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Articoli filtrati per data: Sunday, 06 Settembre 2020

Il progetto Tav della Torino Lione è cambiato molte volte, un’infinità di varianti frutto di un’evidente incompetenza, ma soprattutto (fin dal progetto originario a Venaus) grazie alla mobilitazione inossidabile di un movimento che col passare dei decenni continua la sua azione di contrapposizione.

Di quest’ultimo progetto, è da poche ore nota un’ultima variante, tale da far rabbrividire gli abitanti di Susa ma tant’è…Grazie alla Legge Obiettivo, il soggetto esecutore dell’opera Telt può “auto-approvarsi” varianti in corso d’opera, se necessarie, e finalmente ha dovuto ammettere di aver fatto male i calcoli, vendendo aria fritta.

Pare infatti che Susa ospiterà parte dello smarino del cantiere Tav di Chiomonte, in parte se non addirittura tutto, poiché non sarà possibile liberare l’area di Salbertrand dai rifiuti amiantiferi ed altri, come da noi denunciato (vedi Grosso guaio a Salbertrand), in tempo per il rispetto del cronoprogramma dei lavori.

La stima di Telt parla di un tempo che varia tra il 2024 e il 2027 per completare i lavori sui rifiuti a Salbertrand (ed ipotizziamo eventuale bonifica, poiché non è ancora noto cosa esattamente sia sepolto là sotto), tempo non utile per ospitare il materiale che dovrebbe essere estratto dalla galleria dal 2022 e lavorato nella fabbrica di conci prevista sempre a Salbertrand.

La variante che vede lo smarino collocato nella piana di Susa oramai è notizia pubblica, nonostante il documento per ora resti riservato, ma sappiamo che l’amministrazione segusina ne è a conoscenza.

Parliamo di molto materiale, decine di migliaia di camion, emissioni in crescita esponenziale di CO2, nonostante la direzione europea di una loro diminuzione alla luce dei cambiamenti climatici e la crisi ecologica già in corso.

Un bel regalo insomma alla città di Susa e alle sue vicine, tanti soldi buttati, disagi, inquinamento, rischio di malattie respiratorie e cardiovascolari per un’opera inutile, di cui noi abitanti della valle faremmo volentieri a meno.

Inutile dire che una variante di questo tipo, se si rispettasse la salute e la sicurezza di chi vive il territorio, dovrebbe avere una valutazione impatto ambientale e in questo caso i tempi di valutazione sarebbero dell’ordine di anni. Quindi il cronoprogramma di Telt andrebbe ulteriormente in frantumi…

Forse qualcuno pensava, oppure sperava, di poter tenere nascosta una notizia così sconcertante, ma i flagelli sono come le bugie, hanno le gambe corte, soprattutto se si sa con chi si ha a che fare.

Una banda di affaristi amici del cemento e nemici del pianeta, a cui il governo ha affidato il destino di una valle che da loro è vista oggi sicuramente come un fastidio, ma altresì come un corridoio da devastare, per portarsi a casa profitti di cui a beneficiare saranno i soliti noti e nessun altro.

L’abbiamo detto molte volte e anche dimostrato in questi decenni di lotta, non vi lasceremo distruggere il nostro futuro.

Avanti No Tav!

Da notav.info

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C'è chi riceve apprezzamenti bipartisan indossando una maglia per solidarizzare con un neonazista ucraino che, incidentalmente, fa anche il calciatore.

E c'è chi viene fatto fuori dal Granada.

Noi stiamo con Unai Etxebarria.

Assurdo licenziamento per aver portato solidarietà a dei detenuti.

Solidarietà e repressione (nel mondo dello sport)

Unai Etxebarria, portiere del Granada CF, ha indossato una maglietta a sostegno degli otto ragazzi di Altsasu nei Paesi Baschi durante una partita.

I ragazzi di Altsasu erano stati condannati a pene detentive che andavano dai due ai 13 anni a seguito di una rissa. Era il 15 ottobre 2016 quando in un pub di Altsasu, un piccolo paesino della Navarra, scoppia una rissa tra due gruppi di ragazzi. Da un lato un gruppo di indipendentisti di sinistra, dall’altro due Guardia Civil in libera uscita con le fidanzate.

La storia di quella sera finisce con i due poliziotti che le prendono sonoramente, riportando uno un trauma psicologico, l’altro la rottura di tibia e perone, mentre gli echi di quella rissa si protrarranno fino all’ottobre del 2019 e oltre. È in quella data infatti che l’Audencia Nacional spagnola condanna il gruppo di ragazzi indipendentisti a pene che vanno dai 2 ai 13 anni per una rissa da bar, pene già di per sé completamente folli, se non fosse che l’accusa aveva chiesto un totale di 375 anni per gli 8 indipendentisti con pene che singolarmente andavano da 12 ai 62 anni con l’accusa di terrorismo e legami con Eta.

Altsasukoak aske. Stop montajes policiales” (A casa. Liberi i ragazzi di Altsasu. Basta ai montaggi polizieschi)  recitava la maglia durante i festeggiamenti per la qualificazione alla prossima Europa League dei biancorossi.

Questa dimostrazione di sostegno, agli indipendentisti condannati a pene esorbitanti, ha innescato una campagna estremista di destra, alla quale il club ha reagito aprendo un procedimento disciplinare contro Unai Etxebarri, portando al licenziamento del portiere pochi giorni fa.

In risposta, 200 persone si sono riunite domenica a sostegno di Unai Etxebarria nella sua città natale di Getxo, a nord di Bilbao, su invito del collettivo Gu Ere Bai!

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di Giovanni Iozzoli per Carmilla

Dici “maxiprocesso” e vengono alla mente le memorie complicate degli anni ’80 – Michele Greco e Pippo Calò dietro il gabbione dell’aula bunker di una Palermo insanguinata, centinaia di imputati, gli elicotteri volteggianti sui tetti del palazzo di giustizia. Bene, dimentichiamoci di quell’anticaglia. Ci sono un paio di nuovi maxiprocessi in pista; lo scenario sarà meno melodrammatico e di telecamere ne vedremo pochine. Anche Modena è meno affascinante, come location criminal-giudiziaria. Però è proprio nell’amena cittadina estense che si celebreranno due surreali maxiprocedimenti giudiziari: alla sbarra non ci saranno boss mafiosi e sicari, ma padri e madri di famiglia – classe operaia del segmento modenese più povero e precario –, accusati di aver lottato per difendere la propria condizione.

I processi riguarderanno due vertenze importanti, quella consumatasi ai cancelli dell’azienda Alcar Uno di Castelnuovo Rangone, e quella relativa alla rinomata Italpizza di Modena – vertenze assurte agli onori della cronaca nazionale, in tempi diversi e per ragioni diverse. La Alcar Uno, storico marchio della lavorazione carni suine, è stata anche il teatro, oltre che di una dura battaglia sindacale, del gaglioffo tentativo di incastrare Aldo Milani, incappato nel 2017 in una provocazione dagli esiti fallimentari; mentre la vertenza Italpizza, ha investito un’eccellenza dell’export italiano, vezzeggiata e iper-protetta dalla politica locale .

Gli inquisiti-operai sono sostanzialmente accusati di aver picchettato i cancelli di aziende in cui hanno speso anni e anni della loro vita – ivi producendo valore e profitti. Nell’impostazione della Procura, lo sciopero è l’arma del reato. La busta paga e la dignità, il movente. La scena del delitto: la precarietà, i cambi appalto, le finte cooperative, l’abuso di contratti penalizzanti – le storie tristemente comuni, ormai di massa, dell’Emilia di oggi.

C’è maxiprocesso e maxiprocesso. A Modena, sul banco degli imputati non troveremo il ghigno torbido di Luciano Liggio: bensì le facce spaurite, scocciate e vagamente perplesse di Maria, Hamed, Salvatore, Johnny, Fariba e chissà quanti altri, increduli circa la loro collocazione sul banco degli accusati. Ognuno di loro dovrà rispondere dei consueti reati di piazza – resistenzaoltraggiolesioni – aggravati dal sovraccarico penale dei decreti Salvini.

Per ognuno di questi imputati sono state raccolte e depositate dettagliatissime notizie di reato: tutto quello che nel corso dei picchetti, dei canonici “tafferugli” o dei normali presidi, nel corso di mesi, hanno fatto, non fatto, e persino quello che hanno detto, parola per parola; tutto riportato (con esiti qua e là di involontario umorismo), nero su bianco nell’avviso di conclusione delle indagini. Quasi duecento persone, sommando i due processi. Uno sforzo di trascrizione enorme che avrà tenuto impegnato un esercito di funzionari per chissà quanto tempo. Ce li immaginiamo a sbobinare e visionare ore e ore di filmati e discutere circa l’attribuzione dei reati: “Tizio ha detto ‛sbirro di merda’, Caio ha dato una spinta al sovrintendente…“.

Sarebbe bello quantificare i costi di queste delicate operazioni di intelligence giudiziaria. Confrontarli con tutta la retorica imperante sulla sicurezza. Chiamare la Corte dei Conti a farli, due conti, per capire dove e come si decide di investire le risorse del sistema giustizia, sempre cronicamente deficitario: chi ha deciso che le “priorità dell’azione penale” in questi territori dovessero riguardare scioperi e presidi? Negli atti si citano gli immancabili referti medici prodotti dalla polizia – in massima parte i classici “tre giorni” (che non si danno neanche per un unghia incarnita). Un certificato di 30 giorni lascia a bocca aperta: qualche farcitrice di pizza karateka deve essere esplosa in una rabbia incontrollata, in mezzo al fumo perenne dei centinaia di lacrimogeni che erano la vera costante di quei presidi in località S. Donnino.

C’è l’Italia, in quelle carte della Procura di Modena. L’Italia che non compare mai nei tiggi, l’Italia profonda, della provincia estrema, dove sembra che non accade mai niente e invece sta succedendo tutto. Tante volte la lettura delle carte giudiziarie ha raccontato questo paese, meglio di giornalisti e scrittori; basti ricordare proprio gli atti del processo Milani, in cui poche intercettazioni fulminanti, finite sui giornali, spiegavano senza equivoci che tipo di rapporto intercorre tra i vertici delle aziende e quelli di certe questure italiane. Raccontare in modo spietato e dolente il presente di un paese mai così livido, cupo, diviso: siamo sicuri che i maxiprocessi di Modena assolveranno egregiamente a questa funzione.

Tra cent’anni, gli storici del futuro rileggeranno questi “avvisi di fine indagine” e cercheranno di capire quale pericolo criminale incombesse nella terra dei motori e del lambrusco, per organizzare processi così maniacalmente persecutori; si chiederanno chi fossero queste centinaia di imputati, perché meritassero tante attenzioni, quale pericolo sociale incarnassero, a quale scandalo avessero dato corpo, per meritare un simile sforzo delle legittime autorità. Sì, quale scandalo? Vallo a raccontare ai posteri. La colpa di quei reprobi è stata quella di aver dato visibilità alla condizione operaia oggi; l’aver reso pubblico quello che tutti – ispettorati, sindacati complici, amministratori, magistrati, economisti – sapevano e fingevano di ignorare. Con la loro iniziativa, hanno rivelato che nei primi vent’anni del Ventunesimo secolo, il miracolo del manifatturiero emiliano – arrambante ed esportatore – ha prodotto dipendenti precari, poveri, ricattati, nell’illusione che la “competitività” si potesse fare ormai solo giocando sulla condizione e i costi della forza lavoro.

Lo scandalo è aver scoperchiato un pentolone di cui nessuno voleva sentire l’odore; perché gli insaccati sono saporiti ma guai a guardarci troppo dentro: agli ingredienti come ai rapporti di lavoro. E così è la società emiliana – un grande cotechino ripieno, succulento e rigonfio: ma vai a mettere il naso, dentro quelle statistiche, vai a scomporle e trasformare i numeri in vite umane, in braccia, storie, intelligenze mortificate, abbrutite dal lavoro e dai bassi salari. Una cartografia dell’Italia reale, un paese dei balocchi in cui le guardie tengono il sacco ai ladri e chi denuncia le illegalità, novello Pinocchio, rischia di finire in galera.

Si perché la cosa buffa è che con i loro scioperi, soprattutto dentro tante aziende dell’agroalimentare modenese, questi lavoratori lanciavano delle denunce assai precise e dettagliate: attenzione, istituzioni, il problema non è solo la nostra condizione di sfiga e sfruttamento; perché lo Stato italiano sta perdendo da anni fior di milioni in elusione fiscale e contributiva, con i soliti giri marci di cooperative e appalti interni. Tanto per capirci, il patron della Alcar Uno, il vecchio signor Levoni, è finito nei guai, accusato di una maxievasione da 80 milioni – con sequestro monstre di fabbricati, terreni ed auto d’epoca; ed è stato pure rinviato a giudizio per corruzione – insieme a un giudice tributarista accusato di fargli da gentile consulente. Eppure quelli che hanno denunciato per anni queste nefandezze, finiranno a processo prima di lui. Bello no?

200 operai alla sbarra. Sembra una vecchia storia della Spagna franchista. Ma questo numero riguarda solo i due procedimenti principali citati all’inizio. Ci sono poi gli 11 relativi agli scioperi Emilceramica, i 22 della Bellentani, i 60 della GLS, i 40 della GM e molti molti altri (dati gentilmente forniti dai Si Cobas modenesi che ormai stanno perdendo il conto). Il processo Aemilia, quello contro la ‘ndrangheta, per capirci, ha contato solo 240 imputati. La strage del carcere di Sant’Anna, ci scommettiamo, non ne vedrà manco uno.

Quanto costa ai contribuenti italiani questo music-hall antioperaio, con tutte le sue ritualità? Quanto costa continuare a mantenere presidi polizieschi a difesa delle aziende, oltre che in termini di credibilità democratica di un sistema? Tra l’altro, trovando sempre solide sponde nelle Questure, i padroni, negli anni, si fanno sempre più arroganti; talune vertenze che qualche anno fa si sarebbero chiuse con qualche ora di sciopero e un po’ di normali trattative, si trasformano in una sfida all’Ok Corral; se la forza pubblica è gentilmente messa a disposizione gratuitamente dalla Repubblica, perché farsi ricattare da questi cenciosi proletari, spesso stranieri, che osano contestare il genio imprenditoriale italiano? Più polizia c’è ai cancelli, più si allungano e si complicano le vertenze, è scientifico.

Nelle accuse contro i manifestanti, il vero elemento disturbante è il blocco dei cancelli. È quello che proprio non va giù ai padroni: il fluire delle merci in entrata e in uscita – più sacro del Gange – non va interrotto per nessuna ragione. Non si scherza con i fatturati: la merce è tutto, la vita umana poco, la Costituzione niente, i contratti meno di niente.

Un normale sciopero con astensione del lavoro si può ancora tollerare – tanto ormai la folla dei precari ipericattati (stagisti, appalti, contratti variamente a termine, somministrati), garantisce una base di “fidelizzati obtorto collo”, che non può permettersi di scioperare. Gli strumenti di ricatto sulla condizione attuale della classe operaia – in certi settori più simile al Diciannovesimo secolo che al Ventesimo appena trascorso – sono tanti e facilmente esigibili dalle imprese. I blocchi no. Quelli non se li possono proprio permettere. Sono sommamente diseducativi. Se diventassero pratica di massa, l’Italia andrebbe sottosopra entro qualche settimana: vogliamo più soldi o blocchiamo tutto; più diritti; più sicurezza; più assunzioni; più ospedali, più scuole pubbliche… Bel casino, sarebbe. Sono i blocchi delle merci e dei cancelli a trasformare l’irritazione padronale in vendetta istituzionale.

Dopo le paginate della stampa sui 67 inquisiti della lotta Italpizza, persino la CGIL è dovuta intervenire per dire che – Cobas o non Cobas –, i lavoratori non scioperano mai per diletto, è l’oggettiva asprezza della condizione attuale a imporre il conflitto. La confederazione si è sentita chiamata in causa perché qua e là, i blocchi ai cancelli – soprattutto di multinazionali che vogliono abbandonare il territorio smontando e traslocando gli impianti – è costretta a farli pure lei, e qualche denuncia ha cominciato a beccarsela. Oggi tocca agli scapestrati sindacati di base: ma domani? Le vecchie garanzie concertative sono saltate, il “grande sindacato di Di Vittorio” non incute né timori né rispetto, nel fronte datoriale.

Non è un caso che queste degenerazioni si consumino proprio a Modena. Questa città è l’ultimo baluardo spelacchiato di quello che fu il “modello emiliano”: è la città che ancora elegge il sindaco piddi al primo turno, quella dove le grandi cooperative e i gruppi privati concertano una minuziosa copertura di tutti gli spazi di mercato; privati ai quali è stato generosamente concesso per vent’anni di avere mano libera nella scomposizione e ricomposizione delle filiere produttive, all’insegna del “precarizza e competi”.

Degli elementi virtuosi o avanzati di quel modello, sotto i colpi della crisi, non è rimasto in piedi quasi più niente – welfare inclusivo, eccellenze sanitarie, cittadinanza attiva; l’unico fattore di continuità è l’idea dell’espulsione del conflitto e dei corpi sociali autonomi, giudicati sempre eccedenti ed estranei rispetto alla bontà del modello – quarant’anni fa come oggi. Abbiamo conservato il peggio. E bene ha fatto chi ha coniato l’espressione “sistema Modena”, per definire questa rete progettuale di connivenze tra imprese e istituzioni. La parola “sistema” evoca una realtà anonima, funzionale, indefettibile nelle sue leggi e nei suoi meccanismi – non per niente questo termine, a Napoli ha sostituito l’arcaica espressione “camorra”.

Adesso però c’è da giocarsi una scommessa, in quelle aule di tribunale. Sul banco degli imputati, Maria, Salvatore, Hamed, Frank, Fatima ecc. dovranno rovesciare la loro condizione di imputati e trasformarsi in accusatori. E lo potranno fare solo se intorno a loro si costituirà un fronte di sostegno largo, plurale e consapevole. È necessario che il processo antioperaio si trasformi in un processo di massa contro il moderno sfruttamento in salsa emiliana, i suoi complici politici, i suoi consulenti, i suoi reggicoda, i suoi cani da guardia. Una “costituzione di parte civile” contro chi negli anni della crisi – persino dentro la pandemia – ha continuato ad arricchirsi e a pretendere indulgenza fiscale e protezione ai propri abusi.

Se Modena è stata il laboratorio avanzato della repressione, dovrà diventare il contro-laboratorio della solidarietà militante e della intelligenza collettiva: usare la macchinazione giudiziaria, contro le retoriche d’impresa e le ideologie securitarie, che sono i gemelli degeneri di questa epoca. Bisogna fargli passare la voglia di istruirli, i processi contro il lavoro.

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Gregoría Apaza Nina nata a Ayo Ayo , nell'attuale Bolivia , intorno al 1751. È una indigena Aymara , che ha guidato nel 1781, insieme al fratello Túpac Katari e sua cognata Bartolina Sisa , una delle più grandi insurrezione degli indios contro le autorità spagnole in Alto Perù .

Prese parte all'assedio di La Paz e ci riuscì, insieme al suo compagno Andrés Túpac Amaru (nipote di Túpac Amaru II), per impadronirsi della valle e del comune di Sorata. Infine catturata dagli spagnoli, morì di torture nella piazza principale di La Paz. Gregoria, figlia di Nicolás Apaza e Marcela Nina, fino allo scoppio della ribellione del 1781, visse nella località di Ayo Ayo, a 70 km da La Paz , parlando solo in lingua aymara , non sapeva leggere o scrivere e non aveva ricevuto nessuna istruzione. Aveva sposato il sacrestano Alejandro Pañuni e aveva, quando si unì alla ribellione, un bambino ancora piccolo - secondo quanto si può dedurre dai documenti che registrano la sua confessione ai tribunali spagnoli. È certo che aveva trent'anni quando nel 1781, lasciò improvvisamente la famiglia e la casa per unirsi al grande movimento di rivolta,guidato da suo fratello Tupac Katari contro il potere spagnolo. Era, come sua cognata Bartolina Sisa, un prezioso supporto per Túpac Katari , amministrando i beni risultanti dal saccheggio, organizzando gli accampamenti e guidando i guerrieri sul campo di battaglia. Quando le truppe ribelli assediarono la città di La Paz, e Túpac Katari dovette assentarsi, fu Gregoria Apaza, con sua cognata, ad assumere il comando delle truppe Aymara. Sembra che le due donne fossero così efficaci che l'assedio non fu influenzato dall'assenza di Túpac Katari. Gregoria sarebbe stata infatti dotata di un'intuizione fortissima per discernere le cose veramente importanti e riconoscere i momenti decisivi. Mentre il potere di Túpac Katari si rafforzava e sua sorella brillava come condottiera , provenivano dal Perù , nell'anno 1781, nuove forze ribelli, inviate dal caudillo José Gabriel Túpac Amaru per rinforzare gli insorti, e alla testa del quale ha c'era il giovane Andrés Túpac Amaru , nipote del caudillo, un giovane di 17 o 18 anni, in grado di leggere e scrivere, una persona valorosa di grande acume militare. Gregoria Apaza e Andrés Túpac Amaru si sono innamorati e insieme hanno combattuto e vinto diverse battaglie. Dopo che l'assedio di fronte a La Paz sembrava sufficientemente consolidato, Túpac Katari incaricò sua sorella di conquistare la valle e il villaggio di Sorata , a circa 100 km in linea d'aria a nord-nordovest di La Paz. Gregoria Apaza e Andrés Túpac Amaru durante l' assedio del villaggio di Sorata, fecero costruire una diga per accumulare l'acqua derivante dallo scioglimento della neve e poi riversarla sul villaggio, che ne distrusse le difese e allagò le case. La città fu presa dopo pesanti combattimenti da Gregoria e Andrés, e la coppia vi rimase per un mese . Nell'Ottobre 1781, mentre Andrés, chiamato da una lettera dello zio, si era recato ad Azángaro in Perù, Gregoria apprese che le truppe spagnole erano riuscite a rompere l'assedio di La Paz e che Túpac Katari si stava ritirando nelle campagne circostanti. Mentre gli spagnoli catturarono Túpac Katari e sua moglie Bartolina Sisa, Gregoria si mosse con il suo esercito di indios verso La Paz per venire in aiuto del fratello; tuttavia, dopo una feroce battaglia, anche lei fu catturata. Gregoria Apaza e sua cognata sono state imprigionate in una cella fredda, buia e umida dove hanno atteso la loro condanna per otto mesi. Il 6 settembre 1782, condannata dall'auditor Francisco Tadeo Díez de Medina , Gregoria Apaza è stata insieme a Bartolina Sisa, impiccata alla presenza della folla nella piazza principale di La Paz, dopo che gli era stata deposta una corona di spine sulla fronte e aver percorso nuda su un asino la distanza dal carcere alla esecuzione . Per servire da esempio, il suo corpo fu fatto a pezzi, le sue membra smenbrate , la sua testa attaccata a un palo e il resto del suo corpo bruciato, così che le sue ceneri furono disperse dal vento .

 

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