse le nostre rivendicazioni in quanto ritenute parte primordiale di questo conflitto.

Le imprese capitaliste (forestali, idroelettriche, latifondiste, e ciò che è interesse del grande capitale) sono i nostri veri nemici, non il cittadino comune, l’abitante non mapuche, i lavoratori e i poveri compaesani. Questa è una falsità che vuole insinuare il fascismo di estrema destra per mano dei mezzi di comunicazione borghesi. Come prigionieri politici mapuche, siamo fedeli militanti della lotta autonomista, membri del lof, comunità e organizzazioni che, da fuori, continuano a lottare principalmente contro le imprese forestali. I loro principi e la loro etica ci sostengono.

Innanzitutto rivendichiamo la violenza politica come forma legittima di resistenza e autodifesa verso il capitalismo estrattivista, rispettando la vita della gente che l’imprenditore o lo stato utilizza come capro espiatorio per sostenere la presunzione di terrorismo e le accuse contro il nostro popolo. Così sosteniamo pienamente il cammino dei weichafe e di quei settori realmente impegnati nella ricostruzione della nazione mapuche. Dissociandoci da quei settori che cercano solo di spremere reddito e sfruttamento politico per altri fini, che non aiutano, piuttosto il contrario, confondono e fermano molto volte gli obbiettivi in cui crediamo, la liberazione del nostro popolo nazione. Allo stesso modo, si vuole sostenere la lotta degna che viene porta da fuori, sia come nelle proposte politiche che nelle analisi delle nostre organizzazioni e comunità in Resistenza.

Da ultimo dichiariamo di affrontare lo sciopero della fame come una trincea di lotta dal carcere, mettendo in chiaro che, a sua volta, il nostro sciopero della fame e la nostra mobilitazione è politica e per le importanti richieste/rivendicazioni del nostro popolo. Allo stesso modo lo sciopero vuole incoraggiare la degna lotta che si fa là fuori, sia le proposte politiche che le analisi delle nostre organizzazioni e lof in resistenza. È per questo che affrontiamo la prigione politica con dignità sperando di apportare ancor più energia alla lotta per la ricostruzione nazionale mapuche, lanciando al contempo un  appello per incoraggiare la nostra gente, a continuare il recupero territoriale attraverso il controllo territoriale, a continuare la resistenza e ad infiammare i nostri weichafe contro i diversi investimenti capitalisti.

Per tanto le nostre richieste sono:

– TERRITORIO E AUTONOMIA PER LA NAZIONE MAPUCHE

– ASSOLUZIONE IMMEDIATA DI TUTTI I COMBATTENTI MAPUCHE

– LIBERTÀ IMMEDIATA DI TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI MAPUCHE

– FINE DELLA MILITARIZZAZIONE DEL WALLMAPU

30 agosto 2020

tratto da Rete Internazionale in Difesa del Popolo Mapuche

Da Comitato Carlos Fonseca

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Si è svolta ieri sera l’iniziativa organizzata dal Movimento No Tav che, partendo in passeggiata da Giaglione, ha raggiunto dapprima il presidio dei Mulini per la cena e poi si è spostata a ridosso delle reti del cantiere Tav nel cuore della Clarea.

L’importante dispositivo creato dalla questura per impedire ai No Tav di raggiungere i Mulini non è riuscito nel suo compito, poichè passado da sentieri alternativi si è comunque tranquillamente arrivati al presidio.

L’ iniziativa alle reti, che a quanto pare ha impressionato le forze dell’ordine, si è protratta per un paio d’ore, nel tentativo di levare la concertina (filo spinato) e fare pressione sui jersey.

La risposta della polizia è stata dal loro punto di vista pimpante, lacrimogeni ed idranti sui presenti che hanno resistito e si sono palesati a più riprese.

I giornali di oggi ci restituiscono una cronaca asettica copiata ed incollata dalle veline della questura che non rende onore ai tanti presenti: cuore e coraggio, non sono per tutti.

Si chiude con l’iniziativa di ieri sera una 3 giorni di mobilitazione di valle che ha visto attraversare diversi comuni ed ha coinvolto ampie fette di comunità: sanità, salute, covid, tutela del territorio sono solo alcuni dei temi trattati, oltre ovviamente a quello del Tav.

Quest’estate di lotta No Tav che va lentamente a concludersi ha dimostrato ancora una volta che siamo attrezzati ad affrontare i mesi che ci aspettano.

Ora e sempre Resistenza, ora e sempre No Tav!

Da Notav.info

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Il 7 settembre 1986 il generale Augusto Pinochet sfugge a un attacco armato a Las Achupallas, a 40 chilometri da Santiago, mentre tornava dalla sua casa di campagna a El Melocoton.

L'attacco, condotto dal gruppo guerrigliero FMPR (Fronte patriottico Manuel Rodriguez), si è concluso con cinque morti e 11 feriti. Tuttavia, l'FPMR non ha raggiunto il suo obiettivo principale: eliminare il dittatore.

L'FPMR decise, alla fine del 1984, di pianificare un attacco per uccidere il generale Pinochet. L'azione si chiamava "Operazione 20th Century" e sarebbe stata sotto il comando di José Valenzuela, Comandante Ernesto, un membro della Direzione nazionale.

L'operazione 20th Century or New Fatherland è stata eseguita da venti membri dell'organizzazione. Nonostante il fatto che l'FPMR sia stato accusato di aver ricevuto armi da Cuba portate in pescherecci e sbarcate in un punto sulla costa nord del paese, le stesse agenzie di sicurezza della dittatura hanno confermato la preparazione locale e autonoma dell'attacco.

Pinochet era solito trascorrere i fine settimana nella sua casa di campagna con parte della famiglia e protetto dalla scorta. Fu quindi deciso che l'attacco avrebbe avuto luogo sulla via del ritorno a Santiago.

Inizialmente, si prevedeva di effettuare l'attacco posizionando esplosivi sull'autostrada presso il circuito di Las Vizcachas, ma l'idea è stata cambiata perché l'esplosivo che sarebbe stato utilizzato è stato sequestrato dalla polizia quando sono stati scoperti gli arsenali clandestini di Carrizal Bajo.

C'è un'altra versione, l'attacco con esplosivi è stato escluso a causa della configurazione della scorta che proteggeva Pinochet, che comprendeva auto blindate molto simili e vetri oscurati. Se si aggiunge l'alta velocità con cui si muoveva il convoglio ci sarebbe stato troppa incertezza su quando far detonare l'esplosivo che aumentava le possibilità di fallimento.

Infine, è stata scelta un'imboscata a Cuesta Las Achupallas. Cesar Bunster e Cecília Magni hanno affittato una casa nelle vicinanze, dove si sono riuniti tutta la squadra e i veicoli che sarebbero stati utilizzati nell'operazione.

Il luogo dell'attacco è stato accuratamente selezionato. Su un lato della strada c'era una collina che dominava l'autostrada. Dall'altro, nello stesso punto, un burrone alto 20 metri. Un veicolo con un rimorchio attaccato bloccherebbe ogni possibile uscita.

L'attacco era previsto per domenica 31 agosto 1986, nel tardo pomeriggio. La sera prima, però, è mancato l'ex presidente Jorge Alessandri e Pinochet ha deciso di rientrare a Santiago all'alba del giorno prima, cosa che non era prevista.

Così la domenica successiva, 7 settembre, intorno alle 18:20, due partecipanti all'attacco, sul ciglio della strada, comunicano telefonicamente con il comandante Ernesto informandolo che il convoglio presidenziale stava passando in quel momento . Il gruppo guerrigliero si dispone sul luogo dell'imboscata.

Alle 18:35, il convoglio presidenziale è arrivato al punto dell'attacco. A Cuesta Las Achupallas è stata intercettata da un gruppo di guerriglieri che, dopo aver lasciato passare i due motociclisti dei Carabineiros, hanno ostacolato il traffico con il rimorchio. Il convoglio è costretto a rallentare e subito viene aperto il fuoco contro la prima vettura. Le auto si stanno avvicinando e altri due gruppi di guerriglieri iniziano a sparare. La scorta non ha potuto comunicare con altre unità di polizia e militari in cerca di rinforzi.

L'auto su cui viaggiavano Pinochet e il nipote, con un'agile manovra del guidatore, gira nella direzione del rientro a El Melocotón, ricevendo ancora l'impatto di un razzo. Riescono a scappare solo con lievi ferite. Cinque della scorta sono morti e 11 sono rimasti feriti. L'attacco è durato dai 5 ai 6 minuti.

La sparatoria è cessata, i militanti delle FPMR, certi di aver raggiunto il proprio obiettivo, riescono ad aggirare la polizia e raggiungere Santiago, rifugiandosi in diverse case di sicurezza.

Subito dopo l'attacco, il governo ha decretato lo stato d'assedio e ha avviato una frenetica ricerca dei responsabili dell'attacco. Si trovano alcuni veicoli e viene identificato solo Cesar Bunster, ma era già all'estero. L'ondata repressiva arresta, tra gli altri, Ricardo Lagos, Germán Correa e Patrício Hales. Diverse persone sono state uccise durante la notte dalla polizia politica, una delle quali il giornalista José Carrasco.

Secondo degli esperti , il fallimento dell'attacco è stato dovuto al fatto che prima è iniziato l'attacco con le armi e poi con il materiale esplosivo quando avrebbe dovuto essere il contrario. Un altro grosso errore è stato l'uso del lanciarazzi LAW sparato a distanza ravvicinata, che gli ha impedito di avere una distanza sufficiente per penetrare nell'auto blindata dove viaggiavano Pinochet e suo nipote.

 

Che cosa è successo quel 7 settembre lo racconta in una intervista rilasciata, anni fa, Juan Carlos, un reduce dell’operazione: " Le sei e mezza di domenica pomeriggio sette settembre 1986. Venti ragazzi, il più grande non ha trent’ anni, il più piccolo diciassette, attaccano il convoglio militare che accompagna il dittatore cileno nel viaggio di ritorno, alla fine del weekend, dalla residenza sulle Ande, el Melocoton, alla capitale. Uccidono cinque uomini della scorta, incendiano tre auto, e sparano sulle due Mercedes bianche, identiche e blindate, nelle quali si trovano il medico personale del dittatore e Pinochet con il nipotino di nove anni. Alla fine della battaglia gli aggressori sono tutti illesi. Sei verranno arrestati un mese dopo. Quattro verranno uccisi, “giustiziati”, in seguito dalla Cni, la polizia politica. Altri quattro solo identificati. Degli ultimi sei, invece, Pinochet non riuscirà mai a sapere nulla".Uno di questi è Juan Carlos . L’attentato a Pinochet fu una legittima risposta alla dittatura cilena colpevole d’aver commesso eccidi ed assassinii politici, a cui si aggiungono le migliaia di morti per fame prodotto diretto della economy shock, la dottrina economica neoliberista di Milton Friedman. Quello di Pinochet fu un regime appoggiato dall’imperialismo della triade – Usa, Gran Bretagna ed Israele –, dalla Chiesa cattolica e dalla maggioranza dei partiti democristiani europei.

L’azione del FPMR fu del tutto legittima, ricordare a trenta anni di distanza i militanti caduti è un gesto di coerenza per chi appoggia la causa dei popoli in lotta contro il colonialismo e le dittature, tanto neofasciste quanto neoliberiste.

Che cos’è il Frente Patriotico Manuel Rodriguez ?

Il FPMR è un movimento di liberazione di orientamento marxista-leninista, che si staccò, nei primi anni ’80, dal Partito comunista cileno in polemica col segretario Luis Corvalan sostenitore di una linea di riconciliazione con la borghesia nazionale.

Gerardo, militante del Fronte, spiega: ‘’EL FPMR está inserto dentro de una política del Partido Comunista, y muchos de nosotros éramos militantes de esa tienda. Estábamos en la denominada Política de Rebelión Popular de Masas. El FPMR comienza a tener una existencia propia sólo cuando se separa del partido. Y ocurre porque el PC se quiebra en dos posiciones en esa época: los que están dispuestos a negociar con la dictadura y los que no estábamos dispuestos a ello’’.

La radicalità dello scontro portò i rodrigueristi a rompere con un certo dogmatismo staliniano, abbracciando, nel giro di poco tempo, le posizioni del Movimiento de Izquierda Revolucionaria organizzazione guevarista che si ispirava alle teorie sulla ‘’guerriglia’’ di Ernesto ‘’Che’’ Guevara. Per il Fronte la transizione alla democrazia poteva essere reale solo se accompagnata da una rivoluzione ‘’patriottica ed antimperialista’’ capace di distruggere le strutture di potere pinochetiste e sostituirle con istituzioni democratiche e plurali.

Il 1987 fu l’anno della rottura definitiva del FPMR col Partito comunista cileno il quale propose una iimprobabile ‘’transizione democratica’’.

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